referendum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/referendum/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:53:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg referendum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/referendum/ 32 32 La lunga storia della democrazia diretta in Grecia arriva fino al referendum di oggi https://minimaetmoralia.it/mondo/la-lunga-storia-della-democrazia-diretta-in-grecia-arriva-fino-al-referendum-di-oggi/ https://minimaetmoralia.it/mondo/la-lunga-storia-della-democrazia-diretta-in-grecia-arriva-fino-al-referendum-di-oggi/#comments Sun, 05 Jul 2015 09:12:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27684 Una versione più breve di questo pezzo è uscita sul Fatto quotidiano.

In questi giorni, dopo che Alexis Tsipras ha deciso di indire un referendum popolare sulla proposta di accordo ricevuta dalla troika, molti commentatori hanno giudicato il Premier greco come un Ponzio Pilato pronto a scaricare sui Greci la responsabilità del fallimento.

Al di là delle valutazioni politiche crescute di ora in ora e al di là della discussione –sempre aperta – sullo strumento referendario, un deficit di conoscenza rispetto a storia, tradizioni e ideali politici greci ha seriamente minato il dibattito. Si stenta a ricordare che quello che andrà in scena domenica prossima sarà un referendum greco, un referendum in Grecia.

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Una versione più breve di questo pezzo è uscita sul Fatto quotidiano.

In questi giorni, dopo che Alexis Tsipras ha deciso di indire un referendum popolare sulla proposta di accordo ricevuta dalla troika, molti commentatori hanno giudicato il Premier greco come un Ponzio Pilato pronto a scaricare sui Greci la responsabilità del fallimento.

Al di là delle valutazioni politiche crescute di ora in ora e al di là della discussione –sempre aperta – sullo strumento referendario, un deficit di conoscenza rispetto a storia, tradizioni e ideali politici greci ha seriamente minato il dibattito. Si stenta a ricordare che quello che andrà in scena domenica prossima sarà un referendum greco, un referendum in Grecia.

Più volte, in questi cinque anni di austerity, mi sono chiesto se gli esponenti delle istituzioni impegnati a trattare con la Grecia conoscessero, almeno a grandi linee, la storia del paese con cui avevano a che fare, il tipo di uomini con cui trattavano, le loro convinzioni, le loro religioni, il loro atteggiamento mentale. Spesso ho lanciato una domanda negli articoli e reportage con cui ho cercato di raccontare questi anni: possibile che gli uomini delle istituzioni non siano mai stati capaci di andare oltre alla semplificazione della cicala e la formica, quando anche solo un film popolare e pluripremiato come Zorba il greco avrebbe potuto illuminare alcuni complessi, caratteristici e lontani dalle attese circa quello che, di nuovo generalizzando, potremmo considerare l’uomo greco? Sarebbero bastati anche solo i quattro minuti finali del film.

La domanda poteva sembrare retorica e semplicistica ma si trattava soltanto di aprire una prima porta sul Paese di cui da cinque anni ricorrono costantemente gli stessi titoli giornalistici: “Grecia sul baratro”, “File ai bancomat”, “La Grecia mina l’Europa” e così via.

La questione specifica del referendum ci dà finalmente la possibilità di toccare con mano un aspetto decisivo per valutare quel che sta succedendo. Il fatto è che in Grecia l’idea di democrazia diretta ha un posto assolutamente unico nell’immaginario politico collettivo.

Cominciando da lontano, da quella che è l’origine della democrazia (in questi giorni chiamata in causa più volte e spesso fin troppo enfaticamente), è necessario ricordare che si trattava di democrazia diretta. Ne ha parlato lunedì scorso, in una breve intervista uscita su Repubblica, Luciano Canfora. Inutile dilungarsi sulla questione. Ma per chi non ne fosse al corrente, nell’Atene democratica tutti i cittadini maschi avevano diritto al voto, si recavano sul colle della Pnice e partecipavano alle decisioni dell’Assemblea.

Troppa retorica potrebbe essere sparsa su fatti che risalgono a duemilacinquecento anni fa, quando si ignorasse il resto della storia greca e la capacità di quella grande idea di restare in vita quasi strisciando sotto alle dominazioni che hanno imperversato da quando l’Ellade delle città stato e poi di Alessandro Magno finì in mano romana. È una storia di dominazioni, infatti. La più lunga e sentita quella turca: quasi quattro secoli, fino all’indipendenza del 1827/30. Un’indipendenza che si spegne subito nella monarchia: un sovrano straniero viene imposto dalle Grandi Potenze che trattano la Grecia come un protettorato. Dopo la guerra persa contro i Turchi nel 1922, dopo la tragica occupazione nazista e dopo l’altrettanto tragica guerra civile, la seconda metà del Novecento diventa, infine, lo squarcio finale sul ritorno alla democrazia. Uno squarcio in cui l’idea di democrazia diretta è ancora intatta e si è riplasmata proprio sulle ceneri delle dominazioni toccate al paese.

