Sergio Peter Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-peter/ un blog di approfondimento culturale Sun, 27 Apr 2025 22:13:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sergio Peter Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-peter/ 32 32 Fuori dal seminato – un estratto da “Altavia” di Sergio Peter https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/#respond Sat, 03 May 2025 08:04:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55055 [è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore] ~ Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in […]

L'articolo Fuori dal seminato – un estratto da “Altavia” di Sergio Peter proviene da Minima et Moralia.

]]>
[è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore]

~

Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in confessionale, eravamo sollevati, ma ribaltati dentro dalle nuove conclusioni. Mentre intorno a noi, nel campus, nelle aule dedicate a san Bonaventura, Giovanni xxiii, Pio xii, Benedetto xv, migliaia di corsisti completavano curricula a suon di trentaelode proporzionali alle rette pagate annualmente, nel bugigattolo a forma triangolare dell’ala più nascosta del dipartimento di filosofia, stava accadendo qualcosa. Perché Caviezel, solo lui lì dentro, ci insegnava a pensare, a farla davvero, la filosofia, e non solo appuntare nozioni e asserzioni, senza creare intrichi. Ci mostrava come si generano i concetti, e un periodo, una qualsiasi proposizione – se vera – nasconda radici, bulbi, da cui estrarre semi di vivacità fortissima; ci apriva le pagine più belle e le attraversava, rabdomanticamente.
Insisteva tanto sulla lettura a intensità, un modo d’incontrare il testo seguendo gli «impulsi elettrici» in esso contenuti. Continuava a ribadire che tutto sta nel rinvenire le singolarità del paesaggio. Trattava i testi stessi come fossero pianure, dossi, orridi, catene montuose. «L’arte della contemplazione di Watts è una cascata» aveva detto. Ce lo aveva portato e avevamo provato subito a sfogliarlo, senza capirci molto.
Conoscevamo Guido già dal triennio. Gli avevano assegnato un corso di approfondimento su Walter Benjamin e ci aveva colpito la maniera di porsi agli studenti. Spesso, se si accorgeva che gli astanti non lo stavano ascoltando, si incolleriva, diventava rosso e iniziava a gridare. A un passo dalla bestemmia, per diversi secondi pronunciava frasi senza senso, per vedere se eravamo attenti. «Esistono serpenti a ovest delle isole Massa?»
In un primo tempo, incuteva timore nella classe, ma lo faceva soltanto per operare una sorta di scrematura nell’uditorio. Voleva solo gli alunni più folli, così sconsiderati da consegnarglisi in mano. Dopodiché, fatta la dovuta selezione e scacciati i codardi, cambiava tono, sogghignando, gli piaceva aprire una pagina a caso del libro in questione e chiedere a uno dei seminaristi cosa ne pensasse. Non so dire se fossimo succubi, come a volte il Bosceta sosteneva. Ma se quella di Caviezel era davvero manipolazione nei nostri confronti, faceva parte dei livelli più elevati di quell’arte così simile alla necromanzia.
Sapeva delle nostre più intime debolezze: che Filo faticava a tenere le calzature, e gliele faceva togliere, che il Bosceta aveva bisogno di frequenti pause fumo, e gliele concedeva. A me offriva il caffè senza che glielo chiedessi ormai, sapendo bene che lo bevevo amaro e senza latte. Lo faceva volentieri, visto che l’unica volta che mi ero presentato al corso senza averlo preso, si era accorto di quanto ne fossi assuefatto.
Sulle ragazze, suscitava un certo fascino, forse per i baffi, più probabilmente grazie agli occhi azzurri. Durante il quarto d’ora accademico, anziché aspettare alla cattedra imbronciato il momento buono per iniziare – come faceva la gran parte dei suoi colleghi – tirava fuori un piattino sbreccato. Lo usava come bruciaincenso, perché con un accendino ne scaldava la base e scioglieva alcune granaglie che portava con sé, sempre al profumo di nardo.
Col passare del tempo, prendemmo confidenza, rompendo, per la prima volta, la barriera studente-insegnante, il senso d’inferiorità instillato dagli apparati nei propri membri. Fu difficilissimo, perché all’inizio fece di tutto per respingerci e tenerci distanti, specie fuori dalle aule: non appena tra di noi sembrava essersi creato un certo feeling, egli si ritraeva. Quando traspariva troppo la stima che provavamo nei suoi confronti, trasformandosi in idolatria, ci ammoniva, rimandava le lezioni per settimane, invitandoci a pentirci, a riguardarci.
Ma nei mesi, nonostante la nostra timidezza, e per la moria di iscritti al corso avanzato, imparò per necessità a riconoscere i nostri volti, a venirci incontro con stile scialbo, e iniziammo a vederci anche fuori, al bar a berci una birretta, in mensa a condividere il pranzo, in libreria. In questo, fu la bonarietà di Filo ad avere un ruolo decisivo, la sua insistenza. Aveva scoperto che il prof. dopo il seminario andava sempre a prendersi un panino o una piadina al bar e aveva iniziato a pararglisi davanti in quegli orari scolandosi acque toniche e ginger. Non si poteva non notarlo, Guido Caviezel: girava con uno zainetto dell’Invicta tutto liso e, a meno che non ci fossero dieci gradi sotto zero, indossava delle t-shirt, certe magliette pubblicitarie scolorite inguardabili: Teletu, Italia90, Heineken

