R. K. Morgan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/r-k-morgan/ un blog di approfondimento culturale Sun, 27 Feb 2022 10:18:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg R. K. Morgan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/r-k-morgan/ 32 32 Le cose sono cambiate. Un estratto da “L’Acciaio Sopravvive” di R. K. Morgan https://minimaetmoralia.it/estratti/le-cose-sono-cambiate-un-estratto-da-lacciaio-sopravvive-di-r-k-morgan/ https://minimaetmoralia.it/estratti/le-cose-sono-cambiate-un-estratto-da-lacciaio-sopravvive-di-r-k-morgan/#respond Sun, 27 Feb 2022 10:18:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50057 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro L’Acciaio Sopravvive di R. K. Morgan, a cura di Edoardo Rialti. «Sei venuto a trovare me, eh?» mormorò Milacar più tardi nel grande letto dalle lenzuola di seta, al piano superiore, dove stavano rannicchiati, esausti e devastati, poggiati sulle rispettive cosce come cuscini. Si sollevò leggermente, […]

L'articolo Le cose sono cambiate. Un estratto da “L’Acciaio Sopravvive” di R. K. Morgan proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro L’Acciaio Sopravvive di R. K. Morgan, a cura di Edoardo Rialti.

«Sei venuto a trovare me, eh?» mormorò Milacar più tardi nel grande letto dalle lenzuola di seta, al piano superiore, dove stavano rannicchiati, esausti e devastati, poggiati sulle rispettive cosce come cuscini. Si sollevò leggermente, afferrò i capelli di Ringil dietro al collo e gli avvicinò il viso, con teatrale brutalità, verso i suoi genitali flosci. «Col cazzo! Sei un bugiardo nato, aristocratico sacco di merda, Gil, sempre lo stesso.» Attorcigliò le dita intorno alla peluria sulla nuca, dolorosamente. «Come quando sei venuto da me quindici fottuti anni fa, giovane Eskiath.»

«Sedici.» Ringil si picchiettò il pugno dell’altro sul collo, intrecciò le dita con quelle di Grazia, si portò alle labbra il dorso della mano dell’altro. «Avevo quindici anni, ricordi. Sedici fottuti anni fa, e non chiamarmi così.»

«Chiamarti come, giovane
«Eskiath. Sai che non mi piace.»
Milacar liberò la mano e si sollevò un po’ puntellandosi sui gomiti, guardando il compagno più giovane accoccolato vicino a lui. «È anche il nome di tua madre.»

«Lei l’ha sposato.» Ringil stava col viso poggiato sulla calda umidità dei genitali di Milacar, lo sguardo perso nel vuoto dell’oscurità vicino alla porta della camera. «È stata una sua scelta. Io non avevo altrettanto.»

«Non sono convinto che anche lei abbia avuto molta voce in capitolo. Quanti anni aveva quando l’hanno data in moglie a Gingren, dodici?»

«Tredici.»

Un breve silenzio. Lo stesso bagliore fioco dell’Arcoluce in sala da pranzo qui si riversava senza incontrare ostacoli, un gelido fascio che filtrava dall’ampio balcone affacciato sul fiume e si stendeva da un capo all’altro del pavimento ricoperto di tappeti. Le finestre erano spalancate, i tendaggi si muovevano come languidi fantasmi, e una fresca brezza autunnale soffiava nella stanza sfiorandoli entrambi. Non era ancora l’aria di montagna fredda e pungente di Acqua della Forca, ma cominciava ad assomigliarle. L’inverno l’avrebbe scovato anche qui. Ringil cambiò posizione, la carezza del corpo dell’altro gli aveva fatto venire la pelle d’oca, la peluria dritta sulle braccia. Inspirò il profumo acre e affumicato di Grazia e quello lo trasportò indietro nel tempo, a oltre dieci anni prima, come una droga. Alle risse ubriache e alle notti a base di flandrijn a casa di Milacar in via dei Carichi nel distretto dei magazzini; lui che si tuffa- va sospettoso in tutta quella decadenza, fremendo di gioia al sottile, irresistibile impulso di fare quello che Grazia del Cielo desiderava, dentro e fuori dal letto. Giù alle banchi- ne del porto, al pizzo estorto insieme agli scagnozzi dello stesso Milacar, muovendosi furtivamente per le strade del- le Radure e a monte del fiume per le consegne; talvolta in- seguiti dalla Guardia Cittadina, quando qualcuno veniva colto sul fatto e spifferava tutto, alle risse casuali in un vi- colo buio o nella sicurezza d’una abitazione, ai duelli obbligati con la spada o col pugnale; tutto molto suggestivo, inclusi gli scontri, troppo fottutamente divertente perché al- l’epoca gli sembrasse davvero pericoloso com’era.

«Adesso dimmi davvero perché sei qui» disse Grazia con dolcezza.

Ringil si rigirò e poggiò capo e collo sulla pancia dell’al- tro. La muscolatura era ancora intatta, soda sotto un lieve strato di adipe per la mezza età. vi fu solo un impercettibile movimento quando sostenne il peso della sua testa in- zuppata di sudore. Pigramente, Ringil alzò lo sguardo a os- servare le scene orgiastiche dipinte sul soffitto della camera di Grazia. Due stallieri e una giovane serva stavano facendo qualcosa d’improbabile con un centauro. Ringil rivolse un sospiro sconsolato verso l’alto a quelle creature perfettamente integrate nel loro piccolo mondo pastorale.

«Devo aiutare la famiglia» disse seccamente. «Devo ritrovare qualcuno, una cugina che si è messa nei guai.»

«E tu pensi che io abbia cominciato a muovermi negli stessi circoli del clan Eskiath.» La pancia che faceva da cu- scino a Ringil cominciò a sussultare per via della risata di Milacar. «Gil, hai sopravvalutato il mio ruolo e di parecchio, considerata la situazione attuale nel suo complesso. Ricorda, sono un criminale.»

