noemi serracini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/noemi-serracini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Dec 2021 09:26:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg noemi serracini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/noemi-serracini/ 32 32 Oscar Micheaux, supereroe del cinema americano https://minimaetmoralia.it/cinema/oscar-micheaux-supereroe-del-cinema-americano/ https://minimaetmoralia.it/cinema/oscar-micheaux-supereroe-del-cinema-americano/#respond Wed, 15 Dec 2021 09:26:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49706 Si intitola The Superhero of Black Filmmaking l’ultimo film documentario del regista, autore e produttore Francesco Zippel. Il lavoro, presentato nell’ambito del Festival di Cannes 2021 e disponibile da dicembre su Sky Arte, Sky Documentaries e Now TV, racconta la storia straordinaria del primo cineasta afroamericano indipendente, Oscar Micheaux. Nel corso della sua carriera Micheaux […]

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Si intitola The Superhero of Black Filmmaking l’ultimo film documentario del regista, autore e produttore Francesco Zippel. Il lavoro, presentato nell’ambito del Festival di Cannes 2021 e disponibile da dicembre su Sky Arte, Sky Documentaries e Now TV, racconta la storia straordinaria del primo cineasta afroamericano indipendente, Oscar Micheaux.

Nel corso della sua carriera Micheaux ha diretto oltre quaranta film, dei quali solo una decina è stata conservata. Le modalità, spesso rocambolesche, a tratti leggendarie, con le quali a partire dai primi anni del Novecento è riuscito a portare avanti le sue imprese cinematografiche, la sua tenacia, le tematiche legate alla comunità nera, alle proprie radici condizionate da schiavitù e segregazione (topoi delle opere di Micheaux), sono al centro del documentario prodotto da Quoiat Films, la casa di produzione fondata dallo stesso regista insieme a Federica Paniccia.

Li ho intervistati dopo la proiezione romana del film alla Sala Troisi, in occasione del lancio dell’uscita su Sky Arte.

Federica Paniccia avvocata e produttrice, Francesco Zippel autore, regista e produttore, dal vostro incontro nasce Quoiat Films. Come casa di produzione qual è la vostra mission e come selezionate i progetti?

Federica – Quoiat Films nasce come società per la produzione di film, prevalentemente di natura documentaristica, che raccontino storie uniche, poco note, nel mondo del cinema, dell’arte e della vita reale. I progetti che scegliamo hanno tutti una base ispirazionale forte, rappresentando dei veri passion projects che ci auguriamo stimolino nel pubblico riflessioni, confronti e che consentano l’ampliamento di quegli orizzonti nei quali spesso ci confiniamo.

Come hai scoperto la storia di Oscar Micheaux e cosa ti ha spinto a volerla raccontare?

Francesco – Da molti anni ho la fortuna di essere amico di Patrick McGilligan, storico del cinema americano, autore di bellissime biografie di personaggi come George Cukor, Alfred Hitchcock, Clint Eastwood e Jack Nicholson. Insieme avevamo già realizzato un documentario sulla storia degli Hollywood 10, una delle pagine più oscure del maccartismo nel cinema, e un altro su Nicholas Ray, uno degli autori più innovativi e autodistruttivi che Hollywood abbia mai avuto. Da anni Patrick mi regala il privilegio di leggere in bozze ogni suo lavoro. Quando nel 2007 mi fece leggere la sua biografia dedicata a Micheaux, oltre a saltare sulla sedia gli chiesi subito se ci fossero parti romanzate tanto la storia mi sembrava incredibile. Non riuscivo a credere fosse tutto vero e ancor più che un personaggio così importante della Storia degli Stati Uniti fosse totalmente ignoto. Alcuni anni più tardi, era il 2014, decisi di fare un viaggio in solitaria nei luoghi dove lui aveva vissuto. Visitai le rive del fiume Ohio nel Sud dell’Illinois, il Southside di Chicago, le campagne sperdute del South Dakota e il cuore di quella che un tempo era la Harlem degli artisti. Feci poi molte ricerche nelle principali biblioteche dedicate alla cultura afroamericana. Ho dovuto attendere ancora alcuni anni prima di poterla mettere in immagini, però non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che andasse raccontata. Era una promessa che avevo fatto tra me e me a Oscar dal primo minuto in cui ero venuto in contatto con la sua incredibile esistenza. 

