Pierre Jourde Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierre-jourde/ un blog di approfondimento culturale Mon, 01 Dec 2025 09:28:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pierre Jourde Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierre-jourde/ 32 32 Il paesaggio come una violenza in via di dissolvimento. Della montagna perduta di Pierre Jourde https://minimaetmoralia.it/libri/il-paesaggio-come-una-violenza-in-via-di-dissolvimento-della-montagna-perduta-di-pierre-jourde/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-paesaggio-come-una-violenza-in-via-di-dissolvimento-della-montagna-perduta-di-pierre-jourde/#respond Mon, 01 Dec 2025 09:28:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56516 Sia subito chiaro che l’Alvernia produce latte, pneumatici, salami, bitter da aperitivi, vecchiette immortali in blusa viola, viadotti, osti e politici di destra. È possibile mangiare il Cantal, che quando è invecchiato il giusto ha il sapore della liquirizia, e il Saint-Nectaire, che ha ormai soltanto il gusto del ricordo. Con Dalla montagna perduta (trad. […]

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Sia subito chiaro che l’Alvernia produce latte, pneumatici, salami, bitter da aperitivi, vecchiette immortali in blusa viola, viadotti, osti e politici di destra. È possibile mangiare il Cantal, che quando è invecchiato il giusto ha il sapore della liquirizia, e il Saint-Nectaire, che ha ormai soltanto il gusto del ricordo.

Con Dalla montagna perduta (trad. Silvia Turato, Prehistorica editore), Pierre Jourde compone un dolente e luminoso elogio dell’assenza che costituisce ‘il fondo delle cose’, un racconto intimo che esorta chi legge a scrutare il proprio disordine interiore e a identificare paure remote.

Lo studio della relazione tra i luoghi e il tempo rappresenta la dorsale dell’intera produzione letteraria di Jourde. Ancora una volta l’Alvernia si rivela l’approdo inevitabile per l’autore, la meta agognata di un itinerario letterario e filosofico iniziato con Paese perduto, tributo allo splendore brutale di luoghi aspri, con villaggi come ‘microscopiche conchiglie sulla pelle di un mostro degli abissi’. Quella porzione di territorio dove il paesaggio è ‘una violenza in via di dissolvimento’ ha portato lo scrittore a edificare negli anni una dimensione ideale attraverso cui rivendicare il diritto alla solitudine: tornarci sin dall’adolescenza ha significato decidere di addentrarsi in boschi fisici e interiori per ‘svuotarsi di sé’.

Scrittore eclettico, pubblicato in Francia da Gallimard, autore di saggi filosofici, romanzi, racconti, Jourde è stato insignito nel corso degli ultimi decenni dei maggiori riconoscimenti letterari (tra cui il Grand Prix De L’Académie Française) che non ne hanno intaccato la vena caustica e sferzante, rivolta anche alle stesse istituzioni che lo celebrano. La sua voce letteraria beffarda e tragica lo ha reso nel tempo un esponente di spicco della letteratura contemporanea per la cifra anticonvenzionale – fondamentali le influenze avute da Diderot, Rabelais, Sterne, Jerome K. Jerome – e per la peculiare malia immaginifica che assegna al reale i connotati di una rivelazione estatica o terrorizzata della sua imminenza.

In bilico tra farsa e tragedia, la prosa di Jourde scompone e ricompone di continuo il noto, con raffinati giochi al contrasto, un’ironia sottile su ritratti beffardi, e una sapiente costruzione di una rete sociale solo all’apparenza triviale e ordinaria ma che sottende meccanismi complessi legati al rapporto con la fede, all’idea di proprietà in relazione all’identità, al timore del cambiamento.

Dalla montagna perduta è al contempo un memoir atipico, una narrazione lirico-topografica, un campionario tragicomico di tipi umani caratteristici dell’Alvernia. Se nei primi capitoli si ha l’impressione di leggere una dissertazione comica sulla conformazione fisica e sulle caratteristiche della comunità, inoltrandosi nell’intrico composto sulla pagina si comprende il ruolo di quella parte iniziale nell’illuminare lo studio sulla paura in relazione a un impossibile ritorno ai luoghi e al tempo dell’infanzia.

