Scrivere di cinema Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scrivere-di-cinema/ un blog di approfondimento culturale Wed, 28 Feb 2018 23:54:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Scrivere di cinema Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scrivere-di-cinema/ 32 32 Scrivere di cinema: “La forma dell’acqua” https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-la-forma-dellacqua/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-la-forma-dellacqua/#respond Thu, 01 Mar 2018 07:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36424 di Leonardo Strano

Tra le molteplici associazioni visive scatenate nelle camere della mente durante e dopo la visione di “La forma dell’acqua” ce n’è una in particolare che si è rivelata agli occhi di chi scrive attraverso l’aspetto di un assunto dalla logica cristallina. Ha a che vedere con l’elasticità dei liquidi: materiali che si deformano facilmente sotto l'azione di una forza e riprendono immediatamente la forma primitiva appena cessa l'azione della forza deformatrice. Morbidi e resilienti tanto quanto la forma dell’acqua e le curve di una storia leggibile come la favola, la parabola di questa verità fisica invalicabile.

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di Leonardo Strano

Tra le molteplici associazioni visive scatenate nelle camere della mente durante e dopo la visione di “La forma dell’acqua” ce n’è una in particolare che si è rivelata agli occhi di chi scrive attraverso l’aspetto di un assunto dalla logica cristallina. Ha a che vedere con l’elasticità dei liquidi: materiali che si deformano facilmente sotto l’azione di una forza e riprendono immediatamente la forma primitiva appena cessa l’azione della forza deformatrice. Morbidi e resilienti tanto quanto la forma dell’acqua e le curve di una storia leggibile come la favola, la parabola di questa verità fisica invalicabile.

L’ultimo film di Guillermo Del Toro, vincitore del Leone D’Oro a Venezia, del Golden Globe per Miglior Film Drammatico e candidato a 13 Premi Oscar, è la lenta danza espressiva di una passione liquida che si evolve ventiquattro fotogrammi al secondo, l’intreccio dialettico tra forze universali che si riassume in un abbraccio intimo, l’architettura di una fuga sentimentale interpretata da un gruppo di attori – tra cui spiccano Sally Hawkins, Micheal Shannon e Richard Jenkins – coordinati allo stato dell’arte.

Una di quelle opere d’intrattenimento in grado di dare un taglio languido all’escatologico e un’iniezione poetica ad una storia-giostra in cui i generi spy, fantasy, horror, noir e musical si inter-scambiano come fondali scenografici (minuziosamente ricostruiti sbalzando l’impasto citazionistico, l’artigianato demodé e l’archeologia filmica) per esaltare una storia d’amore totale, che è cassa di risonanza di molte altre e contenitore, per leggi fisiche o amorose, destinato ad assumere la forma dei suoi contenuti.

Un lavoro che è soprattutto il precipitato di un’equazione creativa capace di cucire una montagna di gloriosi riferimenti (“Il mostro della laguna nera”, la “Bella e la Bestia”, “Il favoloso mondo di Amélie”, ma anche Mimic, la duologia di “Hellboy” e “Il labirinto del fauno”) sulla veste su misura della personalità del proprio autore.

Dall’approccio derivativo agli spruzzi di originalità, dalle follie di carnalità ai momenti di visionarietà e commozione figurativa: tutto ne “La forma dell’acqua” risponde infatti all’immaginario costruito da Del Toro negli anni, dimostrandosi compendio di un percorso artistico partito dalla passione per i mostri, passato attraverso l’apologia della cultura del multiforme e arrivato alla formazione di sensuali immagini-mondo dal denso impatto cinematico.

Compendio che questa volta ha la forma di un grido sussurrato all’emozione più forte, quell’amore che connette le membra diverse e gli spiriti affini e che è raccontato dal regista messicano attraverso gli occhi senza voce di un adone squamoso e una principessa silenziosa. La loro è un’avventura che fa evaporare il cinismo e ridisegna i confini del cuore, spalancandoli senza mai cedere il passo alla più facile chirurgia del ricatto emotivo, anzi, riscattando le debolezze e la diversità di due esseri costretti al peso della malignità, degli spettri dell’incomprensione e dell’odio.

