Sara Mesa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sara-mesa/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Nov 2025 09:26:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sara Mesa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sara-mesa/ 32 32 Storia di uno straniamento. “Il concorso” di Sara Mesa https://minimaetmoralia.it/libri/storia-di-uno-straniamento-il-concorso-di-sara-mesa/ https://minimaetmoralia.it/libri/storia-di-uno-straniamento-il-concorso-di-sara-mesa/#respond Wed, 19 Nov 2025 09:26:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56458 La scrivania la piazzarono in mezzo al nulla, in un punto di passaggio senza finestre. Chiunque abbia lavorato anche solo per un’ora per la pubblica amministrazione, non può non avvertire il vuoto, il senso pieno di inutilità, percepire il nulla come se fosse un sentimento. Non può evitare di avvertire queste sensazioni ogni volta che […]

L'articolo Storia di uno straniamento. “Il concorso” di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
La scrivania la piazzarono in mezzo al nulla, in un punto di passaggio senza finestre.

Chiunque abbia lavorato anche solo per un’ora per la pubblica amministrazione, non può non avvertire il vuoto, il senso pieno di inutilità, percepire il nulla come se fosse un sentimento. Non può evitare di avvertire queste sensazioni ogni volta che pensa a quegli strani (anche se a volte bellissimi) e tetri e polverosi palazzi, con uffici nascosti in lunghi corridoi, sottratti alla vista degli utenti da rampe di scale che si palesano in mezzo al nulla, da porte che danno su altre porte che danno su niente. E in mezzo a questi lunghi corridoi, a volte, scrivanie, con una sedia colma di assenza, dove avrebbe dovuto esserci un usciere, qualcuno a cui chiedere un’informazione. Non può far altro che vedersi di schiena sfilare davanti a una serie di sportelli, di impiegati a capo chino. E poi ridiventare uno di quegli impiegati a capo chino, con la testa rivolta a una pila di carte, a volte ingiallite lungo i bordi. Carte appoggiate su un tavolo, un tavolo piazzato in mezzo al nulla. La donna o l’uomo chini sulle carte, sul vuoto. Un vuoto costante, che si alimenta giorno dopo giorno, un vuoto statico e che contemporaneamente s’agita come mosso da un vento di polvere. Il vuoto che regge Il concorso, il nuovo bellissimo romanzo di Sara Mesa (La nuova frontiera, 2025, traduzione di Elisa Tramontin).

Mi sedetti nell’ultima fila, studiai le schiene dei presenti. Quali erano gli intrusi, quali no? Alcuni avevano dei taccuini di carta, altri dei tablet. Siccome il pubblico impiego tendeva a essere antiquato – io stessa, senza andare troppo lontano, mi ero presentata con il mio quaderno a spirale -, mi sembrò un valido elemento di identificazione.

Il vuoto, la tensione, le difficoltà nei rapporti personali, la ricerca di sé, l’esigenza di trovare un posto nel mondo – all’interno delle convenzioni e, contemporaneamente, al di fuori da queste -, di scappare dalla realtà così come, tentare, dunque, di ridisegnarla, dandole a volte una carezza, altre un pugno, una testata. Il desiderio di nascondersi; questi sono gli elementi che ricorrono nei libri – sempre stupendi e interessanti e tutti editi in Italia da La nuova frontiera– della scrittrice spagnola Sara Mesa. In Un amore la protagonista, una traduttrice, si sposta per un periodo in campagna (da chi, da cosa fugge? Cosa cerca?), lì scoprirà che l’amore non è una cosa soltanto, scoprirà cosa vuol dire essere osservata, additata, scoprirà una solitudine diversa da quella che conosceva e che il conforto può nascere dallo scambio, una sorta di negozio giuridico sentimentale.

