social network Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/social-network/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Nov 2024 11:03:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg social network Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/social-network/ 32 32 Siamo esseri immaginari – Rileggendo Tommaso Pincio https://minimaetmoralia.it/letteratura/siamo-esseri-immaginari-rileggendo-tommaso-pincio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/siamo-esseri-immaginari-rileggendo-tommaso-pincio/#respond Tue, 12 Nov 2024 08:07:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54466 Sellerio riporta nelle librerie uno dei romanzi più belli e malinconici degli ultimi anni, Panorama, di Tommaso Pincio, la storia di Ottavio Tondi, che in una società in cui tutti scrivono e nessuno legge sembra essere l’ultimo autentico lettore rimasto, capace di fare della semplice attività di leggere arte, diventando perfino famoso.

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Sellerio riporta nelle librerie uno dei romanzi più belli e malinconici degli ultimi anni, Panorama, di Tommaso Pincio. È trascorso quasi un decennio dalla prima edizione (NN Editore, 2015) e da allora Pincio ha pubblicato altri tre libri. In uno di questi, Diario di un’estate marziana, un omaggio a Ennio Flaiano, a un certo punto si lamenta, o per meglio dire prende atto, della fine di una vera e propria società letteraria italiana. Ai tempi di Flaiano ci si vedeva spesso nei caffè, si discuteva di arte e di politica, di letteratura e di attualità, magari anche solo di esistenza. E oggi? “Ho pensato a quello che si scriverà di noi” osserva Pincio, “ai ricordi di questi anni, di questa società culturale. Avrebbero voluto tanto vedersi, ma nessuno poteva.” Nessuno ha più tempo, dunque, presi come siamo dalla frenesia di un mondo interattivo che costringe tutto nell’immediato e quindi da mestieri, contratti, e-mail, scadenze, notizie, serie televisive, profili social da aggiornare continuamente, chiamate telefoniche.

Il tema di Panorama in fin dei conti non è distante da tutto ciò. Racconta la storia di Ottavio Tondi, che in una società in cui tutti scrivono e nessuno legge sembra essere l’ultimo autentico lettore rimasto, capace di fare della semplice attività di leggere arte, diventando perfino famoso. Il mondo all’inizio lo accoglie come un eroe, salvo poi voltargli le spalle o deriderlo o addirittura oltraggiarlo, fino alla violenza. Da ultimo Tondi non riuscirà più a leggere, salvandosi solo attraverso la memoria dei libri letti, che lo assale mentre guida sul Grande Raccordo Anulare, o usufruendo di un social network chiamato “Panorama”, appunto. A un tratto Pincio, vale a dire il narratore quasi onnisciente di questo romanzo, scrive: “Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati. La letteratura esisteva ancora, ma in una forma nuova, non più cartacea, non più scritta per essere letta. In un certo senso era tornata all’oralità, un’oralità diversa, non più fatta di voce e per essere ascoltata, e tuttavia in grado di parlare un linguaggio dei sensi, il verbo dell’organo dominante, l’organo della vista. La parole e le cose che vedeva scorrere su Panorama non erano forse un racconto in continuo rifacimento?”

Panorama è anche una grande storia d’amore ossessivo, che come tutte le grandi storie d’amore nasce e muore nella solitudine. È un canto del cigno dell’ultimo lettore romantico e di un mondo ormai in via di estinzione, quello della letteratura come l’abbiamo intesa fino a oggi. La parabola di Ottavio Tondi in fondo non è dissimile dal destino del Marziano di Ennio Flaiano, che viene prima accolto trionfalmente e quindi ignorato o irriso da tutti. Roma (il mondo?) è una città che prima esalta e poi rigetta, disprezza, talvolta uccide.

Nei romanzi di Pincio c’è spesso la malinconia di un mondo che finisce, che sia un universo “sfinito” o una torrida Roma senza più romani, invasa dai cinesi; in una pagina di Cinacittà a un certo punto il narratore afferma, mentendo, di essere uno scrittore di cartoline: “Scelgo un posto di Roma, rievoco com’era un tempo e lo paragono a quel che è diventato adesso” – e chissà che Pincio non stia in qualche modo riferendosi a un aspetto importante della sua opera, come se ci scrivesse da e di un mondo sempre sul punto di morire ma mai morto del tutto, mai sfinito del tutto. A tratti quella di Pincio sembra essere l’opera di un sopravvissuto. “Non sparite”, è il commovente epitaffio di Hotel a zero stelle; mentre nel finale de Lo spazio sfinito Neal Cassady osserva proprio la fine di tutte le cose, la sparizione di un mondo ormai esausto: “Lo osservò sparire nel freddo terribile della notte, così come spariscono tutti. Così come tutti erano spariti, nella voragine del buio che è la stessa voragine del silenzio, dello spazio che non ha più posto perché non ce la fa più. La sfinitezza di tutte le cose.”

Tommaso Pincio è un meraviglioso scrittore minore, con tutta la nobiltà che un termine quale “minore” richiede e contiene. Leggendolo mi viene in mente una boutade di Giuseppe Pontiggia: “I grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Pincio è uno scrittore. Uno scrittore minore e particolarissimo, a cominciare dal nome, ossia dallo pseudonimo, quel “Tommaso Pincio” tanto simile a un certo “Thomas Pynchon” affatto diverso da lui. Ma qui la questione si complica… Nella stanza 403 di Hotel a zero stelle, quella dedicata a George Orwell (altro pseudonimo), di cui qualche anno dopo sarà anche traduttore, Pincio spiega di aver scelto il proprio nome per via del “Pincio” di Villa Borghese e per il fatto che “Tommaso” sia il nome dell’apostolo scettico, che era peraltro molto simile a Gesù (e che farà una fugace comparsa ne La porta di Acaba, pastiche gaddiano incluso in Pulp Roma). D’altra parte, aggiunge, in romanesco “Pincio” significherebbe pure “cazzo”, quindi con uno pseudonimo del genere si presenterebbe segretamente quale un “doppio del cazzo”; da notare che anche Boda, l’amico immaginario di Kurt Cobain, in Un amore dell’altro mondo finisce per diventare il doppio di Cobain.

In effetti sarebbe dilettevole e forse non inutile tentare un’onomastica dei personaggi pinciani. Il poeta Mario Esquilino, per esempio, personaggio minore di Panorama, scompare in circostanze mai chiarite nello stesso Distrito Federal del Messico in cui è vissuto e morto (e dunque scomparso) il poeta Mario Santiago, fraterno amico di Roberto Bolaño. Due poeti di nome “Mario” con dei cognomi diversi che però designano entrambi un luogo: una coincidenza? Come se ciò non bastasse, “Mario Esquilino” è lo pseudonimo con cui Pincio ha firmato un suo libro, Acque Chete, compreso nell’edizione Sellerio di Panorama, dove fra le altre cose traccia un disegno improvvisato de I detective selvaggi. Esquilino sarebbe quindi un personaggio fittizio che scrive un’opera reale. Siamo esseri immaginari, viene da pensare rievocando i tanti personaggi (esistiti e non, con pseudonimi e non) di Tommaso Pincio.