Perché è importante questa storia?

Federica – È una storia che ho pensato subito fosse necessario raccontare: non solo per testimoniare l’atrocità della segregazione, l’ipocrisia della società bianca americana, e i meccanismi di adeguamento sociali che ne sono scaturiti, ma anche per restituire a Oscar Michaux quel ruolo di pioniere, di innovatore, di sognatore, che gli spetta, per essere andato oltre i limiti che la società gli imponeva all’epoca, vivendo una vita inimmaginabile per un afrodiscendente di quel tempo. Nella vita e di Micheaux c’è anche una forte componente motivazionale che può essere di ispirazione per tutti noi, e che può svelare i limiti che spesso ci imponiamo per rimanere nella nostra comfort zone, quando pensiamo a qualcosa come troppo difficile da raggiungere o da realizzare o da cambiare: dobbiamo ricordare tutti che «You can make it, if you try». Puoi farcela, se ci provi. E poi il film soprattutto nelle parole di Kevin Willmot e Chuck D fornisce un importante spunto di riflessione sui movimenti della Cancel Culture che stanno attraversando gli Stati Uniti e che stanno arrivando anche in Europa.

Francesco, cosa rappresenta per te il linguaggio documentaristico?

Per me il documentario è un modo per entrare in contatto con la realtà che mi circonda, con la Storia e le storie. È il modo migliore per fare un tuffo nelle cose che più mi affascinano, per innamorarmene e poi cercare di restituirle agli altri con la massima limpidezza possibile. Come dici giustamente tu, considero quello documentaristico un linguaggio cinematografico e non un genere. Un linguaggio che sta godendo oggi di una vitalità incredibilmente stimolante per chi come me lo ha scelto come proprio codice espressivo. A mio avviso due dei più grandi registi in senso assoluto che il cinema di oggi può vantare sono proprio due documentaristi: Frederick Wiseman e Asif Kapadia.

Qual è stata la cosa più difficile da raccontare nel documentario su Micheaux e quale quella a livello produttivo più complessa da gestire.

Francesco – Da un punto di vista narrativo la maggiore difficoltà che ho avuto è stata forse quella di raggiungere il giusto equilibrio nel selezionare l’infinita serie di spunti che la vita e il percorso artistico di Micheaux offrivano. Da un punto di vista produttivo sia Federica che il mio DOP Carlo Alberto Orecchia mi hanno fatto dormire sonni tranquilli. Non lo avrei mai detto per un film scritto, diretto a distanza e montato nella stessa stanza! A Roma.

Federica – È stato un progetto che, una volta attivato, ha avuto una vita lineare senza particolari difficoltà, grazie all’entusiasmo del team, e a quel talento naturale di Francesco nel raccontare e nel farci appassionare alle storie più diverse; in realtà abbiamo incontrato difficoltà in passato, prima di trovare un partner produttivo e distributivo così sensibile e attento come Sky, a cui si è aggiunto l’entusiasmo travolgente della Cineteca di Bologna che ha accolto istantaneamente la nostra proposta di restaurare un film di Micheaux che rischiava di andar perso. Il film “Murder in Harlem”, attualmente visibile su Sky.

Il documentario, oltre ad avere un eccellente lavoro sulle immagini, anche di repertorio, gode di un’accattivante e molto presente colonna sonora. Che tipo di ricerca è stata fatta sui suoni, sulla musica e in che modo avete indirizzato la selezione dei brani?

Francesco – Da un punto di vista musicale ho scelto di non lavorare su composizioni originali ma di confrontarmi con due magnifici music supervisor, Alessandro Franconetti e Maurizio D’Aniello, per creare un ideale ‘tracciato temporale’ di alcune delle esperienze musicali della cultura afroamericana che a mio avviso risuonavano maggiormente con la storia di Micheaux. I brani di Charles Mingus, Ray Charles, Roberta Flack, Louis Armstrong, Ghostface Killah, Gil Scott-Heron tra i vari che abbiamo selezionato, penso siano stati in grado di dare il giusto ritmo e garantire le sonorità appropriate al racconto di Micheaux.

Cosa ci lascia in eredità un personaggio come Oscar Micheaux?

