Sandro Bondi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-bondi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Feb 2016 23:20:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sandro Bondi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-bondi/ 32 32 E la statua del Bernini vola da Roma ad Agrigento per la sagra del mandorlo in fiore https://minimaetmoralia.it/arte/da-roma-ad-agrigento-bernini/ https://minimaetmoralia.it/arte/da-roma-ad-agrigento-bernini/#comments Thu, 11 Feb 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29908 Questo articolo è uscito su Repubblica.

Quando vedremo la Vocazione di Matteo di Caravaggio esposta alla sagra del tartufo di San Miniato? E la Pietà di Palestrina di Michelangelo spedita a quella della Sardella, a Trieste? Non deve mancar molto, perché tra dieci giorni un Bernini monumentale sarà prestato alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Quando vedremo la Vocazione di Matteo di Caravaggio esposta alla sagra del tartufo di San Miniato? E la Pietà di Palestrina di Michelangelo spedita a quella della Sardella, a Trieste? Non deve mancar molto, perché tra dieci giorni un Bernini monumentale sarà prestato alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

Andiamo con ordine. Gian Lorenzo Bernini, il padre del Barocco europeo«prossimo ormai alla morte, e in età decrepita di ottant’anni, volle illustrar sua vita con un’opera che felice è quell’uomo che termina con essa i suoi giorni. Questa fu l’immagine del nostro Salvadore, in mezza figura ma più grande del naturale, colla man destra alquanto sollevata, come in atto di benedire. In essa compendiò e restrinse tutta la sua arte». Morendo, Gian Lorenzo donò l’opera alla regina Cristina di Svezia, che la espose con tutti gli onori nel suo palazzo in Via della Lungara (l’attuale Palazzo Corsini, sede dell’Accademia dei Lincei), e poi la lasciò in testamento al papa, Innocenzo XI Odescalchi.

Alla metà del Settecento si perdono le tracce del Salvator mundi: fino al 1972, quandolo si identifica in un marmo del Chrysler Museum di Norfolk, in Virginia. Nel 2001 se ne scopre un’altra versione in San Sebastiano fuori le Mura a Roma, sulla Via Appia: quella che pressoché tutti gli studiosi di Bernini riconoscono oggi come l’originale tanto celebrato dalle fonti. E anche chi (come il sottoscritto) non è d’accordo, la ritiene comunque un’opera di eccezionale importanza storica.

Ora, una scultura di questo rilievo e di questa straordinaria fragilità (è un marmo, alto 103 centimetri, pieno di delicatissime creste e di sottili corpi aggettanti, come le dita) dovrebbe muoversi il meno possibile, e solo in casi di eccezionale spessore culturale: per esempio una mostra che riunisse gran parte dei marmi del Bernini tardo, e la potesse dunque affiancare all’esemplare di Norfolk per un giudizio risolutivo. Insomma, qualcosa di un po’ diverso dalla – mirabile, per carità – Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

Ma com’è possibile che stia per succedere una simile enormità?

È possibile perché – per un assurdo strascico della convulsa nazionalizzazione del patrimonio ecclesiastico avvenuta all’indomani dell’Unità d’Italia – moltissime tra le nostre più importanti chiese, tra le quali anche San Sebastiano, non appartengono al Ministero per i Beni Culturali, ma al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, che non è guidato da uno storico dell’arte, ma da un prefetto.

Bene, direte voi, ma perché mai un serio e severo funzionario dello Stato dovrebbe prestare un delicatissimo marmo berniniano ad una sagra paesana? Facile: dov’è la sagra? Ad Agrigento. E qual è la città, e quale il collegio elettorale, del capo del prefetto, cioè del Ministro dell’Interno, Angelino Alfano? Ovvio: Agrigento.

E non è una deduzione. Durante una sua visita in patria del giugno scorso, Alfano annunciò: «come responsabile del Fondo Edifici di Culto, ho lavorato, nei giorni scorsi, insieme al prefetto per realizzare una importante esposizione di una o più opere provenienti dalle chiese che sono sotto la governance del ministero dell’Interno. Probabilmente si realizzerà a luglio, dovrebbe arrivare qui un Bernini».

Si ricordano pochi precedenti: l’esposizione del David bronzeo di Donatello alla Fiera campionaria delle qualità italiane di Milano, nell’aprile del 2009; o quella del (però farlocco) crocifisso di Michelangelo comprato da Sandro Bondi, che il senatore forzista Antonio D’Alì riuscì a far volare a Trapani, per il memorabile evento Fulget crucis mysterium.

Ma qui il responsabile del Fec e il politico agrigentino si confondono in un’unica figura di signorotto da antico regime, uno che smista i Bernini come se fossero casse di mandorle. Così, se qualcuno si chiedeva cosa succederà al nostro patrimonio culturale dopo che sarà attuata la Legge Madia e i soprintendenti obbediranno ai prefetti, ora ha una risposta concreta: tutti i nostri capolavori potranno esser messi al servizio della bassa cucina elettorale del politico di turno.

