di Eugenio Radin
Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas, intitolato Personal Shopper, tale manovra si fa impossibile.
Il cineasta parigino utilizza in effetti in Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.
Il film, che parte come un horror puro (con tanto di casa abbandonata, fotografia tenebrosa ed ectoplasmi vaganti), passa in fretta ad inquadrare da vicino il dramma di Maureen (un’americana a Parigi che vive all’ombra di un’attrice di successo e che si ritrova ad affrontare il vuoto lasciato dalla morte del fratello gemello), per poi passare in ultima alle atmosfere da thriller, con l’introduzione di un omicidio e di un misterioso stalker anonimo. E tuttavia questa apparente eterogeneità è mantenuta solida da una concezione autoriale unitaria, capace di dare al film una soddisfacente uniformità.
Assays sembra abbracciare la concezione del filosofo francese Jacques Derrida, che considerava il cinema come un’inquietante pratica di produzione di fantasmi, di ombre che si fingono corpi ma che si svelano come mere illusioni ottiche. Un meccanismo capace di farci esperire, grazie all’inganno della macchina da presa, l’inafferrabilità e l’inconsistenza stessa della realtà: la visione cinematografica insomma sarebbe capace di rappresentare, tramite immagini e narrazioni riconoscibili, le allucinazioni che affollano la nostra vita.
Ma non è questo ciò di cui fa esperienza Maureen nella pellicola di Assays? È emblematica, da questo punto di vista, la scena posta a conclusione dell’opera, in cui la protagonista, bucando la quarta parete tramite la forza di uno sguardo in macchina che aggiunge alla riflessione una potenza metacinematografica, si chiede se lo spettro del fratello sia lì presente o se a essere presente sia solo lei.
La sua esistenza, improvvisamente, si svela nella sua inautenticità: nella sua essenziale solitudine, nel suo esser guidata da fantasmi, da illusioni che hanno il compito di coprire le mancanze di un vuoto esistenziale.
Maureen è priva di una personalità (in questo senso Kristen Stewart, nella sua usuale piattezza, è qui tuttavia perfetta per il ruolo), come per la Valentine di Sils Maria (precedente lavoro del regista), la sua vita si svolge all’ombra del successo borghese, qui identificato con Kyra, che non vediamo mai pur intuendone l’ingombrante presenza. Partendo da questa iniziale situazione, la narrazione si sviluppa dunque nel senso di un progressivo abbandono delle illusioni e di un recupero del proprio Sé, che raggiunge il suo culmine con la domanda che la protagonista pone a se stessa e, indirettamente, allo spettatore, nell’epilogo della pellicola.
È questo solamente uno degli spunti che la ricchezza di un’opera come Personal Shopper offre al suo pubblico, assieme alla dimostrazione di come il cinema d’autore non sia necessariamente costretto a rinunciare in toto a certi elementi del cinema di genere, qualora li sappia metabolizzare e sia in grado di riproporli in una veste inedita e comunque convincente.
