di Simone Bachechi

I Sette pazzi, probabilmente il capolavoro di Roberto Arlt, riproposto da Sur quest’anno con la storica traduzione di Luigi Pellisari (pagg. 307 – euro 15,00) risalente alla sua prima uscita italiana con Bompiani del 1971 e con prefazione di Julio Cortázar, costituisce la prima parte del dittico che si completa con I Lanciafiamme, seguito ideale uscito due anni dopo e sviluppo del romanzo del 1929 dell’autore porteño, un’unica storia in due volumi della quale, sebbene ciascuna delle due possa essere letta indipendentemente, l’autore consacratosi con quest’opera come uno dei grandi innovatori della letteratura argentina affermerà dovrà essere letta come un unico romanzo.

Arlt è stato definito una “macchina letteraria”, uno che viaggiava, osservava, leggeva e scriveva in continuazione, che non aveva finito di scrivere un’opera che già ne pensava e ne annunciava un’altra, quasi presago della sua precoce scomparsa nel 1942, dopo la nascita quarantadue anni prima, seppure la data esatta vaghi nell’indeterminatezza di un qualche giorno di aprile del 1900.

Croce e delizia dei redattori per la sporcizia del suo stile, l’imprevedibilità della sua sintassi fino ai marchiani errori di ortografia nei suoi scritti, caratteristiche in realtà vezzosamente alimentate ad arte dall’autore, assieme al mito dell’autodidatta incolto, la palestra di Roberto Arlt sono stati i resoconti, i bozzetti e le cronache giornalistiche riunite in  Acqueforti di Buenos Aires (Del Vecchio, 2014, traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti), frutto della sua collaborazione con El Mundo, nei quali sono rappresentati i bassifondi della capitale argentina, popolati da truffatori, ruffiani, mendicanti, scrittori falliti, storpi, prostitute, tutti personaggi che Arlt aveva incontrato direttamente, affinando sul campo una conoscenza tutta sua di una lingua più orale che letteraria come tradizionalmente conosciuta, sanguigna, quella declinazione ibrida del castigliano immerso nelle lingue degli emigranti: il lunfardo, parlato da quelli stessi personaggi che saranno i protagonisti di tutti i suoi scritti, dai racconti, come quelli apparsi nella raccolti nel volume Eljorabadito (Il gobbetto) del 1933, nei quali Arlt tenta con moderata fortuna il genere fantastico che in quegli anni raggiunge vette inusitate nella letteratura latinoamericana con Borges, fino ai due romanzi di culto del dittico, personaggi piccolo-borghesi, tutti sfrattati dalla vita ma che attendono sempre un grande avvenimento che li riscatti, la stessa varia umanità, spesso grottesca, che ritroviamo in I Sette pazzi.

Se nei bozzetti che sono le Acqueforti (da ricordare anche la recente pubblicazione del 2020 per Del Vecchio delle Acqueforti Spagnole, frutto dei suoi viaggi in Africa e Spagna commissionatigli da El Mundo nella metà negli anni trenta) prevale l’elemento sociologico, se nei racconti prevale l’elemento esotico e fantastico, comune è il linguaggio utilizzato da Arlt anche nelle deviate e fuorvianti visioni escatologiche del dittico  e che qualsiasi traduzione riuscirà a rendere solo in parte: l’argot porteño, il lunfardo, “quello strano animale idiomatico” come lo definirà Eduardo Gonzales Lanuza, uno dei primi biografi di Arlt, quel linguaggio usato nei bassifondi di Buenos Aires con vaste contaminazioni dall’italiano degli emigranti, tramite il quale lo sguardo da outsider di Arlt riuscirà a rappresentare in modo lucido, addolorato e ironico assieme, il corpo e l’anima della città.

Dirà l’autore, quasi a voler giustificare le carenze sintattiche, come se il lunfardo richiedesse una grammatica: “Sono cresciuto tra criminali e gente povera, davvero non ho avuto il tempo di studiare la lingua” e ancora, quasi a dare una motivazione e una ragione alla sua opera confesserà di scrivere per un pubblico che abbia i suoi stessi problemi: “Vale a dire come vivere felici, dentro o fuori della legge.”

 Il linguaggio spurio utilizzato da Arlt è sia una presa di posizione “politica” per il rinnovamento della letteratura, sia una reiterata denuncia dell’uomo-massa e della frattura fra l’élite e la realtà quotidiana. L’autore di padre tedesco (avrà con lui sempre una relazione  contrastata, tanto da portarlo a sedici anni ad abbandonare la famiglia per vivere nelle strade di Buenos Aires) e madre triestina, dalla quale apprenderà l’amore per le scienze occulte e l’astrologia, si colloca agli antipodi del più celebrato concittadino e pressoché coetaneo Borges, il labirintico erudito, il raffinato borghese che definirà Arlt in questo modo: “Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto.” Due autori così diversi sia dal punto di vista letterario che sociale: il conservatore contro il proletario ribelle, eppure come spesso accade due giganti che non potevano evitare di osservarsi da lontano, rispettarsi e segretamente amarsi.

