Pietro Minto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-minto/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 Dec 2023 09:17:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pietro Minto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-minto/ 32 32 Sette libri per settembre https://minimaetmoralia.it/libri/sette-libri-per-settembre/ https://minimaetmoralia.it/libri/sette-libri-per-settembre/#respond Thu, 23 Sep 2021 12:46:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49269 Photo by Jason Wong on Unsplash Ora che per andare, o per sentirsi, ecco, di nuovo in vacanza, bisognerà aspettare Natale, ora che piano piano stiamo rimettendo a fuoco la nostra quotidianità, con tutto quello che comporta, anche il nostro essere virologi, allenatori di calcio, esperti di politica estera, professori, studenti, editor, esteti, se c’è […]

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Photo by Jason Wong on Unsplash

Ora che per andare, o per sentirsi, ecco, di nuovo in vacanza, bisognerà aspettare Natale, ora che piano piano stiamo rimettendo a fuoco la nostra quotidianità, con tutto quello che comporta, anche il nostro essere virologi, allenatori di calcio, esperti di politica estera, professori, studenti, editor, esteti, se c’è una cosa che non cambia, in tutto questo divenire di maschere degno della migliore commedia dell’arte, è la lista di libri da leggere (a settembre inoltrato? Quando ricomincia la scuola? Per l’anniversario dell’11 settembre? Per prepararsi alla terza dose? Non appena tua figlia dorme? Per passare meno tempo sui social? Quando ci capita?) che ogni tanto minima&moralia mi concede di fare, che per me, ormai, è un po’ come un’abitudine, un’abitudine liberatoria, sì, che mi permette di respirare, di prendermi una pausa dal mondo che c’è fuori da questa pagina, e di sentirmi finalmente in pace con me stesso.

James Wood, Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori (traduzione di Massimo Parizzi e Luca Briasco), Minimum Fax

Un critico, un recensore, uno che scrive sul New Yorker, per intenderci, ma prima di tutto un lettore. Il libro di Wood, un saggio narrativo o un romanzo con un’impronta saggistica, spazia da Omero ad Alejandro Zambra, e lo fa togliendosi di dosso il “fetore scolastico”, per usare un’espressione di Joyce. Legge sempre e da sempre con lo stesso approccio (“prima che questo romanzo esistesse, non c’era nulla”) e questo gli consente di ingannare il tempo e di ritrovare ogni volta lo stupore delle prime letture, la magia della scoperta. Lo stile indiretto libero, i dialoghi, il realismo, l’amore per i dettagli, per alcune immagini che diventano memorabili e che messe insieme si leggono come una grande storia, questo libro – in cui, per usare un’espressione dello stesso Wood – si percepisce una profonda “fame di finzione”, andrebbe letto insieme a un altro libro (un capolavoro, anche quello), di David Shields, intitolato Fame di realtà.

Christian Raimo, La vita che verrà, Minimum Fax

Una decina d’anni fa, in un pomeriggio come tanti altri, sono andato in una piccola libreria di San Lorenzo a scrivere. Vivevo ancora con i miei, ero nella bolla dell’università, quella in cui a volte studi e altre volte fai gli esami, ma soprattutto esci, tutte le sere, e ti senti bene, perché la realtà sembra ancora lontana. Be’, quel pomeriggio, in quella piccola libreria, ho incontrato Christian Raimo, stava scrivendo anche lui. O meglio, lui stava facendo la revisione delle bozze del suo nuovo libro, io invece stavo scrivendo i miei primi racconti, o almeno era quello che credevo di fare. Dopo un po’ mi sono fatto coraggio, quel coraggio che serve quando riconosci qualcuno ma quel qualcuno non potrà mai riconoscere te, gli ho detto che stavo scrivendo, lui è stato gentile, mi ha fatto sedere vicino a lui, mi ha chiesto se potesse leggere qualcosa di mio, e allora io, con una sorta di timidezza che non sapevo mi appartenesse, fino a quel momento, gli ho passato il mio Mac con il file del racconto che stavo scrivendo aperto. Non vi dirò come finisce questa storia, non vi dirò se è vera o se me la sono appena inventata per evitare di raccontarvi le storie di questa sua – per dirla manganellianamente e non – “antologia privata” (e anche pubblica, direi). Che dentro ci sia un aspirante scrittore che finisce in un’antologia o Italo Calvino che cerca di fare un attentato per uccidere Pasolini, non importa. Non vorrei rovinarvi la sorpresa, ecco. Raimo è uno scrittore brillante, intelligente, come può esserlo Foster Wallace, la sua intelligenza, però, non è così esibita, non domina le pagine, ma si mette al servizio della storia, e riesce a rendere questo libro poetico, politico, magico, umano.

Alejandro Zambra, Poeta cileno (traduzione di Maria Nicola), Sellerio

È il libro che aspettavo di più, insieme a Crossroads di Jonathan Franzen. Ne ho parlato un po’ ovunque, ho perfino scomodato lo stesso Zambra intervistandolo su zoom. Quattrocento pagine che fanno di questo libro un romanzo d’amore, un romanzo familiare, un romanzo sulla paternità (illegittima o meno), sulla poesia cilena, sulla poesia, sulla storia del Cile, sulla giovinezza, sul tempo, che in fondo è solo uno strumento come un altro per misurare noi stessi, le nostre vite che entrano in contatto con quelle degli altri.

