Roberto Arlt Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-arlt/ un blog di approfondimento culturale Wed, 21 Jul 2021 10:26:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roberto Arlt Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-arlt/ 32 32 “I sette pazzi” e l’abisso narrativo di Roberto Arlt https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-sette-pazzi-e-la-narrativa-di-roberto-arlt/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-sette-pazzi-e-la-narrativa-di-roberto-arlt/#respond Wed, 21 Jul 2021 10:24:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49087 di Simone Bachechi I Sette pazzi, probabilmente il capolavoro di Roberto Arlt, riproposto da Sur quest’anno con la storica traduzione di Luigi Pellisari (pagg. 307 – euro 15,00) risalente alla sua prima uscita italiana con Bompiani del 1971 e con prefazione di Julio Cortázar, costituisce la prima parte del dittico che si completa con I […]

L'articolo “I sette pazzi” e l’abisso narrativo di Roberto Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Simone Bachechi

I Sette pazzi, probabilmente il capolavoro di Roberto Arlt, riproposto da Sur quest’anno con la storica traduzione di Luigi Pellisari (pagg. 307 – euro 15,00) risalente alla sua prima uscita italiana con Bompiani del 1971 e con prefazione di Julio Cortázar, costituisce la prima parte del dittico che si completa con I Lanciafiamme, seguito ideale uscito due anni dopo e sviluppo del romanzo del 1929 dell’autore porteño, un’unica storia in due volumi della quale, sebbene ciascuna delle due possa essere letta indipendentemente, l’autore consacratosi con quest’opera come uno dei grandi innovatori della letteratura argentina affermerà dovrà essere letta come un unico romanzo.

Arlt è stato definito una “macchina letteraria”, uno che viaggiava, osservava, leggeva e scriveva in continuazione, che non aveva finito di scrivere un’opera che già ne pensava e ne annunciava un’altra, quasi presago della sua precoce scomparsa nel 1942, dopo la nascita quarantadue anni prima, seppure la data esatta vaghi nell’indeterminatezza di un qualche giorno di aprile del 1900.

Croce e delizia dei redattori per la sporcizia del suo stile, l’imprevedibilità della sua sintassi fino ai marchiani errori di ortografia nei suoi scritti, caratteristiche in realtà vezzosamente alimentate ad arte dall’autore, assieme al mito dell’autodidatta incolto, la palestra di Roberto Arlt sono stati i resoconti, i bozzetti e le cronache giornalistiche riunite in  Acqueforti di Buenos Aires (Del Vecchio, 2014, traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti), frutto della sua collaborazione con El Mundo, nei quali sono rappresentati i bassifondi della capitale argentina, popolati da truffatori, ruffiani, mendicanti, scrittori falliti, storpi, prostitute, tutti personaggi che Arlt aveva incontrato direttamente, affinando sul campo una conoscenza tutta sua di una lingua più orale che letteraria come tradizionalmente conosciuta, sanguigna, quella declinazione ibrida del castigliano immerso nelle lingue degli emigranti: il lunfardo, parlato da quelli stessi personaggi che saranno i protagonisti di tutti i suoi scritti, dai racconti, come quelli apparsi nella raccolti nel volume Eljorabadito (Il gobbetto) del 1933, nei quali Arlt tenta con moderata fortuna il genere fantastico che in quegli anni raggiunge vette inusitate nella letteratura latinoamericana con Borges, fino ai due romanzi di culto del dittico, personaggi piccolo-borghesi, tutti sfrattati dalla vita ma che attendono sempre un grande avvenimento che li riscatti, la stessa varia umanità, spesso grottesca, che ritroviamo in I Sette pazzi.

Se nei bozzetti che sono le Acqueforti (da ricordare anche la recente pubblicazione del 2020 per Del Vecchio delle Acqueforti Spagnole, frutto dei suoi viaggi in Africa e Spagna commissionatigli da El Mundo nella metà negli anni trenta) prevale l’elemento sociologico, se nei racconti prevale l’elemento esotico e fantastico, comune è il linguaggio utilizzato da Arlt anche nelle deviate e fuorvianti visioni escatologiche del dittico  e che qualsiasi traduzione riuscirà a rendere solo in parte: l’argot porteño, il lunfardo, “quello strano animale idiomatico” come lo definirà Eduardo Gonzales Lanuza, uno dei primi biografi di Arlt, quel linguaggio usato nei bassifondi di Buenos Aires con vaste contaminazioni dall’italiano degli emigranti, tramite il quale lo sguardo da outsider di Arlt riuscirà a rappresentare in modo lucido, addolorato e ironico assieme, il corpo e l’anima della città.

Dirà l’autore, quasi a voler giustificare le carenze sintattiche, come se il lunfardo richiedesse una grammatica: “Sono cresciuto tra criminali e gente povera, davvero non ho avuto il tempo di studiare la lingua” e ancora, quasi a dare una motivazione e una ragione alla sua opera confesserà di scrivere per un pubblico che abbia i suoi stessi problemi: “Vale a dire come vivere felici, dentro o fuori della legge.”

 Il linguaggio spurio utilizzato da Arlt è sia una presa di posizione “politica” per il rinnovamento della letteratura, sia una reiterata denuncia dell’uomo-massa e della frattura fra l’élite e la realtà quotidiana. L’autore di padre tedesco (avrà con lui sempre una relazione  contrastata, tanto da portarlo a sedici anni ad abbandonare la famiglia per vivere nelle strade di Buenos Aires) e madre triestina, dalla quale apprenderà l’amore per le scienze occulte e l’astrologia, si colloca agli antipodi del più celebrato concittadino e pressoché coetaneo Borges, il labirintico erudito, il raffinato borghese che definirà Arlt in questo modo: “Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto.” Due autori così diversi sia dal punto di vista letterario che sociale: il conservatore contro il proletario ribelle, eppure come spesso accade due giganti che non potevano evitare di osservarsi da lontano, rispettarsi e segretamente amarsi.

Nato nel barrio di Flores, tagliato in due dall’Avenida Rivadavia, l’asse viario che attraversa tutta la capitale partendo da Plaza de Mayo, Roberto Godofredo Christophersen Arlt mostrerà ben presto la sua irrequietezza che lo porterà ad essere espulso dalla scuola elementare all’età di nove anni, fino a trovarsi durante l’adolescenza a svolgere i più disparati mestieri e frequentando la biblioteca anarchica del suo quartiere nella quale approfondirà le tematiche letterarie a lui care, prima fra tutte quelle legate alle scienze occulte che lo porteranno a una delle sue prime pubblicazioni, nel 1919 il breve saggio  Las cienciaso cultas en la ciudad de Buenos Aires.

Ma sarà grazie dall’amicizia con Ricardo Güiraldes, l’aristocratico e cosmopolita scrittore al quale dedicherà il suo primo romanzo pubblicato, Il giocattolo rabbioso pubblicato nel 1926, che Arlt sarà introdotto nel mondo delle riviste quali Proba e Don Goyo con le quali inizierà a collaborare e pubblicare.

Il periodo precedente alla pubblicazione di I Sette pazzi, il romanzo che lo ha fatto conoscere al mondo letterario, è segnato dalla sua collaborazione a El Mundo con le sue Acqueforti le cui periodiche uscite destano una crescente attesa. I Sette pazzi si  colloca in un periodo storico di crisi, quello della fine degli anni venti, in una situazione politica argentina nella quale sebbene il peronismo sia ancora lontano, al potere vi sono i radicali guidati da Yrigoyen, si respira già l’avvento delle giunte militari, infatti il governo frutto del voto popolare verrà interrotto bruscamente dal golpe militare del 1930guidato dal generale Uriburu che darà inizio a una serie di colpi di stato e governi militari che durerà fino al  1983, un evento che risuona con inquietante preveggenza nel romanzo di Arlt che è stato terminato nel 1928 e dato alle stampe nel 1929 dalla casa editrice Claridad.

Nel romanzo confluiscono varie suggestioni, non ultime quelle dei pur geograficamente lontani echi della Rivoluzione russa di circa un decennio precedente, oltre a parte della vicenda biografica dell’autore argentino come testimonia il personaggio principale, Remo Erdosain, ladro e bizzarro inventore in cerca di un riscatto, Arlt stesso cercò costantemente di arricchirsi come inventore, con singolare insuccesso, arrivando persino a brevettare delle calze rinforzate in gomma, che non furono mai commercializzate.