Ma non è solo una storia infiocchettata di languori salmastri, valzer acquatici e elogi della debolezza: è cinema che fa innamorare; è cinema capace, come un elastico sfuggito all’attrito deformante, di allungarsi fino al torace di chi guarda, sfiorarne il cuore e rimbalzare indietro nelle fibre ottiche dello schermo. Lasciando una traccia fantasma – carica di tutto ciò che la precede e aperta a chiunque la riceva – che prima infuoca tutto il corpo e poi lo condanna a bellissimi cortocircuiti di sistema.

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Scrivere di cinema: Personal Shopper https://minimaetmoralia.it/cinema/34364-2/ https://minimaetmoralia.it/cinema/34364-2/#respond Sat, 13 May 2017 06:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34364 di Eugenio Radin

Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas, intitolato Personal Shopper, tale manovra si fa impossibile.

Il cineasta parigino utilizza in effetti in Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas tale manovra si fa impossibile.

Il cineasta parigino utilizza in effetti Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.

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di Eugenio Radin

Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas, intitolato Personal Shopper, tale manovra si fa impossibile.

Il cineasta parigino utilizza in effetti in Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.

Il film, che parte come un horror puro (con tanto di casa abbandonata, fotografia tenebrosa ed ectoplasmi vaganti), passa in fretta ad inquadrare da vicino il dramma di Maureen (un’americana a Parigi che vive all’ombra di un’attrice di successo e che si ritrova ad affrontare il vuoto lasciato dalla morte del fratello gemello), per poi passare in ultima alle atmosfere da thriller, con l’introduzione di un omicidio e di un misterioso stalker anonimo. E tuttavia questa apparente eterogeneità è mantenuta solida da una concezione autoriale unitaria, capace di dare al film una soddisfacente uniformità.

Assays sembra abbracciare la concezione del filosofo francese Jacques Derrida, che considerava il cinema come un’inquietante pratica di produzione di fantasmi, di ombre che si fingono corpi ma che si svelano come mere illusioni ottiche. Un meccanismo capace di farci esperire, grazie all’inganno della macchina da presa, l’inafferrabilità e l’inconsistenza stessa della realtà: la visione cinematografica insomma sarebbe capace di rappresentare, tramite immagini e narrazioni riconoscibili, le allucinazioni che affollano la nostra vita.

Ma non è questo ciò di cui fa esperienza Maureen nella pellicola di Assays? È emblematica, da questo punto di vista, la scena posta a conclusione dell’opera, in cui la protagonista, bucando la quarta parete tramite la forza di uno sguardo in macchina che aggiunge alla riflessione una potenza metacinematografica, si chiede se lo spettro del fratello sia lì presente o se a essere presente sia solo lei.

La sua esistenza, improvvisamente, si svela nella sua inautenticità: nella sua essenziale solitudine, nel suo esser guidata da fantasmi, da illusioni che hanno il compito di coprire le mancanze di un vuoto esistenziale.

Maureen è priva di una personalità (in questo senso Kristen Stewart, nella sua usuale piattezza, è qui tuttavia perfetta per il ruolo), come per la Valentine di Sils Maria (precedente lavoro del regista), la sua vita si svolge all’ombra del successo borghese, qui identificato con Kyra, che non vediamo mai pur intuendone l’ingombrante presenza. Partendo da questa iniziale situazione, la narrazione si sviluppa dunque nel senso di un progressivo abbandono delle illusioni e di un recupero del proprio Sé, che raggiunge il suo culmine con la domanda che la protagonista pone a se stessa e, indirettamente, allo spettatore, nell’epilogo della pellicola.

