
Avevo lasciato Le pianure di Gerald Murnare a malincuore e ancora sotto ipnosi, dopo averne scritto all’inizio di quest’anno, e ogni volta che ripenso a quel romanzo al modo di scrivere dell’autore australiano è come se venissi rapito da una sorta di Fata Morgana. Lo stato di Vittoria, le sue pianure, diventano il miraggio che può godersi chi vive sullo Stretto di Messina, o che in maniera diversa subiamo (e amiamo) noi veneziani in certe giornate di nebbia, in cui la città compare e scompare da un istante all’altro, e sembra che si muova, ti viene incontro il campanile, l’acqua ti si solleva a tradimento tra le braccia. È una sensazione che rimanda a parole come perdita, oblio, malinconia, distacco, distanza, irreale; ma poi anche gioia, stupore, meraviglia, conforto, luminosità. Ho finito di leggere Tamarisk Row (edito da Safarà pochi giorni fa, tradotto come Le pianure da Roberto Serrai) e sono ancora avvolto, di nuovo rapito, da quella specie di ipnosi, che però dopo aver letto due romanzi di Murnane, mi permetto – con più ragionevolezza che romanticismo – di chiamare magia.
Sul treno serale che torna da Melbourne a Bassett Augustine si siede in un angolo di uno scompartimento di seconda classe. Sbircia dal finestrino il profilo delle rade foreste settentrionali che gli passano accanto al galoppo in branchi in competizione tra loro o in file sparse, come cavalli ancora lontani dal traguardo di una gara interminabile.
Chi ha letto Le pianure conosce un minino di biografia di Murnare, nato nel 1939 a Melbourne, vive nello stato di Victoria, nella parte occidentale, non ha mai preso un aereo, non si è quasi mai mosso da casa. Ha più di ottant’anni ed è per chi ama la letteratura una delle migliori novità che ci potessero capitare sotto forma di pagina scritta. Murnane è uno scrittore eccezionale, a mio avviso, non paragonabile a nessun altro, è surreale anche grammaticalmente, lo è nel modo di pensare. In questo senso, è molto interessante l’introduzione che ha scritto a Tamarisk Row, in cui spiega il tempo che ha impiegato prima a pensare al libro e poi a scriverlo, cercava la sua voce, ma ciò che cercava non somigliava a niente di quello che c’era – e trattandosi del suo primo romanzo – nemmeno a quello che poi sarebbe stato. «Oggi penso che non fossi capace di scrivere quello che secondo me era un romanzo convenzionale: un libro con una trama, con personaggi che meritavano di essere definiti credibili, e con numerosi brani in discorso diretto».
Tamarisk Row nasce dopo un processo creativo di una decina di anni, debutta nel 1974, Murnane all’epoca ha trentacinque anni e questo è il suo primo romanzo, ne seguiranno una decina. Safarà editore, una delle case editrici indipendenti più interessanti, per nostra fortuna continuerà la pubblicazione della sua opera. Essere candidato più volte al Nobel senza muoversi da casa è l’aspirazione massima di ogni pigro e di ogni grande scrittore, vediamo cosa accadrà dalle parti di Stoccolma nel 2021, intanto parliamo di cavalli e di biglie.
In un crepuscolo silenzioso, colorato come le parti più interne di una foresta, le persone che conoscono i segreti del bush australiano invece dei misteri della religione cattolica si godono il vero significato di una poesia.
Il protagonista del romanzo si chiama Clement Killeaton, vive a Bassett, tra la polvere, le pianure, la vegetazione, il silenzio, dell’interno australiano. Dal padre Augustine, scommettitore, allevatore ma soprattutto appassionato, eredità l’attrazione, il legame con i cavalli. Siamo nel 1947. Piccole case, fattorie, matrimoni concordati, il domino incontrastato della religione cattolica sulla comunità. Giusto e sbagliato, brav’uomo e brava donna, le luci spente presto, la cena, i ritorni a casa, le attese, le parole di conforto, le paure, le scommesse i debiti. Clement ha un mondo reale da giustificare, da comprendere, ma è un ragazzino, le domande al padre o alla madre non bastano, ciò che dicono e fanno i compagni di scuola non è abbastanza, la curiosità attrattiva verso le ragazzine è per ora un pianeta pieno di risposte che non vengono e di attesa dietro ai recinti, dietro agli alberi, sotto le gonne appena sollevate. Le ginocchia possono tutto quando non conosciamo il resto. A Clement viene incontro l’immaginario, a noi viene incontro Gerald Murnane.
[…] e il minimo spostamento in avanti o indietro dei colori che si notano di meno è solo il risultato di un lieve tremore di uno dei lunghi e delicati fili che collegano ogni uomo e ogni sagrato e ogni ippodromo a Dio.
La chiave di volta, Clement, la trova costruendo un ippodromo immaginario nel cortile di casa. Un ippodromo a regola d’arte, con i suoi spalti, le curve e i rettilinei. Quando la madre, nel timore che diventi come suo marito, gli intimerà di distruggerlo, Clement, senza farsi prendere dal panico, lo occulterà, lo sostituirà con una pista da biglie. Le biglie per la madre sono un gioco più sicuro. Le biglie però sono di vetro, a volte completamente trasparente, a volte opaco, diventano la lente attraverso la quale Murnane mostra a Clement la maniera di capire.
Così come ne Le Pianure ci perdevamo nel nulla che ci apriva su tutto, in Tamarisk Row ci abbandoniamo sugli spalti dell’ippodromo fantastico di Clement e, biglia dopo biglia, cavallo dopo cavallo, lo vediamo crescere. L’immaginazione vince sempre e siamo pronti ad affrontare insieme al cavallo di Clement la Gold Cup. Tiferemo per Tamarisk Row nelle battaglie contro i cavalli più forti, furibondi, degli acerrimi rivali di Clement. Daremo un senso a tutto quello che Murnane ci racconta e ci innamoreremo – nuovamente – del modo in cui lo fa.
Clement si domanda a che punto del suo viaggio il bambino scruti una regione delle pianure così avanti rispetto alla famiglia che laggiù perfino una grande città potrebbe sembrare soltanto un vago reticolo di strade e tetti e tuttavia essere così simile al colore di molti pomeriggi o una strada che ha conosciuto che lui sa con precisione cosa un bambino potrebbe vedere quando guarda dove viaggia una famiglia e sa pure cosa un altro bambino vedrebbe se guardasse da così lontano verso di lui.
La grammatica di Murnane è speciale, se il paesaggio e il tipo di storie che narra rimandano alla lentezza, alla pazienza, il modo e i tempi di scrittura sono frutto di un’accelerazione mentale che scuote. Le frasi sono spesso molto lunghe, ma la principale non è distinta dalle subordinate dalla punteggiatura, è separata nel flusso di scrittura di Murnane, che è rapido come un cavallo sul rettilineo finale, da un modo lessicale che va seguito e assecondato. Si entra in un vortice linguistico ma non si perde mai il filo, il modo conta quanto la storia, il modo è la storia. Murnane lo fa capire con chiarezza, la storia è più linguaggio che trama, è metafisica più che reale.
Tamarisk Row è un romanzo di mutazione e non di formazione, è la prova che ci servono l’illusione, lo sgomento, la pazienza (certamente). Ci salviamo costruendo piste favolose, ci salviamo battendo gli zoccoli sulla nostra inadeguatezza, sulla nostra inquietudine.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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