 

~

L'articolo Fuori dal seminato – un estratto da “Altavia” di Sergio Peter proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/feed/ 0
Editing sul new jersey – un racconto di Sergio Peter https://minimaetmoralia.it/racconti/editing-sul-new-jersey-un-racconto-di-sergio-peter/ https://minimaetmoralia.it/racconti/editing-sul-new-jersey-un-racconto-di-sergio-peter/#respond Mon, 25 Oct 2021 07:39:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49372 di Sergio Peter Ho imparato ad apprezzare i benefici dell’editing sul new jersey molti mesi dopo l’incontro con Santillana. Non è neanche il suo vero nome. Era fissato con Krsna; una volta al bar dell’autostrada aveva iniziato a gridare ad alta voce dei pezzi di Fato antico e fato moderno. Gli avventori chiedevano: “Che cazzo […]

L'articolo Editing sul new jersey – un racconto di Sergio Peter proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Sergio Peter

Ho imparato ad apprezzare i benefici dell’editing sul new jersey molti mesi dopo l’incontro con Santillana. Non è neanche il suo vero nome. Era fissato con Krsna; una volta al bar dell’autostrada aveva iniziato a gridare ad alta voce dei pezzi di Fato antico e fato moderno. Gli avventori chiedevano:
“Che cazzo hai bevuto?”
“Un goccio di Santillana”
Da quella sera lo chiamavano così.

Avevo allora nelle mani un manoscritto da un milione di battute. Cinque anni dietro a quella cosa, a riguardare le virgole, gli accenti acuti, le maiuscole e i doppi spazi, mesi e mesi ad inseguire il maestro su e giù per le fiere, di fianco sul camion coi sacchetti pieni di inserti…
Poi però, preso dalla smania di pubblicare, una notte ero andato all’internet point di Piazza Miani. Mandai un’e-mail spontanea all’editore dei miei sogni. Vagavo sotto i postumi di una serata con Filo; fatto sta che la mattina dopo vado a rileggere, mica ho scritto:

Gentile Adelchi,
ho un romanzo nel cazzetto
vi allago

serafino brunaldi (serabruna@gmail.com)

Che disastro! Di allegati per fortuna non ce n’erano, ma mi avrebbero messo nella lista nera per sempre – nome/cognome/e-mail bollati come spam – e fatto girare la voce nell’ambiente. Sarei rimasto in eterno, nonostante l’impegno di un lustro, un povero stronzo.
Solo Santillana continuava a credere in me, per una specie di spirito di condivisione: doveva aver vissuto anche lui dei momenti di esilio radicale. C’eravamo conosciuti nel parcheggio dell’autogrill Cantalupa. Facevo il giardiniere all’Hotel Alga, part time il pomeriggio.

