Riccardo Michelucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-michelucci/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Sep 2025 07:32:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Riccardo Michelucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-michelucci/ 32 32 Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos https://minimaetmoralia.it/libri/il-giorno-in-cui-mori-la-musica-la-strage-della-miami-showband-e-lirlanda-nel-caos/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-giorno-in-cui-mori-la-musica-la-strage-della-miami-showband-e-lirlanda-nel-caos/#respond Thu, 11 Sep 2025 07:32:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56058 di Simone Bachechi Esiste tra i numerosi e sanguinosi eventi che hanno contrassegnato il trentennio dei cosiddetti Troubles nordirlandesi, che debbono essere estesi visto l’entità della barbarie da essi generata  anche ai territori  della Repubblica d’Irlanda che non ne è stata  infatti immune, uno fra i meno noti, quasi rimosso persino in Irlanda, una vicenda […]

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di Simone Bachechi

Esiste tra i numerosi e sanguinosi eventi che hanno contrassegnato il trentennio dei cosiddetti Troubles nordirlandesi, che debbono essere estesi visto l’entità della barbarie da essi generata  anche ai territori  della Repubblica d’Irlanda che non ne è stata  infatti immune, uno fra i meno noti, quasi rimosso persino in Irlanda, una vicenda addirittura ancora quasi del tutto ignota in Inghilterra, non come accaduto per altri che nel corso del conflitto  hanno tramandato la loro eco fino al giorno d’oggi su scala globale. Fra questi ultimi la Bloody Sunday del gennaio 1972, quando un reggimento di paracadutisti dell’esercito britannico fece fuoco sui partecipanti a una manifestazione pacifica per i diritti civili in svolgimento a Derry uccidendo 14 persone, o gli  attentati dei gruppi lealisti dell’UVF del 17 maggio 1974 ribattezzata come strage di Dublino e Monaghan (la più grande per numero di vittime dell’intero periodo del conflitto (34), un conflitto che genererà un totale di 3500 vittime da ambo le parti delle barricate, di cui gran parte civili, fino a arrivare alla protesta degli Hunger strike del 1981 culminata con la morte in carcere di dieci militanti repubblicani sulla quale svetta la figura di Bobby Sands, assunto da allora nella mitografia dei repubblicani di Irlanda e non solo con il suo gesto, la sua militanza e le sue parole a simbolo di lotta per l’autodeterminazione e liberazione del suo popolo, quello dei cattolici e repubblicani dell’Irlanda del nord, la maggioranza della sua popolazione, nonché simbolo universale di lotta e resistenza all’oppressione di tipo imperialista e coloniale, qualcosa che l’Irlanda tutta con la sua storia di sudditanza alla corona inglese lunga otto secoli conosce molto bene, per non dimenticare da parte repubblicana l’attentato dinamitardo in terra inglese da parte dell’IRA del 1984 all’albergo di Brighton dove si trovava l’allora premier britannico Margaret Thatcher.

Questi fra i più noti e giunti all’opinione pubblica ma ce ne sono molti altri purtroppo che parlano di una comunità dilaniata dall’odio settario, dagli  attentati, dalle bombe, da persone che vengono uccise sulla porta di casa davanti ai figli o al pub dalle squadracce dei lealisti, solo perché cattolici, in un clima di perenne terrore che ha attraversato trent’anni di storia recente d’Irlanda, in città come Derry e Belfast che ne sono state l’epicentro, quest’ultima tra gli anni Settanta e Ottanta la città più militarizzata del mondo, e in tutte le sei contee del Nord create artificialmente e forzosamente a seguito dell’accordo anglo irlandese del 1922, che se da una parte ha finalmente creato lo stato libero e la Repubblica d’Irlanda, dall’altra parte, al Nord, ha lasciato due comunità divise il cui odio è stato alimentato da chi ha avuto convenienza e interesse a soffiare sul fuoco del risentimento, delle vendette e delle ritorsioni trasversali. Di questi molti sono arrivati alla coscienza dell’opinione pubblica grazie alle attività delle associazioni dei familiari delle vittime che in molti casi ancora chiedono giustizia e un’auspicata riconciliazione nonostante gli Accordi di Pace del 1998 che se ufficialmente hanno segnato la fine di un conflitto per molti versi sembra covare ancora sotto la cenere, un rancore strisciante in gran parte dovuto, come avviene in qualsiasi contesto sociale, alle diseguaglianze economiche, nei territori del Nord, nei giorni nostri quasi paradossalmente a parti invertite, con l’attuale maggioranza cattolica che vive in condizioni migliori di quella protestante nella quale il risentimento trova, alimentato dai venti di destra che anche in Irlanda soffiano come ovunque, nuove forme rispetto a quelle tradizionali dell’odio settario per motivi confessionali ma quelle della xenofobia e della lotta all’immigrazione.        

Uno di questi eventi “minori” degli anni più tragici del conflitto ma altamente emblematico e paradigmatico è la strage della Miami Showband, della quale si è occupato dettagliatamente Riccardo Michelucci con il suo volume da poco uscito dal titolo “Il giorno in cui morì la musica, la strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos” (Milieu edizioni, pagine 233, euro 18,00). Il 31 luglio di quest’ anno cade il cinquantennale della strage perpetrata ai danni della più nota band musicale d’Irlanda del tempo, denominata allora come “I Beatles irlandesi”. In quella notte di fine luglio del 1975 il gruppo stava rientrando sul suo furgone a Dublino dopo un concerto svoltosi in una cittadina del Nord, Banbridge, a circa mezz’ora di auto da Belfast e non lontana dal confine con la Repubblica. Su una strada di campagna il furgone sul quale viaggiavano cinque dei sei membri della band fu fermato a un improvvisato e si scoprirà a posteriori falso posto di blocco. Non era strano a quei tempi imbattersi in dei posti di blocco armati in prossimità della frontiera, ma i controlli erano di solito molto rapidi e la stessa band in precedenza si era trovata in tali situazioni quando tutto era terminato magari con una parola di apprezzamento verso la band da parte dei militari che li avevano riconosciuti. Era infatti consuetudine della Miami Showband spostarsi al di la e al di qua del confine tra le due irlande per le loro serate musicali nelle sale da ballo dell’isola, all’insegna della spensieratezza, dello svago e del divertimento, come solo la musica può fare, e che apparteneva indistintamente alla popolazione cattolica e protestante che assisteva alle loro esibizioni, lontana anni luce da odi e settarismi. Quella notte le cose andarono diversamente. I cinque componenti del gruppo furono fatti scendere dal furgone e allineati poco più avanti sul bordo di un fossato da uomini appartenenti al gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force (UVF), formazione che si renderà tristemente nota per molti altri fatti di sangue e per la sua collusione con l’esercito britannico.

