Roberto Serrai Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-serrai/ un blog di approfondimento culturale Mon, 07 Dec 2020 09:10:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roberto Serrai Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-serrai/ 32 32 Tamarisk Row, la magia di Gerald Murnane https://minimaetmoralia.it/letteratura/tamarisk-row-la-magia-di-gerald-murnane/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tamarisk-row-la-magia-di-gerald-murnane/#respond Mon, 07 Dec 2020 09:10:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47274 Avevo lasciato Le pianure di Gerald Murnare a malincuore e ancora sotto ipnosi, dopo averne scritto all’inizio di quest’anno, e ogni volta che ripenso a quel romanzo al modo di scrivere dell’autore australiano è come se venissi rapito da una sorta di Fata Morgana. Lo stato di Vittoria, le sue pianure, diventano il miraggio che può godersi chi vive sullo Stretto di Messina, o che in maniera diversa subiamo (e amiamo) noi veneziani in certe giornate di nebbia, in cui la città compare e scompare da un istante all’altro, e sembra che si muova, ti viene incontro il campanile, l’acqua ti si solleva a tradimento tra le braccia. È una sensazione che rimanda a parole come perdita, oblio, malinconia, distacco, distanza, irreale; ma poi anche gioia, stupore, meraviglia, conforto, luminosità. Ho finito di leggere Tamarisk Row (edito da Safarà pochi giorni fa, tradotto come Le pianure da Roberto Serrai) e sono ancora avvolto, di nuovo rapito, da quella specie di ipnosi, che però dopo aver letto due romanzi di Murnane, mi permetto – con più ragionevolezza che romanticismo – di chiamare magia.

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Avevo lasciato Le pianure di Gerald Murnare a malincuore e ancora sotto ipnosi, dopo averne scritto all’inizio di quest’anno, e ogni volta che ripenso a quel romanzo al modo di scrivere dell’autore australiano è come se venissi rapito da una sorta di Fata Morgana. Lo stato di Vittoria, le sue pianure, diventano il miraggio che può godersi chi vive sullo Stretto di Messina, o che in maniera diversa subiamo (e amiamo) noi veneziani in certe giornate di nebbia, in cui la città compare e scompare da un istante all’altro, e sembra che si muova, ti viene incontro il campanile, l’acqua ti si solleva a tradimento tra le braccia. È una sensazione che rimanda a parole come perdita, oblio, malinconia, distacco, distanza, irreale; ma poi anche gioia, stupore, meraviglia, conforto, luminosità. Ho finito di leggere Tamarisk Row (edito da Safarà pochi giorni fa, tradotto come Le pianure da Roberto Serrai) e sono ancora avvolto, di nuovo rapito, da quella specie di ipnosi, che però dopo aver letto due romanzi di Murnane, mi permetto – con più ragionevolezza che romanticismo – di chiamare magia.

Sul treno serale che torna da Melbourne a Bassett Augustine si siede in un angolo di uno scompartimento di seconda classe. Sbircia dal finestrino il profilo delle rade foreste settentrionali che gli passano accanto al galoppo in branchi in competizione tra loro o in file sparse, come cavalli ancora lontani dal traguardo di una gara interminabile.

Chi ha letto Le pianure conosce un minino di biografia di Murnare, nato nel 1939 a Melbourne, vive nello stato di Victoria, nella parte occidentale, non ha mai preso un aereo, non si è quasi mai mosso da casa. Ha più di ottant’anni ed è per chi ama la letteratura una delle migliori novità che ci potessero capitare sotto forma di pagina scritta. Murnane è uno scrittore eccezionale, a mio avviso, non paragonabile a nessun altro, è surreale anche grammaticalmente, lo è nel modo di pensare. In questo senso, è molto interessante l’introduzione che ha scritto a Tamarisk Row, in cui spiega il tempo che ha impiegato prima a pensare al libro e poi a scriverlo, cercava la sua voce, ma ciò che cercava non somigliava a niente di quello che c’era – e trattandosi del suo primo romanzo – nemmeno a quello che poi sarebbe stato. «Oggi penso che non fossi capace di scrivere quello che secondo me era un romanzo convenzionale: un libro con una trama, con personaggi che meritavano di essere definiti credibili, e con numerosi brani in discorso diretto».

Tamarisk Row nasce dopo un processo creativo di una decina di anni, debutta nel 1974, Murnane all’epoca ha trentacinque anni e questo è il suo primo romanzo, ne seguiranno una decina. Safarà editore, una delle case editrici indipendenti più interessanti, per nostra fortuna continuerà la pubblicazione della sua opera. Essere candidato più volte al Nobel senza muoversi da casa è l’aspirazione massima di ogni pigro e di ogni grande scrittore, vediamo cosa accadrà dalle parti di Stoccolma nel 2021, intanto parliamo di cavalli e di biglie.

In un crepuscolo silenzioso, colorato come le parti più interne di una foresta, le persone che conoscono i segreti del bush australiano invece dei misteri della religione cattolica si godono il vero significato di una poesia.

Il protagonista del romanzo si chiama Clement Killeaton, vive a Bassett, tra la polvere, le pianure, la vegetazione, il silenzio, dell’interno australiano. Dal padre Augustine, scommettitore, allevatore ma soprattutto appassionato, eredità l’attrazione, il legame con i cavalli. Siamo nel 1947. Piccole case, fattorie, matrimoni concordati, il domino incontrastato della religione cattolica sulla comunità. Giusto e sbagliato, brav’uomo e brava donna, le luci spente presto, la cena, i ritorni a casa, le attese, le parole di conforto, le paure, le scommesse i debiti. Clement ha un mondo reale da giustificare, da comprendere, ma è un ragazzino, le domande al padre o alla madre non bastano, ciò che dicono e fanno i compagni di scuola non è abbastanza, la curiosità attrattiva verso le ragazzine è per ora un pianeta pieno di risposte che non vengono e di attesa dietro ai recinti, dietro agli alberi, sotto le gonne appena sollevate. Le ginocchia possono tutto quando non conosciamo il resto. A Clement viene incontro l’immaginario, a noi viene incontro Gerald Murnane.

[…] e il minimo spostamento in avanti o indietro dei colori che si notano di meno è solo il risultato di un lieve tremore di uno dei lunghi e delicati fili che collegano ogni uomo e ogni sagrato e ogni ippodromo a Dio.

