reportage Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/reportage/ un blog di approfondimento culturale Fri, 22 Nov 2019 09:55:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg reportage Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/reportage/ 32 32 Viaggio al termine della fiaba: una gita a Roccagloriosa https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-della-fiaba-gita-roccagloriosa/ https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-della-fiaba-gita-roccagloriosa/#respond Sat, 23 Nov 2019 07:29:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41709 di Gianluca Liguori (Illustrazione: Marco Rocchi. Foto: Giacomo Monteleone) Immaginate di abitare o anche solo essere originari di un piccolo paese di provincia. Immaginate ora che uno scrittore ambienti un romanzo nel vostro piccolo paese e in altri del circondario. Immaginate poi di leggere, su un giornale o un sito, un articolo sul romanzo in […]

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di Gianluca Liguori

(Illustrazione: Marco Rocchi. Foto: Giacomo Monteleone)

Immaginate di abitare o anche solo essere originari di un piccolo paese di provincia. Immaginate ora che uno scrittore ambienti un romanzo nel vostro piccolo paese e in altri del circondario. Immaginate poi di leggere, su un giornale o un sito, un articolo sul romanzo in questione in cui si afferma che il vostro piccolo paese e quelli intorno al vostro non esistono, sono un’invenzione dell’autore.

Ecco, se foste abitanti oppure originari del paesino di Roccagloriosa, in Cilento, o della sua frazione Acquavena, o di Terradura, frazione di Ascea, è quanto vi sarebbe potuto capitare: avreste potuto leggere che il vostro paese non esiste, è frutto dell’immaginazione dello scrittore Francesco Iannone, salernitano classe 1985, che in quelle terre ha scelto di ambientare Arruina, notevolissimo esordio uscito a marzo per il Saggiatore. Per questo, sabato 12 ottobre, accompagnato da Francesco Iannone, sono andato a Roccagloriosa, Acquavena e nel borgo abbandonato di San Severino di Centola, alla ricerca dei luoghi in cui è ambientato il romanzo, con l’intento di testimoniare che quei luoghi esistono. Ma forse è opportuno un piccolo preambolo sul libro e sulle circostanze che mi hanno portato a Roccagloriosa.

Avevo letto Arruina, che tradotto letteralmente dal dialetto campano significa “Rovina”, ad agosto. Mi aveva colpito per il sapiente uso della lingua, per la scrittura precisa, meditata, senza parole lasciate al caso, per la costruzione di una voce singolare, potente, densa, che si muove in equilibrio tra un lirismo ben padroneggiato – l’autore, è evidente sin dall’incipit, ha trascorsi poetici – e l’utilizzo di un vocabolario dialettale, creando un linguaggio perfettamente aderente alla narrazione messa in campo.

La storia (una favola oscura, come si legge nel sottotitolo in copertina) si apre col rapimento – anticipato da una profezia delle vecchie del paese – di una bambina, la Sperduta, da parte delle Nerissime, che sono streghe – la cui permanenza in vita dipende dalla morte della bambina – che sbudellano cadaveri, smembrano corpi.

            La porteranno via, lontano, in un altro mondo, lontano. Lo chiamano Roccagloriosa, si trova lì la fonte che congiunge le acque di Acquavena, che è il mondo di qua, alle acque immortali che fanno di quel mondo un prodigio, una magia. (pag. 11)

La trama si sviluppa, in un tempo senza tempo in cui l’unico riferimento cronologico evoca l’alluvione di Sarno del 5 maggio 1998, attraverso il viaggio che i genitori della Sperduta intraprenderanno per ritrovarla. Durante il tragitto il padre e la madre della bambina si imbatteranno in una serie di personaggi archetipici – la Briganta, il Poeta Antico, la Grande Madre, la Sciancata, ‘o ‘Mpasturato, il Matto – a cui si accompagneranno nell’oscura avventura che li condurrà a Roccagloriosa. Infine i due dovranno vedersela prima con le Ianare – ispirate chiaramente alle Janare, streghe tipiche di antiche credenze popolari del beneventano, dell’avellinese e del casertano, protagoniste di racconti della tradizione contadina e popolare – e poi con le Nerissime.

Arruina è un lavoro ambizioso, ben riuscito, che si discosta dalle produzioni editoriali dominanti, facendo ciò (o meglio: una delle cose) che la letteratura dovrebbe fare: creare immaginario. D’altronde anche il ribaltamento tra finzione e realtà generato intorno alla presunta invenzione dei luoghi è conseguenza della perizia con cui Iannone ha creato il suo universo letterario. Va dato dunque merito all’autore per la capacità e il coraggio di osare, sperimentare (con il linguaggio, con il genere: la fiaba, lu cuntu), sempre tenendo saldi i riferimenti classici, per tentare di andare oltre, alla ricerca di strade nuove, che anche altri stanno battendo. La lettura mi ha infatti evocato – per le atmosfere, per cupezza e oscurità delle immagini, ma anche per l’importanza e l’attenzione ai corpi, alla carne – due romanzi che ho molto amato, il quasi omonimo Dalle rovine (Tunué, 2015) di Luciano Funetta e I Cariolanti di Sacha Naspini (Elliot, 2009; sarà ripubblicato da E/O nel 2020). Al contempo ho riscontrato interessanti comunanze – di intenti ed esiti, nella creazione dei personaggi, nell’approccio ai luoghi e nel rapporto con la terra, ma anche nell’affondare le radici in modelli classici per rifondare una mitopoiesi – con un’altra pubblicazione recente, L’ora del mondo di Matteo Meschiari, edito da Hacca edizioni, a dimostrazione di una tendenza, un sentire comune di alcuni scrittori italiani contemporanei.
Una delle peculiarità di Arruina e le altre opere succitate sta nella capacità di penetrare al nocciolo delle cose, di indagare il senso e il mistero dell’esistere, rappresentando una letteratura ancestrale, di storie narrate davanti a un fuoco, nel buio della notte, che ricollocano l’essere umano a una dimensione originaria nei confronti della natura (e quindi dell’invenzione della letteratura).

Pochi giorni dopo aver letto Arruina, ho ricevuto l’invito per fare da relatore alla presentazione romana del libro, che avrebbe inaugurato il calendario di incontri della nuova libreria Bookstorie, nel quartiere Monte Sacro. Motivo per cui, per approfondire, sono andato a leggere la rassegna stampa che ha accompagnato l’uscita: è stato allora che ho riscontrato che più d’un recensore aveva inteso i luoghi del romanzo come invenzioni dell’autore.
Sarà perché sono nato in una città non distante e ho vissuto in un paese, sul versante opposto rispetto a Roccagloriosa, del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ma non avrei mai pensato che si potessero interpretare quei paesi come creazioni fantastiche, tanto più che gli altri posti citati nel testo (Torre Orsaia, Lagonegro, Sarno) li conoscevo più o meno bene. Pertanto ho trovato curioso e interessante il ribaltamento tra realtà e finzione avvenuto in alcuni lettori di Arruina. Non poteva dunque mancare, in occasione dell’incontro in libreria, una domanda a riguardo all’autore: ero curioso di sapere cosa aveva pensato e come aveva reagito al ripetersi del fraintendimento. Iannone aveva risposto che “Roccagloriosa è a tutti gli effetti la proiezione di una dimensione interiore nascosta, riparata, e perciò non mi stupisce che venga considerata come inesistente. Non riusciamo a concepire Roccagloriosa, ma nemmeno riusciamo a pensare certe profondità di noi stessi di cui invece siamo capaci eccome. Roccagloriosa è un simbolo e di solito i simboli preferiamo cercarli nelle finzioni letterarie e non nella realtà”.
L’indomani stesso, a riprova, in una recensione appena uscita si leggeva: “Scenario del racconto sono Acquavena, Terradura e Roccagloriosa, tre località immaginarie”.
Al che ho scritto un messaggio a Iannone, gli ho detto che bisognava far sapere che Roccagloriosa esiste.
Tre settimane dopo, alle nove e trenta della mattina del 12 ottobre, incontro Iannone (d’ora in poi Francesco) nel luogo stabilito per la partenza, a Battipaglia. Con lui c’è Giacomo Monteleone, ventitreenne musicista e fotoamatore di Siano, appassionato di borghi antichi. Quando mi stringe la mano – una stretta forte, da chitarrista – emetto un gemito: Francesco sorride, sa che ho appena tolto il gesso. La giornata inizia così. Montiamo in auto, ci consultiamo sul percorso: Google Maps ci suggerisce di fare la Statale 18, siamo d’accordo. Si parte.

Attraversiamo i territori di Battipaglia, Eboli, Capaccio Paestum. Ci raccontiamo le nostre storie, parliamo di scrittori e libri, editoria e letteratura, persone e luoghi, mozzarelle. Ci lasciamo alle spalle la Piana del Sele, superiamo Agropoli: entriamo in territorio cilentano. Si susseguono le uscite della Statale. Prignano Cilento. Diga Alento. Perito. Omignano. Vallo Scalo. Pattano. Vallo della Lucania. Ceraso. Cuccaro Vetere. Futani. Massiccelle. Poderia. Non siamo lontani: lasciamo la Statale, seguiamo per Roccagloriosa. Francesco è visibilmente emozionato, rallenta appena per consentire a Giacomo di immortalare il cartello, ma abbiamo una vettura dietro e non possiamo accostare: lo scatto viene mosso. Alla successiva rotatoria i cartelli indicano da una parte Acquavena, dall’altra Roccagloriosa. Siamo nelle terre di Arruina. Francesco confessa di provare una strana emozione.
Racconta di aver scelto i luoghi di ambientazione sulla cartina, in base alle suggestioni evocate dai nomi. Dice che c’era stato da bambino coi genitori, ma non vi era mai tornato: aveva ricordi vaghi. Per creare l’immaginario dei luoghi della sua storia si era basato su fotografie, recuperate su Internet, del borgo medievale abbandonato di San Severino di Centola.
Un tabellone ci indica che siamo nel Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, un altro segnala la zona archeologica. Ci fermiamo a uno slargo per sgranchirci e fare delle foto dal basso al paese arroccato. Mi accendo una sigaretta, c’è un silenzio a cui non siamo abituati, è interrotto solo da versi di uccelli, cani, capre, pecore: nessun suono percepito ha origine umana. Francesco va sul limite della strada, indica in alto.
Si chiama Roccagloriosa, il nome deriva dal latino: “rocca” prende origine dalla strategica posizione geografica – costruito su uno sperone arroccato, è stato per secoli una roccaforte – mentre “gloriosa” si riferisce al culto della Gloriosa Madre di Dio raffigurata nella chiesa – la più antica del paese, costruita nel 412 – che ne porta il nome.
Mentre Francesco e Giacomo scattano foto, leggo i tabelloni di benvenuto in cima alla piazzola. Uno dice che Roccagloriosa è gemellata con Fermoselle, provincia di Zamora, in Spagna: mi chiedo se qualcuno l’abbia mai pensato inesistente. Sulla carreggiata opposta c’è un bellissimo casolare, una metà sembra in stato d’abbandono, l’altra sembra abitata. Francesco è incredulo, dice che è identico ai casolari che ha immaginato e poi descritto in Arruina.

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Percorriamo gli ultimi chilometri e ci troviamo in quello che sembra l’inizio del paese. Alla nostra destra c’è uno slargo con una fontana e una strada in salita; alla sinistra, sotto un filare di querce, c’è una fermata bus con delle panchine ai lati e davanti l’unico posto libero di una fila di macchine che raggiunge la zona pedonale. Parcheggiamo e scendiamo.
Ci sono sei, sette persone, alcune sedute, altre all’impiedi. Scruto i volti, sembrano usciti da un film di Fellini, Pasolini o Ciprì e Maresco, o potrebbero essere personaggi di Arruina. Sono volti cotti dal sole, che sanno di campagna, di terra, volti che racchiudono la montagna e il Mediterraneo. Fermiamo un uomo anziano: ha orecchie e naso grandi, la barba grigia lunga di qualche giorno e un paio di occhiali dalle lenti polverose legati a un laccio. Porta una borsa a tracolla, un bastone e una coppola di tweed e indossa una giacca, dal cui taschino sbuca una penna, su un maglione. Si mostra subito disponibile. È con una ragazza dai tratti sudamericani in canotta e jeans, che dopo scopriremo essere la nipote.
Chiediamo se siamo in paese e dov’è il centro, l’anziano ci dice che inizia lì dove siamo, che si può girare a piedi. Ci indica una strada in salita. È cordiale, ci chiede che cosa facciamo da quelle parti. Rispondiamo che ci troviamo lì perché Francesco (che mostra una copia senza che l’oggetto susciti interesse) ha scritto un libro in cui si parla di Roccagloriosa, e che siccome in alcuni articoli di giornale è stato scritto che Roccagloriosa, Acquavena, Terradura, Torre Orsaia sono luoghi di fantasia, volevamo vedere se esistono.
Esiste, esiste, dice l’uomo mentre ride di gusto insieme alla nipote. Poi allarga le braccia, fa un mezzo giro del capo come a dire “non lo vedete? È qui, davanti a voi”.
Ci informa che ci sono due musei, poi si volta e indica una costruzione sulla via parallela: è il Museo Civico Archeologico “Antonella Fiammenghi”, in piazza Borgo Sant’Antonio, che custodisce numerosi reperti archeologici ritrovati nei due insediamenti lucani (un complesso abitativo e la Necropoli monumentale) risalenti al IV e III secolo a.C..
La nipote dice che non sa se è aperto né se apre. Se vogliamo visitarlo possiamo chiedere le chiavi al bar. Francesco è sbalordito dalla cosa. La ragazza aggiunge che l’altro museo (in cui sono esposti i reperti delle due tombe del sito archeologico) è nella parte superiore del paese, in piazza del Popolo. E poi, interviene l’anziano, c’è il museo dell’olio.
Francesco chiede dov’è il castello e come arrivarci. Ci dicono che è in alto, che bisogna salire, conviene prendere l’auto. Decidiamo di visitare prima il borgo. Ringraziamo e ci congediamo, poi entriamo nel bar Fistelia lì di fronte. Prendiamo tre bottigliette d’acqua e un caffè, intanto fanno capolino anche il signore e la nipote. Ricomincio a parlare con lui. Si chiama Mario Balbi, ha 93 anni. Sono tanti, dice sorridendo. Gli faccio i complimenti, lui sorride ancora e ringrazia. Chiedo se è pensionato, cosa fa. Ho due pensioni, dice ridendo mentre con le dita fa il segno del numero due. Dice, quasi con una punta d’orgoglio, che i Balbi a Roccagloriosa sono molti. Racconta di aver lavorato per una vita in Germania e di aver vissuto poi tre anni in Venezuela. È partito a venti anni, ha vissuto a Villingen, nella Foresta Nera: lavorava in una fonderia, fondeva anche a mille gradi, dice fiero. Aveva fatto ritorno a Roccagloriosa per la pensione.
Li ringraziamo e usciamo. È una giornata splendida, per quanto sia metà ottobre c’è un sole caldissimo, estivo. Fuori dal bar mi soffermo sui manifesti funebri, i morti più recenti avevano 93, 90, 87 anni. Penso al signor Balbi, ne mostrava dieci o quindici di meno. Il Cilento è d’altronde tra le zone con più alta concentrazione di centenari (un anno fa erano trecento), tanto che persino l’Università di San Diego se n’è occupata. È in questi luoghi, inoltre, che il biologo e fisiologo statunitense Ancel Keys ebbe le prime intuizioni per gli studi che lo condussero a teorizzare il modello della Dieta mediterranea, ma questa è un’altra storia.