Ci vedevamo fuori dalla fabbrica, lavorava per una ditta di scarpe. Ci trovavamo in pausa pranzo, usciva in canotta, smanicato, tatuaggi tribali sulle braccia. Toglieva le sneakers nere (calzini non ne portava mai) e si metteva stravaccato sullo spartitraffico. Aspettava un pasto caldo. Gli portavo la verzura che cucinavo io stesso, quella grigia del nostro orto, bobi, pastinache, patatine da mangiare con la buccia, carote idem, la prima insalata; a volte avevo un po’ di tonno in scatola, riso basmati, minestrone. Se riuscivo a rimediare il thermos, tiravo fuori gli spaghetti aglio olio peperoncino ancora caldi. Poi a stomaco pieno implorava il caffè, coca-cola o pepsi, qualsiasi bevanda purché contenesse caffeina. Io mi tenevo in tasca le redbull, gliele porgevo, due/tre lattine da 15cl; gli si illuminavano gli occhi.
Solo allora potevo estrarre il manoscritto dallo zaino. Santillana era dotato di quella particolare capacità detta “lettura veloce” – una cartella ogni dieci secondi – faceva degli scarabocchi con la matita da lavoro, quelle rossoblu, e parlava tra sé e sé. Poi mi guardava, sempre con lo stampato appoggiato sul new jersey. Faceva ballonzolare la testa.

Usava il pilone di calcestruzzo a mo’ di contrappeso, puntellato da una parte con gomito e schiena. Io restavo fermo ad ammirare la sua opera di editing, chiedendomi fin dove potessimo arrivare insieme. Purtroppo nei nostri incontri, tra primo, sigaretta, caffè, ammazzacaffè, i minuti effettivamente dedicati allo scritto erano circa diciotto, mai di più, tra le 13.39, quando finiva di mangiare e le 13.57 quando doveva rientrare. Teneva i commenti per gli ultimi tre minuti.

Avevo quella finestra di tempo per chiedergli come stessi andando, se la direzione fosse giusta, se il mio testo sullo sciacallo dorato fosse finalmente pronto, a suo parere. Ma ogni volta rimandava, diceva di ripassarci sopra, renderlo più fluido, orecchiabile. Dovevo usare frasi brevi, i capitoli mai superare le tre pagine. Più male, cattiveria, perché la luce circostante risplenda nitida, diceva. Spazio ai dialoghi, il monologo è passato di moda. Gli aggettivi banditi, gli avverbi meno della merda. Non avere a cuore le anime dei personaggi. Pensa alla stella Sirio, usala come bilancino, mi ammoniva.
Era intitolato Aureola Animale. Me lo restituiva pieno di sottolineature, con la polvere di cemento tutta sparsa sui fogli. Mi diede alcune dritte decisive sulla struttura generale. Ordinò dei tagli dolorosi. Fu lui a suggerirmi l’idea dell’attacco in medias res:

«Il canide dorme nell’isola di plastica del Lambro-Olona, giù prima della chiusa. È sazio, posa il corpo su un Tango sgonfio, che gli fa da cuscino. Ha tutto il pelo cosparso di sangue non suo. Intorno alla testa un cerchio verde di materia ologrammatica».

Per lungo tempo non ho capito perché voleva che ci vedessimo proprio lì, e non magari al bar, o al parco, seduti su una panchina. Chiunque vedendoci da fuori avrebbe pensato che stessimo facendo altro, qualcosa di illegale: fumarci una canna, tirarci una striscia, taggare sul blocco di cemento con le bombolette rosa BAAL CULO ˦ 81
L’ho capito alla fine. Solo quando un libro ti cattura anche in una posizione scomoda, sdraiati sul cemento duro, caldo, inquinato e affilato, se il testo ti trasporta fuori da quel contesto, perfino lì, senza bisogno d’altro, allora è davvero pronto, aveva detto. Lo sapeva dagli anni passati a leggere Zolla nelle piazzole di sosta.

Compresi che il romanzo era ultimato quando vidi Santillana cadere di lato, sbucciarsi il gomito, sfregare la tempia sull’asfalto, e poi ridere, sbraitare a crepapelle ecco, ecco, ecco! Era uscito da sé ed entrato nelle pagine, del tutto: s’era dimenticato di sostenersi alla barriera. Lo vidi scappare scalzo gridando di felicità, o forse bestemmiando di dolore per le ferite alle piante dei piedi.
Questo era e resta uno dei principali benefici dell’editing sul new jersey: la corsa libera lungo il guardrail.