In La famiglia, il nucleo all’apparenza sereno, unito, è disastrato, fatto a brandelli da incomprensioni, cose taciute, non dette, tradimenti molto più che sentimentali. In questo nuovo romanzo è un libro burocratico, tentacolare e sentimentale. Sara Villalba la protagonista, inizia a lavorare per la pubblica amministrazione e subito avverte la sensazione di vuoto, oppressiva, di inutilità, di vaghezza. Trovare un posto di lavoro e – allo stesso tempo – venire risucchiati, sparire dal mondo, come se ci togliessero il colore. Sara è là, non sa nemmeno perché, non si riconosce particolari meriti o abilità. Spera, però, che quello possa essere il punto dal quale far partire la vita adulta. Ed ecco, il filo sotteso, più forte della trama stessa, che lega questo agli altri romanzi, un’agitazione semisommersa che muove la protagonista e il contesto. I rapporti che via via Sara intrattiene con qualche collega fanno parte della routine, delle cose che capitano oggi e che capiteranno uguali domani e dopodomani. Per molto tempo la protagonista risulterà l’elemento di disturbo di quella routine, ogni sua richiesta – dalla più semplice in su – che ha a che fare con il lavoro resta inascoltata, cade nel silenzio, in quel vuoto appunto.

A volte ricordavo i miei reclami inventati e allora, solo allora, venivo colta dall’agitazione, un turbamento che non arrivava a essere veramente paura, ma solo lo scomodo pensiero che mi avrebbero scoperto e poi chissà. Tuttavia, chi se ne sarebbe potuto accorgere?

È un romanzo su come tutti quanti prima o poi ci sentiamo precari, non accettati. Una storia sul fallimento, fallimento, in misura e ambienti diversi, ben presente nei due romanzi precedenti di Sara Mesa. In più, qua troviamo la noia, la noia così forte che non è subito avvertita, capita, è il correlativo oggettivo di quel vuoto, simile a quella raccontata da David Foster Wallace ne Il re pallido (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) quando descrive le giornate di lavoro in ufficio dell’Agenzia delle entrate. E Foster Wallace ci aveva lavorato sul serio, e Sara Mesa ha lavorato per la pubblica amministrazione sul serio.

Sara Mesa è bravissima a inquietarci sempre un poco, a farci avvertite il peso delle cose, e a lasciarci intravedere qua e là un modo diverso per farla franca (anche solo per qualche istante). Accettazione e rivoluzione in piccoli gesti, minuscoli cambiamenti. Mesa anche qui lavora sul linguaggio, su come inevitabilmente si lasciano indietro pezzi di sé come una matita temperata per bene, inutilmente, giorno dopo giorno. Eppure, la matita è lì, sopravvive, va avanti. Il concorso è una storia sullo straniamento e sulle piccole vie di fuga per provare a orientarsi, Mesa ne indica – tra le altre – attraverso la protagonista un paio, la poesia, un’ossessione.

L'articolo Storia di uno straniamento. “Il concorso” di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/storia-di-uno-straniamento-il-concorso-di-sara-mesa/feed/ 0
Raccontare lo straniamento. “Un amore” di Sara Mesa https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-sara-mesa/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-sara-mesa/#respond Thu, 25 Nov 2021 13:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49605 È uscito per La nuova frontiera, l’ultimo libro di Sara Mesa (classe 1976) nell’impeccabile traduzione di Elisa Tramontin, Un amore, riconosciuto da El Cultural, El País e La Vanguardia come il miglior romanzo spagnolo dell’anno. La storia attraversa un frammento di vita di Natalia. “Ha aperto un tubetto di dentifricio nuovo quando è arrivata a […]

L'articolo Raccontare lo straniamento. “Un amore” di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
È uscito per La nuova frontiera, l’ultimo libro di Sara Mesa (classe 1976) nell’impeccabile traduzione di Elisa Tramontin, Un amore, riconosciuto da El Cultural, El País e La Vanguardia come il miglior romanzo spagnolo dell’anno. La storia attraversa un frammento di vita di Natalia. “Ha aperto un tubetto di dentifricio nuovo quando è arrivata a La Escapa, un tubetto che ha usato due o tre volte al giorno e, ciononostante, non l’ha ancora finito, ne rimane circa un terzo. È incredibile, si dice: smuoversi dentro completamente, scuotersi, voltarsi e rivoltarsi ancora, in meno di quanto si impiega a consumare 125 millilitri di dentifricio.” Non è chiaro perché la donna si sia trasferita a La Escapa, un  piccolo villaggio (immaginario), un agglomerato di case su cui legifera l’ombra del monte Gordo, “un monte basso di arbusti e cespugli che sembra disegnato a carboncino sul cielo nudo”.