C’è, tuttavia, una speranza che il meccanismo si inceppi. Nonostante che il sito della Sagra annunci gioioso che «dal 20 febbraio sarà possibile ammirare nella chiesa di Santo Spirito il Salvator Mundi… dello scultore più corteggiato della storia», agli uffici del Ministero per i Beni culturali non risulta ancora pervenuta la richiesta di autorizzare il prestito, necessaria per legge. Conteranno di più le ragioni della tutela e del buon senso,o le promesse di Angelino Alfano alla Sagra del Mandorlo in Fiore?

 

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La sagra paesana del David https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sagra-paesana-del-david/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sagra-paesana-del-david/#comments Thu, 23 Jul 2015 12:04:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27904 Questo articolo è uscito ieri su Repubblica - Firenze.

(fonte immagine)

Se questa città – o questa Regione – avessero un assessore alla cultura, il primo provvedimento da assumere sarebbe una moratoria del David.

La monocultura del Gigante è la quintessenza della monocultura del Rinascimento che mangia il futuro di questa città. Non c’è soluzione di continuità tra l’infimo merchandising (dai grembiuli da cucina per casalinghi disperati alle mitiche cartoline col pisello marmoreo) e la scadente politica culturale che strumentalizza un capolavoro del più terribile e impervio maestro della nostra storia dell’arte: che, se tornasse in vita, maledirebbe tutti coloro che gli infliggono – per usare le sue parole – questo danno e questa vergogna.

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Questo articolo è uscito ieri su Repubblica – Firenze.

(fonte immagine)

Se questa città – o questa Regione – avessero un assessore alla cultura, il primo provvedimento da assumere sarebbe una moratoria del David.

La monocultura del Gigante è la quintessenza della monocultura del Rinascimento che mangia il futuro di questa città. Non c’è soluzione di continuità tra l’infimo merchandising (dai grembiuli da cucina per casalinghi disperati alle mitiche cartoline col pisello marmoreo) e la scadente politica culturale che strumentalizza un capolavoro del più terribile e impervio maestro della nostra storia dell’arte: che, se tornasse in vita, maledirebbe tutti coloro che gli infliggono – per usare le sue parole – questo danno e questa vergogna.

Basterebbe la cronaca di questi ultimi anni: dal leghismo culturale di Matteo Renzi che gridava «il David ai fiorentini!» agitando inconsistenti carte bollate storiche per strappare qualche soldo al Mibact di Bondi (riuscendoci, peraltro: in un embrione di Nazareno del patrimonio culturale), alla copia in vetroresina che sfilò tra sbandieratori e venditori di salumi per essere issata su un castello di tubi appollaiato sullo sprone del Duomo, alle immancabili cene vip ai piedi del colosso.

Ora siamo al presidente del Consiglio regionale che firma una mostra michelangiolesca come curatore (e meno male che non si diletta di chirurgia), al sindaco scalpellino (rivisitazione in sedicesimo del Presidente operaio?), al penoso David tatuato, all’annunciato arrocco delle copie in piazza della Signoria: una vera ossessione, senza fine.

L’arte contemporanea dovrebbe offrire un’alternativa radicale a questa perpetua “sagra paesana di Michelangelo”. E invece cosa fa ciò che resta del Museo Pecci? Corre in soccorso del David, proponendo di invitare tutti i mostri (sacri e non) dell’arte d’oggi a confrontarsi con Lui. Lasciamo perdere il pessimo gusto di annunciare una cosa del genere mentre si fanno gli orali da cui scaturirà il prossimo direttore dell’Accademia (a questo punto si deve sperare sia un marziano), e lasciamo perdere anche la sproporzione grottesca tra il Gigante e i nani: è la formula in sé ad essere ormai usuratissima (qualcuno ricorda la “memorabile” mostra su Michelangelo e Pollock?), tanto da far pensare alla caricatura dell’arredatore che propone il «contrasto tra antico e moderno».

Tra la tribuna del David e lo sfascio eterno di Sant’Orsola ci sono solo tre isolati: contare i passi che separano il marketing ossessivo del passato dalla possibile progettazione del futuro vuol dire misurare la distanza che separa Vanna Marchi da Giorgio La Pira. Si tratta di scegliere.

 

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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Disinformazione ad arte https://minimaetmoralia.it/arte/disinformazione-ad-arte/ https://minimaetmoralia.it/arte/disinformazione-ad-arte/#comments Thu, 09 Aug 2012 10:21:22 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8585 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, uscito sul blog del «Fatto Quotidiano», sulla disinformazione nel mondo dell'arte.

di Tomaso Montanari

In fatto di arte figurativa, la stampa italiana è un monumento alla disinformazione.

Notevole, per esempio, l’articolo di Silvia Ronchey sulla «Stampa» del 22 maggio scorso. Secondo la nota bizantinista, la battaglia civile e intellettuale contro l’acquisto pubblico del famigerato Cristo seriale ligneo di primo Cinquecento madornalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti sarebbe figlia della maniacale polemica coltivata da Luciano Canfora contro il papiro di Artemidoro pubblicato da Claudio Gallazzi, Baerbel Kramer e Salvatore Settis.