Diceva che avrei dovuto proporlo in giro con uno pseudonimo e che sarei presto salito sul carro dei vincitori. Mi suggerì di farmi chiamare Basilio Palamasi. Assaporava già i filetti, e il caviale, e i piccioni che gli avrei offerto al ristorante. Era convinto che ne avrebbe usufruito egli stesso, a piene mani, in quanto editor e ghostwriter principale di Aureola Animale. Non vedeva l’ora di lasciare il lavoro da operaio. Aveva già anticipato qualcosa al padrone. Voleva ritirare la stazione di servizio e farne una grande scuola di scrittura basata sul culto indiano delle mucche.

Alla fine accadde davvero, il libro uscì per JL&Mirror, il più grande editore del continente. Solo che, quando andai a cercare il maestro per dirglielo, non riuscii a trovarlo. Dalla fabbrica mi dissero che da una settimana era sparito, lasciando una canotta sporca nell’armadietto e le pedule. Me le consegnarono come fossi un parente.

Ritornai fuori, sul nostro spartitraffico preferito. Appoggiai una copia del libro al blocco di cemento. Aveva 480 pagine ed era dedicato al più grande editor allora in circolazione, a insaputa di tutti, il mio amico Gianmaria, detto Santillana, già camionista, già incollatore di suole per il calzaturificio Bonomi di Badile.

 

 

L'articolo Editing sul new jersey – un racconto di Sergio Peter proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/racconti/editing-sul-new-jersey-un-racconto-di-sergio-peter/feed/ 0
Postludi dell’Ermanno https://minimaetmoralia.it/estratti/postludi-dellermanno/ https://minimaetmoralia.it/estratti/postludi-dellermanno/#comments Thu, 22 May 2014 17:45:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20868 È nata da un mesetto una nuova collana di narrativa italiana, coordinata da Vanni Santoni. Con una decisione di quasi-incoscienza la Tunué, una piccola casa editrice di Latina, ha pubblicato i primi due libri, Stalin+Bianca di Iacopo Barison e Dettato di Sergio Peter. Questo che vi presentiamo è un estratto di Dettato.

di Sergio Peter

Si sa che i prodotti dell’alveare hanno delle proprietà benefiche nella loro assunzione, scrive l’Ermanno nella sua opera principale Le mie api nel tempo, mi sono sentito dire che non è detto, dice, prima di tutto non sono ciarlatanerie, ma in termini reali sono affermazioni da parte di studiosi in tutto il mondo, dice, in quanto le api sono ben duecento milioni di anni che esistono prima della comparsa dell’uomo sul pianeta Terra e nella natura ci sono continui mutamenti, è in evoluzione, scrive, e poi la pappa reale è prevenzione, agisce come vaccino, il che non è poco dato che non sai mai quello che ti può capitare, scrive l’Ermanno, e inoltre la propoli buca le cellule di tutti i tipi di tumore e li fora come un colabrodo tant’è che, altra cosa da valutare, così l’Ermanno, chi è protagonista come apicoltore della vita delle api, come lui, dice l’Ermanno e infatti così scrive nell’opera Le mie api nel tempo, raramente è attaccato da forme tumorali.

L'articolo Postludi dell’Ermanno proviene da Minima et Moralia.

]]>
È nata da un mesetto una nuova collana di narrativa italiana, coordinata da Vanni Santoni. Con una decisione di quasi-incoscienza la Tunué, una piccola casa editrice di Latina, ha pubblicato i primi due libri, Stalin+Bianca di Iacopo Barison e Dettato di Sergio Peter. Questo che vi presentiamo è un estratto di Dettato.

di Sergio Peter

Si sa che i prodotti dell’alveare hanno delle proprietà benefiche nella loro assunzione, scrive l’Ermanno nella sua opera principale Le mie api nel tempo, mi sono sentito dire che non è detto, dice, prima di tutto non sono ciarlatanerie, ma in termini reali sono affermazioni da parte di studiosi in tutto il mondo, dice, in quanto le api sono ben duecento milioni di anni che esistono prima della comparsa dell’uomo sul pianeta Terra e nella natura ci sono continui mutamenti, è in evoluzione, scrive, e poi la pappa reale è prevenzione, agisce come vaccino, il che non è poco dato che non sai mai quello che ti può capitare, scrive l’Ermanno, e inoltre la propoli buca le cellule di tutti i tipi di tumore e li fora come un colabrodo tant’è che, altra cosa da valutare, così l’Ermanno, chi è protagonista come apicoltore della vita delle api, come lui, dice l’Ermanno e infatti così scrive nell’opera Le mie api nel tempo, raramente è attaccato da forme tumorali.

