Ottiero Ottieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ottiero-ottieri/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Dec 2024 18:14:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ottiero Ottieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ottiero-ottieri/ 32 32 Ottieri, scrittore pratico e infelice https://minimaetmoralia.it/letteratura/ottieri-scrittore-pratico-e-infelice/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ottieri-scrittore-pratico-e-infelice/#respond Mon, 02 Dec 2024 18:14:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54545 La differenza tra un normale e un anormale, vale a dire tra un sano e un malato, si legge a un certo punto in Cery di Ottiero Ottieri, è che il secondo anela la cura. (“Della propria anormalità, il vero anormale non si vanta, veramente, mai, perché la sua sofferenza è troppa, ha bisogno della […]

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La differenza tra un normale e un anormale, vale a dire tra un sano e un malato, si legge a un certo punto in Cery di Ottiero Ottieri, è che il secondo anela la cura. (“Della propria anormalità, il vero anormale non si vanta, veramente, mai, perché la sua sofferenza è troppa, ha bisogno della cura. È il bisogno di cura che divide gli anormali dai normali. È il vantarsi della sofferenza che è indice di sofferenza normalissima o dilettantesca.”) Anche il protagonista del romanzo sente questa esigenza, che sa farsi rapidamente urgenza. (“Avevo fretta di guarire, fretta di vivere.”) Anelare la cura però non è mai sufficiente: bisogna crederci, occorre confidare fino in fondo nella guarigione; e tra i sofferenti che sono anche abbastanza abbienti da diventare habitué di cliniche private come quella di Cery, in Svizzera, sono in pochi a credere nella cura; e i dottori non sembrano più convinti dei pazienti. Per il protagonista, entrato a Cery per problemi di alcolismo, bere è ad esempio l’antidoto a un malessere più profondo. (“Non sono matto perché sono alcolizzato. Curo la follia con l’alcol.”) Un’altra ospite della clinica è lì per superare una delusione amorosa, ma esiste realmente una terapia per un male del genere? (“I dispiaceri d’amore sono i più complessi perché basterebbe un attimo: il partner entra e dice: ti amo. È che non entra.”)

Così, anormalità di diversa origine e differente gravità si trovano una accanto all’altra, costrette a condividere gli stessi spazi e incapaci di comunicare. (“Nessuno dà fastidio, se non a se stesso, il proprio male non straripa. Ciascuno soffre in silenzio o con poche parole.”) La misura della distanza tra queste solitudini, vicine solo in apparenza, accomunate solo dalla casualità di un ricovero contemporaneo, è data dalla corrispondenza a senso unico avviata dal protagonista con altre pazienti. (“Continuai a scrivere lettere a persone che mi stavano a dieci, venti metri di distanza.”) Si tratta di lettere, che non si sogna neanche di consegnare, in cui confessa la propria infatuazione per qualsiasi bella donna conosciuta a Cery. Sono senz’altro le parole di un donnaiolo, ma soprattutto di un ossessionato – di un individuo che ha trasformato in un’ossessione non solo le femmine, ma la bellezza. (“In venti anni, o trenta, attraverso mille cocktail, cene, dopocena, esibizioni e appostamenti pazientissimi in località famose di mare e montagna, con fatica, sopportazione infinita, attese snervanti per rimanere ultimo, chiudere ogni ruscelletto d’occasioni nella notte, ho cercato di accostare la bellezza, di conquistare ogni notte una bella, una bellissima, una sventola.”) E non solo la bellezza, ma l’amore. (“La differenza tra essere amato ed essere voluto bene è alla base della mia vita, della mia autostima, della mia essenza. La considero una differenza enorme. L’essere voluto bene è umiliante, l’essere amato è esaltante. Molto sono stato voluto bene; amato, meno.”) E non solo l’amore, ma l’opportunità, e questa è una constatazione che in qualche modo porta a chiudere il cerchio intorno al suo caso. (“Il nocciolo della mia malattia era quello di non perdere alcuna occasione.”)

