Stati Uniti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stati-uniti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Apr 2026 19:42:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stati Uniti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stati-uniti/ 32 32 Uno scrittore scozzese aveva previsto l’ICE https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uno-scrittore-scozzese-aveva-previsto-lice/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uno-scrittore-scozzese-aveva-previsto-lice/#respond Thu, 02 Apr 2026 10:42:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57124 di Federico Trubiano Da fuori arrivarono ulteriori grida: alcuni agenti stavano circondando un pick-up e con il fucile spianato stavano costringendo una famiglia a scenderne. Anzi, un paio di famiglie, sembrava: due donne messicane, diversi bambini piccoli, tutti in lacrime. Anche il tizio che era sparito dalla porta sul retro riapparve all’improvviso, ammanettato e spintonato […]

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di Federico Trubiano

Da fuori arrivarono ulteriori grida: alcuni agenti stavano circondando un pick-up e con il fucile spianato stavano costringendo una famiglia a scenderne. Anzi, un paio di famiglie, sembrava: due donne messicane, diversi bambini piccoli, tutti in lacrime. Anche il tizio che era sparito dalla porta sul retro riapparve all’improvviso, ammanettato e spintonato lungo un fianco dell’edificio da altri due agenti dell’immigrazione che ovviamente aveva trovato lì fuori ad aspettarlo. Continuava a gridare qualcosa alla sua famiglia – «¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato! ¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato!» – mentre lo spingevano verso il furgone.


La descrizione che avete appena letto sembra essere estratta da un resoconto di azione dell’ICE in Minnesota. Viviamo in un’epoca in cui non sono necessarie trascrizioni e immaginazione per documentare i turpi comportamenti che stanno assumendo queste cosiddette forze dell’ordine. Bastano le immagini: crude, terrificanti, tremendamente reali.
Il testo di cui sopra, però, non è tratto dalla nostra attualità, bensì da un romanzo, pubblicato ormai quasi sei anni fa. L’autore è John Niven, affilato scrittore scozzese che nel luglio 2020 pubblica “La lista degli stronzi”, un romanzo che definire distopico cozzerebbe con la drammatica realtà dei fatti che effettivamente si stanno consumando negli Stati Uniti. Il libro immagina un 2026 con Ivanka Trump alla presidenza, succeduta al padre dopo due trionfali mandati. Niven traccia un futuro in cui la figura di Trump viene raccontata agiograficamente dai media, assoggettati completamente agli ideali ultraconservatori del leader; in cui il culto della personalità nei confronti di Trump è ormai dilagante: la mappa elettorale del Paese sembrava una pozza di sangue sotto il vetrino di un microscopio, una massa rossa screziata appena da un virus blu.


La storia ha come protagonista Frank Brill, ex direttore di un giornale, malato terminale di cancro e con una lista di traumi e sofferenze che potrebbe far impallidire anche Meredith Grey. Il rancore politico di Frank si fonde con l’odio personale e lo porterà a decidere di completare, appunto, la Lista: cinque nomi, cinque persone da uccidere per vendicare il dramma della propria esistenza.
L’aspetto più degno di nota, però, è la costruzione immaginifica degli Stati Uniti di quello che per Niven era il futuro e per noi è il presente: una sovrapposizione tra speculative fiction e realtà che scatena, in chi legge oggi, un senso di stordimento tipico di chi si guarda intorno e osserva un mondo irriconoscibile, lontano dagli standard etici che abbiamo considerato per lungo tempo come inalienabili.
Analizzare le somiglianze tra la fantasia di Niven e gli Stati Uniti contemporanei può aiutarci a leggere la deriva preoccupante che la politica americana ha preso dopo la seconda elezione di Donald Trump. Nel romanzo entriamo nel futuro distopico immaginato dall’autore attraverso la narrazione stessa delle situazioni che fronteggia il protagonista. Lo sguardo disgustato di Frank ci permette di assistere in prima persona a scene apparentemente inspiegabili. Il collegamento più diretto con l’attualità è il reparto Immigrazione, mobilitato direttamente dal presidente.