Francesco – Oscar ci lascia un messaggio di grande portata nella sua semplicità: essere sé stessi, sempre, sapersi aprire al mondo e avere la lucidità di osservarlo e restituirlo nella sua meravigliosa complessità. Per lui le uniche barriere erano quelle che ognuno di noi può crearsi nella propria mente. Oscar è nato libero e ha vissuto da uomo libero fino all’ultimo giorno.

Federica – Sicuramente la caparbietà di un essere umano di non arrendersi davanti alle difficoltà interiori ed esteriori, di non accettare pedissequamente schemi e leggi, che non siano in linea con il suo sentire interiore. Agire con consapevolezza ed intelligenza, sfidando la paura e combattendo contro stereotipi limitanti.

Secondo voi se Micheaux fosse vivo cosa racconterebbe di questo presente?

Francesco – Micheaux continuerebbe a fotografare la realtà intorno a sé, racconterebbe l’insensatezza del razzismo ed eleverebbe la grandezza delle esperienze umane che avrebbe la fortuna di incontrare lungo il suo cammino. Non si fermerebbe mai. Come ha sempre fatto in passato. Voglio sperare che chiunque veda il nostro film si rispecchi e si lasci ispirare dall’attitudine di Oscar.

Federica – È stato tra i primi a cogliere il vulnus della segregazione nella legge che vietava i matrimoni interraziali; oggi ci sono tante altre unioni da difendere e tanti diritti che non sono ancora riconosciuti per i quali si sarebbe battuto con onore. E chissà oggi forse i suoi occhi sarebbero quelli di una regista donna.

 

Quali sono i vostri prossimi progetti cinematografici?

Federica – Stiamo lavorando su diversi progetti: molti danno voce a chi non ne ha avuta, a luoghi da riscoprire, a grandi del cinema mondiale, e stiamo preparando una serie observational sulla realtà sociale italiana.

Francesco – Oltre ai progetti che ha raccontato Federica, ci tengo a dire che una delle cose che mi appassiona di più ora è la possibilità di mettere a disposizione la mia, la nostra esperienza al servizio di altri registi per poter costruire racconti nuovi, sperimentare linguaggi e incoraggiare, come avrebbe amato Micheaux, la valorizzazione di storie che sono rimaste nascoste per troppo tempo.

 

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Leonard Cohen tra carnalità e spirito, un artista oltre il tempo https://minimaetmoralia.it/altro/leonard-cohen-tra-carnalita-e-spirito-un-artista-oltre-il-tempo/ https://minimaetmoralia.it/altro/leonard-cohen-tra-carnalita-e-spirito-un-artista-oltre-il-tempo/#respond Tue, 21 Sep 2021 07:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49252 Non si offenderebbe oggi Leonard Cohen se dimenticassimo il suo compleanno, almeno stando a quanto ha dichiarato in un’intervista di qualche anno fa: «Nella mia famiglia non si è mai offeso nessuno se dimentichiamo un compleanno». Ma faremmo un torto a noi stessi e all’immensità dell’opera che ci ha lasciato in eredità a far passare […]

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Non si offenderebbe oggi Leonard Cohen se dimenticassimo il suo compleanno, almeno stando a quanto ha dichiarato in un’intervista di qualche anno fa: «Nella mia famiglia non si è mai offeso nessuno se dimentichiamo un compleanno».

Ma faremmo un torto a noi stessi e all’immensità dell’opera che ci ha lasciato in eredità a far passare inosservati quelli che sarebbero oggi gli 87 anni del canadese errante più amato e celebrato in patria. A quasi cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 7 novembre 2016 a Los Angeles, Cohen ha lasciato un vuoto che può essere colmato con la grandezza delle sue parole: scritte, declamate, cantate, come solo lui è riuscito a fare.

La sua è stata una vita caratterizzata da un vagare incessante, alla continua ricerca della fonte assoluta delle cose, che troverà nella preghiera, come forma più alta di espressione.

Studente universitario non particolarmente brillante, si dedica soprattutto a scrivere poesie dimostrando da subito un talento fuori dal comune, al punto da conquistare la fiducia del poeta, accademico ed editore canadese Louis Dudek e del poeta Irving Layton.

Una borsa di studio lo porta a Londra, qui grazie a un amico scopre l’esistenza dell’isola greca Idra, dove comprerà una casa e si stabilirà per un lungo periodo, facendovi ritorno più volte nel corso del tempo.