«Sì, ho visto come rimani ancorato alle tue radici. Una grande casa del cazzo alle Radure, una cenetta con la Fratellanza della Palude e dignitari associati.»

«Possiedo ancora la residenza in via dei Carichi, se questo ti fa sentire meglio. E nel caso tu l’abbia dimenticato, io appartengo a una famiglia della Fratellanza.» Adesso nella voce dell’altro affiorava una leggera tensione. «Mio padre era un capitano esploratore, prima della guerra.»

«Sì, e il tuo bis-bis-bis-bis-eccetera bisavolo ha fondato la fottuta città di Trel-a-lahayn. Sapevo già che stavi per dir- lo, Grazia. E la verità è che quindici anni fa non ti saresti sognato di offrire della cortese ospitalità a casa tua a quel cazzone che, per combattere, va in giro con un coltellino al fianco. E non avresti neppure scelto di vivere da questa parte del fiume.»

Percepì i muscoli dello stomaco di Grazia contrarsi lievemente sotto la sua testa.

«Ti ho deluso?» domandò Milacar a bassa voce.

Ringil continuò a fissare il soffitto. Scrollò le spalle. «Dopo il ’55 è andato tutto a puttane, in una maniera o nell’altra abbiamo dovuto superarlo, ciascuno a modo suo. Perché tu dovresti essere diverso?»

«Troppo gentile.»

«Sì.» Ringil si sollevò e si mise a sedere, ruotando leggermente il corpo per trovarsi faccia a faccia con Grazia del Cielo. Si mise a gambe incrociate e strinse le mani in grembo. «Dunque, vuoi aiutarmi a trovare questa mia cugina?»

Milacar fece la sua faccia da E-che-vuoi-che-sia. «Natural- mente. In che guaio si è cacciata?»

«È stata rapita. Da quel che ho potuto scoprire, quattro settimane fa è stata venduta all’asta, a Etterkal.»

«Etterkal?» Dal viso di Milacar l’espressione E-che-vuoi- che-sia scomparve di colpo. «È stata venduta legalmente?» «Sì, come pagamento per un brutto debito. vendita al- l’asta della Camera di Compensazione della Cancelleria; gli acquirenti di Dedalo sul Mare l’hanno notata e a quanto pare messa ai ceppi e portata via quello stesso giorno. Ma le scartoffie sono indecifrabili, o perdute, o io non ho corrotto i funzionari giusti. Ho questo schizzo di lei fatto a carboncino che sto mostrando in giro ma che nessuno vuole riconoscere, e non riesco a convincere anima viva a parlarmi di chi gestisce le cose a Etterkal. E comincio a stancarmi di essere gentile.»

«Sì, l’ho notato.» Grazia del Cielo scrollò la testa con aria perplessa. «Comunque, come cazzo ha fatto una figlia del clan Eskiath a finire al Dedalo?»

«Be’, in realtà non è una Eskiath. Come ti ho detto, è una cugina. Il suo cognome è Herlirig.»

«Oh oh. Sangue di palude, quindi.»

«Sì, e sposata persino con la famiglia sbagliata, dal punto di vista degli Eskiath.» Ringil avvertì un tono di irrita- zione e disgusto insinuarsi lentamente nella sua voce, ma non gliene poteva fregare un accidente. «Con un mercante. All’epoca i membri degli Eskiath ignoravano cosa stesse suc- cedendo, ma in realtà penso che anche se l’avessero saputo non avrebbero comunque mosso un dito per impedirlo.»

«Ah.» Milacar si guardava le mani. «Etterkal.»

«Proprio così. I tuoi vecchi amici Ringhio e BoccaCucita, tra gli altri.»

«Ah.»

Ringil sollevò la testa. «Cosa succede, improvvisamente c’è qualche problema?»

Di nuovo silenzio. Da qualche parte ai piani bassi dell’edificio qualcuno stava versando dell’acqua in un grande con- tenitore. La cosa sembrò richiamare l’attenzione di Milacar.

«Grazia?»

Grazia del Cielo incrociò gli occhi e fece un sorriso teso, improvvisamente incerto. Non era uno sguardo che Ringil gli avesse visto spesso.

«Molte cose sono cambiate da quando te ne sei andato, Gil.» «Sì? Racconta un po’.»
«Inclusa Etterkal. Dedalo sul Mare è un posto completamente diverso oggi, non lo riconosceresti più dai tempi della Liberalizzazione. voglio dire, si sapeva che la schiavitù sarebbe stata abolita, era ovvio. Papavero ne blaterava in continuazione, e pure BoccaCucita, quando si riusciva a fargli spiccicare parola.» Adesso sembrava che le parole uscissero dalle labbra di Milacar in modo stranamente frettoloso, quasi temesse di essere interrotto. «Ma non puoi immaginare quanto Etterkal sia cresciuta, Gil; hanno fatto davvero un mucchio di soldi. Molto più di quanto ne abbiano mai guadagnato col flandrijn o il crystal.»

«Sembri invidioso.»

Per un momento sulle labbra di Milacar passò nuovamente il fremito di un sorriso, ma si spense in fretta. «Quel genere di soldi compra protezione, Gil. Non si può più gira- re per Etterkal a fare i delinquenti come facevamo quando era tutto un pullulare di puttanieri e vita di strada.»

«Ecco, mi deludi un’altra volta.» Ringil mantenne un tono leggero, mascherando un’inquietudine strisciante. «Al tempo non c’era strada a Trelayne in cui non ti saresti fatto avanti.»

«Te l’ho detto, le cose sono cambiate.»

«Come quella volta che provarono a tenerci lontani dal- la regata dei palloni delle Radure. La mia gente ha costruito questa fottuta città, non riusciranno a rinchiudermi nel recinto della feccia mentre i loro fottuti teppisti se ne vanno in uniformi di seta.» Non c’era più leggerezza nella voce, che adesso imitava il Milacar di tanto tempo prima. «Ricordi?»

