sociologia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sociologia/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Mar 2026 12:27:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sociologia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sociologia/ 32 32 Interrogare la sfinge: il Collegio di sociologia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/interrogare-la-sfinge-il-collegio-di-sociologia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/interrogare-la-sfinge-il-collegio-di-sociologia/#comments Wed, 11 Mar 2026 11:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57005 Bataille che nasce a Billom, ai piedi di una regione di vulcani spenti, e nel luglio del 1937, ossessionato dalle forze primordiali della terra, scala l’Etna e raggiunge la bocca del cratere con la sua amante. Bataille che si mette in testa di fondare una religione ma dà vita solamente a una società segreta, i […]

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Bataille che nasce a Billom, ai piedi di una regione di vulcani spenti, e nel luglio del 1937, ossessionato dalle forze primordiali della terra, scala l’Etna e raggiunge la bocca del cratere con la sua amante. Bataille che si mette in testa di fondare una religione ma dà vita solamente a una società segreta, i cui rituali si svolgono nel cuore di una foresta, e durante una di queste occasioni si convince della necessità di un sacrificio per garantire la continuità della comunità, e si offre volontario, chiede insomma d’essere ammazzato, ma gli altri gli negano il favore. Bataille che fonda con Caillois e Leiris il Collegio di sociologia. Bataille che detesta Breton e ne è ricambiato, anche se per un breve periodo i due si riappacificano. Bataille che per Sartre è “un nuovo mistico”, mentre secondo Adorno “appartiene all’altra sponda”, simpatizza cioè per il fascismo. Bataille che insomma è non solo un autore, ma un personaggio centrale del primo dopoguerra francese.

Non è un caso dunque se in “Interrogare la sfinge”, il libro pubblicato da Mimesis che Renzo Guolo, professore ordinario di Sociologia della religione all’Università degli Studi di Padova, dedica alla storia del Collegio, il filosofo di Billom ha un ruolo centrale. È Bataille, o sono gruppi a cui lui diede vita, come Contre-Attaque e Acéphale, a fare da collante tra tutti i personaggi e le vicende che si intersecano in questo libro. “Interrogare la sfinge” è in effetti soprattutto un libro di storie, presentate al lettore «con un taglio di saggistica narrativa che meglio corrisponde alla scelta di far udire, innanzitutto, la voce dei protagonisti», come avverte l’autore in sede di introduzione. Il suo lavoro si avvicina dunque, nella forma, ai fortunati esempi di saggi come “Al caffè degli esistenzialisti” (Fazi, 2016) di Sarah Bakewell, “Rive Gauche” (Einaudi, 2021) di Agnès Poirier, o “Il tempo degli stregoni” (Feltrinelli, 2018) e “Le visionarie” (Feltrinelli, 2021) di Wolfram Eilenberger.

Il racconto di Guolo, al confronto, ha il grande merito di risultare maggiormente equilibrato, riuscendo a non perdere l’accessibilità di quei saggi divulgativi in un contesto molto più specialistico, dove si fa un uso abbondante (in certi frangenti verrebbe da dire eccessivo) delle fonti, e soprattutto si ha come oggetto d’analisi un’esperienza dimenticata e tutto sommato marginale come quella del Collegio, le cui attività vennero bruscamente interrotte con l’inizio della seconda guerra mondiale, e che fino a quel cruciale momento non si può dire fosse riuscito nel suo proposito: fondare (e riuscire a veder riconosciuta) una nuova sociologia.

Bataille e soci immaginavano una disciplina che si discostava dalla sua versione accademica rifiutandone almeno due capisaldi. Respingeva innanzitutto la necessità di un distacco tra lo studioso e il fatto sociale da lui osservato, professando anzi il valore positivo di un coinvolgimento diretto, come quello mostrato già da Leiris in “L’Africa fantasma”, pubblicato da Gallimard nel 1934. Tre anni più tardi, nel marzo del 1937, il Collegio nasceva poi per analizzare l’attualità, col dichiarato intento di dotarsi, attraverso le proprie ricerche, di strumenti utili a intervenire sul presente: tutto il contrario rispetto a quella distanza spaziale e temporale che per la sociologia di Durkheim era garanzia del massimo grado possibile d’obiettività.