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Dopo questo primo incontro, prendiamo corso Umberto I. Giacomo scatta a ripetizione, fotografa persone, costruzioni, il paesaggio: la bellezza ci circonda. Una vecchina seminascosta ci spia da dietro a un vetro, solo la parte superiore del viso sbuca in un angolo della finestra. È una Janara, dico. A metà salita mi metto in posa e dico a Giacomo di farle una foto fingendo di inquadrare me. Avanziamo di pochi metri, ci imbattiamo in un’iscrizione su un muro: il quadrato magico del Sator è lì per dirci qualcosa, non ci sono dubbi. Le suggestioni ci fanno sentire parte di un mondo fiabesco che attraversa secoli e leggende. Proseguiamo, in fondo alla strada c’è una piccola galleria che si apre sotto una costruzione a tre piani. La attraversiamo mentre cerco informazioni su Google e scopro che il sindaco si chiama Balbi Giuseppe. Ci chiediamo se sia parente, o addirittura il figlio, del signor Francesco. La galleria ci fa sbucare su una terrazza naturale, su cui affacciano balconi e finestre, che dà su un’incantevole vista della vallata e del monte che la sovrasta. Siamo estasiati, rapiti dalla natura e dalla quiete. Mentre osserviamo il panorama si affaccia una donna anziana, indossa una sgargiante camicia di lana rosa su una gonna viola: ha un sorriso bellissimo, gioioso, cordiale. La salutiamo, le diciamo il motivo della nostra visita, la storia che Roccagloriosa non esiste.
La signora si mette a ridere. Fate bene, ci dice sorridendo. La gente del posto non lesina risate e sorrisi, mette a proprio agio e di buon umore. Accoglienza, disponibilità e gentilezza che stiamo trovando rivelano come un’umanità perduta che si conserva in questi luoghi che paiono lontani dall’accelerazione dei tempi.
Continuiamo a perlustrare il borgo. Coloro che incrociamo ci sorridono e salutano. Un intenso odore di ragù esce da una finestra e impregna tutto il vicolo. Quasi tutte le case hanno una scopa appesa accanto all’entrata.
Francesco ci spiega che le scope fuori alle porte si tenevano per difendersi dalle Janare. Erano appese all’insù perché le streghe si fermavano a contare le setole: mentre le contavano tutte diventava giorno e fuggivano. Attraversiamo i vicoli in un silenzio profondissimo, alcune porte hanno l’uscio aperto. Una ragazza su un balcone, intenta a stendere dei pantaloni, non appena ci scorge ci guarda di sottecchi, poi rientra. Si riaffaccia qualche attimo dopo, ci spia. Poi rientra ed esce di nuovo per appendere altri indumenti. Ci osserva ma sembra che non voglia farsene accorgere. Quando passiamo sotto il suo balcone, il silenzio è interrotto da una musica ad alto volume col ritornello che fa Mi sento una betulla in piena estate insieme a te (quando ripasseremo dalla stessa finestra si sentirà Motta, Sei bella davvero). Camminiamo, catturati dai minimi particolari: finestre, archi, scale, porte, fiori, giardini, bottiglie vuote di Peroni scolorite dagli anni su una finestrella, il cartone da latte che riveste la sella di una vecchia Vespa blu, l’immagine appesa a una porta di un Cristo con sotto scritto chi mi ama non bestemmia, i gatti, i cani, panni stesi, uno sturalavandino davanti a delle scatole di servizi di piatti dietro a una grata, i colori, le piante, le cassette della posta, alberi di limoni, di fichi, di melograno, ulivi, viti, aranci, ciliegi, fichi d’india, capperi, magnolie. Le fontane, i sottoscala, balconi, vasi, lampade, lampioni, tetti, comignoli, sedie, fili della luce, bombole del gas. Scorci incredibili. Odori di frittelle di fiori di zucca, melanzane indorate e fritte, ragù, roastbeef si alternano nelle narici. Una signora sull’uscio di casa ci saluta, iniziamo a parlare, le raccontiamo la storia del libro e di Roccagloriosa che non esiste. La donna si fa una grossa risata. Ditegli che esiste, dice. Proseguiamo nei vicoli in un silenzio che imbarazza.
È questo silenzio, dice Francesco, che ho provato a raccontare nel romanzo. All’improvviso una voce femminile grida Ma che cazz’!, segue il rumore di una persona che scappa, di un tavolo che si sposta: una donna si catapulta nel vicolo, La lucertola! Una lucertola!, urla. Mi fanno paura, dice appena ci nota. Una vicina, avrà avuto un’ottantina d’anni, si avvicina, prende la scopa appesa ed entra in casa. Dovrebbero girarci un film, dico, usando come attori la gente del posto, oppure un documentario in cui intervistano tutti, casa per casa.

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La passeggiata ci conduce su una piazza terrazzata, Piazza del Popolo. Tra querce che iniziano a perdere foglie gialle e vasi circolari in pietra, scorgiamo due anziane vestite di nero che confabulano sedute su una panchina e, affacciato con sguardo assorto al muretto che dà sulla valle, un uomo piccolo coi baffi e capelli ricci in cui il bianco si fonde col giallo e col grigio e col nero, con addosso un largo maglione beige sopra dei pantaloni grigi anch’essi abbondanti. Sulla destra c’è il monumento ai caduti delle due Guerre, in cima svetta il cognome Balbi, che conta le maggiori perdite in entrambi i conflitti. Ripensiamo al signor Francesco, poi avviciniamo l’uomo. Ci presentiamo, lui senza dar peso al nostro racconto fa un mezzo giro col busto e ci indica la Chiesa di San Giovanni Battista. Francesco chiede se lì si trova la Cappella di Sant’Angelo: su Internet ha visto che all’interno c’è un affresco meraviglioso. L’uomo dice che per le chiavi bisogna chiamare il prete, ma non il prete di Roccagloriosa, quello di Acquavena. Ci indica poi l’altro museo, l’Antiquarium, poi dice che c’è anche il museo dell’olio. Ci elenca quindi tutte le chiese, dice che in quella di San Nicola c’è un matrimonio. Si volta verso la valle, il panorama è mozzafiato. In alto svetta il monte Bulgheria, in lontananza si ammira il golfo di Policastro.
L’uomo indica Acquavena, Bosco, San Giovanni a Piro, dove il 31 maggio, dice, c’è una grande festa per la Madonna di Pietrasanta. Francesco chiede di Acquavena, l’uomo risponde che ci sono molte sorgenti d’acqua, diverse fontane. È quella, dice, dove si vede il fumo.

Acquavena è lontana. Solo i fumi, si vedono. E le strilla dei tordi come se gli stessero slogando le ali. E le loro ossicine, si vedono. Bianche sotto una coltre plumbea.

            Acquavena aveva una piazza dove si radunavano le acque quando veniva la piena. E i tombini di ghisa si scioglievano e ridiventavano fuso rovente. I vecchi seduti ai tavoli scappavano per evitare il contatto con il liquido scuro. Uno però una volta inciampò e l’acqua lo raggiunse. Gli si consumò il naso, il labbro inferiore gli si appese al mento, e gli aummaria si sentivano in lontananza, aummaria dei recalcitranti nella fossa, aummaria dei cani rognosi con la bava sui denti, aummaria degli agnelli con lo scorsoio al collo.

            Ad Acquavena si era felici, prima che la goccia della Sperduta facesse tremare l’anima della terra. (Pag. 89)

Francesco legge questo estratto mentre l’uomo, senza prestarvi attenzione, continua a illustrare il territorio: ha una conoscenza dei luoghi impressionante, sa a memoria ogni zona, tutti i confini. Dopo aver esaminato la montagna descrive la costa muovendo l’indice su una linea immaginaria che da San Giovanni a Piro arriva alla torre di Scario. Muove ancora il dito, mostra Policastro, Villammare, Sapri, Maratea.
Da bambino mi colpiva che il mare che bagna quel lembo costiero tocca tre paesi confinanti (Sapri, Maratea, Tortora) di tre diverse regioni (Campania, Basilicata, Calabria). Sono posti incantevoli, dico all’uomo che li conosco. Si chiama Francesco Valiante, era operatore della Comunità montana, mentre me lo dice con una mano schiaccia una mosca che gli si è posata sull’altra.
Dopo l’incontro col signor Valiante usciamo dalla piazza dalla parte opposta a quella dove siamo entrati e prendiamo una discesa. Le macchine, incustodite, hanno sicure e finestrini aperti. Scendiamo diverse scalinate, alla fine dell’ultima ci troviamo alla Fontana dei tre cannuli. È la fontana delle Nerissime, dice Francesco. Poco più avanti c’è il punto in cui abbiamo iniziato il giro. Prima di andare rientro nel bar, chiedo informazioni sul museo e sulla cappella di Sant’Angelo. La ragazza del bar prende un bloc-notes e una penna e scrive il numero di don Raffaele, ha lui le chiavi. Mi dice (anche lei) che non è il prete di Roccagloriosa, è quello di Acquavena. Vedo che nel banco gelati ci sono solo due gusti, vaniglia e stracciatella. La ragazza strappa un altro foglio e scrive il numero di Sabato della Pro Loco, che ha le chiavi del museo. Poi aggiunge che oggi c’è un matrimonio.
Prendiamo l’auto. Superiamo la fontana e ci avviamo su per la strada in salita, via Roma. Alla nostra destra, tra edifici di nuova costruzione e grossi alberi, si inframezza la vista del monte Bulgheria e del golfo di Policastro. Seguiamo le indicazioni marroni e ci immettiamo su via San Mercurio, poi prendiamo una stradina in discesa, via Pozzillo, che seguiamo fino alla biforcazione: un nuovo segnale per l’area archeologica ci indica di prendere la strada sulla destra, continuiamo a salire. Un cartello scritto a mano sul cancello di un recinto informa: si vende olio di questi ulivi.
Al bivio successivo svoltiamo a sinistra fino a una costruzione moderna con due torri, una piccola oasi kitsch. Prendiamo la strada a sinistra, saliamo per qualche chilometro in mezzo agli uliveti. A un tratto, in mezzo agli ulivi sulla destra, si apre una piazzola con vista sul golfo. Poco dopo ce n’è un’altra, con le panchine, e dopo un’altra ancora. L’immagine richiama l’eco dei versi del Poeta: Ma sedendo e mirando, interminati/Spazi di là da quella, e sovrumani/Silenzi, e profondissima quiete…

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All’ombra di un grosso ulivo, su una piazzola dell’altra carreggiata, un tabellone mostra il sito archeologico. Qualche centinaio di metri più avanti, alla fine di una curva troviamo un altro incredibile belvedere: c’è una panchina, sotto un ulivo, dove sono seduti un uomo e una donna, di fronte a loro la valle dei fiumi Mingardo e Bussento, e lontano il mare, coi monti sopra Maratea sullo sfondo. Poco in là una tomba di epoca lucana svetta al centro della Necropoli. Siamo sul monte Capitenali, località La Scala.
Roccagloriosa ha una storia antica, alcuni reperti rinvenuti risalgono al Neolitico. Sono stati trovati frammenti di ceramica dell’età del bronzo e insediamenti dell’età del ferro. Nei secoli sul territorio si sono succeduti Enotri, Morgeti e Osci ma il più importante insediamento è stato quello dei Lucani. Nel 1998 l’area archeologica è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO “per l’eccezionale testimonianza offerta dalla presenza delle culture italiche” nel sito. Visitiamo la Necropoli, poi facciamo una passeggiata in quello che era il centro abitato, ma non restiamo a lungo, il tempo scorre, ci attende la prossima tappa: il castello.

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Rientrati in paese, sbuchiamo in piazza San Nicola, piena di macchine parcheggiate, persone e scene da matrimonio. In attesa degli sposi, una Fiat Cinquecento blu scuro con la scritta JUST MARRIED su un cartello che sbuca dal vetro posteriore e sul parafango un fiocco di velo bianco alle cui estremità sono attaccati quattro barattoli di latta, su uno c’è raffigurato un pomodoro. C’è presumibilmente mezzo paese, tutti vestiti a festa. Affascinati dal folklore locale, decidiamo di scendere a dare un’occhiata. Mentre Giacomo scatta foto, una gentilissima signora ci indica la strada.
Sulla via per il castello c’è un uomo sui cinquanta, sembra aspettare qualcuno. Dal vestito presumiamo sia in ritardo per il matrimonio. Appena gli siamo accanto, chiedo se è la via giusta per il castello. Ci guarda sospettoso, sbircia tre volte sulle mie gambe, si affaccia dietro per guardare Giacomo, poi si volta a destra e dice di proseguire per la salita. Ringraziamo, ma quando è alle spalle non possiamo evitare di ridere.
Dai ruderi del Castello Sanseverino, che risale al XIV secolo, il panorama è spettacolare: monte Bulgheria, golfo di Policastro, le valli dei fiumi Mingardo e Lambro. Giacomo scatta foto da ogni angolazione, in mezzo alle finestre o tra le mura cadute del castello. Visitiamo l’area, gioiosi come bambini. La quiete è indescrivibile. Ce ne andiamo con negli occhi e nel cuore un paesaggio straordinario e meraviglioso.

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Le passeggiate e l’aria di montagna ci hanno aperto lo stomaco. Francesco prende la strada della trattoria ad Acquavena di cui ci ha parlato all’andata, la stessa che da più parti ci è stata suggerita in paese: ‘U Trappitu. Giunti sul posto, parcheggiamo lungo la strada del ristorante. Su un piazzale in alto di fronte a noi c’è una scuola: Giacomo e Francesco concordano sul fatto che insegnare lì sarebbe un’esperienza particolare. Prendiamo la discesa che porta al ristorante, poi, all’ingresso, mentre loro entrano io proseguo spinto da immotivata curiosità. Supero una coppia che litiga in un suv e procedo negli spazi intorno al locale: mi trovo su una terrazza con vista sul golfo di Policastro. Mi soffermo in contemplazione del panorama, a pensare, a non pensare. Al rientro trovo la cameriera al tavolo che sta elencando cosa si mangia.
Saltiamo l’antipasto. Per primo ci sono fusilli al ragù cilentano, pappardelle ai funghi porcini, lagane mezze integrali con olive, capperi, pomodori e provolone, ravioli di ricotta al sugo di pomodoro (che in alternativa possono essere conditi col ragù). Il ragù cilentano è fatto con carne di maiale, vitello e agnello, il sugo viene fatto cuocere per tante ore, il segreto sta nelle proporzioni tra le carni: l’agnello, che è un sapore forte, deve essere in parte minore per insaporire, ma senza essere dominante. Tutta la pasta, ci spiega, è fatta da loro. Io e Francesco prendiamo i fusilli, Giacomo le lagane. Ordino mezzo litro di rosso della casa. È Aglianico, mi dice la ragazza.
Esco a fumare, quando torno la cameriera sta raccontando qualcosa alla coppia seduta al tavolo (che noto essere quelli che prima litigavano). Francesco dice che sembra interessante, ma non ha colto abbastanza. Quando passa accanto a noi le chiediamo la gentilezza di ripeterci la storia. Diciamo che siamo lì per raccontare quei posti perché c’è chi ha detto che non esistono.
La ragazza si fa una risata. Si chiama Emanuela, ci indica il campanile della Chiesa della Potentissima sulla piazza che si vede da lì. Nella chiesa, un tempo chiamato Santuario della Vena (della Madonna della Vena), c’era una statua di legno della Madonna Bambina (che si festeggia l’8 settembre). Un giorno, durante un temporale, cadde un fulmine sul campanile e lo bruciò: le fiamme si espansero all’interno e raggiunsero la statua in legno della Madonna. Si dice che a un tratto la statua infuocata, come cosa viva, uscì dalla chiesa. Da allora la chiamano la Potentissima. Ma non finisce qui. Emanuela racconta che il campanile fu ricostruito, ma non passò molto e un altro fulmine lo colpì e l’incendiò di nuovo. Il campanile fu ricostruito ancora, ma di lì a poco ebbe stessa sorte. Pare che la storia sia continuata per oltre un secolo, fino a quando non hanno smesso di ricostruirlo. Ecco perché la chiesa è senza campanile. Non si sa, spiega Emanuela, se dipenda da campi magnetici o dalla posizione della chiesa rispetto alle montagne che la sovrastano, che formerebbero una naturale gola parafulmine. Restiamo sbalorditi.
Emanuela si scusa e va in cucina, al ritorno porta il pane (fatto da loro), l’acqua e il vino. Approfitto della sua gentilezza per domandare cos’è ‘u trappitu. Ci dice che ‘u trappitu è sia la pressa, la macina in pietra, come quella esposta all’ingresso, che serve a schiacciare le olive, sia il luogo fisico (il frantoio) dove appunto si portano a macinare. “Vaco a ‘u trappitu a portari le ulive” è una frase tipica degli anziani del posto. In proposito ci racconta che spesso, nel periodo in cui si fa l’olio, più d’un anziano, trovando sull’elenco telefonico Trappitu, chiami al ristorante, credendo di parlare col frantoio, per chiedere quando portare a macinare le olive. Ascoltiamo l’aneddoto gustando pane e vino, eccellenti. Poi Emanuela va in cucina e torna con i fusilli (e le lagane di Giacomo). Ci mettiamo sopra il peperoncino e il formaggio. Sono deliziosi, sanno di sapori antichi, d’infanzia, di nonne, di un tempo come di sogno che è stato e non c’è più. Sembra la cosa più buona mai mangiata. Francesco insiste perché prendiamo anche un dolce, io e Giacomo ci lasciamo convincere facilmente. Mentre ordino la crostata con marmellata di visciole, le chiedo com’è la situazione dei giovani di Acquavena.
I 35-45enni, mi dice, sono andati tutti via, chi per lavoro, chi si è laureato e non è più tornato, quindi ci sono pochi ragazzi, come se fosse saltata una generazione. Di 25-30enni ne sono rimasti alcuni e hanno fatto qualche figlio. Quest’anno dalle scuole materne sono usciti sei bambini e ne sono entrati due. Alle elementari, continua, ci sono annate di appena un bambino e le classi sono formate da alunni di età diverse. Prima di andare ci omaggia di opuscoli informativi sulle vie dell’Acqua e della Fede e sui Lucani a Roccagloriosa e nell’entroterra.
Al bar Nettuno, che affaccia sulla piazza della chiesa della Potentissima, incontriamo Rossella Cusatis dell’Associazione Onlus Effetto donna, che organizza la Settimana letteraria, un mini-festival, all’ottava edizione, che d’estate ha ospitato tra gli altri Viola Di Grado e Maurizio De Giovanni.
Ci racconta che il nome Acquavena trae origine dalle numerose sorgenti di acqua potabile, favorite dalle particolari condizioni idrogeologiche del luogo. Ci dice che il monte Bulgheria prende il nome da coloni bulgari che si stanziarono lì tra il IV e il V secolo e che gli abitanti del posto lo chiamano, per la sua forma, Leonessa addormentata. Infatti, dice, gli abitanti di Acquavena sostengono di essere protetti da una leonessa, la montagna.