«Ascolta…»
«Naturalmente ora ci abiti, nelle Radure.»
«Gil, te l’ho detto…»
«Le cose sono cambiate, già. L’ho sentito quando l’hai detto la prima volta.»

E adesso lui non riusciva più a celarla, la sensazione di perdita che gli colava dentro, l’ennesima perdita schifosa, che si infradiciava dello stesso sentore di tradimento, più antico e vago, che lo aveva avviluppato come in un vortice, anno dopo anno – tutti sprecati – e che adesso aveva un sapore amaro e pungente sulla lingua, come se Grazia del Cielo fosse divenuto assenzio in quegli ultimi secondi pulsanti e contratti. Il piacere si faceva perdita, il desiderio rimpianto ed ecco, improvvisamente, la stessa disgusto- sa spirale di incasinati sensi di colpa che smerciavano nei templi e negli addestramenti spietati e i richiami al lignaggio; i predicozzi di Gingren, i soprusi rituali e le sterili pro- ve di virilità inferte alle nuove reclute all’accademia e tutte le solite fottutissime cose su cui uomini in toghe e uniformi mentivano con le loro solennissime ciance e…

Scese dal letto come se ci fossero scorpioni nelle lenzuola, gli ultimi brandelli di piacere residuo ormai dissolti. Ab- bassò lo sguardo su Milacar, e l’odore dell’altro divenne qualcosa che improvvisamente voleva togliersi di dosso.

«Vado a casa» disse piattamente.
Si mise a cercare i propri vestiti sul pavimento.
«Gil, loro hanno un Dwenda.»
Raccolse i calzoni, la camicia, le calze stropicciate. «Sicuro, come no.»
Milacar lo guardò per un momento e poi, bruscamente, scese dal letto e gli fu addosso come un gatto da combatti- mento Yhelteth. Afferrandogli le mani, lo fece cadere lanciandosi con tutto il corpo, schiacciandolo in una lotta ravvicinata. Un’eco rabbiosa della danza corpo a corpo che avevano appena fatto a letto. Col profumo acre di Grazia del Cielo e la forza del combattente di strada che gli grugniva addosso.

In un momento diverso avrebbe lasciato correre, ma nel- la testa di Ringil indugiava ancora una rabbia intensa, la frustrazione a pizzicargli i muscoli, sussurri allettanti di riflessi offuscati e affilati negli anni della guerra. Si districò dalla presa di Milacar con una ferocia che aveva dimenticato di possedere e, con una mossa Yhelteth a mano nuda, atterrò il compagno, in un intrico di arti. Gli rovinò addosso con tutto il peso. Milacar emise una sorta di fischio, che troncò improvvisamente il grugnito furente. Ringil infilò un pollice nella bocca di Grazia del Cielo a mo’ di gancio e lo sollevò in equilibrio precario, l’altro a qualche centimetro dal suo occhio sinistro.

«Non provare più a farmi una stronzata simile» sibilò Gil. «Non sono uno dei tuoi tirapiedi col coltello; io ti ammazzo.» Milacar stava soffocando e si dibatteva. «Vaffanculo, stavo cercando di aiutarti. Ascoltami: hanno un Dwenda a Etterkal

Sguardi agganciati. I secondi si sfilacciavano. «Un Dwenda?»

Gli occhi di Milacar dicevano sì, dicevano che almeno lui ci credeva.

«Stai parlando di un fottuto Aldrain?» Ringil mollò la presa su Grazia del Cielo. «Un membro del Popolo Scomparso, proprio qui a Trelayne, che Hoiran ti fulmini?»

«Sì, ti sto dicendo questo.»
Ringil scese dal corpo dell’altro. «Spari solo cazzate.» «Grazie.»
«Be’, è così, o hai fumato troppa della tua scorta.»
«So quello che ho visto, Gil.»
«Ci sarà un motivo per cui è chiamato il Popolo Scomparso,

Grazia, che ne dici? Sono scomparsi. Anche i Kiriath li ricordavano solo nelle leggende.»

«Sì.» Milacar si tirò su. «E prima della guerra, non c’era anima viva che credesse nei draghi.»

«Non è la stessa cosa.»

«Bene, allora spiegamelo tu.» Grazia del Cielo attraversò la camera da letto con passo pesante e si avvicinò a una fila di stupende vestaglie stile Impero a un attaccapanni.

«Spiegare cosa? Che un ciarlatano albino col trucco vistoso intorno agli occhi vi tiene in scacco e vi fa scappare a nascondervi come un branco di pastori Majak quando si sente il rombo del tuono?»

«No.» Milacar si coprì le spalle con una vestaglia di seta color prugna, se la infilò e annodò la cintura. «Spiegami come mai la Fratellanza della Palude ha mandato tre delle sue spie migliori a Etterkal, uomini con l’esperienza d’una vita e volti che nessuno, eccetto il capo della loro Loggia, avrebbe potuto collegare alla loro attività, e una settimana dopo le uniche cose a tornare sono state le loro teste.»

Ringil gesticolò. «A quanto pare questo albino figlio di puttana ha fonti migliori delle tue, e ci sa fare col coltello.» «Gil, mi fraintendi.» Grazia del Cielo abbozzò nuova- mente un sorriso incerto. «Non ho detto che questi uomini sono morti, solo che le uniche cose a tornare indietro sono state le loro teste. Tutte vive, innestate al collo su un ceppo d’albero di circa quindici centimetri.» Ringil lo fissò.

