di Simone Bachechi

Esiste tra i numerosi e sanguinosi eventi che hanno contrassegnato il trentennio dei cosiddetti Troubles nordirlandesi, che debbono essere estesi visto l’entità della barbarie da essi generata  anche ai territori  della Repubblica d’Irlanda che non ne è stata  infatti immune, uno fra i meno noti, quasi rimosso persino in Irlanda, una vicenda addirittura ancora quasi del tutto ignota in Inghilterra, non come accaduto per altri che nel corso del conflitto  hanno tramandato la loro eco fino al giorno d’oggi su scala globale. Fra questi ultimi la Bloody Sunday del gennaio 1972, quando un reggimento di paracadutisti dell’esercito britannico fece fuoco sui partecipanti a una manifestazione pacifica per i diritti civili in svolgimento a Derry uccidendo 14 persone, o gli  attentati dei gruppi lealisti dell’UVF del 17 maggio 1974 ribattezzata come strage di Dublino e Monaghan (la più grande per numero di vittime dell’intero periodo del conflitto (34), un conflitto che genererà un totale di 3500 vittime da ambo le parti delle barricate, di cui gran parte civili, fino a arrivare alla protesta degli Hunger strike del 1981 culminata con la morte in carcere di dieci militanti repubblicani sulla quale svetta la figura di Bobby Sands, assunto da allora nella mitografia dei repubblicani di Irlanda e non solo con il suo gesto, la sua militanza e le sue parole a simbolo di lotta per l’autodeterminazione e liberazione del suo popolo, quello dei cattolici e repubblicani dell’Irlanda del nord, la maggioranza della sua popolazione, nonché simbolo universale di lotta e resistenza all’oppressione di tipo imperialista e coloniale, qualcosa che l’Irlanda tutta con la sua storia di sudditanza alla corona inglese lunga otto secoli conosce molto bene, per non dimenticare da parte repubblicana l’attentato dinamitardo in terra inglese da parte dell’IRA del 1984 all’albergo di Brighton dove si trovava l’allora premier britannico Margaret Thatcher.

Questi fra i più noti e giunti all’opinione pubblica ma ce ne sono molti altri purtroppo che parlano di una comunità dilaniata dall’odio settario, dagli  attentati, dalle bombe, da persone che vengono uccise sulla porta di casa davanti ai figli o al pub dalle squadracce dei lealisti, solo perché cattolici, in un clima di perenne terrore che ha attraversato trent’anni di storia recente d’Irlanda, in città come Derry e Belfast che ne sono state l’epicentro, quest’ultima tra gli anni Settanta e Ottanta la città più militarizzata del mondo, e in tutte le sei contee del Nord create artificialmente e forzosamente a seguito dell’accordo anglo irlandese del 1922, che se da una parte ha finalmente creato lo stato libero e la Repubblica d’Irlanda, dall’altra parte, al Nord, ha lasciato due comunità divise il cui odio è stato alimentato da chi ha avuto convenienza e interesse a soffiare sul fuoco del risentimento, delle vendette e delle ritorsioni trasversali. Di questi molti sono arrivati alla coscienza dell’opinione pubblica grazie alle attività delle associazioni dei familiari delle vittime che in molti casi ancora chiedono giustizia e un’auspicata riconciliazione nonostante gli Accordi di Pace del 1998 che se ufficialmente hanno segnato la fine di un conflitto per molti versi sembra covare ancora sotto la cenere, un rancore strisciante in gran parte dovuto, come avviene in qualsiasi contesto sociale, alle diseguaglianze economiche, nei territori del Nord, nei giorni nostri quasi paradossalmente a parti invertite, con l’attuale maggioranza cattolica che vive in condizioni migliori di quella protestante nella quale il risentimento trova, alimentato dai venti di destra che anche in Irlanda soffiano come ovunque, nuove forme rispetto a quelle tradizionali dell’odio settario per motivi confessionali ma quelle della xenofobia e della lotta all’immigrazione.        