Sì, ma Thomas Pynchon? Su Wikipedia c’è scritto – forse troppo perentoriamente – che “lo pseudonimo Tommaso Pincio non sarebbe altro che l’italianizzazione del nome dello scrittore postmoderno Thomas Pynchon”. Per giunta, stando alle pagine finali di Scrissi d’arte, pubblicato pochi mesi dopo Panorama, le prime copie autoprodotte dell’esordio di Pincio, M., avevano in copertina la sola fotografia esistente di Thomas Pynchon, sebbene il libro raccontasse d’altro. Tutto questo è molto complicato. Ne Lo spazio sfinito neanche Norma Jeane è Marilyn Monroe, dunque alcuni conti – non tutti – tornerebbero. Forse Pincio è innanzitutto un abile fingitore; di certo il senso di impostura è presente in tutta la sua opera, come quello del fallimento. Eppure, o perciò, scrive dei libri molto belli che contengono spesso grandi e malinconiche verità. Forse Tommaso Pincio, il fu Marco Colapietro (“Acquisire un nome nuovo significa cambiare il corso del proprio destino”, da Hotel a zero stelle), è uno scrittore minore riuscito e un grande pittore mancato, visto che ama presentarsi come un pittore che ha smesso di dipingere, cioè un artista fallito o arresosi alla tela bianca, benché nel corso degli anni abbia eseguito svariati ritratti di scrittori a lui cari, da Kafka a Wallace, da Poe a Bolaño, da Dick a Kerouac e via di seguito – a proposito dei quali dice: “Talvolta mi viene persino da sorridere al pensiero di quanto possano essere pedanti, accademici e di cattivo gusto i ritratti che mi piace dipingere.” A noi quei ritratti piacciono, così come i suoi libri. In ogni caso, chiunque sia o affermi di essere Tommaso Pincio quando scrive, di certo vale la pena di cominciare o di continuare a leggerlo, e Panorama – la storia di Ottavio Tondi, il nostro ultimo lettore – è una delle sue opere più misteriose e preziose.

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Mark Zuckerberg nel metaverso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mark-zuckerberg-nel-metaverso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mark-zuckerberg-nel-metaverso/#comments Mon, 08 Nov 2021 07:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49480 Dovremmo esser grati ogni volta che altri esseri umani ci permettono di essere altrove grazie alle loro opere. Poeti, artisti, musicisti, registi, sceneggiatori. Da qualche decennio però il nostro altrove preferito è creato anche, forse soprattutto, da ingegneri, sviluppatori, CEO di piccole aziende divenute poi gigantesche, più importanti di interi stati e continenti. Poco meno […]

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Dovremmo esser grati ogni volta che altri esseri umani ci permettono di essere altrove grazie alle loro opere. Poeti, artisti, musicisti, registi, sceneggiatori. Da qualche decennio però il nostro altrove preferito è creato anche, forse soprattutto, da ingegneri, sviluppatori, CEO di piccole aziende divenute poi gigantesche, più importanti di interi stati e continenti.

Poco meno di trent’anni fa, l’altrove digitale si presentava come un carnevale notturno in cui si indossavano maschere – i nickname – e costumi piuttosto pittoreschi – gli avatar – per ballare in feste sconosciute e sovvertire, potenzialmente, le regole della vita di ogni giorno. Era tutto lentissimo, nettamente separato dalla nostra esperienza quotidiana da interfacce fisiche, prima ancora che virtuali, piuttosto ingombranti: modem, schermi e cassettoni di computer fissi, mouse, tastiere e tanti, tantissimi cavi.

Sul finire degli anni ’90 abbandonai i videogiochi, la mia primissima esperienza d’altrove digitale, per gettarmi a capofitto in quella prima internet di siti, forum, chat d’ogni sorta. Online potevi conoscere un sacco di gente, per quanto in incognito, che non avresti mai potuto incontrare nella vita reale. Persone verso cui, a parte rarissimi casi, non avevi alcuna responsabilità – proprio come in un videogioco.

Quella internet era molto utile in provincia, dove tutto sembrava distante dai centri della vita contemporanea, per sentirsi vivi. Per sentirsi vivi era fondamentale – nonché meraviglioso – smettere di essere sé stessi con la propria forma fisica, la propria faccia, i propri pensieri, la pesantezza della vita d’ogni giorno. Potevi essere un ladro, un assassino, un eroe, un soldato o un grande musicista e continuare la tua vita quotidiana come se niente fosse. Potevi essere tutto, per non essere il niente delle etichette che da adolescente ti cuciva addosso una piccola città di provincia. L’unico inconveniente era lo stigma sociale: passare tutto quel tempo online, un tempo per la verità sempre crescente, poteva fare di te uno sfigato, uno che non aveva una vita socialmente accettabile.

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Non molti anni dopo, Facebook e gli smartphone hanno cambiato tutto. La tecnologia si è rimpicciolita, ha iniziato ad assottigliare la distanza tra reale e virtuale. Il primissimo Facebook rendeva desiderabile palesarci online con nomi, cognomi e facce vere. Lo rendeva prima desiderabile – questo aspetto va sottolineato – e poi in qualche modo obbligatorio quando era ormai chiaro che il modello di sviluppo delle nuove piattaforme si sarebbe basato sull’estrazione di dati dalle nostre esperienze in digitale, sulla produzione di valore separata tuttavia da lavoro e salario. Stare online tutto il tempo non era più un problema, al contrario: via lo stigma sociale, trasformarsi in veri e propri performer digitali sempre connessi era tutto.

Facebook all’inizio mi attirò subito: ancora una volta, mi dava la possibilità di sentirmi al centro pur vivendo lontano dal centro, la possibilità di essere connesso con vere e proprie personalità dei mondi che avrei voluto abitare, per lo più legati a musica ed editoria, quella di essere conosciuto, amato, apprezzato – in fondo, a chi non piace? Per quanto pure si agitava in me il sospetto che stessimo definitivamente trasportando online, insieme ai nostri lati più luminosi, anche quelli più sconvenienti, imbarazzanti ed emotivi, inconsapevolmente tristi e narcisisti.

E così la tecnologia, mentre si rimpiccioliva con l’obiettivo finale di arrivare a smaterializzarsi, smaterializzava tutte e tutti noi. Assottigliati fino a diventare puro dato, nel nostro piccolo potevamo vivere l’ebbrezza di essere personalità pubbliche popolari e controverse (popolari perché controverse) come qualsiasi star del mondo precedente. Dall’anonimato della prima rete si passava a commentare a nostro nome fatti di attualità, con la certezza che la spietata intensità retorica della nostra argomentazione ci avrebbe portato rispettabilità e ragione, rafforzando la nostra identità agli occhi altrui. Dal non voler nemmeno sapere chi sono, dal voler dimenticare il peso di avere un’identità fissa, univoca e coerente, al più classico e comico del “lei non sa chi sono io”.