Davide Toffolo, Remo Remotti, L’ultimo vecchio sulla terra, Rizzoli Lizard

Io, come Toffolo, ricordo Remo Remotti soprattutto per la sua interpretazione in Sogni d’oro di Nanni Moretti, quando interpretava Sigmund Freud. Ma lo ricordo anche in Bianca, che fa il vicino di casa di Nanni, che frequenta delle ragazze più giovani, le invita a casa ogni sera, e c’è una scena in cui Nanni lo chiama perché si sente solo, ma poi lo manda via perché gli mette tristezza. Tutto questo non c’entra, però, perché Toffolo (che a sua volta mi ricorda la mia vita di prima, anzi, “il mondo prima”, quando ancora andavo all’università) qui raccoglie l’eredità di un “maestro”, riprende le sue storie (di donne, di uomini che diventano pazzi, di convenzioni, di libertà) e le disegna, le fa rinascere, come solo un grande artista sa fare. Meraviglioso.

Il genere è fluido?, Nutrimenti

Uscito in una collana, The Big Idea, nata per raccontare i temi più importanti di oggi attraverso un approccio visivo forte (parole chiave, schemi, testi scritti in grande, con diversi font, costellati di immagini), è un libro rivolto principalmente a quelli come me: maschi, bianchi, etero. Un libro che ruota intorno alla questione del genere, che forse non è quello che crediamo che sia, dall’antica Grecia, in cui donne e uomini rappresentavano un solo sesso, ai giorni nostri, in cui spesso c’è ancora chi pensa che il cervello dell’uomo sia più sviluppato di quello della donna, che sia soprattutto lei a doversi occupare dei figli (quando è la natura stessa a dimostrarci che è una cosa priva di senso), che il dibattito sulla questione di genere debba affidarsi ancora ed esclusivamente alla biologia. Da far leggere in tutte le scuole, sì, ma anche fuori.

the 88 fools con Nedo Ludi, Guida tascabile per maniaci del calcio, Edizioni Clichy

Sono un po’ di parte, in questo caso, perché parlo di una casa editrice che stimo profondamente, con cui ho la fortuna di collaborare, perché ho partecipato anch’io al filone magico delle loro guide, perché si parla di calcio. “La giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te”, dice David Trueba, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, sostiene Mourinho. Queste sono solo alcune delle massime, scolpite nella memoria collettiva, con cui si chiude un libro in cui ci sono le vite dei calciatori, la storia delle squadre di club, i campionati, le coppe, i mondiali, per mettere a fuoco una passione che occupa le vite di molte persone, per provare a fermarla sulla pagina, per restituirle la luce che merita.

Pietro Minto, Come annoiarsi meglio, Blackie edizioni

In linea con i libri di Kenneth Goldsmith, Sherry Turkle, Jon Ronson, quello di Minto è un libro utile, piacevole, che si traveste da saggio e alla fine si rivela un piccolo grande romanzo di formazione. A crescere, però, non è uno dei personaggi, non proprio, almeno, ma è il lettore, accompagnato dalla voce dell’autore. Tornare a perdere tempo, silenziare i gruppi di whatsapp, non aver paura di essersi persi qualcosa, di essere connessi con gli altri dalla mattina alla sera, di aver fatto sempre la scelta sbagliata, perché in un mondo di persone che “percepiscono il tempo solo quando succede qualcosa”, è meglio far parte di quelle poche altre che lo percepiscono anche quando non succede nulla, che sanno che la noia fa parte della nostra vita, bisogna solo imparare a conviverci.

 

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Recensioni del tempo https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-tom-scocca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-tom-scocca/#respond Wed, 03 Apr 2013 13:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13838 Questo pezzo è uscito su Studio.

Insieme al calcio e alla politica spiccia, il tempo atmosferico è il grande protagonista del grande genere delle Chiacchierate Casuali E Imbarazzanti che capita a chiunque di fare senza preavviso nel corso della giornata. Ma a differenza dei primi due macroargomenti, la discussione sul meteo non si basa sulla divisione, l’ideologia, il tifo. Non divide: accomuna. Ci stringe forte durante l’inverno e fa alzare una leggera brezza consolatoria ad agosto. La Juve può piacere o far schifo; Nichi Vendola può entusiasmare o demoralizzare; ma la pioggia mette sempre tristezza e il sole è sempre bellissimo – nelle dosi consigliate. E allora perché concediamo al tempo solo qualche lamentela o le piatte profezie dei meteorologi? Perché non inzuppare la penna tra i nuvoloni neri o il cielo azzurro e vergare meravigliosi “recensioni del tempo” dando alla bassa e alta pressione quel che si meritano?

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Insieme al calcio e alla politica spiccia, il tempo atmosferico è il grande protagonista del grande genere delle Chiacchierate Casuali E Imbarazzanti che capita a chiunque di fare senza preavviso nel corso della giornata. Ma a differenza dei primi due macroargomenti, la discussione sul meteo non si basa sulla divisione, l’ideologia, il tifo. Non divide: accomuna. Ci stringe forte durante l’inverno e fa alzare una leggera brezza consolatoria ad agosto. La Juve può piacere o far schifo; Nichi Vendola può entusiasmare o demoralizzare; ma la pioggia mette sempre tristezza e il sole è sempre bellissimo – nelle dosi consigliate. E allora perché concediamo al tempo solo qualche lamentela o le piatte profezie dei meteorologi? Perché non inzuppare la penna tra i nuvoloni neri o il cielo azzurro e vergare meravigliosi “recensioni del tempo” dando alla bassa e alta pressione quel che si meritano?

