Saskia Sassen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/saskia-sassen/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Sep 2020 08:58:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Saskia Sassen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/saskia-sassen/ 32 32 Cities at war. Intervista a Saskia Sassen https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cities-at-war-intervista-saskia-sassen/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cities-at-war-intervista-saskia-sassen/#comments Fri, 18 Sep 2020 08:58:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44141 Questa intervista è uscita sull'Espresso, che ringraziamo.

Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, tra le più autorevoli intellettuali del nostro tempo, il virus è un segnale d’allerta che ci costringe a confrontarci con la vulnerabilità delle città globali, con i limiti della nostra conoscenza e con le conseguenze di quell’economia predatoria ed estrattiva che crea veri e propri «buchi nel tessuto della biosfera». Ma è proprio a partire da bisogni e vulnerabilità comuni, e proprio a partire dalle città - i luoghi più colpiti dalla pandemia ma anche quelli che ospitano un «terzo spazio» tra ciò che è urbano e ciò che fa parte della biosfera - che possiamo ripensare il rapporto con il mondo.

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo.

Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, tra le più autorevoli intellettuali del nostro tempo, il virus è un segnale d’allerta che ci costringe a confrontarci con la vulnerabilità delle città globali, con i limiti della nostra conoscenza e con le conseguenze di quell’economia predatoria ed estrattiva che crea veri e propri «buchi nel tessuto della biosfera». Ma è proprio a partire da bisogni e vulnerabilità comuni, e proprio a partire dalle città – i luoghi più colpiti dalla pandemia ma anche quelli che ospitano un «terzo spazio» tra ciò che è urbano e ciò che fa parte della biosfera – che possiamo ripensare il rapporto con il mondo.

Perché le città, scrive Saskia Sassen nel suo ultimo libro curato insieme a Mary Kaldor – Cities at War. Global insecurity and Urban Resistance (Columbia University Press) – sono sia «luoghi di violenza, distruzione e divisione sia luoghi di resistenza e nuove opportunità politiche».

In Cities at War scrivete che le città «possono promuovere allo stesso tempo comunità inclusive, cosmopolite e multiculturali quanto vecchi e nuovi razzismi» e divisioni. La pandemia sembra aver alimentato sia il mutualismo sia le paure “identitarie” del contagio. Sul lungo termine produrrà maggiore frammentazione e chiusure o quell’«urbanismo tattico» che, spiegate nel libro, rende le città aperte?

Preferisco non azzardare letture definitive. Potrebbe andare in entrambi i modi. La mia speranza è che le nuove generazioni reagiscano in modo diverso da quelle che le hanno precedute. Che siano più aperte, curiose, più inclini a esplorare nuove opzioni, e che allo stesso tempo risulti loro più facile abbandonare anche le soluzioni e i paradigmi adottati in passato. Ho la forte impressione che si tratti di un’opzione molto più praticabile oggi di quanto non fosse anche nel recente passato. E che le condizioni negative generate dalla pandemia stiano creando spazi per nuove ricerche e nuovi interrogativi, prima negletti o derubricati come secondari. Le nuove generazioni cresceranno per esempio con la consapevolezza che non dobbiamo abusare di madre natura e che dobbiamo mettere fine all’estrattivismo esasperato.

Ritiene che la diffusione del virus nelle città sia legata a quella che lei definisce come «l’embricazione», l’innesto delle città nell’economia globale? Il virus mostra la vulnerabilità delle infrastrutture e dei network transnazionali ospitati dalle città?

Il virus come vettore che rende visibile la vulnerabilità delle infrastrutture della città è un’immagine che mi piace e mi convince molto. Direi di più: abbiamo bisogno di simili segnali di allerta. Siamo arrivati a coltivare certezze eccessive sulle nostre condizioni e capacità, abbiamo pensato di poter comprendere tutto ciò che succede, di saper gestire ogni situazione. Ma il virus mostra la nostra vulnerabilità, ed è un invito a comprendere i nostri limiti, a farci i conti. Possiamo anche disporre di bombe e aerei supersonici, ma siamo ancora incapaci di fermare un virus. La lezione è evidente, in particolare per le città.

Il virus porta in superficie tendenze sotterranee, altrimenti invisibili o quasi: quei processi predatori, basati sull’estrattivismo, che secondo lei caratterizzano l’attuale fase del capitalismo globale, passato da una logica “keynesiana” e inclusiva a una di segno opposto. Il virus può essere letto come una manifestazione di quella logica dell’espulsione di cui parla nel suo omonimo libro?

Trovo molto interessante l’idea dell’ingresso in un’epoca in cui ciò che era invisibile diventa visibile. Con Espulsioni (il Mulino 2018, ndr) d’altronde provavo a dimostrare come il mondo “sotterraneo” si stia in qualche modo facendo presente, non necessariamente visibile nel senso fisico del termine, ma presente. La differenza è importante, anche se difficile da cogliere perché la nostra cultura non prevede spazio per un’opzione simile: non riusciamo a concepire una forma di potere che non possiamo vedere, sentire, annusare e che pure cresce, aumenta e si fa presente in modi a cui non siamo abituati. Grazie ai nostri dispositivi tecnici possiamo però creare una sorta di traccia visuale di questa presenza silente, anche se non familiare. Di fronte alla quale noi esseri umani cominciamo a sentirci inquieti, turbati, perché ci appare nuova, anche se non lo è per madre natura.

Nel libro Espulsioni lei mostra come, al di là delle diverse formazioni geopolitiche ed economiche, a livello globale «segmenti della biosfera vengono espulsi dallo spazio vitale, diventando terra morta e acqua morta», veri e propri «buchi nel tessuto della biosfera». Questa condizione sistemica di distruzione ed espulsione, che va dalla stratosfera alle profondità oceaniche, cosa ci dice del nostro rapporto con la biosfera?

Sono contenta che sollevi la questione, estremamente importante. In Espulsioni ho cercato di entrare nel profondo nella nostra condizione corrente, misurando la distruzione della terra e dell’acqua, l’alterazione, lo stravolgimento e l’attacco ai danni dell’atmosfera, tutto ciò che è stato distrutto o indebolito nella biosfera, valutando la scala di tale distruzione. Se ci pensiamo bene, è sbalorditiva. In altri saggi interpreto l’aria e l’acqua come attori principali della storia umana, notando con quale facilità ce ne siamo dimenticati. Nelle antiche culture, gli dei includevano l’acqua, la terra, l’aria. Nella nostra si tratta di oggetti semplicemente utili, da sfruttare. Non li consideriamo neanche come risorse importanti da proteggere e di cui potrebbe esserci scarsità.