L’asserzione “L’Alvernia rimane un esilio e uno smarrimento” misura il peso di un richiamo irresistibile e al contempo una ragione di dolore perpetuo: l’uscita del romanzo Paese perduto gli costò un tentato linciaggio, raccontato nella Prima pietra per compiere una riflessione sulla potenza della letteratura. Lo studio della memoria con una sovrapposizione fantastica esplora il significato della perdita e caratterizzava già opere come L’ora e l’ombra. È un motivo di ricerca inesausta approdato, conIl viaggio del divano letto alla definizione di una personale geografia sentimentale: le divagazioni, i microracconti, gli aneddoti, i ricordi, i drammi famigliari, le vicende imbarazzanti, i primi afflati amorosi e i saluti definitivi, sollevano interrogativi sul senso dell’esistenza a partire proprio dall’impossibilità di fornire un racconto coerente della propria.

 Ogni libro di Pierre Jourde è un tentativo di rendere possibile l’irrealizzabilità del ritorno in quello che definisce una specie di non-luogo, la cui assenza d’identità si rivela la sua prima caratteristica.

Questa intensità del reale, quest’autenticità bruta che offre il paese coesiste stranamente con tutto ciò che la contraddice: l’evanescenza del ricordo, l’indifferenza profonda del nero. L’Alvernia esiste nell’inesistenza, in qualche modo.

Tra gli aspetti più affascinanti in Dalla montagna perduta la proiezione continua di immagini legate al quotidiano rurale, lo studio dei comportamenti sociali, il ruolo della dimensione selvatica che circonda un paese che ‘emerge solo brevemente dal suo interminabile inverno’.

Il villaggio costituisce il paradosso sin dalla sua configurazione: è ‘un oggetto più ampio all’interno che all’esterno’, un luogo familiare e ostile, capace di produrre un sentimento di appartenenza nel riconoscimento con la terra, e un senso di espropriazione. La ragione è da rintracciarsi nella capacità, insita in quell’asprezza, di insegnare come la bellezza possa accadere e che non sia da considerare come un dono. Il paradosso da percepire in tutto questo, secondo Jourde, risiede nell’inganno: “è quando pensiamo di essere lì, nella terra, che non ci siamo”.

L’intera produzione letteraria di Jourde maneggia l’infanzia come uno spazio e un tempo irraggiungibili nutrendosi delle paure che, come un armadio da cui escono pagliacci nella notte, diventano elementi strutturali di personali schemi mentali. Riesuma il bambino che era rendendolo assoluto per riflettere sulla nostalgia dell’incompiuto, sul vuoto che costituisce la natura umana, sulla paura del desiderio che spinge l’essere verso ciò che lo divora.

Da assilli interiori perpetui rifuggiti nella vana ricerca di diversioni per esaurirne il senso, Jourde analizza la tendenza dell’individuo a desiderare ciò che può annientarlo, e ad avere bisogno che il più intimo dei luoghi sia ‘la dimora del mostro’.

Nella visione del mondo come ‘infimo tremolio tra scomparsa e imminenza’, Jourde consegna con Dalla montagna perduta un trattato poetico sull’esilio interiore, sulla necessità di rivendicare la propria estraneità al presente, sull’abbaglio del reale, per celebrare nell’infanzia la nostalgia insensata che permette al mondo di rintracciare una voce e una tonalità.

Quando sarò morto sarò interamente nella mia assenza. La mia morte sarà come un’infanzia.

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Ritorno al paese perduto. “Il viaggio del divano letto” di Pierre Jourde https://minimaetmoralia.it/libri/ritorno-al-paese-perduto-il-viaggio-del-divano-letto-di-pierre-jourde/ https://minimaetmoralia.it/libri/ritorno-al-paese-perduto-il-viaggio-del-divano-letto-di-pierre-jourde/#respond Fri, 31 May 2024 10:34:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53798 “Credo di aver scoperto il nulla a otto anni, in quella latrina azzurro cielo. L’abbandono, il vuoto e l’inutilità di tutto puzzano di gelsomino”. Il ricordo dell’insofferenza, della mestizia, dell’inutilità del “tempo evaporato dell’infanzia” cadenza le tappe del viaggio anomalo compiuto da Pierre Jourde da Créteil a Lussaud in un fine settimana pasquale a bordo […]