L’ultima tappa della nostra gita è il borgo abbandonato di San Severino di Centola. Francesco si è servito di fotografie delle rovine del luogo per creare lo scenario di Arruina. Arriviamo, superando Celle di Bulgheria e Poderia, in una ventina di minuti. All’ingresso c’è un cartello di tre assi di legno dipinte a mano. Ci incamminiamo per le scale. La montagna di fronte a noi è imponente, eterna, ci mette di fronte a tutta la nostra piccolezza umana. Alla fine della salita, dietro a una murata, il rudere di un casolare privo di porta e finestra ci mostra i primi suggestionanti segni di rovine e abbandono. All’improvviso sobbalzo per l’inattesa presenza di una signora al mio fianco.
Pensavo fosse una strega, dico senza rendermi conto della gaffe. Le chiedo scusa, imbarazzato. Chiacchieriamo qualche minuto, intanto ci raggiunge la figlia. Ci dicono che è un posto meraviglioso e ci danno dritte su altri luoghi nel circondario.
Prima di affrontare la salita vado a spiare una nicchia incastonata nel muro per le offerte alla Madonna, poi mi addentro tra le rovine del castello: mi affaccio alla finestra e saluto gli altri. Guardando verso il basso ammiro la Gola del Diavolo (altro luogo presente nel romanzo). Ci sparpagliamo, esploriamo  il borgo. Ci chiamiamo quando nelle case troviamo qualcosa di bello, particolare o insolito, come i cartelli delle insegne con le assi in legno dipinte a mano o i resti di un letto con un baldacchino fatto di assi, tronchi e rami irregolari. Entro ovunque sia accessibile tra macerie e rovine. È il luogo più incredibile della giornata.
Immaginiamo come poteva essere un tempo la vita lì, come il luogo si è svuotato. Su quella che doveva essere la strada principale c’era ‘U palazzu r’u Baruni (con la traduzione sotto Il palazzo del Barone) e in fondo sbuchiamo su una piazza, dove c’è una chiesetta, la sola costruzione ristrutturata: davanti all’ingresso afferro la corda penzoloni e mi metto a suonare la campana. Superiamo la piazza, raggiungiamo la parte bassa dove troviamo una grossa croce metallica al centro di una terrazza: alla nostra sinistra, sul versante della montagna campeggiamo quattro enormi reti a protezione delle abitazioni e del campo di calcio sottostanti; sulla destra, la vista dà sulla valle, tagliata dalla Statale che da lassù sembra un gigantesco mostro di cemento. Restiamo in giro per quasi un’ora, incrociamo altri visitatori: uno di questi prende in un rudere un’insegna in legno, su cui è scritto Osteria del Borgo: quando si accorge che lo abbiamo visto la appoggia sull’uscio senza porta. Quando è alle nostre spalle ci chiediamo se l’abbia ripresa. Scendiamo le scale verso la macchina felici e sorpresi per gli incredibili posti visitati, sopraffatti di emozioni e ricordi.
All’improvviso, sull’ultima rampa, si sente una voce che parla di una persona che sta affogando. Sembra registrata, ma non ne cogliamo la provenienza. Ci guardiamo l’un l’altro, perplessi. Avanziamo di qualche passo, la voce continua a parlare. Mi rendo conto che proviene da qualcosa vicino a me o che porto addosso. Gli altri mi guardano. Controllo lo smartphone, è in blocco. Sembra assurdo. Mentre cerco dentro la borsa la voce si fa più distinta, la riconosco. Mi faccio una risata, gli altri mi osservano senza capire. Mostro loro il registratore portatile, che si era acceso e avviato da solo, e lo spengo. Non era un fantasma, dico. Spiego loro che si tratta dell’intervista a un tipo per cui avevo fatto da ghostwriter.
Sulla strada del ritorno siamo stanchi ma felici, soddisfatti della giornata piena e bellissima appena vissuta, desiderosi già di ritornare mentre ipotizziamo possibili gite future in altri luoghi dimenticati e sperduti.
A casa racconto entusiasta a mia moglie aneddoti e frammenti di una giornata che avrò modo di non dimenticare. Sei contento, mi dice. Rispondo che è stato molto bello, che non vedo l’ora di scriverne. L’estate prossima, dico, dobbiamo andare al mare dalle parti di Scario o Palinuro, così ti porto a vedere Roccagloriosa. Ammesso che esista.

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Chi ha paura dell’uomo nero? Roberto Minervini racconta il declino americano https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/paura-delluomo-nero-roberto-minervini-racconta-declino-americano/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/paura-delluomo-nero-roberto-minervini-racconta-declino-americano/#comments Mon, 03 Sep 2018 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37961 Il risveglio del Klu Klux Klan, il declino delle Black Panthers. Roberto Minervini, a venezia con "What you gonna do when the world's on fire?", in concorso a Venezia, racconta il declino dell'America contemporanea.

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Uno dei viaggi cinematografici più interessanti e profondi negli Stati Uniti di questi anni lo sta facendo un italiano, Roberto Minervini. Dal white trash che vota Trump, ai gruppi religiosi, alle comunità nere. Dal Texas alla Louisiana al Mississippi. Nessuno come lui sta raccontando le marginalità nella ex terra di tutte le speranze e le opportunità. “What You Gonna Do When the World’s on Fire? – Che fare quando il mondo è in fiamme?” è il nuovo film di Minervini. Racconta la condizione degli afroamericani in una paese dove razzismo e violenza si fanno sentire ogni giorno. Il film è in concorso a Venezia. Gli auguriamo ogni bene. In questo lungo contributo, Minervini racconta il suo lavoro. Il pezzo è apparso sulla rivista del Cinematografo, che ringraziamo per averci dato l’autorizzazione a riprodurlo anche qui.

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di Roberto Minervini

A mia madre piace giocare al lotto affidandosi completamente al caso. Io, invece, affronto le scommesse con una buona dose di pragmatismo. Pertanto, quando scommettiamo insieme, i numeri preferisco sceglierli io, basandomi su certezze fattuali. Nell’estate 2017 chiamai mia madre da New Orleans, dove stavo eseguendo le riprese del mio nuovo film, per fornirle una cinquina da giocare su tutte le ruote: 40, 10, 4, 1, 39. Il fatto che non vincemmo niente non mi sorprese. Avevamo infatti giocato una serie di numeri “perdenti”, che contengono in sé il germe della débâcle sociale più infausta dell’America contemporanea: gli afroamericani ammontano a 40 milioni (pari al 12% della popolazione USA), dei quali 10 milioni vive ben al di sotto della soglia di povertà, 4 milioni sono ufficialmente disoccupati e 1 milione marcisce in carcere. Il numero 39 si riferisce invece ad uno dei fenomeni politici e sociologici più discussi dell’America post-Jim Crow: i crimini delle forze dell’ordine nei confronti dei neri. Nel 2016, la polizia ha ucciso 39 suspicious unarmed blacks, neri disarmati, freddati sulla base di un vago sospetto. Quest’anno le cose stanno andando ancora peggio: nel primo quadrimestre del 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono stati 69 (uno dei tanti effetti nefasti della presidenza Trump).

Il mese più caldo

Torniamo per un attimo al 2016, per la precisione a martedì 5 luglio, a Baton Rouge, in Louisiana: un vagabondo bianco effettua una chiamata al 911 (il 113 americano) per segnalare la presenza di un nero armato, di fronte alla bottega Triple S Food Mart. Il nero è Alton Sterling, trentasettenne corpulento, soprannominato “CD man” dalla comunità locale perché ogni giorno si trova lì, davanti al Triple S, con il suo bancone a vendere CD di musica hip hop. Quel giorno Alton perse la pazienza nei confronti del vagabondo che continuava a chiedergli soldi e finì per mandarlo a quel paese. Cinque minuti dopo la chiamata al 911 arriva sul posto una volante della polizia. Dalla macchina scendono due poliziotti, Howie Lake II e Blane Salamoni, pistola alla mano. I poliziotti spingono Sterling a terra. Salamoni gli salta addosso e gli punta la pistola al petto. Sterling, in preda al panico, ripete più volte di non essere armato. Salamoni spara un colpo e Lake ne spara due. Sterling muore sul colpo e il suo nome si va ad aggiungere alla lunga lista di neri americani uccisi a sangue freddo dalla polizia, pur non essendo armati. Ma non finisce qua: il giorno dopo, mercoledì 6 luglio 2016, muore Philando Castile, freddato da un poliziotto mentre è seduto sul posto di guida della sua macchina. Insieme a lui c’erano la fidanzata, che filma tutto con il telefonino, e la figlia di quattro anni. Per la prima volta nella storia recente americana, i neri non ci stanno e passano al contrattacco: giovedì 7 luglio 2016, un ragazzo nero di nome Micah Xavier Johnson uccide cinque poliziotti a Dallas per vendicare l’omicidio di Castile. Sabato 16 luglio 2016, Gavin Eugene Long ne fa fuori tre a Baton Rouge, prima di venire a sua volta ucciso nello scontro a fuoco con la polizia. Long aveva con sé una lettera con scritto “spero che questo mio atto di violenza serva a far cambiare le cose in America, dove le forze dell’ordine, così come tutto il sistema giudiziario, continuano a massacrare i neri, giorno dopo giorno”. Senza dubbio, alla luce di quanto accaduto, il luglio 2016 passerà alla storia come uno dei mesi più caldi della costante diatriba tra afroamericani e forze dell’ordine. Per quanto mi riguarda, i ricordi di tale periodo sono legati non solo agli efferati scontri tra neri e polizia, ma anche e soprattutto alla ricomparsa in pompa magna di un sentimento popolare che pareva essersi estinto: la “paura dell’Uomo Nero”.

Un problema di razza

Alton Sterling, Philando Castile, Eric Gardner, Oscar Grant e Michael Brown sono i nomi più noti tra le vittime afroamericane dei crimini compiuti dalla polizia dal 2009 fino ad oggi. Fatto sta che i dati complessivi sulla violenza, perlopiù impunita, da parte della polizia nei confronti dei neri d’America evidenziano un problema ben più esteso: ogni anno, di media, il 32% circa delle uccisioni da parte dalle forze dell’ordine è di razza nera (dato reso ancor più allarmante dal fatto che, come ho detto in precedenza, gli afroamericani ammontano al 12% della popolazione). Tale rilevazione percentuale, da sola, non è sufficiente per misurare la magnitudo della diatriba razziale nell’America odierna. Ciò nonostante, da un dato del genere si evince una verità tanto inconfutabile quanto inquietante: gli omicidi da parte della polizia sono un problema di razza, alla stregua della disoccupazione e dell’incarcerazione. Un problema che ha radici storiche, risalenti alla metà del diciannovesimo secolo, quando l’America era un paese in costante tumulto per via dei conflitti di classe che affliggevano i principali centri metropolitani. Le forze dell’ordine, organi non istituzionali i cui agenti erano eletti dal popolo, ponevano fine a scioperi e sommosse con attacchi che oltrepassavano di gran lunga la soglia della legalità. Attacchi unilaterali contro operai, immigrati e minoranze etniche, finalizzati non tanto a ripristinare l’ordine sociale, quanto a tutelare gli interessi e a garantire l’incolumità della classe borghese e dei governi locali. Sono proprio quelli gli anni in cui si consolida il sodalizio tra potere politico, classi dominanti e forze dell’ordine, alle quali fu riconosciuto uno status ufficiale a cambio di una protezione unilaterale a tutto campo. E sono questi gli anni in cui la polizia adotta la celebre divisa blu e l’altrettanto celebre motto “To Protect And Serve”, iscritto sulla divisa. Quindi, se è vero com’è vero che il corpo di polizia americano è stato concepito come un organo paramilitare con lo scopo di proteggere e servire le classi dominanti, sarebbe inverosimile aspettarsi dalla polizia di oggi, a meno di duecento anni di distanza dalla sua costituzione ufficiale, una condotta giusta nei confronti delle loro Nemesi: i nullatenenti, gli immigrati, gli avanzi di galera e, appunto, gli Uomini Neri.

Trump e il KKK

Il fatto che il ritorno della “paura dell’Uomo Nero” abbia preceduto di soli quattro mesi la vittoria elettorale di Donald Trump è tutt’altro che una coincidenza. Difatti, Trump –  candidato presidenziale apertamente razzista e segregazionista – ha incentrato la campagna elettorale non tanto sulla questione immigrazione, come in molti erroneamente credono, bensì sull’imbarbarimento delle downtown delle metropoli del Midwest e del Nordest (Chicago e Detroit in primis), tutte prevalentemente nere, nonostante le statistiche indicassero un costante declino del tasso di criminalità in tali centri urbani. Come se non bastasse, pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Trump inserì nella famigerata Domestic Terrorist Watchlist, la lista dei potenziali gruppi terroristici nazionali, il New Black Panther Party For Self Defense, gruppo militante risorto nel 2014 dalle ceneri delle storiche Black Panthers che in quattro anni non ha mai commesso un crimine violento. Fu proprio l’ingiusta inclusione del partito rivoluzionario panafricano nella “DTW”, cui fece seguito la legittimazione de facto dei KKK (tanto cari a papà Fred Trump, che negli anni ’20 marciava insieme a loro) a suscitare in me un rinnovato interesse nei confronti del gruppo rivoluzionario nero. Pertanto, alla fine del 2016 iniziai a fare sopralluoghi in vari stati del Sud degli States, con l’intento di riuscire ad aprire qualche porta che mi portasse direttamente dalle Panthers. Uno dei miei primi pit-stop fu lo storico quartiere nero di New Orleans, il 7th Ward.

New Orlean e il gentrification

Fino a qualche anno fa, il 7th Ward era assolutamente off-limits per i bianchi. Nel 2005 l’uragano Katrina rase al suolo il quartiere, spazzando via quell’aura bohémienne lasciatagli in eredità da artisti come Lee Dorsey, Jesse Lee, Sidney Bechet e Jelly Roll Morton (tutti 7th warders), e rimpiazzandola con la visione spettrale delle case abbandonate, convertite in crackhouses. Nonostante la rimpatriata nel 2012 di molti dei suoi residenti originari e la susseguente riapertura di vari bar e music venues, il 7th Ward non si è più ripreso dalla devastazione dell’uragano e oggi continua ad essere uno dei quartieri più pericolosi di New Orleans, insieme all’8th e all’Upper 9th Ward (anch’essi vittime prescelte di Katrina). Inoltre, i 7th warders non hanno mai dimenticato la vile diserzione delle istituzioni durante e post-Katrina, ragion per cui l’odio nei confronti dei bianchi americani, “priviledged and powerful” per antonomasia, regna ancora sovrano.  Ciò nonostante, decisi di inoltrarmi nel ghetto. Durante le mie escursioni incontrai Judy Hill. Al tempo Judy gestiva l’Ooh Poo Pah Doo, bar concerto che prendeva nome dal brano di maggior successo di suo padre, Jesse Hill, noto musicista degli anni ’50 morto in miseria, alcolizzato e drogato, nel 1998. Ai suoi sette figli e figlie Jesse lasciò in eredità solo debiti e pene dell’inferno. Judy, la figlia più piccola e agguerrita, è riuscita a risorgere dalle ceneri della ventennale dipendenza dal crack e a reinventarsi come imprenditrice. L’Ooh Poo Pah Doo ebbe un discreto successo nei primi tre anni di vita ma la situazione si fece critica proprio nel periodo post-Katrina, quando i bianchi iniziarono a ricostruire i quartieri colpiti dall’uragano e ad alzare i prezzi dell’affitto, sfrattando i neri e costringendoli ad accasarsi altrove. Una bonifica socioeconomica e razziale, quindi, nota ai più con il nome di gentrification, che non ha risparmiato né Judy e né sua madre, l’ottantasettenne Miss Dorothy. Non intendo soffermarmi a lungo su Judy e Miss Dorothy, poiché il mio nuovo film, What You Gonna Do When The World’s On Fire?”, racconta anche le loro storie. Ciò che invece mi preme dire in questa sede è che, grazie a Judy, riuscii ad aprire varie porte. Alcune di esse mi condussero faccia a faccia con la morte (omicidi e regolamenti di conti vari, dei quali sono stato testimone diretto e indiretto), mentre altre mi portarono proprio dove volevo arrivare: dalle Black Panthers.