In alcuni saggi recenti ha parlato della necessità non tanto di «tornare alla natura», obiettivo irrealistico, ma di «tornare a delegare alla natura» alcune funzioni che le abbiamo sottratto. Sostiene poi che sia possibile farlo proprio nelle città: cosa intende?

La letteratura ambientalista di matrice critica sottolinea spesso la rottura tra le città e la biosfera causata dalle nostre distruzioni ambientali, l’idea che le città prendano dalla biosfera più di quanto essa possa rigenerare. Non lo nego, ma ritengo che assemblando in modo opportuno alcune capacità della biosfera e alcune capacità umane e urbane, lavorando sugli interstizi tra i due domìni, le rotture possano diventare ponti. Credo infatti che nelle città ci sia, e che sia possibile aumentare, uno spazio per così dire “terzo”, che non è né pienamente urbano né pienamente della biosfera, e che questo spazio possa diventare una zona di lavoro ibrida per sperimentare diversi tipi di conoscenza, dalla biologia all’ingegneria, dalla scienza dei materiali all’architettura aperta. Le città hanno proprietà multiscalari, socio-ecologiche: occorre tornare a delegare alla biosfera quel che riesce a fare bene, così da andare oltre i due approcci dominanti al cambiamento climatico, quello della mitigazione e dell’adattamento, insufficienti ad affrontare il nostro rapporto distruttivo con la biosfera. Come farlo? Anche in modo semplice, con le innovazioni biotecnologiche, per esempio attraverso l’uso di un ampio spettro di batteri, alghe e funghi per l’edilizia o per l’assorbimento dell’anidride carbonica. Al fondo, c’è l’idea che la biosfera possa essere un nostro partner attivo.

Torniamo alla pandemia. Per comprendere le patologie del capitalismo globale lei ha adottato la categoria di espulsione, anziché quella più comune di disuguaglianza. Oggi la pandemia rivela e radicalizza forme preesistenti di disuguaglianza economica e sociale, ma sembra produrre nuove forme di espulsione, soprattutto tra i più vulnerabili…

La ringrazio per aver sottolineato lo sforzo compiuto nell’abbandonare l’idea della disuguaglianza come condizione fondamentale del capitalismo globale, in favore di una categoria per così dire ancora più brutale. L’espulsione può assumere forme molto diverse e rimanda anche agli effetti della pandemia. Ho scritto tanto a proposito di attori molto visibili e potenti, così come delle loro capacità di distruggere, ma quel che lei suggerisce è una condizione molto differente e interessante: un virus invisibile e silente, che ha agito e funzionato come una sorta di attore trasversale, muovendosi attraverso le regioni e le culture, e che produce nuove disuguaglianze e forse, nel lungo termine, nuove espulsioni.

La pandemia mostra la necessità della cooperazione internazionale per beni comuni come la salute globale, i vaccini, la protezione ambientale, la gestione dei conflitti. Ma gli esempi di cooperazione diplomatica hanno avuto vita breve, mentre si moltiplicano esempi di segno contrario. La pandemia rafforzerà le chiusure nazionalistiche o la cooperazione transnazionale?

Riconosco tre grandi traiettorie: la prima rimanda ai protocolli esistenti per la collaborazione tra Paesi. È una traiettoria che in alcuni casi ha fatto la differenza, anche se in ambiti limitati, senza alterare né modificare i vettori in gioco – il virus, gli esseri umani, gli umani contagiati. Una seconda traiettoria ha a che fare con i protocolli specifici messi in campo nell’attuale sistema internazionale quando una condizione molto grave – un virus, una guerra, una competizione economica – diventa visibile, cresce, moltiplicando i suoi effetti. Questa traiettoria si è dimostrata confusa, in parte a causa della comprensione molto mutevole del virus. La terza traiettoria è quella del virus stesso. Silente, invisibile, mobile, ha navigato il mondo e i nostri diversi tentativi di “confinarlo”, indebolendo o neutralizzando le tante opzioni che noi umani abbiamo sviluppato finora per combattere chi ci attacca. Più che all’alternativa tra nazionalismo e cooperazione guarderei dunque all’intreccio tra queste diverse traiettorie.

A proposito di traiettorie: è d’accordo con quanti sostengono, come l’economista Nouriel Roubini, che «la pandemia stia accelerando le tendenze già esistenti verso la balcanizzazione e la frammentazione»?

Posso capire questo tipo di letture, ma altrettanto facilmente potremmo portare argomenti opposti. Certo, c’è stata una forma di balcanizzazione, ma questa balcanizzazione è il risultato di interessi spesso di lunga durata di importanti attori economici, tra quelli che volevano le economie aperte così come tra quelli che cercavano forme di protezionismo. Anche tra chi voleva le economie aperte, l’interesse non era per l’apertura di per sé, ma per l’ottenimento di accordi più vantaggiosi o vendite più facili. La realtà è che le nostre economie moderne non sono mai divenute completamente globali e non sono mai state completamente nazionali. Si è trattato spesso di una combinazione tra le due cose, una combinazione modificata nel corso del tempo e che cambierà di nuovo a causa della pandemia.

Lei da anni contesta l’idea che gli Stati-nazione siano semplici vittime della globalizzazione. Anzi, sostiene che, se guidati da interessi diversi, potrebbero mobilitare il loro «muscolo internazionalista» non per i profitti della corporation, ma per diritti umani, ambiente, giustizia sociale. La pandemia è un’opportunità reale per riorientare diversamente il muscolo internazionalista degli Stati, oppure pensarlo è illusorio?