Di lei sappiamo solo che viene da una grande città e che fa la traduttrice. Fugge senz’altro da qualcosa. Il suo primo interlocutore è il padrone di casa, un uomo rude, invadente e sbrigativo, che le propone assieme all’appartamento, di prendersi cura di un cane: un bastardo di mezza taglia. La casa è malmessa e piena di cose da sistemare, il cane è schivo, distante, difficile instaurare un rapporto con lui. La casa, l’animale – che avrebbero potuto farla sentire a suo agio, si rivelano subito ostici, difficili da gestire. Quel cane diffidente e guardingo, è il primo segnale di uno scricchiolio: gli abitanti di La Escapa, dopo una veloce parvenza di convivialità, pian piano cominciano a diventare figure difficili da inquadrare, sfuggenti e indecifrabili, proprio come Fiele: così la ragazza ha chiamato il bastardino.

L’unico con il quale Nat sembra riuscire a instaurare un’amicizia è Píter, detto l’hippie, il quale però, la critica per essersi fatta carico di quel randagio, aggressivo, non vaccinato, rabbioso: può cercare lui un cane più adatto, se lei lo desidera. Invece di rifiutare come vorrebbe, la donna si trincera dietro un silenzio assenso, pieno di pensieri contradditori. Stesso meccanismo che l’attraversa quando ha a che fare con il padrone di casa, sempre più invasivo, allusivo, sopra le righe: la ragazza non riesce ad arginarlo in alcuno modo.

Cerca solo di esimersi il più possibile dai loro incontri, radi e mirati solo al pagamento dell’affitto. Si profila piano piano, tra le righe, una protagonista passiva, incapace di opporsi o semplicemente farsi valere, molto soggetta al maschile, che passa il più del suo tempo a cercare di tradurre non solo le pagine che le vengono affidate, ma anche l’altro: “All’inizio Nat aveva pensato che sarebbe stato un vantaggio per la traduzione, ma comincia a rivelarsi l’opposto, una difficoltà. Ora si vede obbligata a verificare se la comparsa di ogni parola inattesa o ambigua si debba a un errore dovuto alla scarsa dimestichezza con la lingua o se sia un effetto voluto dopo un’intensa riflessione”.

Le parole come le persone e le loro intenzioni, sembrano nascondere sempre un doppio senso, proprio come Andreas, il tedesco che bussa alla porta di Nat e le propone uno strano baratto: aggiusterà le tegole del suo tetto da cui piove a catinelle se in cambio lei, lo farà entrare “un poco dentro di lei”. Aggiunge che è tanto tempo che non sta con una donna e non ha voglia di andare con una prostituta. Il tedesco non vuole un rapporto intimo tanto meno privato, chiede solo di entrare un’po’ dentro di lei.

La proposta suona inammissibile alle orecchie di Nat, che scandalizzata rifiuta, ma poi: “Una riflessione fugace le attraversa la mente, talmente rapida che non le dà il tempo di afferrarla e comprenderla. Qualcosa sugli scambi primordiali. Il baratto come rapporto sociale basilare. Perché no, si dice. C’è qualcosa di bello. Qualcosa di essenziale e umano”. È così che ha inizio una storia che la trascina dentro un amore che sembra assumere desinenze sconosciute. Incontro dopo incontro, sensazione dopo sensazione, Andreas si trasforma in un ignoto ingestibile, lontano dalla prima stridente immagine di un uomo che baratta una penetrazione per la manovalanza.

Nat in principio si abbandona a quegli incontri poiché convinta che il tedesco non potrebbe promettere altro: lo vede come un bifolco, immagina una distanza sociale incolmabile, un’educazione sentimentale profondamente dissimile e dunque cede a quegli amplessi senza parole. Mentre il sesso fiorisce tra i due, una relazione vera e propria non si instaura.