Due di loro, armati e con il viso coperto aprirono il bagagliaio del furgone e iniziarono a rovistarvi dentro. Poco dopo un terribile boato e due paramilitari rimasero uccisi dall’esplosione che scaraventò i cinque musicisti oltre il fossato ma ancora vivi. Gli altri membri del commando iniziarono a sparare all’impazzata contro di loro. A terra privi di vita rimasero Tony Gerharty, Brian Mc Coy e Fran O’Toole, il cantante e leader carismatico del gruppo. Niente da allora sarebbe stato più come prima, per i familiari delle vittime, per le vite dei sopravvissuti al massacro, Stephen Travers e Des McAlea, per la Miami Showband come per tutto il movimento delle showband e per i sogni di pace e riconciliazione i cui spiragli si erano iniziati a intravedere con l’accordo di Sunningdale di due anni prima. Il messaggio che infatti un gruppo come la Miami Showband mandava al paese era quello di una possibile riconciliazione, anche tramite la loro musica che varcava i confini e con la stessa appartenenza all’interno della band di elementi di diverse confessioni religiose, una riconciliazione che evidentemente qualcuno non voleva come tragicamente fu espresso in quella notte di cinquanta anni fa. Riccardo Michelucci con il suo libro ha portato alla luce le dinamiche, le implicazioni e le torbide e diaboliche motivazioni di un atto di violenza efferata tra i più tragici del conflitto nordirlandese. Michelucci è giornalista, traduttore, storico, autore di innumerevoli studi, reportage e cronache apparsi su quotidiani quali Avvenire e Repubblica, focalizzati sia sulle varie zone di conflitto sparse nel mondo e soprattutto sulla storia di Irlanda più recente, ma non solo, sulla quale deve essere considerato uno dei maggiori studiosi italiani e il cui risultato sono tra gli altri due volumi editi da Odoya che vale la pena ricordare: Storia del conflitto Anglo-irlandese, otto secoli di persecuzione inglese (Odoya 2009 e 2017)  e Guerra, pace e Brexit (Odoya 2022).

Il lavoro di Michelucci, frutto della sua decennale frequentazione da cronista d’inchiesta e di storico soprattutto riguardo gli anni di Troubles è una dettagliata ricostruzione del massacro, delle sue conseguenze e dei retroscena a esso collegati, tramite documenti di archivio, estratti delle inchieste giudiziarie, testimonianze e interviste raccolte durante gli anni da familiari e persone coinvolte a vari livelli nei fatti sanguinosi degli anni del conflitto, ma soprattutto dalla viva voce di testimoni quali quella di Stephen Travers, il bassista della band miracolosamente scampato alla strage.

Il racconto dei fatti che hanno portato al tragico evento e le successive risultanze e testimonianze nel volume vengono trattate dal punto di vista dell’ex bassista della Miami Showband, percorrendo gli anni della sua infanzia trascorsa in un piccolo centro del sud dell’Irlanda, lontano dal settarismo e dalle questioni politiche, della sua passione per la musica, della sua emozione agli esordi sul palco con quello che era allora il più famoso gruppo musicale del paese, un fenomeno quello delle showband  nato nei primi anni Sessanta quando in  un paese ancora arretrato e povero nel quale i grandi gruppi internazionali del tempo non andavano in tour, nel quale tantomeno esistevano le discoteche e nel quale i giovani potevano ascoltare i più celebri pezzi del tempo passati in radio, oltre a quelli del proprio repertorio, solo grazie a questi gruppi che contavano fino a dieci elementi, che spaziavano dal beat al blues e allo skiffle e si esibivano in grandi sale da ballo che cominciarono a spuntare come funghi in tutta l’isola. Il nome che si diede la band fu ricavato proprio da quella nella quale si esibivano agli esordi, nei primi anni Sessanta, la Palm Beach Ballroom.

Il dato privato  e quasi intimo degli eventi che ci vengono raccontati tramite lo sguardo di Stephen è una delle cose più affascinanti e emotivamente dirompenti del libro, un reportage, un saggio narrativo su un tragico evento ben caratterizzato nel contesto storico di riferimento e che nonostante ciò a tratti sembra di leggere come un’opera di fiction, tanto che l’autore nella nota finale sulle fonti si sente quasi in dovere di rimarcare come non si tratti di un romanzo “né un libro di storia ma un’opera di saggistica narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche secondarie e interviste con i protagonisti delle vicende raccontate”. Un coinvolgimento emotivo dal quale non si può prescindere sia per la tragicità degli eventi narrati tramite la voce diretta dei protagonisti di quella stagione sia per la necessaria sopravvivenza della memoria portata avanti da Travers e dalle associazioni nate durante gli anni successivi da parte di familiari e superstiti, con un’inesausta volontà di fare conti con il passato e la richiesta di una giustizia che per molti versi ancora oggi risulta negata.

Già, perché se dopo quella notte del luglio 1975, benché pochi mesi dopo la Miami Showband rinascerà dalle sue ceneri con i membri sopravvissuti e tre nuovi elementi, quasi a voler esorcizzare l’accaduto, per poi proseguire con le proprie esibizioni fino al 1982  e poi con lunghe e intermittenti pause mantenersi in attività  fino al 2015, Travers si farà da parte per molti anni, quasi volendo rimuovere il dolore causato dalla morte dei suoi amici, questo fino al concerto commemorativo tenutosi a Dublino in occasione del trentennale della strage, quel 2005 che è anche storicamente l’anno nel quale il conflitto nordirlandese può dirsi ufficialmente concluso, con l’IRA che depone definitivamente le armi mettendo a disposizione i propri arsenali. È da questo evento, raccontato nel volume di Michelucci in modo toccante, che quantomeno simbolicamente Stephen Travers inizia a viso aperto la sua lotta e il suo attivismo per la verità e la giustizia sul massacro della Miami Showband.