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“Credo di aver scoperto il nulla a otto anni, in quella latrina azzurro cielo. L’abbandono, il vuoto e l’inutilità di tutto puzzano di gelsomino”. Il ricordo dell’insofferenza, della mestizia, dell’inutilità del “tempo evaporato dell’infanzia” cadenza le tappe del viaggio anomalo compiuto da Pierre Jourde da Créteil a Lussaud in un fine settimana pasquale a bordo di un Jumper bianco in compagnia di suo fratello e sua nuora, per trasportare nella casa di famiglia dell’Alvernia un divano letto e la coppia di poltrone abbinate. L’insensatezza del viaggio per non buttare un divano vecchio, scomodo e ingombrante si rivela la condizione ideale per generare una narrazione picaresca sulla scorta di grandi esempi letterari classici, retta da dialoghi e sconfinamenti nel ricordo, da divagazioni sull’innamoramento, sull’esplorazione fisica, sull’imperscrutabilità del destino, sull’abbaglio generato da ogni vana certezza.

I mobili lasciati dalla nonna appena deceduta, l’“artista della malevolenza”, rappresentano l’apoteosi della maledizione degli oggetti che domina la famiglia dello scrittore che, nell’evocare la sala da pranzo art déco, il gabinetto azzurro, il busto in stile impero coloniale di una donna nera a seno nudo, il pastore tedesco con la testa dondolante sul copri-termosifone, si muove tra autobiografismo e finzione nel celebrare traumi, vicende familiari tragicomiche e euforie dell’età adulta.

Insignito del Grand Prix De L’Académie Française, Jourde è ritenuto tra le voci più irriverenti del panorama letterario francese contemporaneo. Edito in Francia da Gallimard, grazie a Prehistorica è noto in Italia per Paese perduto (trad. Claudio Galderisi, 2019), Il Tibet in tre semplici passi (trad. Silvia Turato, 2020), L’ora e l’ombra (trad. Gabriella Bosco, 2021), e La prima pietra (trad. Silvia Turato, 2023).

Con Il viaggio del divano letto (trad. Silvia Turato) Jourde torna nella comunità rurale che a seguito dell’uscita di Paese perduto si rivoltò contro di lui con un tentato linciaggio finito a processo. Le vicende sono narrate ne La prima pietra per compiere una riflessione sulla potenza della letteratura sulla base di un’opera concepita come una sorta di elegia per un’adolescente morta, un tributo alla bellezza brutale della comunità dell’infanzia dell’autore, persa tra villaggi descritti come microscopiche conchiglie sulla pelle di un mostro degli abissi. Quel ritorno ha il sapore dell’“attesa nuda del miracolo”, alla continua ricerca di un fervore rinnovato, “brillante e tagliente come una lama, che affilava il vetro e le acque chiare”.

Il rapporto tra i luoghi e la storia personale che domina l’intera produzione narrativa, saggistica e poetica dell’autore, trova una nuova evoluzione nell’esasperazione del comico. Intrigato dal rapporto tra gli ambienti della prima età e la memoria, già ne L’ora e l’ombra Jourde aveva iniziato a definire, nel costante rimando a un passato enigmatico, il proprio inconfondibile uso del fantastico per esplorare il significato della perdita. Con Il viaggio del divano letto compone uno studio sulla personale geografia sentimentale, necessaria per provare a dominare il groviglio di ricordi e suggestioni del suo flusso di coscienza.

Briare! Perché a ogni viaggio che ho fatto decine di volte per questa stessa strada ho sempre sentito quest’intima contentezza arrivando a Briare? Perché bisognava ogni volta urlare “Briare!”, come i soldati greci di Senofonte “thalassa” rivedendo il mare? Non si capisce bene cosa ci sia d’interessante nell’arrivare a Briare, tanto più che non abbiamo mai visto Briare e che, appena il nome veniva ogni volta annunciato, “Briare”, ecco già che Briare era alle nostre spalle. Briare si riduceva più o meno al suo nome.

Le vicende tragicomiche che si susseguono in un’avventura dai toni epici rivelano la necessità dell’autore di identificare nel viaggio il mezzo per aprire, nella finzione narrativa, una dolente indagine su di sé. La ricerca stilistica inesausta e lo studio dell’architettura formale isolano tappe intermedie per eleggere nuove consapevolezze e concedersi passaggi giocosi. Gli ingrandimenti sull’innocenza e la propensione alla meraviglia si alternano alla disillusione e alla percezione di generale incomprensione. Lo scrittore è consapevole della frattura insanabile tra l’individuo e la realtà di cui è parte e, sulla base di tale certezza, struttura visioni sulla complessità dell’esistenza con uno sguardo lucido e dissacrante, capace di un’ironia fatalista sulla vita e la morte.