Tutto a un tratto arrivò un suono di gomme che inchiodavano e tutti quelli in fila alla cassa si girarono verso destra e videro due furgoncini neri appena entrati alla stazione di benzina. Si erano a malapena fermati che alcuni uomini erano già saltati giú e si erano messi a correre verso l’autogrill, tutti con il giubbotto antiproiettile e il casco, i mitra e i manganelli.


Vi ricorda qualcosa? L’intervento diretto ha un preciso scopo: espellere, tramite l’uso coercitivo della forza bruta, i migranti clandestini dal territorio americano. Nella parte finale del romanzo, Niven descrive attraverso gli occhi sbigottiti di Frank la violenza con cui gli agenti esercitano la propria funzione:

Frank vide un uomo dalla pelle bruna che litigava con gli agenti mentre quelli strappavano un suo amico alla moglie e ai figli. Uno degli agenti spinse il tizio verso la macchina. Il tizio rispose con uno spintone. Venne trascinato per terra in un polverone mentre i quattro agenti gli saltavano addosso con i manganelli. […] Non ci volle molto prima che il tizio smettesse di muoversi, di sussultare, e venisse trascinato – esanime? morto? – dentro il furgone.


Il caso della morte di Geraldo Lunas Campos dello scorso 3 gennaio sembra ricalcare fedelmente la descrizione del romanzo. Il 22 gennaio l’agenzia di stampa Associated Press riporta la storia del migrante cubano, di fatto sconfessando la tesi del suicidio portata avanti dagli organi federali: l’autopsia, infatti, stabilisce l’asfissia come causa della morte, avvenuta per effetto della compressione fisica da parte degli agenti sul collo e sul torso, accertata anche dalla presenza di emorragie petecchiali – piccole macchie di sangue dovute a capillari scoppiati, associate a intenso sforzo o trauma – sulle palpebre e sulla pelle del collo. Un testimone racconta la scena, descrivendo come almeno cinque agenti avessero attorniato Lunas Campos, dopo averlo ammanettato e sbattuto a terra, e di come uno di loro gli avesse messo un braccio attorno al collo fino a fargli perdere conoscenza.

Il caso di Lunas Campos è solo uno degli esempi dell’utilizzo spropositato della violenza da parte degli agenti dell’ICE. Più recentemente abbiamo assistito alla diffusione di un video di un arresto in cui due agenti federali trascinavano e sbattevano la testa di un detenuto – il 35enne Isai Santos Caceras – contro il muro di un edificio antistante.

Nonostante sia stata l’amministrazione Bush nel lontano 2003 ad istituire l’ICE all’interno del dipartimento di Sicurezza nazionale, il 2025 – con questo inizio di 2026 che segue lo stesso copione – è stato l’anno in cui l’ICE ha modificato la sua natura. Se prima aveva uno scopo preventivo, perseguendo le infiltrazioni di migranti pericolosi per la sicurezza nazionale, oggi assistiamo a una vera e propria opera di rastrellamento dei migranti clandestini. L’importanza politica dell’agenzia si può leggere fondamentalmente attraverso due declinazioni: il dispiego di fondi e gli incentivi ai nuovi agenti. A livello economico, infatti, il bilancio annuale di 9-10 miliardi di dollari canonici è stato implementato da uno stanziamento pluriennale di 75 miliardi nell’ambito della One Beautiful Bill – la discussa legge di bilancio entrata in vigore lo scorso luglio con uno scarto minimo alla Camera e casus belli della lite tra Trump e Elon Musk – che ha reso già quest’anno, nonostante i fondi siano stanziati fino al 2029, l’ICE l’agenzia più finanziata della storia degli Stati Uniti.
A settembre 2025, il governo americano faceva sapere tramite una nota sul proprio portale di aver ricevuto 150mila candidature per entrare nell’agenzia, una chiara conseguenza della campagna di reclutamento avviata appena un mese dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. L’ICE, infatti, ha diffuso sui propri canali social una serie di contenuti dal forte simbolismo patriottico, oltre a fornire incentivi economici non indifferenti e la cancellazione dei debiti studenteschi. Come se non bastasse, l’agenzia ha accorciato i tempi di addestramento dei nuovi agenti – da tredici a otto settimane – e ha alzato l’asticella dell’età massima per fare richiesta.