È risaputo, a proposito del comune di Grandola, in riguardo alle sorgenti dell’omonima Val Sanagra, che l’acqua che sgorga è più buona di quella della Val Cavargna, e questo è risaputo, scrive l’Ermanno all’inizio della sua Cronistoria idrica del comune di Grandola, per essermi stato tramandato dal mio defunto padre Pietro, ma c’è di più, egli scrive, si rileva pure che la montagna Crocione è povera di sorgenti e tra l’altro ai tempi che furono nel sito Bergesa, dov’è una valle, esisteva un mulino, come fu detto da mio padre, e c’è dei resti che bisognerebbe risalire nel capire cos’erano, quei ruderi, ma come posso dire, così l’Ermanno, mio padre era restio, io tutto quello che accennava lo serbo, in quanto lo sentivo più volte ascoltandolo in tutti gli attimi, per ora ho concluso, dice.

E per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, in riguardo alla situazione idrica del comune di Grandola ed Uniti, il primo acquedotto fu fondato in località Muruseii. Invece ad Ulzeran viene captata la sorgente dalla quale, lungo le tubature sotto terra, hanno condotto l’acqua fino alla piazza; e poi nel mio insieme, può dire l’Ermanno per esperienza personale, vi è il tubo a vista di Venusc cam grant, che scende senza più farsi vedere a Scarea e da lì l’acqua arriva a Ciassina, annota l’Ermanno con sicurezza, per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, scrive, così compila la sua terza e ultima opera, intitolata Nozioni tramandenziali della famiglia Guaita. Ma l’acqua è un bene di tutti, e non ci sono più eloquenze da citare, scrive l’Ermanno, così conclude senza nominare il Füntanin di öf, conosciuto nei territori limitrofi per l’odore di uova marce dell’acqua che da lì sgorga.

Io tutto questo lo so perché mi ha scritto delle lettere di sua mano l’Ermanno, contenenti tutta l’opera completa dell’Ermanno, e non so perché me le ha spedite proprio adesso, anche se per la verità un motivo ci sarebbe, quella cosa dei prati, delle storie che sorgono dai campi, che spuntano fuori come funghi, che mi è venuta in mente un giorno mentre ero lì al Prato Verde (Prato Aperto), sopra Bene Lario, ero lì e mentre guardavo per terra una conchiglia, non so da dove, ero in giro per censire le farfalle diurne, ho sentito quella cosa che si dice, che qui ci sono giù delle impronte che appartengono al diavolo, come delle zampette, guarda questa potrebbe essere la traccia di uno zoccolo, dicevano i pastori e tramandavano nelle orecchie di padre in figlio e via dicendo fino a noi, si vede in rilievo il piede caprino del demonio, erano sicuri, così nascono le storie dai prati, da queste mezze curve intarsiate nella pietra da millenni, dai fossili intravisti sulla superficie dei massi, guarda, guarda qui esclamano, qui dev’essere per forza passata a notte fonda una mandria di cavalli condotta da streghe e stregoni fino ai luoghi delle loro riunioni, intorno agli alberi danzano e saltano incappucciati con corone di pioppo e finocchio in testa e poi vanno a sedersi, ma sento altri, soprattutto in vista di Grona, li sento che dicono ch’ebbe luogo dal Galbiga un’eruzione vulcanica e le bestie, orsi galline muli cinghiali cervi volpi, in fuga alla guida del diavolo lasciarono questi segni poi impressi per sempre dalla colata lavica, nel frattempo le donne dicono siano tracce, tracce sicure e non false, del passaggio della madonna, di una sua apparizione, o addirittura dell’arca di Noè, sostengono i fedeli, e siccome m’era sorto il dubbio a sentire tutte queste cose venir su da terra, queste voci lì nell’orecchio in quel momento, sono andato a Velzo e ho chiesto aiuto all’Ermanno, visto che lui oltre ad essere apicoltore e cantante è anche agricoltore, ed è così che mi ha scritto le lettere spedendole in via san Rocco numero 9, lettere di cui io sono stato costretto a fare solo un sunto approssimativo sopra, avendo raccolto previamente il suo consenso da uno sguardo.

L'articolo Postludi dell’Ermanno proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/postludi-dellermanno/feed/ 6