Uno di questi eventi “minori” degli anni più tragici del conflitto ma altamente emblematico e paradigmatico è la strage della Miami Showband, della quale si è occupato dettagliatamente Riccardo Michelucci con il suo volume da poco uscito dal titolo “Il giorno in cui morì la musica, la strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos” (Milieu edizioni, pagine 233, euro 18,00). Il 31 luglio di quest’ anno cade il cinquantennale della strage perpetrata ai danni della più nota band musicale d’Irlanda del tempo, denominata allora come “I Beatles irlandesi”. In quella notte di fine luglio del 1975 il gruppo stava rientrando sul suo furgone a Dublino dopo un concerto svoltosi in una cittadina del Nord, Banbridge, a circa mezz’ora di auto da Belfast e non lontana dal confine con la Repubblica. Su una strada di campagna il furgone sul quale viaggiavano cinque dei sei membri della band fu fermato a un improvvisato e si scoprirà a posteriori falso posto di blocco. Non era strano a quei tempi imbattersi in dei posti di blocco armati in prossimità della frontiera, ma i controlli erano di solito molto rapidi e la stessa band in precedenza si era trovata in tali situazioni quando tutto era terminato magari con una parola di apprezzamento verso la band da parte dei militari che li avevano riconosciuti. Era infatti consuetudine della Miami Showband spostarsi al di la e al di qua del confine tra le due irlande per le loro serate musicali nelle sale da ballo dell’isola, all’insegna della spensieratezza, dello svago e del divertimento, come solo la musica può fare, e che apparteneva indistintamente alla popolazione cattolica e protestante che assisteva alle loro esibizioni, lontana anni luce da odi e settarismi. Quella notte le cose andarono diversamente. I cinque componenti del gruppo furono fatti scendere dal furgone e allineati poco più avanti sul bordo di un fossato da uomini appartenenti al gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force (UVF), formazione che si renderà tristemente nota per molti altri fatti di sangue e per la sua collusione con l’esercito britannico.

Due di loro, armati e con il viso coperto aprirono il bagagliaio del furgone e iniziarono a rovistarvi dentro. Poco dopo un terribile boato e due paramilitari rimasero uccisi dall’esplosione che scaraventò i cinque musicisti oltre il fossato ma ancora vivi. Gli altri membri del commando iniziarono a sparare all’impazzata contro di loro. A terra privi di vita rimasero Tony Gerharty, Brian Mc Coy e Fran O’Toole, il cantante e leader carismatico del gruppo. Niente da allora sarebbe stato più come prima, per i familiari delle vittime, per le vite dei sopravvissuti al massacro, Stephen Travers e Des McAlea, per la Miami Showband come per tutto il movimento delle showband e per i sogni di pace e riconciliazione i cui spiragli si erano iniziati a intravedere con l’accordo di Sunningdale di due anni prima. Il messaggio che infatti un gruppo come la Miami Showband mandava al paese era quello di una possibile riconciliazione, anche tramite la loro musica che varcava i confini e con la stessa appartenenza all’interno della band di elementi di diverse confessioni religiose, una riconciliazione che evidentemente qualcuno non voleva come tragicamente fu espresso in quella notte di cinquanta anni fa. Riccardo Michelucci con il suo libro ha portato alla luce le dinamiche, le implicazioni e le torbide e diaboliche motivazioni di un atto di violenza efferata tra i più tragici del conflitto nordirlandese. Michelucci è giornalista, traduttore, storico, autore di innumerevoli studi, reportage e cronache apparsi su quotidiani quali Avvenire e Repubblica, focalizzati sia sulle varie zone di conflitto sparse nel mondo e soprattutto sulla storia di Irlanda più recente, ma non solo, sulla quale deve essere considerato uno dei maggiori studiosi italiani e il cui risultato sono tra gli altri due volumi editi da Odoya che vale la pena ricordare: Storia del conflitto Anglo-irlandese, otto secoli di persecuzione inglese (Odoya 2009 e 2017)  e Guerra, pace e Brexit (Odoya 2022).

Il lavoro di Michelucci, frutto della sua decennale frequentazione da cronista d’inchiesta e di storico soprattutto riguardo gli anni di Troubles è una dettagliata ricostruzione del massacro, delle sue conseguenze e dei retroscena a esso collegati, tramite documenti di archivio, estratti delle inchieste giudiziarie, testimonianze e interviste raccolte durante gli anni da familiari e persone coinvolte a vari livelli nei fatti sanguinosi degli anni del conflitto, ma soprattutto dalla viva voce di testimoni quali quella di Stephen Travers, il bassista della band miracolosamente scampato alla strage.