Su tutto, da allora, domina e si perfeziona ogni giorno un linguaggio promozionale, pubblicitario. Da un lato quello strettamente informatico degli algoritmi, ancora imperfetti, che ci propongono oggetti e servizi da acquistare in base ai nostri gusti, persino quelli più inconfessabili e provvisori, dall’altro quello utilizzato da noi. Ogni post e ogni foto pubblicata su Facebook e Instagram ha come sottotesto, spesso involontario, un invito all’acquisto, a fidarsi di noi, delle nostre idee, ad apprezzare le nostre vite, anche quando oggettivamente inguardabili, disperate e prive di senso.

Sotto questo profilo, i social hanno davvero rotto qualcosa, disinnescando ogni tipo di critica radicale ai modelli sociali ed economici che conformano le nostre vite: non c’è un solo messaggio credibile, tra quelli che diffondiamo sui social. Ogni messaggio, anche il più illuminato e socialmente, politicamente o culturalmente rilevante, ne porta con sé un altro implicito e ancora più pervasivo che è un invito ad acquistarci, ad acquistare qualcosa di noi. Comunicazione automatizzata ben oltre i bot e le intelligenze artificiali, comunicazione per macchine verso altre macchine, per quanto sempre emotiva e performativa, ancora apparentemente umana.

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Certo, non eravamo preparati, non lo era nessuno di noi. Qualcuno è stato in grado di muoversi meglio in questo vasto oceano promozionale, qualcun altro meno. In Italia il filosofo Luca Morisi, ex social media manager ed esponente politico di spicco della Lega, è sicuramente tra coloro che hanno saputo sfruttare al meglio Facebook, combinando la creazione di contenuti controversi e divisivi con le caratteristiche tecniche intrinseche della piattaforma.

Realizzato tutto questo, qualche anno fa ho deciso di tornare al mio primo amore digitale, i videogiochi – su cui pure lo stesso Morisi, non a caso, si era formato, scrivendo su riviste di settore negli anni ’90 – videogiochi tuttavia giocati rigorosamente offline e in solitudine. Non ero più disposto a essere sempre connesso, sempre stanabile e costretto in questa o quella categoria (“scrittore”, “intellettuale”, “militante”, “giornalista”, “femminista”, “novax”, “provax”, “nivax”, eccetera) né di infilarci gli altri, in categorie fisse e predeterminate, come ero stanco dell’inevitabile confusione tra pubblico e privato che i social innescano nelle nostre vite. In passato, grazie al digitale, fuggivo proprio da questi aspetti tipici della vita di provincia, e adesso mi sembrava che tutto il mondo funzionasse come la mia piccola città di provincia.

D’altra parte, se l’interazione con altri esseri umani nell’altrove digitale è artificiosa e guidata da narcisismo e opportunismo, tanto valeva tornare a interagire con personaggi non giocabili e autentiche intelligenze artificiali, a cui non puoi nuocere davvero, e che nulla possono rispetto alle tue debolezze. Tornando ai videogiochi potevo comunque preservare il mio desiderio di essere altrove, per me fondamentale, nella forma dell’interazione (non mi bastano film, serie o libri, perché non posso agirli direttamente), provando ad autoeducarmi nella rinuncia alla gratificazione dei like (a chi non piacciono, suvvia?) e più in generale provando a contenere il narcisismo e le piccole forme d’odio che Facebook aveva tirato fuori da me come da chiunque altro.

Eppure proprio i videogiochi – per la verità quelli giocati online e in multiplayer come Fortnite – diventavano nel frattempo la base per le nostre nuove esperienze online, espandendo e caratterizzando sempre meglio giganteschi mondi digitali in cui non ci si limita più solo a giocare. Ecco quindi che nella primavera del 2021 si inizia a parlare del metaverso di Epic Games. A seguire, in autunno, Mark Zuckerberg presenta la sua versione del metaverso, annunciando anche il cambio di nome – da Facebook a Meta – della società di Menlo Park.

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Il video di presentazione del metaverso zuckerberghiano è piuttosto chiaro su quello che ci aspetta nei prossimi anni: un’esperienza digitale decisamente più immersiva rispetto a quella odierna, in cui saremo presenti con avatar pacciocconi e potremo condividere esperienze come faremmo dal vivo – anzi di più, visto che potremo giocare a ping pong sulla luna o per le strade di Pasadena mentre siamo a casa nostra nei sobborghi di una qualsiasi città italiana.

Potremo costruire oggetti e ambienti digitali da soli, oppure acquistarli da sviluppatori più o meno indipendenti, e interagire con chiunque vogliamo, quando vogliamo, dove vogliamo, per giocare, lavorare, fare sport o guardare film attraverso ologrammi e teletrasporto. Un’idea di altrove digitale che non suonerà nemmeno tanto futuristica a chiunque abbia familiarità con i videogiochi – soprattutto quelli online, come dicevo prima – o ha memoria di cosa fu e soprattutto cosa non fu Second Life. Con la differenza che questa, nei piani di Zuckerberg, potrebbe diventare la nostra First Life.

In un parallelo che ho trovato infelice, Zuckerberg ha paragonato il metaverso al film Ready Player One, di cui ricordo poco – e quel che ricordo non è poi tanto incoraggiante: gente che vive altrove, in un eterno videogioco, a cui è collegata con un visore mentre continua ad abitare in un tugurio. Per cui molte persone si sono chieste: che vita farò da questa parte, mentre sarò nel metaverso? In che tipo di abitazione vivrò? Avrò ancora bisogno di un lavoro? Tuttavia, nel video di presentazione Zuckerberg sostiene almeno una tesi condivisibile: i device e le interfacce con cui oggi viviamo il nostro altrove digitale sono assai limitanti.

Schermi e tastiere, fisiche e digitali, non ci bastano più, è vero. In particolare lo schermo ci separa dalla realtà digitale, delimitandola in un riquadro irraggiungibile. Ci ricorda che quella realtà non è ancora la nostra – etimologicamente, lo schermo è separazione, una cornice proprio come quella di un quadro o il rettangolo delle pagine di un libro.

“Non si tratta di passare più tempo davanti allo schermo” ha spiegato Zuckerberg, “ma di migliorare la qualità di quel tempo”. Tanto vale fluire liberi – su questo non si può non essere d’accordo – in forma di dati aggregati e condensati in un avatar, in ambienti digitali condivisi con altre persone con la netta percezione di essere davvero lì con gli altri. Perciò i device, in attesa di smaterializzarsi del tutto nel corso dei prossimi cinque-dieci anni necessari alla realizzazione del metaverso, diventeranno indossabili: visori, occhiali e piccole protesi che ci permetteranno di essere e produrre noi stessi Realtà Virtuale e Aumentata.