Credo ci sia un’opportunità reale di riorientare l’attuale modello e modalità della globalizzazione, attraverso gli Stati-nazione. Ma se analizziamo l’ampio spettro di condizioni sul campo non mi pare che ciò stia avvenendo. Forse accade solo in casi minori, come per esempio con la richiesta di maschere in molte parti del mondo. C’è stata una sorta di preoccupazione ampia e condivisa che ha attraversato barriere geografiche e differenze politiche. Una semplice mascherina ha avuto il potere di farci condividere qualcosa di comune, forgiando nuove connessioni. Ogni corpo ha bisogno di una maschera: ciò ci aiuta a vedere ognuno di noi come membro della stessa tribù, la tribù umana. Quel che mi colpisce in questo periodo non è tanto la costruzione di nuove barriere tra i Paesi, ma il fatto che abbiamo dovuto riconoscere tutto ciò che condividevamo, i nostri bisogni condivisi. Le mascherine sono l’oggetto simbolico di cui ognuno di noi – giovane, vecchio, di qualunque appartenenza politica e provenienza geografica – ha bisogno.

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I greci contro l’economia dell’espulsione: intervista a Saskia Sassen https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/#comments Thu, 21 May 2015 07:49:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26919 Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine) Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E […]

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Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E può rappresentare una svolta per tutta l’eurozona, nonostante le difficoltà che incontrerà il nuovo governo di Atene. Perché il voto “dà voce a quanti sono stati espulsi dall’economia e dalla società greca”. E perché segnala la necessità di cambiare rotta: dall’economia predatoria fondata sull’espulsione a una vera economia distributiva, che punti all’inclusione.

A ridosso della vittoria di Syriza, abbiamo intervistato la più autorevole studiosa dei processi di globalizzazione per farci raccontare, attraverso il caso esemplare della Grecia, le tesi fondamentali del suo ultimo libro, Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (Harvard University Press 2014, in corso di traduzione per il Mulino). Un testo meditato a lungo, costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione” dalla lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, del contratto sociale, dell’economia, della biosfera. Per l’autrice di Città globali sta proprio qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di una transizione profonda, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemica, e che per questo può già essere temuta come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme. Come dimostra il caso della Grecia.

Professoressa Sassen, come giudica la vittoria di Syriza nelle elezioni greche?

Sono d’accordo con chi la interpreta come ‘la rivolta greca’ contro l’austerity. Ma è una ribellione ponderata, perché nasce dalla profonda, esatta comprensione di quali siano gli elementi essenziali di un’economia politica. Da una parte c’è l’economia politica centrata sull’austerity, dall’altra quella proposta da Syriza. Quando – come succede in Grecia – gli impiegati statali vengono licenziati, gli ospedali chiusi, quando le piccole aziende che forniscono servizi al governo non vengono pagate, quando si permette che i bambini, le donne incinte, gli anziani finiscano per strada, ma nello stesso tempo si finanziano lautamente le grandi banche, non si tratta di economia, ma di decisioni di politica economica. E del peggior tipo possibile. Syriza si pone dinanzi al disastroso insieme di decisioni imposte al popolo greco e dice: ‘No, questa non è l’unica via soltanto perché il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea pensano che lo sia. Ci deve essere un’altra strada’. 

Subito dopo l’annuncio della vittoria di Syriza, di fronte ai suoi elettori Alexis Tsipras ha detto che «il popolo greco ha fatto la storia». Il risultato elettorale può rappresentare un vero punto di svolta per la Grecia e per l’eurozona, o l’entusiasmo della sinistra europea e di Tsipras è eccessivo?

Si tratta di una svolta effettiva. Non è un caso che così tante persone prestino attenzione a ciò che accade in Grecia e che sul fronte opposto, di fronte alle promesse di Tsipras di cambiare le cose, molte altre invochino già, quasi istericamente, le vecchie obiezioni sul come un’economia dovrebbe funzionare. Gli avvenimenti della Grecia rendono evidente una questione fondamentale: l’insieme di principi che guida gran parte delle nostre economie occidentali si è dimostrato fallimentare per settori sempre più ampi della popolazione, e ha concentrato il benessere in una porzione troppo circoscritta di settori economici e di famiglie.

La volontà politica di Tsipras, per il quale la troika e i suoi diktat «fanno parte del passato», sarà sufficiente a invertire questa tendenza, perlomeno in Grecia? Lei stessa ricorda spesso che oggi occorre fare i conti non solo con le oligarchie, con le elite predatorie, ma con vere e proprie «formazioni predatorie», ben più complesse…

La volontà politica non è sufficiente, ma è essenziale. In questo caso segnala che Syriza ha la chiara comprensione e la precisa volontà per iniziare ad affrontare la crisi greca con strumenti diversi. C’è bisogno di fare, nel vero senso della parola. Non si tratta soltanto di una decisione, ma di invertire il corso delle cose. Il governo precedente ha scelto di accettare un’opzione che gli era stata presentata come l’unica. Il nuovo governo ha di fronte una sfida enorme: archiviare l’economia predatoria che concentra il benessere nelle mani di pochissimi in favore di un’economia che sia realmente distributiva. Significa muoversi verso un’economia caratterizzata in modo prevalente da salari modesti e, allo stesso tempo, profitti modesti. Non sarà semplice, soprattutto perché questa via contraddice il dogma economico dominante che ha assunto forme estreme con l’avvio dell’era della deregolamentazione e della privatizzazione, negli anni Ottanta: il profitto a tutti i costi.

«Le elezioni greche aumenteranno l’incertezza in tutta Europa», ha affermato il primo ministro David Cameron, dando voce a una preoccupazione diffusa nell’establishment europeo. In che modo il successo di Syriza condizionerà il futuro dell’eurozona?

Quello greco potrebbe diventare un interessante esperimento naturale, dimostrando che un’economia dominata da settori economici con modesti margini di profitti e salari medi può funzionare, nonostante non soddisfi i criteri preferiti dal mondo delle corporation e da molti rappresentanti delle banche centrali, sebbene non da tutti: per esempio Mark Carney, governatore della Banca centrale inglese, non è convinto del modo in cui funzionano le nostre economie, incluse quelle che apparentemente stanno facendo bene, come quella del Regno Unito.

Tsipras ha ripetuto più volte, prima e dopo le elezioni, che è intenzionato a rinegoziare il debito della Grecia. É un passo necessario per recuperare la stabilità e la sovranità dell’economia greca, come ripete il leader di Syriza, o una violazione dei patti europei?