Ciò che emergerà è un quadro inquietante e sul quale a tutt’oggi le istituzioni britanniche, come in molti altri casi relativi al conflitto nordirlandese, basti pensare alla stessa Bloody Sunday del 1972  o al massacro di Ballymurphy dell’anno precedente, solo per citarne due, non hanno saputo o meglio voluto fare chiarezza e arrivare a una piena assunzione di responsabilità, proprio perché troppo implicate nelle stesse a vario titolo, con la lunga scia di sangue durata trent’anni e dalle stesse istituzioni fomentata e in parte finanziata, come emerge da molti dei documenti di archivio. Il caso della Miami Showband è paradigmatico in tal senso. Dagli atti di inchieste e dai documenti declassificati è emerso che lo scopo ultimo di quella notte, il posto di blocco improvvisato con i paramilitari dell’UVF nel cui commando si trovava anche un mai identificato ufficiale dell’esercito britannico, era quello di mettere a tacere per sempre una qualsiasi voce che parlasse di pace e riconciliazione, e il gruppo musicale ne era l’espressione più fulgida. Lo scopo di quell’imboscata travestita da un normale controllo di frontiera era annientare la band al completo. Un piano diabolico che aveva come scopo finale lo sterminio dell’intera band. Non doveva sopravvivere nessuno dei suoi componenti, non ci dovevano essere testimoni a quella barbarie. Il fallito tentativo dei due paramilitari lealisti di introdurre un ordigno nel bagagliaio del furgone era quello di far sì che lo stesso esplodesse poco tempo dopo uccidendo il gruppo al completo, in modo da dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che quello che era considerato in tutta l’isola un semplice gruppo musicale che con le sue esibizioni e la sua musica offriva delle occasioni di svago, divertimento e condivisione, a dispetto di ogni diversa appartenenza religiosa e sociale, fosse in realtà un commando di terroristi dell’IRA che sotto la copertura dei loro concerti al di la e al di qua del confine trasportasse armi e ordigni per l’esercito repubblicano. Ogni guerra del resto lo sappiamo ha fra le sue armi più letali quelle della propaganda, e quella che ha interessato l’Irlanda negli ultimi trent’anni del secolo scorso è stata una guerra, una guerra di bassa intensità, senza veri eserciti regolari contrapposti ma non meno cruenta e sanguinosa.

Le successive indagini mostreranno uno sconvolgente disegno nel quale gli architetti vanno ricercati nei gradi più alti delle istituzioni britanniche, a partire dai servizi segreti del MI5, collusioni, complicità, insabbiamenti da parte degli stessi, ma che non riusciranno a nascondere l’amara e terribile realtà di quel periodo, l’esistenza di gruppi paramilitari coperti e armati dall’esercito, contigui allo stesso, collusi con i servizi segreti,  una strategia della tensione che ha utilizzato squadracce criminali come la famigerata banda di Glenanne, dal nome di una località all’interno del tristemente noto triangolo della morte, amene e bucoliche cittadine al confine tra le due irlande, enclave lealiste nelle cui fattorie e cottage erano allestiti veri e propri depositi di armi e esplosivi  messi su da parte di ex ufficiali britannici, con la complicità della RUC, la famigerata polizia nordirlandese con la paranoia del cattolico e repubblicano irlandese, personaggi che per la modalità e efferatezza delle loro azioni possono essere assimilati a degli psicopatici serial killer come nel caso dell’intoccabile Robin Jackson, detto “Lo sciacallo”, il quale negli anni ha goduto della più completa immunità per qualsiasi azione criminale commessa grazie alla protezione di quelle istituzioni che avrebbero dovuto garantire la pace e la sicurezza da ambo le parti.

Nonostante anche nel caso della Miami Showband si possa parlare di giustizia negata, il processo di pace c’è stato, le armi sono state messe a tacere anche se in alcuni casi si nota come nella bellissima terra d’Irlanda il fuoco covi ancora oggi sotto la cenere, soprattutto per le diseguaglianze sociali e le difficoltà economiche di parte della popolazione, una cenere che molti credono possa essere definitivamente spenta con l’unificazione dell’Irlanda e la fine di quella che è ancora sentita da parte della popolazione cattolica del paese come un’occupazione coloniale delle proprie terre. Un ulteriore passo in tal senso potrà essere costituito dall’apertura del governo britannico di altri fascicoli secretati, come potrebbe accadere con un rapporto investigativo che da qui a pochi mesi dovrebbe essere reso pubblico, uno dei tanti dossier sul conflitto, il quale parlerà proprio del massacro della Miami Showband.

La bellezza forse non salverà il mondo, tantomeno la musica,  almeno così non è stato nel caso della Miami Showband e del resto i sei ragazzi irlandesi certamente non si ponevano questo problema cinquant’anni fa, volevano solo stare assieme, fare quello che amavano, divertirsi e divertire, ma la verità della testimonianza e la giustizia giudiziaria e sociale sono gli unici passi possibili in prospettiva di una definitiva riconciliazione da una guerra fratricida e crudele, come lo è qualsiasi guerra, e una toccante e analitica testimonianza come quella che scaturisce dal libro di Riccardo Michelucci può ricordarci anche a altre latitudini, a qualsiasi latitudine, che la lotta alle diseguaglianze, l’anelito alla libertà, all’autodeterminazione, alla giustizia e alla verità, nonché al perdono, siano i fondamenti del vivere civile e della pace in ogni parte del mondo.

  • Per ulteriori approfondimenti sulla storia del massacro della Miami Showband e sul conflitto nordirlandese oltre alla bibliografia del volume si rimanda tra gli altri ai seguenti siti internet: themiamishowband.com – stephentravers.org – irish-showband.com – declassifieduk.org – patfinucanecentre.org
  • Per approfondimenti, aggiornamenti, informazioni e cronache sull’attualità politica, sociale e culturale di Irlanda si ricorda la rubrica a cura di Sara Agostinelli e Paolo Giannuzzi Diario d’Irlanda, in onda ogni ultimo sabato del mese su Radio onda d’urto all’interno di La polvere della battaglia, disponibile anche in streaming a lapolvere.radiondadurto.org. Disponibile anche in podcast con contenuti extra.

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L’Irlanda in lotta. Vita e scritti di Bobby Sands https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/ https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/#respond Tue, 05 Jan 2021 12:59:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47519 di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

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di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

In questa breve nota posta all’inizio del volume i curatori ricordano in Giorello un grande amante dell’Irlanda, in quanto lo stesso grande amante della libertà, e forse per poter parlare di questo paese non si può prescindere dal senso più profondo di questa parola, che chiunque si trovi a calpestare il suolo della terra smeraldo può respirare ovunque, anche banalmente trovandosi a Dublino nell’estate dello scorso anno, nel periodo in cui erano in corso a Hong Kong le manifestazioni contro il governo cinese e accorgersi che in tutti i bar, pub, ristoranti, gli schermi dei televisori fossero continuamente sintonizzati sulle notizie provenienti da quel lontano angolo di mondo dove, anche se con proporzioni e occorrenze diverse si combatteva per le stesse rivendicazioni che il popolo irlandese ha portato avanti per secoli, ben otto, un triste e significativo primato (forse assoluto) nell’intera storia dell’umanità di sudditanza e lotta di un popolo rispetto a un altro. Di questo, il volume sopracitato edito da Odoya nel 2017 di Michelucci, giornalista, saggista e traduttore, autore tra l’altro anche del volume biografico edito da Clichy dal titolo Bobby Sands, Un’utopia irlandese, ne dà ampio e dettagliato conto.