Il racconto dei fatti che hanno portato al tragico evento e le successive risultanze e testimonianze nel volume vengono trattate dal punto di vista dell’ex bassista della Miami Showband, percorrendo gli anni della sua infanzia trascorsa in un piccolo centro del sud dell’Irlanda, lontano dal settarismo e dalle questioni politiche, della sua passione per la musica, della sua emozione agli esordi sul palco con quello che era allora il più famoso gruppo musicale del paese, un fenomeno quello delle showband  nato nei primi anni Sessanta quando in  un paese ancora arretrato e povero nel quale i grandi gruppi internazionali del tempo non andavano in tour, nel quale tantomeno esistevano le discoteche e nel quale i giovani potevano ascoltare i più celebri pezzi del tempo passati in radio, oltre a quelli del proprio repertorio, solo grazie a questi gruppi che contavano fino a dieci elementi, che spaziavano dal beat al blues e allo skiffle e si esibivano in grandi sale da ballo che cominciarono a spuntare come funghi in tutta l’isola. Il nome che si diede la band fu ricavato proprio da quella nella quale si esibivano agli esordi, nei primi anni Sessanta, la Palm Beach Ballroom.

Il dato privato  e quasi intimo degli eventi che ci vengono raccontati tramite lo sguardo di Stephen è una delle cose più affascinanti e emotivamente dirompenti del libro, un reportage, un saggio narrativo su un tragico evento ben caratterizzato nel contesto storico di riferimento e che nonostante ciò a tratti sembra di leggere come un’opera di fiction, tanto che l’autore nella nota finale sulle fonti si sente quasi in dovere di rimarcare come non si tratti di un romanzo “né un libro di storia ma un’opera di saggistica narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche secondarie e interviste con i protagonisti delle vicende raccontate”. Un coinvolgimento emotivo dal quale non si può prescindere sia per la tragicità degli eventi narrati tramite la voce diretta dei protagonisti di quella stagione sia per la necessaria sopravvivenza della memoria portata avanti da Travers e dalle associazioni nate durante gli anni successivi da parte di familiari e superstiti, con un’inesausta volontà di fare conti con il passato e la richiesta di una giustizia che per molti versi ancora oggi risulta negata.

Già, perché se dopo quella notte del luglio 1975, benché pochi mesi dopo la Miami Showband rinascerà dalle sue ceneri con i membri sopravvissuti e tre nuovi elementi, quasi a voler esorcizzare l’accaduto, per poi proseguire con le proprie esibizioni fino al 1982  e poi con lunghe e intermittenti pause mantenersi in attività  fino al 2015, Travers si farà da parte per molti anni, quasi volendo rimuovere il dolore causato dalla morte dei suoi amici, questo fino al concerto commemorativo tenutosi a Dublino in occasione del trentennale della strage, quel 2005 che è anche storicamente l’anno nel quale il conflitto nordirlandese può dirsi ufficialmente concluso, con l’IRA che depone definitivamente le armi mettendo a disposizione i propri arsenali. È da questo evento, raccontato nel volume di Michelucci in modo toccante, che quantomeno simbolicamente Stephen Travers inizia a viso aperto la sua lotta e il suo attivismo per la verità e la giustizia sul massacro della Miami Showband.

Ciò che emergerà è un quadro inquietante e sul quale a tutt’oggi le istituzioni britanniche, come in molti altri casi relativi al conflitto nordirlandese, basti pensare alla stessa Bloody Sunday del 1972  o al massacro di Ballymurphy dell’anno precedente, solo per citarne due, non hanno saputo o meglio voluto fare chiarezza e arrivare a una piena assunzione di responsabilità, proprio perché troppo implicate nelle stesse a vario titolo, con la lunga scia di sangue durata trent’anni e dalle stesse istituzioni fomentata e in parte finanziata, come emerge da molti dei documenti di archivio. Il caso della Miami Showband è paradigmatico in tal senso. Dagli atti di inchieste e dai documenti declassificati è emerso che lo scopo ultimo di quella notte, il posto di blocco improvvisato con i paramilitari dell’UVF nel cui commando si trovava anche un mai identificato ufficiale dell’esercito britannico, era quello di mettere a tacere per sempre una qualsiasi voce che parlasse di pace e riconciliazione, e il gruppo musicale ne era l’espressione più fulgida. Lo scopo di quell’imboscata travestita da un normale controllo di frontiera era annientare la band al completo. Un piano diabolico che aveva come scopo finale lo sterminio dell’intera band. Non doveva sopravvivere nessuno dei suoi componenti, non ci dovevano essere testimoni a quella barbarie. Il fallito tentativo dei due paramilitari lealisti di introdurre un ordigno nel bagagliaio del furgone era quello di far sì che lo stesso esplodesse poco tempo dopo uccidendo il gruppo al completo, in modo da dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che quello che era considerato in tutta l’isola un semplice gruppo musicale che con le sue esibizioni e la sua musica offriva delle occasioni di svago, divertimento e condivisione, a dispetto di ogni diversa appartenenza religiosa e sociale, fosse in realtà un commando di terroristi dell’IRA che sotto la copertura dei loro concerti al di la e al di qua del confine trasportasse armi e ordigni per l’esercito repubblicano. Ogni guerra del resto lo sappiamo ha fra le sue armi più letali quelle della propaganda, e quella che ha interessato l’Irlanda negli ultimi trent’anni del secolo scorso è stata una guerra, una guerra di bassa intensità, senza veri eserciti regolari contrapposti ma non meno cruenta e sanguinosa.