La richiesta di Tsipras non deve sorprendere. I debiti, specialmente quelli governativi, vengono spesso rinegoziati. É una pratica piuttosto comune. Forse la più grande e imponente rinegoziazione è stata quella attuata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale a partire dagli anni Novanta con il programma destinato a 46 paesi fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, HIPC). Venne stabilito che quei paesi non potessero restituire il debito e i termini dei programmi di risanamento vennero radicalmente modificati. È il caso più emblematico di una prassi corrente. D’altronde lo stesso accordo stipulato con l’Unione europea dal primo ministro uscente della Grecia, Antonis Samaras, non è altro che una rinegoziazione del debito.

Nel suo ultimo libro, Expulsions, lei sottolinea l’uso politico della questione del debito, già usata in passato come «strumento di disciplina» verso i paesi del Sud del mondo. Ci spiega meglio?

Il debito è stato usato spesso come strumento disciplinante. E la sua formazione varia di caso in caso. Il debito dei paesi del ‘Sud globale’, cresciuto rapidamente negli anni Ottanta e Novanta, è stato in qualche modo il risultato della vendita aggressiva di prestiti da parte delle grandi banche, che avevano un surplus di denaro di cui sbarazzarsi. In quel periodo, le banche si occupavano soprattutto di vendere denaro, mentre le attuali banche finanziarizzate sono tutta un’altra storia, non fanno soldi con la vendita diretta di debito. Allora invece era così, a causa della gran quantità di dollari dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), scaturita dalla crisi del petrolio del 1973. Se i paesi esportatori avessero deciso di tenersi quel denaro, la storia sarebbe andata diversamente. Ma decisero di affidarli a quelle che allora venivano definite banche transnazionali, per ottenerne profitti. Da qui, la necessità di vendere una massa di denaro insolitamente ampia.

L’altro elemento centrale nella formazione del debito nel Sud è stato la spinta per la deregolamentazione e per la privatizzazione, che ha significato la distruzione di molte aziende di medie e piccole dimensioni. I governi locali si sono pesantemente indebitati per costruire le infrastrutture di cui avevano bisogno le grandi corporation, soprattutto straniere. Sono così finiti schiacciati dalle richieste del Fondo monetario internazionale e delle corporation. Attraverso il debito, è stata modellata l’economia politica del Sud del mondo ai fini della nuova governance globale, indebolendo i governi e rendendoli dipendenti dalle organizzazioni internazionali. Tra l’altro, proprio quei meccanismi di indebitamento introdotti negli anni Ottanta hanno provocato un deficit, una lacerazione nel tessuto della sovranità territoriale nazionale dei singoli stati, rendendo più facile, oggi, per imprese e aziende straniere operare un così ampio land-grabbing nel Sud globale.

Lei sostiene che oggi un simile meccanismo sarebbe in atto nell’eurozona, dove la leva del debito verrebbe impiegata per riorganizzare l’economia politica comunitaria…

È così. I programmi di austerità e di ‘risanamento’ del debito non mirano, come sentiamo dire, a massimizzare l’occupazione o la produzione, a favorire la ‘crescita’, ma a proteggere e allo stesso tempo a consolidare il nuovo tipo di economia che ho descritto in Expulsions: quella delle formazioni predatorie. Oggi attraverso il debito i governi europei vengono usati per rendere le economie di alcuni paesi – la Grecia, l’Italia, la Spagna – funzionali agli interessi delle corporation. Per imporre un ampio progetto di ristrutturazione che favorisca l’economia privatizzata delle corporation a spese del contratto sociale. Il che spesso significa anche la distruzione delle piccole attività economiche che hanno storicamente soddisfatto i bisogni della maggior parte della popolazione. Per questo in Expulsions scrivo che i programmi di aggiustamento strutturale del Sud globale sono diventati i programmi di austerity del Nord globale. In quel caso si trattava di sollecitare i governi a una condotta appropriata: ‘governi, imparate come si fa a essere moderni’, si diceva loro. Nel  caso attuale si enfatizza una sorta di etica protestante: l’austerità! I paesi del sud Europa non sono che banchi di prova. Per questo è tanto più salutare che qualcuno cominci a ribellarsi. A partire da Atene.

In Expulsions scrive che la crisi greca non rappresenta un’anomalia, ma al contrario incarna le caratteristiche strutturali dell’economia politica di tutta l’Unione europea, mostrando la logica sistemica di una nuova fase del capitalismo: la logica delle espulsioni. Ci spiega meglio?

La mia tesi è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, la cui logica centrale è appunto quella delle espulsioni. Intendo dire che settori sempre più ampi della nostra economia e della nostra società assumono un’importanza progressivamente minore agli occhi di coloro che decidono le regole di cosa sia un’economia funzionante. E ne vengono espulsi. Se nel periodo keynesiano l’esistenza di classi medie numerose e delle classi operarie erano elementi centrali dell’economia, perché questa era fondata sulla produzione e sul consumo, oggi appaiono molto meno rilevanti, perché è la finanza, piuttosto che la produzione e il consumo, a produrre superprofitti. Non intendo dire che il sistema precedente fosse perfetto. Tutt’altro: era segnato da disuguaglianze, povertà, razzismo, ma era un sistema che ha ampliato la classe media per generazioni.

Soprattutto, a orientare l’economia era una logica di inclusione, volta a incorporare i marginalizzati e i poveri nel mainstream economico e politico, una logica che mirava a ridurre le tendenze sistemiche verso la disuguaglianza attraverso un regime economico fondato sulla produzione e sul consumo di massa, con sindacati forti in alcuni settori e con il sostegno governativo. Dalla fine degli anni Ottanta i presupposti egalitari e keynesiani alla base di quel sistema volto alla costruzione di una società imperfetta ma giusta sono progressivamente venuti meno, contestualmente all’affermazione di nuove, inedite modalità di estrazione del profitto. Oggi domina la logica opposta a quella keynesiana, quella dell’espulsione. Un’inversione radicale, che va contrastata.

Negli ultimi anni, molti economisti hanno puntato l’attenzione sulla crescente disuguaglianza per dimostrare il fallimento delle politiche neoliberiste. Lei invece, pur facendo ricorso a dati e statistiche che dimostrano le disuguaglianze strutturali delle nostre economie, suggerisce un’altra chiave di lettura, quella delle espulsioni. Perché? 