I Sette pazzi come I Lanciafiamme, romanzo anch’esso disponibile presso Sur, come gran parte dei suoi racconti raccolti in Scrittore fallito (Sur 2014) e Una domenica pomeriggio (Sur 2015) entrambi con traduzione di Raul Schenardi, parla di un’insoddisfazione e un disprezzo dei personaggi per la realtà che li circonda che è tale da richiedere una risposta estrema: l’uso della violenza diventa così l’unica via percorribile creando l’illusione di una chiusura e un superamento rivoluzionario tra ciò che è sognato e ciò che è oggettivamente realizzabile. Dove non arriva la rivoluzione potremmo dire che arriva la letteratura, infatti in I Sette pazzi la rivoluzione viene progettata. Certo, una rivoluzione di strampalati, di sette pazzi (il sette è un richiamo all’ordine massonico), in realtà sono molti di  più.

Remo Erdosain, un esperto di galvanoplastica è un inventore senza successo che si trova in continue difficoltà economiche e che dopo ripetuti furti presso lo zuccherificio nel quale lavora, obbligato a rubare per il salario miserevole che riceveva, si trova a dover restituire le somme per evitare di essere denunciato.

Se aveva continuato a lavorare allo zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario, immensamente straordinario, tale da imprimere una svolta insperata nella sua vita a da salvarlo alla catastrofe che si avvicinava sempre più alla sua porta.

Si rivolge così a vari personaggi di improbabile affidabilità e infine all’Astrologo, leader degli altri strampalati personaggi e pazzi del romanzo, il quale ha un progetto assai singolare di società rivoluzionaria la cui messa in atto dovrà essere finanziata grazie alla gestione di una catena di bordelli.

L’Astrologo vuol dar vita a un’organizzazione segreta al fine di costruire una società tanto utopica quanto folle alimentata da una scienza creatrice di invenzioni mirabolanti quali impianti per lavare l’oro (vero motore della nuova società), oltre a instaurare una nuova religione, “cupa ed enorme che torni a infiammare il cuore dell’umanità”, una “Nuova Chiesa sulla terra” una chiesa tenebrosa lontana dai “Cieli di Dio”, allo scopo di metter su un vero e proprio esercito e un’organizzazione capillare che possa supportare la rivoluzione, quali fabbriche di gas asfissianti, accademie di studi comparativi tra rivoluzione francese e russa e fabbriche che diffondano i bacilli della peste bubbonica e del tifo esantematico, ripristinando gli autodafé per tutti i miscredenti, insomma una società di pazzi, nella quale l’Astrologo sarà il leader, una società nella quale all’occorrenza vi potranno essere:

bolscevichi, cattolici, fascisti, atei, militaristi a seconda dei diversi gradi di iniziazione.

La cornice di questa rivoluzione sono le grandi ideologie del Novecento. I memorabili personaggi, siano essi i protagonisti principali, quali l’Astrologo del quale Remo Erdosain dirà che è “fermamente convinto che la menzogna sia alla base della felicità umana e io mi sono deciso ad assecondarlo in tutto e per tutto”, siano comprimari, come lo spregevole Ruffiano Melanconico, o l’ebreo Bromberg, Il Cercatore d’Oro, Ergueta il farmacista, sono tutti un po’ dei volenterosi carnefici e  un po’ dei santi, come tutti i pazzi; sognano di cambiare il mondo, con una sorta di ansia millenarista di tipo biblico che traspare dal loro lungo monologare, verso qualcosa che dovrà accadere, una svolta e una miglioria nei vuoti della vita, in quella “zona d’angoscia”, conseguenza della sofferenza umana, che Erdosain arriva fisicamente a localizzare a due metri di altezza sopra il livello della città.

Perché I Sette pazzi è oltre a uno scintillante e vitale artificio linguistico e stilistico anche un grande romanzo sulla solitudine e sulla felicità agognata. Dice Erdosain: “Sì è strano. Talvolta mi pare di essere sul punto di trovare in altre vite quello che manca alla mia. E a uno viene in mente che ci sono persone che hanno scoperto il segreto della felicità e che se ci raccontassero il loro segreto saremmo felici anche noi”

I Sette pazzi è  un romanzo abissale, folle, metafisico, abitato  da uomini senza Dio e inguaribili romantici, sbandati, uomini del sottosuolo, un romanzo per certi versi dostoevskiano, che richiama la condizione di fondo di Maksim Kirillov de I Demoni: “La vita è dolore e paura” in ossequio all’amore di Arlt per il genio letterario russo, i  cui echi si possono trovare proprio in Erdosain, un po’un “umiliato e offeso”, un  po’ un Raskol’nikov, un po’ il Mersault de Lo Straniero di Camus, con progetti assurdi e giganteschi destinati al fallimento fra i quali quello di un omicidio che avrebbe dovuto segnare l’auspicata nascita della setta e della rivoluzione.

La letteratura è e rimarrà menzogna. Dirà L’Astrologo:

“Vi rendete conto del potere della menzogna?” e ancora: “L’uomo che trovi la menzogna della quale le masse hanno bisogno sarà il re del mondo”, come è vero che la letteratura non farà la rivoluzione, né cambierà il mondo, come nemmeno la bellezza lo salverà, ma è altrettanto vero che la scoperta della vitalità letteraria e della forza innovatrice di autori come Roberto Arlt, con la meritata scoperta seppure postuma, Cesar Aira lo definirà “il miglior romanziere argentino”, mentre Bolaño addirittura lo paragonerà a Gesù Cristo, segnano una singolare forma di fallimento nello scarto tra realtà e oggetto letterario che diventa un misterioso e mostruoso oggetto artistico.

I personaggi di Arlt, come accade in tutti i grandi romanzieri si costituiscono, nascono, vivono e muoiono in diverse gradazioni a partire dai libri nei quali agiscono per realizzare le loro letture. Ma un libro non si può tradurre in realtà e come bene evidenziato da Loris Tassi in Variazioni sul tema della lettura (Aracne 2007), l’unica opera monografica su Arlt in lingua italiana, la lettura diventa l’origine, più o meno segreta, del fallimento di questi personaggi, non dimenticando che scrivere, falsificare, leggere è pur sempre trasformare la realtà per restituire almeno una piccola, piccolissima parte di verità.

 

L'articolo “I sette pazzi” e l’abisso narrativo di Roberto Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-sette-pazzi-e-la-narrativa-di-roberto-arlt/feed/ 0
Trance. La lettura come arte d’intonazione, sincronismo e unisono secondo Alan Pauls https://minimaetmoralia.it/letteratura/trance-la-lettura-arte-dintonazione-sincronismo-unisono-secondo-alan-pauls/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/trance-la-lettura-arte-dintonazione-sincronismo-unisono-secondo-alan-pauls/#respond Fri, 27 Sep 2019 08:26:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41167 "No, non si legge con lo stesso corpo con cui si vive.[..] Questo trionfo sul corpo è forse la prova più irrefutabile dell'intensità della trance in cui cade chi legge, nonché, per quanto sia una parola di cui diffida e che tende a escludere dal suo lessico personale, della sua autenticità: solo ripiegamento e oblio, l'indifferenza quasi zen in cui la lettura avvolge chi legge".

L'omaggio di Alan Pauls alla lettura con Trance (Sur, trad. Gina Maneri), risiede anzitutto nella necessità di riconoscere il grande debito che la scrittura, che definisce una "compulsione strategica", ha nei confronti di essa. Una forma di autobiografia resa con un parziale distanziamento nella scelta della terza persona per parlare di sé attraverso il lettore-protagonista.

L'articolo Trance. La lettura come arte d’intonazione, sincronismo e unisono secondo Alan Pauls proviene da Minima et Moralia.

]]>
1pauls (1)

“No, non si legge con lo stesso corpo con cui si vive.[..] Questo trionfo sul corpo è forse la prova più irrefutabile dell’intensità della trance in cui cade chi legge, nonché, per quanto sia una parola di cui diffida e che tende a escludere dal suo lessico personale, della sua autenticità: solo ripiegamento e oblio, l’indifferenza quasi zen in cui la lettura avvolge chi legge”.