«Sì, proprio così. Spiegami un po’ questo
«Tu l’hai visto?»
Un cenno di assenso teso. «Hanno portato una delle teste a un incontro della Loggia. Mettono il collo in un vaso con dell’acqua e in un paio di minuti quella cosa merdosa spalanca gli occhi e riconosce il maestro della Loggia. Apre la bocca, cerca di parlare, ma non ha né gola né corde voca- li, così l’unica cosa che si riesce a sentire è una specie di ticchettio, le labbra che si muovono, la lingua di fuori, e poi un fottutissimo piagnucolio, le lacrime che gli colano sul viso.» Milacar deglutì vistosamente. «Dopo circa cinque minuti di quel bello spettacolo, tolgono l’affare dall’acqua e festa finita. Le prime ad arrestarsi sono le lacrime, come prosciugate, e poi tutta la testa semplicemente smette di muoversi, immobilizzandosi lentamente, come un vecchio moribondo in un letto. Solo che non è morta per un cazzo. Appena la rimetti nell’acqua» accennò con la mano, impotente. «Di nuovo, sempre uguale.»

Ringil se ne rimase lì nudo; l’Arcoluce entrava dal balcone aperto e l’aria improvvisamente si era fatta più fredda. Si voltò a guardare la notte, come se udisse un richiamo provenire da qualche parte oltre le finestre.

«Hai del crystal?» chiese a voce bassa.

Milacar annuì indicando il mobile della toeletta all’altro capo della stanza. «Guarda nel cassetto in alto a sinistra, un paio di canne sono già pronte. Serviti pure.»

Ringil attraversò la camera e aprì il cassetto. Tre cilindri di foglie ingiallite rotolarono sul fondo del piccolo scomparto di legno. Ne prese uno, si avvicinò alla lampada che era accanto al letto e si curvò per accenderlo allo stoppino. Le scaglie di crystal dentro il cilindro crepitarono alla fiammata e l’odore aspro gli procurò un formicolio nelle narici. Aspirò profondamente e inalò il vecchio, familiare aroma nei polmoni. Una sferzata di calore, il freddo che si allontanava. Il crystal gli andò alla testa come fuoco ghiacciato. Si voltò a guardare il balcone, sospirò e uscì, sempre nudo, accompagnato da una scia di fumo.

Poco dopo, Grazia del Cielo lo seguì.

Fuori, si vedevano i tetti stendersi da un capo all’altro delle Radure fino al fiume. Le luci degli altri palazzi, simi- li a quello di Milacar, splendevano tra gli alberi dei giardini e le strade sinuose punteggiate di luci, viottoli che seco- li prima erano stati semplici sentieri attraverso la palude. L’estuario si curvava verso l’interno a occidente, le costruzioni del vecchio porto sulla riva opposta adesso spiccava- no demolite per fare spazio a giardini ornamentali e a costosi templi di ringraziamento agli dei Naom.

Ringil si curvò sulla balaustra del balcone, trattenne un ghigno e si sforzò di essere onesto con se stesso nel giudicare i cambiamenti. Sin dall’inizio, alle Radure era circolata molta ricchezza, ma in passato c’era meno compiacimento, vi si ergevano le dimore dei clan che, sull’altra sponda del fiume, vedevano scaricare le merci che avevano contribuito alla nascita del loro benessere. Ora, con la guerra e la ricostruzione, le banchine erano state trasferite più a valle, fuori dal campo visivo, e le uniche strutture che sulla sponda opposta fronteggiavano i palazzi delle Radure erano i templi, massicci echi di pietra della rinnovata devozione e fede dei clan nel proprio legittimo dominio.

Ringil esalava pennacchi di fumo acre. Sentì, senza voltarsi, che Milacar lo aveva seguito sul balcone.

«Quel soffitto ti farà arrestare, Grazia» disse Gil con distacco.

«Non in questa parte della città.» Milacar si unì a lui sul- la balaustra, inalò l’aria notturna delle Radure come fosse un profumo. «La Commissione non fa visite a domicilio da queste parti, dovresti saperlo.»

«Dunque alcune cose non sono cambiate, dopotutto.» «No, i punti salienti restano.»
«Già, ho visto le gabbie mentre arrivavo.» Un improvviso, glaciale ricordo di cui avrebbe fatto a meno. Fino a due giorni prima si era illuso che fosse sepolto al sicuro, poi la carrozza di sua madre aveva attraversato sferragliando il ponte sulla strada acciottolata verso la Porta Orientale. «Kaad gestisce ancora le cose alla Cancelleria?»

«Sì, questo non è cambiato, e sembra che lo faccia ringiovanire ogni giorno di più. Hai notato come il potere sembra nutrire alcuni e succhiare il sangue ad altri? Bene, Murmin Kaad appartiene senza dubbio al primo gruppo.»

Nella Sala delle Udienze, tolgono le manette a Jelim, lo immobilizzano e lo strappano a forza dalla sedia, il corpo che si contorce. Il ragazzo respira affannosamente per l’incredulità, tossisce, biascica urla di diniego per la condanna emessa, un groviglio di implorazioni che fa venire la pelle d’oca agli osservatori in tribuna, fa sudare il palmo delle mani e conficca aghi di ghiaccio, dolorosi come cocci di vetro, nella carne di braccia e gambe avvolte negli abiti caldi.

Tra Gingren e Ishil, Ringil siede pietrificato.

E mentre gli occhi del ragazzo condannato si dilatano e arrovesciano come quelli di un cavallo in preda al panico, mentre il suo sguardo tenta di aggrapparsi alle facce dei notabili radunati sopra di lui, come se fosse in cerca di una salvezza da fiaba che in qualche modo possa farsi largo là dentro, improvvisamente vede Ringil. I loro occhi si incontrano e Ringil si sente come se lo avessero pugnalato. Incredibilmente, Jelim, dimenandosi, riesce a liberare un braccio e lo punta con un gesto di denuncia verso l’alto, e urla: “È stato lui, vi prego, prendete lui. Non volevo farlo, è stato lui, È STATO LUI, PRENDETE LUI, È STATO LUI, LUI, NON IO…”.