Spazi e momenti in cui si è discusso dell’idea sono innumerevoli. Per chi conosca l’abitudine greca del tutto antica, del tutto socratica, di discutere con chiunque e ovunque – al caffè, in strada, in autobus – di alti temi umani, sociali, politici, non è difficile immaginare il mare a cui sto facendo riferimento. Ma qui è utile perlomeno sfiorare due momenti precisi in cui a questa idea antica e apparentemente sorpassata di democrazia diretta, i greci hanno cercato di dare un seguito pratico moderno. Il primo caso risale a una trentina di anni fa, quando Manolis Glezos, il partigiano più famoso di Grecia, abbandonò incarichi politici di tutto rispetto pur di tornare nel suo paese di origine, Apiranthos, nella più grande fra le Cicladi: Naxos, a tentare l’esperimento che aveva sognato per una vita. Lui che la notte del 30 maggio 1941, diciannovenne, si arrampicò sull’Acropoli per strappare la bandiera nazista, nei dodici anni di carcere e quattro di esilio che seguirono, fra torture e condanne a morte sventate, sognava costantemente una cosa: la democrazia diretta. Ossia “la forma di governo più nobile e di cui più dobbiamo essere orgogliosi”, come mi raccontò l’anno scorso, sicuro, già allora, della vittoria di Syriza che sarebbe venuta. Sciorinava dati sul debito e sulla fallimentare “cura” di austerità imposta dalla troika, ma quello di cui più voleva parlare era l’esperimento di democrazia diretta. Indicava una carta della Grecia classica affissa nel suo ufficio, una di quelle carte da vecchie aule scolastiche. Spiegava il modo in cui suddividendo l’Attica fosse stato possibile realizzare nel V secolo a. C. forme ripetibili due millenni e mezzo dopo.

E mi spiegò come nel 1986 avesse redatto la costituzione di Apiranthos, dando voce a tutti i cittadini. I risultati – raccontava – erano stati immediati: spazi pubblici più che pretese private. Dunque ospedali, campi sportivi, parchi. Ripeteva che sarebbe stato insensato dipingere paradisi perduti ma certo, se si decide tutti insieme, si può essere sconfitti e rimpiangere di aver perso la propria battaglia, ma ci si sente comunque parte di un processo, non lontani dalle sfere decisionali come si è ormai abituati nelle democrazie svuotate dei nostri tempi.

Per l’altro caso esemplare bisogna aspettare qualche anno. Bisogna aspettare che in Grecia compaia la figura piena di destino del terzo Papandreou, George, quello cresciuto negli USA. Figlio di Andreas, fondatore del Pasok, il premier più amato (e odiato: a lui si deve in gran parte la mastodontica macchina statale), e nipote di Giorgos, il liberale, George s’impadronisce definitivamente della scena politica acclamato da un partito in crisi di identità nel 2006.

Conscio della pesantissima eredità paterna, tuttavia, decide subito di chiedere in prima persona agli elettori di confermarlo alla guida del Pasok. Non gli basta il voto interno. Oltre un milione di elettori, in una sorta di primarie sui generis, lo vota. Da presidente del suo partito e dell’Internazionale socialista, George si dedica a cercare forme di partecipazione popolare che possano ridar vita a una sorta di democrazia diretta. Il suo passato e i suoi studi però sono ben diversi da quelli di Glezos. Papandreou guarda ai teorici anglosassoni e trova in James Fishkin e nella sua idea di sondaggio deliberativo la base per lavorare. Si tratta di una forma di democrazia diretta meno forte e completa di quella immaginata da Glezos, ma Papandreou cerca di applicarla comunque a realtà locali. L’idea del sondaggio deliberativo si fonda sostanzialmente su un’abitudine antica: il sorteggio. Vengono sorteggiati cittadini di diverse età, estrazioni, tendenze politiche, mestieri. Un gruppo che possa dirsi rappresentativo, come appunto si usa fare somministrando sondaggi. Si pone una questione al gruppo e se ne considera la risposta. Il gruppo viene poi isolato per diversi giorni in cui ha la possibilità di informarsi sull’argomento e approfondire con esperti. Alla fine del periodo il sondaggio viene ripetuto, il risultato viene confrontato con il primo e serve poi ai rappresentanti politici in Parlamento per la finale deliberazione.

Papandreou e Glezos. Le due punte di una riflessione non solo teorica sulla democrazia diretta. A ripensarci ora, non sembra affatto un caso che siano loro i rappresentanti dei due partiti che di fronte alle politiche di austerità imposte dalla troika hanno deciso di far ricorso al referendum. Il primo – lo sappiamo – nel 2011 proprio sul referendum chiuse la sua carriera politica. L’idea di chiamare in causa il popolo a decidere in prima persona sui sacrifici a cui andava incontro gli valse la scomunica europea, l’agguato interno al partito e il compimento di un familiare destino tragico perfettamente greco. Quel referendum mai realizzato è stato chiamato in causa spesso in questi giorni in cui Alexis Tsipras ha deciso di percorrere una strada analoga. Con i dovuti distinguo sulla congiuntura sociale e politica, la decisione oggi di dare la parola al popolo ha la stessa portata della decisione (più debole come debole ne era l’autore) di Papandreou. L’idea è che, qualunque strada si prenda, i cittadini possano sentirsi artefici del proprio destino.

Ma quale destino? Oggi molti commentatori sostengono che qualunque strada prenda Atene con il referendum non porterà nulla di buono. Forse è utile sottolineare come anche in questo caso, si sentano echeggiare temi antichi, quei temi che, comunque la si voglia mettere, non appartengono a un passato da studiare ma formano la natura di un popolo. È la classica scelta tragica, infatti. Ossia il bivio in cui ci si trova a decidere: l’antica krisis (da krino, separare, discernere, scegliere). Lo sanno bene i greci. E lo sa bene Tsipras che nella sua intervista preelettorale volle addirittura andare oltre l’etimologia greca, aprendosi all’etimologia cinese che vede nella scelta critica una speranza. Se è vero, infatti, che la tragedia mostra come, qualunque strada si prenda, dietro l’angolo ci aspetta un destino di dolore, è anche vero che è la stessa tragedia greca a ripeterci che addirittura criminale è non prendere nessuna strada. Di fronte al bivio dobbiamo scegliere la nostra via e perseguirla con decisione, responsabilità e autonomia, senza che siano stati altri a costringerci.