La chiave di volta, Clement, la trova costruendo un ippodromo immaginario nel cortile di casa. Un ippodromo a regola d’arte, con i suoi spalti, le curve e i rettilinei. Quando la madre, nel timore che diventi come suo marito, gli intimerà di distruggerlo, Clement, senza farsi prendere dal panico, lo occulterà, lo sostituirà con una pista da biglie. Le biglie per la madre sono un gioco più sicuro. Le biglie però sono di vetro, a volte completamente trasparente, a volte opaco, diventano la lente attraverso la quale Murnane mostra a Clement la maniera di capire.

Così come ne Le Pianure ci perdevamo nel nulla che ci apriva su tutto, in Tamarisk Row ci abbandoniamo sugli spalti dell’ippodromo fantastico di Clement e, biglia dopo biglia, cavallo dopo cavallo, lo vediamo crescere. L’immaginazione vince sempre e siamo pronti ad affrontare insieme al cavallo di Clement la Gold Cup. Tiferemo per Tamarisk Row nelle battaglie contro i cavalli più forti, furibondi, degli acerrimi rivali di Clement. Daremo un senso a tutto quello che Murnane ci racconta e ci innamoreremo – nuovamente – del modo in cui lo fa.

Clement si domanda a che punto del suo viaggio il bambino scruti una regione delle pianure così avanti rispetto alla famiglia che laggiù perfino una grande città potrebbe sembrare soltanto un vago reticolo di strade e tetti e tuttavia essere così simile al colore di molti pomeriggi o una strada che ha conosciuto che lui sa con precisione cosa un bambino potrebbe vedere quando guarda dove viaggia una famiglia e sa pure cosa un altro bambino vedrebbe se guardasse da così lontano verso di lui.

La grammatica di Murnane è speciale, se il paesaggio e il tipo di storie che narra rimandano alla lentezza, alla pazienza, il modo e i tempi di scrittura sono frutto di un’accelerazione mentale che scuote. Le frasi sono spesso molto lunghe, ma la principale non è distinta dalle subordinate dalla punteggiatura, è separata nel flusso di scrittura di Murnane, che è rapido come un cavallo sul rettilineo finale, da un modo lessicale che va seguito e assecondato. Si entra in un vortice linguistico ma non si perde mai il filo, il modo conta quanto la storia, il modo è la storia. Murnane lo fa capire con chiarezza, la storia è più linguaggio che trama, è metafisica più che reale.

Tamarisk Row è un romanzo di mutazione e non di formazione, è la prova che ci servono l’illusione, lo sgomento, la pazienza (certamente). Ci salviamo costruendo piste favolose, ci salviamo battendo gli zoccoli sulla nostra inadeguatezza, sulla nostra inquietudine.

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L’America dell’odio a buon mercato. “Il fratello buono” di Chris Offutt https://minimaetmoralia.it/libri/lamerica-dellodio-buon-mercato-fratello-buono-chris-offutt/ https://minimaetmoralia.it/libri/lamerica-dellodio-buon-mercato-fratello-buono-chris-offutt/#respond Thu, 17 Sep 2020 05:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44123 Nel descrivere la cenere, Robert Walser identificava due aspetti, la pazienza e l’arrendevolezza, rivelatori dell’incapacità di attuare alcuna resistenza, al pari di un ricordo di cui non si dirà più nulla. L’approdo a una esistenza condotta nell’attesa e nell’insignificanza è l’esito del dramma di un uomo smarrito e accecato dal dolore della perdita, identificato da Chris Offutt ne Il fratello buono (traduzione di Roberto Serrai, minimum fax) per indagare gli esiti della violenza nel costante capovolgimento di ruoli vittima/carnefice.

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Nel descrivere la cenere, Robert Walser identificava due aspetti, la pazienza e l’arrendevolezza, rivelatori dell’incapacità di attuare alcuna resistenza, al pari di un ricordo di cui non si dirà più nulla. L’approdo a una esistenza condotta nell’attesa e nell’insignificanza è l’esito del dramma di un uomo smarrito e accecato dal dolore della perdita, identificato da Chris Offutt ne Il fratello buono (traduzione di Roberto Serrai, minimum fax) per indagare gli esiti della violenza nel costante capovolgimento di ruoli vittima/carnefice.

Originario di Lexington, Kentucky, incluso da Granta tra i venti migliori narratori delle ultime generazioni e insignito nel 1996 del Whiting Award per la narrativa e la saggistica, Offutt diventa noto al pubblico italiano per le raccolte di racconti Nelle terre di nessuno, A casa e ritorno, il romanzo Country Dark e il memoir Mio padre, il pornografo, tutti usciti per minimum fax.

A caratterizzare anche Il fratello buono come il resto della sua produzione è il tema dell’identità e la predilezione per figure di emarginati e piccoli criminali in contesti dominati da un’idea di fedeltà alla famiglia, ancor prima che al lavoro e alla terra. Come nucleo sociale primario, è il perno di ogni sua narrazione, a partire dai meccanismi costruiti sulle omissioni sino alla complessità della sua rete di rapporti, ai suoi compromessi e ai suoi vincoli.

L’inesorabilità del male, il retaggio violento di un’America raccontata dal quotidiano di piccole comunità centro-occidentali tra il Kentucky e il Montana, dominano una narrazione verticale sviluppata aderendo alla forma della memoria, tra esperimenti di rimozione e strenui tentativi di salvezza.

Sceglie un’angolazione solo in apparenza prevedibile, quella di un uomo che sino all’assassinio di suo fratello aveva trascorso una vita ordinaria. Virgil Caudill si riconosce nei boschi e nelle montagne in cui vive, prova conforto nel sentire i latrati dei cani e distinguerli, trova pace nel mettersi in ascolto dello scroscio dell’acqua. È un uomo che non ha mai realmente provato l’urgenza di lottare per una causa perché avulso dagli interrogativi di un presente accettato con le sue regole e convenzioni. La monotonia del suo quotidiano e l’indole pacata paiono far intravedere per lui un futuro scritto. La tragedia sancirà una trasfigurazione anzitutto interiore nell’esperire l’incapacità di alcun tipo di struggimento.

Amato e odiato al contempo per la sua impulsività, suo fratello Boyd appare irresistibile nella sua franchezza, ma nasconde una natura oscura. La sua presenza imponente nella narrazione è filtrata dal racconto postumo che gli altri restituiscono a Virgil che cerca così di comprenderne tardivamente aspetti inesplorati.