E lo trascinano via, in una scia di grida che tutti i presenti san- no essere solo l’inizio, solo la più infima delle incontenibili agonie cui darà sfogo il giorno seguente. Nella gabbia.

Giù, in sala, sul palco sopraelevato dei giudici, Murmin Kaad, che fino a quel momento ha seguito il procedimento con calma impassibile, alza lo sguardo e incrocia a sua volta quello di Ringil.

Sorride.

«Figlio di puttana.» Un tremore nella voce cui sperava di infondere un tono piatto. Aspirò dalla canna di crystal sperando che aiutasse. «Avrei dovuto farlo uccidere nel ’53, quando ne ebbi la possibilità.»

Ringil guardò di sbieco, colse il modo in cui Grazia del Cielo lo stava fissando. «Che c’è?»

«Oh, mio bel giovane» Milacar disse dolcemente. «Pensi davvero che sarebbe stato così semplice?»

 

L'articolo Le cose sono cambiate. Un estratto da “L’Acciaio Sopravvive” di R. K. Morgan proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/le-cose-sono-cambiate-un-estratto-da-lacciaio-sopravvive-di-r-k-morgan/feed/ 0
Muori per me, fin dove termina la strada. Tradurre R. K. Morgan https://minimaetmoralia.it/interventi/muori-per-me-fin-dove-termina-la-strada-tradurre-r-k-morgan/ https://minimaetmoralia.it/interventi/muori-per-me-fin-dove-termina-la-strada-tradurre-r-k-morgan/#respond Tue, 15 Feb 2022 09:21:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49995 La trilogia Cosa Resta degli Eroi di R. K. Morgan è appena uscita per Mondadori con la curatela e traduzione integrativa di Edoardo Rialti. Il ghiaccio di marzo Ancora invetria le pozze degli scogli, pareti di sabbia color tabacco si levano sopra un grande sperone petroso denudato da ogni marea calante e tu, su quelle […]

L'articolo Muori per me, fin dove termina la strada. Tradurre R. K. Morgan proviene da Minima et Moralia.

]]>
La trilogia Cosa Resta degli Eroi di R. K. Morgan è appena uscita per Mondadori con la curatela e traduzione integrativa di Edoardo Rialti.

Il ghiaccio di marzo
Ancora invetria le pozze degli scogli,
pareti di sabbia color tabacco si levano
sopra un grande sperone petroso
denudato da ogni marea calante
e tu, su quelle bianche
pietre, avanzasti nel tuo funereo
cappotto nero, scarpe nere,
con i tuoi capelli neri, fino a fermarti laggiù ritto,
vortice fisso sulla punta
estrema, inchiodando pietre, aria,
ogni cosa, insieme.
Sylvia Plath

È difficile raccontare un debito che cambia tutta l’esistenza, verso cui tutto sembra convergere e che sostiene e forse indirizza i passi successivi. Ci sono crocevia nella nebbia che, fin dal primo momento, fanno come mancare un gradino al piede della mente, sprofondano nel silenzio, hanno tutto il sentore dell’incontro inesorabile, della svolta decisiva, che tanti passi ed eventi avevano già preparato, sebbene ciò si avverta solo in quel momento. La nostra tendenza simbolica tende a farci scorgere volti nelle nuvole, mani tese, doni. Forse è impossibile indicare cosa viene prima, se il desiderio crei l’evento o viceversa. Di sicuro qualcosa è già in noi, altrimenti forse non lo troveremmo neppure fuori. Io in dio non ci credo, non c’è alcuna essenza che precede l’esistenza, eppure fuori di noi capita di incontrare parole, immagini, storie che senti remote come stelle e più vicine della giugulare, wa naHnu aqarbu ilayhi min jabli al-warid, recita la Sura.

Un estraneo che sorride dall’altra parte di un fuoco, e senti già di conoscerlo, perché forse sei tu. Due ore prima dell’alba, seduto in cucina, fumavo una delle sigarette di Sarah. Ascoltavo il vortice e aspettavo. Millsport era andata a letto da un pezzo, ma nella Distesa le correnti ruotavano ancora sui bassifondi; il suono giungeva a riva e si aggirava per la città. Una nebbiolina si alzava dai mulinelli d’acqua, cadeva sulla città come teli di mussola e appannava le finestre della cucina. Ricordo bene la sensazione provata nel leggere quelle prime righe della scena d’apertura di Altered Carbon – all’epoca tradotto ancora come Bay City – di R. K. Morgan. Era qualcosa che superava la somma delle sue parti, così facili a ricondursi agli elementi già noti del genere, noir o cyberpunk che fosse. Sapevo che a quella finestra di una metropoli del futuro, in quella pausa di quiete, c’era la vita come la conosciamo.

È una questione di voce, in fondo. Ciò è stato incomparabilmente più forte con A land fit for heroes- Ciò che resta degli eroi. Sono passati più di dieci anni da quando, per quei collegamenti a ragnatela in cui un autore (in quel caso, il Joe Abercrombie che traducevo ancora per Gargoyle) ti fa scoprire un altro, incappai per la prima volta nelle vicende di Gil, Archeth, Egar, e quel sentimento inesorabile mi si parò dinanzi ancora una volta come uno specchio oscuro, disposto subito dietro l’angolo della strada, dove un volto che non conosci eppure conosci ti sorride a denti insanguinati. Ogni grande storia uccide e resuscita come significato le precedenti, riprende gli elementi del genere o dei generi narrativi su cui si innesta e le varia, stravolge e proprio per questo fa compiere loro dei passi avanti, si innesta con altre regioni delle nostre esperienze, dei nostri nodi e delle nostre pulsioni.

