La trilogia Cosa Resta degli Eroi di R. K. Morgan è appena uscita per Mondadori con la curatela e traduzione integrativa di Edoardo Rialti.

Il ghiaccio di marzo
Ancora invetria le pozze degli scogli,
pareti di sabbia color tabacco si levano
sopra un grande sperone petroso
denudato da ogni marea calante
e tu, su quelle bianche
pietre, avanzasti nel tuo funereo
cappotto nero, scarpe nere,
con i tuoi capelli neri, fino a fermarti laggiù ritto,
vortice fisso sulla punta
estrema, inchiodando pietre, aria,
ogni cosa, insieme.
Sylvia Plath

È difficile raccontare un debito che cambia tutta l’esistenza, verso cui tutto sembra convergere e che sostiene e forse indirizza i passi successivi. Ci sono crocevia nella nebbia che, fin dal primo momento, fanno come mancare un gradino al piede della mente, sprofondano nel silenzio, hanno tutto il sentore dell’incontro inesorabile, della svolta decisiva, che tanti passi ed eventi avevano già preparato, sebbene ciò si avverta solo in quel momento. La nostra tendenza simbolica tende a farci scorgere volti nelle nuvole, mani tese, doni. Forse è impossibile indicare cosa viene prima, se il desiderio crei l’evento o viceversa. Di sicuro qualcosa è già in noi, altrimenti forse non lo troveremmo neppure fuori. Io in dio non ci credo, non c’è alcuna essenza che precede l’esistenza, eppure fuori di noi capita di incontrare parole, immagini, storie che senti remote come stelle e più vicine della giugulare, wa naHnu aqarbu ilayhi min jabli al-warid, recita la Sura.

Un estraneo che sorride dall’altra parte di un fuoco, e senti già di conoscerlo, perché forse sei tu. Due ore prima dell’alba, seduto in cucina, fumavo una delle sigarette di Sarah. Ascoltavo il vortice e aspettavo. Millsport era andata a letto da un pezzo, ma nella Distesa le correnti ruotavano ancora sui bassifondi; il suono giungeva a riva e si aggirava per la città. Una nebbiolina si alzava dai mulinelli d’acqua, cadeva sulla città come teli di mussola e appannava le finestre della cucina. Ricordo bene la sensazione provata nel leggere quelle prime righe della scena d’apertura di Altered Carbon – all’epoca tradotto ancora come Bay City – di R. K. Morgan. Era qualcosa che superava la somma delle sue parti, così facili a ricondursi agli elementi già noti del genere, noir o cyberpunk che fosse. Sapevo che a quella finestra di una metropoli del futuro, in quella pausa di quiete, c’era la vita come la conosciamo.

È una questione di voce, in fondo. Ciò è stato incomparabilmente più forte con A land fit for heroes- Ciò che resta degli eroi. Sono passati più di dieci anni da quando, per quei collegamenti a ragnatela in cui un autore (in quel caso, il Joe Abercrombie che traducevo ancora per Gargoyle) ti fa scoprire un altro, incappai per la prima volta nelle vicende di Gil, Archeth, Egar, e quel sentimento inesorabile mi si parò dinanzi ancora una volta come uno specchio oscuro, disposto subito dietro l’angolo della strada, dove un volto che non conosci eppure conosci ti sorride a denti insanguinati. Ogni grande storia uccide e resuscita come significato le precedenti, riprende gli elementi del genere o dei generi narrativi su cui si innesta e le varia, stravolge e proprio per questo fa compiere loro dei passi avanti, si innesta con altre regioni delle nostre esperienze, dei nostri nodi e delle nostre pulsioni.

Io ho sempre amato la narrativa fantastica, ed ecco presente tutto ciò che mi aveva già affascinato in tante narrazioni ripresentarsi investito da una luce diversa, commista ad altri spazi immaginativi che sentivo altrettanto veri, capaci di esprimere a modo loro altre dimensioni della nostra effettiva posizione nel cosmo. C’erano tre eroi obliqui, spezzati, che come i detective di Chandler o i pistoleri e rivoluzionari di Leone erano gravati tanto da un grande e lurido passato collettivo e i suoi sogni infranti che dai narcotici individuali con cui cercavano di smussare le ferite della mente e dell’anima: un cavaliere omosessuale, che celava dietro la feroce baldanza di una vita incurante e scandalosa la disperazione rabbiosa di sapersi da sempre rifiutato. Un’aliena immortale, ultima erede di una razza di ingegneri prodigiosi, isolata per razza, ateismo illuminato, sessualità, longevità, che tentava faticosamente di far progredire un impero monoteista verso una società vagamente civile e scientifica.