Le Pantere Nere

Le nuove Black Panthers sono risorte dalle ceneri dello storico partito rivoluzionario, di fatto inattivo dagli anni ’70 ma ufficialmente smantellato solo nel 2014. Inattività a parte, l’episodio chiave che portò alla dissoluzione delle Panthers fu la decisione del leader totalitario Malik Shabazz di abolire le elezioni democratiche di tutte le cariche più alte del partito e di sostituirle con un sistema di nomine top-down. Inoltre, Shabazz stava spingendo il partito verso posizioni politiche eccessivamente violente e antisemite (l’odio personale nei confronti dei bianchi era per Shabazz un punto d’arrivo, fine a se stesso). Sotto la guida spirituale di Krystal Muhammad, donna combattente d’altri tempi, inveterata e incorruttibile, la maggior parte delle Panthers optò per la scissione dal partito originario e si ricostituì con il nome di New Black Panthers Party For Self Defense. Krystal fu eletta Comandante in Capo delle nuove Panthers nel 2014 con la maggioranza assoluta dei voti. Sotto la sua guida le Black Panthers hanno mantenuto una certa continuità con il passato, in particolare per quanto riguarda la lotta per i diritti dei neri in tutto il mondo (la loro presenza internazionale raggiunge picchi molto elevati in Sudafrica e in Francia). Per quanto riguarda l’attività delle Panthers negli Stati Uniti, il gruppo continua a battersi per un sistema educativo più equo, che dia maggior rilievo alla storia dei neri d’America e alle lotte per i diritti civili (argomenti ai quali è riservato uno spazio pressoché insignificante nelle scuole americane), così come per un miglioramento delle condizioni di vita nei ghetti (i nuclei locali delle Panthers si presentano come modello alternativo alle gang criminali: legittimo, politicizzato e non violento). Tuttavia, le battaglie più rilevanti del gruppo sono quelle relative sia alla rivendicazione di un sistema giudiziario imparziale, sia alla condanna dei frequenti abusi delle forze dell’ordine nei confronti dei neri. Alcune di queste battaglie sono condotte attraverso l’uso della protesta: manifestazioni a tinte forti (per via del loro linguaggio abrasivo e per la vocazione all’autodifesa), di fronte a palazzi istituzionali simbolo dell’autocrazia bianca come i tribunali e le prigioni. Altre battaglie, più dimesse nei toni ma non nei contenuti, riguardano l’attività investigativa che le Panthers portano avanti con l’intento di riaprire quei casi chiusi con sospetta risolutezza dall’FBI o dalla CIA. Sono proprio queste indagini indipendenti a far tremare e ad infastidire i governi e le istituzioni, locali e nazionali (paura e rabbia che sono alla base dell’inclusione delle Panthers nella Domestic Terrorist Watchlist, cui facevo riferimento in precedenza).

Il caso Jackson

Nel giugno 2017 ebbi l’occasione di documentare una di queste indagini sul campo: alle tre del mattino ricevetti una foto via sms da parte di un comandante delle Panthers. Era la foto di una testa di un giovane nero di Jackson, la capitale del Mississippi, lasciata di fronte al portone di casa sua, in un bagno di sangue. Insieme alle Panthers, partimmo subito per il Mississippi ma al nostro arrivo, al mattino presto, della testa e delle macchie di sangue non restava alcuna traccia. Immediatamente, le Panthers bloccarono tutte le strade d’accesso al quartiere, armati di fucili d’assalto AR-15. Se fossero arrivati i poliziotti, alla vista di un gruppo di paramilitari neri in mezzo alla strada, in muta da combattimento e armati fino al collo, avrebbero aperto il fuoco e ci avrebbero crivellato. La morte fa parte della vita di un rivoluzionario, ci ricordò Krystal. Alla fine la polizia non arrivò e nel giro di poche ore le Panthers ottennero i seguenti indizi, grazie alla cooperazione della gente del quartiere: il giovane decapitato frequentava da un paio di mesi una ragazza bianca; subito dopo l’attentato, alcuni ufficiali dell’FBI accorsero sul luogo del delitto e sequestrarono i video registrati della telecamera di sorveglianza del vicino di casa; due giorni prima del delitto i KKK avevano sferrato un attacco in un ghetto nero attiguo, imbrattando la scuola elementare e la casa del diacono con scritte razziste; infine, a un chilometro circa dal luogo del delitto le Panthers recuperarono una sega arrugginita macchiata di sangue, accanto ad un mucchio di ceneri. Senza dubbio l’indagine delle Panthers stava andando per il verso giusto fino a quando, qualche giorno dopo, giunse la notizia che l’FBI aveva archiviato il caso come suicidio – questo perché, contrariamente agli omicidi, i suicidi dei cittadini comuni non fanno notizia e i media non ne parlano. Una chiusura del caso da manuale e per nulla fuori dal comune, segno di quanto l’indecoroso sistema giudiziario americano sia parziale e pregiudizievole (non a caso il quotidiano Chicago Tribune ha aperto un’inchiesta nel Marzo di quest’anno, circa l’attendibilità e la veridicità dei dati sui suicidi dei neri). Roba da brividi. Ciò nonostante, le Panthers continuarono la loro azione di protesta (stavolta senza armi) di fronte alla stazione di polizia di Jackson, chiedendo a voce alta la riapertura del caso. Alcune Panthers furono arrestate e altre finirono all’ospedale. Caso definitivamente chiuso.

Verso il declino

A prescindere dall’effettiva legittimità e utilità delle operazioni investigative e delle azioni di protesta condotte dalle Black Panthers, il gruppo gode ancora di un consenso vastissimo nei quartieri popolari neri. Da New Orleans a Houston, da Baton Rouge a Jackson, da Atlanta a Newark, abbiamo toccato con mano la stima e la gratitudine che la gente comune nutre nei confronti del partito rivoluzionario, ultimo baluardo della resistenza nera. Questo perché in America, dalla fine degli anni sessanta, manca una guida politica e spirituale che si batta per l’emancipazione del popolo afroamericano. Obama non ne ha avuto il coraggio, o meglio, come dicono i neri, è un whitewashed, uno “sbiancato” più vicino a Wall Street che a loro (un giudizio che mi trova d’accordo, almeno in parte). La Black America di oggi patisce l’assenza di un combattente alla Malcom X, secondo cui i principi della nonviolenza e dell’autodifesa potevano coesistere – quella Self Defense, appunto, che costituisce da sempre il credo delle Black Panthers.  Ma se negli anni sessanta le pantere erano capaci di mobilitare intere masse di neri d’America, oggi nessuno si batte al loro fianco, in prima linea. Alle manifestazioni cui abbiamo assistito durante le riprese la partecipazione dei civilians è stata pressoché inesistente. Il supporto incondizionato della gente nei loro confronti non si traduce in un’alleanza sul campo. I perché di quest’inerzia sono molteplici. Storicamente, gli afroamericani hanno paura. Una paura propria di chi, come loro, vive in uno stato permanente di “colpevolezza” (guilty until proven innocent), ragion per cui l’unico modo per essere “scagionati” ed accettati è l’ubbidienza. Proprio le Panthers mi parlavano dell’ubbidienza dei neri non come strumento per l’integrazione sociale, bensì come ancora di salvezza:“obey to survive”. Che l’ubbidienza e la rivoluzione siano incompatibili è un dato di fatto (perlomeno così diceva Malcom X). Un altro fattore inibitore dell’attivismo afroamericano è la diluizione progressiva della black legacy, la memoria storica della resistenza nera e della lotta per i diritti civili. A oggi in pochi ricordano le lotte portate avanti dalle Black Panthers per i diritti delle donne e dei bambini (basta pensare al WIC, Women, Infants and Children, il welfare per donne incinte, neomamme, neonati e bambini fino ai cinque anni, implementato in California nel 1966 come Black Panther Party Community Program e adottato dal governo centrale nel 1975), così come per le minoranze etniche e sessuali. In realtà il vero problema non sta nel “non ricordare” la storia delle Black Panthers e delle loro battaglie, quanto piuttosto nel “non raccontarle”. Il problema dell’assenza di un resoconto chiaro, preciso ed esaustivo dell’identità e dell’attività delle Panthers era già stato sollevato una ventina di anni fa dal sociologo Robert Blauner, il quale attribuiva tale gap nella narrazione della storia del gruppo rivoluzionario al “political minefield”, vale a dire, al fatto che parlare e scrivere delle Black Panthers era – e continua ad essere – come attraversare un campo minato. Un suicidio politico e professionale che nessuno storico o reporter investigativo ha mai voluto compiere (al contrario, la maggior parte di ciò che si è scritto sulle pantere ha avuto come obiettivo quello di denigrare il partito e di infangarne l’immagine). Alla fine, il campo minato di cui parlava Blauner ha fatto una sola vittima: le Black Panthers stesse. Vittime prescelte di un boicottaggio politico che parte da lontano, per la precisione dal 15 Giugno 1969, quando Edgar Hoover classificò le pantere come nemico pubblico numero uno (“The Black Panther Party, without question, represents the greatest threat to the internal security of the country”). Non a caso, quando Krystal Muhammad accettò di partecipare al mio film lo fece con la consapevolezza che, dopo quasi quarant’anni, le Black Panthers e i media “bianchi” tornavano a guardarsi negli occhi. Sinceramente, in quel momento non compresi appieno né l’importanza del task che mi accingevo a compiere, e né la responsabilità che ricadeva sulle mie spalle. All’inizio le mie preoccupazioni riguardavano ben altre questioni, come quella della cultural appropriation (il dilemma della rappresentazione dell’altro e del diverso). “Problemi che interessano solo i bianchi”, disse giustamente Krystal: “You’re whitewashing the real problem”, stai “sbiancando” il vero problema, che è quello del boicottaggio mediatico e della contraffazione dell’immagine collettiva dell’Uomo Nero. Adesso, a più un anno di distanza dalla fine della mia esperienza full immersion nei meandri della Black America, con la premiere di “What You Gonna Do When The World’s On Fire?” oramai alle porte, sento di aver capito qualcosa in più riguardo alla lotta per la sopravvivenza – della specie, della cultura, e della legacy afroamericana – che Krystal e le Black Panthers, Judy, Miss Dorothy e gli altri personaggi del film portano avanti quotidianamente. Una lotta che trova una sua ragion d’essere nell’iniquità dell’apparato giudiziario americano e della narrazione storica dei neri d’America. Perché con i numeri 40, 10, 4, 1, 39 non si può mica giocare.

 

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Viaggio al termine di Aleppo https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/ https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/#comments Tue, 14 Oct 2014 13:20:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23851 di Francesca Borri Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo. L’unico rifugio la fortuna. Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, […]