È come se ci apprestassimo a passare dal multiverso della prima internet, che funzionava appunto come un universo parallelo ancora ben separato da questa realtà, alla possibilità che l’intera realtà venga inglobata dal digitale grazie al metaverso. Se poi l’attuale rete social ci ha dato un nome e un’identità e ci ha fatto esistere, come particelle quantiche, soprattutto nell’interazione con gli altri, il metaverso ci permetterà di vivere appieno quel nome e quell’identità insieme agli altri in ambienti condivisi e, promette Zuckerberg, sicuri dal punto di vista della privacy. Sulla qualità delle interazioni, vero tasto dolente di ciò che è l’internet social che viviamo, nulla dice Zuckerberg, dando per scontato che le nostre relazioni non potranno che essere ulteriormente migliorate dal metaverso.

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Eppure proprio il video di presentazione del metaverso è forse la peggior pubblicità a questa nuova visione della rete. Se il kitsch, diceva Milan Kundera, è negare l’esistenza della merda, nel suo metaverso Zuckerberg ci propina ancora una volta l’estetica pacchiana delle grafiche e degli avatar che già oggi accompagnano i suoi servizi livellando verso il basso la qualità delle nostre esperienze online, con tramonti che sembrano usciti da un vecchio videogioco per PlayStation e interni in computergrafica di quart’ordine. È tutto posticcio, infantilizzante, progettato alla buona e votato a una giocosità che non ha nulla di divertente, per cui la cosiddetta gamificazione equivoca e inibisce ogni possibilità che l’intrattenimento possa essere qualcosa di davvero rilevante, per non dire sacro, nelle nostre vite.

Alla lunga, l’intero video di presentazione del metaverso finisce con l’assumere i toni della parodia involontaria: la voce di Zuckerberg ricorda quella sintetica di Fitter Happier dei Radiohead, i suoi dialoghi con gli sviluppatori di terze parti sembrano usciti da una puntata dei Simpson, e quegli stessi sviluppatori paiono esplicitare un entusiasmo del tutto finto, espresso sotto ricatto – li immagino, terminata la registrazione del video, tornare mesti a lavorare alacremente su applicazioni e tecnologie ben lontane dall’essere pronte, quantomeno nel breve, per un utilizzo commerciale e popolare.

Se la rivoluzione di Facebook e degli smartphone ci ha trovato impreparati perché non era stata annunciata, insomma, questa non ci lascia meno dubbiosi nonostante Zuckerberg si sia premurato di raccontarcela dettagliatamente con qualche anno di anticipo. Il fatto è che dopo quasi vent’anni di utilizzo, è chiaro a molti che Facebook non ci ha resi più felici e non ha migliorato le nostre interazioni, come accennavo prima. L’essere umano è prosa e, per quanto sono certo che Zuckerberg riuscirà a rendere inizialmente assai appetibile abitare il metaverso come fu con Facebook, mi chiedo se non riempiremo di rancore e narcisismo anche questo altrove digitale. Se non lo riempiremo con i nostri guai – sarebbe forse auspicabile? – inverando l’ipotesi che con questo annuncio Zuckerberg stia semplicemente cercando di sviare l’attenzione da un mostro ormai ingestibile, ossia un business model e una multinazionale in forte crisi di credibilità anche a livello politico.

Zuckerberg continua a immaginare e a disegnarci addosso un presente e un futuro fatto di ambienti puliti, igienici e igienizzanti, sulla carta molto divertenti, dove non ci sono sangue, ingiustizia, sporcizia, sudore, virus e batteri. Ma l’altrove come esperienza artistica (e pertanto umana, per come cioè la inquadravo all’inizio di questo intervento), necessita insieme di vizi e virtù, incoerenza e incompletezza, dispiaceri, tradimenti e conflitto. Ho l’impressione che la posta in gioco, nel metaverso, sia proprio questo tipo di irriducibilità che ci rende umani. Vorrei avere la forza (e forse anche l’età giusta) per guardare con curiosità e senza pregiudizi a questa sfida: non ho dubbi che l’alieno Zuckerberg, nonostante i problemi di Facebook, sia in qualche modo sincero nel suo intento – e questo, però, è forse ciò che fa più paura.

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Social network e critica militante: Antonio Di Grado, un italianista aforista https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/#comments Tue, 09 Apr 2013 14:43:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13905 Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l'atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri "stati", cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

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Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l’atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri “stati”, cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

«Lo “stato” di facebook (giacché di questo stato, senza maiuscole e senza balzelli, si tratta)», scrive Di Grado, «è quel davanzale da cui ogni giorno ti affacci per dire la tua sul mondo, per imporre a un distratto uditorio il tuo diario in pubblico, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture, amenità e proclami». Quanto alla forma, il limitato numero di caratteri disponibili per gli “stati” non è necessariamente uno svantaggio, anzi (laddove non ci si approfitti questo spazio per pontificare) rappresenta uno stimolo «alla concisione, all’affermazione pregnante, al tagliente insinuarsi del dubbio». Il genere letterario a cui lo “stato” si avvicina di più è, infatti, il frammento letterario, nelle su diverse configurazioni possibili: l’aforisma, il motto di spirito, la maxime dei moralisti francesi (oggi un La Rochefoucauld spopolerebbe certamente su facebook, così come su twitter).

Le pagine del libro Antonio Di Grado, infatti, sono spesso illuminate da scintille aforistiche e da battute fulminanti: «La cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta»; «Tolstoi? Un personaggio di Dostoevskij»; «Abolire l’aggettivo “sperimentale”, comoda scappatoia per non spiegare la diversità di una scrittura o di una tecnica artistica. A un mio collega che lo definiva ‘sperimentale’, Stefano D’Arrigo urlò: “Come si permette? Sperimentale io, che mi sono fatto un culo così?”». Per Di Grado, allergico a certa critica aridamente accademica (non pochi sono gli strali destinati all’oscuro gergo veterostrutturalista giustamente considerato obsoleto), ha trovato in facebook un varco per uscire dalla routine di un’università ormai ridottasi a istituzione asfittica e mercificata.

Se Di Grado non è certo il primo a lamentare il declino dell’università italiana (si pensi alle frequenti polemiche mediatiche contro i “baroni”), egli presenta però il problema sotto una luce nuova, rilevando l’ambiguità di chi denuncia i mali di un’istituzione nella quale, nondimeno, ha in varia misura prosperato: «Edipo indaga sulla peste a Tebe e scopre di esserne responsabile. Allo stesso modo andrebbe condotta ogni indagine critica, ogni ricerca: coinvolgendo e mettendo in discussione l’io che indaga. Quanti studiosi e/o docenti universitari lo fanno?».