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La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche https://minimaetmoralia.it/politica/la-grecia-e-quel-posto-dove-si-discute-invece-di-fidarsi-delle-semplificazioni-mediatiche/ https://minimaetmoralia.it/politica/la-grecia-e-quel-posto-dove-si-discute-invece-di-fidarsi-delle-semplificazioni-mediatiche/#comments Sat, 04 Jul 2015 17:27:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27674 Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

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Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

Non è facile raccontare quel che sta succedendo in questi giorni in Grecia. Mentre arrivavo a Varkiza, dal capolinea della metro Ellinikò (il vecchio aeroporto, una immensa zona svenduta dalla gestione Samaras a prezzi ridicolmente inferiori al suo valore), il mio amico Dimitris guidava lungo il viale infuocato e finalmente ho visto file ai bancomat cittadini. Sei sette persone al massimo, in fila composta. Dimitris mi diceva che cinquanta euro al giorno significano 1500 euro al mese, quel che pochi guadagnano, dunque non una condanna ma certo una noia, una noia che in molti hanno preso piuttosto come una sfida. Mi diceva anche che la guerra civile di cui parlano i giornali è un concetto grottesco e che le immagini di scontri a Syndagma, ieri, durante la manifestazione pacifica e tranquilla e gioiosa del NO, rappresentano la classica vergogna della propaganda televisiva.

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In effetti, chiamare in causa temi come la guerra civile, oggi in Grecia, non è una buonissima idea. E soprattutto non lo è in questo caso. Quando il NO e il SI al referendum indetto per domani sull’ultimatum imposto dai creditori e l’Eurogruppo, si stanno dividendo i consensi in maniera trasversale, dunque del tutto lontana dalle divisioni che spaccarono il paese dopo la seconda guerra mondiale. Ci sono infatti uomini e donne di destra che voteranno NO, così come ci sono uomini e donne di sinistra che voteranno SI.

I litigi, le discussioni, le improvvise scenate che culminano in grida, abbandoni, ritorni teatrali, non hanno nulla a che fare con gli odii politici che si scatenarono durante la tragica guerra civile. Appartengono piuttosto allo spirito greco, uno spirito per natura facile all’ira, all’espressione più sfacciata dell’orgoglio e alla solenne incazzatura con tanto di promesse finali che è possibile veder ritirate pochi minuti dopo in abbracci pieni di emozione e brindisi con le lacrime agli occhi. Il caso dell’Esplanade, da questo punto di vista, è straordinario. E anche unico. Perché i cinque uomini che restano al tavolo mi spiegano come siano tutti, tranne uno (ma non quello che se n’è andato via), tradizionali votanti di Nea Demokratia, il partito conservatore, tutti delusi dalle politiche di Samaras, tutti sedotti da Tsipras, tutti pronti a votare NO domani e tutti certi della vittoria del NO e della vittoria della Grecia e della loro dignità e del loro futuro.

Odysseas, settantenne che da poco ha lasciato la guida di un’industria navale, dice che “i danni di Samaras (ex premier conservatore) sono stati enormi. Le soluzioni le sta offrendo Syriza e il suo giovane presidente di cui mi fido al cento per cento. Un uomo onesto. La sua battaglia in Europa è qualcosa che ci fa onore. Il referendum per il NO agli ultimatum vincerà con percentuali superiori alle aspettative. L’Unione Europea dovrà rispettare il nostro voto e dovrà finalmente confrontarsi con la nostra storia e la nostra cultura. Fino a oggi nessuno ha cercato di capire il nostro modo di vivere e lavorare e questo ha costituito un enorme ostacolo sulla via delle trattative”.

Come in un antico simposio, la parola passa a Nikos, da una parte all’altra del tavolo, bevendo e parlando in cerchio. “Anche io votavo Nea Demokratia finché mi è parso chiaro che il mio partito, assieme al Pasok, continuava a spartirsi potere, favori e corruzione. La possibilità del cambiamento è arrivata. Un’occasione per far crescere la nostra democrazia, una democrazia che va nutrita come un figlio. E l’occasione definitiva è questo referendum. Dire un no forte e deciso perché nessuno può intromettersi nella nostra politica e nessuno può farci la lezione su quale strada prendere per uscire dalla crisi. Sono nato libero e voglio morire libero”.

Tutti applaudono. Odysseas, come un simposiarca, passa la parola al prossimo, l’unico che non ha mai votato a destra, Lucas, veterinario: “Le istituzioni (la vecchia troika che nessuno più vuol chiamare in quel modo) vogliono far passare sotto il nome di Europa le loro stesse opinioni senza rispettare le nostre che considerano antieuropee. Ma in che senso? Noi siamo molto più europeisti di loro. Noi vogliamo un’Europa forte e democratica. Quella che Schaeuble e i suoi amici non possono sopportare”. Sulla Germania gli animi s’infiammano e il giro salta. Stelios non si trattiene. Cinquantanovenne mediatore marittimo, sostiene che “quel che i tedeschi hanno fatto qui durante l’occupazione è quel che continuano a fare oggi con le armi dell’economia”. Giannis, serafico ottantenne ex sub e grande seduttore, dice di aver visto molte persone uccise dai nazisti “come ora ne muoiono altrettante: suicidi, malati senza copertura medica, uomini e donne stroncati da una guerra economica senza precedenti. Voterò NO. Non mi aspetto nulla. Solo di preservare la mia dignità”.

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A placare gli animi arrivano l’ouzo, le birre, piatti da accompagnare all’alcol. Nikos parla troppo a lungo di Varoufakis, esaltando in termini irriferibili l’invidia che susciterebbe nei suoi colleghi europei. Viene interrotto. La clessidra immaginaria segna la fine del suo intervento e mentre lui si azzittisce Giannis dice che non ama Varoufakis, che è troppo narcisista. Gli altri si danno di gomito. “Invidioso” gli dicono. Stelios sostiene che il Ministro delle finanze dovrebbe esternare con più misura. Odysseas elogia la semplicità con cui racconta problemi complessi, la sua capacità di rendere comprensibili questioni che prima sembravano confinate in un altro pianeta. Lucas è convinto che, comunque vada, la storia premierà l’uomo perché per primo Varoufakis ha martellato su un’idea, ossia che il problema non è greco ma europeo, anzi globale. I turni rischiano di saltare un’altra volta. Finché non si ricomincia a parlare del referendum.