Un capoclan barbaro delle steppe, che al pari dei Vareghi a Costantinopoli aveva militato nelle grandi città del Sud, ne aveva conosciuto il lusso, la cultura, l’ampiezza di orizzonti, e adesso, con le vittorie alle spalle e la mezz’età a infiacchire il vigore, non si trovava più a casa tra gli agi del meridione e neppure nella semplice vita delle vecchie radici. Tre diverse solitudini, tre vincitori-sconfitti che si erano conosciuti nel corso di una guerra immane, e che adesso parevano solo fronteggiare il grigio infittirsi delle delusioni. Eccoli invece trovarsi nuovamente coinvolti in una sordida indagine poliziesca che tracimava progressivamente nel ridestarsi di una magia millenaria, e squarciava il velo di una minaccia ancestrale, invocata e temuta: un pericolo intrecciato coi piani imprevedibili di divinità oscure e beffarde come Odino e Dioniso, che forse erano solo l’eco digitale di un mondo dove la luna non era stata ancora sbriciolata da un conflitto atomico, e coi disegni di realtà più mostruose ancora.

La tradizione “anti-tolkieniana” dell’epic fantasy fosco e anarchico a la Michael Moorcock – coi suoi Erlic e Corum ispirati a Brecht – si sovrapponeva a My Own Private Idaho di Van Sant, i saggi sulla genetica di Dawkins a Neuromante di Gibson. Tutto ciò finalmente si univa e mi faceva vedere cosa comporterebbe davvero, in una vita come la nostra, incontrare la bellezza struggente e amorale di Elfi duri e splendenti come la Galadriel o il Gil-Galad dello stesso Tolkien, imprevedibili come il Bercilak de Il Cavaliere Verde, magnifici e inflessibili come Mishima, i migliori nazisti di sempre, per i quali evocare città delicate come ragnatele e rapire e abusare bambini o fare sacrifici umani fa tutto parte del medesimo orizzonte radioso. Cosa comporterebbe davvero per amicizie, amori, conoscenza di se stessi, essere immortali. Cosa vorrebbe dire diventare davvero un Re Stregone di Angmar della cui ascesa si percorrano tutti i passi, i dolori e gli inscindibili scampoli di bene, come il Walter White che urla e ride insieme in Breaking Bad.

Come ha scritto Joe Abercrombie Audace, brutale, senza compromessi. Morgan non stravolge semplicemente i cliché del fantasy, ma li prende a colpi d’ascia. Poi gli dà fuoco. Per poi spegnerli pisciandoci sopra. Le scene di sesso erano come duelli e viceversa, il dolore di essere se stessi in un mondo ottuso e ostile veniva impugnato come un pugnale che si afferri per la lama e con cui si sfracelli la faccia dell’aggressore, incuranti dei tagli alle mani. C’erano città tecnologiche sospese sull’acqua, nomadi guerrieri che ricordavano tanto i Berserk norreni che i Cheyenne, difese eroiche fino alla morte, arrembaggi, scogliere stregate, coperte di glifi che hanno ricucito il mondo, demoni imbrigliati nel ferro che forse sono anche computer, i profumi e lezzi delle metropoli ottomane, signori delle tenebre che si ridestavano da attacchi epilettici durati millenni, e la cui unica parola biasciata era l’eco di un sogno d’amore. Il prezzo di una magia mai così spaventosa e realistica si rivelava non diverso, al fondo, dall’acquisizione di ogni nuovo potere negli eventi piccoli e grandi, manifesti o silenziosi, di queste nostre giornate ordinarie, uno spazio scavato dalle onde della disperazione dove è possibile far entrare il vento della forza.