In ogni caso Di Grado non parla solo di critica, di letteratura o di università, ma affronta anche questioni politiche, storiche, morali e religiose, declinate quasi sempre in chiave personale, con il frequente ricorso a ricordi autobiografici (sotto questo aspetto, Chi apre chiude si potrebbe leggere come un singolare autoritratto letterario). Pur utilizzando e, per molti aspetti, valorizzando un medium come facebook, l’autore non cede alle facili euforie postmoderniste, anzi, come già in passato Luigi Baldacci (che intitolò una sua memorabile raccolta di saggi Ottocento come noi), afferma di appartenere idealmente più al diciannovesimo secolo che al ventesimo o al ventunesimo: «Il mio secolo elettivo? […] L’Ottocento di Leopardi e Baudelaire, di Zola e De Roberto, di Dostoevskij e Kierkegaard. L’Ottocento svilito dal secolo miserabile e sanguinario che lo seguì: Marx tradito dal comunismo, Nietzsche dal nazismo, Garibaldi e Cavour da Mussolini e Berlusconi».

Tra le pagine migliori del libro ci sono certamente quelle di tema religioso. Lontana da ogni chiesa, la religiosità di Antonio Di Grado è alquanto inquieta ed eterodossa (vien da pensare al Guido Morselli di Fede e critica, a lui assai caro): ne emerge uno spregiudicato corpo a corpo con i Vangeli, percorsi «con la fiduciosa attesa d’un lettore di romanzi, pronto a lasciarsi suggestionare, meno a elucubrare o a cavarne oracoli». Cosicché il teologo si confonde con il critico, mentre la dimensione del sacro riemerge tra le maglie della Rete.

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Ulisses meets Twitter https://minimaetmoralia.it/letteratura/ulisses-meets-twitter/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ulisses-meets-twitter/#comments Thu, 16 Jun 2011 10:01:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4557 Un tempo erano i santi a parlare con gli uccellini, adesso sono gli uccellini di Twitter ad interloquire con le divinità della letteratura. Oggi, 16 giugno, è Bloomsday: giorno in cui si svolge, e quindi si celebra, l’Ulisse di Joyce. L’opera sarà riscritta, cinguettata, sul social network che sta modificando il sistema della comunicazione mondiale: quel luogo della coscienza chiamato Twitter.

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Questo articolo è uscito sul Riformista in occasione del Bloomsday, la commemorazione che si festeggia oggi in tutto il mondo e che coincide con il lunghissimo giorno in cui si svolgono le peregrinazioni di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse di James Joyce.

Un tempo erano i santi a parlare con gli uccellini, adesso sono gli uccellini di Twitter ad interloquire con le divinità della letteratura. Oggi, 16 giugno, è Bloomsday: giorno in cui si svolge, e quindi si celebra, l’Ulisse di Joyce. L’opera sarà riscritta, cinguettata, sul social network che sta modificando il sistema della comunicazione mondiale: quel luogo della coscienza chiamato Twitter.
Ogni anno, per celebrare la Dublino di Joyce e per onorare la memoria di Leopold Bloom, si organizzano in tutto il mondo celebrazioni, maratone di lettura e decine di eventi commemorativi. I fan si mobilitano e gli adepti aumentano ogni anno. Celebre per l’illeggibilità e per lo stile rivoluzionario, il romanzo di Joyce è un universo di culto, un talismano oscuro che suggerisce di essere interrogato all’infinito, uno spartito sempre a caccia di nuovi strumenti per essere suonato. Il 2011 è stato l’anno di Twitter. Il social network californiano ha orchestrato la Primavera Araba, ha inciso sulle campagne elettorali, ha incoronato star, ha fatto insieme da diario privato, da tam tam, e da Radio Londra. Non è un caso quindi che la sfida clou del Bloomsday di quest’anno si chiami “Ulysses meets Twitter”. Il programma è spericolato: riscrivere i 18 capitoli dell’Ulisse con dei tweet, cioè con messaggi di 140 caratteri l’uno, in 24 ore, lo stesso arco di tempo coperto dalla narrazione del geniaccio irlandese. È chiaro che l’impresa è epica, e procederà col ritmo di una nuova odissea postmoderna. Si sono già arruolati molti volontari che si sono prenotati (entro il 30 maggio) sul blog 11ysses.wordpress.com centrale operativa che ha organizzato l’avventura. Gli utenti hanno riformulato e preparato le varie sezioni dell’opera.

Non si tratterà dunque di riprodurre parola per parola tutto il volume (operazione che evidentemente non avrebbe avuto alcun senso). Al contrario, i lettori impegnati nella riscrittura rimanderanno via tweet la loro esperienza di lettura delle pagine joyciane. Alle otto di mattina l’account @11ysses pubblicherà il primo tweet, che farà da neo-incipit, e gli altri saranno scanditi ogni quarto d’ora, per le successive 24 ore.

Ciò che più colpisce, di questa eccentrica operazione di bonifica di quella palude letteraria che è l’Ulisse, è che Twitter sia oggi la manifestazione più compiuta e concreta di quel flusso di coscienza rappresentato per la prima volta proprio da James Joyce. Cos’è lo scorrere eterno dei frammenti di vita che si leggono su Twitter se non esattamente uno stream of consciousness collettivo? Certo nel caso di Twitter si tratta dello scrosciare di una coscienza planetaria, dove i fulminanti tweet raccontano fatti, mescolano emozioni, alternano desideri a speranze, e oscillano eternamente tra meschinità, slogan, arguzie, news, aforismi, slanci e squarci di anime che si confessano. Qualsiasi utente di Twitter è invaso, un tweet uno dopo l’altro, da bagliori e riflessi dei mondi sospirati dagli utenti. Serena Williams che non riesce a dormire, tre bombe che cadono sulla periferia di un villaggio libico, Gianni Riotta che si compiace del figlio che va a un concerto nel Tennessee, Jovanotti che cerca cibo a Chinatown, la regina Rania di Giordania che torna da una visita ad Amman, Guia Soncini che sfotte gli strafalcioni di un ospite di Bruno Vespa e poi sfotte se stessa per un po’ di cellulite, Ilaria D’Amico al mare con la famiglia. Il New York Times annuncia la morte di una star del cinema, un secondo dopo un vecchio amico commenta laconico una giornata nera, la casa editrice Einaudi cita una frase lapidaria di un premio Nobel.

Comunque vada la scommessa, la sfida è vinta in anticipo. Gli ebook non decretano la fine dei libri, e i brevi messaggi dei social network non cancellano il desiderio di complessità. Più il mondo si contrae e balbetta, più rinasce la sete delle grandi vecchie e ampie parabole letterarie.

Si dice che Facebook sia un luogo di vacanza, che My Space sia una città fantasma, e che Twitter sia una città molto popolata. Si dice che Twitter faccia venire voglia di uscire a bere qualcosa con qualcuno che non si è mai incontrato prima, e che Facebook ti invogli invece a lanciare un bicchiere addosso a persone che conosci già. Si dice che lasciare Facebook per Twitter sia come andare via dal bar per tornare a casa. Al di là delle rivalità classiche, Twitter si adatta particolarmente alla narrativa di Joyce. Eventi apparentemente scollegati che si intrecciano, emotività che si svuotano liberamente, un ritmo della prosa che si adatta a quello frenetico della vita che batte.