Il volume edito da Paginauno non è il primo a contenere i testi tradotti in italiano (anche se negli altri casi non la totalità) del militante dell’IRA morto in carcere il 5 maggio del 1981 a seguito di uno sciopero della fame iniziato sessantasei giorni prima insieme ad altri nove compagni di prigionia. Si tratta della traduzione completa di testi pubblicati originariamente a Cork nel 1998 e dei quali Gerry Adams, lo storico leader del Sinn Féin, fra i maggiori fautori dell’Accordo del Venerdì Santo di quello stesso anno, aveva già curato l’introduzione che è qui riproposta. Il primo volume da noi tradotto risale allo stesso anno della morte di Sands, da parte di Savelli, un breve testo curato da  Carlo Simonetti dal titolo Fino alla vittoria. Scritti e poesie dell’Irlanda in lotta. Seguirà nel 1996 per Feltrinelli Un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta, curato da Silvia Calamati, una delle maggiori conoscitrici del conflitto nord-irlandese.

I due precedenti libri contenenti gli scritti del militante irlandese e usciti a distanza di quindici anni l’uno dall’altro si collocano in un arco temporale nel quale le ferite, i temi del conflitto, fra picchi, periodi di riflusso e (ahinoi) tentativi di revisione, non hanno permesso una presa di distanza dalla drammaticità di un periodo di lotta le cui ferite gli accordi del  1998 sono riusciti solo in parte a sanare, essendo venuto a mancare nel corso degli anni un riconoscimento da parte dei vari governi britannici circa le proprie responsabilità per gli orrori perpetrati ai danni del popolo irlandese, riconoscimento che porterebbe anche il Governo di Sua Maestà a dover fronteggiare dei cospicui risarcimenti, proprio come avvenuto a carico della Germania alla fine del secondo conflitto mondiale, verso un popolo che ha subito nel corso dei secoli, e non solo negli ultimi decenni di quello scorso, l’oppressione della Corona inglese: si può risalire a ritroso al 1169, anno in cui ha inizio l’invasione anglo-normanna dell’isola da parte di Enrico II, fino alle campagne di sterminio di Elisabetta I a cavallo del 1600, o solo cinquant’anni più tardi con le sanguinose imprese dell’esercito “parlamentarista” inglese di Oliver Cromwell, per poi saltare ancora di qualche decennio ed arrivare alle “Leggi Penali” del 1700, e ancora con la grande carestia della patata negli anni tra il 1845 e il 1851 che causò oltre un milione di vittime e altrettanti emigrati, evento naturale che se non può essere ascritto nelle dirette responsabilità della Corona inglese, nella gestione e politica di contrasto e provvedimenti adottati da parte della stessa non può che far emergere la sua diretta colpevolezza in quello che è stato un vero e proprio genocidio pianificato ai danni dei “rozzi, rissosi e indisciplinati” irlandesi.

Fino ad arrivare più vicini ai nostri giorni, anche dopo quel 1922 che ha sancito la nascita ufficiale della Repubblica d’Irlanda come la conosciamo oggi, con la creazione nelle sei contee dell’Ulster di un governo autonomo unionista che instaura un vero e proprio regime di apartheid che la deriva della vulgata propagandista di stampo britannico ha da sempre proditoriamente cercato di disegnare come uno scontro tra cattolici e protestanti, misconoscendo le cause e le implicazioni sociali.

La storia, la vita (e la morte) di Bobby Sands è l’espressione e la testimonianza più significativa e del più alto valore morale della resistenza del fiero popolo d’Irlanda negli anni più recenti, tanto da essere assunto a icona dei movimenti di resistenza e lotta in tutto il mondo: il conflitto nelle regioni del nord di Irlanda a partire dagli anni ’60 all’interno della stessa IRA non è più stato solo anti-inglese, ma più ampiamente legato ai movimenti per i diritti civili e con la prospettiva della nascita della “Repubblica socialista d’Irlanda” come auspicato da Bobby Sands e i suoi compagni.

Le prose sono tradotte da Michelucci, autore anche dell’introduzione al volume, le poesie da Terrinoni, già traduttore tra l’altro di James Joyce, poesie-canzoni che prendono a prestito rime delle ballate popolari e nascono dallo spirito di libertà che è in sé l’essenza del poetico, come osserva giustamente Terrinoni nella postfazione. Si tratta della prima traduzione italiana di tutte le prose e poesie scritte durante la prigionia dal rivoluzionario irlandese morto nel 1981 a seguito dello sciopero della fame iniziato insieme ad altri prigionieri il primo marzo dello stesso anno nei blocchi H nel carcere di Long Kesh alle porte di Belfast. È durante i primi diciassette giorni del suo ultimo sciopero della fame, altri ce ne erano stati, che Sands inizia a tenere un diario, scrivendo quotidianamente, usando un refil di penna biro che nasconde fino nei suoi orifizi per non essere intercettato dalle guardie carcerarie, utilizzando pezzi di carta igienica e cartine di sigarette, firmandosi con lo pseudonimo “Marcella” una delle sue sorelle, testimonianza del suo voler mantenere un contatto con il mondo esterno, pure nelle condizioni disumane in cui era posto.

I testi si amplieranno, diventeranno più numerosi, saranno versi e prose che anche la stupefacente modalità di trasmissione denotano la straordinaria tenacia, l’amore per la libertà, l’attaccamento alla propria terra, il carisma, l’attenzione per i compagni, nonché la passione per la letteratura del militante e martire irlandese. Fu grazie ai testi fatti uscire in modo così ingegnoso dal carcere e arrivati a noi in modo così miracoloso, soprattutto in considerazione delle condizioni disperate nelle quali sono stati scritti, che il mondo venne a conoscenza delle torture della Gran Bretagna nei confronti dei prigionieri politici irlandesi, una messa in stato d’accusa che ancora oggi chiede giustizia.

Tra i murales di Belfast, vero e proprio libro di storia a cielo aperto, se ne trova uno che riporta le parole del Cardinale Romero: “Gli occhi che hanno pianto sanno vedere tante cose”. Bobby Sands scrive fra una sevizie carceraria e l’altra:

Immaginate come ci si può sentire nudi, rinchiusi per ventiquattro ore al giorno in una cella d’isolamento, sottoposti alla totale privazione non solo delle cose ordinarie di tutti i giorni, ma delle fondamentali necessità umane come  vestiti, l’aria fresca, l’esercizio fisico, la compagnia di altri esseri umani. In altre parole, immaginate di essere sepolti, nudi e solo per un giorno intero. Come sarebbe per venti strazianti mesi?

e ancora l’attesa dell’arrivo delle guardie carcerarie, che irrompono nella cella spoglia, piena di urina, escrementi e avanzi di cibo putrefatto, con le finestre sigillate dalle stesse guardie per cercare di chiudere anche quella “Finestra della mente” (il titolo di una bellissima prosa), per torturare, prendere a calci e pugni, tirare per i capelli nei corridoi per le ispezioni corporali il prigioniero, costringendolo a bagni nell’acqua bollente e poi gelata, per stordirlo, irridendolo, non sapendo che nemmeno quello riuscirà a placare uno spirito indomito la cui forza morale e anelito alla libertà potrà essere soppressa solo con la morte, perché come recitano i versi finali di quella che forse è la sua poesia più nota (Il ritmo del tempo):