Sarà l’effetto dell’alcol ma qualcuno comincia a preoccuparsi che il NO possa perdere. Allora si passa a esaminare l’effetto della propaganda mediatica, il terrorismo che è stato portato avanti in maniera massiccia dalle tv private, “tv oligarchiche che hanno sempre cercato di influire il risultato elettorale” dice Nikos “e a cui i greci sono ormai abituati e in gran parte vaccinati”. Il vaccino di Odysseas “è stato Umberto Eco. I suoi libri mi hanno insegnato a proteggermi dalla propaganda e dal terrorismo della tv”. Il vaccino di Giannis è la dignità. Quello di Lucas “la verità. Le immagini trasmesse per descrivere negativamente la manifestazione di ieri del NO sono un esempio che svela con chi abbiamo a che fare. Fascisti”.

Si è andati ormai oltre la misura. Odysseas dichiara chiusa la discussione. Si brinda tutti insieme alla salute nostra e alla salute della Grecia. Stelios nel frattempo telefona all’amico che ha lasciato il tavolo e ci comunica che non è affatto arrabbiato: “doveva partire in fretta per Epidauro, dove vota domani”. Tutti uniti in un solo voto. Tutti benestanti di Varkiza che furono conservatori e che non si dichiarano certo di sinistra ora, tranne Lucas, ma “orgogliosi del loro paese e difensori della sua identità”. Applausi, risate, altri brindisi.

Comunque la si voglia vedere, ce ne sono di argomenti per chi, come hanno ripetuto oggi tutti quanti seguendo il più possibile il loro turno, “non conosce la Grecia, non conosce i greci, non conosce la loro storia e il loro spirito”. Forse è questo il tema più importante con cui dovrà fare i conti chiunque voglia tornare a un tavolo dei negoziati, dopo la consultazione elettorale. Conoscere il paese e le persone con cui si ha a che fare. Mentre me ne torno al centro di Atene, lontano una ventina di chilometri da queste periferie benestanti, penso e ripenso proprio a questo. E una volta ancora mi viene da dire che se uomini e donne delle “Istituzioni”, politici europei, commentatori e analisti trovassero almeno il tempo di guardare i cinque minuti finali di Zorba il greco, molte cose sarebbero diverse oggi. Ma non è ancora tardi.

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La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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Il referendum di Bologna sulla scuola: #SeVinceA https://minimaetmoralia.it/interventi/il-referendum-di-bologna-sulla-scuola-sevincea/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-referendum-di-bologna-sulla-scuola-sevincea/#comments Thu, 23 May 2013 05:34:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14422 di Francesca Coin “Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”. Apriva così il testo della Scuola di […]

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di Francesca Coin

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”.

Apriva così il testo della Scuola di Barbiana, Lettera a una Professoressa. Era il 1967. Sono passati 46 anni, e la sera del 24 Maggio la Scuola di Barbiana aprirà la Festa di chiusura della campagna referendaria del Nuovo Comitato Articolo 33 in Piazza Maggiore a Bologna. Vengono subito a mente le continuità. Ieri i poveri non potevano andare alla scuola pubblica. Oggi i poveri vanno alla scuola pubblica e i ricchi vanno alla scuola privata. Precari e i migranti mandano i loro figli alla scuola pubblica. Con le loro tasse lo stato finanzia la scuola privata. Negli anni Sessanta Don Milani scriveva che la scuola proteggeva le differenze di classe. Oggi la parola classe non esiste più ma le differenze si. Insomma, oggi come ieri la Scuola di Barbiana scende in campo a favore della scuola. E lo fa con queste parole: “a Bologna, grazie alla caparbietà di un comitato di cittadini composto da uomini e donne liberi, la cittadinanza sarà chiamata ad esprimersi su un argomento molto importante: l’utilizzo delle risorse finanziarie comunali previste secondo il vigente sistema delle convenzioni. Si tratta di esprimersi se destinare i fondi disponibili alle scuole comunali e statali oppure alle scuole private paritarie (per la stragrande maggioranza cattoliche confessionali). Don Lorenzo sosteneva che bisogna essere di parte. Noi del “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” siamo dalla parte della scuola pubblica comunale e statale, laica, senza secondi fini, e riteniamo che i fondi disponibili vadano interamente investiti in essa. […] Il “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” […] aderisce all’iniziativa ed esprime senza indecisioni la seguente indicazione di voto: “A” […].

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare del Referendum. Sono state dette molte cose, cose anche complicate, come spesso accade quando si cerca di tacere le cose semplici. Forse per raccontarle si può partire da qui: il Nuovo Comitato Articolo 33 è nato dall’incapacità del sistema integrato della scuola per l’infanzia di garantire un posto a scuola a tutti i bambini di Bologna. Nel 2012, 423 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola, e nonostante il Comune abbia improvvisato soluzioni d’emergenza 103 di loro sono rimasti a casa. Ora, per contrastare il numero crescente di bimbi esclusi dalla scuola dell’infanzia, il Nuovo Comitato Articolo 33 ha scelto di chiedere alla cittadinanza dove ritenga più idoneo allocare le risorse comunali. Previsto per Domenica 26 maggio, il quesito referendario chiede quale proposta di utilizzo sia più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini: l’opzione A dice utilizzarle per le scuole comunali e statali. L’opzione B chede di utilizzarle per le scuole paritarie private.

