Come è possibile che il rock, genere musicale per anni accusato di essere “satanico”, associato per antonomasia a sesso e droga, abbia in realtà espresso alcune delle più alte vette poetiche nella ricerca interiore dell’ultimo secolo?

Rock ‘n’ Soul. Storie di musica e spiritualità (Arcana) di Noemi Serracini prova a rispondere a questo non banale interrogativo.

Nel testo, la scrittrice (nota anche come conduttrice radiofonica e autrice, un cui monologo sul precariato anni fa attirò l’attenzione del New York Times) propone una serie di approfondimenti dedicati alla presenza del sacro nelle opere di alcune delle più importanti figure della storia del rock: dall’ineludibile Dylan a autori notoriamente folgorati da svolte e conversioni spirituali, come George Harrison e Yusuf-Cat Stevens; dall’inquieto percorso di Leonard Cohen ai fantasmi che popolano i brani del suo grande erede Nick Cave; anche in ambito femminile, si affrontano i diversi approcci di Patti Smith, PJ Harvey, Tori Amos, Sinead O’Connor e Joni Mitchell.

A concludere il volume, una sorprendente bonus track: un’intervista a Matt Malley, ex membro dei Counting Crows, non certo un’icona planetaria del cantautorato come gli artisti sopracitati, ma una artista che sembra vivere in maniera consapevole e matura il rapporto tra ispirazione meditativa e creatività.

Il libro, la cui accattivante copertina è firmata da Claudia Intino aka Gubrin, concilia un’attenta cura nella ricostruzione delle vicende biografiche, tipica dell’approccio giornalistico di Serracini, con uno sguardo intimo, emotivo, dichiaratamente personale sugli artisti affrontati.

Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’ispirazione per questo libro?

Ho sempre pensato alla musica come l’espressione artistica più vicina al sentire interiore e da quando ho iniziato a meditare (ormai da diversi anni) ne sono sempre più convinta.

Ovviamente faccio riferimento a situazioni in cui gli artisti e le artiste sono messi nella condizione di creare liberamente, senza dover rispondere necessariamente a delle logiche di mercato.  Lavorando in radio ascolto tutto quello che passa e poco di ciò che sento mi parla davvero in maniera profonda, ma non escludo che sia un mio limite di ascolto eh! E poi c’è sempre la famigerata – e pure benedetta però! – questione del gusto personale e soggettivo. Comunque, tornando all’ispirazione, siamo in un’epoca in cui si riescono a inflazionare anche le parole e spiritualità è una di quelle che sta rischiando. Si abusa della loro presenza nei contesti più disparati, ma se c’è un ambito in cui non si può prescindere dalla dimensione spirituale, per quel che mi riguarda, è proprio l’arte, e nel caso specifico la musica. Io avevo bisogno di riappropriarmi di questa presenza nei miei ascolti e quando ho iniziato a chiedermi cosa ci fosse dietro alcuni brani di Patti Smith, o di Nick Cave, come mai mi arrivassero così dritti al cuore, è scattato il desiderio di entrare nel vivo della loro storia, di provare a capire i processi interiori che accompagnavano la creazione e da lì il passo verso l’esplorazione della spiritualità che infuoca il loro flusso creativo è stato breve. Credo che il punto di partenza di tutto sia stato più o meno questo.

Qual è stato il criterio con cui hai scelto gli artisti da raccontare?

Quando è emerso forte il desiderio di voler raccontare storie di musica e spiritualità ho iniziato una riflessione sugli artisti e artiste che conoscevo. Di alcuni sapevo che avevano avuto esperienze interiori significative ed esplicite, importanti nella determinazione del percorso artistico. Di sicuro il lavoro come speaker su Radio Freccia ha avuto una forte importanza per me nel circoscrivere il raggio della ricerca. I primi entrati subito in gioco sono stati George Harrison, Patti Smith, Leonard Cohen, Bob Dylan (di cui avevo molta paura), Sinéad O’Connor, Yusuf / Cat Stevens, Nick Cave e, soltanto in un secondo momento, Joni Mitchell, Tori Amos e PJ Harvey. Ci tenevo moltissimo alla parità di genere, perché la musica è uno di quei settori in cui manca praticamente da sempre e per me era importante creare un’alternanza di voci e punti di vista equilibrata e plurale allo stesso tempo.

Quali sono stati i più difficili da raccontare?