Tom Scocca lo fa ogni giorno su The Awl, dicendo la sua sul tempo del giorno prima. Poi torna a fare il suo lavoro, ovvero dirigere Deadspin, il sito sportivo del network Gawker (lo scorso 15 gennaio è diventato deputy editor di Gawker.com). Lo abbiamo contattato per parlarne un po’: quel giorno a New York, dove vive, c’era il sole. Era il 28 novembre e a quella giornata Scocca ha dato ben quattro stellette.

Ciao Tom. Come ti è venuta l’idea di di fare le “recensioni del tempo”? Te l’ha chiesto The Awl o è stata una tua idea?

È una cosa che mi è venuta semplicemente in mente, o così mi è sembrato – in realtà, il mio amico e collega Joe MacLeod mi ha ricordato che una decina d’anni fa mi era venuta la stessa idea e me ne ero nel frattempo dimenticato. Ma una delle cose migliori dello scrivere online in generale e in particolare per The Awl è che non c’è alcuna barriera tra impulso ed esecuzione. Ho chiesto via chat a Choire Sicha (co-direttore del sito insieme ad Alex Balk, Nda) se poteva avere senso scrivere queste previsioni sul mio Tumblr, come hobby, e lui mi ha proposto di farlo per il suo sito. Quindi ho scritto il primo pezzo direttamente sulla finestra della chat ed è stato pubblicato quello stesso giorno.

In un’intervista hai detto che una delle prime cose che fai ogni mattina è leggere il meteo sul giornale «per mio figlio di quattro anni perché è molto importante che sia vestito opportunamente». È anche per questo motivo che sei così interessato all’argomento?

Il mio figlio maggiore è nato mentre stavamo a Pechino e quand’era bambino ho sempre guardato con lui le previsioni del tempo sul Beijing News, un quotidiano che ha un’ottima pagina dedicata al tempo, ben disegnata, nonché una delle poche parti del giornale che riuscivo a decifrare con quei pochi rudimenti di cinese che avevo. A Pechino il meteo era d’estrema importanza – i frequenti venti da sud-est accumulano smog e lo traportano fino in città e poi arrivano i venti di nord-ovest a spazzarlo via, quindi avevo l’abitudine di controllare sempre le bandieruole per capire se le cose sarebbero migliorate o peggiorate. (C’era anche un ufficio governativo che si occupava della modifica delle condizioni meteorologiche sparando materiale chimico fra le nuvole, cosa che aggiungeva un’ulteriore dimensione alla semplice lettura delle previsioni locali). Perciò sia io che lui siamo finiti per diventare molto più attenti al tempo di quanto saremmo potuto essere altrimenti.

Quali sono le tue fonti preferite nel settore?

La pagina del meteo del New York Times è tuttora quella che uso di più per orientarmi. In caso di fenomeni in corso, se per esempio voglio evitare un temporale, controllo invece il sito The Weather Underground o Weather.com per previsioni ora-per-ora.

Scrivi soprattutto del tempo atmosferico di New York e spesso ti riferisci alle persone che incontri per strada: come camminano, come parlano, come si comportano. Quant’è importante la presenza fisica nel tuo lavoro?

Scrivo le previsioni del tempo in qualunque posto mi capiti di passare una giornata, che nella maggior parte delle volte è New York ma anche qualche altra città, se sono in viaggio. Ciò di cui scrivo è l’esperienza di vita nel tempo atmosferico di un determinato giorno, perciò quello che succede a me e agli altri animali umani attorno a me è la sua essenza. New York è un posto particolarmente indicato per farlo perché la città costringe la gente a uscire di casa e affrontare il clima. Invece nei posti in cui la vita si basa sull’automobile, spesso si anche fare a meno di mettersi la giacca.

Riusciresti a scrivere una delle tua recensioni del tempo guardando qualche foto di una città in cui non sei mai stato?

Sarebbe impossibile.

Sei una di quelle persone il cui umore viene influenzato dal tempo?

Sì, profondamente. Le previsioni del tempo creano le aspettative per tutto il resto del giorno. Decidono che vestiti metterò, quante cose pianificherò di fare e anche cosa mangerò (sia di che cibo avrò voglia, sia in quali posti andrò a far la spesa). E poi esci di casa e le tue aspettative incontrano il tempo atmosferico reale e le possibilità che avevi previsto possono aumentare o diminuire, a seconda. Passare la giornata fuori casa con un tempo migliore di quello previso è pura esaltazione. Quando succede, sembra che a guadagnarne non sia solo la qualità di vita ma anche la sua quantità.

E veniamo a un punto importante. La pioggia fa schifo. Perché?

La pioggia limita quel che puoi fare. Al di là del disagio animale dato dall’essere bagnati (o dallo sentirsi intrappolati per evitare di bagnarsi), c’è anche la coscienza della limitazione data alla nostra libertà da questa roba che cade arbitrariamente dal cielo. È esistenzialmente umiliante. La pioggia inaspettata è anche peggio.