Proprio sull’isola incontra una delle donne più importanti e significative per lui, Marianne Ihlen. La loro sarà una relazione complessa e tormentata, fatta di vicinanze e allontanamenti. Cohen si renderà conto che la vita familiare non fa per lui, perché mette in pericolo la sua creatività. La storia dura alcuni anni, ma il legame tra i due resterà indissolubile, tanto che molto tempo dopo, sapendola in punto di morte, Cohen le dedica parole intense e toccanti: Carissima Marianne, sono appena dietro di te, così vicino da poterti prendere per mano. Questo vecchio corpo si è arreso, proprio come il tuo, e l’avviso di sfratto arriverà da un giorno all’altro. Non ho mai dimenticato il tuo amore e la tua bellezza. Ma questo già lo sai. Non ho altro da aggiungere. Fai buon viaggio, amica mia. Ci vediamo in fondo alla strada. Amore infinito e gratitudine. Lui stesso morirà pochi mesi dopo.

Quest’anno ricorrono i 60 anni dalla pubblicazione della sua seconda raccolta di poesie The Spice-Box of Heart e i 50 anni dell’album Songs of Love and Hate che, come gran parte della sua produzione, non sembrano invecchiare. Del resto, anche l’artista ha trasceso la dimensione dello spaziotempo e con la sua opera imponente ha raggiunto una forma di immortalità.

La febbrile necessità di domande, prima ancora che di risposte, spinge Cohen a sperimentare strade diverse. Da una breve parentesi in Scientology, fino all’interesse per il buddismo e all’incontro che cambierà la sua vita, quello con il maestro Zen Joshu Sasaki Roshi.

La libertà di partire, sperimentare, fino ad andare oltre se stesso, resteranno il motore della sua ricerca. Cohen sa di essere un ebreo anomalo, che nonostante abbia praticato altre forme di religione e spiritualità in cerca di risposte, non ha mai cercato un altro Dio e non ha mai smesso di sentirsi ebreo.

Le sue poesie, proprio come le sue canzoni, sono un continuo mescolarsi di sacro e profano, sesso e spiritualità. Per Cohen il sacro è l’elemento attraverso il quale le pulsioni e le emozioni si tramutano in sentimenti collettivi.

Una delle immagini più rappresentative di questa sua visione poetica è quella della copertina del quarto album in studio: New Skin For the Old Ceremony, sulla quale sono raffigurati due angeli che fanno l’amore. La scena è ripresa dal Rosarium Philosophorum, un trattato alchemico del sedicesimo secolo. A tutte le sessioni di registrazione del disco c’è anche Roshi, la cui presenza lo fa sentire più connesso spiritualmente.

Tra carnalità e spirito, sessualità e trascendenza si muove tutta l’esperienza umana e artistica di Leonard Cohen, poeta, scrittore, cantautore insignito di numerosi premi e ancora oggi amato in tutto il mondo.

Dalla sua incessante ricerca, sublimata nella musica e nella sua espressività vocale, nascono capolavori come Hallelujah, estratto da Various Position 1984. Il brano, scritto nel corso di quattro anni, selezionando tra oltre ottanta strofe e riprendendo alcuni episodi della Bibbia, indica una vera e propria strada verso la redenzione. La canzone ha la forza e il potere introspettivo della preghiera.

Nel corso del tempo l’Hallelujah di Cohen, anche grazie all’interpretazione che ne farà Jeff Buckley, diventa un inno noto in tutto il mondo, con oltre 300 cover. Così tante da indurre lo stesso Leonard ad affermare che sono stati in troppi a cantarla.

La solennità liturgica di questo autore si palesa a ogni ascolto e si fa spazio tramite storie rappresentative della condizione umana, in grado di mettere a nudo sentimenti, emozioni, dolori.

A circa nove anni dall’uscita della sua canzone-preghiera più importante, Cohen sente di volersi ritirare nel convento Zen di Mount Baldy, dove resterà sei anni per tentare di affrontare la depressione che lo accompagna da sempre e che lui stesso definisce come lo sfondo della sua vita quotidiana. Uscito dal convento vola in India, qui si affida agli insegnamenti dell’Advaita Vedanta, e finalmente sentirà di essersi liberato dal velo delle inquietudini.