Jourde affronta con una levità dai toni cupi il significato dell’appartenenza, il complesso legame materno, le nevrosi familiari. Rintraccia nel frammento la forma ideale per raffigurare l’inganno della memoria e indagare la perdita, la crisi del rapporto genitori/figli, la scoperta del desiderio, il candore dello sguardo, le crudeltà e le efferatezze domestiche. Isola eventi minimi per osservare con il distacco garantito dal tempo il modo in cui problemi intimi o disagi relazionali abbiano contribuito a generare una distanza dal corpo e dal resto del mondo, con il solo flebile legame definito da suoni sconosciuti da decifrare.

Il gusto per il paradosso, la sottile malinconia, il peculiare uso dell’ironia, il grottesco celato dietro le immagini di un quotidiano remoto e feroce, definiscono il crescendo che anticipa, per contrappunti, i picchi d’intensità della narrazione e dell’itinerario.

Centrale la sovrapposizione del viaggio con il tema del ritorno attraverso la figura materna, resa nello struggente e, a tratti, esilarante ritratto di una donna generosa, molto amata, che per anni subì il peso di una madre rapace che arrivò, in punto di morte, a vietarle di farsi seppellire in futuro con lei nella tomba di famiglia.

Il connubio indissolubile di amore e malinconia caratterizza gli improvvisi slanci lirici del caotico e inestricabile flusso di memorie e invenzioni di un’opera inclassificabile, al contempo cronaca di viaggio, diario intimo, romanzo, saga familiare, commedia, trattato filosofico.

Sono le continue apparenti divagazioni a connaturare la narrazione, dalle nuove consapevolezze sul genere sessuale alle pagine dedicate all’inconoscibilità del mondo a seguito della morte del padre sino ai tentativi di esorcizzare le catastrofi dell’infanzia. La voce demistificante di Jourde risuona anche nel dichiarare l’insofferenza alle incoerenze del mondo editoriale contemporaneo, aspetto già affrontato nel pamplhet La littérature sans estomac dove denuncia le ipocrisie dei premi letterari, gli spettacoli grotteschi delle fiere, l’egocentrismo degli scrittori, la complicità della critica nel generare fenomeni letterari inconsistenti.

Nel Viaggio del divano letto si interroga sul ruolo dell’intellettuale, ironizza sulle contraddizioni degli autori che si propongono come artisti maledetti ma che percepiscono sovvenzioni per presenziare ai salotti letterari e confondono le critiche con odio dell’arte e ritorno al fascismo. Una situazione “ad alto potenziale comico, un tratto caratteristico della nostra epoca, e un riciclaggio di vecchie rodomontate romantiche. Si può capirne la contraddizione: lo scrittore vorrebbe essere assoluto. È nella sua natura. Cioè vuole al contempo sfuggire alla dipendenza e ricevere tutti i traguardi, tutti gli onori. Ma chi vuole fare l’angelo finisce per fare la bestia, diceva sempre quell’altro. È questo il punto degli imbrogli e delle umiliazioni, dei fallimenti e delle difficoltà”.

Jourde si sofferma su aneddoti emblematici, uno su tutti il bicchiere d’acqua gettato con stizza dalla scrittrice Christine Angot per il rancore provato verso di lui a seguito delle critiche ai suoi romanzi, episodio trasformato nel racconto popolare in una tazza di caffè gettata in faccia.

Niente da fare. Per la realtà è finita. Lei si difende. Respinge imbrogli, trappole, mine che impediscono di raggiungerla, anche se ci rendiamo conto che è nei suoi oggetti che potremmo afferrarla.

Le riflessioni sulle storture del mondo editoriale si risolvono in senso più ampio in constatazioni sulla miseria dell’essere umano. Occorrerebbe, secondo l’autore, riappropriarsi del lato comico inteso come “supplemento di coscienza” per riappacificarsi con ossessioni e pretese e imparare a scorgere il vero.

L’epilogo ridicolo del romanzo si accorda con la visione che sovrasta ogni cosa nelle tappe tra i luoghi e nel vissuto dell’autore, consapevole della necessità dell’esasperazione farsesca del presente per rintracciare nel distacco una nuova coscienza di sé. In tale visione il rapporto con la scrittura è un’immersione nell’immaginario, il prolungamento di un modo di essere nel perenne contrasto interiore tra attrazione e repulsione.