In altre parole, l’amministrazione Trump ha riempito di risorse economiche un’agenzia che ha fatto leva sul sentimento patriottico dei suoi sottoposti, spediti direttamente a perlustrare le strade e operare retate, senza l’adeguata preparazione. Le conseguenze sono drammatiche.

– Signore? Signore? – Frank si girò. Aveva davanti un poliziotto, uno della coppia che era lí fin dall’inizio. – Mi dispiace ma deve consegnarmi il suo telefono -. Gli stava già porgendo un sacchettino per le prove.

– Cosa? – disse Frank.

– Clausola 14, sottosezione Irb del Super Patriot Act del 2022: «È illegale interferire in qualsiasi modo con le autorità nell’espletamento delle loro funzioni, effettuando sia registrazioni video che audio».

Nel mondo reale, fortunatamente, la possibilità di filmare le azioni degli agenti e diffondere le immagini tramite i social media sono le principali armi a disposizione dell’opposizione, ciò che ha permesso la diffusione repentina dell’indignazione che ha portato allo scatenarsi di proteste. Il caso più eclatante, in questo senso, è l’omicidio di Renee Nicole Good dello scorso 7 gennaio.

Renee Nicole Good era una scrittrice che stava partecipando a un’operazione di monitoraggio organizzata dai cittadini per controllare l’operato dell’ICE, assieme alla moglie Becca Good, presente al momento dell’omicidio e che nel video qui riportato riconosciamo come la donna con gli occhiali da sole che filma l’uscita dalla camionetta degli agenti. Le due donne erano attive come volontarie in una rete di “pattuglie di quartiere” composta da centinaia di attivisti locali per tracciare e registrare le operazioni dell’ICE a Minneapolis. E dalle dichiarazioni di Michelle Gross, presidente dell’associazione Community united against police brutality, emerge che era proprio ciò che stavano facendo al momento dello sparo dell’agente Jonathan Ross.

Naturalmente neanche una prova schiacciante come un video realizzato direttamente dal killer basta a smontare la strenua resistenza alla verità da parte delle istituzioni americane. È sufficiente leggere il commento del vicepresidente JD Vance al video pubblicato sui propri canali social: «A molti di voi è stato detto che questo agente delle forze dell’ordine non è stato investito da un’auto, non è stato molestato e ha ucciso una donna innocente. La realtà è che la sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa». Oltre al tentativo del vicepresidente di ribaltare la narrazione, definendo Good come vittima della sua ideologia di sinistra.

Il problema della manipolazione narrativa da parte delle istituzioni politiche non è certo una novità nel panorama politico. Lo stesso Niven ci fornisce nel romanzo una sintesi drammatica, uno spaccato della nostra attualità.


Due poliziotti stavano già percorrendo la coda per confiscare i telefoni e recitare il Super Patriot Act, che ormai Frank conosceva a memoria. Ovviamente non sarebbero riusciti a requisire tutti i cellulari e il filmato dell’aggressione sarebbe spuntato nei soliti posti, a sostegno delle solite teorie opposte. Sulla Cnn sarebbe stata presentata come aggressione gratuita ai danni di un innocente, indice dei poteri quasi del tutto illimitati dell’Immigrazione.
Sulla Fox come la difesa della nostra libertà da parte di un manipolo di soldati coraggiosi che rispondeva alla provocazione di un immigrato clandestino, molto probabilmente un membro della temutissima MS-13. Sui siti orientati a sinistra come prova provata di uno Stato di polizia. Su quelli orientati a destra come prova di uno Stato di vigilanza. La sinistra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la destra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la gente che stava in mezzo, la gente sballottata di qua e di là, avrebbe alzato le mani e detto: «Come faccio a capirci qualcosa?»