L’opera di questo artista contiene numerosi momenti di elevazione spirituale, che si intrecciano alla sua esperienza di uomo errante, nella duplice accezione di colui che viaggia senza sosta e che commette errori.

Una delle più grandi eredità lasciate da Leonard Cohen sta nella possibilità di comprendere come nella nostra inquietudine e dentro ogni singolo errore ci sia lo spazio della ricerca interiore, per conoscere ed esplorare sé stessi, per trascendere e trovare l’oltre, dove si accende la luce in grado di indicare la strada.

Cohen con la potenza della sua musica ha dilatato la speranza della salvezza e l’ha resa accessibile a ogni essere umano, in qualsiasi condizione si trovi: C’è una crepa, una crepa in ogni cosa / È così che la luce entra.

 

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Ascoltare il silenzio per sentire il mondo. Una riflessione sulla poetica spirituale di Franco Battiato https://minimaetmoralia.it/filosofia/ascoltare-il-silenzio-per-sentire-il-mondo-una-riflessione-sulla-poetica-spirituale-di-franco-battiato/ https://minimaetmoralia.it/filosofia/ascoltare-il-silenzio-per-sentire-il-mondo-una-riflessione-sulla-poetica-spirituale-di-franco-battiato/#respond Tue, 27 Jul 2021 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49103 Rendere accessibile la filosofia “alta” ed elevare la cultura di massa alla dignità del pensiero filosofico: questo l’obiettivo con cui, dieci anni fa, da Civitanova Marche, prendeva avvio un nuovo movimento culturale. Un’operazione concettuale che, grazie al Festival Popsophia, ha permesso di capire, senza imbarazzi, compromessi o ipocrisie, il pensiero filosofico nelle serie tv, nei […]

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Rendere accessibile la filosofia “alta” ed elevare la cultura di massa alla dignità del pensiero filosofico: questo l’obiettivo con cui, dieci anni fa, da Civitanova Marche, prendeva avvio un nuovo movimento culturale. Un’operazione concettuale che, grazie al Festival Popsophia, ha permesso di capire, senza imbarazzi, compromessi o ipocrisie, il pensiero filosofico nelle serie tv, nei fumetti, nella musica, nella moda… Dopo un decennio, oggi, quello stesso festival è passato da essere contenitore a contenuto, creando un vero e proprio format che unisce linguaggi e temi, innovando la definizione stessa di festival. Di questi ultimi dieci anni e di filosofia legata ai fenomeni di massa, si parlerà a Civitanova Marche dal 29 luglio al 1° agosto: delle quattro serate proposte dal festival Popsophia, tre – sotto il nome Rocksophia – saranno interamente dedicate alla musica. In compagnia dei più noti protagonisti della cultura italiana, si analizzerà il cambiamento, la crisi e la rinascita che sta nelle opere di giganti come David Bowie, Jim Morrison e Franco Battiato.
Sull’autore de La voce del padrone, sulla sua filosofia e spiritualità, interverrà Noemi Serracini che, in vista della sua partecipazione al festival domenica 1 agosto, introduce il tema in esclusiva per Minima et Moralia.

di Noemi Serracini

Se, come scrive Platone nel Cratilo, il corpo è custodia ma anche prigione dell’anima, è necessaria un’esperienza di liberazione.

Questa esperienza per Franco Battiato è rappresentata dalla musica. Proprio al suo potere liberatorio si legano molti aspetti della ricerca spirituale che in lui convergono nelle composizioni musicali.

«Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] mi trascinavo adagio dentro il corpo umano, giù per le vene verso il mio destino» canta in Fetus, brano dell’omonimo album di debutto con il quale pone subito al centro corpo e sentire.

Il corpo stesso, anche attraverso una forma di danza che Battiato ha praticato in molti video ed esibizioni, si fa strumento di ricerca verso una continua trascendenza.

Per essere spirituali, per dare dunque spazio alla propria interiorità e avere il desiderio di sentire lo spirito, bisogna essere anche dei ricercatori, quindi disposti a sperimentare.

Battiato è stato un grande ricercatore e sperimentatore musicale e spirituale, capace di passare dall’avanguardia musicale alla meditazione come forma di purificazione e strumento per conoscere sé stessi.