Attorno a queste due opzioni si sono venuti a creare due schieramenti. Da un lato ci sono le mamme e i papà, le studentesse e gli studenti, le sinistre e i movimenti, la curva del Bologna, i cattolici ispirati alla Scuola di Barbiana o quelli che, citando San Pietro, ancor credono che sia “meglio ubbidire a Dio che agli uomini”, nonché Sel, sindacati di base, M5s, Fiom e Flc-Cgil, intellettuali, accademici e artisti. Dall’altro ci sono PD, PDL, Curia, Lega Nord, Cei, Cl, il Ministro Carrozza, il Ministro Lupi, il Cardinal Bagnasco, e il loro avveduto condottiero è il Sindaco Merola, arbitro super partes che ha deciso di scendere attivamente in campo con la maglia della loro squadra. Se vince il B si consolida il diritto a finanziare con denaro pubblico la scuola paritaria privata, pratica questa che ha consentito di conciliare per anni gli interessi di PD, PDL e quelli della Curia, compensando le politiche di privatizzazione e taglio alla scuola pubblica con la reintroduzione della scuola confessionale come modello di formazione per tutti. Se vince il quesito A, sarà forse possibile aprire a una spirale virtuosa nella quale famiglie e studenti si riappropriano di ciò che gli spetta, la scuola pubblica e i suoi saperi ripensandone le finalità e l’organizzazione dopo anni di Invalsi e di privatizzazione.

Ci sono tanti punti di ambiguità, nella campagna referendaria. La prima questione importante è che i referendari chiedono che la scuola sia di tutti: migranti, autoctoni, cattolici, musulmani, bianchi neri e gialli, maschi o femmine, Lgbtq. Invece, nel suo manifesto #VotaB non chiede “più scuola per tutti”, ma “più scuole per tutti”. La differenza, ovvero la sublime acrobazia filologica è dirimente. #VotaB, infatti, non cita mai i 103 bambini esclusi dalla scuola. Non li vede. “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”, scriveva Barbiana nel 1965. “I problemi della scuola li vede la mamma di Gianni, lei che non sa leggere. Li capisce chi ha in cuore un ragazzo bocciato e ha la pazienza di metter gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi. Dicono che di Gianni ce n’è milioni e che voi siete o stupidi o cattivi”.

Ebbene #VotaB non vede “Gianni”. Non vede i 103 bimbi esclusi. Si limita a chiedere più scuole per tutti, sostenendo l’inviolabilità del principio della libertà di scelta, non del diritto all’istruzione. Ora, la libertà di scelta è il principio cardine della teoria economica della scuola di Chicago, quella di Milton Friedman per capirci, l’idea per cui la sovranità del consumatore è principio inviolabile. #VotaB, però, evoca il principio della libertà di scelta pensando al principio di sussidiarietà, e sostiene che “una pluralità di gestori di scuole” “che insieme formano il sistema pubblico delle scuole dell’infanzia bolognesi, è sicuramente una grande risorsa per la città, oltre che espressione alta del principio di laicità”. Ebbene, su questo ha scritto limpidamente sul Corriere del 21.5 Rodotà: “distinguere finanziamenti da oneri e battezzare come pubblico un sistema in cui i privati sono parte integrante sono espedienti di cui ci si dovrebbe un pò vergognare”. Primo, perchè un servizio privato equipollente al pubblico non sostituisce né diviene il pubblico. Secondo, venendo al caso specifico, perché a Bologna 25 su 27 scuole paritarie private sono di ispirazione cattolica, e come tali è ben difficile considerarle espressione alta del principio di laicità. In altre parole #VotaB non si preoccupa dell’esclusione scolastica. Chiede più scuole per incoraggiare il privato, e in questo Mix cattolico-neoliberale fa leva sul principio della libertà di scelta per imporre la scuola confessionale come modello formativo per tutti. Bimbi esclusi, partiti contenti.

E qui vengono i problemi.

Zamagni ha più volte dichiarato che il Referendum “pone a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”. Ma più che porre “a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”, il Referendum nasce per risolvere questo problema.

A chi critichi la scuola confessionale come modello formativo universale, poi, Zamagni risponde che dietro alla difesa della laicità vive “l’astio nei confronti della Chiesa”. Ora, aldilà del fatto che questa risposta non nega la compiacenza verso l’eventuale estensione a tutti della scuola confessionale, essa dimentica un dibattito largo sette continenti e lungo due millenni, dall’anno Zero in qua. Non solo, ma propone la scuola confessionale come modello di formazione laico, così creando un nuovo universale piuttosto originale.

#VotaB poi spiega che “con le risorse attualmente destinate alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata (un milione di euro all’anno), il Comune potrebbe garantire nelle scuole gestite direttamente meno del 10% del numero di posti convenzionati”, cioè “145 posti (dato che il costo per bambino nelle scuole comunali è di 6.900 euro all’anno), contro i 1.736 posti assicurati dalle paritarie convenzionate”. Ma neanche questo è vero: per far fronte alle esigenze di tutte le famiglie servirebbe quasi esattamente la cifra che al momento viene data alle scuole private. Per eliminare le liste d’attesa servirebbero 12 nuove sezioni a un costo di 90 mila euro a sezione, come dimostra le Delibera comunale del 9 ottobre 2012. Questa cifra corrisponde a 90 mila euro per 12 sezioni, ovvero 1 milione e 80 mila euro, la cifra che viene assegnata attualmente alle scuole paritarie. Pertanto recuperando le risorse assegnate ogni anno alle scuole paritarie la scuola pubblica potrebbe accogliere tutti i bambini che hanno diritto di accedervi, senza costringerci a riesumare nel terzo millennio argomentazioni retrograde sul diritto alla laicità.