Le successive indagini mostreranno uno sconvolgente disegno nel quale gli architetti vanno ricercati nei gradi più alti delle istituzioni britanniche, a partire dai servizi segreti del MI5, collusioni, complicità, insabbiamenti da parte degli stessi, ma che non riusciranno a nascondere l’amara e terribile realtà di quel periodo, l’esistenza di gruppi paramilitari coperti e armati dall’esercito, contigui allo stesso, collusi con i servizi segreti,  una strategia della tensione che ha utilizzato squadracce criminali come la famigerata banda di Glenanne, dal nome di una località all’interno del tristemente noto triangolo della morte, amene e bucoliche cittadine al confine tra le due irlande, enclave lealiste nelle cui fattorie e cottage erano allestiti veri e propri depositi di armi e esplosivi  messi su da parte di ex ufficiali britannici, con la complicità della RUC, la famigerata polizia nordirlandese con la paranoia del cattolico e repubblicano irlandese, personaggi che per la modalità e efferatezza delle loro azioni possono essere assimilati a degli psicopatici serial killer come nel caso dell’intoccabile Robin Jackson, detto “Lo sciacallo”, il quale negli anni ha goduto della più completa immunità per qualsiasi azione criminale commessa grazie alla protezione di quelle istituzioni che avrebbero dovuto garantire la pace e la sicurezza da ambo le parti.

Nonostante anche nel caso della Miami Showband si possa parlare di giustizia negata, il processo di pace c’è stato, le armi sono state messe a tacere anche se in alcuni casi si nota come nella bellissima terra d’Irlanda il fuoco covi ancora oggi sotto la cenere, soprattutto per le diseguaglianze sociali e le difficoltà economiche di parte della popolazione, una cenere che molti credono possa essere definitivamente spenta con l’unificazione dell’Irlanda e la fine di quella che è ancora sentita da parte della popolazione cattolica del paese come un’occupazione coloniale delle proprie terre. Un ulteriore passo in tal senso potrà essere costituito dall’apertura del governo britannico di altri fascicoli secretati, come potrebbe accadere con un rapporto investigativo che da qui a pochi mesi dovrebbe essere reso pubblico, uno dei tanti dossier sul conflitto, il quale parlerà proprio del massacro della Miami Showband.

La bellezza forse non salverà il mondo, tantomeno la musica,  almeno così non è stato nel caso della Miami Showband e del resto i sei ragazzi irlandesi certamente non si ponevano questo problema cinquant’anni fa, volevano solo stare assieme, fare quello che amavano, divertirsi e divertire, ma la verità della testimonianza e la giustizia giudiziaria e sociale sono gli unici passi possibili in prospettiva di una definitiva riconciliazione da una guerra fratricida e crudele, come lo è qualsiasi guerra, e una toccante e analitica testimonianza come quella che scaturisce dal libro di Riccardo Michelucci può ricordarci anche a altre latitudini, a qualsiasi latitudine, che la lotta alle diseguaglianze, l’anelito alla libertà, all’autodeterminazione, alla giustizia e alla verità, nonché al perdono, siano i fondamenti del vivere civile e della pace in ogni parte del mondo.

  • Per ulteriori approfondimenti sulla storia del massacro della Miami Showband e sul conflitto nordirlandese oltre alla bibliografia del volume si rimanda tra gli altri ai seguenti siti internet: themiamishowband.com – stephentravers.org – irish-showband.com – declassifieduk.org – patfinucanecentre.org
  • Per approfondimenti, aggiornamenti, informazioni e cronache sull’attualità politica, sociale e culturale di Irlanda si ricorda la rubrica a cura di Sara Agostinelli e Paolo Giannuzzi Diario d’Irlanda, in onda ogni ultimo sabato del mese su Radio onda d’urto all’interno di La polvere della battaglia, disponibile anche in streaming a lapolvere.radiondadurto.org. Disponibile anche in podcast con contenuti extra.

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