di Giorgia Esposito
Identity does not matter
Derek Parfit
Se è vero che «vedere è avere a distanza» (Merleau-Ponty) è così che si dovrà intendere la prospettiva adottata in Intermezzo e altre sinapsi (Edizioni Volatili, 2020), l’opera prima di Marilina Ciaco. In attesa, come suggerisce il titolo, di un lavoro più esteso – ma, si badi bene, soltanto dal punto di vista quantitativo – l’autrice ci offre un intermezzo esplosivo, magnificato dalle splendide partiture visive dell’artista Giuditta Chiaraluce.
Ci sono delle domande, anche piuttosto urgenti, che potenziano le ragioni (e le possibilità) di questa ricerca. Quante e quali cose possono succedere in un mondo in cui i progressi delle biotecnologie, delle clonazioni e dei trapianti di organi sono in grado di trasformare in realtà ciò che prima era fiction, immaginario cyber-punk? In un contesto del genere, come cambia la percezione del corpo, come l’identità?
La messa in scena/in crisi – forte è l’elemento teatrale, beckettiano – di soggettività deflagranti, di oggetti catalogati con un’attenzione-fetish e di una lingua pirotecnica e plurisignificante, è perfettamente sostenuta da una mente-stanza ironica e macchinica, orchestrata dalla cupio dissolvi verso-suono:
[…]
ma i passanti camminano ancora risalgono i cola
di un periodo asimmetrico, è un periodo pessimo
per la concentrazione
nella siccità gli oggetti si distanziano
fra le piazze e i cancelli, tu esisti?
forse mi sono vista crogiolarmi
e le armi non le ho scelte, mi sono
crollate dall’interno e come sempre
intern-arsi e tesi e ottusità di sinapsi
Ci troviamo davanti a testi dilatabili in cui confluiscono intersezioni di livelli stilistici diversi (tecnica del montaggio in primis) e una mischianza linguistica inarrestabile. Latinismi, anglicismi, neoformazioni, tecnicismi (omeostasi termica, ioni, molecole, goniometro) si fondono felicemente senza mai intaccare la comprensibilità del dettato, tutto teso a mostrare i cambiamenti percettivi (ma anche i suoi stessi strumenti e puntigli) all’interno di un orizzonte epistemologico ben determinato. Una forte volontà conoscitiva si dà qui nella registrazione delle tracce patologiche di cui si compone il reale, attraverso una postura radicalmente critica nei confronti delle forme di totalizzazione delle individualità e della saturazione malsana dei correnti discorsi identitari, nella consapevolezza, via via dispiegata, delle innumerevoli correlazioni tra i territori del sapere non riconducibili all’identità: «tutto è oggetto», si legge nel libro, «non c’è copula né predicato». Un dato, questo, particolarmente significativo, che si oppone ad un sistema, quello tardocapitalistico, che ha fatto del corpo e della “cura di sé” etica e fine ultimo. Il “corpo” cui fa riferimento Ciaco non è solo un organismo biologico o spazio di pulsioni neuronali, bensì un vastissimo campo di iscrizioni di codici socioculturali in “contatto” (termine-chiave) e in continua “definizione” (suggestione che l’autrice preleva dalla femminista-scienziata Donna Haraway, ma non solo). E specularmente, Intermezzo e altre sinapsi, con le sue reiterate manovre di costruzione e scardinamento, ci offre sicuramente una delle esperienze poetiche più interessanti in Italia oggi.

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