Perché credo che di fronte alla lenta decomposizione dell’economia politica del Ventesimo secolo e all’emergere di un nuovo paradigma alcune categorie rischino di nascondere più di quanto non rivelino. Non nego la validità delle teorie e delle categorie che si concentrano sulla disuguaglianza, ma mi sforzo di chiedermi se non ci sia anche dell’altro. Attraverso la nozione di ‘espulsioni’ siamo in grado di vedere quelle tendenze concettualmente sotterranee che ancora sfuggono alle categorie geopolitiche, economiche e sociali a cui siamo abituati. È come se, per capire le trasformazioni in corso, dovessimo essere aderenti al terreno, de-teorizzare ciò che abbiamo teorizzato finora. Combinare insieme ricerca empirica e ricodificazione concettuale. E servirci con prudenza delle categorie tradizionali. La categoria di ‘espulsione’ ci permette inoltre di capire che le espulsioni vengono create, fatte, messe a punto, attraverso una serie di strumenti che variano molto, e che sono usati da attori molto diversi. Come ricordava lei prima, non si tratta soltanto delle classiche elite predatorie, ma di vere e proprie ‘formazioni predatorie’: un complesso assemblaggio di elementi multipli, una combinazione di elite e di capacità sistemiche, con un ruolo prominente della finanza, dove per capacità sistemiche intendo un insieme di innovazioni tecniche, giuridiche, finanziarie, di mercato, alle quali si aggiungono le facilitazioni governative. In altri termini, credo che ricorrendo alla nozione di ‘espulsioni’ sia più facile rendere visibile ciò che è ancora perlopiù invisibile: il passaggio dal dentro al fuori, l’attraversamento del confine, il cambiamento nelle dinamiche fondamentali del nostro sistema economico, prima orientate a incorporare sempre più persone dentro il sistema, ora invece a spingerle fuori. È importante provare a cogliere questo momento di passaggio, prima che ci dimentichiamo che sia avvenuto.

Provo a spiegarmi con uno degli esempi che porto in Expulsions: c’è stato un periodo nel quale, osservandola a volo d’uccello, l’Inghilterra poteva apparire ancora come un paese con un’economia prevalentemente rurale, mentre nei fatti il capitalismo industriale già costituiva la logica dominante dell’economia politica, e le pecore sui campi alimentavano le attività delle fabbriche in città. Oggi l’economia politica del ventesimo secolo è in decomposizione. La polvere che ne deriva ci impedisce di vedere pienamente le nuove dinamiche, le logiche sistemiche già all’opera. Per questo siamo in ritardo, nell’analisi. E per questo dobbiamo sforzarci di vedere ciò che è ancora largamente sotterraneo, invisibile. La nozione di ‘espulsione’ ci aiuta a farlo.

Tra le logiche ancora sotterranee, perlopiù invisibili, analizzate in Expulsions c’è la ridefinizione de facto dello spazio economico causata dalle politiche di austerity e dalla logica dell’espulsione che ne è alla base. Ce ne parla meglio? 

Si tratta di una riduzione dello spazio economico che esclude dalle misurazioni standard le aziende, i nuclei famigliari, i luoghi considerati prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico ufficiale. L’esempio più evidente è quello dei disoccupati di lungo termine, che sono stati esclusi dalle statistiche sull’occupazione. In questo modo l’andamento dell’economia appare migliore di quanto non sia nella realtà e si attraggono più facilmente gli investimenti. In modo simile, nelle statistiche ufficiali non vengono più conteggiati coloro che perdono casa e che provano a sopravvivere passando parte del tempo in chiesa, parte dagli amici, parte dai parenti, finendo probabilmente per strada. Il linguaggio ordinario, le griglie analitiche a cui siamo abituati, il riferimento esclusivo alla ‘bassa crescita’ e alle percentuali di ‘alta disoccupazione’ sono insufficienti a descrivere questo processo, che elimina di fatto dal sistema gli elementi considerati problematici. Il linguaggio della ‘crisi’ in questo senso è inservibile, perché la maggior parte dei ‘perdenti’ della fase post-aggiustamento rimane invisibile alle statistiche ufficiali. È una forma di ‘pulizia economica’. Il voto greco contesta questa pulizia economica.

Ma a chi conviene presentare statistiche ufficiali depurate dagli “espulsi”?

Anch’io mi sono chiesta a chi convenga presentare una fotografia migliore della realtà, chi abbia interesse a far sparire i disoccupati di lungo corso, i senza-tetto, a rendere invisibili quanti hanno dovuto chiudere negozi e aziende: sono gli investitori. Coloro che siedono su una importante somma di capitale (e la proprietà di capitale è sempre più concentrata) e che vogliono farlo fruttare. Per loro, perdere un intero paese non è proficuo. Molto meglio ‘recuperare’ quel paese, presentandolo come un luogo dove – secondo i termini a loro congeniali –  ci sono ancora buone possibilità di investimento.

Significa che la vittoria di Syriza va letta anche come una rivendicazione da parte degli “esclusi”, un modo attraverso il quale i “nuovi invisibili” chiedono visibilità e riacquistano protagonismo politico?

L’affermazione di Syriza va in questa direzione, perché rappresenta e dà voce a un ampio settore degli esclusi, degli espulsi. Ma va inserita in una storia più ampia. Gli accordi che presiedono l’attuale funzionamento della politica economica greca ed europea continuano a distruggere ampie porzioni del tessuto economico e sociale (oltre che culturale). Secondo la prospettiva della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, dal punto di vista del mondo delle corporation, uno ‘spazio economico’ greco radicalmente ‘ridotto’ va bene, fintanto che garantisce gli investimenti. Syriza dà voce agli esclusi, è vero. Ma il progetto dell’Unione europea va in direzione contraria: punta a rafforzare, tra gli inclusi, coloro che sono forti. Questa è la differenza. Questa la battaglia che dovrà affrontare Tsipras.