Tutto ciò veniva espresso con una forza stilistica capace di esprimere l’odio bruciante per ciò che umilia e reprime i balbettii dei nostri amori, le pause di conforto dal crepuscolo delle sconfitte costanti. Dopo la palude, dopo i Margini e i fantasmi dei Luoghi Grigi, dopo il vagare annebbiato, è come ridestarsi, come la luce che di mattina si riversa nelle stanze e il risveglio degli arti riposati sotto le lenzuola. È la vita che riprende. Come ogni grande romanzo- dal Maestro e Margherita a La donna della domenica– si trattava anche di un affresco metaletterario dei suoi generi di riferimento, una trilogia fantasy sul fantasy, dove la nostra tendenza costante a proiettare sul cosmo miti, leggende, imprese epiche che diano senso al nostro cammino confuso e frustrato di scimmie nella nebbia che vorrebbero credersi demoni o dei, giocava un ruolo sempre più esplicito e doloroso.

Dentro e oltre tutto questo, la nota segreta e perenne, che adesso pulsava in sottofondo, adesso risuonava nel proscenio, era scandita proprio dallo struggimento per ciò che dovrebbe essere e così spesso non si verifica mai, se non per accenni e pause che stringono la gola per il sollievo fuggevole: una canna in kimono fumata alla finestra, mentre l’amante di una vita o una notte si mette accanto a te e guarda le luci della notte, l’amore che tende le mani nei crepacci tragici della vita, un amico che balza ringhiando al tuo fianco, senza neppure chiederti quale sia il pericolo, il singhiozzo di un orgasmo che ti fa accasciare sull’altra persona come una casa in fiamme che rovini sull’acqua, il tempo che è sempre un movimento a spirale, per cui il futuro modifica il passato, e i nostri affetti forse sono solo echi e rifrazioni di nostre scelte alternative, se non addirittura i nemici e i mostri da cui vorremmo proteggere altri affetti ancora.

Eppure, persino questa consapevolezza non fa indietreggiare l’amore, il desiderio di compromettersi. In the midst of the ruin that surrounds us/We communicate but only in tongues/Our lips will welcome the caress of crucifixion/And we stain the wood with defeat cantano i Counterparts in Tragedy. Perché l’orrore che minaccia le nostre vite spesso si rivela solamente la vendetta per il sogno d’amore di qualcun altro, come Didone che evocava l’ombra di Annibale dalle fiamme in cui si sarebbe gettata dopo il rifiuto di Enea.

Ci sono due scene, tra le tante, che hanno sempre incarnato ed espresso la mia esperienza nell’espormi al viaggio offerto da questa storia. La prima è quella in cui la dea Firfidar, Signora dei Dadi, del Fuoco e della Morte, si rivela al protagonista: Molto lentamente, il cadavere alzò entrambe le mani all’orlo del cappuccio che indossava. Alzò la stoffa nera, scostandola dal viso che celava. A Ringil si mozzò il fiato in gola. Con uno sforzo di volontà, ricambiò lo sguardo di Firfirdar. Il cadavere che lei aveva scelto non era un orrore in putrefazione, tutt’altro. Eccetto il pallore rivelatore e le borse sotto gli occhi, era un viso che poteva appartenere ancora a un essere vivente. Ma era bellissimo. Un viso di giovane dai lineamenti delicati, divorato dalla tisi, che saresti stato pronto a baciare rischiando il contagio. Un viso cui abbandonarti di notte in un vicolo buio, per poi svegliarti la mattina seguente e passare mesi affannosi a ricercarlo inutilmente per le strade. Un viso che ti chiamava e rendeva futile ogni pensiero di sicurezza e buon senso. Un viso da cui saresti andato con gioia, quando fosse stato il momento; senza rimpianti, lasciandoti dietro solo un lieve sorriso agonizzante, impresso sulle labbra che si raffreddano.

«Adesso mi vedi, Ringil Eskiath?» chiese la voce, bisbigliando, sibilando.