Illumina il buio di questa cella
Rimbomba il tuono della sua forza
“È il pensiero che mai si dispera” amico mio
Quel pensiero che dice “Sono nel giusto”

Perché nemmeno:

Carri armati e fucili bastano a spezzare un blanket man

Gli uomini delle coperte diventano il simbolo della resistenza del popolo irlandese all’oppressione del “Tiranno eterno” (la Gran Bretagna), dopo quel 1976 nel quale il Governo di Sua Maestà non considererà più i membri dell’ IRA gli eredi degli Irish Volunteers, l’organizzazione fondata nel 1913 che combatté per l’indipendenza irlandese fino alla Rivolta di Pasqua del 1916 soffocata nel sangue, ma un’associazione terroristica, i cui componenti non avrebbero più goduto dei diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra. I detenuti diventato criminali comuni perdendo ogni privilegio, con la soppressione delle visite e l’esercizio fisico, la rimozione degli arredi nelle celle, percosse e perquisizioni corporali che diventano la consuetudine, e sono obbligati a indossare la divisa carceraria che Bobby Sands e i suoi compagni rifiuteranno. I Blocchi H servivano per spersonalizzare i prigionieri politici e delegittimarne la protesta.

La forma di protesta del quale Bobby Sands si fa fautore da martire annunciato è lo sciopero della fame e i testi raccolti scandiscono il tempo del suo estremo sacrificio. Una protesta non violenta che affonda le proprie radici nell’antichità del popolo gaelico, il Troscad, che consisteva nel rifiutare il cibo per protestare contro una persona dalla quale si era subita un’ingiustizia.

Parole le sue che sono un inno alla libertà, alla dignità e alla resistenza per tutti gli oppressi, parole, narrazioni, prose e poesie che sono veri pugni nello stomaco, senza retorici abbellimenti, diretti, per questo potenti nella loro carica letteraria che non manca, ma che fatalmente è destinata a rimanere in secondo piano rispetto alla forza  politica e di rivendicazione, tanto da far dire:

“Popolo d’Irlanda, pensa bene a questi versi
Non contengono scherzi o battute, o semplici rime
Se sapeste della tortura che consocono i prigionieri
Irrompereste in queste segrete per abbattere quest’inferno”

una vigorosa denuncia della secolare oppressione inglese tramite l’unica arma rimastagli a disposizione, il pensiero e la parola letteraria:

“Condizioni imposte da un branco di fanatici: “Svuota il tuo bugliolo,” dicono “ma soltanto nel modo in cui possono umiliarti.” lavati, ma solo nel modo in cui decidiamo noi!” Va’ in giro nudo oppure indossa l’uniforme carceraria.” È lo stesso atteggiamento delle medesime autorità dispotiche all’esterno: “Comprate un appartamento simile a una tomba a Divis Flats oppure vivete in strada,” dicono. “Lavorate per pochi spiccioli oppure non lavorate per niente e morite di fame” E ancora, “Potete votare ogni quattro anni, e se non vi va bene peggio per voi,” Questo è quello che dicono!

Un testo arricchito da alcune riproduzioni degli scritti originali di Bobby Sands per concessione della Bobby Sands Trust, tramite il cui sito si può reperire una grande quantità di materiale bibliografico, d’archivio e multimediale. Un volume curato magistralmente da Michelucci e Terrinoni che ci consegna a distanza di anni un formidabile documento di resistenza civile, eroismo in un’epoca nella quale tanti, troppi vi si travestono, umanità e solidarietà, oltre che in ogni caso un poderoso corpus letterario, forse la più alta espressione letteraria prodotta in carcere nell’epoca moderna, paragonabile alla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde o alle Lettere di condannati a morte della resistenza europea (edizione Einaudi del 1954 con prefazione di Thomas Mann), per non dimenticare gli scritti dal carcere di Rosa Luxemburg o Una giornata di Ivan Denisoviĉ di Alexandr Solženicyn o ancora, anche se sotto un’altra prospettiva i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci.

Un testo salvifico, dalla potenza civile inarrivabile e allo stesso tempo il ritratto di un uomo, il quale, come dalle parole di Gerry Adams nella prefazione, che dopo un toccante e umanissimo ritratto del ragazzo di Belfast, ci dice che la lotta e la resistenza nei secoli del popolo d’Irlanda non è che lo stesso di quello dei primi cristiani perseguitati, degli schiavi, dei contadini, degli indiani d’America, con i quali i repubblicani irlandesi in lotta condividono il palcoscenico della storia contro la tirannia, testimoniando “la superiorità morale degli oppressi” e consegnandoci, conclude l’ex-leader del Sinn Féin, il ritratto di uomo di nome Robert Gerard Sands nato nel 1954 in una terra oppressa da secoli, morto a soli ventisette anni ma che “vive in queste pagine”.

 

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Al sorgere della luna https://minimaetmoralia.it/racconti/al-sorgere-della-luna/ https://minimaetmoralia.it/racconti/al-sorgere-della-luna/#respond Mon, 28 Mar 2016 12:18:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30393 L'Irlanda celebra in questi giorni il centenario della Easter Rising, la rivolta di Pasqua del 1916, ce segnò l'atto di nascita della moderna repubblica irlandese. Questo racconto è incentrato su quegli eventi, che rappresentano ancora oggi uno dei momenti più alti di resistenza al potere coloniale dell'Europa contemporanea.

di Riccardo Michelucci

Un bagliore improvviso illuminò per un istante quella notte di marzo. L'ammiraglio Nelson cadde rovinosamente dal suo piedistallo, proprio come l'uovo del romanzo di Lewis Carroll. L'esplosione lo ridusse in mille pezzi, spezzando in due la colonna di granito che lo reggeva da un secolo e mezzo. Provai una sensazione strana, una gioia liberatoria, quasi puerile. Era rimasto lì per tutto quel tempo, nel cuore della nostra città, a sfidarci con la sua protervia coloniale. A commemorare i trionfi navali di chi ci aveva reso schiavi per secoli. A ricordarci che la libertà per la quale avevamo lottato restava soltanto un sogno. Proprio lì, di fronte al luogo sacro che aveva tenuto a battesimo la nostra nazione. Dove cinquant'anni fa Patrick Pearse aveva letto la dichiarazione d'indipendenza prima di finire davanti al plotone d'esecuzione, insieme a Connolly e a tutti gli altri.