Cosa ti ricordi dei giorni in cui la costa orientale degli Usa è stata colpita dall’uragano Sandy? Come hai affrontato il tuo lavoro durante e dopo il disastro?

Siamo stati fortunati perché viviamo in una zona alta della città e fuori dalle zone in cui la corrente non è saltata. Avevamo scorte di torce e altre luci alimentate a batteria che avevamo comprato per vari altri uragani e bufere di neve e che in qualche modo i bambini non erano riusciti a saccheggiare, quindi abbiamo affrontato la situazione con serenità. Le nostre riserve di cibo erano piuttosto abbondanti ma durante la tempesta abbiamo adottato l’arguta strategia di ammalarci a turno o a coppie, cosa che ci ha permesso di farle durare fino a quando il supermercato ha riaperto. Ho sempre avuto la tradizione di uscire di casa almeno per un istante durante gli uragani, per vederli e sentirli e annusarli. Mi sembra vigliacco scappare dalla natura mentre sta facendo qualcosa di straordinario.

Quando era un ragazzo e c’era una tempesta di neve uscivo sempre con un righello per vedere quanta se ne era accumulata – confrontando le mie rivelazioni a quelle previste, sperando ne fosse scesa abbastanza da fare annullare scuola, che è quanto di meglio esiste in fatto di possibilità vitali aumentate dal tempo atmosferico. Sandy è stato un uragano forte e pericoloso e io non mi sentivo bene, e la cosa migliore era starsene dentro casa. Ma mentre mi stavo mettendo il mio impermeabile (quello soffocante e totalmente a prova d’acqua che uso solo in caso di eventi climatici disastrosi), mi son detto: Sono un critico del tempo! Potevo fare della mia abitudine perversa un obbligo professionale. E così sono uscito di casa, verso ovest, diretto al parco che domina dall’alto il fiume Hudson.

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Mein Copyright https://minimaetmoralia.it/libri/mein-copyright/ https://minimaetmoralia.it/libri/mein-copyright/#respond Wed, 20 Feb 2013 14:40:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13160 Questo pezzo è uscito su Studio.

Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

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Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale i diritti d’autore di Hitler sono posseduti dalla Baviera (uno dei 16 stati federati detti Land di cui è composta la Germania) che ha proibito la pubblicazione del Kampf in Germania e fatto il possibile per limitarla all’estero. Tali diritti scadranno nel 2015 e le autorità tedesche hanno recentemente deciso di stampare un’edizione commentata dell’opera, per evitare che l’aura censorea del tabù e la fine del diritto d’autore (che scade a 70 anni dalla morte dello stesso) la renda un’esclusiva dei neonazisti. La decisione ha fatto ovviamente discutere ma è solo l’ultimo capitolo di una battaglia sotterranea tutta incentrata sul diritto d’autore che dura da quasi novanta anni.

Il libro
Mein Kampf consta di due parti (“Eine Abrechnung”, “Un racconto” e “Die National-Sozialistische Bewegung”, “Il partito nazional-socialista”) scritte e inizialmente pubblicate separatamente tra il 1925 e il 1926. La prima fu in realtà dettata dal futuro führer a Rudolf Hess, suo compagno di carcere dall’aprile al dicembre del 1924, quando Hitler fu arrestato per aver tentato il colpo di stato a Monaco l’anno precedente. I manoscritti furono poi pesantemente editati da un prete, Bernhard Staempfle, che li ripulì dalle verbosità e da alcune “banalità infantili” – come le definì il politico nazista Otto Strasser – che la appesantivano. Il prelato fu una delle vittime della pulizia interna al partito messa in atto dalle Ss il 30 giugno 1934, un repulisti passato alla storia come la “notte dei lunghi coltelli“. Secondo lo stesso Strasser, a costare la vita a Padre Bernhard fu proprio la sua conoscenza della prima debole versione del testo nazista.

Ibrido tra manifesto politico, libero delirio antisemita e autobiografia, l’opera doveva intitolarsi  Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, e finì col diventare il testo obbligatorio per la famiglia tedesca, dato in regalo alle coppie sposate e ai giovani neolaureati. Eppure Mein Kampf non riscosse subito il successo che potremmo aspettarci: nel 1925 se ne vendettero circa 9 mila copie; entro il 1930 le vendite toccarono quota 54 mila copie; alla fine del 1933, anno delle elezioni vinte dal suo Nsdap (acronimo di  National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei, Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori), se ne erano vendute 850 mila. La propaganda, i comizi e il successo elettorale avevano creato un caso editoriale – non solo in Germania. E la guerra doveva ancora cominciare.

Preso il potere, Hitler ordinò di acquistare sei milioni di copie del suo libro, che divenne così la lettura prima del buon ariano e del buon cittadino. Alla fine del 1945 in Germania si contavano 8 milioni di Mein Kampf. Così il giro d’affari delleroyalties di Adolf Hitler divenne milionario. Ma usciamo dal Terzo Reich, e vediamo come anche all’estero la curiosità morbosa, la politica e la guerra fecero dell’opera un bestseller mondiale.