“I ricordi scorrevano nella sua testa lenti come un corso d’acqua sotterraneo su un letto di calcare facendosi strada attraverso crepe sottili: Boyd che chiedeva a Virgil se voleva una ciambella e poi lo prendeva per il collo e diceva: «Eccola qui, buona vero?»; Boyd che leggeva la Bibbia per quelle parti del libro di Ezechiele dove Oolibà viene condannata perché fa la prostituta dopo essere stata stuprata dagli egiziani; Boyd che gli insegnava a giocare a poker con un mazzo di carte unte”.

La scelta di fondere narrativamente la tematica pubblica a quella privata si inserisce in senso più ampio nella raffigurazione di un quadro di mancata rigenerazione, sia nell’esistenza del singolo che della collettività. Al Kentucky dei contrabbandieri di liquore, dove sentirsi a casa tra querce e aceri, pini e noci, con la percezione di sicurezza nel vivere con “le colline ai fianchi e una sola strada per arrivare a casa”, e dove “non potevano esserci sorprese” perché “tutto ti arrivava dritto in faccia”, Offutt accosta il Montana come luogo del non riconoscimento di sé, dove avvertire di essere fisicamente insignificante.

È il Montana. Più mucche e meno burro, più fiumi e meno acqua, e si può vedere più lontano eppure vedere meno cose che in qualunque altro posto.

Tra bar senza insegna con vecchi hippie, motociclisti, indiani, cowboy e reduci del Vietnam, la realtà cittadina amplificherà la sensazione di isolamento e la profonda solitudine di chi vive nella percezione di un perenne smarrimento.

Si sentiva come un uomo che avesse abbandonato la propria religione senza trovare un rimpiazzo.

Come per il rifugio del suo protagonista, il silenzio rappresenta anche per l’autore la condizione per costruire un’opera la cui prosa non ricade in enfasi critica e retorica ma si fonda sulla storia anonima della gente della sua terra, con una particolare attenzione per gli umili e gli sconfitti che a loro modo obbediscono a un codice inserito in un orizzonte violento e brutale.

La scelta di imperniare il romanzo attorno alla figura di Virgil permette all’autore di travalicare continuamente il solco tra il prima e il dopo, marcato da un peso che impone di lavare l’onta con altro sangue o di fuggire, e che determina l’impossibilità del ritorno.
Quello sguardo personale permette a Offutt di delineare un dramma privato, reso anzitutto nella personale dimensione di ricerca del silenzio come zona franca dove acquietare l’insopportabile percezione di inadeguatezza nel convivere con la perdita.

Il significato del tragico non rimane confinato nella sfera individuale, ma assume nell’opera una valenza sociale: l’esperienza di un profondo sradicamento culturale, affettivo e fisico diventa il prisma per analizzare la deriva del patriottismo. La condizione dello straniero non solo permette di evidenziare le anomalie di un arroccamento cieco, ma conduce a interrogarsi in termini nuovi su tali contraddizioni.

Tutto quello che so è che avete uno strano modo di essere liberi. Non pagate le tasse e non avete la patente. Coop non crede nell’ora legale, e poi non credete nella scuola.

Lo sguardo esterno che si posa su una piccola comunità del Montana in fondo esula persino dai luoghi prescelti perché racchiude in senso più ampio una riflessione sul retaggio della violenza in relazione all’acuirsi delle disuguaglianze sociali, alla strumentalizzazione di valori e ideali di libertà al fine di giustificare la negazione delle istituzioni e la rivendicazione di un uso incontrollato delle armi. In tale immaginario distruttivo la violenza appare necessaria non solo per contenerne altra, ma per prevederla, fomentando odio razziale e costruendo pericoli da cui guardarsi.

Si domandò perché le persone si unissero solo per combattere, invece che per proteggersi. Era vero anche nel Kentucky. Niente avvicinava una famiglia più di una minaccia a uno dei suoi membri, fino ai cugini di secondo o terzo grado.

La storia dell’America contemporanea trova in queste pagine una interpretazione feroce, ardente e grottesca. Non esistono eroi positivi nelle narrazioni di Offutt perché la raffigurazione del bene e del male non ricade su rigide distinzioni ma evidenzia, attraverso le storie che si intrecciano a quella principale, la fragilità e la vulnerabilità dell’individuo, la miseria umana tra efferatezze e inaspettati slanci di compassione.

Le contraddizioni insite nel riconoscimento della democrazia a fronte di un rifiuto delle istituzioni, delle sue leggi e delle forze che dovrebbero guidare la collettività rivelano una anomala concezione della giustizia, resa nel tratteggio sapiente dell’ironia come strumento per dare forma all’abisso tra ideali e realtà.

Un’inchiesta americana in chiave narrativa che pone al centro la miseria, la diffidenza ottusa e cinica delle piccole comunità elette come protagoniste, volti che delineano nei gesti del quotidiano la componente tragicomica di contesti in cui non sembra esistere un riscatto, una concreta via di salvezza in un orizzonte privo di prospettive di cambiamento. Sono le loro voci a rivelare indirettamente al lettore i pericoli di un livellamento del pensiero generato da tentativi di fomentare odio che attecchiscono per l’incapacità di liberarsi dal pregiudizio.

Ad assegnare profonda originalità alla narrazione la scelta di non ridurla a una trama che contiene una valenza di denuncia sociale e politica, ma di aprirsi a una ricerca estetica nel compiere continue immersioni e emersioni nelle oscurità della psiche – “Ogni molecola del suo corpo era in guerra con sé stessa” –, con un dialogo continuo, e a tratti predominante, con gli elementi naturali.

I temi che permeano il romanzo – la perdita, l’abbandono, la solitudine, l’alienazione, lo sradicamento, il significato della colpa e la condanna inflitta dalla vendetta nel convivere col dopo – trovano un efficace controcampo narrativo nel continuo ricorso ambientale reso attraverso correlazioni, metafore e immagini.

Non si tratta tuttavia di una mera rappresentazione paesaggistica, ma di una ricerca inesausta sulla condizione umana resa nel continuo rimescolamento di piani rispetto al mondo animale, a una natura ostile e ai suoi meccanismi di dominio. Basta osservare assieme al protagonista un albero di carrubo nell’istante in cui le sue spine trattengono gli insetti poi mangiati dagli uccelli. La vista di uno di quegli uccelli, poi infilzato a causa di un forte temporale e presto divorato da un procione, porta a chiedersi quale animale avrebbe invece sbranato l’uomo che fosse rimasto inchiodato a quelle spine: “la risposta gli arrivò con forza: sarebbe stato un altro uomo”.