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L’Irlanda celebra in questi giorni il centenario della Easter Rising, la rivolta di Pasqua del 1916, ce segnò l’atto di nascita della moderna repubblica irlandese. Questo racconto è incentrato su quegli eventi, che rappresentano ancora oggi uno dei momenti più alti di resistenza al potere coloniale dell’Europa contemporanea.

di Riccardo Michelucci

Un bagliore improvviso illuminò per un istante quella notte di marzo. L’ammiraglio Nelson cadde rovinosamente dal suo piedistallo, proprio come l’uovo del romanzo di Lewis Carroll. L’esplosione lo ridusse in mille pezzi, spezzando in due la colonna di granito che lo reggeva da un secolo e mezzo. Provai una sensazione strana, una gioia liberatoria, quasi puerile. Era rimasto lì per tutto quel tempo, nel cuore della nostra città, a sfidarci con la sua protervia coloniale. A commemorare i trionfi navali di chi ci aveva reso schiavi per secoli. A ricordarci che la libertà per la quale avevamo lottato restava soltanto un sogno. Proprio lì, di fronte al luogo sacro che aveva tenuto a battesimo la nostra nazione. Dove cinquant’anni fa Patrick Pearse aveva letto la dichiarazione d’indipendenza prima di finire davanti al plotone d’esecuzione, insieme a Connolly e a tutti gli altri.

Quella settimana di combattimenti, nei giorni di Pasqua del 1916, aveva raso al suolo la città, uccidendo uomini, donne e bambini, riducendo in polvere interi edifici. Ma lui, Horatio Nelson, era rimasto in piedi, come un beffardo segno del destino, il simbolo della nostra sottomissione all’invasore.

Il boato di quella notte si sentì in tutta la città e cristallizzò la scena per una frazione di secondo. Poi un’immensa nube grigia di polvere, macerie e detriti si levò su O’Connell Street facendo riemergere la mia memoria come il relitto di un naufragio, riportandola indietro di mezzo secolo. Non rimase ferito nessuno, stavolta, perché avevamo calcolato tutto alla perfezione. L’operazione Humpty Dumpty aveva avuto successo e io potevo finalmente chiudere i conti con il mio passato. Quand’ero giovane avevo sempre cercato di causare il massimo danno al nemico. Avevamo attaccato obiettivi militari, infrastrutture, fabbriche e attività commerciali sul suolo inglese.

Ma adesso che si trattava di distruggere un simbolo imperiale nel cuore di Dublino, non dovevano esserci vittime civili. Non me lo sarei mai perdonato. Non maneggiavo più esplosivi da tanti anni ma ricordavo esattamente come si faceva. L’ordigno che avevo assemblato conteneva un po’ di gelignite – roba moderna – mescolata al sempreverde ammonal, la miscela di nitrato d’ammonio, polvere di carbone e polvere d’alluminio che veniva usata durante la Prima guerra mondiale. I ragazzi l’avevano nascosto in un angolo delle scale d’accesso alla colonna, agganciato a un dispositivo a orologeria tra i più silenziosi in circolazione.

Non ricordo più da quanto tempo cercavamo di sbarazzarci di quel dannato pilastro di granito. Ci avevamo provato in tutti i modi: petizioni, raccolte di firme, dibattiti in parlamento. Il governo fingeva di affrontare il problema ma in realtà cercava soltanto di mascherare la sua consueta ignavia. Eppure erano ormai passati tanti anni da quando l’amministrazione cittadina si era pronunciata inequivocabilmente a favore della sua rimozione.

Avevano detto che era vergognoso che un eroe inglese, l’adultero Nelson, continuasse ad avere un posto di prestigio nel cuore della capitale dell’Irlanda, che pure non aveva ancora una statua dedicata a Theobald Wolfe Tone o a Brian Boru. Però nessuno sembrava avere il potere di rimuoverla, soprattutto di sostenere i costi dell’operazione. C’era chi la considerava parte della nostra storia e del patrimonio architettonico cittadino, molti si erano persino affezionati alla scritta “The Pillar” sul frontale dei tram che si fermavano sotto la colonna. E così era sempre rimasta in piedi, a far bella mostra di sé, mentre gli altri simboli dell’Impero britannico venivano rimossi, uno dopo l’altro. Prima la statua equestre di Giorgio II dal parco di St. Stephen’s, poi quello della regina Vittoria dalla Leinster House. Infine quella di Giorgio III dal cortile del municipio.

Da un po’ di tempo quelli come me – non solo i veterani della guerra d’indipendenza ma gran parte della mia generazione – avevano un motivo in più per odiare l’ammiraglio Nelson appollaiato su quel pilastro di granito. Non lo consideravamo più soltanto il simbolo di secoli di dominio inglese sul nostro paese. Era diventato anche l’emblema della nostra ipocrisia. Del doppio giochismo di uno stato che cercava di nascondere la sua cattiva coscienza dietro quegli ideali traditi, usando la memoria di chi aveva sacrificato la propria vita per regalare la libertà ai nostri figli.

Sapevo bene che questo sarebbe stato per me un anno doloroso. Più si avvicinavano le celebrazioni del cinquantenario della rivolta di Pasqua, più mi convincevo che avrei dovuto tenermene alla larga in tutti i modi. Non c’era niente da celebrare, nessun motivo per rallegrarsi, soprattutto non c’era niente di cui Pearse e tutti gli altri sarebbero andati fieri. Ne ero sicuro. Non era quello lo Stato per cui avevo lottato con tutte le mie forze, sacrificando la mia gioventù. Quel sogno di uguaglianza e prosperità che avevamo inseguito lottando per anni, e per il quale molti di noi erano morti, era qualcosa di completamente diverso da questa specie di staterello che finge di essere indipendente ma non è altro che una succursale degli interessi economici inglesi.

Questo era il motivo per cui ero uscito dal giro da più di vent’anni. Avevo smesso di frequentare i circoli politici e i gruppi di veterani, mi ero allontanato dalle persone con le quali avevo condiviso quel passato. Ormai scansavo anche le poche notizie che i giornali dedicavano all’esercito repubblicano. Da un po’ di tempo avevo deciso persino di starmene alla larga dal centro di Dublino. Temevo d’incontrare per strada qualcuno di loro. I fantasmi del mio passato. I ladri del nostro futuro. A volte immaginavo di voltare l’angolo della strada e di trovarmi di fronte proprio lui, il grand’uomo che giocava a fare il padre della patria e invece da anni faceva di tutto per demolire quel sogno. Sono certo che mi riconoscerebbe ancora, lui, il grande De Valera, il simbolo della nostra presunta libertà. Di un’indipendenza nella quale dobbiamo fingere di specchiarci con un autocompiacimento che ci impedisce di guardare in faccia la realtà. E sono altrettanto certo che se me lo trovassi davanti non riuscirei a restare zitto, né me la caverei con un timido cenno di saluto.