L’estero
In Italia le cose andarono per le spicce: il libro fu stampato da Bompiani nel 1934 con il titolo La mia battaglia, rendendo Benito Mussolini contento e l’alleato tedesco soddisfatto. L’editore non pagò direttamente le royalties all’autore del testo e dietro questa scelta si cela un sotterfugio politico svelato nel 2004 dal giornalista Giorgio Fabre ne Il Contratto. Mussolini editore di Hitler (Dedalo): secondo la tesi del libro, i lavori per portare il Kampf in Italia cominciarono prima delle elezioni del 1933, vinte poi dai nazisti. Al tempo, scrive Fabre, Hitler e i suoi avevano bisogno di soldi per la campagna elettorale, ma erano restii a chiederli ai fascisti per non minare l’”indipendenza” politica del movimento. L’offerta dello Stato fascista (250 mila lire del tempo come anticipo, pari a 53.625 marchi tedeschi) fu accettata dopo un breve tira e molla; e fu notevole messa a confronto con quella fatta per l’edizione inglese (pari a circa 2000 lire) o quella statunitense (500 lire). Un accordo politico più che editoriale. Un preludio al Patto d’acciaio che legherà i due Paesi – e le due dittature – a partire dal 1939.

Altrove la pubblicazione del testo nazista scatenò ben altre reazioni. Negli Stati Uniti fu l’editore Houghton Mifflin ad annunciarne la stampa nel 1933, col titolo di My Battle. Seguì una raccolta firme pubblica presso il New York City Board of Education per bloccare l’operazione e vietare a Mifflin la vendita di qualsiasi altro testo. La petizione, come ha raccontato la rivista Cabinet, fu bocciata dal Board con una nota pubblica in cui si dichiarava: «Il più grande servigio che si può rendere all’umanità in generale e in particolare alla Germania è mettere My Battle a disposizione di tutti in modo che ciascuno possa decidere se il libro sia degno di nota o sia un’esibizione di ignoranza, stupidità e arretratezza». Nel 1938 la stessa casa editrice concesse i diritti dell’opera alla Reynald & Hitchcock che ne stampò una versione “commentata” – con una sezione glosse di 80 mila parole per un’opera di 320 mila.

E qui si apre la questione legata al copyright: nel 1925, infatti, Adolf Hitler rinunciò alla cittadinanza austriaca dichiarandosi un “tedesco senza stato”, e diventando a tutti gli effetti un cittadino della Germania solo nel 1933. In questo lasso di tempo, rimase quindi escluso dal Copyright Act del 1909 (la legge Usa sul diritto d’autore), che fu estesa anche agli autori apolidi (senza stato) solo nel 1941. In quell’anno, però, Usa e Germania erano in guerra e nessun editore pagò Hitler (come prevedeva la legge Trading with the Enemy Act). Le royalties che avrebbe dovuto ricevere il dittatore nazista furono invece date in beneficenza a enti dedicati alla cura dei reduci o alla Croce Rossa Internazionale.  My battle fu comunque un successo: l’edizione di Reynold & Hitchcock vendette 30 mila copie solo nel primo mese e nel 1945 si calcolò che le royalties hitleriane avevano fruttato al fondo bellico Usa circa 20 mila dollari.

Con la fine della guerra, tutte le proprietà del dittatore nazista passarono alla Baviera. Nel 1960 la sorella di Hitler, Paula, tentò di riprendere possesso di quelle immobiliari mentre il figlio della sorellastra del führer Leo Raubal, avviò un’azione legale per tornare in possesso delle royalties di Mein Kampf ottenendo solamente una copia del poco conosciuto “sequel” dell’opera, Zweites Buch (Il secondo libro). Nessun diritto d’autore, quindi, è mai andato alla famiglia di Adolf Hitler – e ciò riguarda anche quelli legati alla vendita all’asta dei suoi quadri avvenuta nel 2009.

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Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica. https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/#comments Wed, 13 Feb 2013 19:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13035 La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

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La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo (e la gente che lo contesta e poi la controsmentita che in realtà la gente contestava i due tizi prezzolati del Pdl che gli urlavano contro)… Ancora, i fiacchi teatrini di Berlusconi con imitazioni di Bersani acclusa, le fiacche repliche dello tsunami tour di Grillo, la fiacca cosiddetta satira di sinistra con la quale ci siamo sentiti tanto affratellati in questi anni… Potremmo commentare la campagna elettorale adesivi a questa scia deprimente, oppure fare un passo all’indietro di vent’anni.

Riandiamo al 1993. A delle ultime apparizioni Rai di Beppe Grillo, la trovate qui per esempio, nel pezzo in cui se la prende con chi rema contro una possibile rivoluzione tecnologica democratica, contro il capitalismo che ci imprigiona con le macchine a benzina e non ci fa sviluppare quelle elettriche, contro gli airbag che sono una truffa e non servono alla sicurezza (sic)… La sua retorica è già tutta politica, anche se non lo confessa, anzi. Ma a un certo punto Grillo, dopo essersi preso gli ennesimi applausi, si rivolge al pubblico, si stoppa un secondo e dice: “Non sto qui a fare come quello di Quinto potere. Se divento un messia, fatemi un gesto e mi metto subito questo”: estrae dalla tasca un naso rosso e se lo infila.

