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Rendere visibile un processo ancora invisibile. Riconoscerlo, individuarlo, nominarlo, per poi provare a cambiarlo. Saskia Sassen torna in libreria con un libro perfino più ambizioso dei precedenti, un altro tassello lunga quella serie di “esplorazioni eccentriche” di idee e processi dell’economia globale inaugurata nel 1996 con il saggio Fuori controllo. Poche settimane fa la Oxford University Press ha infatti pubblicato Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (in via di traduzione per il Mulino), un testo che la sociologa ha meditato a lungo e costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione”.

Per farlo, per individuare tendenze spesso sotterranee, l’autrice si posiziona ancora una volta in una terra di confine, lungo quel che definisce come il “crinale sistemico”, il bordo, il margine dove assumono forme estreme tendenze che altrove passerebbero inosservate. Solo da lì, soltanto aderendo alla realtà sul terreno e abbondando le griglie analitiche e i punti di osservazioni tradizionali, suggerisce Saskia Sassen, si può comprendere la lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo e l’emergere, sulle sue macerie, di un nuovo paradigma.

Il passaggio che l’autrice de Le città globali cerca di descrivere è ancora in corso, una vera e propria transizione, ma le sue conseguenze hanno già segnato, forse irrimediabilmente, la vita di milioni di persone nel sud come nel nord del mondo, nei paesi ricchi e altamente “sviluppati” come in quelli in “via di sviluppo”: l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri a causa dei 220 milioni di ettari di terra acquistati da investitori e governi stranieri dal 2006 a oggi, le pratiche industriali distruttive per la biosfera, il ricorso all’incarcerazione come mezzo di gestione del “surplus sociale” negli Stati Uniti sono processi ovviamente diversi, differenziati, altamente specifici, ma indicano una medesima tendenza sotterranea, quella verso l’espulsione. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, dell’economia, della biosfera. Sta qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di un cambiamento profondo e strutturale, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemico, e che già può essere temuto come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme, avverte l’autrice.

Cosa è successo, si chiede Saskia Sassen? È successo che negli anni Ottanta del Novecento siamo entrati in una nuova fase del capitalismo avanzato, una fase “che ha reinventato i meccanismi dell’accumulazione originaria” attraverso “formazioni predatorie”, assemblaggi di individui potenti e ricchi, aziende e corporation, governi (soprattutto i rami esecutivi), innovazioni tecniche-legali-finanziarie, nuovi spazi operativi. Da qui, una vera e propria rottura storica: se nel secondo dopoguerra la logica che governava l’economia dei paesi capitalisti e – in modo diverso – quella dei paesi comunisti era la riduzione delle tendenze sistemiche verso la disuguaglianza, una “logica di inclusione caratterizzata da sforzi coordinati di portare i poveri e i marginalizzati dentro il mainstream economico e politico”, dalla fine del secolo scorso i presupporti egalitari e keynesiani alla base di quel progetto di costruzione di una società giusta (ma imperfetta) cominciano a sgretolarsi. Nel frattempo, lo sgretolamento si è compiuto, tanto che oggi è in atto una logica di segno opposto. La logica dell’espulsione.

I casi della Grecia, della Spagna e del Portogallo lo dimostrano, spiega Saskia Sassen, per la quale i problemi economici di questi paesi non sono anomali. Piuttosto, rappresentano esemplarmente le caratteristiche strutturali dell’intera economia politica dell’Unione europea, quelle caratteristiche che la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale cercano di nascondere ricorrendo a un linguaggio tartufesco. Quando parlano di “ritorno alla crescita”, spiega Saskia Sassen,  dimenticano di ricordare che, proprio a causa delle misure di austerità, è avvenuta una ridefinizione de facto dello spazio economico, una riduzione dell’economia che esclude dalle misurazioni standard quella significativa parte di famiglie, aziende e luoghi prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico. In questo senso, i programmi di austerità e di risanamento del debito non sono altro che “meccanismi disciplinari” che non mirano a massimizzare l’occupazione e la produzione, ma a proteggere e rinforzare un nuovo tipo di economia, quella delle formazioni predatorie, e che riecheggiano i programmi di aggiustamento strutturale con cui negli anni Ottanta e Novanta gli attori della governance globale hanno indebolito e messo sotto scacco i governi del sud del mondo.

Ma che strumenti di rivendicazione hanno coloro che vengono espulsi dall’economia formale, al sud come al nord? Storicamente gli oppressi sono insorti contro i loro padroni, ricorda Saskia Sassen, ma oggi gli oppressi sono anche espulsi, vivono a grande distanza dagli oppressori. Inoltre, l’‘oppressore’ è sempre più non un singolo individuo, ma un sistema complesso, senza un centro evidente. Eppure ci sono luoghi in cui il potere che opprime diventa concreto e in cui gli oppressi “sono parte dell’infrastruttura sociale per il potere”. Le città globali per esempio. Lì come altrove, gli spazi degli espulsi reclamano a gran voce un riconoscimento, anche concettuale. Potenzialmente, proprio quei luoghi sono gli spazi per un nuovo “fare”, di segno opposto a quello dell’economia predatrice: luoghi per “fare economie locali, fare storie, costruire nuove modalità di appartenenza”. Una storia tutta da scrivere, perché “il potere, come la mancanza di potere, è un processo che continuamente si fa e si disfa”, non smette mai di ricordare Saskia Sassen.

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4 commenti

  1. Spero che il libro non sia palloso come la recensione, altrimenti potrebbe diventare una lettura ostica.
    A dispetto dell’argomento che definire seminale è poco.

    PS: suggerimento editoriale: la prossima volta usate un titolo del genere” Rocco Siffredi recensisce Saskia Sassen”; garantite migliaia di visite.

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g.battiston@gmail.com

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste tra cui l’Espresso, il manifesto, Gli asini, il Venerdì di Repubblica, oltre che con Radio3 e l’Ispi. Docente di “Tecniche di reportage” alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso, è coordinatore scientifico di Collettiva.org e dal 2010 al 2018 ha curato il programma del Salone dell’editoria sociale. Con Giulio Marcon ha curato "La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare" (minimum fax 2018). Per le edizioni dell’asino ha pubblicato "Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda" (2017) e due libri-intervista: "Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione" (2009) e "Per un’altra globalizzazione" (2010). Dal 2008 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche, saggi.

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