Il tragicomico resoconto di queste giornate a Cery potrà piacere, come suggerisce la casa editrice Utopia, a chi ha amato La montagna incantata di Mann, La cognizione del dolore di Gadda, o Il male oscuro di Berto, un terzetto di titoli che sembra adeguato a inquadrare gli argomenti del romanzo; quanto alla collocazione da dargli all’interno dell’opera di Ottieri, si possono seguire linee di pensiero diverse. Cery è il suo ultimo romanzo, e accade di rado che la migliore introduzione a un autore, insomma il libro da leggere per primo, sia quello scritto per ultimo; vale tanto per Calvino o Vittorini – due che hanno esercitato una certa influenza sulla sua fortuna letteraria – quanto per lui. D’altra parte “ogni vero scrittore scrive sempre lo stesso libro”, recita una frase che sembra ormai aver compiuto per intero il battutissimo percorso lungo il quale ogni massima arguta si consuma fino a trasformarsi in una banalità micidiale; ma per Ottieri è una grande verità. Ci sono alcuni temi che attraversano tutte le sue opere, a volte facendo veloci apparizioni fantasmatiche, a volte riproponendosi quasi con le stesse parole, a volerci fare attenzione. Ad esempio il protagonista di Donnarumma all’assalto, che come Ottieri lavora nell’ufficio del personale di uno stabilimento meridionale di una grande azienda settentrionale, si interroga sui limiti del suo ruolo, sulla possibilità di una corretta valutazione dei candidati: “Se mi metto nella loro testa, posso inventare un monologo interiore sbagliato”. Mentre il protagonista di Cery, che come Ottieri è uno scrittore scarsamente versato a concedere qualcosa al lettore, dichiara di non sapersi sganciare dall’autobiografia: “Il monologo interiore di un altro è sempre un mistero”.

Da questa prospettiva un punto d’ingresso alla sua opera vale l’altro, compreso Cery; il quale, del resto, non meno di altri romanzi costituisce un ottimo esempio di quello stile che lo colloca tra i più grandi autori del secolo scorso. Ottieri infatti, ancor prima di essere un cultore della bella scrittura, lo è della frase perfetta, che è sempre corta; perché le frasi lunghe, che occupano pagine intere, rappresentano sempre esercizi di bravura ma mai possono essere perfette. Non se ne può cioè ricavare l’impressione che, spostando o sostituendo una parola, si giungerebbe a un risultato peggiore. In Cery, di frasi simili Ottieri ne infila regolarmente una ogni tre o quattro pagine, anche e soprattutto laddove non serve a sostenere alcun pensiero o significato profondo; ma più che un vezzo, appare un’abitudine. Perciò, chi di fronte a quegli articoli di critica letteraria accompagnati da una valutazione in pallini di diverse qualità dell’opera va subito a vedere quanti ne sono stati assegnati per lo “stile”, sappia che con Ottieri ci sarebbe sempre da riempirli tutti, e pure da aggiungerne altri. Un plauso va dunque alla casa editrice Utopia per l’opera di ripubblicazione – di cui Cery è il terzo ma non ultimo tassello, dopo Contessa e Donnarumma all’assalto – e per l’invito alla riscoperta di questo autore atipico e incatalogabile. (“Scrittore senza fantasia, che ha sempre voluto scrivere senza fare lo scrittore, che non piaccio agli italianisti e sono un bad-sellerista, scrittore più che altro pratico e «infelice».”)

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Appunti e note sul XXI secolo https://minimaetmoralia.it/arte/appunti-e-note-sul-xxi-secolo/ https://minimaetmoralia.it/arte/appunti-e-note-sul-xxi-secolo/#respond Wed, 27 Apr 2016 15:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30729 Questo pezzo è uscito, in forma differente e in diverse puntate, su Artribune.
Il XXI secolo è un “campo di concentrazione”, come avrebbe detto Ottiero Ottieri.
Artisti, scrittori, registi, intellettuali si lamentano di essere soli, di non intrattenere rapporti, di non possedere spazio né discorso pubblico. Si lamentano per l’assenza di dibattito. Ma questa assenza, l’annullamento del dibattito culturale e della sfera pubblica – nei termini del secondo Novecento, quantomeno – permea e sostanzia il XXI secolo nascente.