Con Il viaggio del divano letto Jourde consegna una profonda riflessione sulla capacità salvifica della letteratura di generare isolamento che può rivelarsi una possibilità preziosa di stravolgere il reale e immaginare un codice, un linguaggio e una visione inesplorati per chi, come l’autore, passa “tutta la vita nel culto di quest’assoluto, come un mistico che talora si dispera, vaga nella notte dell’anima, e talora comunica col divino”.

 

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Sull’oblio del Paese perduto: ”La prima pietra”, il trattato atipico di Pierre Jourde https://minimaetmoralia.it/libri/sulloblio-del-paaese-perduto-la-prima-pietra-il-trattato-atipico-di-pierre-jourde/ https://minimaetmoralia.it/libri/sulloblio-del-paaese-perduto-la-prima-pietra-il-trattato-atipico-di-pierre-jourde/#respond Fri, 21 Jul 2023 08:37:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52593 “È un paese perduto”, dicono, non v’è espressione più giusta. Non ci si arriva che smarrendosi. Nulla da fare qui, nulla da vedere. Perduto forse fin dall’inizio, talmente perduto prima di essere stato che questa perdita non è altro che la forma della sua esistenza. E io, stupidamente, fin dal principio, cerco di conservarlo”. Quando […]

L'articolo Sull’oblio del Paese perduto: ”La prima pietra”, il trattato atipico di Pierre Jourde proviene da Minima et Moralia.

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“È un paese perduto”, dicono, non v’è espressione più giusta. Non ci si arriva che smarrendosi. Nulla da fare qui, nulla da vedere. Perduto forse fin dall’inizio, talmente perduto prima di essere stato che questa perdita non è altro che la forma della sua esistenza. E io, stupidamente, fin dal principio, cerco di conservarlo”.

Quando Pierre Jourde compose Paese perduto come elegia per un’adolescente morta, immaginò di tributare la comunità della remota regione dell’Alvernia della sua infanzia, persa tra villaggi descritti come microscopiche conchiglie sulla pelle di un mostro degli abissi. Voce tra le più autorevoli del panorama letterario francese contemporaneo, Jourde è stato insignito negli anni di numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Grand Prix De L’Académie Française. La sua produzione letteraria risente di un legame con i luoghi dell’infanzia che ispireranno opere vicine al racconto di viaggio e al romanzo di formazione quali Il Tibet in tre semplici passi (trad. Silvia Turato, Prehistorica, 2019), e altre come L’Ora e l’ombra (Gabriella Bosco, Prehistorica, 2021) dove l’autore indaga il rapporto tra gli ambienti della prima età e la memoria, nel costante rimando a un passato enigmatico, con un inconfondibile uso del fantastico per esplorare il significato della perdita.

Lontano dalla retorica del pittoresco, Paese perduto è un “ritratto epico, una tavola eroica del posto” mossa dalla rievocazione di un’euforia infantile che risente del coinvolgimento emotivo generato da luoghi frequentati anche in età adulta per le vacanze con la famiglia. L’impronta della tragedia antica è riconoscibile nel periodo temporale ridotto, nella scelta di uno scenario ostile dominato da Alcol, Inverno, Merda e Solitudine, dèi grotteschi, inquietanti, che assistono alle manifestazioni di coraggio e di forza dei loro sudditi rese nel racconto di un quotidiano dominato dagli elementi per illuminarne la bellezza brutale, “la bellezza senza leziosità, la bellezza difficile, che ti respinge o ti aggredisce”.

L’uscita dell’opera provocò una profonda indignazione negli abitanti del villaggio. A nulla valsero le lettere che l’autore inviò a ognuno di loro: nel tornare in vacanza con la sua famiglia subì un’aggressione e un tentato linciaggio descritti ne La Prima pietra, dieci anni dopo l’uscita di Paese perduto. Il fraintendimento fondamentale risiede nelle intenzioni, nel vedere come denigratoria la magnificazione delle bovine, del letame all’ingresso del paese, dello sgravio delle mucche, del trasporto del fieno, del cimitero sulla collina in mezzo al vento, degli olezzi del lavoro nei campi, della bruttezza e delle miserie, della mortificazione, del “sentimento d’abbandono”.