È qui che sono nate nuove strategie: il Comune ha collocato i pochi seggi a qualche chilometro dalle abitazioni; dimenticato il silenzio elettorale (e sarebbe cosa grave); i giornalisti hanno reinterpretato le iniziative del comitato referendario, sino ai gratuiti attacchi a Rodotà. I referendari sono ideologici, statalisti, marziani, è stato scritto. Qualcuno ha detto che se vince la A 300 bambini saranno esclusi da scuola. Qualcun altro ha detto che se vince la A 1700 bambini saranno esclusi da scuola. Infine Fioroni ha rilanciato che il numero corretto è un milione di bambini esclusi da scuola. Insomma, negli ultimi giorni il Comitato ha creato un hashtag #SeVinceA. Ha scoperto che se vince la A vi saranno catastrofi, tsunami, invasioni di cavallette, via Rizzoli diventerà via Rodotà, #SeVinceA. Ha fatto notare che i cosacchi abbevereranno i loro cavalli alla fontana di Nettuno, #SeVinceA. Ha detto pure che scompariranno le lettere dell’alfabeto e #Casini diventerà #Asini, #SeVinceA. Insomma, Bagnasco si preoccuperà, #SeVinceA.

E a questo punto non ci resta che augurarci che vinca la A. Che il Referendum sia come un virus, di città in città. “In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città […] Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.” (Barbiana. 80)

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Il voto dei giovani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/#respond Wed, 07 Sep 2011 10:01:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5111 Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?)

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Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?), mi sembra interessante decodificare la retorica che si è creata attorno a questo argomento, e porre una questione più profonda: in quale ideale si riconosce un votante giovane e meno smaliziato (o disilluso)?

In ogni caso, è sempre bene partire dalle cifre. I dati forniti da Termometropolitico.it (basati su statistiche di instant poll Emg) testimoniano uno straordinario 64% di affluenza per i giovani sotto i 25 anni, mentre il resto degli elettori under 65 si attesta attorno al 60% circa (con un 62% per le persone fra i 45 e 54 anni). Riportati così, tuttavia, i numeri non parlano ancora una lingua chiara. Occorre metterli a confronto: ad esempio con quelli delle elezioni politiche del 2008 (sempre grazie a Termometropolitico.it, con lo studio sociodemografico Itanes). Tre anni fa, la fascia 18-24 anni rispose con un’affluenza ridicola: 8,47%.
D’accordo, si trattava di un’adunanza pubblica di carattere diverso: ma questo non basta a spiegare una sproporzione del genere. Ecco dunque la vera domanda preliminare: perché questo totale mutamento di tendenza?

Il web, ma non solo il web
Una risposta spicciola è: nel 2008 i social network – almeno in Italia – non erano ancora diffusi come nel 2011. Certo. Ma questo sembra sottintendere l’equazione giovani = social network = il referendum è stato deciso dal “popolo della rete” (espressione di una superficialità immane).
Il blogger ed esperto di comunicazione Enrico Sola ha fatto qualche conto per riportare il tema sulla terra: ricordando ad esempio che gli utenti italiani di Twitter sono circa 350 mila – tutt’altro che grandi numeri, specie se paragonati a quelli mastodontici della televisione.
Eppure l’hype è stato così folle che anche un intellettuale di primo livello come Marco Belpoliti ha potuto iniziare un articolo così: “Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.” (“La Stampa”, 14 giugno 2011).
Se sgombriamo un attimo il campo dalle esagerazioni – il cibo preferito dalle testate nostrane – vediamo come sì, la rete ha senz’altro influito positivamente, ma non è certo sulle sue spalle che si regge per intero questo successo. Eppure, come nota anche Sola, c’è una sensazione. C’è la sensazione chiara che il web abbia veicolato qualcosa e giocato un suo ruolo. E questo è probabilmente vero: così come è vero che qualcosa è cambiato a strati geologici assai più profondi della sociologia facile da social network. Si sono usati tutti i mezzi possibili, dal digitale all’analogico, dalle foto su Facebook al passaparola di strada, per raggiungere il risultato.
Una risposta più meditata alla domanda sulla mobilitazione giovanile, allora, sembra essere questa: perché, rispetto a solo poco tempo fa, la prospettiva puramente individualista del berlusconismo ha cominciato a sgretolarsi. Complice una serie di fattori – la presenza di reti sociali, la stanchezza verso una certa retorica, e forse anche l’esempio delle rivoluzioni arabe – la visione privatista della cosa pubblica non è stata sufficiente ad arginare l’entusiasmo.

Uno sguardo più a fondo
Bene, premesse chiarite, risultati messi in chiaro, champagne stappato e bevuto per il gran ritorno dei giovani alla vita politica. Ora però credo sia necessario affondare ulteriormente lo sguardo. Perché dietro questo successo innegabile e straordinario si agitano ancora molte ombre, e una su tutte: la questione dell’ingiustizia narrativa.
Mi spiego. Il problema del voto consegnato da un giovane italiano non sta tanto nel gesto (la rinnovata coscienza civica è evidente): sta nel destino del voto stesso. Io scelgo, ma perché dovrei poi sentirmi raccontare come parte di un “popolo della rete” o di una “generazione precaria”, o ammannito da un discorso veltroniano-dalemiano che puzza di polvere lontano un miglio? Io voto, ma non so quale classe dirigente saprà raccogliere e valorizzare la mia fiducia.
Senz’altro, la caratteristica chiave del referendum stava proprio nel portare la democrazia diretta in campo: nessuno doveva farsi carico di nulla, la decisione spettava alla maggioranza. Ma oltre a ciò, l’enorme afflusso alle urne ha testimoniato anche il bisogno indispensabile di una democrazia indiretta in grado di dare voce reale a quelle persone, al di là dell’evento. Una democrazia rappresentativa di qualità, insomma. Credo sia infatti superficiale ridurre questo straordinario risveglio ai temi, pure molto urgenti, di acqua, nucleare e legittimo impedimento: il grande evento è stato il quorum, non la vittoria dei no (su cui bene o male si era tutti convinti). In altri termini: soprattutto per tutta la fetta generazionale più giovane, il referendum non è stato solo una chiamata alle urne, ma lo specchio di un più complesso momento di ritorno al civismo. Un “no” convincente alle sirene del berlusconismo.
Resta da capire se questa primavera italiana sia in grado di diventare estate: svecchiando una volta per tutte la percezione stessa della politica italiana. Resta da capire se qualcuno, in alto, se ne farà carico e sappia intendere quale meravigliosa possibilità si trova davanti.