Forse nessuno ha saputo fornire una descrizione delle attività del Collegio migliore di quella di Wahl, discepolo di Bergson, secondo il quale i suoi membri vollero usare la sociologia “convinti di trovare in essa una risposta agli interrogativi che prima avevano creduto di poter risolvere con il surrealismo, la rivoluzione, il freudismo”. Si trattava di una disciplina a quel tempo relativamente nuova: della sua malleabilità, del resto, Bataille si era già servito, adottando ad esempio il concetto di dispendio introdotto da Mauss nel suo “Saggio sul dono” per proporre una nuova lettura della lotta di classe marxista. Se tra le possibilità della sociologia ce n’erano ancora di inesplorate, allora per mezzo di quella disciplina era forse possibile porre sotto una nuova luce specifiche aree d’interesse; e ciascuno aveva le proprie. Da qui le frequenti tensioni testimoniate dagli scambi epistolari; da qui le diverse direzioni che presero in seguito, ad esempio, i percorsi di Caillois e dello stesso Bataille, inizialmente accomunati dal progetto di una “sociologia sacra”.

L’idea di fondo, in quegli anni tumultuosi in cui apparivano inesorabili e inarrestabili le ascese prima del fascismo e poi del nazismo, era quella di trovare gli strumenti giusti per interpretare la realtà e provare magari a cambiare il corso degli eventi. “Interrogare la sfinge” allora è soprattutto il racconto corale non solo di un gruppo di persone dall’intelletto straordinario, ma di un’estesa porzione del panorama culturale francese del primo Novecento. Che il Collegio abbia fallito nel suo intento è, alla fine, un dettaglio di relativa importanza; più rilevante è il fatto che a sollecitarne la costituzione siano state circostanze analoghe a quelle in cui ci troviamo oggi. Un profondo cambiamento del mondo è sotto i nostri occhi e per comprenderlo appare necessario scoprire e interrogare le cause e le forze remote che lo stanno guidando, e trovare un metodo per farlo mentre sta accadendo è una sfida di notevole portata.  L’esperienza del Collegio, in generale interessante, in questa fase storica è quindi in grado di parlarci, di ispirarci e forse d’inquietarci in un modo del tutto peculiare: Guolo non avrebbe potuto scegliere un momento migliore per raccontarla.

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Un maestro del depistaggio https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-maestro-del-depistaggio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-maestro-del-depistaggio/#respond Wed, 27 Apr 2011 08:51:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4258 Questo pezzo è uscito per Alias

«Per prima cosa l’occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l’una Thunderbird vincitore a Epsom, l’altra una battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un gesto semplice basterebbe a far scorrere.

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«Per prima cosa l’occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l’una Thunderbird vincitore a Epsom, l’altra una battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un gesto semplice basterebbe a far scorrere. Alla moquette, allora, si sostituirebbe un pavimento di legno quasi giallo, ricoperto in parte da tre tappeti dai colori smorzati», continua per diverse pagine la descrizione di un lussuoso appartamento, completamente coniugata al condizionale, che apre Le cose (Einaudi, trad. di Leonella Prato Caruso) di Georges Perec: uno degli incipit più famosi della letteratura francese del secolo scorso nonché esempio luminoso della perfetta coincidenza di schemi grammaticali e abissi emozionali che l’abile mente dello scrittore parigino è stato capace, a più riprese, di escogitare.