L’omaggio di Alan Pauls alla lettura con Trance (Sur, trad. Gina Maneri), risiede anzitutto nella necessità di riconoscere il grande debito che la scrittura, che definisce una “compulsione strategica”, ha nei confronti di essa. Una forma di autobiografia resa con un parziale distanziamento nella scelta della terza persona per parlare di sé attraverso il lettore-protagonista.

Dall’ascolto a quattro anni delle letture della nonna paterna berlinese di Der Struwwelpeter e Max und Moritz alla lettura vorace della prima enciclopedia Lo todo, sino ai primi libri ricevuti in prestito dal professor Panesi, Pauls traccia le tappe fondamentali di un percorso culminato nella presa di coscienza di non volersi limitare a leggere, ma essere un lettore: “isolarsi come ha visto fare ai lettori, concentrarsi e dimenticarsi del corpo cioè essere indifferente e distante e desiderabile come loro”. L’autore della Trilogia della perdita individua la forma del glossario per disciplinare ricordi e pensieri attraverso riferimenti, dettagli e aneddoti che traspaiono dalle definizioni delle parole chiave individuate, per sviluppare una riflessione a partire da due assunti fondamentali che regolano l’intera narrazione: “Ciò che conta non sono le parole ma quello che c’è tra loro; in tutto ciò che è scritto c’è sempre qualcosa di non scritto”. Un esperimento formale che permette a Pauls di  strutturare la natura della propria formazione come individuo e il proprio modo di esperire il mondo attraverso la letteratura.

Tra le pagine sfilano i suoi riferimenti letterari primari, da Jorge Luis Borges a Roberto Bolaño, Julio Cortázar, Roberto Arlt, Ricardo Piglia e Mauel Puig, accanto a continui collegamenti a Franz Kafka, Marcel Proust, Roland Barthes e Maurice Blanchot, per interrogarsi sui limiti dell’interpretazione di ciò che si legge, distinguendo tra letture capaci di sopravvivere diventando parte del tessuto letterario comune, e quelle “abusive” che tendono a essere dimenticate. Letture pertinenti, capaci di mettere “le cose al loro posto, reintegrare il pezzo di storia o di politica che mancava”, e letture che invece sono capaci di imprimere un segno per l’esito opposto, spostando ciò che era “troppo al suo posto, chiuso in sé stesso, protetto da una delle varie identità accreditate – “classico, “radicale”, “impegnato”, tragico”, ecc. – che fanno sì che un testo sia più o meno dove ci si aspetta di trovarlo.”

Interessato a indagare la coestensività tra vita e lettura, Pauls focalizza la sua analisi a partire dalla distinzione tra estemporaneità e opportunità: nel primo caso l’asincronia dell’incontro tra lettore e libro produce uno scarto che passa nella lettura; nel secondo, invece, quella sincronia genererà una totale identificazione che produrrà uno scambio proporzionato. Oggetto primario d’indagine per Pauls l’aspetto linguistico, individuato già a partire dall’incomprensione nell’ascolto delle letture di sua nonna, ebrea berlinese sbarcata a Buenos Aires nel 1939 e di cui ricorda la durezza e la musicalità della voce. Sulla base di una riflessione linguistica, Pauls si sofferma sulla relazione tra comprensione e incomprensione di ciò che si legge, ritenendoli entrambi aspetti fondamentali purché collegati, anche sottilmente: “Solo questo residuo ermetico, indecifrabile, che scuote, sprofonda nello stupore o lascia perplessi, separa la lettura dall’unica esperienza con la quale non dovrebbe essere confusa: una soddisfazione, e le inocula il virus temporale che ne farà un vero oggetto del desiderio: la residualità”.

E nell’analizzare la relazione tra il testo e la percezione di senso nel lettore, Pauls investiga il ruolo della traduzione, che ritiene richiami una sorta di “presunzione di senso”, in particolare per i traduttori che sono anche scrittori e che “osano l’impossibile: scrivere una lettura”.

A marcare il suo cammino di lettore saranno però anche il cinema e la musica, a partire dalla convinzione che nel momento in cui la lettura cessa di essere un “esercizio di decifrazione”, diventa “un’arte di intonazione, sincronismo, unisono: una danza”.

L’infanzia e l’adolescenza assumono un ruolo cruciale in quella che, ancor prima che una riflessione sul ruolo della lettura nell’esistenza, in Trance è un’indagine su ciò che ha strutturato il suo pensiero critico, attraverso istanze, memorie, incontri, senza mai abbandonare l’acuta vena ironica che caratterizza le sue narrazioni. Un terreno d’indagine interiore attraverso il ruolo della lettura nella crescita e nella definizione della propria coscienza critica che si avvicina al soliloquio autobiografico di Octavio Paz composto da Julio Hubard in Anch’io sono scrittura (Sur, trad. Maria Nicola). Qui Paz confessa di aver iniziato a viaggiare la prima volta quando imparò a leggere. Non due mondi separati, i giochi e la lettura, ma un modo, attraverso i primi di prolungare le avventure e le storie di quelle letture solitarie, come percorrendo ponti “disegnati dall’immaginazione, che ci conducevano nei mobili paesi che il desiderio sa inventare”. E come per Paz, la dimensione dell’infanzia è centrale nelle opere di Pauls, come un prisma attraverso cui osservare, al contempo, i mutamenti sociali e politici dell’Argentina degli anni Sessanta e Settanta, come nel primo romanzo della Trilogia della perdita Storia del pianto, e quelli interiori vissuti dal giovane protagonista a partire dall’elaborazione dell’assenza, del significato dei vincoli affettivi, e della necessità di emanciparsi da essi. Aspetti dominanti anche in Passato, delineati a partire dalla riflessione sulla rottura dei legami e la ridefinizione interiore che in parte il lettore ritroverà anche in Trance, modulati e incasellati sulla base della costruzione di sé nella condizione di lettore.

Indaga la corrispondenza tra lettura e vita muovendosi anzitutto attraverso riferimenti e ricordi personali per analizzarne gli esiti allargando lo sguardo sulla società del presente in funzione della relazione con la lettura. In tale prospettiva risulta fondamentale intravedere il tracciato marcato dagli scrittori definiti immortali, quelli che, come scrive Anton Čechov in una lettera a Aleksej Suvorin nel novembre 1892, procedono verso una direzione dichiarando implicitamente uno scopo in questo: l’invito a seguirli che non potrà che turbarne l’immaginazione.

Pauls consegna al lettore una riflessione sul ruolo che la lettura può assumere nell’esistenza, la percezione di esplorare continuamente luoghi sconosciuti, ridefinire parti di sé sulla base di quelle esperienze, nell’incontro con autori classici e con quelli destinati a diventare i riferimenti letterari primari negli esiti nella vita del lettore, nel suo modo di esperire il presente a partire da quella guida.  Ecco perché il lettore protagonista di Trance non potrà che assecondare le più disparate suggestioni che risuonano nel suo vissuto attraverso la lettura e che orientano quel che può vivere attraverso di essa, come far innamorare una sconosciuta in treno, o far addormentare un bambino dopo innumerevoli resistenze, “vedere nel suo corpo vigile e nel suo sguardo sognante il desiderio che gli travolge il cuore, il desiderio avido e sedizioso di fuggire da quella stanza ed essere un indiano, essere l’indiano di Kafka e galoppare sghembo nell’aria, fremendo sul suolo fremente, fino a lasciare gli speroni e gettare le redini, vedendo dinanzi a sé solo la terra come una prateria rasa”.

L'articolo Trance. La lettura come arte d’intonazione, sincronismo e unisono secondo Alan Pauls proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/trance-la-lettura-arte-dintonazione-sincronismo-unisono-secondo-alan-pauls/feed/ 0
Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero https://minimaetmoralia.it/cinema/il-clan-di-pablo-trapero/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-clan-di-pablo-trapero/#respond Mon, 22 Aug 2016 06:21:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31798 Il 25 agosto esce Il clan di Pablo Trapero: ne scrive Tiziana Lo Porto in un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

All'ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia si è aggiudicato il Leone d'Argento per la miglior regia. Diretto dal regista argentino Pablo Trapero (e in sala dal 25 agosto con Rai Cinema per 01 Distribuzione), Il clan racconta la storia di una famiglia di sequestratori nell'Argentina dei primi anni ottanta.

L'articolo Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero proviene da Minima et Moralia.

