La differenza tra un normale e un anormale, vale a dire tra un sano e un malato, si legge a un certo punto in Cery di Ottiero Ottieri, è che il secondo anela la cura. (“Della propria anormalità, il vero anormale non si vanta, veramente, mai, perché la sua sofferenza è troppa, ha bisogno della cura. È il bisogno di cura che divide gli anormali dai normali. È il vantarsi della sofferenza che è indice di sofferenza normalissima o dilettantesca.”) Anche il protagonista del romanzo sente questa esigenza, che sa farsi rapidamente urgenza. (“Avevo fretta di guarire, fretta di vivere.”) Anelare la cura però non è mai sufficiente: bisogna crederci, occorre confidare fino in fondo nella guarigione; e tra i sofferenti che sono anche abbastanza abbienti da diventare habitué di cliniche private come quella di Cery, in Svizzera, sono in pochi a credere nella cura; e i dottori non sembrano più convinti dei pazienti. Per il protagonista, entrato a Cery per problemi di alcolismo, bere è ad esempio l’antidoto a un malessere più profondo. (“Non sono matto perché sono alcolizzato. Curo la follia con l’alcol.”) Un’altra ospite della clinica è lì per superare una delusione amorosa, ma esiste realmente una terapia per un male del genere? (“I dispiaceri d’amore sono i più complessi perché basterebbe un attimo: il partner entra e dice: ti amo. È che non entra.”)
Così, anormalità di diversa origine e differente gravità si trovano una accanto all’altra, costrette a condividere gli stessi spazi e incapaci di comunicare. (“Nessuno dà fastidio, se non a se stesso, il proprio male non straripa. Ciascuno soffre in silenzio o con poche parole.”) La misura della distanza tra queste solitudini, vicine solo in apparenza, accomunate solo dalla casualità di un ricovero contemporaneo, è data dalla corrispondenza a senso unico avviata dal protagonista con altre pazienti. (“Continuai a scrivere lettere a persone che mi stavano a dieci, venti metri di distanza.”) Si tratta di lettere, che non si sogna neanche di consegnare, in cui confessa la propria infatuazione per qualsiasi bella donna conosciuta a Cery. Sono senz’altro le parole di un donnaiolo, ma soprattutto di un ossessionato – di un individuo che ha trasformato in un’ossessione non solo le femmine, ma la bellezza. (“In venti anni, o trenta, attraverso mille cocktail, cene, dopocena, esibizioni e appostamenti pazientissimi in località famose di mare e montagna, con fatica, sopportazione infinita, attese snervanti per rimanere ultimo, chiudere ogni ruscelletto d’occasioni nella notte, ho cercato di accostare la bellezza, di conquistare ogni notte una bella, una bellissima, una sventola.”) E non solo la bellezza, ma l’amore. (“La differenza tra essere amato ed essere voluto bene è alla base della mia vita, della mia autostima, della mia essenza. La considero una differenza enorme. L’essere voluto bene è umiliante, l’essere amato è esaltante. Molto sono stato voluto bene; amato, meno.”) E non solo l’amore, ma l’opportunità, e questa è una constatazione che in qualche modo porta a chiudere il cerchio intorno al suo caso. (“Il nocciolo della mia malattia era quello di non perdere alcuna occasione.”)
Il tragicomico resoconto di queste giornate a Cery potrà piacere, come suggerisce la casa editrice Utopia, a chi ha amato La montagna incantata di Mann, La cognizione del dolore di Gadda, o Il male oscuro di Berto, un terzetto di titoli che sembra adeguato a inquadrare gli argomenti del romanzo; quanto alla collocazione da dargli all’interno dell’opera di Ottieri, si possono seguire linee di pensiero diverse. Cery è il suo ultimo romanzo, e accade di rado che la migliore introduzione a un autore, insomma il libro da leggere per primo, sia quello scritto per ultimo; vale tanto per Calvino o Vittorini – due che hanno esercitato una certa influenza sulla sua fortuna letteraria – quanto per lui. D’altra parte “ogni vero scrittore scrive sempre lo stesso libro”, recita una frase che sembra ormai aver compiuto per intero il battutissimo percorso lungo il quale ogni massima arguta si consuma fino a trasformarsi in una banalità micidiale; ma per Ottieri è una grande verità. Ci sono alcuni temi che attraversano tutte le sue opere, a volte facendo veloci apparizioni fantasmatiche, a volte riproponendosi quasi con le stesse parole, a volerci fare attenzione. Ad esempio il protagonista di Donnarumma all’assalto, che come Ottieri lavora nell’ufficio del personale di uno stabilimento meridionale di una grande azienda settentrionale, si interroga sui limiti del suo ruolo, sulla possibilità di una corretta valutazione dei candidati: “Se mi metto nella loro testa, posso inventare un monologo interiore sbagliato”. Mentre il protagonista di Cery, che come Ottieri è uno scrittore scarsamente versato a concedere qualcosa al lettore, dichiara di non sapersi sganciare dall’autobiografia: “Il monologo interiore di un altro è sempre un mistero”.
Da questa prospettiva un punto d’ingresso alla sua opera vale l’altro, compreso Cery; il quale, del resto, non meno di altri romanzi costituisce un ottimo esempio di quello stile che lo colloca tra i più grandi autori del secolo scorso. Ottieri infatti, ancor prima di essere un cultore della bella scrittura, lo è della frase perfetta, che è sempre corta; perché le frasi lunghe, che occupano pagine intere, rappresentano sempre esercizi di bravura ma mai possono essere perfette. Non se ne può cioè ricavare l’impressione che, spostando o sostituendo una parola, si giungerebbe a un risultato peggiore. In Cery, di frasi simili Ottieri ne infila regolarmente una ogni tre o quattro pagine, anche e soprattutto laddove non serve a sostenere alcun pensiero o significato profondo; ma più che un vezzo, appare un’abitudine. Perciò, chi di fronte a quegli articoli di critica letteraria accompagnati da una valutazione in pallini di diverse qualità dell’opera va subito a vedere quanti ne sono stati assegnati per lo “stile”, sappia che con Ottieri ci sarebbe sempre da riempirli tutti, e pure da aggiungerne altri. Un plauso va dunque alla casa editrice Utopia per l’opera di ripubblicazione – di cui Cery è il terzo ma non ultimo tassello, dopo Contessa e Donnarumma all’assalto – e per l’invito alla riscoperta di questo autore atipico e incatalogabile. (“Scrittore senza fantasia, che ha sempre voluto scrivere senza fare lo scrittore, che non piaccio agli italianisti e sono un bad-sellerista, scrittore più che altro pratico e «infelice».”)
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
