
Questo articolo è uscito ieri su Repubblica – Firenze.
Se questa città – o questa Regione – avessero un assessore alla cultura, il primo provvedimento da assumere sarebbe una moratoria del David.
La monocultura del Gigante è la quintessenza della monocultura del Rinascimento che mangia il futuro di questa città. Non c’è soluzione di continuità tra l’infimo merchandising (dai grembiuli da cucina per casalinghi disperati alle mitiche cartoline col pisello marmoreo) e la scadente politica culturale che strumentalizza un capolavoro del più terribile e impervio maestro della nostra storia dell’arte: che, se tornasse in vita, maledirebbe tutti coloro che gli infliggono – per usare le sue parole – questo danno e questa vergogna.
Basterebbe la cronaca di questi ultimi anni: dal leghismo culturale di Matteo Renzi che gridava «il David ai fiorentini!» agitando inconsistenti carte bollate storiche per strappare qualche soldo al Mibact di Bondi (riuscendoci, peraltro: in un embrione di Nazareno del patrimonio culturale), alla copia in vetroresina che sfilò tra sbandieratori e venditori di salumi per essere issata su un castello di tubi appollaiato sullo sprone del Duomo, alle immancabili cene vip ai piedi del colosso.
Ora siamo al presidente del Consiglio regionale che firma una mostra michelangiolesca come curatore (e meno male che non si diletta di chirurgia), al sindaco scalpellino (rivisitazione in sedicesimo del Presidente operaio?), al penoso David tatuato, all’annunciato arrocco delle copie in piazza della Signoria: una vera ossessione, senza fine.
L’arte contemporanea dovrebbe offrire un’alternativa radicale a questa perpetua “sagra paesana di Michelangelo”. E invece cosa fa ciò che resta del Museo Pecci? Corre in soccorso del David, proponendo di invitare tutti i mostri (sacri e non) dell’arte d’oggi a confrontarsi con Lui. Lasciamo perdere il pessimo gusto di annunciare una cosa del genere mentre si fanno gli orali da cui scaturirà il prossimo direttore dell’Accademia (a questo punto si deve sperare sia un marziano), e lasciamo perdere anche la sproporzione grottesca tra il Gigante e i nani: è la formula in sé ad essere ormai usuratissima (qualcuno ricorda la “memorabile” mostra su Michelangelo e Pollock?), tanto da far pensare alla caricatura dell’arredatore che propone il «contrasto tra antico e moderno».
Tra la tribuna del David e lo sfascio eterno di Sant’Orsola ci sono solo tre isolati: contare i passi che separano il marketing ossessivo del passato dalla possibile progettazione del futuro vuol dire misurare la distanza che separa Vanna Marchi da Giorgio La Pira. Si tratta di scegliere.
Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).

Caro Montanari,
tutto quel che dice è vero e corretto, ma non c’è nulla da fare. E’ finita. Dalla morte di B. Berenson è finita.
Inutile aprire una discussione nel web o dal vivo sull’arte, mercato dell’arte, cultura etc etc. Lei conosce bene la realtà visibile e quella dietro le quinte. Comprendo lo sconforto, ma è finita. Ci saranno molti altri a dirle che quello che dice è vero e tra questi, la maggior parte son gli stessi che contribuiscono, o hanno contribuito, a questo scempio inneggiando alla “libertà” ed alla “bellezza soggettiva”. Tra qualche anno non se ne accorgerà più nessuno, già adesso le poche voci sono solo grida nel deserto della pixelsfera senza nessun redentore in arrivo. L’infantilismo della creazione genera Ubu, e “non si sarà distrutto niente fino a quando non si saranno distrutte anche le rovine” ricorda ? Solo che non c’è più tempo per le rovine (Augè docet) una trovata patageniale di quest’epoca digitale, solo distruzione dunque, di tutto.