]]>
ilclan

Il 25 agosto esce Il clan di Pablo Trapero: ne scrive Tiziana Lo Porto in un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Nella foto: una scena del film)

All’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia. Diretto dal regista argentino Pablo Trapero (e in sala dal 25 agosto con Rai Cinema per 01 Distribuzione), Il clan racconta la storia di una famiglia di sequestratori nell’Argentina dei primi anni ottanta.

Il capofamiglia è Arquímedes Puccio (Guillermo Francella nel film), circondato da una moglie e cinque figli partecipi o testimoni dell’attività di sequestri avviata dal padre. A essere rapiti sono i rampolli dell’alta società, a volte coetanei o anche amici dei ragazzi Puccio. Questi ultimi sono tre maschi e due femmine, cresciuti senza fare (né farsi) troppo domande e, raggiunta una certa età, chiamati a partecipare attivamente ai rapimenti.

Il figlio maggiore, Daniel detto Maguila, ha cercato di sottrarsi alla discutibile impresa di famiglia fuggendo in Nuova Zelanda, ma poi è tornato. Il più piccolo, Guillermo, va via a metà film deciso a non tornare. Quello di mezzo, Alejandro, è una star del rugby che gioca nella nazionale argentina dei Los Pumas, e malgrado i comprensibili tormenti interiori è diventato anche lui un rapitore part-time. Moglie e figlie convivono con le urla che arrivano dal seminterrato e fanno finta niente. Ogni tanto uno dei rapiti viene ucciso.

Nessuno denuncia nessuno, godendo insieme al patriarca Arquímedes della temporanea protezione e connivenza del regime militare. Caduta la dittatura cade anche la protezione e il racket. La famiglia Puccio vacilla e poi capitola, disgregandosi di colpo e disperdendosi tra carceri, latitanza e interruzione di ogni rapporto tra i membri. Questa dei Puccio è una storia vera.

Finita sulle prime pagine dei giornali durante la cattura e il processo di Arquímedes e dei suoi soci e familiari, la vicenda è tornata a essere di pubblico dominio grazie a un giornalista argentino, Rodolfo Palacios (autore di diversi libri inchiesta tra cui Conchita, el hombre que no amaba a las mujeres, sul serial killer dentista Ricardo Barreda, e El Ángel Negro, vida de Robledo Puch, asesino serial, prossimo a diventare serie tv in Argentina), che nel 2010 ha deciso di intervistare testimoni e protagonisti della storia cominciando proprio dal patriarca, Arquímedes.

Dalle interviste e ricerche d’archivio è nato l’ottimo libro pubblicato lo scorso anno in Argentina El Clan Puccio (Planeta, pagg. 166, 10,40 euro). Il libro è stato presto adattato in serie tv (Historia de un clan, diretta da Luis Ortega e in 11 episodi, distribuita in Argentina e nel resto dell’America Latina) e adesso, grazie a Pablo Trapero, è diventato un film.

“Film e serie tv sono fedeli alla storia”, dice Palacios, “anche se entrambi i registi hanno dovuto romanzare le situazioni più familiari e intime. È impossibile sapere cosa succedesse davvero dietro le porte chiuse di casa Puccio. Quello che è realmente accaduto lì dentro è un segreto di famiglia che forse non verrà mai rivelato. E non credo nemmeno che romanzare la realtà sia necessariamente un male. Il cinema e la letteratura riescono a dare bellezza alla realtà, a usare la bellezza per dire i fatti più crudeli. Il film e la serie tv sul clan Puccio danno luce al mistero, arrivano lì dove il giornalismo non può arrivare. Sono con Kafka quando dice che la letteratura, e in particolare la poesia, è sempre e solo una spedizione in cerca della verità”.

Dei membri della famiglia Palacios ha intervistato solo Arquímedes. “Alejandro è morto nel 2008”, spiega Palacios. “La moglie di Arquímedes, Epifanía, è ancora viva ma non parla con i giornalisti. Daniel, da quando è scappato dal paese, è come se fosse diventato invisibile. Lo stesso vale per Guillermo. Sylvia, una delle due figlie, è morta anche lei nel 2012, e l’altra, Adriana, che all’epoca del processo aveva undici anni, ha cambiato cognome e come la madre non rilascia interviste. In pratica è come se la famiglia Puccio non esistesse più. Oltre ad Arquímedes, però, ho intervistato due dei membri della sua banda, Roberto Díaz e Guillermo Fernández Laborda, e i parenti delle vittime. Quella è stata la cosa più difficile: sedersi e parlare con i familiari di chi è stato rapito e ucciso. Lì ho capito l’entità del dolore e l’irreparabilità del danno. Un omicida non uccide solo le sue vittime, uccide anche le famiglie delle vittime. E Arquímedes ha ucciso anche la sua di famiglia, e in ultimo se stesso. Personalmente l’ho incontrato poche volte, ma spesso mi chiamava al telefono. Prima che morisse si era creata tra noi una strana relazione. Sul letto di morte mi ha chiamato perché gli facessi l’ultima intervista e perché voleva salutarmi. Non sono andato, e non me ne pento. Al cimitero, quando lo hanno seppellito, c’erano solo due poliziotti e i becchini. E quando sono andato a visitare la sua tomba non ho trovato nessuno”.

Scomparso nel 2013, Puccio non è mai riuscito a leggere il libro né a vedere la serie tv o il film. “In una delle interviste”, continua Palacios, “mi disse che questa forma distorta di celebrità lo rendeva anche felice. Voleva essere parte della storia. Ammirava il suo di padrino, un gangster siciliano, ed era affascinato dalla retorica del peronismo. Si riconosceva nell’Astrologo, il personaggio dei Sette pazzi dello scrittore argentino Roberto Arlt che comandando la sua piccola società segreta vorrebbe conquistare il mondo.

Negli ultimi anni di vita fermava la gente per strada per chiedere se avessero paura di lui, per le stupidaggini che erano state dette sul suo conto, e la gente si limitava a ridire. Il giorno prima di morire, pare abbia chiesto di far scrivere questa frase sulla sua tomba: Come disse un grande imperatore romano: ho provveduto a tutto e ho avuto tutto, ma nulla è valso la pena”.

L'articolo Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/il-clan-di-pablo-trapero/feed/ 0
Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/#comments Tue, 03 May 2016 12:47:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30808 (immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

L'articolo Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt proviene da Minima et Moralia.

]]>
pratt

(immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

A lui e ai suoi personaggi e al suo genio visivo è dedicata Incontri e Passaggi, una mostra curata dal museo Hergé di Bruxelles, assieme a Patrizia Zanotti, che ha fatto tappa al festival di Angoulême e che adesso è a Roma, al Macro di Testaccio, nello spazio La Pelanda, dove rimarrà fino al 24 maggio. Diciamolo subito: non perdetela, che siate appassionati, o curiosi, o completamente a zero; si può sempre recuperare, e ne vale la pena. Perché si respira un’aria che sa piacevolmente di creatività e avventura, di influssi dalla letteratura di ogni tempo e ogni parte del mondo. Pratt era cosmopolita e viaggiatore, orgoglioso della propria libertà “fino al rischio di esserne danneggiato”, come ha ricordato di recente Milo Manara, suo grande amico; e tutto questo si riflette nelle oltre 120 opere ospitate, tra disegni, acquerelli, strisce a fumetti, copertine.

corto

(Corto Maltese, Memorie c)1988 Cong SA)

È un viaggio, e si parte con gli artisti che Hugo Pratt da giovane – nacque a Rimini, si spostò tra l’Africa Orientale e Venezia – più amava. «Quando avevo quindici anni mio padre mi regalò un suo libro: un’opera scritta in inglese che mi diede quando partì per il campo di concentramento. Mi regalò quel libro dicendomi: ‘Ora vai a cercare la tua isola’. Quelle sono state le ultime parole che mi disse. Poi è morto e io sono rimasto con quel suo libro, era L’isola del tesoro». Il padre morì nel campo di prigionia, in Etiopia, la famiglia di Pratt riuscì a riparare in Italia; con la fine della guerra inizia a lavorare con penna e matite, fonda la rivista Asso di Picche, crea le sue prime storie sotto l’influenza dei grandi americani come Milton Caniff… il gioco ha inizio.