Nell’altra, Ringil, prima di addentrarsi nelle Nere Falesie che lo cambieranno per sempre, getta uno sguardo alla propria spada. Ringil percorre con lo sguardo la linea delle scogliere, le scale disseminate ai loro piedi come stuzzicadenti nella segatura. Da qualche parte c’è un sussurro di desolante conforto al pensiero di quanti sono giunti qui prima di lui per poi andarsene. Riconosce la sensazione provata in guerra: il cameratismo anonimo di mille fantasmi, la consapevolezza che mentre la morte può essere una porta da varcare da soli, la strada d’accesso è affollata per il traffico e si percorre l’erta di ciottoli in costante compagnia, niente più d’una frazione che arranca in un caravanserraglio senza fine, diretto a casa, alla fine del viaggio. Ricorda l’abbandono fiducioso ai suoi stessi atti che tale conoscenza gli aveva infuso allora, un vuoto nelle viscere tanto vicino alla disperazione da distinguerli a malapena. Adesso la riaccoglie a braccia aperte. E in qualche modo, come se fosse incatenata a tutto questo, la danza gelida dei glifi sfiorati nella fessura ha lasciato tracce nella sua mente, toccandogli le dita e la gola con ciò che occorre per aprire ancora una volta quella stessa porta.

Non è mai stato più pronto di così.

E l’Amica dei Corvi, appoggiata contro la parete della scogliera, pare un amico losco in un vicolo di Fondo del Porto, in attesa che lui decida il prossimo posto dove farsi una bevuta.

Definirle due metafore della lettura stessa, dello struggimento per qualcosa che, fuori di noi, ci fa protendere per il desiderio, ci fa sentire vivi proprio perché esposti al pericolo, con cui desideriamo comunque contagiarci, della compagnia che le grandi storie e i suoi personaggi sanno offrire alla nostra vita, accompagnandoci e raggiungendoci dove molti altri non saprebbero mai spingersi, è riduttivo, eppure anche questo c’è. Ci sono esperienze che, dentro le contraddizioni e i pesi, sanno scoccarci quel sorriso di sghembo, sappiamo che sono lì, che ad esse potremo tornare, che possiamo tendere le mani dell’anima e aggrapparci a esse. Un altro me stesso/ che accenna col capo un brusco saluto: Beh,/ ce ne hai messo di tempo, ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta, scrisse Ashbery in Paura della Morte. Racchiuderle in una spiegazione è impossibile. Il nome di queste armi, che sanno parlare, è una cosa complicata.

Il mio nome è una cosa complicata…Sono la benvenuta nella Casa dei Corvi e dei Divoratori di Cadaveri nella veglia dei guerrieri. Sono amica delle nere cornacchie e dei lupi. Portami con te e uccidi con me e muori per me fin dove termina la strada. Non sono la dolce promessa di una lunga vita negli anni a venire, sono la ferrea promessa di non essere mai uno schiavo.

È così strano, eppure tanto vero, che si debba qualcosa a dei fantasmi. Ci sono state scelte della mia vita che non so come avrei preso, senza di loro. In tutt’altro contesto immaginativo, assai più infantile, una volta J. K. Rowling promise ai suoi lettori che Hogwarths sarebbe stata una casa che li avrebbe sempre aspettati. Nei romanzi di Morgan c’è uno spazio tra i mondi chiamato Luoghi Grigi, dove si addensano le tempeste delle possibilità, versioni alternative di noi stessi, dei nostri amori e dei nostri odi. E anche io so che devo solo chiudere gli occhi per ritrovarmi in quella spiaggia nebbiosa, invernale, dove le onde si abbattono al ritmo del respiro, e i gabbiani gridano nel cielo nuvoloso, e la spuma si infrange sugli scogli ai piedi della Signora della Morte.

E così si torna a quella sigaretta alla finestra. Il sorriso di Ringil, il suo ringhio, il suo ululato sono sempre accanto a me. Un Talvolta, negli oltre dieci anni di riletture e nei due anni e mezzo di traduzione e curatela, cercando di infondere tutto il sangue nelle scelte sulla pagina, la fronte appoggiata al legno accanto al vetro, mi sono trovato a chiedere se, in qualche modo, quei fantasmi lo sanno, quanto li amo.

Come ho raccontato nella Nota del traduttore a conclusione della Trilogia, tutto questo ha dovuto incanalarsi ed esprimersi nella scrittura. Niente di ciò che facciamo può forse ricreare davvero quanto provato in certe esperienze, eppure è l’unico modo per esprimerlo e onorarlo. Al pari delle pile corticali dei suoi romanzi sci-fi, una traduzione è la trasfusione di una coscienza in un altro corpo, emotivo e linguistico, che conserva l’anima originale innestandola sulle sinapsi di una identità differente, che magari è dipendente dalla nicotina o soffre di cefalea. Era anzitutto importante che il testo dialogasse con gli altri romanzi di R.K. Morgan, in particolare la trilogia su Takeshi Kovacs in Altered Carbon, per una serie di rimandi ed echi che hanno scatenato accesi dibattiti, e sui quali lo stesso Morgan ha fornito risposte volutamente elusive, perché li si potesse interpretare come divertenti easter eggs (basti pensare al gioco tra i nomi: Eskiath-Takeshi) o come un intenzionale dialogo tra passaggi diversi di un unico vasto affresco.