Ha sperimentato stati di «connessione dall’alto» (come li ha definiti lui stesso) talmente profondi da portarlo alla composizione di brani intensi ed evocativi come Prospettiva Nevski.

Quella che altri chiamano ispirazione in Battiato corrisponde a qualcosa di più ancestrale e profondo, che paradossalmente lo ha indotto a considerare queste creazioni come non sue, provenienti da alt(r)e sfere.

Ricerca spirituale significa anche scoprirsi liberi di indagare nel mistero della vita e dunque della morte. Varcare la porta dello spavento supremo è il fine ultimo di ogni esistenza. «Chi non sa perché muore, non sa perché vive. Chi non sa cos’è la morte, non sa cos’è la vita» scrive il teologo e docente Vito Mancuso ne L’anima e il suo destino.

Proprio in questa direzione si è orientata gran parte della poetica di Battiato: una meditazione sull’impermanenza e sulla morte.

La musica è stata estensione e parte integrante della sua spiritualità. Quando parla de Le nostre anime lo racconta come un brano che vuole lasciare il Pianeta Terra «per arrivare da altre parti», in mondi lontanissimi. Questo è ciò che gli accadeva anche quando meditava: raggiungere l’altrove, dove la consapevolezza che niente è come sembra diventa strumento di analisi della realtà, e permette di avvicinarsi a quella verità che ci pone dinnanzi al nostro essere piccoli rispetto a ciò che ci circonda.

«Quando vedo l’insignificante spazio che occupo rispetto all’immensità dello spazio che mi ignora io mi atterrisco», ha affermato Manlio Sgalambro, scrittore, poeta, filosofo, coautore di Battiato dalla metà degli anni Novanta, a partire da L’ombrello e la macchina da cucire (1995).

In questo atterrimento si dissipa il nostro ego e si colloca il dubbio: sull’aldilà, su ciò che siamo, su ciò che rappresentiamo e anche dal dubbio nasce la filosofia, che ha il compito di indagare sul senso dell’esistenza.

Battiato ha messo la sua conoscenza ed esperienza al servizio di questa indagine attraverso la musica. La sua opera si estende sull’infinita dimensione dell’essere, a cui si può ascendere solo con un’attitudine spirituale, che in lui si è manifestata nella pratica della meditazione.

L’artista si svegliava tra le 3.30 e le 4.00 del mattino per meditare e attendere l’alba. Domare la mente è l’esercizio più difficile, ma ciò a cui tendere. Nello spazio infinitesimale che esiste tra un pensiero e l’altro risiede lo stato di consapevolezza senza pensieri, nel quale si vive la magia del presente, il qui e ora.

Uno stato che Franco Battiato conosceva e perseguiva da quando negli anni Settanta si era accostato al misticismo indiano, per poi avvicinarsi al sufismo, a Gurdjieff e al buddhismo. Senza tralasciare, nei suoi studi e nelle sue ricerche, i mistici cristiani o la passione per i Padri del deserto.

La musica dà forma all’esplorazione interiore e Battiato diventa la voce di un sapere, di una conoscenza tutta da scoprire, evocativa, fatta di infiniti varchi e attraversamenti. Contaminazioni di luoghi, linguaggi e temi nei quali soggiace un’epifania di fondo: «Niente è come sembra niente è come appare. Perché niente è reale».

Una verità cantata e vissuta dall’artista, che emerge nella coscienza di chi medita e di chi, come lui, sa che per sentire il suono del mondo bisogna saper ascoltare il silenzio.

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Rock’n’Soul, intervista a Noemi Serracini https://minimaetmoralia.it/interviste/rocknsoul-intervista-a-noemi-serracini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/rocknsoul-intervista-a-noemi-serracini/#comments Thu, 13 May 2021 12:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48686 Da genere di rottura, il rock è diventato matrice di ricerca interiore e poetica. L'intervista di Adriano Ercolani a Noemi Serracini, autrice di "Rock'n'Soul. Storie di musica e spiritualità" (Arcana).

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Come è possibile che il rock, genere musicale per anni accusato di essere “satanico”, associato per antonomasia a sesso e droga, abbia in realtà espresso alcune delle più alte vette poetiche nella ricerca interiore dell’ultimo secolo?

Rock ‘n’ Soul. Storie di musica e spiritualità (Arcana) di Noemi Serracini prova a rispondere a questo non banale interrogativo.