Nato nel barrio di Flores, tagliato in due dall’Avenida Rivadavia, l’asse viario che attraversa tutta la capitale partendo da Plaza de Mayo, Roberto Godofredo Christophersen Arlt mostrerà ben presto la sua irrequietezza che lo porterà ad essere espulso dalla scuola elementare all’età di nove anni, fino a trovarsi durante l’adolescenza a svolgere i più disparati mestieri e frequentando la biblioteca anarchica del suo quartiere nella quale approfondirà le tematiche letterarie a lui care, prima fra tutte quelle legate alle scienze occulte che lo porteranno a una delle sue prime pubblicazioni, nel 1919 il breve saggio  Las cienciaso cultas en la ciudad de Buenos Aires.

Ma sarà grazie dall’amicizia con Ricardo Güiraldes, l’aristocratico e cosmopolita scrittore al quale dedicherà il suo primo romanzo pubblicato, Il giocattolo rabbioso pubblicato nel 1926, che Arlt sarà introdotto nel mondo delle riviste quali Proba e Don Goyo con le quali inizierà a collaborare e pubblicare.

Il periodo precedente alla pubblicazione di I Sette pazzi, il romanzo che lo ha fatto conoscere al mondo letterario, è segnato dalla sua collaborazione a El Mundo con le sue Acqueforti le cui periodiche uscite destano una crescente attesa. I Sette pazzi si  colloca in un periodo storico di crisi, quello della fine degli anni venti, in una situazione politica argentina nella quale sebbene il peronismo sia ancora lontano, al potere vi sono i radicali guidati da Yrigoyen, si respira già l’avvento delle giunte militari, infatti il governo frutto del voto popolare verrà interrotto bruscamente dal golpe militare del 1930guidato dal generale Uriburu che darà inizio a una serie di colpi di stato e governi militari che durerà fino al  1983, un evento che risuona con inquietante preveggenza nel romanzo di Arlt che è stato terminato nel 1928 e dato alle stampe nel 1929 dalla casa editrice Claridad.

Nel romanzo confluiscono varie suggestioni, non ultime quelle dei pur geograficamente lontani echi della Rivoluzione russa di circa un decennio precedente, oltre a parte della vicenda biografica dell’autore argentino come testimonia il personaggio principale, Remo Erdosain, ladro e bizzarro inventore in cerca di un riscatto, Arlt stesso cercò costantemente di arricchirsi come inventore, con singolare insuccesso, arrivando persino a brevettare delle calze rinforzate in gomma, che non furono mai commercializzate.

I Sette pazzi come I Lanciafiamme, romanzo anch’esso disponibile presso Sur, come gran parte dei suoi racconti raccolti in Scrittore fallito (Sur 2014) e Una domenica pomeriggio (Sur 2015) entrambi con traduzione di Raul Schenardi, parla di un’insoddisfazione e un disprezzo dei personaggi per la realtà che li circonda che è tale da richiedere una risposta estrema: l’uso della violenza diventa così l’unica via percorribile creando l’illusione di una chiusura e un superamento rivoluzionario tra ciò che è sognato e ciò che è oggettivamente realizzabile. Dove non arriva la rivoluzione potremmo dire che arriva la letteratura, infatti in I Sette pazzi la rivoluzione viene progettata. Certo, una rivoluzione di strampalati, di sette pazzi (il sette è un richiamo all’ordine massonico), in realtà sono molti di  più.

Remo Erdosain, un esperto di galvanoplastica è un inventore senza successo che si trova in continue difficoltà economiche e che dopo ripetuti furti presso lo zuccherificio nel quale lavora, obbligato a rubare per il salario miserevole che riceveva, si trova a dover restituire le somme per evitare di essere denunciato.

Se aveva continuato a lavorare allo zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario, immensamente straordinario, tale da imprimere una svolta insperata nella sua vita a da salvarlo alla catastrofe che si avvicinava sempre più alla sua porta.

Si rivolge così a vari personaggi di improbabile affidabilità e infine all’Astrologo, leader degli altri strampalati personaggi e pazzi del romanzo, il quale ha un progetto assai singolare di società rivoluzionaria la cui messa in atto dovrà essere finanziata grazie alla gestione di una catena di bordelli.