Ciò ha voluto dire raffrontarsi anzitutto con le scelte del grande e compianto Vittorio Curtoni, e riprenderle: il caso più eclatante è stato tradurre Ahn Fhoi, la Corte Oscura, come Spaa Dhi, per mantenere il rapporto tra i termini Envoys-Spedi, un’eco che al termine della trilogia si rivela particolarmente chiaro, e importante. Anche la traduzione del capitolo VII ne L’oscurità profana tra Ringil Eskiath e Firfirdar-Vividara sulla spiaggia notturna dei Nalumin dialoga a distanza – come atmosfera generale, seppure in chiave spesso ribaltata – col capitolo XXIV al lido soleggiato dei surfisti tra Takeshi Kovacs e Virginia Vidaura nel volume conclusivo della prima trilogia, Il ritorno delle furie. C’è poi la questione del rapporto coi generi fantasy e scifi in sé, per cui è stato importante riferirsi soprattutto alle opere di Michael Moorcock, Poul Anderson, Iain Banks, presenti nei ringraziamenti o nelle citazioni d’apertura – La spada spezzata di Anderson è stato particolarmente rilevante per i capitoli sui Dwenda-Elfi nei Luoghi Grigi e per il personaggio di NeraRovina lo Scambiato – e naturalmente incombeva “la Montagna Solitaria”, il Tolkien sul quale Morgan nel 2009 scrisse una riflessione che precedeva di poco l’uscita de L’acciaio sopravvive e che suscitò forti prese di posizione, incentrata su una battuta dell’Orco Gorbag nel capitolo X de Le due torri, una citazione tolkieniana che significativamente apre il sipario ne Il gelo comanda.

Per la commistione col noir e altri orizzonti immaginativi meno determinati è stato importante tornare a Raymond Chandler, Dashiell Hammett, James Ellroy, Luis Ferdinand Céline, Hakuri Murakami, i romanzi sull’Aids di John Weir così come ai versi di Sylvia Plath. Tutto ciò naturalmente ha implicato confrontarsi anche con le traduzioni italiane di quegli stessi autori, alle strade aperte dal grande lavoro di Sergio Altieri, Gesualdo Bufalino, Anna Ravano. Per quanto accennato prima sulle condizioni specifiche del corpo di arrivo, i mesi di scrittura, lo spazio mentale che continua a ribollire anche quando il computer è chiuso, sono stati scanditi dalle opere di musicisti come Alan McKim, e Finch, ne hanno costituito la colonna sonora fin dall’inizio. Poi, per un altro sortilegio, si sono aggiunti Architects e Counterparts. Il Salgra Keth – la danza meditativa coi pugnali di Archeth – deve certamente molto al judo coi miei compari dello Yanagi a Firenze, ma quello spazio di dedizione reciproca ha accompagnato e sostenuto ogni passo di questi ultimi anni. E in fondo è impossibile elencare tutti i debiti e le influenze che accompagnano una così lunga convivenza. Anche qui, la somma supera le singole parti. Intuizioni e soluzioni spesso affiorano laddove meno te lo aspetti, intercettando tassonomie private, un battito di fondo. Posso solo dire che questo lavoro è una delle cose che volevo fare prima di morire, e, come ha scritto lo stesso Morgan in Altered Carbon, “tornare dalla morte può essere difficile”.

Come insegna la Narsil di Tolkien- ribattezzata Anduril-, ogni traduzione, ogni lascito da un passato personale o collettivo è la riforgiatura di una antica spada in una lega differente. Questa specifica pila corticale, questa lama Kiriath immersa nei fuochi e ghiacci di An-Monal, cui spero anche altri possano aggrapparsi, è per Dario.

 

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rialti@minima.it

Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.

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