Nel romanzo, un ruolo estremamente rilevante è ricoperto dalla diffusione capillare delle armi da fuoco. Il protagonista Frank ha subito un lutto terribile: la morte della moglie e del figlio in una sparatoria occorsa nella scuola elementare frequentata dal bambino dove insegnava la donna. La commistione tra pubblico e privato, tra rancore personale e odio
politico trova un antagonista nella National Rifle Association (NRA), la cui mission lobbistica nella diffusione delle armi da fuoco diventa concausa scatenante della furia omicida dello stesso Frank.

Il paradosso tra realtà e finzione, in questo caso, è ancora riconducibile agli eventi di cronaca legati alle azioni violente delle forze dell’ordine, nello specifico del caso recentissimo dell’omicidio di Alex Pretti da parte di due agenti della polizia di frontiera. Si tratta del secondo caso in poche settimane in cui la vittima è un cittadino americano e la linea difensiva del governo è la legittima difesa: nel caso di Good la sparatoria era stata giustificata con il tentativo da parte dell’attivista di investire gli agenti con la propria automobile; nel caso di Pretti, invece, l’infermiere 37enne era presuntamente reo di aver minacciato gli agenti con una pistola. Anche in questo caso, i video smentiscono la versione.

Nell’ambito delle violenza perpetrate dall’ICE, la NRA si era schierata inizialmente con l’amministrazione Trump, incolpando i democratici del clima incandescente in cui versa la città di Minneapolis. L’omicidio di Pretti, però, ha imposto all’organizzazione una retromarcia dalla portata storica epocale: essendo Pretti armato, al momento della sparatoria, la NRA ha cambiato linea comunicativa, optando per la vicinanza alla vittima. Un cambio di paradigma che ci aiuta a comprendere la distanza che si sta facendo sempre più profonda tra la cittadinanza e il governo: se anche in casi di sparatorie nelle scuole – come Niven analizza con cinismo nel romanzo – la NRA aveva strenuamente difeso il diritto dei cittadini a difendersi e ad avere con sé delle armi, le azioni dei due poliziotti della polizia di frontiera
mettono in luce una delle contraddizioni del governo: come può essere salvaguardato il diritto alla difesa personale se avere con sé una pistola durante un’azione di protesta – con peraltro un regolare permesso – può portare a un omicidio da parte di un agente federale?

La lista degli stronzi non andava letto quando è stato pubblicato come una palla di vetro per comprendere il futuro. E oggi non può essere letto come una cronaca accurata del presente che stiamo vivendo. La penna di Niven, però, anticipa drammaticamente alcuni eventi che si stanno mostrando sotto i nostri attoniti occhi in questa nuova accezione ultraconservatrice della politica americana.
Mentre il mondo rivolge lo sguardo al Medio Oriente, Trump non ha (ancora) raso al suolo la Corea del Nord con le bombe atomiche o non ha costruito campi di detenzione per migranti clandestini, come immagina Niven nel romanzo. Eppure, se alcune di queste profetiche visioni dell’autore scozzese si sono concretamente realizzate e fanno parte della nostra attualità, viene da porsi una questione che esprime tutta la frustrazione nel vedere la figura politica più influente del mondo spostare le regole etiche sempre un po’ più in là. Una domanda semplice, ma apparentemente senza risposta: qual è il limite?

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Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/#comments Sat, 25 Jan 2014 10:12:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17881 Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”. Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino […]

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Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”.

Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino a Syriza. Ringraziamo il sito Z Net Italy per averla tradotta e messa on line.