I romanzieri d’avventura – Stevenson, James Oliver Curwood e il western di Zane Grey, James Fenimore Cooper e l’inglese Rudyard Kipling – dominano l’immaginario di Pratt, ma arriveranno più avanti anche Jack London e i sudamericani, visto che sbarcherà in Argentina negli anni Cinquanta. Lì lavora con Héctor Oesterheld, lo sceneggiatore dell’Eternauta, tra le vittime della dittatura militare una ventina d’anni dopo («Assieme abbiamo fatto centinaia di tavole: Sgt. Kirk, Ticonderoga, Ernie Pike. Malgrado tutto, però, non andavamo molto d’accordo e tra noi due si creavano spesso dei problemi, ma Oesterheld è stato il miglior sceneggiatore che abbia mai conosciuto»).

ernie

(Ernie Pike, Tarawa c)1958 Cong SA, Svizzera)

Sono l’oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. È il 1967, un anno che sui calendari è talmente sottolineato da quasi dover scomparire, e l’imprenditore genovese Florenzo Ivaldi gli affida le chiavi di una rivista a fumetti, diretta da Claudio Bertieri. Pratt ha quarant’anni, era senza un lavoro fisso e sul numero di luglio fa debuttare Corto Maltese, il viaggiatore, il pirata, l’eroe/antieroe del fumetto italiano. Una ballata del mare salato, il racconto che s’apre con la voce dell’oceano, raccoglie insieme esotismi e il romanzo storico, l’avventura per ragazzi, i film con John Wayne e i rimandi alla letteratura “adulta” – Colerdige, W.B. Yeats. Atmosfere che torneranno e si modificheranno nei fumetti successivi, dalle storie ambientate in Brasile fino all’Europa in guerra e all’Africa e al ritorno nell’Asia (Corte Sconta detta Arcana). E se per Hugo Pratt Corto Maltese non sarebbe mai morto («Corto ringiovanisce per via del pubblico. Perché farlo invecchiare e morire? Ne Le Elvetiche ho preferito fargli bere l’elisir di lunga vita di Paracelso. È successo anche nel caso di Indiana Jones. Ora non invecchia più»), l’anno scorso l’avventuriero è tornato in Sotto il sole di mezzanotte, una storia da Juan Dìaz Canales e Rubén Pellejero.

È difficile insomma contenere tutte queste suggestioni – perché sono davvero sterminate, ci sarebbe da aggiungere Shakespeare e la passione per l’esoterismo, Arthur Rimbaud e ancora Borges e Roberto Arlt, di cui Pratt amava I sette folli – ma vedere dal vivo una ricca parte di lavori – con i colori originali e la parola scritta sulla pagina – dà sostanza al genio, e soprattutto invoglia alla lettura o perché no alla ri-lettura.

Anche perché questo era quello che desiderava Pratt: «Vorrei che le mie storie creassero delle immagini che fossero come dei segni e spingessero quindi a una maggiore curiosità. Una piccola curiosità di partenza che apre le porte di un mondo sconosciuto».

cortomalt

(Corto Maltese, La casa dorata di Samarcanda, dettaglio c)1980 Cong SA, Svizzera)

La mostra Incontri e Passaggi è a cura di CONG SA, realizzata da COMICON in collaborazione e in occasione di ARF! Festival. Il catalogo è edito da Rizzoli Lizard.

L'articolo Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/feed/ 1
La letteratura del no https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-del-no/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-del-no/#comments Fri, 11 Dec 2015 15:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29350 di Marino Magliani

1

Quando sono con Adrián torno a usare la lingua che parlavo negli anni Ottanta in Argentina. C'erano tante strade di terra che si perdevano nella Pampa, tanti bus che portavano a Buenos Aires e una bottiglia di birra costava qualche milione di pesos. Quanto a me, sono stato quasi sempre a Lincoln, che è come se un giapponese venisse a vivere un anno in Europa e la maggior parte del tempo se ne stesse a Locate Triulzi. «Sei stato a Mar del Plata?», mi ha chiesto un giorno Adrián Bravi. « No, Adrián, mai stato». «E a Bariloche, nel grande Sud, o al Nord, a Salta e nel Chaco?» E io: «Macché, Adrián, sono stato a Lincoln, un giorno a Buenos Aires e meno di un mese a Carlos Paz, sul lago. Tutto lì».

L'articolo La letteratura del no proviene da Minima et Moralia.

]]>
bartelbai

di Marino Magliani

1

Quando sono con Adrián torno a usare la lingua che parlavo negli anni Ottanta in Argentina. C’erano tante strade di terra che si perdevano nella Pampa, tanti bus che portavano a Buenos Aires e una bottiglia di birra costava qualche milione di pesos. Quanto a me, sono stato quasi sempre a Lincoln, che è come se un giapponese venisse a vivere un anno in Europa e la maggior parte del tempo se ne stesse a Locate Triulzi. «Sei stato a Mar del Plata?», mi ha chiesto un giorno Adrián Bravi. « No, Adrián, mai stato». «E a Bariloche, nel grande Sud, o al Nord, a Salta e nel Chaco?» E io: «Macché, Adrián, sono stato a Lincoln, un giorno a Buenos Aires e meno di un mese a Carlos Paz, sul lago. Tutto lì».

Così si potrebbe pensare che i libri “argentini” di Adrián riescano a regalarmi in qualche modo quella terra immensa e a me pressoché sconosciuta. No, non è così, sarei potuto essere stato in Patagonia e a San Luis, a Rosario o Salta, e aver cruzado le Ande, e bivaccato con i gauchos più piola della Pampa, e girato Buenos Aires seguendo la più contorta cartografia delle acqueforti di Roberto Arlt, che l’Argentina di Bravi non l’avrei trovata mai. Perché Bravi racconta un’Argentina meravigliosa e anfibia, fatta di paesi come Río Sauce, come ce ne sono a centinaia, como hay bolsas de Río Sauce, direbbero, ma introvabili, perché nelle sue pagine al posto delle macchine che portano fuori paese, e delle cucine dove generalmente si siede e vive la gente in Argentina, ci si sposta in barca e la gente vive in soffitta e sui tetti.

Il romanzo si intitola naturalmente L’inondazione (Nottetempo, 2015) e io l’avevo letto in spagnolo che era Río Sauce ed era molto molto diverso, anzi, in comune le due storie hanno l’acqua, fangosa, odorante e poco altro. Devo dire che Río m’era piaciuto, ma qui Bravi si supera, qui è tutto così serio e nello stesso tempo comico e visionario. La storia non è complicata, si naviga a vista, remando…

Un uomo, anziano, basco di origine, di nome Morales, una mattina si sveglia, scende le scale per andare di sotto e trova l’acqua. Si toglie le scarpe, si alza i pantaloni e si accorge che tutti quanti si stanno preparando ad abbandonare il paese. Tutti tranne lui. Non ne vuol sapere. Perché? Nella solitudine, in quella specie di distacco dal mondo che procurano gli spazi allagati o innevati, soprattutto se abitati dai vecchi (vecchi in mezzo alla pozzanghera, o in quota, come lo stupendo Adelmo Farandola di Neve, cane, piede, di Claudio Morandini), e di silenzio rotto solo dal lavoro dei remi, con la sua barca, Morales passa sulle cose del paese, va al cimitero, orientandosi come può, ma ci riesce, va sopra la tomba della moglie a farle visita, e tutto diventa – lentamente come passa l’acqua prima di passare –, così lontano e magico con Bravi, anche la ricerca di una dentiera che non si trova, caduta nell’acqua.

2

Oppure essere a mezz’aria, su un filo, con un’asta in mano e attraversare il vuoto sul fiume. Mi è capitato con L’angelo Esposto, (Il Maestrale, 2015) di Ade Zeno. Anche in questo caso avevo letto il romanzo in bozze e mi aveva impressionato. La storia inizia in una città attraversata da un grande fiume, non c’è inondazione, ma  è lo stesso un fiume di fango che travolge e non esonda solo perché gli argini della città sono alti e solidi. E lungo quegli argini un giorno c’è il mondo. A richiamare la folla è lo spettacolo di un celebre funambolo. Repulsky, che nessuno sa chi sia né da dove venga, camminerà sul vuoto. Non è la prima volta, è famoso per questo: un’asta, l’equilibro, i passi sul filo, l’ovazione del pubblico. L’io narrante è un bambino, figlio del grande politico Vassilius Garbo, il cui Partito di lì a poco naufragherà.