Nessuno evidentemente gli fece il gesto, verrebbe da commentare. Così, quello che poteva restare un clown, uno zanni che manifesta la verità attraverso il suo corpo umile e buffo, si trasformò un tribuno simil-dannunziano che si fa a nuoto lo Stretto di Messina.
Ma anche questa conclusione è riduttiva: non è solo Grillo a essersi trasformato in un profeta qualunquista. È che da quel video sono passati vent’anni e in questo ventennio che per comodità abbiamo definito berlusconiano, qualcosa di irreversibile è cambiato nella comunicazione politica: l’indifferenziazione tra piano letterario e piano ironico, l’identificazione dell’informazione con la performance, la riduzione della verità alla “versione che ha più successo” (Rorty e i suoi epigoni hanno avuto ragione). Grillo ancora non lo sapeva, Berlusconi (“un imprenditore che ha 4000 miliardi di debiti” come lo apostrofava Grillo) invece sì; e pochi mesi sarebbe apparso a fare il suo famoso discorso del Questo è il paese che amo. Le idee non servivano più, bastava l’attorialità.

Ora, in questa campagna elettorale, nessuno si stupisce che il valore delle parole non venga praticamente mai messo a confronto con una dialettica di idee, ma appunto solo con la sua capacità performativa – che siano i sondaggi o lo spread a fare da indici di consenso. Quello che è invece meno visibile è come i candidati abbiano capito di sfruttare una retorica teatrale precisa, quella comica: privandola però della sua capacità di rovesciamento, di paradosso, di polemica. La comunicazione politica di Bersani e Vendola è stata in definitiva messa all’angolo in questi ultimi mesi da tre comici che utilizzano tre repertori diversi: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Il primo si rifà ai comedians anni ’80, i figli di Lenny Bruce, George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks (coloro che lo ispirarono per i programmi tipo Te la do io l’America) da cui ha eliminato l’afflato libertario per conservare invece solo la vis accusatoria, una denuncia che spesso di riduce alla ricerca di capri espiatori. Anche per questo riesce a catturare il voto degli under 30, di coloro che sono cresciuti con il sarcasmo liquidatorio dei Griffin o di Beavis & Butthead. Berlusconi invece, lasciato il bramierismo barzellettaro, va riesplorando in repertorio della commedia scollacciata anni ’70. Sa che c’è un sacco di gente, soprattutto nella fascia anagrafica over ’60 che si concede volentieri una risata franca sui froci che sculettano, sulle tettone, sui fascisti buoni, sugli ebrei che se la sono cercata. Anche qui, l’elemento goliardico dell’autosberleffo viene completamente rimosso: la scena della sedia pulita da Santoro come l’uscita al Binario 21 come l’imitazione di Bersani si rivolgono a elettori preventivamente euforici, disposti a essere scorretti e a darsi di gomito. Di fronte a lui però Berlusconi non incarna un Pierino indifendibile – ma con un gesto speculare al naso rosso di Grillo, si trasforma in un Alvaro Vitali che si toglie i calzoncini e si infila il completo Caraceni.

La comicità di Matteo Renzi è forse quella più contemporanea, anche se datata difatto agli anni ’90: il suo modello evidente (lo faceva notare in un bel pezzo recente Francesco D’Isa) è un mix tra Panariello e Pieraccioni. Ossia il toscano cazzone che alla fine liquida le questioni con una battuta da adolescente, uno che finisce ogni frase con una specie di adagio del Benigni innocuo degli ultimi tempi: “Si fa per ridere, eh”. Il bacino di elettori che va a prendere è proprio quello dei suoi coetanei, la “Generazione Bim Bum Bam” delineata da Francesco Aresu.

La cosa incredibile ma deprimente e ovvia è che in un paese così arretrato da un punto di vista retorico, tre comunicatori che emulano gli stilemi degli anni ’70, ’80 e ’90 siano la novità di questa campagna elettorale, ma la cosa ancora più incredibile è che questo tipo di comunicazione metta in difficoltà uno come Bersani, che al massimo rimanda qualche frecciatina lieve lieve, mentre di solito è tutto preso ogni volta nel ribadire che il piano informativo non è quello performativo, strillando contro chi non cita i fatti, chi non manterrà le promesse, chi è demagogico; o ancora peggio nel tirare delle staffilate semplicemente livorose… Ma la sua strategia, su questo profilo, è assurda: è come rimproverare Arlecchino perché fa lo scemo in scena.

Quale allora la contromossa da opporre agli attori, goffi pagliacci o virtuosi che siano? Occorre rovesciare il meccanismo, o svelare il trucco. Avete presente il coup-de-theatre che i repubblicani avevano preparato nell’ultima convention americana: Clint Eastwood che fece un discorso velenosissimo a una sedia vuota? Beh, non ci volle molto a Obama per capire che non era utile smontare Eastwood argomento per argomento. Bastava mettere una foto su twitter che ritraeva una nuca di Obama seduto sulla poltrona presidenziale e il messaggio: “Questo posto è occupato“.
Anche qui la capacità della comunicazione obamiana è quella dei grandi comici: la reattività. In questo bel pezzo Pietro Minto fa una fenomenologia degli heckler, ossia di quello che si alzano e disturbano un comico che fa uno show. Nella carrellata dei video che Minto infila si vede come – se siamo sul piano della performance – reagire fa parte del gico, della competenze del comico. Mettete a confronto queste immagini con quelle di Crozza ieri a Sanremo, e non vi sentirete come imprigionati in un’Italia dove appena si cambia copione non ci sono più i claquer che si assicurano il loro consenso, in un paese abituato a vedere le inchieste civili col Gabibbo e con Capitan Ventosa, che da anni vive l’invadente presenza dell’eco di quelle risate registrate che nessuna sit-com ormai usa più?
Non si potrebbe introdurre nelle sezioni di partito, nelle scuole, un corso accelerato di comicità, almeno da Seinfeld a Louis C.K., per le prossime elezioni che per queste mi sa che comincia a essere tardi?