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L’economia dell’espulsione secondo Saskia Sassen https://minimaetmoralia.it/libri/leconomia-dellespulsione-secondo-saskia-sassen/ https://minimaetmoralia.it/libri/leconomia-dellespulsione-secondo-saskia-sassen/#comments Wed, 30 Jul 2014 13:17:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22565 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Rendere visibile un processo ancora invisibile. Riconoscerlo, individuarlo, nominarlo, per poi provare a cambiarlo. Saskia Sassen torna in libreria con un libro perfino più ambizioso dei precedenti, un altro tassello lunga quella serie di “esplorazioni eccentriche” di idee e processi dell’economia globale inaugurata nel 1996 con il saggio Fuori controllo. Poche settimane fa la Oxford University Press ha infatti pubblicato Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (in via di traduzione per il Mulino), un testo che la sociologa ha meditato a lungo e costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione”.

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Rendere visibile un processo ancora invisibile. Riconoscerlo, individuarlo, nominarlo, per poi provare a cambiarlo. Saskia Sassen torna in libreria con un libro perfino più ambizioso dei precedenti, un altro tassello lunga quella serie di “esplorazioni eccentriche” di idee e processi dell’economia globale inaugurata nel 1996 con il saggio Fuori controllo. Poche settimane fa la Oxford University Press ha infatti pubblicato Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (in via di traduzione per il Mulino), un testo che la sociologa ha meditato a lungo e costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione”.

Per farlo, per individuare tendenze spesso sotterranee, l’autrice si posiziona ancora una volta in una terra di confine, lungo quel che definisce come il “crinale sistemico”, il bordo, il margine dove assumono forme estreme tendenze che altrove passerebbero inosservate. Solo da lì, soltanto aderendo alla realtà sul terreno e abbondando le griglie analitiche e i punti di osservazioni tradizionali, suggerisce Saskia Sassen, si può comprendere la lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo e l’emergere, sulle sue macerie, di un nuovo paradigma.

Il passaggio che l’autrice de Le città globali cerca di descrivere è ancora in corso, una vera e propria transizione, ma le sue conseguenze hanno già segnato, forse irrimediabilmente, la vita di milioni di persone nel sud come nel nord del mondo, nei paesi ricchi e altamente “sviluppati” come in quelli in “via di sviluppo”: l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri a causa dei 220 milioni di ettari di terra acquistati da investitori e governi stranieri dal 2006 a oggi, le pratiche industriali distruttive per la biosfera, il ricorso all’incarcerazione come mezzo di gestione del “surplus sociale” negli Stati Uniti sono processi ovviamente diversi, differenziati, altamente specifici, ma indicano una medesima tendenza sotterranea, quella verso l’espulsione. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, dell’economia, della biosfera. Sta qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di un cambiamento profondo e strutturale, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemico, e che già può essere temuto come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme, avverte l’autrice.

Cosa è successo, si chiede Saskia Sassen? È successo che negli anni Ottanta del Novecento siamo entrati in una nuova fase del capitalismo avanzato, una fase “che ha reinventato i meccanismi dell’accumulazione originaria” attraverso “formazioni predatorie”, assemblaggi di individui potenti e ricchi, aziende e corporation, governi (soprattutto i rami esecutivi), innovazioni tecniche-legali-finanziarie, nuovi spazi operativi. Da qui, una vera e propria rottura storica: se nel secondo dopoguerra la logica che governava l’economia dei paesi capitalisti e – in modo diverso – quella dei paesi comunisti era la riduzione delle tendenze sistemiche verso la disuguaglianza, una “logica di inclusione caratterizzata da sforzi coordinati di portare i poveri e i marginalizzati dentro il mainstream economico e politico”, dalla fine del secolo scorso i presupporti egalitari e keynesiani alla base di quel progetto di costruzione di una società giusta (ma imperfetta) cominciano a sgretolarsi. Nel frattempo, lo sgretolamento si è compiuto, tanto che oggi è in atto una logica di segno opposto. La logica dell’espulsione.

I casi della Grecia, della Spagna e del Portogallo lo dimostrano, spiega Saskia Sassen, per la quale i problemi economici di questi paesi non sono anomali. Piuttosto, rappresentano esemplarmente le caratteristiche strutturali dell’intera economia politica dell’Unione europea, quelle caratteristiche che la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale cercano di nascondere ricorrendo a un linguaggio tartufesco. Quando parlano di “ritorno alla crescita”, spiega Saskia Sassen,  dimenticano di ricordare che, proprio a causa delle misure di austerità, è avvenuta una ridefinizione de facto dello spazio economico, una riduzione dell’economia che esclude dalle misurazioni standard quella significativa parte di famiglie, aziende e luoghi prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico. In questo senso, i programmi di austerità e di risanamento del debito non sono altro che “meccanismi disciplinari” che non mirano a massimizzare l’occupazione e la produzione, ma a proteggere e rinforzare un nuovo tipo di economia, quella delle formazioni predatorie, e che riecheggiano i programmi di aggiustamento strutturale con cui negli anni Ottanta e Novanta gli attori della governance globale hanno indebolito e messo sotto scacco i governi del sud del mondo.

Ma che strumenti di rivendicazione hanno coloro che vengono espulsi dall’economia formale, al sud come al nord? Storicamente gli oppressi sono insorti contro i loro padroni, ricorda Saskia Sassen, ma oggi gli oppressi sono anche espulsi, vivono a grande distanza dagli oppressori. Inoltre, l’‘oppressore’ è sempre più non un singolo individuo, ma un sistema complesso, senza un centro evidente. Eppure ci sono luoghi in cui il potere che opprime diventa concreto e in cui gli oppressi “sono parte dell’infrastruttura sociale per il potere”. Le città globali per esempio. Lì come altrove, gli spazi degli espulsi reclamano a gran voce un riconoscimento, anche concettuale. Potenzialmente, proprio quei luoghi sono gli spazi per un nuovo “fare”, di segno opposto a quello dell’economia predatrice: luoghi per “fare economie locali, fare storie, costruire nuove modalità di appartenenza”. Una storia tutta da scrivere, perché “il potere, come la mancanza di potere, è un processo che continuamente si fa e si disfa”, non smette mai di ricordare Saskia Sassen.

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I tortuosi movimenti di una terra occupata https://minimaetmoralia.it/reportage/i-tortuosi-movimenti-di-una-terra-occupata/ https://minimaetmoralia.it/reportage/i-tortuosi-movimenti-di-una-terra-occupata/#respond Thu, 21 Jan 2010 09:33:28 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1497 Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto. Labirinto PALESTINA Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di […]

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Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto.