La mia fama all’interno del movimento repubblicano si era diffusa in tutta l’isola ben prima che cominciassero le sue fortune politiche, ma io sono sempre stato allergico ai compromessi e ho capito subito che la politica non faceva per me. Io sono solo un soldato. O meglio, sono stato un soldato, uno dei migliori che questo paese abbia avuto negli ultimi tempi. Durante la campagna di sabotaggi del 1939 mi ero guadagnato il soprannome di “martello di Londra” perché avevo partecipato a oltre cinquanta attacchi contro obiettivi militari o strategici nella capitale inglese.

I termini dell’ultimatum che avevamo lanciato al governo britannico erano tanto chiari quanto velleitari: se non avesse ritirato le proprie truppe dal nostro territorio, e se il re non avesse abdicato rinunciando una volta per tutte alle sue prerogative nei confronti dell’Irlanda, avremmo dichiarato guerra agli inglesi. E così facemmo, portando la guerra a casa loro con una campagna di attacchi dinamitardi che durò quindici mesi. Ma contrariamente a quello che pensano molti, far esplodere bombe non mi ha mai dato alcuna soddisfazione. A muovermi non era il risentimento o il desiderio di vendetta ma solo la disperata convinzione che non ci era rimasto altro da fare, che se volevamo costringere gli inglesi ad andarsene dal nostro paese non esistevano alternative. Non li odiavo come popolo, ma disprezzavo con tutte le mie forze i loro governanti, la loro classe dirigente, le loro banche.

Ognuno di noi nasce con una predisposizione, riesce in qualcosa meglio di altri. Per un inspiegabile scherzo del destino, la mia abilità era quella di saper assemblare esplosivi. Avevo imparato a farlo da giovane, durante la guerra d’indipendenza, e col tempo ero diventato un esperto. Non c’era nessun altro, in tutta l’Irlanda, capace di fabbricare bombe con la precisione, la rapidità e l’efficacia con la quale sapevo farlo io. Non sono mai andato fiero di quel primato, anche prima di finire in carcere per mano dei miei ex compagni. Negli anni ’20 gli inglesi erano riusciti a metterci gli uni contro gli altri, a esasperarci al punto da spingerci a massacrarci tra di noi.

Non volevo ammetterlo neanche a me stesso, ma invecchiando mi ero convinto che non ne valeva proprio la pena di fare tutto quel casino. Non per costruire uno stato come quello in cui viviamo oggi. Un paese economicamente succube di chi ci ha resi schiavi per secoli. Una terra divisa da un confine politico immaginario, creato artificialmente per conservare all’infinito gli odi e i rancori del passato, per farci vivere in uno stato di guerra civile permanente. Eppure molti, da queste parti, continuano a illudersi che sia un problema soltanto a Belfast, a Derry e nel resto del nord.

Fu il mio vecchio amico Kevin, pochi giorni prima di Natale, a parlarmi di quei ragazzi che volevano incontrarmi. Capii subito, dal modo in cui me lo disse, che si trattava di quelli della nuova guardia. Kevin lo sa benissimo, d’altra parte ci conosciamo da tanti anni, che non voglio saperne più niente. Ma di lui mi fidavo, perché non mi avrebbe mai proposto un incontro simile se non ci fosse stato un valido motivo per farlo. “Guarda che non vengono solo per stringere la mano a un eroe della guerra d’indipendenza”, precisò. “Hanno intenzione di chiederti una cosa che credo possa interessarti”. Ero incuriosito, inutile negarlo, ma se mi avessero chiesto di partecipare a una nuova campagna di attacchi al confine col nord, mi sarei alzato dal tavolo senza neanche finire di svuotare il bicchiere. Era un pensiero assurdo, ripensandoci. L’I.R.A. non aveva più un arsenale capace di ripetere azioni come quelle compiute una decina d’anni fa, e poi non c’era una sola ragione per cui avrebbero dovuto rivolgersi a un vecchio bombarolo come me.

Pioveva a dirotto la sera in cui li incontrai, al piano di sopra del Magnet, vicino alla stazione, e il locale era più affollato del solito. Da quando ero uscito di scena, quello era in un certo senso l’unico circolo politico che mi capitava ancora di frequentare. Il pub più repubblicano di Dublino, dove a mezzanotte la gente appoggiava i bicchieri sul tavolo e si alzava in piedi a cantare l’inno nazionale. Danny e John avranno avuto al massimo venticinque anni. Mi rimasero subito simpatici perché andarono subito al sodo, senza perdersi in chiacchiere inutili. E anche perché non avevano i capelli come i Beatles. Kevin si limitò a presentarmeli e poi si allontanò biascicando una scusa. “Domattina devo svegliarmi molto presto per andare a Wicklow”.

Sapeva cos’erano venuti a chiedermi e non voleva condizionare in alcun modo la mia decisione. Al primo giro di Guinness mi spiegarono che avevano deciso di festeggiare il cinquantesimo anniversario della Rivolta di Pasqua stappando la bottiglia giusta. “È giunto il momento di far cadere l’ammiraglio”, disse John, guardandomi fisso negli occhi. Fu come un colpo al cuore. Concordai che non c’era occasione migliore per buttare giù una volta per tutte il maledetto Nelson Pillar. Poi Danny prese la parola. “La Brigata di Dublino è molto diversa da quella che conoscevi tu. Adesso è ridotta ai minimi termini, come tutto l’esercito repubblicano. Anche al nord. Non abbiamo armi, né uomini e non possiamo permetterci azioni in grande stile”. Capii subito dove voleva arrivare. Per compiere un’operazione del genere senza rischiare danni alle persone avevano bisogno dell’aiuto di uno come me, esperto nella fabbricazione e nell’assemblaggio di ordigni ad alto potenziale. Rimasi in silenzio per un po’, osservando la gente seduta nel locale. Buttai giù l’ultimo sorso di birra. Infine guardai Danny e gli dissi che accettavo, ma volevo avere carta bianca su tutto. “Mi servono almeno due mesi di tempo da adesso. All’inizio di marzo, Humpty Dumpty cadrà”. Mi guardarono perplessi. “L’operazione si chiamerà così, come l’uovo di Alice nel Paese delle meraviglie, e l’ammiraglio farà la sua stessa fine”. Sarebbe stata la mia ultima operazione, la prima su suolo irlandese e in un certo senso anche la più difficile. Strinsi la mano ai due ragazzi e uscii dal Magnet. Finalmente aveva smesso di piovere.

Irish Press, 9 marzo 1966:

La colonna di Nelson, al centro di O’Connell Street, è stata fatta esplodere alle 1.30 di stamani. Il boato assordante si è sentito in tutta la città e la statua dell’ammiraglio britannico è saltata in aria in mezzo a centinaia di tonnellate di granito. La colonna è stata spezzata in due dall’esplosione.