Io ho sempre amato la narrativa fantastica, ed ecco presente tutto ciò che mi aveva già affascinato in tante narrazioni ripresentarsi investito da una luce diversa, commista ad altri spazi immaginativi che sentivo altrettanto veri, capaci di esprimere a modo loro altre dimensioni della nostra effettiva posizione nel cosmo. C’erano tre eroi obliqui, spezzati, che come i detective di Chandler o i pistoleri e rivoluzionari di Leone erano gravati tanto da un grande e lurido passato collettivo e i suoi sogni infranti che dai narcotici individuali con cui cercavano di smussare le ferite della mente e dell’anima: un cavaliere omosessuale, che celava dietro la feroce baldanza di una vita incurante e scandalosa la disperazione rabbiosa di sapersi da sempre rifiutato. Un’aliena immortale, ultima erede di una razza di ingegneri prodigiosi, isolata per razza, ateismo illuminato, sessualità, longevità, che tentava faticosamente di far progredire un impero monoteista verso una società vagamente civile e scientifica.

Un capoclan barbaro delle steppe, che al pari dei Vareghi a Costantinopoli aveva militato nelle grandi città del Sud, ne aveva conosciuto il lusso, la cultura, l’ampiezza di orizzonti, e adesso, con le vittorie alle spalle e la mezz’età a infiacchire il vigore, non si trovava più a casa tra gli agi del meridione e neppure nella semplice vita delle vecchie radici. Tre diverse solitudini, tre vincitori-sconfitti che si erano conosciuti nel corso di una guerra immane, e che adesso parevano solo fronteggiare il grigio infittirsi delle delusioni. Eccoli invece trovarsi nuovamente coinvolti in una sordida indagine poliziesca che tracimava progressivamente nel ridestarsi di una magia millenaria, e squarciava il velo di una minaccia ancestrale, invocata e temuta: un pericolo intrecciato coi piani imprevedibili di divinità oscure e beffarde come Odino e Dioniso, che forse erano solo l’eco digitale di un mondo dove la luna non era stata ancora sbriciolata da un conflitto atomico, e coi disegni di realtà più mostruose ancora.

La tradizione “anti-tolkieniana” dell’epic fantasy fosco e anarchico a la Michael Moorcock – coi suoi Erlic e Corum ispirati a Brecht – si sovrapponeva a My Own Private Idaho di Van Sant, i saggi sulla genetica di Dawkins a Neuromante di Gibson. Tutto ciò finalmente si univa e mi faceva vedere cosa comporterebbe davvero, in una vita come la nostra, incontrare la bellezza struggente e amorale di Elfi duri e splendenti come la Galadriel o il Gil-Galad dello stesso Tolkien, imprevedibili come il Bercilak de Il Cavaliere Verde, magnifici e inflessibili come Mishima, i migliori nazisti di sempre, per i quali evocare città delicate come ragnatele e rapire e abusare bambini o fare sacrifici umani fa tutto parte del medesimo orizzonte radioso. Cosa comporterebbe davvero per amicizie, amori, conoscenza di se stessi, essere immortali. Cosa vorrebbe dire diventare davvero un Re Stregone di Angmar della cui ascesa si percorrano tutti i passi, i dolori e gli inscindibili scampoli di bene, come il Walter White che urla e ride insieme in Breaking Bad.

Come ha scritto Joe Abercrombie Audace, brutale, senza compromessi. Morgan non stravolge semplicemente i cliché del fantasy, ma li prende a colpi d’ascia. Poi gli dà fuoco. Per poi spegnerli pisciandoci sopra. Le scene di sesso erano come duelli e viceversa, il dolore di essere se stessi in un mondo ottuso e ostile veniva impugnato come un pugnale che si afferri per la lama e con cui si sfracelli la faccia dell’aggressore, incuranti dei tagli alle mani. C’erano città tecnologiche sospese sull’acqua, nomadi guerrieri che ricordavano tanto i Berserk norreni che i Cheyenne, difese eroiche fino alla morte, arrembaggi, scogliere stregate, coperte di glifi che hanno ricucito il mondo, demoni imbrigliati nel ferro che forse sono anche computer, i profumi e lezzi delle metropoli ottomane, signori delle tenebre che si ridestavano da attacchi epilettici durati millenni, e la cui unica parola biasciata era l’eco di un sogno d’amore. Il prezzo di una magia mai così spaventosa e realistica si rivelava non diverso, al fondo, dall’acquisizione di ogni nuovo potere negli eventi piccoli e grandi, manifesti o silenziosi, di queste nostre giornate ordinarie, uno spazio scavato dalle onde della disperazione dove è possibile far entrare il vento della forza.

Tutto ciò veniva espresso con una forza stilistica capace di esprimere l’odio bruciante per ciò che umilia e reprime i balbettii dei nostri amori, le pause di conforto dal crepuscolo delle sconfitte costanti. Dopo la palude, dopo i Margini e i fantasmi dei Luoghi Grigi, dopo il vagare annebbiato, è come ridestarsi, come la luce che di mattina si riversa nelle stanze e il risveglio degli arti riposati sotto le lenzuola. È la vita che riprende. Come ogni grande romanzo- dal Maestro e Margherita a La donna della domenica– si trattava anche di un affresco metaletterario dei suoi generi di riferimento, una trilogia fantasy sul fantasy, dove la nostra tendenza costante a proiettare sul cosmo miti, leggende, imprese epiche che diano senso al nostro cammino confuso e frustrato di scimmie nella nebbia che vorrebbero credersi demoni o dei, giocava un ruolo sempre più esplicito e doloroso.