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Lamentazioni di una social-patica https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lamentazioni-di-una-social-patica/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lamentazioni-di-una-social-patica/#comments Wed, 18 May 2011 09:41:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4353 Da un tentativo abortito di recensione de I social network di Giuseppe Riva, Il Mulino.

Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?
(Fandzu)

Sì, be’, devo ammettere che non sono mai stata un tipo particolarmente socievole. Da piccolina era mamma che prendeva l’iniziativa e domandava agli altri bambini dei giardinetti se potevo unirmi e giocare con loro. Sicuramente dev’esserci una tara dentro me, per questo oggi sono così.

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Da un tentativo abortito di recensione de I social network di Giuseppe Riva, Il Mulino.

Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?
(Fandzu)

Sì, be’, devo ammettere che non sono mai stata un tipo particolarmente socievole. Da piccolina era mamma che prendeva l’iniziativa e domandava agli altri bambini dei giardinetti se potevo unirmi e giocare con loro. Sicuramente dev’esserci una tara dentro me, per questo oggi sono così. Dev’esserci un trauma nascosto, una scena primaria, forse una di quelle cose orribili che si vedono nei film. Chissà. Per questo faccio ormai parte di quegli individui isolati, sospettosi, con relazioni sociali ridotte (solo vicini o parenti), lenti nelle decisioni e dotati di risorse limitate. Voglio bene ai parenti e ai vicini, ho tre amiche e due amici cari, che in tutto fanno cinque, e anche se li amo molto le mie risorse sono limitate. Infatti noi individui isolati e sospettosi, viste le risorse scarse a nostra disposizione tendiamo a focalizzarci di più sui legami forti che su quelli deboli. Io sono quanto di più lontano da quella maggioranza anticipatrice (early majority) da quei soggetti spesso in posizione di leadership che adottano una nuova idea solo dopo averne valutato con attenzione vantaggi e svantaggi. Loro abbracciano l’innovazione, si espandono e raggiungono una gestione ottimale della propria identità sociale. Io valuto ma non adotto quasi mai, quindi niente leadearship per me, neanche quella particolare leadership detenuta da una maggioranza. Non parliamo poi di quei pionieri (early adopters), quei soggetti integrati nella rete sociale dove svolgono il ruolo di opinion leaders, capaci di farsi strada agli esordi dell’innovazione, le orecchie tese alla più impercettibile vibrazione di novità, capaci di scorgere immediatamente, fin dai primissimi barlumi del cambiamento, il tesoro, la pentola d’oro: l’opportunità significativa (affordance). Infine, devo confessare che neppure appartengo a quella maggioranza ritardataria (late majority), che in sostanza comprende tutti gli altri, quelli che restano.
Tutto dipende dai bisogni, da ciò di cui uno pensa di avere bisogno. Non saprei dire su quale gradino della piramide dei bisogni mi sia fermata io: alla fame e al sonno forse, di certo ho pochi bisogni, le mie risorse sono limitate, come i miei amici, i miei desideri, i miei sogni. Lo so, lo so: non dovrei parlare così. L’autostima non è certo il mio forte. Forse è per questo che non riesco ad arrivare al livello numero 5, al vertice della piramide dei bisogni, al sé esteso che coincide con la completezza e che risponde al bisogno supremo: il bisogno di autorealizzazione. Ecco, diciamo pure che non sono autorealizzata, sono schifosamente lontana dall’autorealizzazione. Forse mi manca quella spinta a salire verso l’alto, verso la cima aurea della piramide, e invece di cercare un “se esteso” mi accontento di un misero “se stesso” che sembrerebbe differire dal primo solo per una lettera ma si tratta di due mondi completamente opposti, come il giorno e la notte, come un albero e un’astronave.
Indipendentemente dai bisogni che motivano il mio comportamento, io anche temo, anzi sono praticamente sicura, di non raggiungere quasi mai quelle esperienze ottimali, definite di «flusso» (flow) e che consistono nel fatto di essere gratificanti indipendentemente dal motivo per cui vengono fatte e che sono tipiche delle grandi innovazioni. Non trovo l’affordance. Al contrario, ho questo problema che mi chiedo troppo spesso perché faccio le cose. Grave errore. In poche parole non mi so divertire. Non so cavalcare l’onda, o forse, per andare al nocciolo della questione, non so proprio godere. Quando una maggioranza (anticipatrice o ritardataria) intraprende un percorso collettivo, quando tutti si mettono a fare la stessa cosa, a usare una nuova cosa, smettono di domandarsi perché la fanno o la usano: è normale. Io no, io non sento il flusso, non entro nel flusso e non mi lascio trasportare dal flusso. Frigidamente, non posso fare a meno di opporre una certa resistenza. Di fronte alla novità, invece di cogliere l’opportunità e mettermi a cavallo e divertirmi come tutti gli altri senza domandarmi per chi e per cosa ma semplicemente riconoscendo che una cosa basta farla, insieme a tutti, e la gioia del compito diventa la principale ricompensa che spinge il soggetto a ripeterla – ecco, di fronte a una cosa simile io mi blocco, diffido, sono reticente, anzi peggio ancora: non me ne frega niente. Non so dirmi: ripeti gioiosamente! tutti ripetono gioiosamente, e chissenefrega del perché e del percome. Lo facciamo perché c’è affordance, attraverso le innovazioni scaliamo la piramide dei bisogni per entrare nella fase della consapevolezza (awardness) e diventiamo tutti ugualmente estesi e maggioritari e leader.
Inoltre non so proprio adattarmi alla noncuranza, anzi alla noncurante abbondanza, della comunicazione che sta alla base di queste grandi innovazioni. Dev’esserci un divario un digital divide spalancato tra me e il resto del mondo avanzato. Invece di scoprire in ogni nuovo ritrovato un’occasione per attivare il processo di self empowerement, bel lungi dal facilitare il processo del cambiamento, io sto male quando la gente, senz’altro giustificata dal surplus di comunicazione e dal sovraccarico cognitivo (information overload) al quale tutti si prestano con inaudito entusiasmo, si dimentica per esempio di rispondere a una mia richiesta, a una mia mail, a una mia sollecitazione. Questa superficialità questa distrazione diffusa da party mondano permanente, io la vivo male. Hai voglia a ragionare: a me la noncuranza altrui pare sempre un’offesa, una mancanza di rispetto, una cattiveria. Non riesco ad abituarmi al regime scoppiettante e intermittente di questo nuovo stare insieme. Oggi potremo anche decidere come presentarci alle persone che compongono la rete (impression management), potrò pure scegliere se essere me stesso o essere completamente diverso – pagando un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine, ma se poi quelle persone ci trattano come delle figurine senza senso, effimere, trascurabili, se tu mi confondi nel catalogo dei tuoi 2000 amici, che ne dovrei fare di questa nuova possibilità? Io resto solo una delle tante comparse nella sempre più grande, estesa, variabile, pervasiva e solitaria folla. Non me ne frega poi molto di trovare continuamente nuove opportunità di relazione, di sviluppare la capacità di attrarre relazioni (fitness), se le relazioni si devono basare su questo. Trovo detestabile l’espressione “capitale sociale” e mi domando che razza di vita sociale devono aver fatto le persone che ritengono che oggi attraverso uno schermo sia possibile gestire tutti gli aspetti della propria esperienza sociale. Forse intendono dire che una volta capitalizzato il nostro stare insieme, appurato che il sito americano Vitrue ha perfino calcolato il valore monetario di un’«amicizia» in relazione al potenziale pubblicitario: ogni amico vale 3,60 dollari, trasformato lo spazio pubblico in un luogo a metà strada tra un villaggio turistico e un parco divertimenti, la possibilità di potenziare e gestire la propria esperienza sociale corrisponde grosso modo a quella di potenziare e gestire un’impresa commerciale chiamata col nostro stesso nome. È questo che si nasconde dietro i due bisogni complementari che occupano la rete: quello di raccontarsi e quello di sapere cosa fanno gli altri? E se non è questo, devo ammettere che non riesco a vederci nient’altro, niente di niente: il vuoto di un buco profondo e nero, di una mancanza clamorosa. Mi piace questo mi piace quest’altro. Cosa sperano di ottenere esprimendo preferenze in continuazione? Perché lo fanno? Perché lo fate? Perché non si fermano un secondo a domandarsi perché lo fanno? Perché seminare indizi della propria futilità decine di volte alla settimana? Perché dare in pasto sfumature del tutto dispensabili della nostra personalità a certi agenti intelligenti (bot) in grado di filtrare i contenuti secondo le indicazioni dell’utente, macchinette parrassitarie che si nutrono dei nostri mi piace e dei nostri percorsi virtuali per costruirci intorno un mondo a nostra immagine e somiglianza, una versione algoritmica e mercantile di noi stessi, oggetti e percorsi sempre più prevedibili, sempre più statistici?
Viste le risorse scarse a nostra disposizione tendiamo a focalizzarci di più sui legami forti che su quelli deboli. E ciò limita la possibilità di trovare nuove opportunità di relazione. Ma oggi ci sono nuove forme di socialità diffusa, come gli alberghi diffusi, una nuova ricchezza debole e flessibile. Adatta ad un’epoca di crisi economica, di imprevedibili fluttuazioni finanziarie, di trasformazione dei rapporti umani in sfacciate autopromozioni, dell’io in prodotto da spaccio, del pubblico in pubblicitario. Adatta ad un’epoca di persuasione e seduzione spicciole ma continue, perenni. Diventa infatti oggi possibile strutturare le diverse esperienze per aumentare la capacità persuasiva del messaggio. Questa nuova area di ricerca, si chiama captologia (captology), abbreviazione di «computer as persuasive technology» o «persuasive computing» (computer persuasivo).
Ma di cosa abbiamo bisogno insomma? Chi l’ha inventata quella piramide? Chi dobbiamo sedurre?
Perché mi sento così sola?
E perché mi rifiuto di colmare questa solitudine con 2000 amici che hanno un valore potenziale di 7200 dollari?
Perché non capisco quello che cercano queste persone, quello che vogliono?
Perché soffro quando vedo che una delle mie migliori amiche ha trovato il tempo per postare sei cazzate al giorno, per esprimere otto preferenze su altrettante cazzate postate da altre persone, ma non risponde al telefono, non si fa vedere, divide il suo tempo tra casa e ufficio?
Forse la mia amica pensa di superare la crisi economica riempiendo il mondo di preferenze: forse l’eccitazione di massa attraverso l’aumento vertiginoso dei bisogni di socialità potrà rilanciare l’economia. Forse la mia amica è più utile al mondo che a me. Forse considerando se stessi come un prodotto commerciale finiremo per trovare anche un modo per sbarcare il lunario.
Diventeremo tutti un grande consumatoRe
uno spetta Autore
un commentAutore
Maestri del societing. Sovrani del virtuale. Autori.
Sia il social network sia la chat di messaggistica instantanea sono canali preferenziali per interagire con i marchi e per influenzare le opinioni degli altri utenti sugli stessi (un’arte nella quale i giovani si sentono particolarmente sicuri dei propri mezzi)
Un’arte nella quale…
Interagire con i marchi…
Il minor numero di informazioni relative all’altro ottenibili durante una relazione nei social network porta i soggetti interagenti a cercare di riempire i vuoti informativi con le proprie aspettative. Ciò induce a un maggior livello di idealizzazione, che aumenta l’interesse nei confronti dell’altro.
Immaginare. Idealizzare. Sognare.
Sperimentare.
Facendomi pagare un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine,
posso sperimentare nuovi modi di essere visto che nella maggior parte dei casi anche se fallisco non succede nulla.