Il bambino ha un idolo, Repulsky, e quando lo vede camminare sul vuoto «la gamba sinistra tasta il cavo senza fretta, prende le misure, calcola l’energia della spinta…», va come in trance, sale sulla balaustra del ponte e tenta di imitarlo. Succede tutto in pochi istanti. La caduta del bambino, il fiume rigonfio e melmoso, i vortici… A Repulsky non resta che tuffarsi e dare al fiume la sua vita per salvare quella del  bambino. Il bambino cresce, diventa uomo, un lavoro strano, un impiego al Ministero come «ascoltatore», una specie di scrivano che ascolta gli intercettati per conto del governo. L’amore di una donna che anche lei non può che ascoltare e sentire perché cieca. E una vita che sembra attendere qualcosa. Chi era Repulsky? Niente è ciò che è in questa storia, o ciò che «credevo di essere», confesserà l’io narrante.

3

Dopo un’inondazione e un vecchio che decide di restare in soffitta e preferisce non seguire il resto della popolazione che abbandona il paese; e dopo un fiume ingrossato che inghiotte la vita, la terza lettura, Ali, romanzo di Andrea B. Nardi (Parallelo45, 2015), fa i conti con una vera e propria rovina, ma stavolta angelica. Noi non possiamo accorgercene, ma il mondo è  popolato da un esercito di forme angeliche incaricate di vegliare perché il male sia ma non prevalga.

Quest’esercito di angeli e cherubini e arcangeli, ha i suoi nomi angelici, Rouge, bella e malinconica, Zariele, vecchio arcangelo di colore che fa l’uomo di fatica nell’Hotel Waldorf Astoria di New York, e ha le ali più grandi del creato, persino più grandi di quelle dell’arcangelo Michele, e poi Donato. E c’è anche Lucifero. Lou. E il protagonista, l’arcangelo Sebastian, che non ne può di tutto il male che infetta il mondo. Sebastian ci si presenta così «… ritto sopra l’inferno, senza nessuna intenzione di fare niente, un equilibrista dello spavento, che non s’era nemmeno girato a considerarli…». Un equilibrista dello spavento… Niente, neanche in questa storia, è ciò che è, o ciò che «credevo di essere».

Sebastian si chiede se quel mondo è ancora il suo mondo e il suo lavoro ha ancora un senso. Per questo occorre fermarlo? E prima che sopraggiungano gli angeli incaricati di impedire che la sua protesta si estenda, Sebastian riceve i consigli di Zariele, il nero e saggio amico, che s’è battuto in mille battaglie contro il male. «Basta. Non andare oltre… Non farlo, Sebastiano». E la fede? «La fede? Mica quella cosa per cui si crede alla verità di qualcos’altro; no: la fede è quella cosa per cui si fa qualcosa senza saperne il motivo, sperando sia la cosa giusta, e anzi si continua a farla anche se si comincia a sospettare che possa esserci un altro modo, ma non lo si conosce e allora ci si rassegna a proseguire con tutte le inquietudini possibili».

Sono angeli abituati a obbedire, che affogano in qualcosa di liquido le loro domande e la loro malinconia.

Sono immortali ma non eterni.

I luoghi dove vivono appartengono al pianeta: girano New York in metropolitana, frequentano le nebbie dei moli, i quartieri marci e putrefatti, o quelli dell’alta borghesia, e poi dove capita, e dove è necessario e si chiede loro di salvare qualcuno. Partecipano a feste del 700, entrano nei castelli, soggiornano a Firenze… Cori di potenze celesti, troni, dominazioni, principati, potestà… «Angeli di un carbonio cinque volte più duro dell’acciaio che si spezza in mille schegge se compresso».

Per farlo rinsavire, l’arcangelo Michele dice a Sebastian: «Cosa credi? Perché Lucifero è lì? Lui è il prediletto. Dio ama i peggiori, non i migliori, poiché si sono sacrificati a essere i peggiori… Ora torna dai tuoi. E menti. Altrimenti non ti capiranno». Forse quell’accettazione a essere i peggiori rimanda a La gloria di Giuseppe Berto, in cui Giuda s’è sacrificato perché qualcuno doveva pur tradire?

4

Tre libri che hanno in comune un no. In Bravi, i vicini di Morales alzano gli occhi alla finestra della soffitta e gridano: «Ehi, Morales, che fai lì fermo?, sbrigati a venire giù». E lui, il vecchio Morales: «No, no, io resto qui». «Qui dove?». «Qui, qui…».

E quando un giorno vivrà al ricovero e lo riporteranno a vedere come è ora il paese, egli chiederà a suo figlio di essere riaccompagnato da suor Serafina. «Vorrei tornare, se non ti dispiace».  E il figlio: «Com’è possibile? Adesso che ti puoi godere il paese, tranquillo insieme ai vicini… Hai resistito un sacco di tempo da solo, in mezzo all’acqua, e ora…». E lui, el viejo Morales: «Io tutto questo che vedo ora lo volevo prima, non adesso, adesso voglio tornare al ricovero e stare lì». Il romanzo si gioca tra queste due preferenze. Vorrei restare e non ci vorrei restare più. Due tempi, e in mezzo, in un luogo che è un tempo e un tempo che diventa un luogo, passano l’acqua e la barca, la mappatura delle cose sommerse, quella specie di remare lento, con l’ombra dei cinesi, e i cinesi che forse non sono cinesi.

Un no emerge anche da L’angelo esposto, nella storia del bambino cresciuto col rimorso d’aver ucciso il proprio idolo. Il desiderio di sparire pian piano nel tempo, come se all’ascoltatore si chiedesse: e la vita? E ancora una volta la risposta fosse: avrei preferenza di no. E no non è pure la risposta che dà l’arcangelo Sebastian ai suoi colleghi angeli quando l’ordine è quello di ubbidire senza questioni? E infine, il lavoro dello scrivano (certo, sto pensando a Bartleby lo scrivano, di Melville) non ha in comune aspetti col lavoro dell’ascoltatore?

Quella forma passiva di assimilare come una spugna e trasmettere, distanti dal mondo, da tutto. Celati nel suo saggio inizia così: «Bartleby è lo scrivano che rinuncia a scrivere e resta immobile a guardare un muro… sordo a ogni ragionevole persuasione». Il capo chiederà a Bartleby di esaminare con lui un documento, ma Bartleby «con voce singolarmente mite, ma ferma» replicherà «Avrei preferenza di no». E la risposta che ri-darà (la stessa per tutto il racconto, e la stessa che danno, ognuno con le proprie parole, mitezza o rabbia, ma con ferma rassegnazione, el viejo Morales, Garbo, l’ascoltatore, e l’arcangelo Sebastiano) sarà: «Avrei preferenza di no».

L'articolo La letteratura del no proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-del-no/feed/ 1
Il genio di Roberto Arlt https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-genio-di-roberto-arlt/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-genio-di-roberto-arlt/#comments Wed, 08 Oct 2014 07:07:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23743 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che in questi giorni è in corso in molte librerie l'iniziativa Arlt Attack!, promossa da Del Vecchio Editore e Edizioni Sur. (Fonte immagine)

Dormiva spesso vestito, così era pronto a scendere in strada quando lo catturavano improvvise visioni notturne. Scriveva come viveva e viveva come scriveva e soprattutto scriveva quel che viveva. Perché – disse – il dolore non s’inventa. Il dolore deve provarlo anche il lettore. Dunque, si deve scriverlo così com’è, senza letteratura. Senza parlare di letteratura. Si deve scriverlo con rabbia e istinto. Per colpire con la violenza di un gancio alla mandibola. Cercando la verità a tutti i costi. È per questo che nessuno è felice, quando legge. Perché ci si aspetta sempre di trovare la verità, ma la verità è relativa, è una verità così piccola, così piccola…

L'articolo Il genio di Roberto Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
roberto-arlt-el-juguete-rabioso-y-los-siete-locos-1963-4275-MLA3456028093_112012-F

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che in questi giorni è in corso in molte librerie l’iniziativa Arlt Attack!, promossa da Del Vecchio Editore e Edizioni Sur. (Fonte immagine)