La scrittura squarcia un passato dai toni cupi e lucenti per sovrapporlo a un presente reso a partire dai colori di paesaggi dalla parvenza rassicurante ma di cui sembra impossibile sentirsi parte. Per lo studio formale, la cura estrema riservata alla parola, il profilo linguistico e le sfumature sottotraccia, la prosa esatta rivela accenti poetici e slanci descrittivi che rendono rarefatti i confini tra fisico e metafisico.

Il cielo era spesso privo di nubi. Forse era ovvio che fosse rimasto lì. C’era meno bisogno di riempire il vuoto che aveva dentro, quando era circondato da una quantità equivalente di spazio libero.

Offutt intesse un lungo e inesorabile addio attraverso la condizione vissuta da chi è preda di un lutto ancor più doloroso rispetto alla perdita di un fratello, perché è quello per la propria fine. Sonda i più profondi recessi del dramma negli esiti che conducono all’amara consapevolezza di non avere un passato e di vivere un presente senza identità: “C’era solo un ineludibile adesso”.

Un compito dell’abbandono destinato a rimanere insoluto in un tempo dominato dalla colpa, dal rimorso e da un vuoto di cui è tardi per sbarazzarsi.

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Nelle pianure di Gerald Murnane https://minimaetmoralia.it/recensioni/nelle-pianure-gerald-murnane/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/nelle-pianure-gerald-murnane/#comments Thu, 09 Jan 2020 06:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42031 Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

“Vent’anni or sono, quando vidi le pianure per la prima volta, lo feci con gli occhi bene aperti. Cercavo, in quel paesaggio, qualcosa che sembrasse accennare a un significato complesso, oltre le apparenze.”

Tutto quello che abbiamo visto guardando dal finestrino di un treno; la distesa – una volta d’erba, l’altra di grano – senza fine. Lo sguardo a perdita d’occhio, l’orizzonte basso, sempre più basso. Una serie infinita di parcheggi vuoti, la campagna interrotta ogni tanto dalle case, un trattore, l’insegna di un centro commerciale piazzata in mezzo al nulla. Non una collina, non una montagna. Qualche volta un fiume, stelle basse che si posano tra gli alberi, la nebbia che sale fino a confonderci, a fondere ogni cosa, a prendere parte anch’essa allo spettacolo unico che offre la pianura.

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Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

“Vent’anni or sono, quando vidi le pianure per la prima volta, lo feci con gli occhi bene aperti. Cercavo, in quel paesaggio, qualcosa che sembrasse accennare a un significato complesso, oltre le apparenze.”

Tutto quello che abbiamo visto guardando dal finestrino di un treno; la distesa – una volta d’erba, l’altra di grano – senza fine. Lo sguardo a perdita d’occhio, l’orizzonte basso, sempre più basso. Una serie infinita di parcheggi vuoti, la campagna interrotta ogni tanto dalle case, un trattore, l’insegna di un centro commerciale piazzata in mezzo al nulla. Non una collina, non una montagna. Qualche volta un fiume, stelle basse che si posano tra gli alberi, la nebbia che sale fino a confonderci, a fondere ogni cosa, a prendere parte anch’essa allo spettacolo unico che offre la pianura. Uno show costruito dal nulla su un piano, quasi mai inclinato, una piccola ondulazione ogni tanto, una persona ogni tanto, più pensata che vista sul serio.

Di colpo una fabbrica, una centrale elettrica, un altro binario, un’autostrada che corre nel mezzo. Un albero sopravvissuto a chissà quali intemperie. Tutto quello che abbiamo guardato è la somma di inverni e primavere passate su distese infinite. Se pensiamo alla pianura pensiamo a qualcosa che abbiamo soltanto immaginato. La vera pianura non esiste, sta soltanto nel cuore delle persone, è di certo uno stato mentale, ma è molto di più: quando l’occhio può andare libero per molti chilometri non può far altro che costruire immagine dopo immagine, silenzio dopo silenzio, un nuovo paesaggio fatto di possibilità, dove il visibile e l’invisibile si sovrappongono, e ci smarriscono e ci confortano.

Il paesaggio possibile può essere la pianura padana, una distesa infinita di fiori viola da un’altra parte, la parte interna dell’Australia, il luogo, lo stato mentale nel quale ci porta quello scrittore straordinario che è Gerald Murnane. Il romanzo si intitola Le pianure (traduzione di Roberto Serrai, Safarà editore, 2019) ed è un gioiello letterario, un libro che porta via e che fa sì che la noia e la felicità si tengano per mano, come l’invisibile  e il visibile.

I membri del gruppo insistevano che a commuoverli, più delle grandi praterie e dei cieli immensi, era il lieve strato di foschia dove la terra e il cielo si univano, nel punto estremo dell’orizzonte.

Murnane è nato nel 1939 a Melbourne, non ha mai preso un aereo, ha viaggiato quasi per niente, è uno scrittore geniale, confortante e stimolante; è stato più volte candidato al Nobel. Noi cominciamo a leggerlo in questi mesi, la nostra fortuna è che Safarà – piccola casa editrice che sorprende sempre di più per capacità di visione – pubblicherà cinque tra le sue opere più importanti. Murnane ha un dono, riesce a tenere un passo da prosa pura senza scordare il sapore, il profumo della poesia.

Da più parti per Le pianure si è scritto di poema in prosa. Di sicuro Murnane si muove benissimo in una terra di mezzo fatta di una serrata sequenza di immagini e parole; questo è anche un libro fotografico, cinematografico, un libro dove i pensieri suonano, gli odori fanno rumore. Un libro dove ciò che si vede da una finestra è anche quello che la stessa finestra nasconde. La pianura australiana è anche uno specchio, la prosa di Murnane ne coglie il riflesso.

Qualcuno direbbe che si tratta di un libro dove accade nulla, invece accade tutto, perché nello spazio che non esiste ancora tutto può succedere. Gerald Murnane coglie ciò che non avremmo mai creduto di poter sapere, pare incredibile che fino a oggi quasi tutti noi non lo conoscessimo, ma è anche bello, vuol dire che possiamo aspettarci – ogni tanto – che da qualche parte salti fuori uno scrittore meraviglioso di cui nessuno ci ha mai parlato, che nessuno ci ha mai tradotto.