Nulla.

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Inventare il proprio pubblico https://minimaetmoralia.it/editoria/inventare-il-proprio-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/editoria/inventare-il-proprio-pubblico/#comments Tue, 05 Oct 2010 08:18:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2984 Per uno scrittore – credetemi – la fortuna ci vede benissimo, e risponde sempre al nome di lettori. L’altra cosa, invece, l’innominabile disgrazia che getta il nome e le opere nell’oblio, è sempre cieca, un fantomatico vello d’indifferenza

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Questo articolo è stato pubblicato sul Sole 24 Ore

Per uno scrittore – credetemi – la fortuna ci vede benissimo, e risponde sempre al nome di lettori. L’altra cosa, invece, l’innominabile disgrazia che getta il nome e le opere nell’oblio, è sempre cieca, un fantomatico vello d’indifferenza: non essere capiti, non essere acquistati, non essere sulla bocca del discorso corrente. Ma chi decide cosa è buono? Come decide? Quali ingranaggi muovono la Mecca del Canone? Lorin Stein, ex editor di Farrar Straus & Giroux e direttore della Paris Review, ha sintetizzato così lo stato delle cose sul blog dell’Atlantic Monthly: “Dieci anni fa la strategia di un editore si basava esclusivamente sulle recensioni. Semplicemente, i libri di ‘fiction’ letteraria soddisfacevano un bisogno. Mia nonna leggeva il supplemento della domenica e andava a comprare i libri consigliati. Oggi non è più così. Con ogni autore bisogna ricominciare da capo. E lo spazio della critica è solo parte di un problema più ampio”.

