Sellerio riporta nelle librerie uno dei romanzi più belli e malinconici degli ultimi anni, Panorama, di Tommaso Pincio. È trascorso quasi un decennio dalla prima edizione (NN Editore, 2015) e da allora Pincio ha pubblicato altri tre libri. In uno di questi, Diario di un’estate marziana, un omaggio a Ennio Flaiano, a un certo punto si lamenta, o per meglio dire prende atto, della fine di una vera e propria società letteraria italiana. Ai tempi di Flaiano ci si vedeva spesso nei caffè, si discuteva di arte e di politica, di letteratura e di attualità, magari anche solo di esistenza. E oggi? “Ho pensato a quello che si scriverà di noi” osserva Pincio, “ai ricordi di questi anni, di questa società culturale. Avrebbero voluto tanto vedersi, ma nessuno poteva.” Nessuno ha più tempo, dunque, presi come siamo dalla frenesia di un mondo interattivo che costringe tutto nell’immediato e quindi da mestieri, contratti, e-mail, scadenze, notizie, serie televisive, profili social da aggiornare continuamente, chiamate telefoniche.
Il tema di Panorama in fin dei conti non è distante da tutto ciò. Racconta la storia di Ottavio Tondi, che in una società in cui tutti scrivono e nessuno legge sembra essere l’ultimo autentico lettore rimasto, capace di fare della semplice attività di leggere arte, diventando perfino famoso. Il mondo all’inizio lo accoglie come un eroe, salvo poi voltargli le spalle o deriderlo o addirittura oltraggiarlo, fino alla violenza. Da ultimo Tondi non riuscirà più a leggere, salvandosi solo attraverso la memoria dei libri letti, che lo assale mentre guida sul Grande Raccordo Anulare, o usufruendo di un social network chiamato “Panorama”, appunto. A un tratto Pincio, vale a dire il narratore quasi onnisciente di questo romanzo, scrive: “Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati. La letteratura esisteva ancora, ma in una forma nuova, non più cartacea, non più scritta per essere letta. In un certo senso era tornata all’oralità, un’oralità diversa, non più fatta di voce e per essere ascoltata, e tuttavia in grado di parlare un linguaggio dei sensi, il verbo dell’organo dominante, l’organo della vista. La parole e le cose che vedeva scorrere su Panorama non erano forse un racconto in continuo rifacimento?”
Panorama è anche una grande storia d’amore ossessivo, che come tutte le grandi storie d’amore nasce e muore nella solitudine. È un canto del cigno dell’ultimo lettore romantico e di un mondo ormai in via di estinzione, quello della letteratura come l’abbiamo intesa fino a oggi. La parabola di Ottavio Tondi in fondo non è dissimile dal destino del Marziano di Ennio Flaiano, che viene prima accolto trionfalmente e quindi ignorato o irriso da tutti. Roma (il mondo?) è una città che prima esalta e poi rigetta, disprezza, talvolta uccide.
Nei romanzi di Pincio c’è spesso la malinconia di un mondo che finisce, che sia un universo “sfinito” o una torrida Roma senza più romani, invasa dai cinesi; in una pagina di Cinacittà a un certo punto il narratore afferma, mentendo, di essere uno scrittore di cartoline: “Scelgo un posto di Roma, rievoco com’era un tempo e lo paragono a quel che è diventato adesso” – e chissà che Pincio non stia in qualche modo riferendosi a un aspetto importante della sua opera, come se ci scrivesse da e di un mondo sempre sul punto di morire ma mai morto del tutto, mai sfinito del tutto. A tratti quella di Pincio sembra essere l’opera di un sopravvissuto. “Non sparite”, è il commovente epitaffio di Hotel a zero stelle; mentre nel finale de Lo spazio sfinito Neal Cassady osserva proprio la fine di tutte le cose, la sparizione di un mondo ormai esausto: “Lo osservò sparire nel freddo terribile della notte, così come spariscono tutti. Così come tutti erano spariti, nella voragine del buio che è la stessa voragine del silenzio, dello spazio che non ha più posto perché non ce la fa più. La sfinitezza di tutte le cose.”