Nel testo, la scrittrice (nota anche come conduttrice radiofonica e autrice, un cui monologo sul precariato anni fa attirò l’attenzione del New York Times) propone una serie di approfondimenti dedicati alla presenza del sacro nelle opere di alcune delle più importanti figure della storia del rock: dall’ineludibile Dylan a autori notoriamente folgorati da svolte e conversioni spirituali, come George Harrison e Yusuf-Cat Stevens; dall’inquieto percorso di Leonard Cohen ai fantasmi che popolano i brani del suo grande erede Nick Cave; anche in ambito femminile, si affrontano i diversi approcci di Patti Smith, PJ Harvey, Tori Amos, Sinead O’Connor e Joni Mitchell.

A concludere il volume, una sorprendente bonus track: un’intervista a Matt Malley, ex membro dei Counting Crows, non certo un’icona planetaria del cantautorato come gli artisti sopracitati, ma una artista che sembra vivere in maniera consapevole e matura il rapporto tra ispirazione meditativa e creatività.

Il libro, la cui accattivante copertina è firmata da Claudia Intino aka Gubrin, concilia un’attenta cura nella ricostruzione delle vicende biografiche, tipica dell’approccio giornalistico di Serracini, con uno sguardo intimo, emotivo, dichiaratamente personale sugli artisti affrontati.

Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’ispirazione per questo libro?

Ho sempre pensato alla musica come l’espressione artistica più vicina al sentire interiore e da quando ho iniziato a meditare (ormai da diversi anni) ne sono sempre più convinta.

Ovviamente faccio riferimento a situazioni in cui gli artisti e le artiste sono messi nella condizione di creare liberamente, senza dover rispondere necessariamente a delle logiche di mercato.  Lavorando in radio ascolto tutto quello che passa e poco di ciò che sento mi parla davvero in maniera profonda, ma non escludo che sia un mio limite di ascolto eh! E poi c’è sempre la famigerata – e pure benedetta però! – questione del gusto personale e soggettivo. Comunque, tornando all’ispirazione, siamo in un’epoca in cui si riescono a inflazionare anche le parole e spiritualità è una di quelle che sta rischiando. Si abusa della loro presenza nei contesti più disparati, ma se c’è un ambito in cui non si può prescindere dalla dimensione spirituale, per quel che mi riguarda, è proprio l’arte, e nel caso specifico la musica. Io avevo bisogno di riappropriarmi di questa presenza nei miei ascolti e quando ho iniziato a chiedermi cosa ci fosse dietro alcuni brani di Patti Smith, o di Nick Cave, come mai mi arrivassero così dritti al cuore, è scattato il desiderio di entrare nel vivo della loro storia, di provare a capire i processi interiori che accompagnavano la creazione e da lì il passo verso l’esplorazione della spiritualità che infuoca il loro flusso creativo è stato breve. Credo che il punto di partenza di tutto sia stato più o meno questo.

Qual è stato il criterio con cui hai scelto gli artisti da raccontare?

Quando è emerso forte il desiderio di voler raccontare storie di musica e spiritualità ho iniziato una riflessione sugli artisti e artiste che conoscevo. Di alcuni sapevo che avevano avuto esperienze interiori significative ed esplicite, importanti nella determinazione del percorso artistico. Di sicuro il lavoro come speaker su Radio Freccia ha avuto una forte importanza per me nel circoscrivere il raggio della ricerca. I primi entrati subito in gioco sono stati George Harrison, Patti Smith, Leonard Cohen, Bob Dylan (di cui avevo molta paura), Sinéad O’Connor, Yusuf / Cat Stevens, Nick Cave e, soltanto in un secondo momento, Joni Mitchell, Tori Amos e PJ Harvey. Ci tenevo moltissimo alla parità di genere, perché la musica è uno di quei settori in cui manca praticamente da sempre e per me era importante creare un’alternanza di voci e punti di vista equilibrata e plurale allo stesso tempo.

Quali sono stati i più difficili da raccontare?