Le cose è composto come una sorta di suite retorica in tre movimenti: «una storia sulla povertà mescolata inestricabilmente all’immagine della ricchezza» (come lo definì Roland Barthes) non poteva che prendere le mosse dall’allegra inconsistenza del tempo verbale più indeterminato e immaginifico – il condizionale del desiderio, appunto – trasformato poi, nella seconda parte, nell’imperfetto del presente arrabattarsi («Con gli amici, la vita, spesso, era un turbinìo»), per concludersi infine – altra mirabile prova di oltranzismo grammaticale – in un mesto epilogo tutto al futuro che inchioda i protagonisti del romanzo alla banale ineluttabilità del loro destino. Condizionale-imperfetto-futuro: basterebbe sottolineare il perfetto funzionamento di questo semplice dispositivo formale per smentire le accuse di sociologismo, contenutismo eccetera che piovvero sul libro all’indomani della sua pubblicazione e della consacrazione del suo giovane autore (aveva 29 anni, nel 1965) con il prestigioso Prix Renaudot. Accuse imprecise più che scorrette: di sociologia è pieno il libro come piena fu la vita di Perec (e quella di moltissimi intellettuali francesi dell’epoca), il quale pochi anni dopo la pubblicazione del fortunato esordio fondò, insieme a Jean Duvignaud e Paul Virilio, una rivista molto sociologica intitolata Cause commune. Se sociologico è lo sguardo (e lucidissimo), perfettamente letterario resta però il risultato finale, e se ancora leggiamo con profitto questo romanzo è certo a causa dello scrittore prima che dello studioso. Duvignaud oggi lo conoscono in pochi, molti libri di Virilio già sanno di vecchio (per eccessivo zelo contemporaneista), Le cose, al contrario, produce ancora un effetto quasi sconcertante per come continua, inesorabilmente, a parlare di noi. I protagonisti di questa «storia degli anni Sessanta » (come recita il sottotitolo) sono una coppia di ventenni dotati di una discreta cultura e di aspirazioni intellettuali, per vivere fanno interviste motivazionali, sono (diremmo oggi) precari, vanno spesso al cinema, hanno un gruppetto di amici nell’ambiente intellettuale-pubblicitario, si muovono in una città che si trasforma, diventando sempre più radical chic (l’invenzione del termine da parte di Tom Wolfe è di quegli anni), in un ambiente sociale sempre più midcult (pure le teorizzazioni di MacDonald sono coeve), cercano senza successo un orientamento politico, e soprattutto vivono ammalati di un’appassionata, smodata fame di benessere. Vogliono molte più “cose” di quante se ne possano permettere e questo divario tra un immenso mimetico desiderio di beni e posizioni (l’incipit al condizionale) e le possibilità offerte dal loro status reale è lo stesso che ancora attanaglia le società occidentali, costringendole agli imperativi economicistici dell’eterna crescita e a quelli psicologici dell’eterna ansia. Parla di noi questo racconto degli anni Sessanta, così gelidamente sospeso alla flaubertiana ironia del narratore, e la sua flagrante attualità fa la strana, inquietante impressione di una Storia che si sia bloccata lì, tra i trenta gloriosi e una crisi diventata il nostro pane quotidiano.
Al di là delle alterne fortune in vita, Georges Perec è uno scrittore da tempi lunghi. Che la sua opera sia entrata (discretamente, silenziosamente) nella ristretta cerchia dei cosiddetti classici lo dimostra il continuo interesse che gli editori, anche italiani, rivolgono ai suoi testi. Accanto a questa doverosa ristampa del suo primo libro (accompagnata da un ottimo saggio introduttivo di Andrea Canobbio) troviamo oggi due opere minori: Storia di un quadro (Skira, trad. di Sergio Pautasso) è una raffinata variazione sul tema della falsificazione (da affiancare al bellissimo, semi-sconosciuto, racconto intitolato Viaggio d’inverno) e «una specie di epilogo alla Vita istruzioni per l’uso», come lo definisce Bernard Magné (il grande romanzo della maturità funzionerebbe come «generatore » delle numerose tele esposte, con spudorato godimento descrittivo, all’interno di questo denso libretto); infine, per la prima volta tradotto in italiano da Ferdinando Amigoni (pure responsabile di un meticoloso apparato di note), La bottega oscura è proposto da Quodlibet nella collana diretta da Cavazzoni, dove pure alberga l’ultima incarnazione del perecchiano Uomo che dorme. 124 sogni sono qui raccolti in ordine cronologico a comporre il diario onirico di un autore che con il proprio inconscio intrattenne un lungo e serrato corpo a corpo. Vero e proprio figlio della psicanalisi, Perec fu, ancora bambino, paziente di Francoise Dolto e più tardi di J.B. Pontalis. Quest’ultimo rifiutò di utilizzare in sede analitica i sogni poi finiti nella Bottega sospettandone il carattere artificioso, fin troppo letterario: «parevano consegnati – ha scritto – registrati e trattati come un testo da decodificare (…) forse addirittura li sognava come faceva le parole crociate, i solitari, i puzzle, o come si dedicava a giochi di scrittura». Aiutano a schiarire questi sogni ipercodificati le molte indicazioni del curatore, con i limiti inevitabili di qualsiasi incursione provvisoria nello sterminato universo intertestuale e cripto-autobiografico allestito dallo scrittore nella sua breve ma prolifica esistenza. Perec morì a quarantacinque anni lasciandosi alle spalle una messe di opere più o meno compiute, di testi anomali e bizzarri, di complicati progetti tutti fittamente intrecciati nel groviglio delle sue ossessioni. Almeno tre opere (Le cose, W o il ricordo d’infanzia, La vita istruzioni per l’uso) spiccano oggi come le vette insuperate di uno straordinario lavoro di ricerca artistica e letteraria. Sono libri imprescindibili. Il resto fa la gioia e i tormenti della piccola ma agguerrita schiera di pereccofili, o pereccomani: appassionati attraversatori di labirinti, insonni interpreti di minimi indizi, improbabili inseguitori di un maestro assoluto nell’arte sottile del depistaggio.

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