Non avevo letto i giornali neanche il giorno dopo. Come per un riflesso condizionato, ero salito sul primo autobus diretto a Rathfarnham per andare alla scuola. Era chiusa da più di trent’anni. Ormai anche Margaret, la sorella maggiore di Patrick Pearse, si era trasferita altrove. Non c’era niente di più rilassante che camminare tra le querce secolari del parco che circondava la scuola. Quella quiete mi consentiva di rivedere il mondo con gli occhi del ragazzo che ero stato. Di sgombrare la mente da ogni pensiero ripercorrendo quegli anni straordinari. Tutto ebbe inizio lì, per quelli della mia generazione. Anche per chi non aveva avuto la fortuna di frequentare una scuola come quella di St. Enda, anche per chi non aveva incontrato maestri come Pearse, come Con Colbert e Thomas MacDonagh.

La strada che scompare in un viottolo non asfaltato, la piccola salita tra due file di alberi dai quali s’intravedono le montagne. Infine, la scuola. L’edificio, come avevo scoperto molti anni dopo averlo lasciato, un tempo si chiamava The Hermitage. Grigio, imponente, severo nella sua architettura georgiana del XVIII secolo, era avvolto da un’aura di mito che derivava dalla storia quasi leggendaria di questo luogo. Ricordo che fu Pearse in persona a raccontarcela, poco dopo il mio arrivo qui. All’inizio dell’Ottocento era stato il teatro della struggente storia d’amore tra Sarah Curran e uno dei più grandi eroi e martiri d’Irlanda, Robert Emmet. La ragazza abitava con la sua famiglia in un edificio vicino, denominato The Priory, ma suo padre osteggiava la relazione con quel giovane nazionalista che all’epoca faceva già parte degli United Irishmen. Theobald Wolfe Tone, il fondatore del movimento, voleva unire tutto il popolo irlandese abbattendo le barriere tra cattolici e protestanti in materia di diritti civili. “Se l’odiosa distinzione fra protestanti, presbiteriani e cattolici fosse abolita – aveva scritto nel 1791 – e i tre gruppi si fondessero insieme, sotto il comune e sacro nome d’Irlandese, in cosa potrebbe differire l’interesse di un cattolico rispetto a quello del suo fratello protestante che siede sul seggio vicino al suo, che esercita la medesima funzione ed è legato dagli stessi vincoli?”

La tragica fine di Theobald Wolfe Tone nel 1798 non era bastata per fermare i piani del gruppo indipendentista, che stava preparando una nuova rivolta contro il dominio inglese. I due erano costretti a incontrarsi di nascosto negli angoli più remoti del parco, sfruttando la frequente assenza del padre della ragazza, che era uno dei più influenti avvocati di Dublino. Ma la loro triste storia d’amore non era destinata a durare a lungo. L’insurrezione del 1803 fallì e costrinse Emmet a rifugiarsi nelle montagne intorno a Dublino per scampare alla vendetta inglese. La sua unica possibilità di salvezza era fuggire lontano, abbandonando l’Irlanda per sempre. Con la rete di contatti che aveva intessuto in Francia e negli Stati Uniti non gli sarebbe stato difficile trovare un rifugio sicuro in uno di quei paesi. Ma non era disposto a partire senza la sua amata e quella fu la debolezza che gli costò la vita. Scese dal suo nascondiglio in una notte piovosa di fine estate, spinto dall’irresistibile desiderio di riabbracciarla, dalla fondata speranza di convincerla a scappare al suo fianco. Quando tornò in città, nonostante tutte le sue precauzioni, l’oscurità non bastò a proteggerlo. Fu arrestato, condotto al castello di Dublino e subito messo in isolamento nella prigione di Kilmainham, con l’accusa di tradimento. Era il 25 agosto.

Pochi giorni più tardi, nella solitudine della sua cella, Emmet scrisse una lettera indirizzata a “Miss Sarah Curran, the Priory, Rathfarnham” e la consegnò a un secondino che gli aveva promesso di farla arrivare a destinazione. Non aveva altra scelta e fu costretto a fidarsi, ma purtroppo quell’uomo si rivelò un infame che lo tradì, consegnando la lettera alle autorità. Anche la ragazza rischiava adesso di essere ritenuta complice della cospirazione. Nel breve volgere di poche ore i soldati inglesi si presentarono a casa sua per una perquisizione approfondita – talmente violenta da risultare quasi un saccheggio – alla ricerca di prove contro di lei. A salvarla dall’accusa di complicità fu la prontezza di riflessi di sua sorella Amelia, che non appena vide i soldati avvicinarsi alla villa gettò nel camino le lettere che Emmet aveva scritto a Sarah negli ultimi mesi. Niente e nessuno avrebbe invece potuto salvare lo stesso Emmet che il 19 settembre, al termine di un processo farsa dall’esito scontato, venne condannato a morte. Il giorno dopo, il leader degli United Irishmen fu impiccato e poi decapitato nei pressi della chiesa di St. Catherine, in Thomas Street. Ma prima di morire pronunciò parole che erano destinate a rimanere scolpite per sempre nella liturgia patriottica del nazionalismo irlandese.

Fate in modo che nessuno scriva il mio epitaffio…lasciate che la mia memoria resti nell’oblio e la mia tomba priva di epigrafe finché altri uomini in altre epoche non potranno rendermi giustizia. Soltanto quando il mio paese prenderà il suo posto tra le nazioni della terra, allora, e non prima d’allora, potrete scrivere il mio epitaffio.

Aveva appena venticinque anni ma da quel momento in poi, la gloria del suo nome sarebbe divenuta immortale. E quel parco a Rathfarnham, dove si era consumata la breve ma indimenticabile storia d’amore con Sarah Curran che gli era costata la vita, sarebbe rimasto inscindibilmente legata a lui. Così, quando poco più di un secolo più tardi, Patrick Pearse decise di spostare la sua scuola dall’ormai angusta sede di Dublino in spazi più grandi, non ebbe timore d’indebitarsi pur di stabilirsi in un luogo dal passato fortemente simbolico. Un luogo dove lui avrebbe forgiato un’intera generazione di irlandesi liberi. Ci riuscì, ma soltanto al prezzo di fare la stessa fine di Emmet, cadendo di fronte a un plotone d’esecuzione inglese. The Hermitage aveva continuato a ospitare l’istituto maschile anche dopo il 1916, sopravvivendo alla tragica morte del suo fondatore. Ma niente sarebbe stato più come prima.

Anche adesso che sono passati cinquant’anni, il tempo pare non essersi mai fermato. L’unico rumore che spezza il silenzio surreale che mi circonda sono i miei passi che affondano sull’umido manto erboso del parco. Mi sembra ancora di sentire risuonare la voce del nostro maestro, di rivedere i miei compagni che morirono in quei giorni d’aprile del 1916. Dove, se non qui, sarei potuto venire oggi a celebrare degnamente la caduta di Nelson? Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.

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