Ma le cose cambiano. L’uomo, la persona, il corpo di Andreas vengono illuminati nella vicinanza da una luce che getta soprattutto ombre, Nat si innamora e quando comincia a supporre che il tedesco non sia poi così diverso da lei, invece di lasciarsi andare viene travolta in una spirale di dubbi e incertezze che la scaraventano in un abisso di sospetti, solitudine e paura. L’altro sembra impossibile da decodificare, il linguaggio non è più un terreno di scambio, piuttosto una forma di esclusione e terrore, fino a ingigantirsi all’inverosimile e portare Nat al centro di una colpa che grava su di lei, da parte di tutta la comunità.

L’incapacità della ragazza di ribellarsi ai soprusi o semplicemente desiderare una serie di attenzioni, viene scandagliata magistralmente da Mesa in una manciata di pagine nelle quali racconta che Nat è stata abusata da piccola. Da un amico dei genitori: un uomo buono, gentile, che sembra aver destato un solo effetto su di lei, quello di raffreddare la sua sessualità. La donna si trova a riflettere e a pensare che se quell’uomo l’ha congelata, Andreas diversamente l’ha liberata, scatenando un desiderio profondo e vivissimo.

Mesa riesce in poche righe a spiegare il punto di vista di Nat, una vittima eternamente colpevolizzata, incapace di instaurare un rapporto lucido con il reale e soprattutto con il maschile. “Il malessere della felicità è un’idea che le ronza ora con insistenza: un tipo di felicità che contiene in sé il seme della sua stessa distruzione”. Un amore è un romanzo capace di raccontare lo straniamento di una donna in una discesa precipitosa e verticale, con una lingua limpida, emotiva e soggettiva che viene sconvolta da dialoghi assai diversi dalla percezione interiore della protagonista.

La scrittrice svela i suoi personaggi in poche righe per poi rimetterli al centro di un’ambiguità e di un’incomprensione che sono l’anatomia di un libro travolgente, il racconto impeccabile di un femminile-vittima, simbolo di una condizione sociale immanente.

 

L'articolo Raccontare lo straniamento. “Un amore” di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-sara-mesa/feed/ 0
“Un amore”, il romanzo dell’inquietudine di Sara Mesa https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-il-romanzo-dellinquietudine-di-sara-mesa/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-il-romanzo-dellinquietudine-di-sara-mesa/#comments Thu, 09 Sep 2021 09:26:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49202 «Quando rinfrescherà. Andrà molto meglio quando rinfrescherà». Arriva, a un certo punto, inatteso come il temporale che avvia la chiusura dell’estate, il romanzo che ti impedisce di scegliere uno sguardo, un punto di vista, un singolo flusso emozionale, un sentimento costante e, infine, un personaggio per cui parteggiare, da amare. Un romanzo cattivo e pungente, […]

L'articolo “Un amore”, il romanzo dell’inquietudine di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
«Quando rinfrescherà. Andrà molto meglio quando rinfrescherà».

Arriva, a un certo punto, inatteso come il temporale che avvia la chiusura dell’estate, il romanzo che ti impedisce di scegliere uno sguardo, un punto di vista, un singolo flusso emozionale, un sentimento costante e, infine, un personaggio per cui parteggiare, da amare. Un romanzo cattivo e pungente, doloroso e inquietante, minaccioso e, a suo modo, romantico. Un romanzo che presenta un nuovo modo di raccontare la storia di qualcuno, e, di conseguenza, una nuova maniera di sfidare il lettore.

La vicenda (la scrittura), il modo in cui si orientano i protagonisti, come e chi scelgono, e quando scelgono, e da dove vengono, dove vanno, e perché si nascondono, ammesso che si nascondano, attirano chi legge verso un punto, un cardine e l’attimo dopo, la frase seguente, lo respingono, gli rimettono il dubbio, lo costringono a prendere fiato, per poi riavvicinarlo cinque, dieci pagine più avanti.

Un romanzo che ha alla base: una fuga, un nascondiglio, una solitudine, due solitudini, tre solitudini, un patto, un desiderio, una rinuncia, una comunicazione, un disagio, un inganno, un vuoto. Un vuoto incolmabile. Il romanzo si intitola Un amore lo ha scritto Sara Mesa ed esce in questi giorni per La nuova frontiera, la traduzione è di Elisa Tramontin, con un bellissimo disegno di Elisa Talentino in copertina. Un amore è fulminante, inquieto e molto bello.