Il pericolo della discesa semantica
Torniamo insomma sempre lì, alla questione delle élites, ma con una sfumatura ulteriore: e cioè il fatto che, voto o non voto, risultato o non risultato, la generazione precedente alla mia detiene comunque il potere ufficiale della narrazione. La versione della storia è nelle sue mani: e chi racconta oggi decide non solo del presente (questo è scontato) ma anche dell’idea del futuro.
Una nota: so che il concetto di “narrazione”, specie con la curvatura à la Vendola che ha preso negli ultimi periodi, può suonare irrimediabilmente vago. Ma tutto quello che intendo per padronanza della narrazione è quello di avere in mano l’agenda setting e mantenere a senso unico il dialogo o il conflitto. Nel concreto, il dominio degli organi informativi e di influenza sull’opinione pubblica, la sovranità sulla dirigenza politica ed economica, e la possibilità di ignorare o (peggio ancora) svilire, un qualsiasi racconto di tenore diverso.
Questo significa che difficilmente i giovani riescono a proporre la propria storia in modi realistici e critici. Possono accedere alle forme derivate e locali di narrazione: qualche inchiesta, qualche testimonianza, un blog. Ma la gestione del racconto è in mano ai “padri”, e generalmente i padri hanno una visione:
a. conservatrice (il vizio del mancato ricambio e la mancanza di comprensione);
b. sottilmente ipocrita (perché di fondo temono le nuove leve: quindi va bene denunciare la situazione dei giovani, ma le strategie in grado di cambiarla sono proibite);
c. comunque paternalistica (per forza: sono padri).
Questa combinazione crea una storia banale in cui, come dicevo sopra, i problemi scompaiono in un mare di indeterminatezza e termini-slogan.
Il discrimine dei padri è di trovare le parole giuste per descrivere una situazione statica che non riescono a penetrare emotivamente. Così elaborano manifesti, scrivono libri, moltiplicano gli editoriali sui quotidiani.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Lo porta indietro, in un processo di discesa semantica continua e sempre più violenta – parlare del parlare del parlare, commentare sul commentare sul commentare – finché i fatti, la realtà nuda e cruda, la violenza sociale, l’amarezza, il dolore, non scompaiono dall’orizzonte delle cose.
Persino il racconto della mia situazione è inefficiente – penso alle inchieste che proprio in questi giorni affollano le pagine dei quotidiani (siamo tornati al precariato come unica categoria epistemica), non porta a nulla: la macchina narrativa si ingolfa ancora prima di partire. Ed è questo che ora, ora in particolar modo, ora che c’è questo fermento, bisogna evitare.

I tempi stanno cambiando
Arriviamo così all’ultima torsione. L’ingiustizia narrativa diventa un problema per la democrazia stessa: se il racconto viene piegato alle esigenze della classe dirigente, allora l’idea stessa di una società che si muove insieme – che lavora per definire una qualche idea di bene comune – è messa in discussione. Come si diceva sopra: Io voto, ma poi? Io faccio il mio dovere, ma chi custodirà i custodi, che non sembrano in grado di recepire questo verbo elettrico, in continua mutazione, questa situazione tanto più simile a una fiamma che non a una pietra – qualcosa da lasciare ardere e non da scolpire?
La generazione che ha votato in massa alle urne è la stessa che viene quotidianamente narrata in una maniera obliqua e inefficace, al massimo compassionevole: mentre nulla, nei fatti, cambia. Di fronte a questo, sembra ovvio aspettarsi un desiderio di rivolta violenta. Ma l’Italia non è un paese che sa convogliare queste energie in un autentico moto rivoluzionario: non ha una tradizione di questo tipo né il suo presente sembra assecondarlo. Altrove, inoltre, cercavo di sostenere che c’è una buona matrice etica di fondo che impedisce il ricorso alla violenza.
Il desiderio di rivolta si traduce allora in un disagio sotterraneo, in una “introiezione del conflitto” (come la chiama Christian Raimo): dai concetti della politica si deve passare a quelli della psicanalisi – e questo, per quanto possa suonare affascinante, è un grave problema per lo stato di salute di un popolo. Di fronte a questo rischio di avvilimento collettivo – tutti risentiti, tutti depressi, tutti incapaci di trasformare la rabbia in futuro – il risultato referendario è stata una boccata d’aria fresca. Anzi, direi che è stata ancora più importante la gioia profonda con cui nelle strade, nelle piazze e sul web questa vittoria è stata salutata: l’idea stessa che si possa essere contenti in quanto collettività. Una forma di entusiasmo che rompa gli argini del proprio, minuscolo giardino. Non ricordo niente di simile negli ultimi anni.
Certo il berlusconismo non è un mostro che si uccide così, con un singolo colpo d’ascia, una sola dimostrazione pubblica di unità. Occorre molto altro per smaltirne le tossine – presenti in eguale misura a destra e a sinistra. Ma se si doveva iniziare da qualche punto, questo è un ottimo punto. E allora: nell’attesa che qualcuno si decida a raccogliere queste energie rinnovate, questo slancio che nel momento peggiore ha dato prova di esistere, questa lucidità, questa bellezza – nell’attesa di un mea culpa generale da parte della sinistra italiana, che fare?
Ho una modestissima proposta. La rivoluzione che per motivi storici, o morali, o tecnici, non sembra possibile per le strade, andrebbe coltivata in ogni gesto, da chi si è mosso in prima persona, senza aspettare altri esempi dall’alto né limitarsi all’azione politica.
Nell’attesa di qualcuno che meriti tutta la nostra fiducia, non rimane che essere ancora più diritti noi stessi: ancora più parresiastici, ancora più raccolti e coraggiosi. Di fronte all’etica della menzogna, inseguire soltanto la verità. Di fronte allo schiaffo, non porgere alcuna guancia. Di fronte alla mielosa retorica del volemose bene e all’ipocrisia di chi sa essere forte unicamente con i deboli, reagire con l’onestà e l’intransigenza (la sana intransigenza di chi non cede ai ricatti e alle compravendite – l’intransigenza di Gobetti).
La frase “i tempi stanno cambiando” è confortante, ma da sola rischia di appiattirsi a uno slogan, come se il mero corso degli anni bastasse a recare una trasformazione.Ci sono molte colpe di cui può macchiarsi una società, ma una delle più tristi è quella di tradire la fiducia di chi verrà dopo. Lasciare che il voto di un ventenne di oggi si disperda nel vuoto, che questa bellezza passi invano, è la riedizione contemporanea di tale colpa. Dovremo evitarla, ora, con qualsiasi mezzo.