Questi albori già ben avviati si nutrono infatti di questa supposta solitudine. E si sente, si percepisce il lavorìo, lo scavo di questi cervelli; si vedono queste operazioni agire. Sono scollegate, frantumate, disperse? Ma proprio questa dispersione, questa frantumazione, fanno il XXI secolo.

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guston

Questo pezzo è uscito, in forma differente e in diverse puntate, su Artribune.

Ecco, c’è forse un’ora che noi non conosciamo,

un’ora del giorno o forse della notte, quando tutto
si fa di diamante, in cui il mistero potrebbe essere
risolto: si tratta di qualche secondo, ma azzeccarlo,
nella instancabile roulette, se è uscito una volta sola?

Goffredo Parise, Lontano

 

Il XXI secolo è un “campo di concentrazione”, come avrebbe detto Ottiero Ottieri.
Artisti, scrittori, registi, intellettuali si lamentano di essere soli, di non intrattenere rapporti, di non possedere spazio né discorso pubblico. Si lamentano per l’assenza di dibattito. Ma questa assenza, l’annullamento del dibattito culturale e della sfera pubblica – nei termini del secondo Novecento, quantomeno – permea e sostanzia il XXI secolo nascente.

Questi albori già ben avviati si nutrono infatti di questa supposta solitudine. E si sente, si percepisce il lavorìo, lo scavo di questi cervelli; si vedono queste operazioni agire. Sono scollegate, frantumate, disperse? Ma proprio questa dispersione, questa frantumazione, fanno il XXI secolo.

È anche questo la “singolarità” – intesa come intelligenza collettiva animata da crescita organica; nella singolarità non c’è posto per l’attitudine nostalgica, o per il ripescaggio di tentazioni esclusive. (Eppure, da alcuni anni assistiamo ai tentativi un po’ maldestri di conservare e inasprire il gatekeeping da parte di un sistema chiuso e asfittico.)

Dovremmo forse cominciare a pensare diversamente la comunità, lo stare insieme, in comune. Come è strutturata una comunità di spettri? Come stanno insieme i fantasmi? La costruzione assume dunque un aspetto decisamente diverso, se a portarla avanti sono uomini che vengono dopo. Individui introversi, soli, animati da una forma quieta e anche muta di disperazione. Da questa condizione discende l’opera come “stato”, e non più – finalmente – come prodotto (frutto di un’imposizione): come stato scavato e ricavato nel presente, scagliato in esso, e non più emesso da una zona estranea e sterilizzata; come campo di possibilità e punto in cui precipitano le relazioni umane; come processo vitale. E in quanto tale dunque una non-forma assolutamente e radicalmente incoerente con ciò che vediamo attorno a noi, con ciò che è diventata nella stragrande maggioranza l’arte contemporanea – simulazioni linguistiche.

***

Una generazione è stata deviata dal suo corso, come un fiumiciattolo: di questo non si può non tenere conto, non si può fare finta che non sia accaduto – e che invece magari le condizioni generali siano quelle identiche di trenta o cinquanta anni fa. Nel XXI secolo, la gran parte degli uomini e delle donne che hanno la mia età sta facendo a livello professionale qualcosa di diverso – di solito: ciò che ha trovato, per caso o per fortuna – da quello per cui si è preparato e addestrato negli anni della formazione e oltre.

Non è detto che sia per forza un male – anche gli scopi e le attività si stanno infatti ridefinendo, adattandosi alla nuova situazione: la realtà e il realismo del resto sono pure questo; forse soprattutto questo – e dunque non si può agire e operare e nemmeno pensare facendo finta che il contesto sia immutato, facendo finta che ciò di cui parlano i numeri e le statistiche non abbia un’influenza decisiva sulle giornate e sui mesi e sulla loro percezioni, su come stiamo costruendo la nostra esistenza passo passo.