C.J.Polychroniou e Anastasia Giamali: L’ideologia neoliberista afferma che lo Stato è un problema, che la società non esiste e che ciascuno è responsabile del proprio destino. Tuttavia le grandi imprese e i veri ricchi si affidano, come sempre, all’intervento dello Stato per conservare la loro presa sull’economia e per godersi una fetta maggiore della torta economica. Il neoliberismo è un mito, una costruzione ideologica?

Noam Chomsky: Il termine neoliberismo è un po’ fuorviante. Le dottrine non sono né nuove né  liberali. Come dite voi, le grandi società e i ricchi si affidano estesamente a quello che l’economista Dean Baker chiama “lo Stato balia conservatore” che essi a propria volta nutrono. Ciò è vero in modo spettacolare nel caso delle istituzioni finanziarie. Un recente studio del FMI attribuisce i profitti delle grandi banche quasi interamente all’implicita polizza di assicurazione del governo (“troppo grandi per fallire”). Non parliamo soltanto dei salvataggi ampiamente pubblicizzati, ma dell’accesso al denaro a basso costo, e altre condizioni favorevoli determinate dalla garanzia dello Stato. Lo stesso vale per l’economia produttiva. La rivoluzione informatica si è storicamente affidata, per ricerca e sviluppo, a meccanismi statali di approvigionamento. E’ la proscecuzione di uno schema che risale alla prima industrializzazione inglese.

Tuttavia né il “neoliberismo” né la sua versione precedente nota come “liberismo” sono dei miti. Certamente non per le loro vittime. Queste dottrine sono, in misura sostanziale, un “mito” per i ricchi e i potenti, che ideano molti sistemi per proteggersi dalle forze del mercato, ma non per i poveri e i deboli che sono sottoposti alle loro devastazioni.

Che cosa spiega la supremazia del dominio incentrato sul mercato e della finanza in un’era che sta sperimentando la crisi del capitalismo più distruttiva dopo la Grande Depressione?

La spiegazione di fondo è la solita: tutto sta funzionando benissimo per i ricchi e i potenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, decine di milioni sono disoccupati, altri milioni sono usciti distrutti dalla crisi, e i redditi e le condizioni di vita sono in larga misura stagnanti o declinanti. Ma le grandi banche, che sono state responsabili della crisi più recente, sono più grandi e più ricche che mai, i profitti di certe imprese stanno battendo tutti i record, una ricchezza superiore ai sogni di ogni cupidigia si sta accumulando presso quelli che contano. Il sindacato è indebolito da politiche che lo aggrediscono e dalla “crescente insicurezza dei lavoratori”, per prendere a prestito l’espressione usata da Alan Greenspan per spiegare il grandioso successo dell’economia che lui ha gestito quando era ancora “Santo Alan”, forse il più grande economista dopo Adam Smith, prima del collasso della struttura che aveva amministrato, insieme alle sue fondamenta intellettuali. Dunque di che cosa c’è da lamentarsi?

La crescita del capitale finanziario è collegata al declino del tasso di profitto nell’industria e alle nuove opportunità di distribuire in modo diffuso la produzione in luoghi dove la manodopera è più facilmente sfruttata e i limiti al capitale sono ancora più ridotti, mentre i profitti sono distribuiti in luoghi con le aliquote fiscali più basse. Il processo è stato agevolato dagli sviluppi tecnologici, i quali hanno spinto la crescita di un “settore finanziario fuori controllo” che “sta divorando la moderna economia di mercato (cioè l’economia produttiva) dall’interno, proprio come la larva della vespa divora l’ospite in cui è stata deposta”, per mutuare l’espressione suggestiva di Martin Wolf sul Financial Times, forse il corrispondente finanziario più rispettato del mondo di lingua inglese.

A parte ciò, come segnalato, il “dominio mercatocentrico” impone una dura disciplina ai molti, ma i pochi che contano se ne proteggono in modo molto efficace.