Lo scandalo e il disonore percepiti dai contadini nella scoperta che le vicende interne alle loro famiglie e quelle dei loro morti erano finite in un libro fomentano una rabbia incontrollabile, resa in una violenza capace di “ridistribuire la dimenticanza e il ricordo”. Ripercorrere gli eventi permette all’autore di indagare la forza dirompente della letteratura nell’annullare ogni certezza, nel tradurre l’ignominia opponendo a qualsiasi grossolana finzione la complessità del reale.

Il piccolo borgo diventa per Jourde lo spazio della rievocazione di esperienze che scompaginarono la sua visione sensibile da bambino, capaci di generare suggestioni intatte nell’età matura, nella ricerca di un’evasione dalla frenesia cittadina. Al contempo, da letterato, quel luogo diventa lo scenario d’elezione dell’immaginario, l’incarnazione del mito dell’infanzia.

Sottotraccia prende forma il tributo a un padre la cui storia è motivo di pettegolezzo nel villaggio per il sospetto dell’origine adulterina dell’autore, usata dai paesani come prima forma di accusa nel dileggiarlo al suo arrivo. Una vicenda su cui lo scrittore non intende tacere per riparare un debito che sente necessario nei confronti di un padre mite e dimesso, vissuto all’ombra di sé stesso.

Nell’opera il paese è analizzato come un organismo in grado di generare finzione e perpetuarla scagliandosi contro un libro che aveva fatto cadere ogni impalcatura. In tal senso l’analisi della vergogna è emblematica nel descrivere lo scarto tra l’estraneo e il noto nel calarsi nella visione di chi percepisce un’invasione nella presenza dell’ospite in casa propria. L’autore lambisce la distanza irrisolvibile tra la personale nostalgica suggestione infantile e l’impressione di intrusione in uno spazio “sovraccarico di limiti invisibili”.

L’incedere narrativo è un preambolo al tragico e, al contempo, una riflessione sugli esiti del trauma. Lo spazio temporale distorto e rallentato amplifica lo sgomento provato per la trasfigurazione grottesca di volti amati generata da un odio incontrollato nel terrore del ridicolo. In un continuo muoversi tra passato e presente, lo shock della violenza si rivela nella ripetizione, nella presa d’atto, anche in sede giudiziale, del paradosso del carnefice mascherato da vittima che reitera in aula la commedia della vita di campagna, in una situazione “mitologica e condiscendente” che provoca un senso di irrealtà e di impotenza in chi la subisce.

Le anse liriche sui reperti di tempo irraggiungibile, come le immagini del veglione in casa per tutto il paese nell’anno della tempesta, delle sbornie condivise, dell’aiuto nel trasporto del fieno, dell’accoglienza dei bambini, della benedizione delle tombe a Ognissanti, definiscono il paradosso nella lancinante presa di coscienza della ferocia dell’etichetta dello straniero e del nemico.

L’architettura dell’opera produce istantanee su rappresentazioni alternative del mondo attraverso la resa concreta della realtà rurale del villaggio e, al contempo, nella raffigurazione dell’irruzione della violenza nell’incanto puerile. Jourde indaga la percezione del vero nel disorientamento e nello straniamento, esplora una “violenza in via di cancellazione”, il rapporto con un paesaggio che a tratti assume le sembianze di una configurazione interiore: il paese come esilio e smarrimento.

Un libro non è fatto per ammettere le cose così come noi le sistemiamo nell’ordine necessario della vita. Torna sul passato, e anche sui morti, quindi, perché non può accettare il pensiero che ciò che è stato venga restituito al niente. Per il libro il passato vive al pari del presente.

L’autore torna a un tema d’indagine già esplorato in precedenza, il rapporto tra verità e finzione, attraverso lo studio degli esiti dell’elezione di una maschera per perpetuare e rendere credibili versioni alternative del reale. L’analisi è imprescindibile dal contesto e dallo studio del rapporto con lo spazio nel modo in cui l’ambiente è in grado di forgiare l’indole dell’individuo e raccontarne il rapporto con una natura indifferente. Nell’ispezionare il vuoto, Jourde delinea l’inscindibilità del sentimento del luogo con quello della perdita.

Il libro non voleva essere realista, perché la realtà non è realista. O meglio perché il realismo non è capace di restituire tutta la carica di un immaginario che riempie il reale.