Come il denaro, si dice, anche il capitale erotico scivola via senza che uno se ne accorga, se ne prende coscienza soltanto quando sparisce, e ci si scruta allo specchio con uno sguardo spietato, vagliando le parti del proprio corpo o del proprio viso in cui possa annidarsi l’errore.

Nat è una traduttrice che si trasferisce per un periodo (che dovrebbe essere breve) a La Escapa un piccolo centro della Spagna rurale, dove il tempo e la vita paiono scorrere con ritmi sconosciuti, a volte bruschi, a volte lenti, di certo singolari. Le giornate di Nat, passano attraverso vari stati emotivi, alternando slanci di solitudine a voglia di integrarsi, di comunicare. Il tempo scorre tra gli incontri pieni di diffidenza, cattiveria e violenza con un particolare quanto orribile padrone di casa, una persona che ama il conflitto e detesta le donne. I loro scontri sono frequenti, anche perché l’alloggio di Nat è fatiscente, pieno di crepe, una casa che quando piove s’allaga.

Ti sistemo il tetto e in cambio mi lasci entrare un poco dentro di te.

Le infiltrazioni diventano per lei un’ossessione, ma il lettore scoprirà presto che la protagonista è una sorta di catalizzatore d’ossessioni e stranezze. Nat incrocia gli altri abitanti del luogo: una commessa prima cordiale poi distante, Píter che sembra amico ma in fondo amico non è. Píter affettuoso ma saccente, che dà consigli come se sapesse tutto, e che forse tutto sa. Il tedesco, il misterioso, chi è, da dove arriva, cosa fa. Il tedesco che genera un baratto, uno scambio, che fa nascere uno scuotimento, in Nat, una nuova ossessione. Poi una coppia di anziani, e una famiglia di città che viene a La Escapa nei fine settimana e per le vacanze. Tutti vicini ma distanti da Nat, tutti estranei.

La ragazza non comprende a fondo tutti loro, che rimangono estranei, come se sempre la studiassero e non la capissero. Lei, del resto, non può capire loro perché non comprende bene sé stessa. Il paese domina e scruta tutti, li condiziona. Nat vaga e ondeggia tra nuove scoperte, pregiudizi incombenti, silenzi, punti di vista (anche su di sé) che mutano, tabù che crollano (o che si rinominano), trasgressioni, scoperte e senso di perdita. Nat a un certo punto si osserva, non si capisce, non si domina, non trova conforto, si interroga ma non sa cosa rispondersi. Nat che comunque cresce, che lotta.

È un’ossessione? Sì, chiaramente è un’ossessione. Ma non soltanto, si dice. È un impeto, una metamorfosi, una trasformazione radicale delle aspettative. Ciò che era fuori, nella lontananza del paesaggio, ciò che era invisibile e privo di interesse, è ora dentro di lei, la abita e la scuote.

Sara Mesa ha scritto un romanzo particolare e raffinato che viene a scuoterci. Come scritto all’inizio, modifica il gradimento del lettore verso i personaggi, tutti psicologicamente riusciti e particolari. Osserviamo le azioni di Nat, ci fidiamo di lei ma qualche volta tendiamo a spostarci verso il tedesco, verso i vicini, verso Píter. Nat è inquieta e lo diventiamo anche noi, è preda del luogo, dei tormenti, degli eventi, è come se il monte che domina La Escapa condizionasse i pensieri e le azioni dei suoi abitanti.

Mesa mette in piedi una storia che non rassicura né conforta, una narrazione che ha molto a che fare con in linguaggio – delle parole e dei corpi – di come questo possa escludere, allontanare, condizionare. Un amore è mosso da una tensione sottile, quasi invisibile, che agguanta chi legge e non lo abbandona nemmeno a libro riposto, di certo è uno dei romanzi più insoliti e interessanti dell’anno.

 

L'articolo “Un amore”, il romanzo dell’inquietudine di Sara Mesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-il-romanzo-dellinquietudine-di-sara-mesa/feed/ 1