Cosa pensi della tesi sul dominio di una élite transnazionale collegata alla fine dello stato nazione, specialmente tenendo conto che chi la propone afferma che questo Nuovo Ordine Mondiale ci dominerebbe già?

C’è qualche verità in questo enunciato, ma non andrebbe esagerata. Le multinazionali continuano a contare sullo Stato per la protezione economica e militare, e anche concretamente per l’innovazione. Le istituzioni internazionali restano largamente sotto il controllo degli stati più potenti e in generale l’ordine globale stato-centrico resta ragionevolmente stabile.

L’Europa si sta approssimando sempre più alla fine del “contratto sociale”. Questo sviluppo ti sorprende?

In un’intervista Mario Draghi ha informato il Wall Street Journal che “il tradizionale contratto sociale del continente” – forse il suo maggiore contributo alla civiltà contemporanea – “è obsoleto” e va smantellato. E lui è uno dei burocrati internazionali che sta facendo il massimo per proteggere quel che ne resta. Il mondo degli affari ha sempre disdegnato il contratto sociale. Ricordate l’euforia della stampa finanziaria quando la caduta del “comunismo” offrì una nuova forza lavoro – istruita, addestrata, sana e persino bionda e con gli occhi azzurri – che poteva essere utilizzata per minare il “lussuoso stile di vita” dei lavoratori occidentali? Non è la conseguenza di forze inesorabili, economiche o d’altro genere, bensì un disegno politico basato sugli interessi di quelli che l’hanno progettato, che è molto più probabile siano banchieri e direttori generali piuttosto che gli addetti alle pulizie dei loro uffici.

Uno dei problemi più grossi che hanno oggi di fronte molti stati del capitalismo avanzato è il fardello del debito, pubblico e privato. Nelle nazioni della periferia dell’eurozona, in particolare, il debito sta avendo effetti sociali catastrofici poiché “è sempre il popolo a pagare”, come hai esplicitamente sostenuto in passato. A beneficio degli attivisti di oggi, spiegheresti in che senso il debito è “un costrutto sociale e ideologico”?

Ci sono molti motivi. Uno è stato colto bene da un’espressione del direttore esecutivo statunitense del FMI, Karen Lissakers, che ha descritto l’istituzione come “il gendarme della comunità del credito”. In un’economia capitalista se tu mi presti dei soldi e io non ti rimborso, il problema è tuo. Non puoi chiedere che siano i miei vicini a pagare il debito. Ma poiché i ricchi e potenti si proteggono dalla disciplina del mercato, le cose vanno diversamente quando una grande banca presta soldi a debitori a rischio, dunque a tassi di interesse e con profitti elevati, e poi questi ultimi non sono in grado di rimborsarli. Allora il “gendarme della comunità del credito” accorre in soccorso, assicurando che il debito sia rimborsato, con la responsabilità trasferita all’intera cittadinanza mediante programmi di aggiustamento strutturale, austerità e politiche simili. Quando ai ricchi non va di pagare quei debiti, possono dichiararli “odiosi”. Una enorme quantità del debito è “odiosa” in questo senso, ma pochi possono appellarsi a istituzioni potenti perché li salvino dai rigori del capitalismo.

C’è una quantità di altri meccanismi. La JPMorgan Chase è stata multata per 13 miliardi di dollari (per la metà fiscalmente deducibili) per quello che può essere considerato un comportamento penalmente rilevante: piani di mutuo fraudolenti.

L’ispettore generale del programma di salvataggio del governo statunitense, Neil Barofksy, ha fatto notare che a quel punto è intervenuto ufficialmente un accordo legislativo: le banche, che erano colpevoli, dovevano essere salvate, e le loro vittime, persone che perdevano la casa, dovevano ricevere una qualche protezione e un sostegno limitato. Come egli stesso spiega, è stata onorata seriamente solo la prima parte dell’accordo, e il piano è diventato un “regalo ai dirigenti di Wall Street”, senza sorpresa per nessuno di quelli che capiscono come funziona il “capitalismo concretamente esistente”.