È questo solamente uno degli spunti che la ricchezza di un’opera come Personal Shopper offre al suo pubblico, assieme alla dimostrazione di come il cinema d’autore non sia necessariamente costretto a rinunciare in toto a certi elementi del cinema di genere, qualora li sappia metabolizzare e sia in grado di riproporli in una veste inedita e comunque convincente.

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Scrivere di cinema: Assolo di Laura Morante https://minimaetmoralia.it/cinema/assolo-laura-morante/ https://minimaetmoralia.it/cinema/assolo-laura-morante/#comments Fri, 19 Feb 2016 13:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30024 Inauguriamo una rubrica in collaborazione con Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica per gli Under 25 promosso da Pordenonelegge, Cinemazero e il SNCCI in collaborazione con Mymovies e minima&moralia: ospiteremo i contributi dei vincitori dell'edizione 2015. Vi segnaliamo inoltre il bando della nuova edizione: scriveredicinema.mymovies.it.
di Gianluca Giraudo

Dopo c’è una festa, musica alta, palloncini di tutti i colori e camerieri che traballano con lo champagne sul vassoio. Prima ci sono gli uomini: tutti quelli della tua vita, che uno dopo l’altro ti raggiungono, ti parlano, si fermano per un saluto, l’ultimo; in faccia il sorrisetto un po’ affranto un po’ complice per dirsi e dire alla loro coscienza: “È andata così”.

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Inauguriamo una rubrica in collaborazione con Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica per gli Under 25 promosso da Pordenonelegge, Cinemazero e il SNCCI in collaborazione con Mymovies e minima&moralia: ospiteremo i contributi dei vincitori dell’edizione 2015. Vi segnaliamo inoltre il bando della nuova edizione: scriveredicinema.mymovies.it.

di Gianluca Giraudo

Dopo c’è una festa, musica alta, palloncini di tutti i colori e camerieri che traballano con lo champagne sul vassoio. Prima ci sono gli uomini: tutti quelli della tua vita, che uno dopo l’altro ti raggiungono, ti parlano, si fermano per un saluto, l’ultimo; in faccia il sorrisetto un po’ affranto un po’ complice per dirsi e dire alla loro coscienza: “È andata così”.

Si può essere culturalmente attrezzati e farsi venire in mente la produzione di Pina Bausch guardando gli uomini fare preda un’inerme personaggio femminile nella scena del funerale che Flavia (Laura Morante), protagonista di Assolo, immagina per sé nel sonno, oppure semplicemente molto umani per rivedervi una delle più intime domande che tormenta la maggior parte di noi. Com’è la vita (degli altri) dopo la morte (nostra)? Che cosa c’è nel dopo-di-noi? Molto poco dolore e ragazze in bikini di paillettes che si strusciano sui presenti sembra dirci il subconscio di Flavia.

In scena, lei, Flavia, non abbiamo ancora avuto modo di vederla – in effetti non sappiamo neanche che si tratta di un suo incubo – eppure già partecipiamo della sua sorte, ci indignamo per il deplorevole atteggiamento degli uomini, ci riconosciamo nella sua sfortuna amorosa, tifiamo per lei. Poi, appare all’improvviso, siamo con lei davanti a un’anziana psicologa che ci guarda stranita, comprensiva ma dubbiosa. E da lì, saremo Flavia per tutto il film.

Cinquant’anni anni, sfaticata, ceto medio. Potrebbe essere questa la descrizione incisiva e melodrammatica di Flavia se avesse Twitter. Se avesse, perché Flavia è una tipa “antica” e allo stesso tempo bambina: non solo non flirta sui social network, ma non conosce neanche l’autoerotismo. Non ha la patente. Fa tenerezza quando chiama i cd “dischi”. Si muove come un alieno in mezzo a persone la cui vita sembra funzionare a differenza della sua. Persone, ovviamente, tutte rigorosamente accoppiate: gli ex mariti, un po’ sconclusionati ma sereni, le loro nuove compagne, brillanti e disinibite, e i figli, giovani e leggeri.