Labirinto PALESTINA

Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di rottura nella geometria del periodo attuale

In un saggio dedicato alle città come tecnologie di guerra (When the city itself becomes a technology of war, di prossima pubblicazione sulla rivista statunitense «Theory, Culture & Society») la sociologa Saskia Sassen, esaminando la crescente urbanizzazione delle guerre contemporanee, analizza anche il caso di Gaza. Chiedendosi se l’operazione «Piombo fuso», lanciata dall’esercito israeliano un anno fa, il 27 dicembre 2008, e proseguita fino al 18 gennaio 2009, e «la crescente asimmetria che caratterizza l’interazione Israele-Gaza» non possa segnare un passaggio paradigmatico, «un punto di rottura nella geometria del periodo attuale». Perché se è vero che a Gaza l’esercito israeliano ha potuto dispiegare in modo unilaterale e mettere in pratica strumenti, tattiche e strategie di guerra in contesti urbani, è altrettanto vero che Gaza ha reso visibili «i limiti del potere in condizioni di assoluta superiorità militare».

Una musica di sottofondo
Anche nei casi di una simile sproporzione di forze, e, anzi, proprio laddove l’asimmetria di forze è così radicale ed estrema, argomenta Saskia Sassen, «la forza militare può raggiungere un punto in cui è costretta a puntare all’ostruzionismo piuttosto che polverizzare il suo nemico». Un ostruzionismo che si esercita per esempio impedendo che i beni di prima necessità inviati dalle agenzie di aiuti internazionali raggiungano i destinatari. O con quel «labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture» di cui parla Jeff Halper in Ostacoli alla pace. Una riconstestualizzazione del conflitto israelo-palestinese uscito per le edizioni Una Città, 2009 (pp.168, euro 12).
Urbanista e antropologo, già docente presso l’Università di Haifa e di Ben Gurion, fondatore nel 1997 e poi coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions, Jeff Halper si dedica da anni – appunto – alla denuncia della demolizione delle case palestinesi, e, poco persuaso che la società israeliana possa ammettere che i propri diritti si fondino spesso sulla negazione di quelli altrui (su questo si veda l’intervista ad Halper in Muri, lacrime e za’tar, di Gianluca Solera, Nuova dimensione, pp.448, euro 18), valuta positivamente il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele (Bds).
Un movimento che, specie dopo l’operazione «Piombo fuso» e la ribadita inefficacia degli strumenti del diritto internazionale di fronte all’impune arroganza del governo israeliano, ha trovato nuovi sostenitori. E di cui spiegano le ragioni, tracciando un paragone con il caso del Sudafrica e spiegando nei suoi tratti essenziali la struttura economica di Israele, Diana Carminati e Alfredo Tradardi in Boicottare Israele: una pratica non violenta (Derive Approdi, pp.132, euro 10). Un testo chiaro e didascalico, utile anche a quanti non ritengono legittimo o efficace il ricorso a questo strumento per risolvere il conflitto israelo-palestinese. O, meglio, per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Perché, come ricordava nel 2005 la giornalista israeliana Amira Hass in Domani andrà peggio (Fusi orari, 2005), e come ribadisce oggi Saree Makdisi in Palestina borderline. Storie di un’occupazione quotidiana (Isbn, pp.228, euro 29), una soluzione passa tra le altre cose da un lato per l’analisi dell’interazione tra lingua e politica, dal momento che, scrive Makdisi, «una semplice scelta lessicale esprime e, cosa più importante, genera effetti politici». E dall’altro per l’attenzione alla «musica di sottofondo dell’occupazione», visto che «la stragrande maggioranza degli scontri giornalieri fra israeliani e palestinesi avviene nei luoghi del quotidiano… dove una visione molto politica, dal linguaggio tecnico e asettico delle procedure amministrative e dei regolamenti burocratici, viene applicata negli uffici governativi, ai posti di blocco e ai checkpoint…».
Per questo, sostiene Saree Makdisi, che coniuga con grande efficacia annotazioni di vita quotidiana «aneddotiche» ma esemplari con solide letture politiche degli avvenimenti degli ultimi decenni (dal processo di Oslo alla Road Map – che «spostò la responsabilità della fine dell’occupazione dall’occupante all’occupato» -, fino al successo di Hamas), anziché rappresentare un caso unico, «Gaza è il prototipo di una forma di confinamento e isolamento che è stata applicata anche alle comunità palestinesi della Cisgiordania».
E su Gaza non poteva mancare di riflettere anche Paola Caridi, autrice nel 2007 di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi (Feltrinelli). La giornalista di «Lettera22» lo fa brillantemente nel suo Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (Feltrinelli, pp. 288, euro 15), in cui combina il metodo rigoroso imparato da Paolo Spriano negli anni di formazione come storica dei partiti politici con la disinvoltura di stile affinata con la pratica giornalistica. Da qui, la capacità di individuare il legame che unisce episodi apparentemente isolati degli ultimi anni – la vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, il colpo di mano del giugno 2007 con cui Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, l’operazione «Piombo fuso» – a una storia lunga e articolata. Che comincia formalmente il 9 dicembre del 1987, quando viene fondato lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, Hamas. Ma che «risale a oltre sessant’anni fa, nel suo sviluppo locale, e che data dalla fine degli anni venti, nelle sue radici regionali».