Se il XXI secolo è un fantasma organico (e lo è), esso eleva la precarietà a struttura fondamentale e permanente della vita. Una precarietà quindi esperita non più e non solo come tragica umiliazione collettiva, come paurosa ingiustizia sociale, come origine della nuova-vecchia disuguaglianza, come linea di demarcazione di un’oscura e imperscrutabile apartheid (e lo è, eccome se lo è), ma anche come orizzonte, come sguardo e punto di vista sul mondo.

***

Straccio o broccato,
ogni tessuto è dunque il risultato
di questo stringersi costretti insieme
da un progetto il cui concepimento è dato
solo all’ingegno umano: un matrimonio
che mai in natura potrebbe avere luogo.
Prendete il ragno, poveraccio. Imbroglia.
Il ragno mica tesse, il ragno incolla.

Patrizia Cavalli, Tessere è umano

 

A cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, la cultura sta subendo una mutazione fondamentale nel suo ruolo, nella sua funzione e nella sua struttura; è un fenomeno che può essere verificato in Italia e nell’intero Occidente. Ad essa sempre più – da un trentennio circa a questa parte – si richiede la conferma di ciò che già sappiamo (o che presumiamo di sapere), di ciò che ci è stato inculcato una volta per tutte; si richiede il conformismo, la pacificazione, l’adeguamento. Come affermano orgogliose oggi persino le riviste di business & management: “per essere accettati dagli altri, fate finta di essere felici”.

Nelle retoriche più recenti, sia quelle apertamente neoliberiste sia quelle (apparentemente) liberali, che si ergono a difesa dei cari-vecchi-valori, la cultura assume il ruolo di formare i “cittadini perfetti”: nulla di più falso, se si scava appena sotto la superficie, dal momento che il ruolo della cultura è proprio quello di far esplodere le contraddizioni, di articolare un disagio e una critica, di narrare la ferita e il trauma – inteso esattamente come ferita che torna a riaprirsi, qualcosa che fa male e che continua a far male.

Finora, non sono riuscito a trovare espressione più brillante e precisa di questo concetto di quella offerta da Harold Bloom ne Il Canone occidentale: “I massimi scrittori dell’Occidente sono sovversivi di tutti i valori, i nostri e i loro propri. (…) Se leggiamo il Canone Occidentale per plasmare i nostri valori morali, sociali, politici o personali, credo proprio che diverremo mostri di egoismo e sfruttamento. Leggere al servizio di qualsivoglia ideologia, a mio parere significa non leggere affatto. La percezione di possanza estetica ci dà modo di imparare a parlare con noi stessi e a sopportare noi stessi. Il vero uso di Shakespeare e di Cervantes, di Omero e di Dante, di Chaucer o di Rabelais, consiste nell’aumentare la propria crescente interiorità. Leggere in profondità nell’ambito del Canone non farà di te una persona migliore o peggiore, un cittadino più utile o più dannoso. Il dialogo della mente con se stessa non è innanzitutto una realtà sociale. Tutto ciò che il Canone Occidentale può apportare, consiste nell’adeguato uso della propria solitudine,quella solitudine la cui forma conclusiva è il proprio confronto con la propria mortalità”.

Il discorso, che riguarda gli scrittori principali degli ultimi sette secoli, è valido anche naturalmente per gli artisti visivi. L’arte e la cultura ci mettono di fronte alla nostra condizione mortale, rendendocela interpretabile e comprensibile; rendono possibile, instaurano e costruiscono “il dialogo della mente con se stessa”. Sono, in definitiva, questo dialogo. Da un certo punto in poi, invece – un punto che andrà studiato e ristudiato, analizzato, indagato – è scattato l’equivoco che ha dato la stura a tutti gli altri equivoci: alla cultura si richiede qualcosa che non le compete. Possiamo chiamarlo corsa al profitto, decorazione, coltivazione del consenso, gentrificazione dell’immateriale, ecc.: l’aspetto importante è che in tutto ciò gradualmente scompare, recede l’umano.