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di Francesca Borri

Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo.
L’unico rifugio la fortuna.
Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, abbiamo raccontato di una città sfigurata dal tifo, dalla leishmaniosi, dalla fame, di bambini che sembrano l’Etiopia, la Somalia, la pelle sulle ossa come cera, per cena erba e acqua piovana. Fiumi che vomitano cadaveri, foschie di insetti su resti di intestino, di fegato, polmone, granate, razzi, aerei, attivisti decapitati, 15enni giustiziati: negli ospedali sotto bombardamento, per bisturi un coltello da cucina, per anestetico la carezza di un’infermiera, abbiamo visto corpi mozzati, sulle sedie, teste, mani, dita, cocci di cranio.
150mila morti accertati, 220mila stimati. Abbiamo raccontato l’orrore, in questi mesi, sgomenti, la brutalità, la ferocia. Il dolore. Abbiamo usato ogni parola possibile.
Esaurito ogni aggettivo.
Scusate. Ancora non sapevamo cosa è una guerra.
Perché il fronte vero, ad Aleppo, oggi è uno solo: è il cielo. Si muore così, qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone. Non esiste riparo: le case non hanno scantinati. Seminterrati. Niente. E i ribelli, malamente armati da Arabia Saudita e Qatar, non hanno che queste vecchie mitragliatrici sovietiche, le doshka, questi pezzi di ruggine. Contro un aereo, sono potenti quanto cerbottana. Ad Aleppo all’improvviso, semplicemente, muori. Si scava con le mani, non ci sono pale, ruspe, e comunque non c’è benzina, non c’è più neppure elettricità, si scava alla luce dei telefonini, degli accendini, i cadaveri che ti fissano incastonati tra mozziconi di pilastri.
La controffensiva di Assad è iniziata a dicembre. Entri in città attraverso 15 chilometri di linea del fronte, adesso, a partire dalla zona industriale di Sheik Najjar, un tempo così saldamente controllata dai ribelli da ospitare la sede del Consiglio Rivoluzionario, l’amministrazione provvisoria di Aleppo che era lì ottimista a ripristinare tubature, riaprire scuole, persino ripiantare gli alberi – e invece entri così, adesso, tra mortai, RPG, kalashnikov, un aereo in testa, il gas a manetta, per rifugiarti il più veloce possibile nei quartieri residenziali: e cioè sotto i barili esplosivi. Barili. Barili farciti di benzina e tritolo, giù dagli elicotteri a due, tre, quattro alla volta. Piovono a decine, ogni giorno, ogni notte, ogni ora, ovunque, letteralmente ovunque, una media di 50: e non si ha alcuna distinzione tra civili e combattenti, l’unica differenza è che il fronte è bombardato con gli aerei, più precisi – ribelli e lealisti, al solito, sono così vicini che si insultano mentre si sparano: i barili colpirebbero anche i lealisti. Ma è l’unica differenza. Perché per il resto, il criterio di distinzione, ad Aleppo, di selezione degli obiettivi, è uno solo: senso orario o antiorario.
Continuiamo a chiamarla così. Aleppo. Ma è Dresda, ormai.
Chilometri e chilometri – Aleppo non esiste più. E’ ogni giorno più in macerie.
E però non è deserta come sembra. Come dicono. Perché diventare rifugiati, come osserva il mio interprete, “è un lusso che non tutti possono permettersi”. Non ha i 150 dollari per pagarsi un’auto fino in Turchia, più i 100 dollari a testa, moglie e tre figli, per corrompere un poliziotto e attraversare clandestino la frontiera: in pochi hanno ancora un passaporto – e comunque in Turchia ormai i rifugiati sono 700mila: i campi delle Nazioni Unite sono al tracollo. Sembra deserta, Aleppo: e invece a centinaia, a migliaia, esausti, sono ancora qui.
80mila, secondo le stime. Masticando cartone per spegnere la fame, lo sguardo macero, stravolto, fermi laceri a bordo strada, il naso per aria – perché un tempo l’aereo arrivava e bombardava: due, tre volte la settimana, bombardava e spariva, ora l’elicottero volteggia, e all’improvviso, bombarda: due, tre volte l’ora. All’improvviso muori. Non c’è altro, ad Aleppo. Non c’è altro. Aspetti e muori, in questo nido di vespe, questo nido di tuoni, nient’altro, solo il ronzio che si fa più forte, a tratti, e solo questo urlo, all’improvviso, tayara! tayara!, un aereo!, e tutti che si tuffano sotto una sedia, dietro un armadio, un vaso un secchio, qualsiasi cosa – perché sembra deserta, Aleppo, e invece a centinaia, a migliaia, terrorizzati, ti sbucano addosso dalle macerie. Vivono così, in mezzo ai corpi mai recuperati: pensando che magari una casa già colpita è meno probabile sia colpita di nuovo – tra le pietre, tra le lastre di cemento galleggiano vestiti, libri, un orologio, una scarpa con ancora dentro il piede di un bambino. “Per voi non siamo che un numero”, protesta un ragazzo a Sayf al-Dawla mentre insiste per dettarmi l’elenco delle vittime dell’ultimo bombardamento. Nome a nome. Ma da gennaio l’ONU ha fermato il conto dei morti: troppo difficile aggiornarlo, le fonti, ha spiegato, sono inaffidabili – e quindi, invece di fermare la guerra, ha fermato il conto dei morti. Protesta, il ragazzo, insiste per raccontarmi la loro storia, uno a uno: non sa che per noi i morti, in Siria, non sono più neppure un numero.
Ma parlare, ad Aleppo, domandare, è difficile. E non solo perché i giornalisti sono ancora nel mirino di al-Qaeda, ancora costretti a girare clandestini, il più invisibile possibile – di oltre 20 di noi, al momento, non si hanno tracce. Parlare è difficile perché i siriani provano a risponderti, uomini, donne giovani, anziani, chiunque: iniziano, una frase, una frase e mezza – ma poi ti franano sulla spalla, disperati: e piangono. Piangono, e sono loro, a domandartelo – Perché? Perché? ti chiedono, e non riescono a dirti altro, disperati. Ti abbracciano e piangono.
Piangono fino alla nuova esplosione. Fino a quando una doshka non tossisce questi quattro, cinque colpi: non per difenderti, non per abbatterlo, solo per avvertirti che un elicottero pochi secondi e arriva, pochi secondi e forse muori, mentre subito, di nuovo, senti anche tu il rumore, sempre più forte, più vicino, in questi pochi secondi infiniti, e tutti di nuovo che urlano, di nuovo che corrono – e di nuovo, violenta, l’esplosione. L’apnea. Al-Ansari, ore 16.40. La prima a riaffiorare è la sagoma di una donna. Fora la nebbia di polvere e cordite, ti barcolla incontro. Poi un uomo, un altro, un altro ancora, uno che sviene, tra le braccia, sfilacciati, questi corpi indecifrabili, questi corpi strappati, che gocciolano, che colano a terra. Il bambino che hai incrociato poco prima che ora è lì, grigio, ancora stretto al suo orso di pezza.
Un tappeto, sparsi, un ventilatore, un torso. Un triciclo.
E per giorni, all’alba, in controluce, come cercatori di conchiglie, vedrai le donne chine su questa battigia di resti umani. Tra le dita uno scampolo di stoffa, uno scampolo di figlio.
Muori, ad Aleppo. Nient’altro. Aspetti e muori.
Sono soli, i siriani, completamente soli, di qua dalla linea rossa – qui dove non si muore di gas, ma di tutto il resto: e quindi non importa a nessuno. Gli sfollati sono 9 milioni: quasi metà della popolazione. E 3,5 milioni sono in aree che l’ONU definisce “difficili da raggiungere”.
Gli imam, a novembre, hanno autorizzato a cucinare i gatti randagi.
Nonostante la risoluzione 2139 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 22 febbraio, ordini di non ostacolare l’accesso agli aiuti umanitari, l’ONU, che per statuto opera mediante l’unico governo riconosciuto, e cioè il governo di Assad, per ora ha scelto di non forzare. E di adeguarsi. Assad vieta ai convogli di aiuti di entrare dalla frontiera con la Turchia, gestita dai ribelli, obbligandoli a entrare molto più a sud, con tempi e costi, e rischi, fino a dieci volte maggiori, denuncia Human Rights Watch. E soprattutto, con così tante restrizioni di movimento che quasi tutto, il 90 percento, finisce nelle aree sotto il controllo del regime – il regime sostiene che è per garantire la sicurezza degli operatori umanitari: anche se il racconto dei ragazzi della Croce Rossa, con tanto di cartellina con nomi e foto, è un po’ diverso: il regime ha arrestato e torturato molti di quelli che hanno provato a raggiungere le aree sotto il controllo dei ribelli.
Quelli che le hanno raggiunte, d’altra parte, sono stati sequestrati da al-Qaeda.
Alcuni convogli, in teoria, sono entrati proprio in questi giorni: ma nessuno ad Aleppo sembra avere ricevuto qualcosa. Riso, zucchero. Non ti imbatti mai in niente, qui, che abbia un logo straniero. Una bottiglia di latte: niente. L’unica certezza è che quando sei embedded con i ribelli, quale che sia il gruppo, degli oltre mille in cui sono ormai sgretolati, il cibo non manca mai. E in effetti: gli islamisti, e in particolare i ragazzi che sbarcano qui dalle periferie europee in barba e ipad, su facebook esaltano la Siria come “un jihad a cinque stelle”, promettendo alle potenziali reclute che non troveranno un nuovo Mali – tutto fame e sabbia.
Anche perché questa è la sola altra certezza, qui. Un solo luogo, ad Aleppo, non è mai stato bombardato: il quartier generale di al-Qaeda. E così nel resto della Siria. Per la sua collocazione, è l’unico obiettivo militare legittimo in senso stretto – l’unico che potrebbe essere colpito senza danni collaterali sproporzionati al vantaggio militare conseguito. Ma è ancora lì.
E così nel resto della Siria.
Tranne al-Qaeda, è tutto sotto attacco. “Ormai non è più questione di aiuti umanitari”, mi dice Moayed Zarnaji, volontario della Croce Rossa. “Un chilo di riso non ti fa alcuna differenza. Muori comunque”. E spesso, muori comunque anche se sopravvivi al bombardamento: nessuno ti verrà a tirare fuori dalle macerie. Hanno istituito la Civil Defense, adesso, ragazzi con torcia, guanti, caschetto di plastica, un trattore, una specie di Vigili del Fuoco. Sono una trentina: ma il numero varia di giorno in giorno, di ora in ora – perché i cadaveri, ad Aleppo, sono sempre a coppia: il secondo è di chi è corso di istinto in soccorso, ed è stato centrato dal secondo barile. E se anche ti tirano fuori dalle macerie, nessuno, qui, ha più niente per curarti. Sono rimasti due ospedali. Anzi – uno: l’altro è stato centrato mentre scrivevo. “E se anche ti curano, torni sotto gli elicotteri”, mi dice una bambina. Il suo braccio sinistro è tutto schegge e cicatrici. Non fa in tempo a mostrarmi quello destro che esplode un mortaio, in fondo alla strada, e corre via.
Perché aspetti e muori, ad Aleppo. Nient’altro.
E niente è più feroce del primo bombardamento. Quando qualcuno, lì sotto, è ancora vivo, e senti le voci, le urla, tra la polvere, mentre ancora non distingui nulla, saa’idni! saaa’idni!, implorano, aiuto!, aiuto!, e come questa donna, adesso, siamo a Soukkari, davanti alle urla dei suoi due nipoti, 17 e 18 anni, e i parenti che la trattengono, lei che cerca di svincolarsi, e cade, si rialza, urla, saa’idini! saa’idni!, ed è il momento più atroce, i fratelli, i padri gli amici, tutti che li trattengono, e loro che cercano di svincolarsi, disperati, che si precipitano sulle macerie, così, a mani nude, e subito, un altro elicottero che arriva, puntuale, volteggia, sadico, mentre tutti corrono, ancora, e non si capisce più dove, ora, tutti che si svincolano, che cadono, e si rialzano, tra le urla, il frastuono delle pale, la polvere il sangue – l’esplosione.
Perché muori, ad Aleppo. Nient’altro.
La città è divisa in due: metà sotto il controllo dei ribelli, metà sotto il controllo del regime. E a settembre nella metà est, nella metà dei ribelli, un nuovo regime, quello di al-Qaeda, ha sostituito il vecchio. Ma oggi neppure ha più senso parlare di un regime, qui, si tratti dei ribelli o di Assad: perché Aleppo, semplicemente, è terra di nessuno. Preda di bande criminali. I checkpoint sono sostanzialmente scomparsi: i ribelli sono tutti al fronte, asserragliati nella battaglia. Dopo essersi dedicati più a saccheggi e estorsioni che al governo della città, e soprattutto, dopo essersi trucidati in scontri interni, spianando così la strada alla controffensiva di Assad, sono ora impegnati a tagliare le vie di rifornimento con Damasco, oltre che in un’operazione diversiva a sud-ovest, in provincia di Latakia. I nostri analisti seguono gli sviluppi militari passo passo, mappa alla mano, chi avanza, chi arretra: ora dopo ora: ma chiunque avanzi, chiunque arretri, in realtà nessuno governa più niente, qui – è vita allo stato brado. Nessuno controlla più nessuno.
Non si conquistano che macerie.
L’unico segno visibile di autorità è all’ingresso del Karaj al-Hajez, più comunemente noto come “il viale della morte” – perché è il punto di passaggio tra le due metà di Aleppo: ed è sotto il tiro costante dei cecchini di Assad. Per chi vive a est, è fondamentale. Per tanti, tantissimi, la sola fonte di reddito è il salario di dipendenti statali. Da ritirare a ovest. O il commercio di frutta, carne verdura, perché a ovest i prezzi sono più alti: e vendi un chilo lì per ricomprarne due qui. Ma soprattutto, a ovest non sei sotto bombardamento. E hai gli aiuti umanitari. Gli sfollati sono tutti là. E quindi è qui, al Karaj al-Hajez, l’unico segno visibile di autorità. Gli islamisti di al-Qaeda prima hanno vietato il trasporto di cibo. Ora hanno costruito un muro.
Non discutono più di politica, i siriani. La guerra, ormai combattuta essenzialmente da stranieri, jihadisti da una parte, Hezbollah e iraniani e mercenari sparsi dall’altra, sembra non interessarli più. Non ti parlano più di “aree liberate”. Ora è solo: Aleppo Est e Aleppo Ovest.
“L’Esercito Libero avanza, avanza, sembra stia per vincere – e all’improvviso, non arrivano più armi. E il regime passa al contrattacco, allora. Avanza, avanza: sembra stia per vincere – e all’improvviso, all’Esercito Libero arrivano nuove armi. Ed è così da mesi”, riassume Alaa Alloush, uno degli ultimi attivisti ancora qui. Ancora vivi. “Siete tutti lì a discutere dell’opportunità di un intervento esterno. Ma l’intervento esterno, qui, è già in corso. Abbiamo piuttosto bisogno di un intervento interno: che la Siria sia restituita a noi siriani”.
Perché l’unica priorità, qui, è sopravvivere. Elicotteri, aerei, aerei, elicotteri: non c’è tregua. E a sera, non ti rimane che rannicchiarti in un angolo: terrorizzato. Su Aleppo Today, la televisione locale, il bollettino dei morti scorre come i titoli di coda, in basso, costante, mentre alla finestra, nel buio, ogni dieci, venti, trenta minuti, lo spettro di Aleppo ricompare nel lampo di un’esplosione. Continuo a guardare nervosa l’ora. Ad aspettare l’alba: ma sono l’unica, è un’abitudine di un’altra vita. Perché la sola differenza tra la notte e il giorno, qui, è che di notte neppure puoi correre via. La notte la guerra, ad Aleppo, si fa assassinio. Non si combatte: si muore e basta. A caso.
Perché bombardano, qui, bombardano, bombardano. Bombardano. Nient’altro.

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Questa comunicazione non è affatto così semplice https://minimaetmoralia.it/estratti/questa-comunicazione-non-e-affatto-cosi-semplice/ https://minimaetmoralia.it/estratti/questa-comunicazione-non-e-affatto-cosi-semplice/#comments Fri, 05 Aug 2011 10:17:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4908 La storia è nota ai più. Nel 1936, durante la il periodo della Grande Depressione americana, un fotografo e un giornalista-scrittore vengono inviati in Alabama per conto del Governo e di una testata giornalistica, al fine di conoscere e testimoniare la vita dei fittavoli coltivatori di cotone nelle zone del Sud degli Stati Uniti. Ma accade che il reportage si trasformi in una grande avventura morale, e che venga più volte rifiutato dagli stessi committenti, fino a vedere le stampe nel 1941 con il titolo Sia lode ora a uomini di fama, e fino a diventare un esperimento assolutamente unico nella storia del reportage giornalistico.

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La storia è nota ai più. Nel 1936, durante la il periodo della Grande Depressione americana, un fotografo e un giornalista-scrittore vengono inviati in Alabama per conto del Governo e di una testata giornalistica, al fine di conoscere e testimoniare la vita dei fittavoli coltivatori di cotone nelle zone del Sud degli Stati Uniti. Ma accade che il reportage si trasformi in una grande avventura morale, e che venga più volte rifiutato dagli stessi committenti, fino a vedere le stampe nel 1941 con il titolo Sia lode ora a uomini di fama, e fino a diventare un esperimento assolutamente unico nella storia del reportage giornalistico.
Questa introduzione, che James Agee scrive prima di iniziare il racconto, rappresenta una vera e propria obiezione di coscienza dello scrittore, che si frappone tra l’impresa editoriale, il libro, e l’argomento narrato, tra il mestiere di scrivere e la materia della narrazione.
Con questo estratto, difficile ma molto bello, la redazione di minima & moralia vi augura buone vacanze e vi comunica che tornerà a pieno regime alla fine d’agosto; nel frattempo non smettete di venire sul nostro sito perché, seppur con minore frequenza, continueremo ad aggiornarlo e a pubblicare articoli.

di James Agee e Walker Evans

«Ho detto di questo lavoro che stavamo facendo che è “curioso”. E meglio che specifichi.
Sembra a me curioso, per non dire osceno e affatto terrificante, se accade che un’associazione di esseri umani riuniti dal bisogno e dal caso, e a fini di profitto costituitisi in azienda, un organo di giornalismo, si metta a spiare nell’intimo le vite di un gruppo di esseri umani senza difesa e spaventosamente deprivati, una famiglia rurale indigente e ignorante, allo scopo di esibire la miseria, lo svantaggio e l’umiliazione di queste vite di fronte a un altro gruppo di esseri umani, nel nome della scienza, del “giornalismo onesto” (qualunque cosa significhi un tal paradosso), dell’umanità, del coraggio sociale, e per denaro, e per farsi una reputazione di paladini e di imparziali, reputazione che, con le dovute abili riserve, è scambiabile contro denaro in qualsiasi banca (e in politica, contro voti, raccomandazioni, abramolinconismo, etc. [1]); e che queste persone siano capaci di meditare un simile progetto senza il minimo dubbio circa la propria qualifica a fare un lavoro “onesto”, e con coscienza più che limpida, e nella certezza effettiva di quasi unanime approvazione pubblica.
Sembra curioso inoltre, che l’incarico di questo lavoro sia toccato a persone che hanno per il soggetto una forma di rispetto, e di responsabilità, così radicalmente diversa che, sin dall’inizio e inevitabilmente, hanno annoverato i propri datori di lavoro, incluso quel Governo al quale una delle due persone era vincolata, tra i propri più pericolosi nemici, e hanno agito come spie, custodi e bari [2] e non si sono fidati di altro giudizio, per quanto autorevole pretendesse di essere, salvo il proprio: per molti aspetti del compito che loro si poneva, non allenato, non informato. E perdipiù curioso che, pur consapevoli di quanto le circostanze fossero all’estremo corrotte e difficili, e dell’improbabilità di riuscire a compiere in forma il più possibile incontaminata quel che intendevano compiere, abbiano in primo luogo accettato il lavoro. E ben più curioso sembra che, con tutto il sospetto e il disprezzo in cui tenevano ogni persona e cosa che avesse a che fare con la situazione, salvo forse i fittavoli e se stessi, e le proprie intenzioni, e con tutta la loro consapevolezza della serietà e mistero del soggetto, e dell’umana responsabilità che si assumevano, costoro abbiano così poco messo in questione le proprie qualifiche per questo lavoro, o ne abbiano dubitato.
Tutto ciò, ripeto, sembra a me curioso, osceno, terrificante e insondabilmente misterioso.
E ciò vale per l’intero corso, in ogni suo dettaglio, dell’impresa di queste due persone intesa a scoprire, a difendere, l’oggetto della loro ricerca; e la natura del rapporto stabilito con coloro coi quali durante le fasi di ricerca erano giunte in contatto; e la sottigliezza, l’importanza e la quasi intangibilità delle intuizioni o rivelazioni o indizi indiretti che in circostanze diverse non avrebbero mai potuto concretizzarsi; ciò vale per il metodo di ricerca, in parte elaborato da loro stesse, in parte loro imposto; e vale per la strana qualità del rapporto che avevano con coloro dei quali così teneramente e severamente rispettavano la vita, essendosi sconsideratamente impegnate a indagarla e documentarla.

E vale ancora per l’intero corso e destino successivo dell’opera: le cause per cui non venne pubblicata, i dettagli della successiva accettazione in altra sede, della sua concezione; i problemi che si son venuti ponendo all’autore delle fotografie; e quelli che si pongono a me, mentre cerco di scriverne: la domanda, Chi sei tu che leggerai queste parole e studierai queste foto, e per quale causa, per qual caso e scopo, e con che diritto ritieni di esserne in grado, e che farai poi al riguardo; e la domanda, Perché mai facciamo questo libro, e lo rendiamo pubblico, e con che diritto e a quale scopo e a qual buon fine, se pur ve n’è uno: l’intera memoria del Sud: diecimila chilometri di parata ed esibizione fiorita di facciate cittadine e di occhi nelle strade dei paesi, e di alberghi, e di calura vibrante, e di vasto selvaggio aprirsi della tragica campagna, che indossa i fragili fiori intrappolati del suo giardino di facce; quel fugace germogliare e fiorire e svanire del raccolto umano che nutre; e il virulento, insolente, ingannevole, pietoso, infinitesimo e frenetico correre e investigare, su questa colossale mappa contadina, di due rabbiose, futili e incolmabili, rabberciate e complicate, giovani intelligenze al servizio di una rabbia e di un amore e di un’indiscernibile verità, e con l’atroce vanità della propria presunzione di purezza; e il persistere, ancor ora, e l’andar avanti, sollevati sull’alzar di questo giorno come navi su un’onda, di coloro su cui tra poche ore la notte ancora una volta si dispiegherà con le sue stelle, ed essi declinano con lo spegnersi del lume sino a essere statue sognanti, di costoro, di ciascuno di loro le cui vite abbiamo conosciuto, e che abbiamo amato con intento benevolo, e del cui vivere poco sappiamo ancora per un attimo, salvo che a poco a poco, con non molta possibilità di cambiamento per il meglio o per il molto peggio, muti, innocenti, indifesi e inclusi nel pulviscolo di quell’inestimabile sciame e torrente di polline e flusso di uniche, irreparabili, irripetibili esistenze, verranno condotti, ciascuno di loro, delicatamente, poco a poco, con ben poca pietà, verso il lavacro e il compianto, il vestito della domenica e la veste più graziosa, la cassa di pino e lo stretto abitacolo d’argilla, il cui tetto fragilmente decorato, finché la pioggia non l’avrà appiattito nell’oblio, reca la forma di una ferita rituale e di una nave rovesciata: curiosi, osceni, terrificanti, oltre ogni indagine del sogno irresolvibili, questi problemi che emanano fitti come luce da ogni argomento, minuzia, caso, intenzione, e si imprimono nel corpo dell’essere, della verità, della coscienza, della speranza, dell’odio, della bellezza, dell’indignazione, della colpa, del tradimento, dell’innocenza, del perdono, della vendetta, della responsabilità di tutela, di un innominabile fato, condizione, destinazione, Dio.