Tommaso Pincio è un meraviglioso scrittore minore, con tutta la nobiltà che un termine quale “minore” richiede e contiene. Leggendolo mi viene in mente una boutade di Giuseppe Pontiggia: “I grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Pincio è uno scrittore. Uno scrittore minore e particolarissimo, a cominciare dal nome, ossia dallo pseudonimo, quel “Tommaso Pincio” tanto simile a un certo “Thomas Pynchon” affatto diverso da lui. Ma qui la questione si complica… Nella stanza 403 di Hotel a zero stelle, quella dedicata a George Orwell (altro pseudonimo), di cui qualche anno dopo sarà anche traduttore, Pincio spiega di aver scelto il proprio nome per via del “Pincio” di Villa Borghese e per il fatto che “Tommaso” sia il nome dell’apostolo scettico, che era peraltro molto simile a Gesù (e che farà una fugace comparsa ne La porta di Acaba, pastiche gaddiano incluso in Pulp Roma). D’altra parte, aggiunge, in romanesco “Pincio” significherebbe pure “cazzo”, quindi con uno pseudonimo del genere si presenterebbe segretamente quale un “doppio del cazzo”; da notare che anche Boda, l’amico immaginario di Kurt Cobain, in Un amore dell’altro mondo finisce per diventare il doppio di Cobain.
In effetti sarebbe dilettevole e forse non inutile tentare un’onomastica dei personaggi pinciani. Il poeta Mario Esquilino, per esempio, personaggio minore di Panorama, scompare in circostanze mai chiarite nello stesso Distrito Federal del Messico in cui è vissuto e morto (e dunque scomparso) il poeta Mario Santiago, fraterno amico di Roberto Bolaño. Due poeti di nome “Mario” con dei cognomi diversi che però designano entrambi un luogo: una coincidenza? Come se ciò non bastasse, “Mario Esquilino” è lo pseudonimo con cui Pincio ha firmato un suo libro, Acque Chete, compreso nell’edizione Sellerio di Panorama, dove fra le altre cose traccia un disegno improvvisato de I detective selvaggi. Esquilino sarebbe quindi un personaggio fittizio che scrive un’opera reale. Siamo esseri immaginari, viene da pensare rievocando i tanti personaggi (esistiti e non, con pseudonimi e non) di Tommaso Pincio.
Sì, ma Thomas Pynchon? Su Wikipedia c’è scritto – forse troppo perentoriamente – che “lo pseudonimo Tommaso Pincio non sarebbe altro che l’italianizzazione del nome dello scrittore postmoderno Thomas Pynchon”. Per giunta, stando alle pagine finali di Scrissi d’arte, pubblicato pochi mesi dopo Panorama, le prime copie autoprodotte dell’esordio di Pincio, M., avevano in copertina la sola fotografia esistente di Thomas Pynchon, sebbene il libro raccontasse d’altro. Tutto questo è molto complicato. Ne Lo spazio sfinito neanche Norma Jeane è Marilyn Monroe, dunque alcuni conti – non tutti – tornerebbero. Forse Pincio è innanzitutto un abile fingitore; di certo il senso di impostura è presente in tutta la sua opera, come quello del fallimento. Eppure, o perciò, scrive dei libri molto belli che contengono spesso grandi e malinconiche verità. Forse Tommaso Pincio, il fu Marco Colapietro (“Acquisire un nome nuovo significa cambiare il corso del proprio destino”, da Hotel a zero stelle), è uno scrittore minore riuscito e un grande pittore mancato, visto che ama presentarsi come un pittore che ha smesso di dipingere, cioè un artista fallito o arresosi alla tela bianca, benché nel corso degli anni abbia eseguito svariati ritratti di scrittori a lui cari, da Kafka a Wallace, da Poe a Bolaño, da Dick a Kerouac e via di seguito – a proposito dei quali dice: “Talvolta mi viene persino da sorridere al pensiero di quanto possano essere pedanti, accademici e di cattivo gusto i ritratti che mi piace dipingere.” A noi quei ritratti piacciono, così come i suoi libri. In ogni caso, chiunque sia o affermi di essere Tommaso Pincio quando scrive, di certo vale la pena di cominciare o di continuare a leggerlo, e Panorama – la storia di Ottavio Tondi, il nostro ultimo lettore – è una delle sue opere più misteriose e preziose.
Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988 e vive a Roma. Ha esordito con il romanzo E ogni anima su questa terra (Castelvecchi Editore, 2022, finalista premio Berto, finalista premio Flaiano Under 35). Con Castelvecchi ha pubblicato anche il saggio E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! (2023) e il romanzo Al mondo prossimo venturo (2024). A gennaio 2026 l’editore Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.