Due i modelli aspirazionali cui la vita di Flavia sembra tendere senza rimedio: quello supremo e desiderabilissimo della psicologa, persona equilibrata e raffinata grazie al tocco conferitogli dall’interpretazione di Piera Degli Esposti, e quello tremendo di Valeria (Angela Finocchiaro), sola e ossessionata dall’abbandono del marito, cui la protagonista non può pensare senza levare gli occhi al cielo. Flavia oscilla tra le due possibilità, è un cursore che indecisione dopo indecisione scorre tra le polarità.

Perché a Flavia tocca l’assolo: dopo anni in cui non è mai rimasta senza un uomo, ora deve assumersi il rischio di stonare fuori dal coro. E una regia morbida e calibrata, che alterna il presente ai flashback, le apparizioni oniriche alla realtà così com’è, la accompagna in questa sua performance necessaria. Spontanea, anche quando semplicemente riporta le parole cliniche e fredde della psicologa, la voce di Flavia ci spiega l’evoluzione di questa donna spiritosa e disillusa, il suo dover crescere a forza e il suo tenero modo di fallire. Facendo sempre mostra di una grazia disarmante e di tanta tanta autoironia.

Assolo parla della validità dei modelli femminili che popolano la società e le nostre vite: nella sua cerchia di amicizie, Flavia scopre che l’imperfezione è democratica e che il farcela nell’insoddisfazione altro non è che un talento. Dovrebbe solo allenarsi di più, come fanno le altre donne del film. Ciascuna si porta dentro il suo spettro di frustrazione — la gelosia violenta, il tradimento, il presagio dell’abbandono —, riuscendo tutto sommato a stare bene. O almeno così le percepisce Flavia che non riesce a fare pace con il suo sentirsi a disagio con i modelli di donne che la circondano. Crede di arrivare al punto quando alla psicologa confida “Mi sento sola”, eppure questo non basta a giustificare la sua inettitudine: la solitudine è impalpabile, slegata dalla logica causa-effetto, càpita e basta. È sia una condizione che un sentimento, “si può essere soli ma non sentirsi tali, oppure non essere soli ma sentirsi tali” come dice sapientemente la psicologa.

Flavia ascolta, annuisce, si sfoga e pian piano costruisce, consegnandoci un personaggio di disarmante sensibilità e profondità psicologica. Anche nel panorama dei modelli femminili del cinema italiano contemporaneo il suo personaggio spicca per poliedricità: è nevrotica ma simpatica, languida con ironia, dolente ed empatica. Procede a tentoni, esita, paventa il rischio di alzarsi dal lettino più insicura di prima.

Flavia è Laura Morante e nei casi in cui regista e attore protagonista di un film coincidono è complicato scindere l’uno dall’altro, saggiare la bravura del primo indipendentemente dal talento del secondo: il film è suo anche nella sceneggiatura. Il suo tocco di regista insieme alla sua abilità come attrice rendono Assolo un film leggero e commovente.

Un film che richiama e allo stesso tempo affronta in modo nuovo alcuni dei grandi temi che hanno caratterizzato il cinema italiano degli ultimi anni: quello del tradimento (L’ultimo bacio, I giorni dell’abbandono, Saturno Contro, Cosa voglio di più), e quello della riflessione sulla vecchiaia e sulla morte (Youth, Mia madre) in primis. C’è qualcosa, però, in Flavia, che ci fa sentire più nostro il suo arrabattarsi in tutti i modi per trovare il proprio posto senza tradire se stessa. Non si accontenta, non giudica, non si chiude in una malinconia fisiologica; in una parola non si arrende. Ed è più di tutto questo che di Flavia ci si innamora, del suo non smettere di cercare a tutti i costi una via alla sua personale felicità.

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