Dentro e oltre tutto questo, la nota segreta e perenne, che adesso pulsava in sottofondo, adesso risuonava nel proscenio, era scandita proprio dallo struggimento per ciò che dovrebbe essere e così spesso non si verifica mai, se non per accenni e pause che stringono la gola per il sollievo fuggevole: una canna in kimono fumata alla finestra, mentre l’amante di una vita o una notte si mette accanto a te e guarda le luci della notte, l’amore che tende le mani nei crepacci tragici della vita, un amico che balza ringhiando al tuo fianco, senza neppure chiederti quale sia il pericolo, il singhiozzo di un orgasmo che ti fa accasciare sull’altra persona come una casa in fiamme che rovini sull’acqua, il tempo che è sempre un movimento a spirale, per cui il futuro modifica il passato, e i nostri affetti forse sono solo echi e rifrazioni di nostre scelte alternative, se non addirittura i nemici e i mostri da cui vorremmo proteggere altri affetti ancora.

Eppure, persino questa consapevolezza non fa indietreggiare l’amore, il desiderio di compromettersi. In the midst of the ruin that surrounds us/We communicate but only in tongues/Our lips will welcome the caress of crucifixion/And we stain the wood with defeat cantano i Counterparts in Tragedy. Perché l’orrore che minaccia le nostre vite spesso si rivela solamente la vendetta per il sogno d’amore di qualcun altro, come Didone che evocava l’ombra di Annibale dalle fiamme in cui si sarebbe gettata dopo il rifiuto di Enea.

Ci sono due scene, tra le tante, che hanno sempre incarnato ed espresso la mia esperienza nell’espormi al viaggio offerto da questa storia. La prima è quella in cui la dea Firfidar, Signora dei Dadi, del Fuoco e della Morte, si rivela al protagonista: Molto lentamente, il cadavere alzò entrambe le mani all’orlo del cappuccio che indossava. Alzò la stoffa nera, scostandola dal viso che celava. A Ringil si mozzò il fiato in gola. Con uno sforzo di volontà, ricambiò lo sguardo di Firfirdar. Il cadavere che lei aveva scelto non era un orrore in putrefazione, tutt’altro. Eccetto il pallore rivelatore e le borse sotto gli occhi, era un viso che poteva appartenere ancora a un essere vivente. Ma era bellissimo. Un viso di giovane dai lineamenti delicati, divorato dalla tisi, che saresti stato pronto a baciare rischiando il contagio. Un viso cui abbandonarti di notte in un vicolo buio, per poi svegliarti la mattina seguente e passare mesi affannosi a ricercarlo inutilmente per le strade. Un viso che ti chiamava e rendeva futile ogni pensiero di sicurezza e buon senso. Un viso da cui saresti andato con gioia, quando fosse stato il momento; senza rimpianti, lasciandoti dietro solo un lieve sorriso agonizzante, impresso sulle labbra che si raffreddano.

«Adesso mi vedi, Ringil Eskiath?» chiese la voce, bisbigliando, sibilando.

Nell’altra, Ringil, prima di addentrarsi nelle Nere Falesie che lo cambieranno per sempre, getta uno sguardo alla propria spada. Ringil percorre con lo sguardo la linea delle scogliere, le scale disseminate ai loro piedi come stuzzicadenti nella segatura. Da qualche parte c’è un sussurro di desolante conforto al pensiero di quanti sono giunti qui prima di lui per poi andarsene. Riconosce la sensazione provata in guerra: il cameratismo anonimo di mille fantasmi, la consapevolezza che mentre la morte può essere una porta da varcare da soli, la strada d’accesso è affollata per il traffico e si percorre l’erta di ciottoli in costante compagnia, niente più d’una frazione che arranca in un caravanserraglio senza fine, diretto a casa, alla fine del viaggio. Ricorda l’abbandono fiducioso ai suoi stessi atti che tale conoscenza gli aveva infuso allora, un vuoto nelle viscere tanto vicino alla disperazione da distinguerli a malapena. Adesso la riaccoglie a braccia aperte. E in qualche modo, come se fosse incatenata a tutto questo, la danza gelida dei glifi sfiorati nella fessura ha lasciato tracce nella sua mente, toccandogli le dita e la gola con ciò che occorre per aprire ancora una volta quella stessa porta.

Non è mai stato più pronto di così.

E l’Amica dei Corvi, appoggiata contro la parete della scogliera, pare un amico losco in un vicolo di Fondo del Porto, in attesa che lui decida il prossimo posto dove farsi una bevuta.

Definirle due metafore della lettura stessa, dello struggimento per qualcosa che, fuori di noi, ci fa protendere per il desiderio, ci fa sentire vivi proprio perché esposti al pericolo, con cui desideriamo comunque contagiarci, della compagnia che le grandi storie e i suoi personaggi sanno offrire alla nostra vita, accompagnandoci e raggiungendoci dove molti altri non saprebbero mai spingersi, è riduttivo, eppure anche questo c’è. Ci sono esperienze che, dentro le contraddizioni e i pesi, sanno scoccarci quel sorriso di sghembo, sappiamo che sono lì, che ad esse potremo tornare, che possiamo tendere le mani dell’anima e aggrapparci a esse. Un altro me stesso/ che accenna col capo un brusco saluto: Beh,/ ce ne hai messo di tempo, ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta, scrisse Ashbery in Paura della Morte. Racchiuderle in una spiegazione è impossibile. Il nome di queste armi, che sanno parlare, è una cosa complicata.

Il mio nome è una cosa complicata…Sono la benvenuta nella Casa dei Corvi e dei Divoratori di Cadaveri nella veglia dei guerrieri. Sono amica delle nere cornacchie e dei lupi. Portami con te e uccidi con me e muori per me fin dove termina la strada. Non sono la dolce promessa di una lunga vita negli anni a venire, sono la ferrea promessa di non essere mai uno schiavo.

È così strano, eppure tanto vero, che si debba qualcosa a dei fantasmi. Ci sono state scelte della mia vita che non so come avrei preso, senza di loro. In tutt’altro contesto immaginativo, assai più infantile, una volta J. K. Rowling promise ai suoi lettori che Hogwarths sarebbe stata una casa che li avrebbe sempre aspettati. Nei romanzi di Morgan c’è uno spazio tra i mondi chiamato Luoghi Grigi, dove si addensano le tempeste delle possibilità, versioni alternative di noi stessi, dei nostri amori e dei nostri odi. E anche io so che devo solo chiudere gli occhi per ritrovarmi in quella spiaggia nebbiosa, invernale, dove le onde si abbattono al ritmo del respiro, e i gabbiani gridano nel cielo nuvoloso, e la spuma si infrange sugli scogli ai piedi della Signora della Morte.

