“Credo di aver scoperto il nulla a otto anni, in quella latrina azzurro cielo. L’abbandono, il vuoto e l’inutilità di tutto puzzano di gelsomino”. Il ricordo dell’insofferenza, della mestizia, dell’inutilità del “tempo evaporato dell’infanzia” cadenza le tappe del viaggio anomalo compiuto da Pierre Jourde da Créteil a Lussaud in un fine settimana pasquale a bordo di un Jumper bianco in compagnia di suo fratello e sua nuora, per trasportare nella casa di famiglia dell’Alvernia un divano letto e la coppia di poltrone abbinate. L’insensatezza del viaggio per non buttare un divano vecchio, scomodo e ingombrante si rivela la condizione ideale per generare una narrazione picaresca sulla scorta di grandi esempi letterari classici, retta da dialoghi e sconfinamenti nel ricordo, da divagazioni sull’innamoramento, sull’esplorazione fisica, sull’imperscrutabilità del destino, sull’abbaglio generato da ogni vana certezza.
I mobili lasciati dalla nonna appena deceduta, l’“artista della malevolenza”, rappresentano l’apoteosi della maledizione degli oggetti che domina la famiglia dello scrittore che, nell’evocare la sala da pranzo art déco, il gabinetto azzurro, il busto in stile impero coloniale di una donna nera a seno nudo, il pastore tedesco con la testa dondolante sul copri-termosifone, si muove tra autobiografismo e finzione nel celebrare traumi, vicende familiari tragicomiche e euforie dell’età adulta.
Insignito del Grand Prix De L’Académie Française, Jourde è ritenuto tra le voci più irriverenti del panorama letterario francese contemporaneo. Edito in Francia da Gallimard, grazie a Prehistorica è noto in Italia per Paese perduto (trad. Claudio Galderisi, 2019), Il Tibet in tre semplici passi (trad. Silvia Turato, 2020), L’ora e l’ombra (trad. Gabriella Bosco, 2021), e La prima pietra (trad. Silvia Turato, 2023).
Con Il viaggio del divano letto (trad. Silvia Turato) Jourde torna nella comunità rurale che a seguito dell’uscita di Paese perduto si rivoltò contro di lui con un tentato linciaggio finito a processo. Le vicende sono narrate ne La prima pietra per compiere una riflessione sulla potenza della letteratura sulla base di un’opera concepita come una sorta di elegia per un’adolescente morta, un tributo alla bellezza brutale della comunità dell’infanzia dell’autore, persa tra villaggi descritti come microscopiche conchiglie sulla pelle di un mostro degli abissi. Quel ritorno ha il sapore dell’“attesa nuda del miracolo”, alla continua ricerca di un fervore rinnovato, “brillante e tagliente come una lama, che affilava il vetro e le acque chiare”.
Il rapporto tra i luoghi e la storia personale che domina l’intera produzione narrativa, saggistica e poetica dell’autore, trova una nuova evoluzione nell’esasperazione del comico. Intrigato dal rapporto tra gli ambienti della prima età e la memoria, già ne L’ora e l’ombra Jourde aveva iniziato a definire, nel costante rimando a un passato enigmatico, il proprio inconfondibile uso del fantastico per esplorare il significato della perdita. Con Il viaggio del divano letto compone uno studio sulla personale geografia sentimentale, necessaria per provare a dominare il groviglio di ricordi e suggestioni del suo flusso di coscienza.
Briare! Perché a ogni viaggio che ho fatto decine di volte per questa stessa strada ho sempre sentito quest’intima contentezza arrivando a Briare? Perché bisognava ogni volta urlare “Briare!”, come i soldati greci di Senofonte “thalassa” rivedendo il mare? Non si capisce bene cosa ci sia d’interessante nell’arrivare a Briare, tanto più che non abbiamo mai visto Briare e che, appena il nome veniva ogni volta annunciato, “Briare”, ecco già che Briare era alle nostre spalle. Briare si riduceva più o meno al suo nome.
Le vicende tragicomiche che si susseguono in un’avventura dai toni epici rivelano la necessità dell’autore di identificare nel viaggio il mezzo per aprire, nella finzione narrativa, una dolente indagine su di sé. La ricerca stilistica inesausta e lo studio dell’architettura formale isolano tappe intermedie per eleggere nuove consapevolezze e concedersi passaggi giocosi. Gli ingrandimenti sull’innocenza e la propensione alla meraviglia si alternano alla disillusione e alla percezione di generale incomprensione. Lo scrittore è consapevole della frattura insanabile tra l’individuo e la realtà di cui è parte e, sulla base di tale certezza, struttura visioni sulla complessità dell’esistenza con uno sguardo lucido e dissacrante, capace di un’ironia fatalista sulla vita e la morte.