È quindi con un certo senso di paura che mi accosto a tali argomenti, e in grande confusione. E se mi pongo alla mente domande su come intraprendere questa comunicazione, e sono molte, devo permettere che anche la più piccola di queste si ponga, a rischio di annoiarvi, o di metterci troppo a iniziare, e di farlo con troppa goffaggine. Se vi annoio, vada. Se sono goffo, ciò può essere in parte indizio della difficoltà del mio argomento e della serietà con cui cerco di padroneggiarlo per quanto mi è possibile; con maggior certezza, può essere indizio della mia giovinezza, della mia mancanza di dominio della mia cosiddetta arte o mestiere, forse, della mia mancanza di talento. Tali questioni devono anch’esse proporsi per quanto possibile. E comunque si manifestino, non possono che essere in accordo con le condizioni date; io, del resto, non desidererei nascondere tali condizioni, anche se potessi, poiché mi interessa parlare con la maggior accuratezza e con la maggiore approssimazione alla verità che mi sono possibili. E certo che mi preoccupo se mi ci vorrà troppo a iniziare, e che mi angoscerò per la mia incapacità a creare una forma organica, con un suo equilibrio e rispondenza delle parti, una forma, per così dire, musicale. Ma devo ricordare a me stesso che ho cominciato con la prima parola che ho scritto e che i centri del mio argomento sono sfuggenti; inoltre, che io non sono migliore “artista” di quanto sia capace di esserlo in queste circostanze, o forse in qualsiasi altra; e ciò ancora una volta troverà la propria valutazione nei fatti così come sono, e contribuirà con una propria misura, qualunque essa sia, al disegno generale dell’impresa e della verità.
Potrei dire, in breve, ma non, sia ben chiaro, come scusa, di cui infatti subito mi disarmo e sbarazzo, ma per amore di una chiara definizione dei limiti, che io sono soltanto umano. Le opere per cui ho il più profondo rispetto sono caratterizzate da una solida qualità superumana, in parte perché rifiutano di definirsi e limitarsi e appoggiarsi a stampelle, o di riconoscersi umane. Ma per una persona della mia incertezza, che si dedichi a un compito del genere, tale altezza e maniera sono fuori portata, e potrebbero soltanto falsificare ciò che nel modo scelto può invece con qualche speranza avvicinarmi alla chiarezza e alla verità».

«Poiché nel mondo immediato è necessario discernere ogni cosa, per chi sia capace di discernere, e con essenzialità e semplicità, senza dissezione in scienza o digestione in arte, ma con coscienza totale, cercando di percepire la cosa per come si pone: per cui, ad esempio, l’aspetto di una strada in pieno sole può ruggire nel suo proprio intimo come una sinfonia, e forse come nessuna sinfonia può: e quel tutto di coscienza si sposta dall’immaginato, dal riesaminato, allo sforzo di non percepire altro che il crudele raggiare di ciò che è.
Ecco perché la macchina fotografica sembra a me, oltre alla coscienza senza aiuti o armi, lo strumento essenziale del nostro tempo; ed ecco perché provo così gran rabbia agli usi sbagliati che se ne fanno: usi che hanno diffuso una tale corruzione quasi universale della vista che ormai conosco non più di una dozzina di persone vive dei cui occhi mi possa fidare come dei miei».

«Mi fossi spiegato chiaramente, avreste ormai capito che grazie a questa visione non “artistica”, al tentativo di sospendere o distruggere l’immaginazione, si apre dinnanzi alla coscienza, e all’interno di essa, un universo luminoso, spazioso, incalcolabilmente ricco e meraviglioso nei dettagli, così rilassato e naturale per il nuotatore umano, e così pieno di gioia, quanto lo è per lui respirare: e che è possibile afferrare e comunicare questo universo non tanto coi mezzi dell’arte, ma nei termini aperti tramite i quali sto cercando di farlo.
In un romanzo, una casa o una persona ricevono interamente significato, esistenza, dallo scrittore. Qui, una casa o una persona ricevono da me soltanto il più limitato dei loro significati: il loro vero significato è assai più enorme. E che esistono, nell’attualità dell’essere, come voi o io, e come nessun personaggio dell’immaginazione potrebbe mai esistere. Il loro gran peso, mistero e dignità consistono in questo fatto. Quanto a me, posso dirvi di loro soltanto ciò che vedo, e soltanto con quell’accuratezza di cui entro i miei termini so io: e ciò a sua volta trova principale convalida non tanto in una qualche mia abilità, ma nel fatto che io stesso esisto, non come opera di finzione, ma come essere umano. Grazie al loro incommensurabile peso nell’esistenza attuale, e grazie al mio, ogni parola che dico di loro ha inevitabilmente un tipo di immediatezza, un tipo di significato, che non è affatto di necessità “superiore” a quello dell’immaginazione, ma di tipo così diverso che un’opera di immaginazione (per quanto intensamente possa trarre dalla “vita”) può al meglio e solo vagamente imitare nella sua minima parte».

«Questa comunicazione non è affatto così semplice. Mi sembra ora che elaborare tecniche a essa appropriate, in primo luogo, e in grado, in secondo luogo, di essere impiantate di netto in altre, potrebbe richiedere anni, e che al momento, forse non tenterò affatto di fare ciò, o lo tenterò solo in parte, e per quella parte in forma assai contorta e diluita. Mi rendo conto che, pur ponendo tanto impegno in spiegazioni come questa, mi espongo, gravemente, e forse irrimediabilmente, al rischio di oscurare ciò cui al meglio sarebbe assai difficile conferire un’appropriata chiarezza e intensità; e quel che pare a me più importante di tutto: ossia, che coloro di cui scriverò sono esseri umani, che vivono in questo mondo, innocenti di imbrogli come questi che accadono dietro le loro spalle; e che tra loro sarebbero andati ad abitare, per indagarli, spiarli, riverirli e amarli, altri esseri umani affatto e mostruosamente alieni, al servizio di altri ancora più alieni; e che ora a guardar dentro di loro saranno altri ancora, che si sono imbattuti nelle loro vite con la stessa casualità con cui ci capita in mano un libro, altri che erano mossi verso quella lettura da vari possibili riflessi di simpatia, curiosità, ozioso interesse, et cetera, e quasi certamente privi di una consapevolezza, e coscienza, che sia adeguata, sia pur alla lontana, all’enormità di ciò che van facendo.
Mi fosse solo possibile, non metterei affatto scrittura qui. Ci sarebbero solo fotografie; il resto sarebbero frammenti di tessuto, fibre di cotone, zolle di terra, trascrizioni di discorso, pezzi di legno e ferro, fiale di odori, piatti con su cibo e escrementi. I librai la riterrebbero una vera novità; i critici mugugnerebbero, sì, ma è poi arte?; e son sicuro che una maggior parte di voi lo userebbe come gioco da salotto.
Un pezzo di corpo strappato alla radice sarebbe forse più appropriato.
Per quello che è, invece, ricorrerò a quel poco di scrittura che so fare. Solo che sarà molto poca. Io non ne sono capace; e se lo fossi, ve ne terreste alla larga. Se vi avvicinaste, sopportereste a malapena di vivere.
A dire il vero, nulla di quel che potrei scrivere farebbe alcuna differenza. Al meglio, sarebbe soltanto un libro. E se fosse un libro d’innocua pericolosità, sarebbe “scientifico” o “politico” o “rivoluzionario”. Fosse davvero pericoloso, sarebbe “letteratura” o “religione” o “misticismo”, e sotto uno o l’altro di tali nomi potrebbe col tempo conquistarsi una castrante accettazione. Fosse a tal punto pericoloso da essere di una qualche remota utilità al genere umano, sarebbe soltanto “frivolo” o “patologico”, e ciò ne sarebbe la fine. Uomini più saggi e più capaci di quanto io mai saprò essere vi han deposto davanti i loro risultati, risultati così ricchi di rabbia, serenità, strage, lenimento, verità e amore che sembra incredibile che il mondo non ne sia stato distrutto ed esaudito sull’istante, ma voi siete un osso duro per loro: il debole in coraggio è forte in astuzia; e uno ad uno, avete assorbito e avete catturato e disonorato, e quel che avete tratto dai vostri liberatori è un distillato del più nocivo di tutti i veleni; si ascolta Beethoven al concerto, o giocando a bridge, o per rilassarsi; i Cézanne stanno appesi al muro, in riproduzione, entro cornici di legno naturale; Van Gogh è quello che si tagliò l’orecchio e i cui gialli da qualche tempo son molto alla moda nell’allestimento di vetrine; Swift amava gli individui ma odiava il genere umano; Kafka è solo una moda passeggera; Blake è nella Modern Library; Freud è nei Giganti della Modern Library; La terra di Dovenko non piace a quelli che esigono che segua l’estetica di Eisenstein; Joyce non lo legge più nessuno; Céline è un pazzo, incorso nella sentita disapprovazione di Alfred Kazin, recensore della pagina dei libri del “New York Herald Tribune” e perdipiù, è un fascista; spero non ci sia bisogno di nominare Gesù Cristo, che siete riusciti a trasformare in uno sporco Gentile.

Comunque sia, questo è un libro sui “fittavoli”, ed è scritto per coloro che s’inteneriscono in cuor loro alle risa e lacrime che comporta la povertà vista da una certa distanza, e soprattutto per coloro che se ne possono permettere il prezzo di copertina; nella speranza che il lettore sia edificato e possa sentirsi benevolmente disposto verso qualsiasi tentativo liberal ben ponderato di correggere la spiacevole situazione giù al Sud, e possa meglio godere e con minor senso di colpa il prossimo buon pranzo che si farà; e nella speranza, anche, che raccomandi questo libro ad amici che sian davvero sensibili a queste cose, cosicché il nostro editore possa almeno recuperare il denaro investito e (forse, ma col massimo d’azzardo) benevoli pensieri si volgano a noi, e un poco dei vostri soldi ricadano su noi due poveretti».

«Ma prima d’ogni altra cosa: nel nome di Dio, non concepitelo come Arte. Ogni furore in terra è stato assorbito a tempo debito, come arte, o come religione, o come testo canonico, sotto tal forma o altra. Il più mortale colpo inferto dal nemico dell’anima umana è rendere onore al furore. Swift, Blake, Beethoven, Cristo, Joyce, Kafka, ditemene uno che non sia stato in tal modo castrato. L’accettazione universale è l’inconfondibile sintomo che la salvezza è stata ancora una volta battuta, ed è quell’unico sicuro segno di fatale fraintendimento, ed è il bacio di Giuda.
Fosse davvero possibile che si riconosca questo processo per quel mortale pericolo che inevitabilmente ricorre. E un fatto scientifico. E una malattia. Può essere evitato. Si faccia un primo passo. Ed esercitate poi la percezione che ne avete su opere che vi dicono assai più di quanto vi dica la mia. Guardate quanto è per bene Beethoven; e con qual diritto un muro di museo, galleria o casa abbia la presunzione di indossare un Cézanne e con quale idiozia Blake o opere con il medesimo intento della mia siano pubblicate e vendute. Vi insegnerò un test. E scorretto. E poco veritiero. Dà carte truccate. E fuori linea con le intenzioni del compositore. Ma vada.
Prendete una radio o un giradischi capace del più estremo volume di suono possibile e sedetevi ad ascoltare un’esecuzione della Settima Sinfonia di Beethoven o della Sinfonia in do maggiore di Schubert. Ma non vi dico soltanto sedetevi e ascoltate. Quel che vi dico è: mettetelo al massimo possibile di suono. Poi, sedetevi sui pavimento, e schiacciate l’orecchio il più possibile dentro l’altoparlante e state lì, col respiro il più leggero possibile, e non mangiate non fumate non bevete. Concentrate tutto quel che potete sull’udito e sul corpo. Non sarà un piacevole ascolto. Se vi fa male, siatene felici. Fatevi il più vicino possibile, e siete dentro la musica; non solo dentro, la musica siete voi; il vostro corpo non ha più forma e sostanza, è della forma e sostanza della musica.
E quel che udite vi par grazioso? o bello? o giusto? o accettabile per la società ben educata o per qualsiasi altra? E oltre ogni valutazione feroce e pericoloso e micidiale per ogni equilibrio della vita umana così come la vita umana è; e nulla può eguagliare lo stupro che perpetra su tutta quella morte; nulla eccetto qualcosa, qualcosa nell’esistenza o nel sogno, percepito lontanissimo in qualche dove presso la sua vera dimensione».

«Beethoven ha detto una cosa temeraria e nobile come il meglio della sua opera. Lo dico a memoria, ha detto: “Chi capisce la mia musica, non saprà mai più cos’è l’infelicità”. E sarei un bugiardo e un vigliacco e uno del vostro mondo di sicurezze se avessi paura di dire le stesse parole riferendole alla mia miglior percezione, alla mia miglior intenzione. L’esecuzione, in cui sta ogni fato e terrore, è un altro problema».

[1] Soldi.

[2] Une chose permise ne peut pas étre pure. L’illégal me va.
Essai de Critique Indirecte.

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Giustizia ecologica e sociale https://minimaetmoralia.it/libri/giustizia-ecologica-e-sociale/ https://minimaetmoralia.it/libri/giustizia-ecologica-e-sociale/#comments Wed, 20 Jul 2011 12:17:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4800 di Giuliano Battiston

Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze.

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di Giuliano Battiston

Questo articolo è uscito per il manifesto.

Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze. Anche per questo al reportage, all’inchiesta sul campo, allo scavo e al “carotaggio” è andata sostituendosi la scorciatoia dell’invettiva e della denuncia, il moralismo consolatorio, oppure il travestimento, reale o simbolico, con cui penetrare occasionalmente in luoghi e situazioni ritenuti altrimenti impenetrabili. Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo (minimum fax) l’ultimo libro di Stefano Liberti – giornalista del manifesto già vincitore del premio Montanelli per A sud di Lampedusa – restituisce dignità al genere. Perché costruito nel tempo, lasciando che i materiali fossero filtrati dal setaccio narrativo, e perché rivendica la parzialità di uno sguardo: quello di chi rinuncia in modo esplicito all’esaustività, per proporre un percorso persuasivo proprio perché declinato secondo una prospettiva personale, intorno alla consapevolezza che, se qualche interpretazione si può dare di “un fenomeno destinato a cambiare gli equilibri di buona parte del Sud del mondo”, può venire solo “dai dati raccolti sul campo”.
Quello di Liberti è dunque un viaggio. Che comincia ad Awassa, nel cuore della Rift Valley, trecento chilometri a sud di Addis Abeba, in un pezzo di quell’Etiopia che è diventata la “meta di businessmen e avventurieri provenienti da mezzo pianeta” da quando, nel 2007, il governo locale ha “lanciato un piano di affitto a lungo termine di una parte dei suoi terreni a investitori intenzionati a farli fruttare”. Una politica attuata senza alcuna discussione pubblica, con l’obiettivo di “riempire le casse dello stato di denaro straniero da reinvestire”, e prontamente accolta da quei paesi (in primis quelli del Golfo) ricci di liquidità ma poveri di cibo: di fronte alla crisi del 2007/2008, agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari di base e ai meccanismi protezionisti e al blocco delle esportazioni adottati dai paesi produttori, questi paesi hanno voluto “garantirsi a qualunque costo la sovranità alimentare” attraverso una esternalizzazione controllata, producendo il necessario ma su terre altrui, più fertili e a basso costo.
Per farlo, come denuncia Yefred Myenzi, direttore di HakiArdhi, un centro di ricerca che si occupa di diritto alla terra a Dar er Salaam, capitale della Tanzania, occorrono però governi complici o inetti, ministri dell’Agricoltura disposti a trasformarsi in piazzisti per affittare terre preziose a meno di un dollaro l’ettaro (in alcuni casi anche gratis, per un certo periodo), pur di assicurarsi l’“investimento internazionale”. Che può venire anche da fondi speculativi, grandi multinazionali, fondi pensione, da tutti quegli attori finanziari che dopo il crollo del sistema economico del 2007/2008 hanno iniziato prima a investire nei “beni rifugio”, le commodity (grano, riso, mais, soia), per poi puntare verso “qualcosa di ancora più tangibile delle materie prime alimentari: la terra, il bene primario per eccellenza, l’investimento redditizio e sicuro”. Il viaggio di Liberti tocca così anche le stanze ovattate dei lussuosi hotel di Ginevra dove si riuniscono “uomini d’affari, operatori dell’industria, gestori di strumenti finanziari interessati a lanciarsi nel settore dell’agricoltura”, oltre che i concitati pit, i “pozzi” del grattacielo di Jackson Bouvelard che ospita il Chicago Board of Trade, la borsa merci di Chicago dove, ogni giorno, “si scambiano più di dieci milioni di contratti al giorno” e “si decide il valore di quei prodotti di base che definiscono il prezzo del cibo in tutto il pianeta”. Per operatori finanziari e governi autoritari, le terre da cui viene quel cibo sono vuote, inutilizzate, sottosfruttate. Eppure su quelle terre ci sono uomini e donne in carne e ossa: per esempio gli abitanti del villaggio di Muhaga, un centinaio di casette di legno nel distretto di Kirawase, 70 chilometri a sud di Dar er Salaam, espropriati con l’inganno e promesse non mantenute; oppure gli indios guaraní del Mato Grosso do Sul, nell’estremo occidente del Brasile, una zona “letteralmente assediata dalle grandi piantagioni di soia”, costretti a vivere in una riserva di 3500 ettari. Perché quello del land grabbing, scrive Liberti, “è soprattutto un grande inganno nei confronti dei contadini”, una “forma moderna di neocolonialismo”, una battaglia tra contadini e capitale, il cui esito determinerà “i contorni del pianeta in cui ci troveremo a vivere nel corso del XIX secolo”: da una parte le “economie di scala”, l’aumento della produttività, la conquista dei mercati esteri, la piantagione estensiva a monocultura, i grandi gruppi dell’agrobusiness, dall’altra i contadini, che puntano alla sovranità alimentare, alla stabilità ecologica, alla diversità rurale e produttiva, all’equa distribuzione delle terre. Si tratta “di modelli opposti, sia dal punto di vista pratico che ontologico”, “di uno scontro tra concezioni diverse del territorio e dello sviluppo”.