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La tv dopo Louie https://minimaetmoralia.it/televisione/tv-louie/ https://minimaetmoralia.it/televisione/tv-louie/#comments Wed, 23 Jan 2013 14:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12604 Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.

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Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.

Mentre la primavera sbocciava nella drama, il settore comedy viveva ancora la pace dei sensi data dal Grande Muro Dei Due Generi, e al massimo ci si arrovellava con le solite distinzioni tra comicità “alta” e “bassa”. Se da una parte il The Office inglese e successi come Curb Your Enthusiasm hanno alzato l’asticella qualitativa di parecchie tacche, dall’altra è mancato un prodotto shock in grado di far tremare le fondamenta dell’incerto duopolio drama-comedy, rivelandone l’inadeguatezza. Per tutti questi anni non sono mancati spettacoli di qualità: anzi, gioielli come East Bound and DownParks and RecreationCommunity (specie la terza incredibile stagione) hanno reso gli ultimi anni indimenticabili. È mancato però all’appello il momento-Gesù Cristo, in grado di fissare un prima e un dopo. Forse per la natura insita della comicità – che è fatta di rimandi, modelli, parodie e richiami spesso criptici ad altri autori e opere (per ulteriori informazioni citofonare Luttazzi) – le sit com hanno sempre seguito sentieri preesistenti. L’unica eccezione, Seinfeld, risale a decenni fa ed è a sua volta diventato modello, format.

Ma vediamo alcuni di questi filoni comici: tra i più comuni nella scrittura comica “alta”, c’è quello del mockumentary, in cui i protagonisti sanno di essere ripresi da una troupe e parlano in camera (The Office e praticamente tutto Ricky Gervais, Curb Your EnthusiasmParks and Rec); il modello post-Seinfeld in cui la sit com tradizionale è rivista con humour più sofisticato; e un altro filone seinfeldiano: quello che racconta in prima persona la vita di un comico. E qui si parla in realtà di un’intersezione di format, che tocca Seinfeld, per l’appunto, Curb Your Enthusiasm e arriva a Louie.

Louie è infatti la storia di un comico, Louis C.K., divorziato con due bambine. Proprio come in Seinfeld, i suoi episodi vengono intervallati da spezzoni di stand up che spesso seguono il tema portante della puntata. (Da notare che la vita da comico di strada e i relativi spezzoni live si sono diradati col procedere della storia, per scomparire nella terza stagione dopo l’episodio “Miami”). Si potrebbe quindi concludere che anche lo show di C.K., per quanto atipico, sia ascrivibile alla tradizione iniziata dal capolavoro di  Jerry Seinfeld e Larry David. Però non è così semplice: Louie è un affare dalla forma troppo strana, inedita, per calzare a pennello nello scatolone della comedy e lì riposare per sempre. Per esempio, se mi domandaste (è un’opinione personale ma penso piuttosto diffusa) perché guardo e amo la serie di C.K., non me la sentirei di rispondere: “Perché fa ridere”. Louie non fa ridere. E non è nemmeno una sit com. Della sit com ha solo la durata delle puntata (circa 20 minuti). Nient’altro. E non perché gioca a fare l’anti-sit com: no, sarebbe troppo facile, già fatto (anche dallo stesso Louis C.K., con Lucky Louie).

La spiegazione è più profonda e porta il prodotto a galleggiare nel vuoto che dovrebbe esserci al di fuori degli universi drama e comedy (vuoto che ovviamente non è tale e aspetta solo di essere esplorato). Alcuni momenti della serie sono tragici, profondi e in molti casi toccano le corde del drama con una classe che non ha molto da invidiare a un gioiello come Mad Men. E ciò nonostante, riesce a mantenersi irreale: nella finzione, per esempio, il protagonista ha un fratello nella prima stagione che scompare nella seconda per far posto a un paio di sorelle che durano appena una scena per poi sparire per sempre; ha anche una madre, che è stata portata in scena da due attrici diverse (una di queste aveva coperto anche il ruolo di un suo flirt qualche puntata prima, senza per questo costringerci a tirare fuori tutto Freud). Irreale e folle. E, allo stesso tempo, reale (e se a questo punto state dicendo: “D’accordo, però deciditi!”, è proprio questo il punto: non lo si può fare). Reale perché i macrotemi sono quelli dei grandi classici e della vita di tutti i giorni – l’amore, l’amicizia, l’ambizione, il lavoro ecc. E perché a parlare sono sempre esseri umani piuttosto credibili, solo inzuppati in un contesto ironico, tra il nonsense, la risata verde, il grottesco e la pura follia inquietante.

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Razzismo, marxismo e speculazione edilizia: fare politica con i giochi in scatola https://minimaetmoralia.it/politica/fare-politica-con-giochi-in-scatola/ https://minimaetmoralia.it/politica/fare-politica-con-giochi-in-scatola/#comments Wed, 02 Jan 2013 10:03:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12214 Questo pezzo è uscito su Studio.