L’Astrologo vuol dar vita a un’organizzazione segreta al fine di costruire una società tanto utopica quanto folle alimentata da una scienza creatrice di invenzioni mirabolanti quali impianti per lavare l’oro (vero motore della nuova società), oltre a instaurare una nuova religione, “cupa ed enorme che torni a infiammare il cuore dell’umanità”, una “Nuova Chiesa sulla terra” una chiesa tenebrosa lontana dai “Cieli di Dio”, allo scopo di metter su un vero e proprio esercito e un’organizzazione capillare che possa supportare la rivoluzione, quali fabbriche di gas asfissianti, accademie di studi comparativi tra rivoluzione francese e russa e fabbriche che diffondano i bacilli della peste bubbonica e del tifo esantematico, ripristinando gli autodafé per tutti i miscredenti, insomma una società di pazzi, nella quale l’Astrologo sarà il leader, una società nella quale all’occorrenza vi potranno essere:

bolscevichi, cattolici, fascisti, atei, militaristi a seconda dei diversi gradi di iniziazione.

La cornice di questa rivoluzione sono le grandi ideologie del Novecento. I memorabili personaggi, siano essi i protagonisti principali, quali l’Astrologo del quale Remo Erdosain dirà che è “fermamente convinto che la menzogna sia alla base della felicità umana e io mi sono deciso ad assecondarlo in tutto e per tutto”, siano comprimari, come lo spregevole Ruffiano Melanconico, o l’ebreo Bromberg, Il Cercatore d’Oro, Ergueta il farmacista, sono tutti un po’ dei volenterosi carnefici e  un po’ dei santi, come tutti i pazzi; sognano di cambiare il mondo, con una sorta di ansia millenarista di tipo biblico che traspare dal loro lungo monologare, verso qualcosa che dovrà accadere, una svolta e una miglioria nei vuoti della vita, in quella “zona d’angoscia”, conseguenza della sofferenza umana, che Erdosain arriva fisicamente a localizzare a due metri di altezza sopra il livello della città.

Perché I Sette pazzi è oltre a uno scintillante e vitale artificio linguistico e stilistico anche un grande romanzo sulla solitudine e sulla felicità agognata. Dice Erdosain: “Sì è strano. Talvolta mi pare di essere sul punto di trovare in altre vite quello che manca alla mia. E a uno viene in mente che ci sono persone che hanno scoperto il segreto della felicità e che se ci raccontassero il loro segreto saremmo felici anche noi”

I Sette pazzi è  un romanzo abissale, folle, metafisico, abitato  da uomini senza Dio e inguaribili romantici, sbandati, uomini del sottosuolo, un romanzo per certi versi dostoevskiano, che richiama la condizione di fondo di Maksim Kirillov de I Demoni: “La vita è dolore e paura” in ossequio all’amore di Arlt per il genio letterario russo, i  cui echi si possono trovare proprio in Erdosain, un po’un “umiliato e offeso”, un  po’ un Raskol’nikov, un po’ il Mersault de Lo Straniero di Camus, con progetti assurdi e giganteschi destinati al fallimento fra i quali quello di un omicidio che avrebbe dovuto segnare l’auspicata nascita della setta e della rivoluzione.

La letteratura è e rimarrà menzogna. Dirà L’Astrologo:

“Vi rendete conto del potere della menzogna?” e ancora: “L’uomo che trovi la menzogna della quale le masse hanno bisogno sarà il re del mondo”, come è vero che la letteratura non farà la rivoluzione, né cambierà il mondo, come nemmeno la bellezza lo salverà, ma è altrettanto vero che la scoperta della vitalità letteraria e della forza innovatrice di autori come Roberto Arlt, con la meritata scoperta seppure postuma, Cesar Aira lo definirà “il miglior romanziere argentino”, mentre Bolaño addirittura lo paragonerà a Gesù Cristo, segnano una singolare forma di fallimento nello scarto tra realtà e oggetto letterario che diventa un misterioso e mostruoso oggetto artistico.

I personaggi di Arlt, come accade in tutti i grandi romanzieri si costituiscono, nascono, vivono e muoiono in diverse gradazioni a partire dai libri nei quali agiscono per realizzare le loro letture. Ma un libro non si può tradurre in realtà e come bene evidenziato da Loris Tassi in Variazioni sul tema della lettura (Aracne 2007), l’unica opera monografica su Arlt in lingua italiana, la lettura diventa l’origine, più o meno segreta, del fallimento di questi personaggi, non dimenticando che scrivere, falsificare, leggere è pur sempre trasformare la realtà per restituire almeno una piccola, piccolissima parte di verità.

 

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