A un certo punto, tra l’ondeggiare dell’erba delle loro tenute, o nelle stanze meno frequentate delle loro case dalla planimetria irregolare, avevano appreso la vera storia della loro vita, e scoperto quali uomini avrebbero potuto essere.

La storia è questa. Un giovane regista arriva nel territorio delle pianure australiane con l’idea di girare un film che sia in grado di coglierne il mistero, fermarne l’essenza prima dei titoli di coda. In un grande albergo arrivano i latifondisti, il cui comitato ascolta le proposte, bevendo, commentando, quasi sempre tacendo. Ecco, nelle pianure si parla poco, perché tutto si tiene e tutto si dice nei silenzi, capaci di portare il sentire della gente che in quelle terre vive fino al mare. Nelle pianure ci sono poeti, scrittori, c’è una letteratura piana e regolare, una trama ordita alle radici del linguaggio. Il regista presenta il progetto al comitato, quelle pagine sono un capolavoro a sé stante per capacità evocativa, riflessiva; un esempio di come la prosa ci possa ogni tanto sollevare. Uno dei latifondisti lo accoglie nella sua tenuta, dove potrà restare tutto il tempo necessario alla realizzazione del film, girare dentro la proprietà, consultare i volumi della ricchissima biblioteca. Le pianure però portano via.

So che una figura lontana, tutta in bianco, all’ombra di una casa immensa al culmine di un pomeriggio, può dare un significato a cento miglia d’erba. Io però voglio leggere quelle poesie inedite che, di sicuro, sono state scritte in stanze che si affacciano a sud. Voglio leggere quei poeti che sapevano che i loro desideri potevano condurli fuori anche dalla terra più ampia.

Il giovane gira nella biblioteca come se fosse un labirinto, di libro in libro di scaffale in scaffale. Poi passeggia ogni giorno intorno alla casa, osserva, prende appunti. Guarda la figlia del latifondista che dovrebbe essere la protagonista della scena finale del film. La donna appartiene alle pianure e si confonde come il resto e confonde il regista. Presto si convincerà che il racconto delle pianure possa passare solo attraverso le riprese di un’esperienza straniante. Si può fare, però, un film la cui pellicola mostri contemporaneamente ciò che sta là fuori, laggiù, e ciò che sta all’interno della mente, che ci galoppa nel cuore? Una domanda come molte altre che questo capolavoro solleva. Le risposte non arrivano, sono già via, sono in fondo alle pianure, solo che il fondo non c’è.

Seduto in mezzo a quegli uomini al crepuscolo, capisco che il loro silenzio afferma che il mondo è un’altra cosa rispetto a un paesaggio.

Gerald Murnane è ipnotico, come nota Ben Lerner nella bellissima introduzione, è capace di scivolare nella stessa frase da un linguaggio quasi tecnico a un’immagine fortemente poetica. Tutto si tiene nelle pianure, tutto ci tiene e ci salva nella lingua di Gerald Murnane.

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Chris Offutt e la ricerca del padre https://minimaetmoralia.it/letteratura/chris-offutt-la-ricerca-del-padre/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/chris-offutt-la-ricerca-del-padre/#respond Mon, 08 Apr 2019 05:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39981 Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l'inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

Per quanto godesse di una certa popolarità nel mondo sotterraneo della narrativa di genere, tuttavia, difficilmente avremmo conosciuto le sue imprese, non fosse per una particolare circostanza: il primogenito di Andrew, Chris, è diventato a sua volta uno scrittore, un apprezzato autore di racconti. Un militante, lui sì, della letteratura delle buone riviste e dei premi più illustri. E così, alla morte del padre – nel 2013, in seguito a una cirrosi epatica dovuta all’eccessivo consumo di alcol, per tutta la vita – Chris Offutt capisce che è il momento di fare i conti con una figura per cui la definizione di «ingombrante» sarebbe riduttiva. Lo fa alla maniera di uno scrittore dal talento brillante, di scuola carveriana ma con un tocco riconoscibile – meno spietato di Carver; una narrazione, la sua, più rallentata, diluita – nel memoir Mio padre, il pornografo (296 pagine, 18 euro), uscito per minimum fax nella traduzione di Roberto Serrai.

A partire dall’enorme archivio lasciatogli in eredità, Chris Offutt si trasforma lentamente in un filologo dell’opera del padre, un compito che svolge con rigore («All’inizio pensavo di essere una specie di archivista, ma quando l’ambito del mio lavoro si allargò, diventai un vero e proprio burocrate del porno»), mosso da compassione e vecchi nodi irrisolti, che hanno su di lui implicazioni inevitabili. Dagli scatoloni invasi dalla polvere e stracolmi di appunti, romanzi e disegni, affiorano versioni di Andy che per Chris non sono affatto semplici da gestire.

In controluce, Offutt può rileggere la storia di quell’uomo e della sua famiglia, instaurando una dialettica messa giù in un modo schietto, senza contorcersi, per così dire, sul lettino dello psicanalista («A un certo punto ho capito che stavo cercando qualcosa, ma non sapevo che cosa. Più cercavo, più scoprivo somiglianze tra mio padre e me, un risultato che mi lasciava sgomento»); piuttosto raccontando una storia, la storia di suo padre, meravigliando – o sconcertando – noi lettori esattamente nello stesso momento in cui accade a lui.

È il figlio a raccontare che Andy, a trentasei anni, con un lavoro ben avviato e una famiglia da mantenere, decide di mollare l’impiego da assicuratore per diventare uno scrittore professionista. La casa, un’abitazione isolata nel ventre della provincia, circondata dai boschi, diventa il suo studio, ed è lì, rinchiudendosi in se stesso, che produce una quantità sterminata di opere, allontanandosi di pari passo dai suoi doveri di padre e marito. Di romanzi, Andy ne scrisse a decine, affinando man mano una tecnica di scrittura da autentico stacanovista («A Ford servivano sei ore e una squadra di operai per assemblare una Model T. Da solo, papà riusciva a scrivere un libro in tre giorni»), intrattenendo rapporti epistolari con i suoi lettori, una comunità di fan che trovavano nelle torbide storie di Andy Offutt – o meglio, di uno dei diciassette pseudonimi che utilizzava – la rappresentazione di fantasie ora soltanto sconce, ora inconfessabili.