In realtà le due vicende sono l’una il contrario dell’altra: nel caso del Michelangelo gli unici sostenitori dell’attribuzione sono quelli che l’hanno studiato per l’antiquario e/o che l’hanno comprato per lo Stato. Nel caso del papiro, tolti gli studiosi legati in qualche modo ai contendenti, si registrano più di sessanta interventi in sede scientifica dei quali solo uno nega l’autenticità del manufatto.

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, uscito sul blog del «Fatto Quotidiano», sulla disinformazione nel mondo dell’arte.

di Tomaso Montanari

In fatto di arte figurativa, la stampa italiana è un monumento alla disinformazione.

Notevole, per esempio, l’articolo di Silvia Ronchey sulla «Stampa» del 22 maggio scorso. Secondo la nota bizantinista, la battaglia civile e intellettuale contro l’acquisto pubblico del famigerato Cristo seriale ligneo di primo Cinquecento madornalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti sarebbe figlia della maniacale polemica coltivata da Luciano Canfora contro il papiro di Artemidoro pubblicato da Claudio Gallazzi, Baerbel Kramer e Salvatore Settis.

In realtà le due vicende sono l’una il contrario dell’altra: nel caso del Michelangelo gli unici sostenitori dell’attribuzione sono quelli che l’hanno studiato per l’antiquario e/o che l’hanno comprato per lo Stato. Nel caso del papiro, tolti gli studiosi legati in qualche modo ai contendenti, si registrano più di sessanta interventi in sede scientifica dei quali solo uno nega l’autenticità del manufatto.

Comunque la si pensi, del resto, anche il significato politico e culturale delle vicende dovrebbe apparire imparagonabile. Il papiro è stato comprato dalla privata Compagnia di San Paolo, il Crocifisso rifilato allo Stato da Sandro Bondi, ministro di un governo Berlusconi che organizzò una inaudita campagna di propaganda e diseducazione dai toni sanfedisti. Ed è stata questa campagna politica (ovviamente assente nel caso del papiro) a provocare la battaglia di opinione che oggi vede alla sbarra della Corte dei Conti i funzionari che hanno acquistato il finto Michelangelo.

Ma anche su questo epilogo clamoroso si spreca la disinformazione, non sempre colposa.

Sia nel numero di maggio che in quello di giugno, per esempio, il «Giornale dell’arte» di Umberto Allemandi ammonisce i giudici contabili che stanno decidendo se accogliere o meno le richieste di condanna avanzate dalla procura.

A maggio la redazione scriveva che «è veramente raro che un giudice si assuma la responsabilità impegnativa e difficoltosa di valutare un’opera sovrapponendosi al giudizio di qualificati esperti d’arte». Una vignetta di Leo Ríos diceva poi senza mezzi termini: «dicono [chi? i giudici?] che vale poco perché non è firmato. Ma non hanno gli occhi per guardare?».

Nel numero di giugno, un pezzo di Federico Castelli Gattinara torna sull’argomento con gli stessi toni. Ripropina un fantomatico parere attribuito, senza uno straccio di prova, al defunto Federico Zeri (guarda caso dal «Giornale dell’arte» di qualche tempo fa!), definisce il responsabile internazionale per la scultura di Christie’s «funzionario privo di specifiche competenze» commerciali sulle sculture, dimentica i due libri pubblicati sulla questione (uno è mio) e, soprattutto, continua ad accreditare l’idea che i giudici contabili debbano esprimersi sull’attribuzione a Michelangelo, che sarebbe ingiudicabile in quanto non basata su documenti, ma «sull’occhio». Un tale cumulo di macerie intellettuali e disinformazione che nemmeno su «Chi» di Signorini (con rispetto parlando).

Come invece si evince dalla lettura dell’atto di citazione, la Corte dei Conti, non si picca affatto di stabilire con una sentenza se il pezzo sia davvero di Michelangelo, ma accusa l’attuale sottosegretario Roberto Cecchi di aver omesso «indagini sulla storia e provenienza del bene e omesso di acquisire un più ampio riscontro critico sull’attribuibilità dell’opera la cui necessità era stata indicata anche nel decreto di vincolo, nonché omesso di motivare in punto di economicità dell’acquisto e il corretto impiego delle risorse del bilancio ministeriale»; la soprintendente di Firenze Cristina Acidini di aver «abdicato alla propria posizione di garanzia circa la correttezza dell’acquisto ministeriale», e i quattro storici dell’arte del comitato ministeriale di non aver «avviato il confronto tra gli studiosi».

Il problema, cioè, non è il merito, ma il metodo: i funzionari dello Stato hanno speso i soldi pubblici nel rispetto della legge, della scienza e della coscienza o li hanno giocati alla roulette? Questo è il punto: ma ai lettori del «Giornale dell’Arte» non è concesso saperlo.

E perché mai il rotocalco di Umberto Allemandi pratica questa sistematica disinformazione? Chissà se il fatto che il libro che lanciò il finto Michelangelo nel 2004 (un catalogo antiquariale travestito da pubblicazione scientifica terza e istituzionale) fu pubblicato da Umberto Allemandi c’entra qualcosa.

Chissà.

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