Arte e cultura salvaguardano – sempre meno, sempre peggio – la sana quota di ribellione, di opposizione, di non-mi-sta-bene. Di non accettazione delle condizioni, del recinto normativo, delle regole date e consegnate come se fossero eterne e immutabili. Non si può pacificare tutto, comporre tutto (al contrario di quello che afferma ostinatamente e pervicacemente la grande illusione corrente): il conflitto culturale è la vita.

La simulazione di vita è la morte (al massimo, se proprio vogliamo e ci teniamo, una non-morte).
L’opposizione radicale e l’elaborazione di altri modelli di esistenza è il compito della cultura. Non c’è contraddizione con la riflessione di Bloom, perché è “il proprio confronto con la propria mortalità” a contribuire a questa elaborazione, a incarnare un intero modello di esistenza. Questo confronto è infatti totalmente incoerente con gli schemi mentali, operativi, interpretativi che regolano la società attuale, persino con il sistema di valori complessivo che regola scelte e comportamenti: è del tutto incompatibile e incommensurabile con essi (abbastanza alieno, se ci pensiamo, in base agli stupidissimi standard in voga).

Dunque, la dimensione di un “adeguato uso della propria solitudine” – l’aumento della propria crescente interiorità – nella sua completa e assoluta inattualità possiede una enorme carica di nuovo e di inedito. È uno dei fattori cioè in grado di modellare il tempo che viene, il XXI secolo; di alterare in profondità l’esistenza di ciascuno di noi, dilatandola e approfondendola in misura incredibile, parlando non di ciò che l’arte e la cultura dovrebbero fare su un livello totalmente ipotetico, e sganciato dalla realtà, vacuo perché prodotto dalla medesima dissociazione che presume di curare, ma di come esse funzionano effettivamente in ogni tempo e in ogni luogo.

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L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-promettimi-di-non-morire-maria-pace-ottieri/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-promettimi-di-non-morire-maria-pace-ottieri/#respond Tue, 10 Sep 2013 15:24:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14792 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

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GianColombo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

In Italia nel secolo scorso con una borsa di studio Fullbright, Gaiser frequentò Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini, lavorò insieme a Pietro Germi, soprattutto diventò amica di Silvana Mauri, con cui iniziò una relazione epistolare destinata a durare fino alla morte di Mauri. Delle due donne scrive oggi Maria Pace Ottieri, figlia di Silvana Mauri e Ottiero Ottieri, in un libro struggente e appassionato costruito partendo dalle ritrovate lettere di Carol a Silvana (Promettimi di non morire, nottetempo, 14 euro).

Gaiser oggi vive nel Queens, a New York, insieme al compagno Roger, in una casa affollata di pile di libri e ninnoli. In alto a una pila una vecchia edizione del Grande Gatsby dell’amato Fitzgerald citato in una lettera a Silvana: “Ho vissuto il più bello sogno fitzgeraldiano, con persone simpaticissime in un ambiente sofisticato come Tender is the Night, il mio libro più preferito su tutti”. Così era ai suoi occhi quell’Italia dove non è più tornata (“In Italia ci vado nei sogni”, dice oggi senza troppi rimpianti), abitata da poeti, registi e romanzieri, accattivante e troppo bella per lasciare indifferente una giovane e brillante americana. Da allora non ha mai smesso di scrivere poesie. “Le scrivo a mano”, dice, “poi le mando a un’amica che le ricopia al computer. Non ho computer né internet. E nemmeno li voglio”.

Le sue poesie sono bellissime (alcune sono tradotte in italiano e pubblicate in appendice al libro) ed è evidente che la sua resistenza alla contemporaneità sia dettata più da indole che da ostinazione. “La vita di una poetessa americana è frustrante, quasi altrettanto incolore di quella di un musicista jazz. L’America ha il culto della celebrità e del denaro e la poesia ha poco sia dell’uno che dell’altro”, scrisse Gaiser a un punto di mezzo della sua vita. E in una poesia intitolata In Italia: “Sono troppo alta per questo paese”.

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