Ce ne sono stati due in particolare, verso i quali nutro ancora un certo timore reverenziale e sono Patti Smith e Bob Dylan. Soprattutto lui credo, perché prima di questo momento non lo avevo mai approfondito così da vicino e ho provato una sorta di senso di colpa per aver trascurato un tale patrimonio di inesauribile profondità e conoscenza. Contiene davvero moltitudini. E Smith perché la sua storia, in particolare attraverso il suo libro Just Kids, mi ha coinvolto (e sconvolto) emotivamente moltissimo, mi è rimasto dentro, e raccontarla è diventata un’impresa nella quale dipanare anche la potenza di ciò che mi era arrivato della sua esistenza.

Quali, invece, quelli più affini alla tua sensibilità?

Io amo profondamente Nick Cave, entro in risonanza con quasi tutto il suo repertorio e con gran parte delle cose che scrive, anche con le lettere di risposta alle domande e richieste di chi lo segue su The Red Hand Files (il sito attraverso il quale dialoga con i suoi e le sue fan). Peccato non mi abbia ancora mai risposto direttamente! George Harrison ha vissuto e goduto di tanti aspetti della materialità della vita, ma a un certo punto ha compreso che solo andando al di là di quelli avrebbe trovato il senso profondo di tutto, io credo fermamente in questo.

Ho trovato degli straordinari punti di contatto con l’inquietudine che ha spinto Joni Mitchell al continuo bisogno di esplorare se stessa; abbraccio l’approccio politico di Tori Amos, e ammiro lo sguardo fiero e intimo di PJ Harvey. Mi trovo molto solidale e soffro un po’ per alcune situazioni che ha vissuto Sinéad O’Connor; penso sia stata davvero relegata ai margini, come troppo spesso accade a chi è più mentalmente fragile.

Pensandoci, forse, potrei avere dei punti di contatto con ognuno di loro. Chiunque si spinga in una ricerca interiore profonda potrebbe averceli.

Qual è stata la più grande sfida nella stesura del libro?

Decisamente far convivere in un unico volume, senza nessuna pretesa enciclopedica, o strettamente biografica, la vita strabordante di queste dieci icone della musica internazionale. Ognuna di loro, se pure con pesi specifici diversi, ha avuto un impatto trasformativo a livello sociale, culturale e politico. Ci tenevo a far emergere quelli che mi sembravano gli aspetti più ispiranti dei loro percorsi interiori e spirituali, e raccontare in che modo questi aspetti entrassero nella musica.

Ci sono cantautori emergenti che possono essere accostati per il loro tipo di ricerca ai grandi che hai affrontato?

Sai che non ho il polso della situazione degli emergenti per poterti rispondere in modo onesto ed esaustivo? Delle realtà che conosco un po’ di più mi vengono in mente cantautori e cantautrici non tanto emergenti, quanto ancora fuori dal mainstream e sono: Cristina Donà, La Rappresentante di Lista, Maria Antonietta, i John Qualcosa, ma non saprei accostare nessuno di loro ai cantautori e alle cantautrici affrontati nel libro. Li cito però perché nel lavoro di questi artisti e artiste italiani sento un grande afflato spirituale, che spesso risponde a un’urgenza di narrazione che quando manca si sente, inutile girarci intorno. A pensarci bene però un accostamento in effetti ce l’ho! Mentre lavoravo al capitolo su Tori Amos mi è venuta in mente Mimosa Campironi, e quando gliel’ho riferito lei mi ha detto che Amos è una delle sue preferite.

Come mai hai scelto di inserire come bonus track un’intervista a un musicista meno noto come Matt Malley?

Grazie per questa domanda! La bonus track svela, forse indirettamente, che l’intento principale del libro non è mai stato parlare di personaggi iconici, o molto noti a prescindere, ma del rapporto tra musica e ricerca interiore. Parlando con un amico conosciuto meditando, il musicista Carlo Gizzi, gli ho raccontato del mio progetto e lui mi ha parlato di Matt Malley (uno dei fondatori e bassista dei Counting Crows), dicendomi che meditava anche lui come noi e che sarebbe stato senz’altro entusiasta di scambiare due chiacchiere sul mio lavoro. E così mi sono fatta dare la sua e-mail e ci siamo scritti. L’esperienza di Matt e il suo rapporto tra musica e interiorità mi sono sembrate così intense e interessanti che – come racconto nel libro – sebbene non avessi previsto di inserire il suo contributo, ho pensato sarebbe stato bello, invece, condividerlo con i lettori e le lettrici, così, col suo consenso, l’ho fatto. Spero saranno d’accordo con me!

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Autore

adrianoercolani@minimaetmoralia.it

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell'antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell'associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia. Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent'anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.

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