In questo atipico trattato sulla forza impetuosa della letteratura, Jourde si interroga sull’ambiguità della narrazione personale nel rapporto con il proprio io, che favorisce la costruzione di innumerevoli versioni di sé che si allontanano da un’onesta rappresentazione e producono sgomento, inquietudine e rifiuto del ritratto fornito dagli altri, ragione che lo spinge a improntare l’opera sulla seconda persona singolare, rivolgendosi a sé stesso provando a osservarsi dall’esterno.

Ognuno, nel suo riserbo intimo, preserva con gelosia il tesoro di quell’«io» che non utilizza, così come, nelle campagne, non si usano le stoviglie più belle, che si conservano ben chiuse nella penombra dei mobili, per un giorno, per IL giorno, ma quel giorno non verrà mai. Tuttavia l’«io» segreto rimane la promessa di questa assunzione, senza la quale non ci sarebbe ragione di vivere.

L’improvvisa demolizione della dimensione metafisica intacca la malia dell’infanzia che nutrì le pagine di Paese perduto, scritte preservando una sorta di epifania nella narrazione dei segreti e dei piccoli scandali di paese. L’esito surreale ne La Prima pietra risiede nel sovrapporre al racconto del reale l’esperienza privata dell’intellettuale che riversa nel congegno narrativo le allegorie dell’estasi sensoriale e dello smarrimento, il rapimento infantile per le suggestioni di un luogo fuori dal tempo e il terrore adulto della violenza, con una prosa in grado di conferire anche alle scene più drammatiche una sottile levità, che custodisce una remota clemenza.

A volte, nel tuo fantasticare, attraverserai la pietra, andrai a mischiarti ai corpi granulosi dei vecchi muri, ti mescolerai nella sostanza nodosa degli alberi, andrai in fondo alla stalla ad ascoltare il respiro dei vitelli, e crederai che sia di nuovo l’infanzia, l’infanzia che si gira e rigira nelle acque eterne. Entrerai in casa tua, cercherai i letti nei quali, molto tempo prima negli anni, già sognavi questo momento, cercherai nella notte la luce dei lunghi pomeriggi senza fine, scenderai per i vicoli scoscesi, verso la chiesa, verso gli abbeveratoi, sarai sempre lì, loro malgrado, a casa tua.

 

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Requiem per esistenze negate e taciute. Paese perduto di Pierre Jourde https://minimaetmoralia.it/libri/requiem-esistenze-negate-taciute-paese-perduto-pierre-jourde/ https://minimaetmoralia.it/libri/requiem-esistenze-negate-taciute-paese-perduto-pierre-jourde/#respond Mon, 10 Feb 2020 12:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42352 Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo.

Dopo una lunga fase di eclissi, l’interesse dei lettori italiani per la narrativa francese contemporanea si è, negli ultimi dieci anni, non solo ridestato, ma acceso di passione. Ciò è avvenuto, in prevalenza, grazie al lavoro di alcune piccole case editrici che hanno saputo scegliere e promuovere autori di già solida reputazione in Francia, ma prima pressoché ignoti al pubblico italiano.

Il caso più emblematico è quello di Annie Ernaux, scrittrice esigente, aliena alle mode editoriali, eppure diventata in Italia un successo di libreria grazie a L’orma editore.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo.

Dopo una lunga fase di eclissi, l’interesse dei lettori italiani per la narrativa francese contemporanea si è, negli ultimi dieci anni, non solo ridestato, ma acceso di passione. Ciò è avvenuto, in prevalenza, grazie al lavoro di alcune piccole case editrici che hanno saputo scegliere e promuovere autori di già solida reputazione in Francia, ma prima pressoché ignoti al pubblico italiano.

Il caso più emblematico è quello di Annie Ernaux, scrittrice esigente, aliena alle mode editoriali, eppure diventata in Italia un successo di libreria grazie a L’orma editore.

È questa stessa strada che, da pochi mesi, ha intrapreso la casa editrice Prehistorica, il cui debutto è avvenuto con la pubblicazione di due tra gli autori francesi più validi e originali di oggi: Éric Chevillard, di cui è uscito a fine estate Sul riccio, e Pierre Jourde, del quale è stato appena stampato Paese perduto (traduzione e prefazione a cura di Claudio Galderisi).