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Matite copiative https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/#comments Mon, 25 Jul 2011 09:29:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4821 Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codici di Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

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Il di più viene dal maligno https://minimaetmoralia.it/interventi/il-di-piu-viene-dal-maligno/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-di-piu-viene-dal-maligno/#respond Sat, 11 Jun 2011 17:34:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4512 di Christian Raimo Dice Gesù nel Vangelo di Matteo al versetto 5, 37 rivolgendosi agli apostoli: “Sia il vostro parlare sì, sì; no no; il di più viene dal maligno”. Ci sono tanti motivi per andare oggi e domani a votare al referendum, e ce n’è uno che forse non è stato sottolineato abbastanza. L’idea […]

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di Christian Raimo

Dice Gesù nel Vangelo di Matteo al versetto 5, 37 rivolgendosi agli apostoli: “Sia il vostro parlare sì, sì; no no; il di più viene dal maligno”. Ci sono tanti motivi per andare oggi e domani a votare al referendum, e ce n’è uno che forse non è stato sottolineato abbastanza. L’idea che la politica sia fatta di scelte, di contrapposizioni, di alternative.

Quest’anno era cominciato al contrario. A Mirafiori, il dilemma del futuro sociale doveva essere deciso con un dispositivo ricattatorio che solo una neo-lingua padronale aveva avuto il coraggio di definire referendum. Ecco, tra i finti referendum della Fiat e il referendum su acqua, nucleare, legittimo impedimento passa la strada della democrazia di domani.

Il linguaggio del potere di oggi, quello macroscopico e quello microscopico, fa di tutto per obliterare la possibilità di queste scelte. E lo fa scientemente, con una strategia comunicativa che si può chiamare ottimismo negazionista: ossia la rimozione del contrasto, la sconfessione del dissenso.
Facciamo degli esempi. Ci sono cinque livelli di questa strategia. Immaginate che qualcuno vi chieda di andare al cinema, e a voi non vada, e gli rispondiate di no. Ma l’altra persona insiste e vi chiede: “Ma sei proprio sicuro? E se ti passo a prendere?”. Oppure – secondo livello – qualcuno vi chiede di andare al cinema, voi dite no grazie, e quello vi dice: “Va bene, ma se andassimo al cinema, ti piacerebbe vedere di più Tree of life o Corpo celeste?”. Oppure – terzo livello – l’altra persona di fronte al vostro no, vi dice: “Va bene, io intanto vado, ti aspetto lì davanti, se non vieni ci resto male”. Oppure ancora – quarto livello – l’altra persona alla fine vi ha convinto, praticamente costretto a accompagnarlo al cinema (perché si sentiva solo, perché aveva bisogno di svagarsi, etc…) e dopo che avete accettato vostro malgrado, a fine serata, questo vi dice: “Hai visto che ti andava di uscire?”. Oppure ancora ancora – quinto livello – voi avete obtorto collo accettato di uscire annichiliti da troppe insistenze, e a fine serata, vi viene detto: “Hai visto che non ti ho costretto. Dai, domani chiamami tu e proponimi qualcosa”.

Questo linguaggio del potere italiano, violento, violentissimo senza sembrarlo, post-ideologico, berlusconiano, marchionnesco, post-fascista, fa del suo concetto di democrazia orwelliana la sua cifra principale. È una modalità di confronto che, nel piccolo, vi chiede non solo la sottomissione, ma vi chiede soprattutto che siate d’accordo con quella sottomissione, che siate voi a ritenere non solo necessaria ma giusta la decisione che vi viene imposta (avete presente Marchionne che torna in Italia e proclama: “Beh, perché qui nessuno mi ringrazia?”). Ma è anche, nel grande, un universo linguistico in cui si dice dialogo ma s’intende consenso, in cui i referendum si cercano di cancellare a pochi giorni dal voto, in cui si sostiene senza nessun’analisi che un futuro energetico senza nucleare non può esserci, in cui l’astensione non sta a significare assenza di responsabilità ma disprezzo della rappresentanza tout-court, in cui la determinazione a ottenere quello che si vuole passa sopra qualsiasi forma di confronto reale, eccetera eccetera eccetera. È un mondo in cui l’altro non esiste.

Votare sì domani al referendum vuol dire anche semplicemente ribadire un concetto essenziale di dialettica, vuol dire essere riconosciuti come forza politica, vuol dire non abbandonarsi a quell’abulia che anche Gesù attribuisce al maligno. Del resto, com’era quell’altro brano dell’Apocalissi di Giovanni, i versetti 3, 15-16? “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.

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