Dormiva spesso vestito, così era pronto a scendere in strada quando lo catturavano improvvise visioni notturne. Scriveva come viveva e viveva come scriveva e soprattutto scriveva quel che viveva. Perché – disse – il dolore non s’inventa. Il dolore deve provarlo anche il lettore. Dunque, si deve scriverlo così com’è, senza letteratura. Senza parlare di letteratura. Si deve scriverlo con rabbia e istinto. Per colpire con la violenza di un gancio alla mandibola. Cercando la verità a tutti i costi. È per questo che nessuno è felice, quando legge. Perché ci si aspetta sempre di trovare la verità, ma la verità è relativa, è una verità così piccola, così piccola…

Roberto Arlt la cercò senza mai fermarsi, questa verità minuscola, sferrò ganci alle mandibole dei lettori e scrisse con furia, conquistandosi critiche e disprezzo fino all’immenso riconoscimento postumo. “Il miglior romanziere argentino” (così César Aira), padre tedesco e madre triestina, non ha mai trovato troppo spazio in Italia. Ma la sua riscoperta viaggia veloce dallo scorso anno, quando il suo capolavoro I sette pazzi è stato ripubblicato (da Einaudi e SUR), e il suo ultimo romanzo, L’amore stregone, è stato tradotto per la prima volta (da Intermezzi). Arrivano adesso in libreria due decisive parti della sua opera finora da noi quasi completamente neglette. Innanzitutto i racconti, con una bella raccolta curata e tradotta da Raul Schenardi (Scrittore fallito, SUR, pp. 233, euro 15) che si affianca a un racconto lungo e importante (Un viaggio terribile, Arcoiris, pp. 97, euro 10, anch’esso curato e tradotto da Schenardi). Eppoi, gli schizzi, i resoconti, gli affreschi, i bozzetti giornalistici, quell’altro enorme capolavoro che sono le Acqueforti di Buenos Aires (Del Vecchio, pp. 303, euro 15, trad. M. Magliani e A. Prunetti). Ritroviamo i bassifondi popolati di criminali, falliti, impostori e sognatori che già conoscevamo bene. Ritroviamo l’idea dell’evento straordinario che può cambiare la vita, presente ovunque in Arlt e decisamente biografica. Ritroviamo amore, umorismo e invenzioni in bilico fra l’assurdo e il grottesco. Ma scopriamo anche altri mondi. Con i racconti, sconfiniamo nel fantastico e nell’esotico (conseguenza soprattutto del viaggio in Spagna e Africa del Nord nel 1935), e con le Acqueforti viaggiamo per la Buenos Aires perduta di ottant’anni fa finendo per viaggiare soprattutto nella testa dell’autore. È qui che siamo costretti a spiccare un salto nel buio.

Bianco o nero senza sfumature di grigio, la tecnica dell’acquaforte in mano a Arlt è fuoco. I pezzi di costume, filosofia e riflessione varia pubblicati fra il 1928 e il 1933 ogni martedì su El Mundo ruppero qualsiasi schema. Le vendite, di martedì, s’impennarono e il direttore decise di disorientare i lettori pubblicandole in un giorno qualsiasi della settimana. Ognuno aspettava se stesso, ogni strada di Buenos Aires aspettava di essere raccontata, eppure ancora oggi, molto lontano da Buenos Aires, noi stessi voliamo tra queste pagine.

C’è il riparatore di bambole frequentato da genitori che “hanno amareggiato l’infanzia ai bambini”; c’è “l’uomo con la canottiera fuori dai pantaloni”, marito di donna che stira, dedito a far la guardia alla soglia come il “Socrate del palazzo”; ci sono i gelosi (“si può stabilire questa regola: meno donne ha avuto un individuo e più è geloso”); ci sono gli strabici innamorati, gente sfortunata perché “l’amore non è compatibile con lo strabismo”; eppoi ci sono le parole dell’argot porteño, il lunfardo, quel castigliano declinato nelle lingue degli immigrati. Resoconti e indagini geniali in cui l’italiano fa la parte del padrone: “furbo” (“originaria delle belle colline del Lazio”), “fiacca” (portata dai genovesi a La Boca), “squenun”, ossia il poltrone maggiorenne. Più andiamo avanti e più scopriamo che ciò che cattura l’attenzione di Arlt è l’ozio, la pigra contemplazione, la libertà dal lavoro. Come se lui, lavoratore adrenalinico, fosse davvero come gli uomini che ama osservare: “Quello scioperato di Arlt!” dice a un tratto di se stesso. E allora affondando definitivamente nel labirinto oscuro dell’autore scopriamo che in lui moltissimo è menzogna.

Diede quattro giorni di nascita ai biografi (1, 2, 7 e 14 aprile), sostenne di essere stato espulso dalle scuole elementari mentre finì con cura e buona condotta il percorso primario, dichiarò di essere stato buttato fuori dalla Scuola Militare che in effetti lui stesso abbandonò ripudiando il rigore della disciplina. Si costruì il mito del barbaro, dell’autodidatta incolto. E per anni gli si è creduto, senza mai risolvere il famoso dilemma in base a cui qualsiasi maestrino avrebbe potuto correggere grammatica e sintassi dei suoi celebri strafalcioni, eppure nessuno sarebbe stato capace di costruirle, quelle folli frasi. È vero che come i suoi eroi cercava la svolta risolutrice in invenzioni assurde (per tutta la vita inseguì la ricchezza lavorando a un brevetto per calze di nylon femminili rinforzate su tacco e punta) ed è vero anche che come i suoi eroi godeva nella truffa (l’uomo che si dilettava dell’inutilità dei libri era un lettore onnivoro e la figlia ha raccontato della gelosia con cui curava la sua intoccabile biblioteca). Ma soprattutto perché l’inganno è necessario a raggiungere la verità. Almeno in letteratura.

L’unica monografia italiana dedicata a Roberto Arlt (Variazioni sul tema della lettura di Loris Tassi) torna costantemente sulla questione. Scrivere, falsificare, leggere e trasformare la realtà per restituire un briciolo di verità, almeno una piccola, piccolissima verità. Lo hanno definito “macchina letteraria”. Viaggiava, osservava, leggeva e scriveva. Scriveva, scriveva, scriveva in continuazione e non aveva finito di scrivere un’opera che già ne pensava e ne annunciava un’altra. Scrivere e scrivere perché altrimenti si muore. Correva in un’atroce lotta contro il tempo. Se non si seppe mai il giorno, si conosceva con certezza l’anno di nascita – il 1900 – e si sarebbe conosciuto molto presto anche l’anno della morte, il 1942. Ha lasciato moltissimi scritti da fraintendere. Stiamo cominciando a muoverci nel suo magma. Forse potremo scoprire infine che tutto quel che sognava, come racconta una delle più toccanti acqueforti, era qualcosa di semplice e pericoloso assieme: “essere sinceri con tutti (soprattutto con se stessi) anche se questo potrebbe nuocerci”.

L'articolo Il genio di Roberto Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-genio-di-roberto-arlt/feed/ 2
La Buenos Aires di Borges e Arlt https://minimaetmoralia.it/letteratura/jorge-luis-borges-e-roberto-arlt/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/jorge-luis-borges-e-roberto-arlt/#comments Thu, 12 Jun 2014 14:16:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21444 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. “Scrittori che hanno una fama superiore ai propri meriti? Borges, certo, benché ancora non possegga una sua opera”. “Arlt? Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto”. Si detestavano e non poteva essere altrimenti. I pochi mesi di distanza alla nascita li avevano scaricati in due mondi opposti. Jorge Luis Borges, agosto 1899, era erudizione, biblioteca, labirinto. Roberto Arlt, aprile 1900, era criminalità, strada, follia. Il borghese conservatore e il proletario ribelle, l’esteta e il combattente, il minotauro e il ruffiano, il conoscitore di letteratura raffinata e il lettore onnivoro di traduzioni indegne. Non potevano essere più diversi. Non potevano detestarsi di più. E come sempre succede fra giganti tanto lontani, non potevano che rispettarsi e segretamente amarsi.