Mio padre, il pornografo, è un contenitore ricco, da scoprire pagina dopo pagina, proprio come gli scatoloni di Andy. È anche il racconto di quell’America undergound della narrativa di genere e delle convention di fan; e un manuale di scrittura, volendo. È accusa e tenerezza. Come quando Chris Offutt scrive, di suo padre, questo: «Il senso che papà aveva di sé era enorme, ma fragile: sembrava fatto di carta e bambù, come un aquilone. Un filo molto esile lo legava a terra, e la minima brezza poteva farlo volare via».

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Ritratto di George Best, artista del calcio https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/#comments Fri, 11 Dec 2015 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29338 George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un'eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l'ha combattuta sul campo con l'agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L'imperativo del suo Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all'oltraggio della morte. S'erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

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Sport, Football, pic: circa 1968, Manchester United's George Best scoring against Sheffield Wednesday (Photo by Bob Thomas/Getty Images)

(fonte immagine)

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un’eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l’ha combattuta sul campo con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L’imperativo del Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all’oltraggio della morte. S’erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

«Quando si entra in questo gioco ci si resta per tutta la vita. La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio», ripeteva Sir Busby. Genio e sregolatezza? Un talento incompiuto? Best ha donato quel che poteva, come sapeva. Ha lasciato, a modo suo, il mondo un posto migliore, come gli ha scritto qualcuno in un biglietto d’addio.

In Best sembra di scorgere quello stato d’animo, la nostalgia, che lotta con la creatività. La velocità è anche fragilità. Appena quindicenne impiegò poche ore per reimbarcarsi sul mostro di ferro, l’Ulster Prince, che da Belfast l’aveva traghettato al destino di una vita, lo United. «Voglio tornare a casa». Non era questione d’alterigia, bensì un radicato senso di inadeguatezza. Lo capirono, come l’aveva capito Bob Bishop, dal 1960 osservatore capo della squadra britannica in Irlanda.

Il vescovo si accorgeva delle potenzialità dei ragazzini provenienti dai quartieri più disagiati di Belfast, che senza di lui il mare non l’avevano visto mai. Centosessanta centimetri di altezza per 47 chilogrammi come avrebbero potuto esprimere quel che Bishop aveva intravisto? Hugh “Bud” McFarlane, dal privilegiato punto d’osservazione della panchina del Cregagh, si sbracciava: «Lasciate perdere com’è e concentratevi su quello che fa». Stravedeva per Best, non glielo nascondeva. Come nelle migliori tradizioni venne scartato a causa della taglia al provino dal Glentoran. Il padre, Dickie Best, operaio ai cantieri navali non andava al campetto per paura di metterlo in soggezione. Ann, promessa dell’hockey poi operaia nelle fabbriche di sigarette e gelati, preparava il brodo col dado e gli spicchi d’arancia per lo spuntino dell’intervallo delle partite. La sola al mondo che sapeva qualcosa del cuore sproporzionato di George, della sua genuinità. Ann lo idolatrava, astemia fino ai quarantaquattro anni, anche lei sprofondò nell’alcolismo.

Nell’esistenza di Best la ricerca della fuga è una costante, quanto l’esigenza d’inventare. Mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò a quel mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile, indispensabile, la purezza della sua idea di calcio, che l’ossessionò fino al crollo nell’alcol. Best non dimenticava la classe operaia, dalla quale era emerso, ma lui era gli anni Sessanta, un’altra storia. La generazione postbellica. Best era ancora senza la pervasività della televisione. Era un movimento non ripetibile, non frazionabile. Potevi intuirlo solo nel tempo dello stadio, nello scatto di una fotografia, nello spazio che alimentano le parole. Nelle geometrie, nei dribbling, nelle accelerazioni, nei colpi di tacco, nei tiri dalla distanza e nei passaggi al volo di Best ribellione e originalità producevano innovazione, oltre lo status quo delle certezze maturate nel decennio precedente.

Per Best il calcio spiegato a un bambino era l’accuratezza nei passaggi, guardare il compagno libero; la corsa senza palla così importante nel calcio moderno, leggere gli spazi per buttarvisi dentro; infine il dribbling: «Il contatto con la palla è fondamentale, sentirla vicina, far dialogare entrambi i piedi». A tal proposito c’è una bellissima serie a fumetti, George Best on the Ball, in cui il campione risponde alle domande dell’età della scoperta del gioco.

Rudolf Nureyev avvicinò Best in un ristorante londinese e gli chiese un autografo, aggiungendo: «Lei è un artista». Condividevano fascino, talento, l’arte che evita lo sguardo della malattia. Ma soprattutto la dote ineludibile per un corpo in movimento artistico: l’equilibrio. Nel 1947 Dickie Best scattò in Donard Street una foto al figlio di quindici mesi di bianco vestito. Ciò che rende grande un giocatore è l’equilibrio. La testa di George è proprio dove dovrebbe essere, sopra la palla, la guarda. Il corpo è posizionato in modo perfetto, vicino al marciapiede la palla sotto controllo del sublime ambidestro che diventerà. Pare stesse caricando un tiro senza scomporsi.

Nella biografia George Best, l’immortale (66thand2nd, 493 pagine, 25 euro, traduzione a cura di Francesca Benocci e Roberto Serrai) Duncan Hamilton ha ragione quando scrive che la fotografia più bella ritrae il fuoriclasse voltato di spalle. Il numero sette bianco illumina la schiena, la maglia cade larga sui pantaloncini, ha i calzettoni abbassati. Nonostante la guardia feroce e i lividi provocati dai difensori raramente indossava i parastinchi. Il coraggio non gli faceva difetto. Come a dire: quando hai un talento non permettere a nessuno di privartene. In quel braccio destro alzato al cielo c’era la dolente timidezza di Best. L’esultanza non era mai eccessiva.

In quella fotografia aveva appena segnato al Benfica di Eusebio, nella Wembley vestita a festa per la finale di Coppa dei campioni, di cui s’era innamorato, quando i pantaloncini li indossava a Burren Way, sul cemento di Belfast. Aveva atteso i tempi supplementari per essere Best. Correva l’anno 1968 e Sir Matt Busby cercava giustizia. Dieci anni prima, il 6 febbraio 1958, nell’incidente tragico di Monaco era morto un po’ anche lui. Voleva la Coppa dei campioni che s’era fermata in semifinale. L’allora undicenne Best lesse sulle colonne del Belfast Telegraph: «Celebre squadra di calcio colpita da un disastro, l’aereo del Manchester United precipita in fiamme, i sopravvissuti in condizioni critiche lottano per la vita».