“Buttarla” in politica è un’attività facile, perché la politica è una di quelle cose che si possono fare con tutto, anche senza accorgersene. Inciamparci è inevitabile. Musica, poesia, letteratura, arte, architettura: qualsiasi forma d’espressione funziona alla perfezione. Anche i giochi in scatola possono spiegare la realtà con enorme precisione, argomentando e perfino criticando lo status quo. Potrà sembrare strano ma alcuni dei giochi più noti, per esempio, si basano su materie prettamente “politiche”: il denaro (Monopoli) e il potere (Risiko!). Se non ce ne rendiamo conto mentre muoviamo carro armati o piazziamo hotel su Parco della Vittoria, è perché il loro contesto è puramente ludico. Ma basta poco per riaccendere la loro fiamma, e c’è chi ci ha provato con board game particolari. Alcuni di questi esperimenti sono passati alla storia, come vedremo, e sono tornati in auge di recente grazie a un artista canadese dal nome italiano, Flavio Trevisan, mente creativa di The Game of Urban Renewal, gioco in scatola con velleità artistiche in cui i giocatori fanno i pianificatori urbani, vestendo i panni da sindaco, costruttore, comitati, architetti ecc.

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“Buttarla” in politica è un’attività facile, perché la politica è una di quelle cose che si possono fare con tutto, anche senza accorgersene. Inciamparci è inevitabile. Musica, poesia, letteratura, arte, architettura: qualsiasi forma d’espressione funziona alla perfezione. Anche i giochi in scatola possono spiegare la realtà con enorme precisione, argomentando e perfino criticando lo status quo. Potrà sembrare strano ma alcuni dei giochi più noti, per esempio, si basano su materie prettamente “politiche”: il denaro (Monopoli) e il potere (Risiko!). Se non ce ne rendiamo conto mentre muoviamo carro armati o piazziamo hotel su Parco della Vittoria, è perché il loro contesto è puramente ludico. Ma basta poco per riaccendere la loro fiamma, e c’è chi ci ha provato con board game particolari. Alcuni di questi esperimenti sono passati alla storia, come vedremo, e sono tornati in auge di recente grazie a un artista canadese dal nome italiano, Flavio Trevisan, mente creativa di The Game of Urban Renewal, gioco in scatola con velleità artistiche in cui i giocatori fanno i pianificatori urbani, vestendo i panni da sindaco, costruttore, comitati, architetti ecc.

L’opera si pone tra satira, arte e intrattenimento, come si capisce leggendo il libretto d’istruzioni che non fissa un limite al numero di giocatori (più si è, più c’è caos e meglio è, come vedremo), ognuno dei sceglie un personaggio tra il consigliere comunale, l’attivista politico, l’uomo della strada, lo studioso d’urbanistica, il sindaco, lo spazzino e molti altri (il primo di mano è ovviamente il sindaco). Al centro, oltre al tavolo da gioco, c’è l’inquietante “Decision Engine Wheel”, la rotella del destino (simile a quella del Twister, per intenderci) che ogni giocatore usa per scegliere quale struttura costruire tra scuole, palazzi, condomini, centri commerciali, servizi e alcuni “imprevisti” come il bulldozer, che dà il potere di fare tabula rasa di una zona a scelta; oppure le scartoffie burocratiche che il giocatore sfortunato deve portare a termine obbligatoriamente (anche se vanno contro il proprio progetto). Si gioca così: ognuno ha in mente qualcosa e deve scontrarsi con le logiche imprescrutabili del gioco, la sfortuna e le idee altrui.

Il tutto è stato pensato per portare nel tinello di casa l’uragano di idee, preferenze, burocrazia, interessi personali che, secondo Trevisan, sono il binario fantasma su cui la pianificazione urbana moderna corre senza freni. Per tutte queste ragioni il gioco è virtualmente infinito: non ci sono vincitori o vinti, né obiettivi da raggiungere. Scordatevi la zattera da conquistare evitando le palle di fuoco o i 24 territori a scelta: The Game of Urban Renewal finisce quando «tutti i giocatori hanno abbandonato il campo per seguire altri interessi». Quando ci si rende conto che è tutto inutile, kafkiano e impossibile. O quando si è fatto tardi, molto più semplicemente.

«L’idea alla base del gioco» ha raccontato l’artista al sito The Atlantic Cities, «è che tutti hanno un loro idea utopica e perfetta di quale sia la domanda e la risposta giusta da dare» rispetto i problemi di una città. Però è tutto in mano al caso – la rotella che decide cosa costruire – e agli altri giocatori, inevitabilmente in contrastro l’uno con l’altro. E se questo non bastasse, prima o poi arriva un bulldozer. Trevisan tiene a precisare che la sua creazione non è stata pensata per riempire di gioia le serate delle famiglie ma come opera d’arte, una reazione alle recenti politiche urbanistiche – della sua città, Toronto: «Ci sono gru a perdita d’occhio. (…) non è come la New York degli anni Venti ma in qualche modo le somiglia. Sono contento che la città stia crescendo ma allo stesso tempo, stiamo un po’ cadendo nella tranello del “beh, tutto quello che abbiamo fatto nel passato è sbagliato, e ora che lo sappiamo, tutto andrà bene se facciamo questo“».

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