Pierre Jourde è una figura complessa, e controversa, della scena culturale francese: professore universitario e specialista illustre della letteratura fin de siècle (sua è la recente edizione delle opere di Joris-Karl Huysmans nella Pléiade), ma anche pamphlettista e critico militante spietato, la sua personalità oscilla tra i poli della raffinatezza e della violenza, dell’erudizione e dell’idiosincrasia.

Una duplicità di temperamento intellettuale che, quando Jourde veste i panni del narratore, diviene fonte di armoniosa ispirazione. Paese perduto, in particolare,è l’esempio di come una certa tensione dialettica – in questo caso, tra il sublime e il grottesco– possa sfociare in opere di ammirevole equilibrio narrativo e stilistico.

Al principio di questo libro scopertamente autobiografico, c’è il resoconto di un ritorno di Jourde al paese dove, per secoli, ha vissuto la sua famiglia paterna, un minuscolo borgo isolato in una zona montagnosa dell’Auvergne. Questo ritorno avviene sotto un triplice segno di morte. Innanzitutto, la morte di un cugino che gli ha lasciato in eredità una casa di cui, per evitare che lo faccia qualchedun altro, è necessario perlustrare ogni anfratto, alla ricerca dei risparmi nascosti.

Poi la morte del padre, risalente a qualche anno prima, ma che continua a ossessionare l’autore. Infine, la morte di un’adolescente, Lucie, figlia di amici, deceduta di leucemia il giorno stesso dell’arrivo di Jourde in paese. I preparativi e lo svolgimento del funerale di Lucie saranno per lui l’occasione di un sofferto vagabondaggio interiore, nel tentativo di capire cosa lo lega alla durezza di quei luoghi, e delle persone che ci vivono.

Il paese di Jourde è perduto nel senso dello spazio come del tempo: sperso su rilievi montani di ostico accesso, ha mantenuto abitudini di vita arcaiche, forgiate da un violento corpo a corpo con la natura. In questo mondo ancestrale, l’innesto della tecnica non è stato sinonimo di progresso.

Tra i personaggi che abitano Paese perduto, molti sono quelli che, a causa di una manovra maldestra utilizzando il trattore, la legatrice, una sega elettrica o una tranciatrice, si sono ritrovati privi di un arto o parzialmente scuoiati, quando non siano stati ridotti letteralmente a pezzi: «La terra e le macchine che lavorano per lei si mostrano ingegnose nel suppliziare quanto i potentati antichi e i giudici medievali».

Due divinità degradate presiedono ai destini di questa popolazione ai margini del mondo: l’alcol e la merda. Il primo è una divinità maschile, dispotica e distruttiva: «Coloro che gli hanno venduto l’anima, non sono più che alcol, il corpo provvisorio e traballante dell’alcol. Esso lavora al lento ritorno verso la confusione delle forme, verso le creature del caos, fabbrica dei surrogati di titani». La seconda, presente ovunque sotto forma di sterco animale, è una divinità femminile, avvolgente e feconda, ma coinvolta anch’essa nel processo d’indifferenziazione delle cose: «a guardare da vicino, non si sa più molto bene cosa è cosa, e se, ovunque, non riposino infinitesimali frammenti di merda, schegge del corpo disperso della grande dea».

Com’è facile immaginare, i destini dominati da queste due divinità sono spesso tragicomici. La maestria narrativa di Jourde è nel saper fondere, in un amalgama cristallino,pathos e ilarità, senza mai ricorrere agli espedienti della commiserazione o della caricatura.

Seppure sommersa dall’alcol e sprofondata nella merda, l’umanità di Paese perduto si staglia sui paesaggi rocciosi dell’Auvergne con un’evidenza di verità che soltanto la letteratura, nel suo spregio sovrano per le superficie delle cose, è capace di evocare.

Dopo che Lucie è stata sepolta, Jourde può risvegliare, grazie alla ripetizione del lutto, la memoria del padre defunto: un figlio illegittimo,a lungo rigettato dalla comunità d’origine,costretto a vivere nel segreto. Paese perduto si rivela essere un requiem non solo per la giovane uccisa dalla malattia, ma anche per chi fu amputato della parola dalla violenza della vita.

Quando, nelle ultime pagine, l’autore si trova a rovistare nella casa in rovina ereditata dal cugino, si rende conto che, insieme al bottino nascosto, sta cercando il tesoro delle esistenze negate e taciute, «chiuso sotto la pietra che per l’eternità lo dilapida». La scrittura ne è l’unico risarcimento possibile.

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