Ecco, Busby aveva puntato sul ragazzino per rimediare al dolore, per onorare la generazione dei Busby Babes cancellata dopo una notte promettente a Belgrado. A Monaco erano morti sette calciatori non le necessità della disciplina. A Busby gravemente ferito impartirono due volte l’estrema unzione. Ricostruire è stato il verbo del tecnico, figlio di emigranti lituani, che nel 1945 ripartì dall’Old Trafford bombardato e 15mila sterline di scoperto in banca per conquistare sette anni dopo il primo scudetto. Il tris d’assi Law-Charlton-Best non bastava. Per vincere nel calcio è necessario anche un portiere affidabile. Nell’estate del 1966 dal Chelsea per 55mila sterline era arrivato Alex Stepney. Da quel momento Best ebbe la certezza che nessuno sarebbe riuscito a fermarli.

Per quella finale Best prefigurò una tripletta personale. In realtà non incise fino al miracolo su Eusebio, col quale Stepney salvò lo United dalla capitolazione. In semifinale a Madrid ci aveva pensato il 36enne (7 gol in 566 partite) Bill Foulkes, su assistenza di Best, a risollevare la truppa a un passo dal baratro. Best si scosse. Rilancio di Stepney, deviazione di testa di Kidd e la palla è nei piedi del numero 7. Percorre i venticinque metri che lo separano dalla porta. Scarta Cruz. José Henrique si butta a sinistra, lui va a destra. Appoggia la palla in rete col sinistro. Il Manchester è stato il primo club d’oltre Manica a vincere la Coppa Campioni. A maggio di quell’anno dorato era stato nominato giocatore dell’anno. Best era un Maggio millenovecentosessantotto. A dicembre gli assegnarono il Pallone d’oro. A ventidue anni era già salito sul tetto del mondo. Poteva solo scenderne. Negli undici anni (1963-’74) trascorsi ai Red Devils ha disputato 470 partite, segnato 181 gol, ma di Wembley ce n’è stata solo una. Che cos’è poi la fama? A lungo, invano, ha ricercato la risposta. «George, quando le cose hanno cominciato ad andare male?» Gli ha chiesto un cameriere in una stanza d’albergo lussuriosa. La morte restituisce forse una misura delle grandezze.

C’è chi sottolinea criticamente che l’affetto, le forme di idolatria, per Best siano tanto rumore per poco. In fondo la sua stella ha incantato veramente solo per tre anni. Forse giova non scordare che poi il Manchester ha impiegato trent’anni per conquistare la seconda Coppa dei campioni.

Bobby Charlton, quando Best era ormai vicino alla morte, ricoverato in terapia intensiva, andò a trovarlo. Dopo il ’69 fra i due s’era rotto qualcosa. La fusione tra vecchia e nuova generazione allo United, come nella società, non funzionava più. L’eredità di Busby troppo pesante. Serviva il coraggio di una piena rottura generazionale, la piena espressione di nuove energie, che non avvenne. Già alla fine della stagione 1971-72, stufo del pessimo livello della squadra, Best vacillò all’idea di andarsene per avere la possibilità di vincere ancora qualcosa. Charlton si congedò dal club con tutti gli onori, mentre Best salutò l’Old Trafford, il teatro dei sogni, in piena solitudine. Nel 1974 Best appese al classico chiodo nello spogliatoio un paio di scarpini. Li aveva lasciati lì per ricordare a tutti la sua assenza. Charlton sussurrò al capezzale del compagno di squadra, all’amico, che la sua morte, quell’autodistruzione, era una vera stronzata.

Nessuno sa identificare il momento preciso in cui, dopo una sconfitta rimediata sul campo, Best iniziò a cercare sollievo nella bottiglia, però era certo che beveva a causa del calcio. Forse il 1970 rappresentò lo spartiacque. «La felicità e l’equilibrio di Best si fondavano sui risultati e lui aveva dato per scontato che allo United i successi sarebbero arrivati senza soluzione di continuità. Voleva anche che il pubblico lasciasse lo stadio parlando esclusivamente di qualcosa che lui, soltanto lui era in grado di fare. “Penserei di deludere il pubblico se non dessi spettacolo, sarei amareggiato con me stesso”», afferma il biografo. George Best will not be playing today, c’era scritto in uno striscione preparato dal Bournemouth. Non volevano truffare i propri tifosi, che affollavano gli spalti solo per gli ultimi lampi dell’immortale.

Il luminare Roger Williams, che curò a lungo Best, ha scritto in un biglietto alla famiglia: «In qualunque paese mi recassi mi ponevano sempre la stessa domanda: “Come sta George?” Dopo il trapianto del fegato ci sono state buone giornate, ma le tentazioni della vita l’hanno sopraffatto ancora. Si dice che i dottori non dovrebbero varcare il limite del coinvolgimento personale con il paziente. Non era semplice con George Best. “Hi prof”. “Hi George”. Cominciavamo così».

Fino a oggi Best è un calciatore senza epigoni. Le sue qualità tecniche non saranno mai dimenticate, ha scritto nel 2010 Edson Arantes do Nascimento. Pelé lo definì footbal-artist. A Best piaceva raccontare che di idolo, dal quale traeva ispirazione, ne aveva solo uno, Alfredo Di Stéfano. Ammirava la Saeta Rubia per la sua visione di gioco totale: «Riusciva a fare tutto ed essere dappertutto». I due, allevati dalla scuola chiamata strada, condividevano pure la solitudine di non aver mai preso parte alla fase finale di un Mondiale.

Alla Federcalcio argentina, quanto a Perón, non piacevano le rivendicazioni salariali per la categoria di Di Stéfano. Best intaccherà quei rapporti di forza. Nel 1963, da ultimo arrivato in prima squadra, guadagnava diciassette sterline a settimana. Quattro anni più tardi il reddito salì a cinquemila, perché aveva acquistato il potere contrattuale della pubblicità dei grandi marchi. Nel biennio 1967-’69 la retribuzione da calciatore non superava le 140 sterline settimanali. «George poteva vendere una scala a chiocciola a chi abitava in un monolocale», Ken Stanley sintetizzò così le potenzialità commerciali del gioiello che aveva intuito. Hamilton ricostruisce con pagine interessanti il ruolo e l’ascesa della figura, poi dilagante, del procuratore.