Congedarsi dall’industrialiamo
L’accaparramento delle terre “interroga un modello di sviluppo – quello dell’aumento della produttività a ogni costo – che è anche un modello culturale”, scrive Liberti. E proprio al modello culturale dello sviluppo e del “produttivismo” è dedicato Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa (Edizioni Ambiente). Un libro redatto da un’equipe di 30 ricercatori del Wuppertal Institut coordinati da Wolfgang Sachs e finanziato dalla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund, insieme alle due istituzioni della Chiesa evangelica per la Cooperazione allo sviluppo, come ricorda Marco Morosini, che ne ha curato l’edizione italiana. Un libro importante e necessario, perché analizza le conseguenze dell’industrialismo produttivista che ha governato politiche economiche, immaginario simbolico e orientamenti culturali negli ultimi duecento anni, e propone vie d’uscita praticabili. Di fronte alla “patologia strutturale della società industriale, cioè alla sua dipendenza da materie prime finite e, se usate in modo massiccio, incompatibili con l’integrità della natura”, ci sono infatti due vie: proseguire con il tradizionale paradigma fossile-centralistico, che prevede “enormi capitali, grandi strutture, prevalenza di petrolio, carbone, gas naturale ed energia atomica e l’obiettivo di una maggiore offerta d’energia”, oppure invertire la rotta, per un’economia solare, decentrata e interconnessa, che avvii la transizione verso un’era postfossile basata sulla combinazione tra dematerializzazione (efficienza), compatibilità ambientale (biocoerenza) e autolimitazione (sufficienza). Perché qualunque ricorso all’efficienza energetica, qualunque razionalizzazione intelligente dei mezzi è inutile, se non si accompagna anche all’interrogativo, ormai inelubidile, sul “quanto basta?”, sui fini, sui limiti che dobbiamo porci. In questo senso, abbandonare la concezione dell’industrialismo del XIX secolo, secondo cui la produzione richiede un flusso sempre crescente di materali, vuol dire non solo gestire il metabolismo di materiali tra l’economia e la natura – in modo che “la capacità rigenerativa della natura rimanga intatta nel tempo” – ma occuparsi anche della distribuzione dei beni naturali nella società globale. Interrogarsi, dunque, piuttosto che sulla crescita, sulla distribuzione. E prendere atto di due elementi: da una parte che “non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d’egemonia del Nord nella politica mondiale”, e dall’altra che il Nord, la civiltà euro-atlantica, deve il suo sviluppo a circostanze storiche uniche, riconducibili all’accesso improvviso al carbone e alle materie prime biotiche delle colonie, alla “mobilitazione di risorse dalle profondità del tempo geologico e dalla vastità dello spazio geografico”, in altri termini allo sfruttamento della cesura economicamente ed ecologicamente decisiva tra economica organica ed economia minerale. Quelle condizioni, però, sono oggi irripetibili, e sta proprio qui “la tragedia dell’attuale momento storico: l’immaginario dei paesi emergenti si ispira alla civiltà euro-atlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione”. Occorre quindi rompere l’incantesimo del mimetismo “socio-industriale”, rinunciare all’economia da rapina ecologica e sociale, “dare una nuova direzione al progresso economico e tecnico, trasformare tecnologie, rapporti organizzativi e abitudini”, infrangere l’alleanza tra indifferenza e interessi e rispondere agli imperativi della “missione cosmopolita dell’ecologia: consentire più giustizia globale senza rendere la Terra ospitale”.

Per un nuovo keynesianesimo verde
Giustizia globale in una Terra ospitale è l’obiettivo condiviso anche da Susan George, attivista altermondialista, presidente del board del Trasnational Institute di Amsterdam, che in Whose Crisis, Whose Future (Polity Press) torna a criticare aspramente la natura predatoria del capitalismo neoliberista, che è riuscito a sottomettere il pianeta, le società, l’economia agli interessi della finanza. E che ha edificato mura di ingiustizia: da quelle della povertà e della disugualianza crescenti sia al Nord che al Sud a quelle che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali per buona parte della popolazione. Secondo la lettura della George, la crisi economico-finanziaria non è che la manifestazione più evidente dell’implosione del modello imposto dalla “classe di Davos”, ma è anche un’occasione per abbattere quelle mura. Come farlo? Capovolgendo la gerarchia stabilita dal neoliberismo: se nell’ordine neoliberista alla finanza spetta occupare la “sfera concentrica” più ampia, che include a sua volta l’economia, le società e per finire e in ordine decrescente il pianeta, occorre ri-attribuire al pianeta la priorità gerarchica, sottoponendogli la società, l’economia e, infine, la finanza. L’operazione non è facile, ma la crisi è l’occasione per intraprendere e finanziare una conversione verde – simile “agli sforzi fatti dagli Alleati per vincere la seconda guerra mondiale” -, un nuovo keynesianesimo che incoraggi gli investimeti nell’industria eco-friendly, nelle energie alternative, nella produzione di materiali leggeri, nel trasporto pubblico efficiente e pulito, nella ricerca e nello sviluppo. Lo si può fare, sostiene Susan George, convincendo la classe politica che la trasformazione ecologica paga in termini politici, e mettendo in campo una narrazione convincente, un mito: “non una bugia, una leggenda o una fiaba, ma la grande narrazione che un mondo disincantato chiede a gran voce”.

Percorsi di lettura

Sulle diverse correnti dell’ecologismo e sul rapporto tra ecologia politica ed economica, una lettura originale è quella proposta da Joan Martínez Alier in Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale (Jaca Book 2009); sulla necessità di superare la nozione di crescita, si veda Tim Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale (Edizioni Ambiente 2011, ed. it. a cura di Gianfranco Bologna). Sui movimenti internazionali di contadini e sulla sovranità alimentare, rimangono indispensabili Il ritorno dei contadini di Silvia Pérez-Vitoria e La vía campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini (entrambi editi da Jaca Book), oltre che Food rebellions! La crisi e la fame di giustizia, di Eric Holt Gimenez e Raj Patel (Slow Food 2010). Per una prospettiva più ampia, si veda Peasants and globalization: political economy, rural transformation and the agrarian question, a cura di Haroon Akram-Lodhi e Cristobal Kay (Routledge 2009). G.B.

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L’inferno dei bimbi stregoni https://minimaetmoralia.it/reportage/linferno-dei-bimbi-stregoni/ https://minimaetmoralia.it/reportage/linferno-dei-bimbi-stregoni/#comments Tue, 09 Nov 2010 09:23:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3199 Vi mostriamo l’opera vincitrice del Premio L’Anello Debole, nella sezione TV, anno 2010, indetto dal Capodarco Corto Film Festival. Il reportage, girato da Stefano Liberti a Kinshasa nel maggio 2009, racconta il fenomeno dei bambini che vengono accusati di stregoneria e sono mandati in strada spesso dalle loro stesse famiglie.

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Vi mostriamo l’opera vincitrice del Premio L’Anello Debole, nella sezione TV, anno 2010, indetto dal Capodarco Corto Film Festival. Il reportage, girato da Stefano Liberti a Kinshasa nel maggio 2009, racconta il fenomeno dei bambini che vengono accusati di stregoneria e sono mandati in strada spesso dalle loro stesse famiglie. Il fenomeno è frutto della disgregazione sociale determinata dalla guerra e del proliferare delle chiese carismatiche che alimentano la credenza nella stregoneria e ha assunto dimensioni drammatiche nella capitale della Repubblica Democratica del Congo.

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Brunelleschi e il giardino di Mao. La Cina in Fortini e Luzi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/brunelleschi-e-il-giardino-di-mao-la-cina-in-fortini-e-luzi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/brunelleschi-e-il-giardino-di-mao-la-cina-in-fortini-e-luzi/#respond Fri, 28 May 2010 08:07:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2481 Un confronto ragionato della percezione della Cina nei resoconti di viaggio di Fortini e Luzi: Asia maggiore e Reportage. di Luca Todarello Nell’ottobre del 1955 Franco Fortini partecipa alla prima delegazione ufficiale italiana che visita la nuova Repubblica Popolare Cinese, proclamata da appena sei anni, il 1 ottobre del 1949. Il viaggio è organizzato dal […]

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Un confronto ragionato della percezione della Cina nei resoconti di viaggio di Fortini e Luzi: Asia maggiore e Reportage.

di Luca Todarello

Nell’ottobre del 1955 Franco Fortini partecipa alla prima delegazione ufficiale italiana che visita la nuova Repubblica Popolare Cinese, proclamata da appena sei anni, il 1 ottobre del 1949. Il viaggio è organizzato dal Centro studi per le relazioni con la Cina di Ferruccio Parri e vi prendono parte, tra gli altri, importanti politici e intellettuali, quali Piero Calamandrei, Norberto Bobbio, Carlo Cassola, Antonello Trombadori, Cesare Musatti, Ernesto Treccani, Franco Antonicelli. Dunque, il paese che per un mese scorre geograficamente e culturalmente davanti agli occhi del poeta di Foglio di via è una fucina di uomini colmi di speranze, in parte inverate, di approvazione internazionale e di realizzazione del sogno socialista.
Mario Luzi ripercorre un’esperienza simile nel 1980, al fianco di Vittorio Sereni e di altri delegati italiani, con i quali condivide per venti giorni la stupefacente maturità del gigante asiatico: nasceranno un poemetto intenso, talvolta salmodiante, e un taccuino di viaggio.

Dalla vigilia dei fatti d’Ungheria del 1956 al 1980 passano ventiquattro anni nei quali il marxismo internazionale ha visto ridursi, sotto le critiche occidentali e gli spettri dell’orrore stalinista, i propri limiti ideologici e culturali fino al distacco delle sue costole politiche europee. Per questo la Cina rappresenta per un intellettuale europeo un banco di prova culturale e un’occasione di verifica estremamente valide. All’interno del vasto corpus italiano di scritti di viaggio dedicato alla Cina, Luzi e Fortini formano un dittico inconsueto e interessante.

Dire Cina era come dire luna

L’ingerenza della storia, dunque, affranca la scrittura in versi di Luzi da quella fame di riscontro che invece spinge Fortini a ricondurre la propria vocazione di intellettuale alle conquiste del popolo cinese, sebbene egli stesso sia obbligato a certificare in ogni momento con i propri occhi la distanza tra le due culture. Visitare la Cina significa, appunto, assolvere a una precisa e sentita urgenza di «verifica dei poteri», ritrovare febbrilmente quelli che sono alcuni dei luoghi di nascita e di formazione del proprio pensiero alla ricerca d’una corrispondenza positiva: non si va a scoprire nulla, bensì a cercare; ne risulta un lavoro tenacemente onesto e avulso da qualsiasi tentazione di mitologizzazione, una riflessione sulla posizione amara dell’intellettuale in Europa, asservito al potere, sterile parte d’un meccanismo di appiattimento artistico e sociale. È questa la dolorosa ma costruttiva riflessione di Fortini.

Pagine di dolenza intellettuale, infatti, racchiudono le speranze rivoluzionarie che egli raccoglie nel paese di Mao, fiducioso che anche in Italia sia possibile una ventata riformatrice. La scelta di affidarsi a una prosa asciutta e pianeggiante come le distese di terra ammirate nei passaggi ferroviari, è la spia d’una coscienza attenta e pronta a farsi tramite per una riflessione sociale e politica «necessaria». Fortini si esprime con le armi della cultura occidentale ma si ritrova spesse volte disarmato dall’eloquenza e dalla semplicità dei suoi interlocutori. Si tratta di intellettuali, funzionari di partito, contadini o semplici cittadini, egli fa di essi al tempo stesso l’attore e il pubblico della sua narrazione; a loro domanda, a loro mostra la propria differenza storica, e della loro gode criticamente, con sottile curiositas.

La struttura del dialogo agisce tanto a livello macro, di riflessione e analisi generale della vita e della storia cinese, che a livello micro, di rapporti diretti con autoctoni e persino con gli stessi compagni di viaggio. Il risultato di tale narrazione è quello di mettere a nudo lo status culturale europeo nella sua integrità, tanto da produrre uno «choc per il visitatore occidentale, che scorge contigui colà elementi – da noi – separati». Celebre passaggio è quello nel quale l’autore traccia un ironico ritratto di Norberto Bobbio, soprannominato Delle Carte per la sua somiglianza fisica con Cartesio, indizio d’una vicinanza anche intellettuale. Nel suo moralismo «continuamente controllato, urbanissimo» s’incarna perfettamente lo spirito conservatore, moderato e moderatore dell’intellettuale liberale europeo, tanto distante negli atteggiamenti verso l’altro dallo spirito d’apertura, e dunque dalla disponibilità all’autocritica, che muove invece Fortini.
Lo sguardo del poeta toscano indaga poi le proprie radici in occasione dei dialoghi con Fausto, vero alter-ego, coscienza seconda demistificatoria di Fortini, ai dubbi del quale non risulta quasi mai semplice, e onesto, trovare una risposta. Fausto coglie infatti le ambiguità di chi cerca nella Cina conforto dai propri fallimenti ideologici, sebbene senza sottrarsi alle responsabilità degli stessi. Tuttavia, per Fortini, Fausto non si smarca mai da un pessimismo velato, da un nichilismo sottile di matrice europea, dal quale invece il poeta cerca di rifuggire in ogni istante. Gli duole infatti non riconoscere la grandezza dei dettagli, quasi fino al culto della perfezione, che tutti gli occidentali provano dinanzi al Giardino d’estate: Fortini non riscontra, di questa che una «insopportabile cineseria», pur riconoscendosi vittima cosciente dell’abisso culturale che lo separa dal senso del gusto orientale, tanto da svalutare quel luogo in preda al più ovvio dei cliché estetici occidentali.

In perfetta aderenza alle filosofie marxiste, l’analisi fortiniana non può che, per conquistare una sintesi finale, passare attraverso la crisi. L’elemento critico è costante e presente a vari livelli: personale (come abbiamo visto prima), sociale e letterario. A destabilizzare la percezione della storia di Fortini partecipano l’impossibilità di una comprensione naturale e spontanea della vicenda politica cinese, nei suoi risvolti più alti come in quelli più umili, e lo spaesamento dinanzi a un’assenza di culto del proprio passato.

Il problema dell’incomunicabilità aleggia nei resoconti delle visite e dei colloqui, gravato in primis dall’essere «costretti a far uso, sempre, dei traduttori, anche quando l’interlocutore cinese potrebbe parlare in una lingua nota agli occidentali, più spesso l’inglese, talvolta il francese». Fortini non riesce a gettare luce nelle proprie lacune senza che sgomento e smarrimento concorrano a renderle più fosche; persino alcuni versi di Mao gli fanno capire come le sue nozioni della Cina – così com’erano date per certe e acquisite prima della lettura – sono se non amputate, viziate dal difetto. Il poeta si sente tagliato fuori dalla coscienza semantica racchiusa in quei pochi versi poiché a lui, marxista europeo irrealizzato, sfugge la «carica di “ideologia rivoluzionaria”» della poesia maoista. Non sorprende, allora, il lucido slancio intellettuale sotto il quale vengono passati in rassegna gli atteggiamenti alteri e falsamente modesti che il visitatore italiano non cessa d’assumere nei confronti dell’altro, dell’esotico e diverso mondo orientale. Parte di questi usi infatti, adesso definibili senza reticenze come «corrotti», sono all’origine della suddetta crisi: essa si apre perché se «ai cinesi rimane difficilmente comprensibile l’interesse che il visitatore occidentale dimostra per il passato, atteggiamento […] dettato dal rado desiderio di comprendere le assisi profonde del paese che si sta visitando», esso non può giustificarsi che come «uno dei vizi più esemplari della nostra cultura, un vizio à la Malroux, estetico e falso-storicistico». Rientra nella categoria viziata, ad esempio, la fotografia, nella forma deviata della smania documentaria.