Jourde affronta con una levità dai toni cupi il significato dell’appartenenza, il complesso legame materno, le nevrosi familiari. Rintraccia nel frammento la forma ideale per raffigurare l’inganno della memoria e indagare la perdita, la crisi del rapporto genitori/figli, la scoperta del desiderio, il candore dello sguardo, le crudeltà e le efferatezze domestiche. Isola eventi minimi per osservare con il distacco garantito dal tempo il modo in cui problemi intimi o disagi relazionali abbiano contribuito a generare una distanza dal corpo e dal resto del mondo, con il solo flebile legame definito da suoni sconosciuti da decifrare.
Il gusto per il paradosso, la sottile malinconia, il peculiare uso dell’ironia, il grottesco celato dietro le immagini di un quotidiano remoto e feroce, definiscono il crescendo che anticipa, per contrappunti, i picchi d’intensità della narrazione e dell’itinerario.
Centrale la sovrapposizione del viaggio con il tema del ritorno attraverso la figura materna, resa nello struggente e, a tratti, esilarante ritratto di una donna generosa, molto amata, che per anni subì il peso di una madre rapace che arrivò, in punto di morte, a vietarle di farsi seppellire in futuro con lei nella tomba di famiglia.
Il connubio indissolubile di amore e malinconia caratterizza gli improvvisi slanci lirici del caotico e inestricabile flusso di memorie e invenzioni di un’opera inclassificabile, al contempo cronaca di viaggio, diario intimo, romanzo, saga familiare, commedia, trattato filosofico.
Sono le continue apparenti divagazioni a connaturare la narrazione, dalle nuove consapevolezze sul genere sessuale alle pagine dedicate all’inconoscibilità del mondo a seguito della morte del padre sino ai tentativi di esorcizzare le catastrofi dell’infanzia. La voce demistificante di Jourde risuona anche nel dichiarare l’insofferenza alle incoerenze del mondo editoriale contemporaneo, aspetto già affrontato nel pamplhet La littérature sans estomac dove denuncia le ipocrisie dei premi letterari, gli spettacoli grotteschi delle fiere, l’egocentrismo degli scrittori, la complicità della critica nel generare fenomeni letterari inconsistenti.
Nel Viaggio del divano letto si interroga sul ruolo dell’intellettuale, ironizza sulle contraddizioni degli autori che si propongono come artisti maledetti ma che percepiscono sovvenzioni per presenziare ai salotti letterari e confondono le critiche con odio dell’arte e ritorno al fascismo. Una situazione “ad alto potenziale comico, un tratto caratteristico della nostra epoca, e un riciclaggio di vecchie rodomontate romantiche. Si può capirne la contraddizione: lo scrittore vorrebbe essere assoluto. È nella sua natura. Cioè vuole al contempo sfuggire alla dipendenza e ricevere tutti i traguardi, tutti gli onori. Ma chi vuole fare l’angelo finisce per fare la bestia, diceva sempre quell’altro. È questo il punto degli imbrogli e delle umiliazioni, dei fallimenti e delle difficoltà”.
Jourde si sofferma su aneddoti emblematici, uno su tutti il bicchiere d’acqua gettato con stizza dalla scrittrice Christine Angot per il rancore provato verso di lui a seguito delle critiche ai suoi romanzi, episodio trasformato nel racconto popolare in una tazza di caffè gettata in faccia.
Niente da fare. Per la realtà è finita. Lei si difende. Respinge imbrogli, trappole, mine che impediscono di raggiungerla, anche se ci rendiamo conto che è nei suoi oggetti che potremmo afferrarla.
Le riflessioni sulle storture del mondo editoriale si risolvono in senso più ampio in constatazioni sulla miseria dell’essere umano. Occorrerebbe, secondo l’autore, riappropriarsi del lato comico inteso come “supplemento di coscienza” per riappacificarsi con ossessioni e pretese e imparare a scorgere il vero.
L’epilogo ridicolo del romanzo si accorda con la visione che sovrasta ogni cosa nelle tappe tra i luoghi e nel vissuto dell’autore, consapevole della necessità dell’esasperazione farsesca del presente per rintracciare nel distacco una nuova coscienza di sé. In tale visione il rapporto con la scrittura è un’immersione nell’immaginario, il prolungamento di un modo di essere nel perenne contrasto interiore tra attrazione e repulsione.
Con Il viaggio del divano letto Jourde consegna una profonda riflessione sulla capacità salvifica della letteratura di generare isolamento che può rivelarsi una possibilità preziosa di stravolgere il reale e immaginare un codice, un linguaggio e una visione inesplorati per chi, come l’autore, passa “tutta la vita nel culto di quest’assoluto, come un mistico che talora si dispera, vaga nella notte dell’anima, e talora comunica col divino”.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