Risentimento e indignazione
La nascita di Hamas, infatti, è il prodotto di un percorso politico-culturale non solo palestinese, «ma arabo a tutti gli effetti», riconducibile all’ascesa dell’islam politico nel Novecento e, più in particolare, alla fondazione dei Fratelli Musulmani di Hassan al Banna nel 1928. Anche per questo Hamas va inteso non come un movimento terrorista, ma come un movimento politico riformatore, «che ha usato il terrorismo, soprattutto in una particolare fase della sua storia ormai ventennale». Così facendo, riconoscendo cioè il legame ideologico e programmatico con la famiglia dei Fratelli Musulmani da una parte, e ammettendo la rilevante caratura politica di Hamas, sarà più facile analizzarne meriti e responsabilità. Per quanto attiene ai meriti, la capacità di mobilitazione e di irraggiamento del messaggio politico (si veda anche Olivia Tanini, Il programma elettorale 2006 del movimento Hamas, edizioni Nuova Cultura, 2008); l’adesione alla realtà degli strati più deboli della popolazione e il rigore dei comportamenti individuali. Per le responsabilità, soprattutto «l’inabilità a negoziare i compromessi della politica» e a portare a compimento il percorso «dalla lotta armata al reinserimento nell’agone politico». Un’incapacità rafforzata dalla miopia della comunità internazionale, che ha «scientemente escluso» le chance di «mitigare le posizioni di Hamas», e dalla «rigidità delle posizioni di Tel Aviv».
Proprio alla rigidità delle posizioni di Tel Aviv è dedicato l’ultimo libro di Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, già fortunata autrice di Sharon e mia suocera. Se questa è vita e Niente sesso in città. La storia di Murad Murad (Feltrinelli, pp. 176, euro 14,5, traduzione e cura di Maria Nadotti), infatti, prende idealmente le mosse nel 2000, quando, con lo scoppio della seconda Intifada, «Sharon ha abolito tutti i permessi di lavoro, sicché nel giro di una notte oltre centocinquantamila operai hanno perso il lavoro in Israele, dopo avervi lavorato per più di trentatré anni (1967-2000)». Un paio di calzoni sformati dalle grandi tasche, un giubbotto jeans troppo grande e un berretto sportivo, Suad Amiry si traveste da uomo per accompagnare un gruppo di questi operai nel percorso, corto ma tortuoso a causa dei «trecentosessanta checkpoint che separano la Palestina dalla Palestina», che li divide dalla città israeliana di Petah Tikva, la «Porta della speranza» dove i braccianti palestinesi aspettano qualcuno che conceda loro «qualche miseria in cambio di quel che è stato loro sottratto».
Tra questi c’è il «tenace e vigile Murad», che da otto anni fa avanti e indietro per guadagnarsi da vivere; Saed, alto e aitante; l’anziano Abu Yousef, magro come un chiodo, che spiega: «Ho passato la mia vita intera a lavorare per loro, e adesso guardami: mi rubo da vivere nell’ombra come un ladro». E poi c’è lei, Suad Amiry, con il suo «senso di vuoto, risentimento, indignazione, inutilità, disvalore, inanità, rabbia, odio» per la confisca delle terre palestinesi, «una pratica comune e quotidiana» (sulla contraddizione tra «l’imperativo patriottico di possedere la terra sacra» e quello «di assicurare una solida maggioranza ebraica sul territorio» si veda Baruch Kimmerling, Politicidio. Sharon e i Palestinesi, Fazi, 2003); per la crudeltà dei soldati israeliani, a cui si è tanto abituati «che l’assenza di una notte ci è ormai del tutto insopportabile»; per l’intollerabile realtà di un mondo che confonde soprusi e violenze per diritti. Una «borghese pretenziosa, romantica e di sinistra», l’autrice e coprotagonista di questa storia, che non nasconde i dubbi sulla stessa legittimità di quel che sta facendo: «pensare di ‘rappresentare’ gli oppressi… ‘raccogliere materiale’ per il mio nuovo libro mostrandomi avventurosa una volta sola, per poi giocare con il materiale (la vita delle persone)…». Dubbi e interrogativi sinceri, che però non riescono a trasformare in un’opera pienamente compiuta un testo sospeso tra la denuncia da reportage e la costruzione di senso narrativo.
E sospese sono anche le storie di vita raccolte in Nazionalità indeterminata. Voci della diaspora palestinese in Italia (Rubbettino, pp.164, euro 12), il libro in cui la giovane ricercatrice Carmen Caruso, usando gli strumenti concettuali ed epistemologici della critica postcoloniale, analizza «le forme in cui l’essere palestinesi si manifesta, al di là di ogni definizione ‘originaria’», all’interno della realtà specifica della diaspora palestinese in Italia (secondo le stime dell’organizzazione non governativa palestinese «Baidal», nel 2006 «dei 300mila palestinesi in Europa, circa 4000 risultavano essere in Italia»). Proprio la rinuncia esplicita a ogni visione essenzialista e reificante dell’identità è uno dei meriti della ricerca condotta da Carmen Caruso. L’adozione di «un concetto di identità controverso, problematico», che sul piano individuale si traduce nell’idea di una soggettività come «risultante di una rete di connessioni multiple (emotive, corporee, simboliche, economiche, politiche)», e su quello collettivo nella contestazione dell’idea «di identità nazionale come omogeneità, ossia, corrispondenza fra comunità etnica e unità politico-territoriale», ci induce infatti ad affrontare l’«esperienza diasporica nel suo intimo per quanto asimmetrico rapporto tra coercizione e resistenza, dramma e invenzione di nuovi campi di possibilità».

Ambivalenza della diaspora
Le tante e varie forme di vissuto personale raccolte dall’autrice, in cui l’identità scaturisce da «processi continui di identificazione, negoziazione tra passato e presente», memoria collettiva e storia individuale, sono infatti il prodotto di pratiche irriducibili a un archetipo del modello diasporico. E rimandano piuttosto a strategie di natura contraddittoria, assertiva o disertiva, «ma pur sempre attive». I soggetti della diaspora, ci ricorda Carmen Caruso, non sono «solo delle determinazioni» di dinamiche sociali ascrivibili a «forze disincarnate e astratte». Ma attori protagonisti, capaci di indirizzare le proprie risorse verso strategie sia adattive e di mimesi, sia di resistenza e di apertura di nuove possibilità. In questo senso, dimostrando il carattere problematico e contraddittorio dei meccanismi culturali, politici e sociali dell’appartenenza, l’esperienza ambivalente della diaspora «ci parla non solo degli altri, ma anche di noi», invitandoci a «mettere a valore il potenziale creativo delle contraddizioni» e a diffidare della metafisica della nazione.
Quella metafisica della nazione e del popolo che, come ha ricordato Vittorio Arrigoni nelle sue corrispondenze per «il manifesto» dalla Gaza assediata dall’esercito israeliano durante la sanguinosa operazione «Piombo fuso» (ora raccolte in Gaza. Restiamo umani, manifesto libri, pp.128, euro 7), con accanita e sorda ostinazione può renderci insensibili di fronte alla nostra perduta umanità.

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