Ce ne sono stati due in particolare, verso i quali nutro ancora un certo timore reverenziale e sono Patti Smith e Bob Dylan. Soprattutto lui credo, perché prima di questo momento non lo avevo mai approfondito così da vicino e ho provato una sorta di senso di colpa per aver trascurato un tale patrimonio di inesauribile profondità e conoscenza. Contiene davvero moltitudini. E Smith perché la sua storia, in particolare attraverso il suo libro Just Kids, mi ha coinvolto (e sconvolto) emotivamente moltissimo, mi è rimasto dentro, e raccontarla è diventata un’impresa nella quale dipanare anche la potenza di ciò che mi era arrivato della sua esistenza.

Quali, invece, quelli più affini alla tua sensibilità?

Io amo profondamente Nick Cave, entro in risonanza con quasi tutto il suo repertorio e con gran parte delle cose che scrive, anche con le lettere di risposta alle domande e richieste di chi lo segue su The Red Hand Files (il sito attraverso il quale dialoga con i suoi e le sue fan). Peccato non mi abbia ancora mai risposto direttamente! George Harrison ha vissuto e goduto di tanti aspetti della materialità della vita, ma a un certo punto ha compreso che solo andando al di là di quelli avrebbe trovato il senso profondo di tutto, io credo fermamente in questo.

Ho trovato degli straordinari punti di contatto con l’inquietudine che ha spinto Joni Mitchell al continuo bisogno di esplorare se stessa; abbraccio l’approccio politico di Tori Amos, e ammiro lo sguardo fiero e intimo di PJ Harvey. Mi trovo molto solidale e soffro un po’ per alcune situazioni che ha vissuto Sinéad O’Connor; penso sia stata davvero relegata ai margini, come troppo spesso accade a chi è più mentalmente fragile.

Pensandoci, forse, potrei avere dei punti di contatto con ognuno di loro. Chiunque si spinga in una ricerca interiore profonda potrebbe averceli.

Qual è stata la più grande sfida nella stesura del libro?

Decisamente far convivere in un unico volume, senza nessuna pretesa enciclopedica, o strettamente biografica, la vita strabordante di queste dieci icone della musica internazionale. Ognuna di loro, se pure con pesi specifici diversi, ha avuto un impatto trasformativo a livello sociale, culturale e politico. Ci tenevo a far emergere quelli che mi sembravano gli aspetti più ispiranti dei loro percorsi interiori e spirituali, e raccontare in che modo questi aspetti entrassero nella musica.

Ci sono cantautori emergenti che possono essere accostati per il loro tipo di ricerca ai grandi che hai affrontato?

Sai che non ho il polso della situazione degli emergenti per poterti rispondere in modo onesto ed esaustivo? Delle realtà che conosco un po’ di più mi vengono in mente cantautori e cantautrici non tanto emergenti, quanto ancora fuori dal mainstream e sono: Cristina Donà, La Rappresentante di Lista, Maria Antonietta, i John Qualcosa, ma non saprei accostare nessuno di loro ai cantautori e alle cantautrici affrontati nel libro. Li cito però perché nel lavoro di questi artisti e artiste italiani sento un grande afflato spirituale, che spesso risponde a un’urgenza di narrazione che quando manca si sente, inutile girarci intorno. A pensarci bene però un accostamento in effetti ce l’ho! Mentre lavoravo al capitolo su Tori Amos mi è venuta in mente Mimosa Campironi, e quando gliel’ho riferito lei mi ha detto che Amos è una delle sue preferite.

Come mai hai scelto di inserire come bonus track un’intervista a un musicista meno noto come Matt Malley?

Grazie per questa domanda! La bonus track svela, forse indirettamente, che l’intento principale del libro non è mai stato parlare di personaggi iconici, o molto noti a prescindere, ma del rapporto tra musica e ricerca interiore. Parlando con un amico conosciuto meditando, il musicista Carlo Gizzi, gli ho raccontato del mio progetto e lui mi ha parlato di Matt Malley (uno dei fondatori e bassista dei Counting Crows), dicendomi che meditava anche lui come noi e che sarebbe stato senz’altro entusiasta di scambiare due chiacchiere sul mio lavoro. E così mi sono fatta dare la sua e-mail e ci siamo scritti. L’esperienza di Matt e il suo rapporto tra musica e interiorità mi sono sembrate così intense e interessanti che – come racconto nel libro – sebbene non avessi previsto di inserire il suo contributo, ho pensato sarebbe stato bello, invece, condividerlo con i lettori e le lettrici, così, col suo consenso, l’ho fatto. Spero saranno d’accordo con me!

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