E così si torna a quella sigaretta alla finestra. Il sorriso di Ringil, il suo ringhio, il suo ululato sono sempre accanto a me. Un Talvolta, negli oltre dieci anni di riletture e nei due anni e mezzo di traduzione e curatela, cercando di infondere tutto il sangue nelle scelte sulla pagina, la fronte appoggiata al legno accanto al vetro, mi sono trovato a chiedere se, in qualche modo, quei fantasmi lo sanno, quanto li amo.

Come ho raccontato nella Nota del traduttore a conclusione della Trilogia, tutto questo ha dovuto incanalarsi ed esprimersi nella scrittura. Niente di ciò che facciamo può forse ricreare davvero quanto provato in certe esperienze, eppure è l’unico modo per esprimerlo e onorarlo. Al pari delle pile corticali dei suoi romanzi sci-fi, una traduzione è la trasfusione di una coscienza in un altro corpo, emotivo e linguistico, che conserva l’anima originale innestandola sulle sinapsi di una identità differente, che magari è dipendente dalla nicotina o soffre di cefalea. Era anzitutto importante che il testo dialogasse con gli altri romanzi di R.K. Morgan, in particolare la trilogia su Takeshi Kovacs in Altered Carbon, per una serie di rimandi ed echi che hanno scatenato accesi dibattiti, e sui quali lo stesso Morgan ha fornito risposte volutamente elusive, perché li si potesse interpretare come divertenti easter eggs (basti pensare al gioco tra i nomi: Eskiath-Takeshi) o come un intenzionale dialogo tra passaggi diversi di un unico vasto affresco.

Ciò ha voluto dire raffrontarsi anzitutto con le scelte del grande e compianto Vittorio Curtoni, e riprenderle: il caso più eclatante è stato tradurre Ahn Fhoi, la Corte Oscura, come Spaa Dhi, per mantenere il rapporto tra i termini Envoys-Spedi, un’eco che al termine della trilogia si rivela particolarmente chiaro, e importante. Anche la traduzione del capitolo VII ne L’oscurità profana tra Ringil Eskiath e Firfirdar-Vividara sulla spiaggia notturna dei Nalumin dialoga a distanza – come atmosfera generale, seppure in chiave spesso ribaltata – col capitolo XXIV al lido soleggiato dei surfisti tra Takeshi Kovacs e Virginia Vidaura nel volume conclusivo della prima trilogia, Il ritorno delle furie. C’è poi la questione del rapporto coi generi fantasy e scifi in sé, per cui è stato importante riferirsi soprattutto alle opere di Michael Moorcock, Poul Anderson, Iain Banks, presenti nei ringraziamenti o nelle citazioni d’apertura – La spada spezzata di Anderson è stato particolarmente rilevante per i capitoli sui Dwenda-Elfi nei Luoghi Grigi e per il personaggio di NeraRovina lo Scambiato – e naturalmente incombeva “la Montagna Solitaria”, il Tolkien sul quale Morgan nel 2009 scrisse una riflessione che precedeva di poco l’uscita de L’acciaio sopravvive e che suscitò forti prese di posizione, incentrata su una battuta dell’Orco Gorbag nel capitolo X de Le due torri, una citazione tolkieniana che significativamente apre il sipario ne Il gelo comanda.

Per la commistione col noir e altri orizzonti immaginativi meno determinati è stato importante tornare a Raymond Chandler, Dashiell Hammett, James Ellroy, Luis Ferdinand Céline, Hakuri Murakami, i romanzi sull’Aids di John Weir così come ai versi di Sylvia Plath. Tutto ciò naturalmente ha implicato confrontarsi anche con le traduzioni italiane di quegli stessi autori, alle strade aperte dal grande lavoro di Sergio Altieri, Gesualdo Bufalino, Anna Ravano. Per quanto accennato prima sulle condizioni specifiche del corpo di arrivo, i mesi di scrittura, lo spazio mentale che continua a ribollire anche quando il computer è chiuso, sono stati scanditi dalle opere di musicisti come Alan McKim, e Finch, ne hanno costituito la colonna sonora fin dall’inizio. Poi, per un altro sortilegio, si sono aggiunti Architects e Counterparts. Il Salgra Keth – la danza meditativa coi pugnali di Archeth – deve certamente molto al judo coi miei compari dello Yanagi a Firenze, ma quello spazio di dedizione reciproca ha accompagnato e sostenuto ogni passo di questi ultimi anni. E in fondo è impossibile elencare tutti i debiti e le influenze che accompagnano una così lunga convivenza. Anche qui, la somma supera le singole parti. Intuizioni e soluzioni spesso affiorano laddove meno te lo aspetti, intercettando tassonomie private, un battito di fondo. Posso solo dire che questo lavoro è una delle cose che volevo fare prima di morire, e, come ha scritto lo stesso Morgan in Altered Carbon, “tornare dalla morte può essere difficile”.

Come insegna la Narsil di Tolkien- ribattezzata Anduril-, ogni traduzione, ogni lascito da un passato personale o collettivo è la riforgiatura di una antica spada in una lega differente. Questa specifica pila corticale, questa lama Kiriath immersa nei fuochi e ghiacci di An-Monal, cui spero anche altri possano aggrapparsi, è per Dario.

 

L'articolo Muori per me, fin dove termina la strada. Tradurre R. K. Morgan proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/muori-per-me-fin-dove-termina-la-strada-tradurre-r-k-morgan/feed/ 0