Per il Manchester, dopo il trionfo del ’68, Best anelava l’emulazione dell’epopea madridista delle cinque Coppa dei campioni (1955-’60). Busby come nel Real di Puskás voleva creare un modello, una “comprensione totale” tra i suoi giocatori. A Madrid pensarono a Best per compensare l’immaginario collettivo orfano della coppia Di Stéfano-Puskás. Poi esplose Johan Cruijff. Il calcio totale se l’erano preso gli olandesi. Best ne soffriva, pativa i numeri dell’altro talento. Non accettava di essere subordinato a Cruijff, che gli somigliava pure. Al Madame Tussauds decisero di sostituire la statua di Best con quella del nuovo Pallone d’oro. «Per un giocatore come George, lo stile dell’Ajax era una manna dal cielo. Avrebbe dovuto giocare per noi. Si sarebbe inserito alla perfezione», ammiccò Cruijff. Best è Manchester, è lo United. «La nostra storia gloriosa l’hanno fatta persone col carisma di Best. Ha arricchito le vite di chiunque l’abbia visto giocare», ha riconosciuto Charlton. George era la fantasia. Allora diede appuntamento a Cruijff qualche anno più tardi. Era il 1976, il mese d’ottobre. L’Irlanda del Nord opposta all’Olanda aspirava alla qualificazione al Mondiale. Il talento di Best resisteva ancora alla dissipazione. Danny Blanchflower lo convocò a distanza di tre anni dall’ultima volta e lui accettò senza esitazioni. Lo aveva preannunciato a Bill Elliot, cronista del Daily Express. Dopo cinque minuti dal fischio d’inizio Best si avvicina a Cruijff, doppia finta e gli fa passare la palla in mezzo alle gambe. Poi gli corre intorno, lo salta roteando il pugno destro in aria come nella notte perfetta di Wembley.

Best sognava un’Irlanda unita, liberata dall’odio settario. Unita sarebbe stata una Nazionale competitiva. In tredici anni indossò trentasette volte quella maglia, segnando nove reti. Numeri tutt’altro che esaltanti, ma quanto era elegante e luminoso con quel verde smeraldo addosso. Il 21 ottobre 1967 non se lo scorda nessuno. A Windsor Park architettò con una prestazione abbagliante la sconfitta della Scozia. Best tenne la palla solo per lui. Il controllo della palla era connaturato: nessuno gli ha insegnato come si gioca. Suo l’assist, un cross dopo una splendida triangolazione, per il gol vittoria di Clements. Unbelievable, unplayable, uncatchable, lo definì Sir Alex Ferguson. I titoli d’apertura se l’erano presi i Troubles: Barricades in the streets as shooting war breaks out in Belfast. Subito sotto sul Sunday News strideva una foto felice della famiglia Best al completo. Tutti festeggiarono il pareggio, due a due, ispirato dal ragazzino che aveva ali e una sete troppo grande per preservarsi.

Raccontano che a fine gara Best si sia sottratto all’eccitazione generale. Farfugliò a stento qualche parola, mentre il terzino sinistro Gemmell lo paragonò al vento, impossibile da catturare. Non funzionava neanche prenderlo a calci.

Best era dipendente dal sesso come dall’alcol. Chissà se divertendosi smodatamente non abbia anche amato un po’. Le folli sessioni alcoliche, le scopate, non hanno colmato quello che chiamava il “vuoto terribile”, la depressione. Georgie, il quinto Beatle, gli occhi azzurri, i soldi, il senso dell’umorismo: irresistibile. Narrava di essere andato a letto con almeno sette Miss Mondo. In realtà furono due, ma cosa importa. Cambiava versione di volta in volta, ed era divertente starlo a sentire, perché i migliori lasciano in eredità storie da tramandare. Conscio della propria benedizione, maledizione, in una pubblicità della Stylo invitava a mettersi nelle sue scarpe.

La prima superstar del calcio moderno da Manchester alle albe di Marbella, il re del gossip: «Beh, so quello che penseranno i tifosi. Quando me ne sarò andato dimenticheranno tutta la spazzatura e ricorderanno il calcio, semplice com’è. Fino a quando si ricorderanno del calcio e anche una sola persona mi considererà il migliore giocatore al mondo, avrò compiuto la mia impresa». Dennis Law disse di averlo scambiato per un cantante pop, che si apprestava a esibirsi sul palco. Poi però scattava, faceva i tackle ed era quel qualcosa che non si può insegnare o capire, ma solo godere.

In questa vicenda spicca una persona apparentemente laterale. Best la chiamava la signora F. Mary Fullaway veniva da una generazione di edoardiani della classe operaia. Giovane vedova, madre di due figli, lavoratrice instancabile, accudì in Aycliffe Avenue, grazie alla fiducia di Busby, un terzo figlio speciale pieno di insicurezze. Divenne una casa lontano da casa, perché aveva capito Best, ma soprattutto gli voleva bene. Il 14 settembre 1963 la signora Fullaway, Dickie e Ann Best seppero dalla radio che era giunto il tempo della scoperta, il gran giorno del ragazzino. Alla vigilia dello scontro al vertice tra Manchester e West Bromwich Albion all’Old Trafford s’era infortunato Moir, una distorsione al ginocchio. Busby ruppe gli indugi, scrisse Best sul foglio di carta intestata dello United. Era nell’undici titolare. La radio gracchiò che l’allenatore aveva compiuto un grande passo, convocando un ragazzo di Belfast, un ragazzo di nome George Best. La maglia numero 7 sulla stampella chiedeva di essere indossata.

Dieci anni fa sfilarono migliaia di persone a Belfast per il congedo. Una fotografia aerea del corteo funebre ha la pretesa di raccogliere l’amore che c’è. Anche nei corridoi delle prigioni di Robben Island, ricorda Desmond Tutu, nell’ora d’aria del sabato pomeriggio, i resistenti all’apartheid invocavano quel nome, George Best, che teneva su il morale, aspettando avidamente notizie sui risultati calcistici del weekend. Oggi ne cantano le gesta nel Teatro dei Sogni e nei pub. Sir Busby preferiva evocarne il genio. Sosteneva che non bisognava provare ad allenarlo. Il ragazzo è speciale come uno spirito nel cielo.

 

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