Franco Fortini tornerà in Italia con una Cina moderna nel cuore, un paese che ha saputo, secondo le sue valutazioni da intellettuale e poeta, coprire distanze apparentemente incolmabili all’interno della scala di misura marxista, come quella tra le attese, le speranze e le realizzazioni del progetto socialista. Ma più di tutto resterà impressa nella sua mente l’invidiabile coincidenza tra la struttura politica e le strutture sociali, tra l’onestà nella perseveranza dei disegni politici dei suoi dirigenti e la loro piena accettazione da parte della gente comune, dagli universitari ai braccianti sperduti nelle zone desertiche. Nelle pagine finali, quelle del capitoletto intitolato «Biglietto di ritorno», Fortini si convince della bontà dei propri propositi, e della spontaneità che sottende alla sua volontà di riformare il suo paese: «Non so se finora abbiamo interpretato giustamente questo nostro paese, ma so che bisogna cambiarlo, lo so sempre meglio». Il viaggio in Cina sarà a lungo, per lui, la dimostrazione che un socialismo reale è possibile; sarà fonte d’ispirazione poetica, sarà l’esperienza-guida durante il tentativo innovatore del Sessantotto e oltre, per tutta la sua attività di intellettuale indipendente all’interno della sinistra italiana.

Sussurrando fiori: un Luzi politico

Prima di tutto la scelta del poemetto; A differenza della prosa descrittivo-polemica di Fortini, Mario Luzi cala il suo Reportage dall’Asia in quel tono sommesso e sospeso in enjambents che ha costituito per anni parte della sua cifra espressiva. È, più che un omaggio a se stesso, un atto dovuto alla fama di poeta ermetico che lo precede e alla tradizione cui evidentemente sente ancora di appartenere. A questa conferma stilistica s’aggiunge la scelta, stavolta poco usuale in Luzi, di non dare titoli alle tredici brevi liriche che formano la plaquette, come affidando l’intentio operis direttamente a tale omissione. Ad onore del vero infatti, il poeta del Quaderno gotico si lancia senza remore culturali e scusanti ideologiche in un tentativo di abbandono dei pregiudizi, finalizzato a dipingere in versi la Cina come essa appare, tout court.

Tutto ciò s’accorda a un concetto luziano di corrispondenza tra fedeltà (alla vita, alle cose) e verità, già ampiamente presente nelle raccolte precedenti al 1980. Nello sguardo di Luzi le doti immaginifiche del poeta si coniugano alla pregnanza del reporter, fin dall’incipit: «Qui il potere è sommo e confina con la sua assenza […] Si parla di una nuova équipe legittima/ insediata nel palazzo al posto di una cricca/ altrettanto poco nota oggi sotto processo./ Il potere tace nel suo monumento». Sin da subito dunque, l’atmosfera si fa parca e silenziosa, e Luzi coglie immediatamente che non sarà facile parlare con la gente, tantomeno con chi per essa decide e precede in ogni scelta sociale: «Chi è il reporter, di che il reportage?/ Non esce da se medesimo,/ non entra in nessuna pagina,/ brucia tutto in se stesso l’avvenimento»: a lui tocca annotare poeticamente, nel «Taccuino» finale, quanto sia cambiata la Cina dalle sue origini rivoluzionarie fino alla prigionia in se stessa e alla schiavitù di un lento, difficile isolamento. Le vicende della Banda dei Quattro hanno mutato le coscienze dei cittadini asiatici nel segno d’una richiesta d’adeguamento al resto del pianeta, di democratizzazione a partire, almeno, dalle questioni minime e basilari.

Si tratta di un Luzi, come detto, assai scarno ed ermetico, che s’avvicina al gigante cinese in preda a due stati d’animo differenti: preoccupazione per l’auto-esilio del potere e finissima curiosità per la moltitudine dei cittadini, descritti il più delle volte come un’immensa folla, un numero imprecisato e inimmaginabile. Assieme alla storia della Banda dei Quattro, compare con prepotenza in queste liriche e paragrafetti di taccuino, la cosiddetta Campagna dei cento fiori, termine che indica una stagione di liberalizzazione della vita culturale, politica, economica e sociale avviata in Cina negli anni Cinquanta. Essa rappresenta il cuore di molte delle discussioni che Luzi intrattiene con dirigenti cinesi, discussioni che però risultano troppo spesso ingessate dalle cautele imposte dai protocolli ufficiali, nonché dai freni inibitori dall’autoritario partito comunista. Luzi lascia sempre sottinteso l’assenso accordato alle versioni dei suoi ospiti, come nell’incontro con l’anziano scrittore Mao Dun, il quale pian piano pare sciogliersi dai lacci della censura e dell’omologazione dell’opinione, tanto da arrivare a criticare (magari grazie alla protezione garantitagli dalla sua fama) il sistema di scelte maoiste: «[…] anche per lui il balzo in avanti fu intempestivo e troppo violento. Molto da lavorare, molta strada ancora da fare per la Cina…». Non è l’unico coro contrario, e non è l’unica volta in cui Luzi, come abbiamo prima accennato, condivide le opinioni democratiche zittite dal governo cinese. Egli stesso annota dopo un altro incontro, stavolta con un teorico marxista: «Parla anche lui di democrazia necessariamente monopartitica. La Cina non ha conosciuto forme di vita democratica, non ha tradizioni liberali e pluraliste. Perciò anche la democrazia la deve (si deduce) creare il partito. […] Secondo lui il marxismo è una scienza brillante e deve essere studiato scientificamente: il che mi sembra il trionfo della mitologia». Ma c’è un dubbio, che copre come un’ombra anche la più decisa delle paginette anti-imperiali del poeta fiorentino, quella inaugurata da una magistrale descrizione aurorale di Canton (traslato per un improbabile aurora dell’intero popolo cinese) e proseguita in un ragionamento sulle forme storiche del potere cinese («Il concetto imperiale e la prassi autocratica del potere sembrano per adesso insuperabili, date le tradizioni di corte che la Cina ha sempre avuto»), fino, appunto, a una domanda finale: «Ma ci siamo avvicinati almeno un poco alla mente cinese? Mente che è causa ed effetto di una cultura veramente altra dalla nostra?». Luzi s’interroga sulle sue capacità di comprensione dell’altro. La risposta non è mai netta, non falcia ambiguità; la dimostrazione dell’inafferrabilità della mentalità cinese è lampante nell’episodio della visita ai giardini del Tempio del sole di Pechino: sebbene, all’esterno, ci sia un «Bellissimo effetto luminoso dello spazio sopraelevato come un celeste pianoro», per Luzi l’interno è «pesante e, secondo la nostra idea brunelleschiana, incoerente». L’ideale estetico orientale di armonia e decoro non collima con quello occidentale di bellezza e proporzione, da sempre irrefutabile per un fiorentino che ha goduto fin dalla nascita del Brunelleschi. Tale distanza si amplia fino a coinvolgere la differente concezione della realtà da parte dei cinesi: «Ma voglio ricordare che almeno abbiamo battuto su un tasto, su quel punto tutti d’accordo: e cioè che la realtà non è mai un dato, ma semmai un punto d’arrivo, e non è mai definitivo. Sorpresa, ma poi considerazione, da parte cinese, di questa differenza».

Infine, si è detta la percezione della moltitudine. Essa incarna il luogo del dubbio di sopra e, nel caso cinese, rappresenta anche il luogo del paradosso: se è nella folla che risiede la fede di Luzi nella storia, non può che essere quello il punto di verifica degli eventi e della fiducia negli stessi. I sensi del visitatore europeo sono però travolti dalla «grande pletora di donne e uomini», il cui senso è disperso in «miriadi di pupille, di iridi» e si fa meraviglioso mistero, impossibile da svelare perché «annullato tutto nel loro vorticante numero». A lungo Luzi discute con singole persone o rappresentanti, ma da questi non ricava niente di così vivo e debordante di spirito come invece «le guance dei bambini, i loro cappuccetti di lana […] gli occhi lucenti come olive», che affollano le strade. Nessun dubbio circa l’elezione della moltitudine e delle grandi masse d’uomini a esperienza privilegiata del vissuto, lucerna dove il fuoco della verità alimenta il lume della grazia.

Anche la Cina, concludendo, conferma la visione cristiana e metafisica di Luzi, la quale qui ha ritrovato, seppure invischiata nel silenzio deciso dall’asservimento generale al potere, conferme forti e sane della sua propensione alla verità della vita.

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L’arte non è democratica, ma il talento può essere di tutti https://minimaetmoralia.it/reportage/l%e2%80%99arte-non-e-democratica-ma-il-talento-puo-essere-di-tutti/ https://minimaetmoralia.it/reportage/l%e2%80%99arte-non-e-democratica-ma-il-talento-puo-essere-di-tutti/#respond Mon, 28 Dec 2009 08:35:13 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1428 Un viaggio tra scrittori e biblioteche di Portland, Oregon. Un reportage di Tiziana Lo Porto pubblicato su XL di Repubblica nell’ottobre del 2008. «A Portland chiunque vive come minimo tre vite». A dettare la regola è Katherine Dunn, autrice di quel Geek Love (recentemente ristampato in Italia come Carnival Love dalle edizioni Elliot) divenuto libro […]

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Un viaggio tra scrittori e biblioteche di Portland, Oregon. Un reportage di Tiziana Lo Porto pubblicato su XL di Repubblica nell’ottobre del 2008.

«A Portland chiunque vive come minimo tre vite». A dettare la regola è Katherine Dunn, autrice di quel Geek Love (recentemente ristampato in Italia come Carnival Love dalle edizioni Elliot) divenuto libro di culto per più di una generazione di scrittori. A ribadirlo è Chuck Palahniuk, autore di innumerevoli romanzi (Gang Bang l’ultimo uscito in Italia, per Mondadori), allievo dello scrittore Tom Spanbauer (quello del magistrale L’Uomo che si innamorò della luna, ancora Mondadori) e irriducibile ammiratore della Dunn. Dunn, Spanbauer e Palahniuk abitano a Portland, Oregon. Con loro molti altri scrittori. Alcuni lì ci sono nati, altri arrivano da città o paesi vicini, altri ancora approdano a Portland abbandonando la scoppiettante e un po’ mondana scena letteraria dell’East Coast per «sparire» nel più garbato e discreto West. Così che la Portland un tempo resa celebre per il suo magnifico roseto al punto da essere ribattezzata la «Città delle Rose», sia diventata oggi la «Città dei Libri». Ovvero, a volere dar retta alla regola delle tre vite, non c’è abitante di Portland che non sia scrittore, lettore, libraio, o anche solo commesso di libreria.

La gente di Portland ama leggere. Ne è testimonianza e baluardo l’edificio indiscutibilmente più celebre della città. Che non è un palazzo istituzionale, né un museo, né una delle meraviglie dell’architettura contemporanea. No, niente di tutto questo. «Se hai una mezz’ora da passare in città vai da Powell’s» mi dice Tom Spanbauer un pomeriggio d’estate, nel cortile di casa sua. Sono passata da lui per chiacchiere e caffè, e perché so che la sua dimora andrebbe già annoverata tra i luoghi che definiscono l’identità della città. È nello scantinato di casa che Spanbauer insegna a scrivere. La scuola (e anche il metodo) si chiama Dangerous Writing, ovvero ‘scrittura pericolosa’ o anche ‘scrivere pericolosamente’, e semplificando un po’ la faccenda consiste nello smontare frase per frase, parola per parola, suono per suono, la lingua in cui si scrive, per riuscire a tirare fuori i moti dell’anima. È grazie al «Dangerous Writing» che Palahniuk è diventato scrittore, trasformando in ottimi romanzi i suoi incubi peggiori («Se ho paura di una cosa, ci scrivo su un romanzo», spiega senza girarci troppo intorno lo stesso Palahniuk). Ed è sempre grazie al «Dangerous Writing» che Monica Drake ha scritto uno dei romanzi più belli e struggenti della nuova scena letteraria americana (Clown Girl, Neri Pozza). È insegnando a scrivere che Spanbauer regola i suoi conti con la scrittura, cercando di trasmettere ad altri talento, coraggio, disciplina e mestiere («L’arte non è democratica», dice, «ma il talento può essere di tutti»). Mi racconta di questo e di altro, poi, nella mia «mezz’ora da passare in città», decidiamo per Powell’s. Ascoltando Macy Gray in auto e continuando le chiacchiere, Spanbauer mi dà uno strappo verso quella che, a detta di molti (guide incluse), è «la libreria indipendente più famosa d’America».
Fondata nel 1971, Powell’s Bookstore è oggi una catena di librerie sparse in tutta la città (attualmente sono sei i punti vendita). Alcune generiche, altre specializzate (al 3747 di SE Hawthorne Blvd ce n’è una interamente dedicata a casa e giardino). La prima e più famosa si chiama appunto Powell’s City of Books e si trova al 1005 W Burnside, in un edificio apparentemente basso e contenuto, che poi però si estende per più di 6mila e 300 metri quadri. È su più piani, ospita 80mila visitatori al giorno e all’interno ha un’accogliente caffetteria, dove sfogliare comodamente volumi su volumi sorseggiando un eccellente caffè nero e piluccando ottimi muffins. Fornitissima la zona fumetti, adiacente la caffetteria e piena zeppa di albi nuovi e usati che ripercorrono la storia del fumetto americano costringendo appassionati e addetti ai lavori, se non ad acquistare, a trascorrere pomeriggi su pomeriggi a leggere, sfogliare, consultare. Se poi capita di essere lì di martedì, è consigliato attardarsi fino a sera, perché pare che in quella sera della settimana (come utilmente riporta Palahniuk nel suo Portland Souvenir, sempre Mondadori) «il fantasma di Walter Powell, fondatore della libreria, ancora oggi continui a passeggiare sul mezzanino davanti alla Rose Room, la sala dei libri rari». Più precisamente: «Per vederlo dovete cercare nei pressi della fontanella».
Uscendo fuori dalla libreria, tardo pomeriggio o sera che sia, si può poi decidere di risalire verso la zona Nortwest della città, che oltre a ospitare il roseto (da visitare obbligatoriamente e preferibilmente la mattina presto) abbonda in ristoranti accoglienti e belle gallerie d’arte. Qui abita Katherine Dunn (e qui ha scritto Geek Love, ricorda ancora Palahniuk nel suo libro su Portland), qui ci ha abitato lo stesso Palahniuk, e qui, al 539 della NW 21th, al SanSai Japanese Grill, si mangia il sushi più buono della città. Proseguendo invece verso sud (la zona Southwest di Portland) ci si può dirigere verso downtown, facendo prima tappa al 409 della Southest Thirteenth Avenue per visitare il Louie Louie Building, storico edificio che al secondo piano ospita lo studio di registrazione dove i Kingsmen registrarono suddetta canzone.
Prima dei dovuti quattro passi a downtown, che più che un superfluo shopping-chic richiederebbero una rapida sosta davanti al primo edificio postmoderno della storia dell’architettura (il Portland Public Service Building al 1120 della SW 5th Avenue), si potrà visitare l’insolitamente ordinata Chinatown e l’adiacente nuovissimo Pearl District. Quest’ultimo è il risultato di un’interessante opera di riqualificazione di un quartiere industriale, che ne ha fatto uno dei quartieri più eleganti e architettonicamente belli della città (dentro molti ristoranti, boutique, gallerie d’arte e qualche locale notturno). Più bizzarra la Chinatown di Portland, che malgrado gli appariscenti dragoni all’ingresso, sembra fatta esclusivamente di interni (ottimi ristoranti e divertenti negozi di souvenir) e qualche giardino. Deserte le strade intorno da mattina a sera. E niente mercatini di «cineserie» per turisti.
Oltrepassando poi il fiume Willamette si arriva infine nella zona hippie della città. Pieno zeppo di graffiti e ristoranti vegani e/o vegetariani, il Southeast di Portland ospita, tra le altre cose e in ordine sparso: Movie Madness, al 4320 di Southeast Belmont Street, videoteca con annesso museo dei film horror (tra gli oggetti in bella mostra il coltello usato in Psycho e quello che assassina Drew Barrymore in Scream); il Delta Cafè, al 4607 di Woodstock Boulevard, dove fermarsi anche solo per mangiare le frittelle (per la ricetta si veda sempre Portland Souvenir); il Duff’s Garage, al 1635 della SE 7th Avenue, dove ascoltare dal vivo la scena garage, surf e rockabilly della città, o sorseggiare una birra con l’assoluta percezione di essere anche voi spariti dentro il West.
Tenuto poi conto del continuo mutamento della città (ancora Palahniuk: «L’unico problema delle realtà ai margini è che prima o poi cominciano a sfilacciarsi»), a voi smarginare audacemente altrove.

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