L'articolo La Buenos Aires di Borges e Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
b_a

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Buenos Aires. “Scrittori che hanno una fama superiore ai propri meriti? Borges, certo, benché ancora non possegga una sua opera”. “Arlt? Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto”. Si detestavano e non poteva essere altrimenti. I pochi mesi di distanza alla nascita li avevano scaricati in due mondi opposti. Jorge Luis Borges, agosto 1899, era erudizione, biblioteca, labirinto. Roberto Arlt, aprile 1900, era criminalità, strada, follia. Il borghese conservatore e il proletario ribelle, l’esteta e il combattente, il minotauro e il ruffiano, il conoscitore di letteratura raffinata e il lettore onnivoro di traduzioni indegne. Non potevano essere più diversi. Non potevano detestarsi di più. E come sempre succede fra giganti tanto lontani, non potevano che rispettarsi e segretamente amarsi.

La storia, labirintica e folle, delle strade che allontanano e infine uniscono due fra i più straordinari scrittori del Novecento argentino passa per le vere e proprie strade che i due uomini attraversarono. Di quartiere in quartiere, di caffè in caffè, Borges e Arlt sono il dedalo traboccante di una città che negli anni Venti cambiò radicalmente aspetto. Quando, a fine marzo del 1921, Borges tornò dai sette anni di Europa, scrisse: “La mia città adesso era enorme, quasi interminabile, dal ponente alla pampa. Più che un ritorno è stata una scoperta”. I luoghi in cui aveva passato la fanciullezza, tra patii ombrosi, vie scalcinate che presagivano povertà e odore lontano di pampa, erano scomparsi.

Oggi, il tour letterario a inseguire case che non ci sono più attraversa il quartiere chiamato Palermo, ormai esplosione di locali, baretti, negozi chic. Qui, fin dal 1966, la strada dove Borges visse al numero 2135 e al 2147 ha preso il suo nome. Con l’ironia e il sarcasmo più tipici, lo scrittore commentò: “Non voglio essere una strada. Voglio smettere di essere stato Borges, voglio che Borges sia dimenticato”. Un bel libro ci accompagna tra questi angoli chiamati cuadras dove tutto si è frantumato (S. Oehrlein, Guía cultural de Buenos Aires. Tras las huellas de personajes ilustres en suelo porteño) e dove la fanciullezza dello scrittore era già perduta nel nulla al suo ritorno.

Del resto, per inseguirlo negli anni in cui incrociò Arlt bisogna abbandonare il primo Novecento e spingersi oltre Palermo, nei quartieri già allora borghesi della Recoleta, di Retiro e del centro dove gli infiniti traslochi accompagnarono lo scrittore nel suo viaggio verso la cecità. La cerchia di intellettuali con cui aveva preso a condividere i suoi interessi letterari ruotava attorno alla via che è il cuore pedonale e commerciale del cosiddetto Microcentro: calle Florida. Il caffè Richmond oggi è chiuso e sull’uscio si accampano famiglie di mendicanti, mentre il celeberrimo Tortoni (Av de Mayo 825) è diventato una sorta di museo, la più visibile e turistica perla di quei caffè monumentali e di commovente eleganza disseminati per la città.

Nel frattempo, Arlt seguiva un’altra rotta. Era cresciuto nelle vie periferiche di Flores. Aveva conosciuto da vicino criminali e prostitute e aveva raffinato sul campo una conoscenza tutta sua della lingua più sanguigna della città, quella declinazione ibrida del castigliano immerso nelle lingue degli emigranti: il lunfardo. I locali appestati di fumo, lerciume e strani figuri che frequentava ce li possiamo immaginare ancora, visto che ne ha descritti parecchi. Su tutti, il primo raccontato in quello che è forse il suo capolavoro: I sette pazzi (riproposto ora da SUR ed Einaudi). “Un nero con cravattino a farfalla e scarpe di tela si spidocchiava le ascelle, e tre magnaccia polacchi, con grossi anelli d’oro alle dita, parlavano di bordelli e puttane nel loro gergo”. Quando cominciò a cercare una sponda, un luogo dove incontrare giornalisti e scrittori simili a lui, Arlt prese a girare attorno all’arteria che avrebbe dato il nome al circolo antagonista a quello borgesiano di Florida: Avenida Boedo.

Qui, secondo la ricostruzione dello stesso Arlt, il proprietario del Biarritz, poiché non aveva sotterranei dove far riunire gli intellettuali, pensò di salire in terrazza. “O si è di Boedo o si è di Florida. Si sta con i lavoratori o con i signorini. Il dilemma è semplice e chiaro. Boedo è il fuoco della letteratura clandestina, delle edizioni economiche che non pagano diritti agli autori. Qui si vendono molte più copie che in tutta la calle Corrientes e Florida”. Il disprezzo fuma ancora nelle parole arltiane. E le strade lo corroborano: mentre si risale Boedo, tra il Caffè Homero Manzi e il Margot (al civico 857) una targa ricorda la casa editrice La Claridad megafono del gruppo, ma soprattutto lì accanto un ingresso oscuro nasconde sale da biliardo e atmosfere che la penna di Arlt descrisse magnificamente.

Un taxi in una manciata di euro vi porterà all’opposto da qui, nelle sale dove Borges regolarmente mangiava, al Munich Recoleta (Ortiz 1871), davanti al famoso cimitero. Opposti destinati a non incontrarsi mai, se non nel paradosso dell’amore e dell’odio – così secondo le ricostruzioni più ricorrenti. E invece le cose andarono diversamente. Fu Crítica a farli incontrare: un giornale importantissimo nella storia intellettuale del Paese (1913-62). Arlt fu chiamato a scrivere cronache poliziesche seguendo l’istinto e lo stile che spingevano ormai numerosissimi lettori a comprare i giornali solo per cercarne la firma. Borges fu chiamato per co-dirigere il supplemento culturale ma anche per scrivere racconti. Argomento? Banditi e assassini. Da qui in poi le carte andarono mescolandosi.

Si racconta che Borges fosse nascostamente fiero di una risposta che Arlt aveva dato ai suoi critici, pronti a rimproverargli le carenze sintattiche e addirittura un uso improprio dell’argot porteño, quasi che il lunfardo richiedesse una grammatica: “Sono cresciuto tra criminali e gente povera, davvero non ho avuto il tempo di studiare la lingua” (su questo aspetto è attesa la prossima uscita di SUR, Scrittore fallito). Ma, fuori dall’aneddotica, chi ha sempre guardato ai due autori come facce di una stessa medaglia, ricorda ben altro. È stato Ricardo Piglia (sua la citatissima “unire Borges e Arlt è una delle utopie della letteratura argentina e il tentativo è rintracciabile in Cortázar e Marechal, e molto chiaro in Onetti”) a mostrare in un romanzo (Respirazione artificiale, anch’esso SUR) che in un racconto di Borges – L’indegno – si nasconde una trasposizione in miniatura del primo romanzo di Arlt, Il giocattolo rabbioso. “Cos’è questo se non un omaggio di Borges all’unico scrittore contemporaneo che sente come suo pari?”

Noi del resto abbiamo un’ultima strada per cercare l’intreccio scandaloso e straordinario fra i due grandi nemici. Basta immergersi, una volta ancora, tra le vie di Buenos Aires e seguire il cammino di Borges sulle tracce del mitico Aleph, “uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”. Si deve attraversare plaza Constitución e tirare dritto su calle Garay. E allora tutto sarà chiaro. Come è immediata la visione dell’Aleph, al diciannovesimo gradino di un lurido sotterraneo infestato di topi, così è immediata la nostra illuminazione. Constitución è un via vai di gente sputata dalla stazione dei treni. Luridi commerci, sclere bianche di occhi che ti guardano con risentimento, mosse veloci da cui proteggersi. Ma su calle Garay la situazione peggiora.

La piazzetta dove Borges si spinse per trovare “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli” è un intrico di travestiti, puttane, tossici e criminali. Chi mi accompagna affretta il passo, vuole andare via, ha paura. L’insegna di un hotel dove non entreresti mai sbatte al vento, i locali di un infimo commercio risuonano di voci, vetrate sporche nascondono decrepiti telefonisti. Tutto improvvisamente si schiude. Mentre Borges si calava nei bassifondi, Arlt era già morto da un pezzo (scomparve a soli 42 anni) ma probabilmente lo guardava dal paradiso degli scrittori veri, un calice prezioso in mano, la salvietta bianca stirata sulle ginocchia, ghignando in perfetto sgangherato lunfardo con accento italo-tedesco.

L'articolo La Buenos Aires di Borges e Arlt proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/jorge-luis-borges-e-roberto-arlt/feed/ 8