Una delle risposte che gli amanti dei libri hanno dato al progressivo abbandono da parte dei media della critica ‘responsabile’ (cioè che si assume il rischio di scegliere, e lo fa avvalendosi di intellettuali di professione chiamati critici, persone che hanno naso e sanno distinguere il grano dal loglio) sono i cosiddetti ‘social network editoriali’. I social network sono, per usare la magnifica espressione coniata da Teilhard de Chardin, noosfere fatte di parole, immagini, emozioni condivise, racconti individuali, microfisica del quotidiano e consigli per gli acquisti. Aggiungete la passione per la lettura, eguali porzioni di schietto entusiasmo, moralità tribale e invidia per il talento, e avrete i ‘cosiddetti social network editoriali’. Siti come Anobii, o Goodreads, danno spazio agli scaffali dei partecipanti e organizzano i contatti a seconda degli interessi comuni, di come i gusti librari dell’uno s’incrociano con le tendenze dell’altro. Ognuno può diventare recensore. Ognuno può premiare il recensore che apprezza di più. E alcuni, tra l’altro, sono veramente dotati: inventivi, liberi, solidissimi.
Negli ultimi cinque anni la società letteraria globale ha cambiato i connotati e si è trasferita nell’aria. Si è letteralmente sganciata nell’etere: non è una metafora. Il trionfo della rete, i mezzi di trasmissione telematici, la diffusione capillare della comunicazione senza fili, lo stallo dei media classici, la possibilità di tenere un milione di libri nella giacca di una tasca. Tutto ciò, e molto altro, ha messo questo mondo sul tumultuoso pinnacolo di una transizione radicale – e di un forzoso ripensamento.
I protagonisti del dramma occupano i loro posti come in uno stadio, disponendosi secondo logica: le comunità degli scrittori e degli scriventi; quella dei critici, accademici e militanti; le ampie, decisive curve che ospitano i lettori; le tribune in cui allignano, indecisi se tifare o dirigere il gioco, gli addetti ai lavori di diverso grado – editori, giornali, riviste. Il senso della partita si può riassumere in una domanda: riusciranno i social network editoriali a soppiantare la vecchia trasmissione dei valori della letteratura? Saprebbe sopravvivere ad Anobii una novella Flannery O’Connor?
La comunità degli scrittori si può rozzamente dividere in due valve distinte e connesse: gli autori che dialogano con i vivi e quelli che dialogano con i morti. Ai primi importa soprattutto la risposta del pubblico, che forse in segreto disprezzano, ma comprano, perché il pubblico compra. Agli scrittori seri il pubblico interessa perché lo rispettano in modo sano, come uno sconosciuto del quale non si può prevedere ogni mossa. Desiderano scalare le classifiche, certo. Ma desiderano anche veder la propria opera analizzata, messa in relazione con la storia della letteratura, valutata sotto l’ombrello delle sue ambizioni e lungo l’orizzonte delle possibilità che esprime.
La parte dei critici, come la definirebbe Roberto Bolano, è un’altra faccenda. Militanti e accademici sono le vittime designate dell’assalto mosso da questo cambiamento. Da una parte molti quotidiani e riviste tagliano lo spazio dedicato a interventi polemici ‘colti’; dall’altra la comunità dei lettori ‘on line’ decide cosa vale e cosa no. È anche un problema economico, naturalmente, com’è giusto. A chi giova pagare professionisti della critica quando la stessa mole di informazione è ottenibile attraverso lo sforzo entusiasta e per niente malvagio dei fan? Ma ha senso ridurre l’apporto critico a una mera questione di quantità ?

I lettori, poi, sono un mistero glorioso – il centro del discorso e uno dei motivi per cui si pubblica. Una meraviglia, se – come su Anobii – possono esprimersi in misura individuale e responsabile. Uno strumento regressivo se vengono trattati come masse di tifosi, al che diventano suscettibili, capaci di superficialità ed ipocrisia.
Poi c’è la grande forza propulsiva degli ‘scriventi’. Che oggi, grazie alla rete e al suo brutale talento per risvegliare il peronista che alberga in noi – non riconoscono alcuna differenza di qualità tra se stessi e Flannery O’Connor, perché non hanno mai sentito parlare di Flannery O’Connor. Il self-publishing promosso da certi gruppi editoriali è un ottimo grimaldello emotivo per convincerci che tutti possono fare tutto, l’importante è esprimersi: l’industria culturale, anziché programmare profitti di lungo corso su lettori che compreranno titoli di qualità per tutta la vita, preferisce vendere per pochi soldi, maledetti e subito, l’illusione di ‘sentirsi autori’.
E infine ci sono gli editori. Sui quali concludiamo, lanciando una raffica di modeste proposte. 1. Assumete come consulenti i migliori recensori di Anobii – vi faranno guadagnare un mucchio di soldi, perché sono loro la freccia del futuro. 2. Dismettete ogni populismo e prendetevi sulle spalle l’onere della guida, anziché tremare nel terrore di perderne gli onori. Si salveranno gli editori che fanno libri in cui credono, che investono tempo e soldi per fare libri migliori, che sperimentano senza sosta: sapendo che, come dice il critico rivolgendosi a Marcello/Fellini nel finale di 8 e ½, “un film sbagliato per un produttore non è che un fatto economico… Ma per lei, al punto in cui e arrivato, poteva essere la fine”. 3. Prendete i media generalisti che ancora funzionano, che ancora contano per la vita delle persone, tanto quanto Anobii importa ai suoi frequentatori (per esempio le riviste femminili), e sostituite l’assurda abitudine di segnalare le novità col manuale Cencelli (una settimana a un editore, quella dopo a un altro) con la passione devastante e selvaggia di un critico che sceglie. E che, come ogni impresa capace di lasciare un segno, sa inventare il proprio pubblico.

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aNobii: la rivoluzione viene dai lettori? https://minimaetmoralia.it/libri/anobii-la-rivoluzione-viene-dai-lettori/ https://minimaetmoralia.it/libri/anobii-la-rivoluzione-viene-dai-lettori/#comments Thu, 07 Jan 2010 09:08:37 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1470 Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio. «I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto». Questo sofisticato […]

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio.

«I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto».

Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB («Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male»), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium («Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione»), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB.

La cosa più sorprendente di aNobii (le cui 600 recensioni più popolari sono state raccolte da poco su volume per Rizzoli) non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su anobii-Francia conta appena 30 lettori, è finita nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia. E Pastorale americana? Mentre i connazionali di Roth che lo hanno inserito nella bacheca virtuale sono 39, i lettori di casa nostra ammontano provvisoriamente a 3063. Per non parlare dei best seller (La solitudine dei numeri primi, recensita e discussa da oltre diecimila utenti) e del fatto che sono italiani i gruppi di lettura più vitali, e le più attive costellazioni di forum che fanno capo al social network. È vero che altri social network letterari – come il meno sofisticato LibraryThing – in un paese come gli Stati Uniti sono più usati di aNobii, ma gli anobiiani della penisola hanno numeri e vitalità in grado di gareggiare ad armi pari con gli States, e di surclassare i lettori di ogni altro paese. Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, ha una popolazione pari a un quinto di quella degli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto d’informatica. A che imputare questo successo?
Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre più oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione è quanto meno rivitalizzante. Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la «morte della critica militante». Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori («e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale?» mi sono spesso domandato).
I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose. Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.

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