Nel corso della crisi, i greci sono stati presentati in tutto il mondo come pigri e corrotti evasori fiscali cui piace soltanto manifestare. Questa idea è diventata dominante. Quali sono i meccanismi usati per convincere l’opinione pubblica? Si possono contrastare?

Ritratti come questo sono presentati da quelli che dispongono della ricchezza e del potere per plasmare il dibattito pubblico. La distorsione e l’inganno si possono contrastare soltanto minando il loro potere e creando organi di potere popolare, come per tutti i casi di oppressione.

Quali sono le tue idee su quello che sta succedendo in Grecia, in particolare a proposito delle costanti richieste della “troika” e dell’intransigente desiderio tedesco di promuovere la causa dell’austerità?

Pare che lo scopo ultimo delle richieste tedesche ad Atene, nell’ambito della gestione della crisi del debito, sia la “cattura” di tutto ciò che in Grecia abbia un valore. Alcuni, in Germania, appaiono intenzionati a imporre ai greci condizioni di virtuale schiavitù economica.

E’ piuttosto probabile che il prossimo governo in Grecia sarà un governo della Coalizione della Sinistra Radiale. Quale dovrebbe essere il suo approccio nei confronti dell’Unione Europea e dei creditori della Grecia? Inoltre, un governo di sinistra dovrebbe mostrarsi rassicurante nei confronti dei settori più produttivi della classe capitalista, o dovrebbe adottare un’ideologia operaia tradizionale?

Si tratta di questioni pratiche difficili. Sarebbe facile per me abbozzare ciò che mi piacerebbe accadesse, ma considerata la realtà qualsiasi percorso ha rischi e costi. Anche se io fossi in condizioni di valutarli correttamente – e non lo sono – sarebbe irresponsabile sollecitare una politica senza serie analisi e prove.

Nei tuoi scritti recenti presti una crescente attenzione alla distruzione dell’ambiente. Pensi che sia davvero in gioco la civiltà umana?

Penso sia in gioco una sopravvivenza umana decente. Le prime vittime sono, al solito, i più deboli e i più vulnerabili. Ciò è risultato evidente anche al vertice globale sul cambiamento climatico che si è concluso a Varsavia, con scarsi risultati. Gli storici del futuro – se ce ne sarà uno – osserveranno con stupore lo spettacolo attuale. Alla guida del tentativo di evitare una catastrofe probabile ci sono le cosiddette “società primitive”. O comunque quelle meno ricche. I popoli indigeni nell’America Meridionale e così via in tutto il mondo. Si pensi alla lotta per il salvataggio e la protezione dell’ambiente che ha luogo oggi in Grecia, dove i residenti di Skouries a Chalkidiki stanno opponendo una resistenza eroica sia agli scopi predatori della Eldorado Gold sia alle forze di polizia che sono state mobilitate dallo stato greco a sostegno della multinazionale.

Quelle che guidano entusiasticamente la corsa alla caduta nel precipizio sono le società più ricche e più potenti, come gli Stati Uniti e il Canada. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la razionalità, esclusa la razionalità folle della “democrazia capitalista concretamente esistente”.

Gli Stati Uniti rimangono un impero mondiale e, secondo la tua spiegazione, operano in base al “principio mafioso”, cioè che il padrino non tollera una “disobbedienza impunita”. L’impero statunitense è in declino? In tal caso, questo pone una minaccia maggiore alla pace e alla sicurezza globali?

L’egemonia globale statunitense ha toccato un picco storico senza eguali nel 1945 e da allora è declinata costantemente. Anche se resta ancora molto grande, e anche se il potere sta divenendo più diversificato, non c’è all’orizzonte un vero concorrente. Il tradizionale principio della mafia è sensatamente invocato ma la capacità di metterlo in atto è più limitata. La minaccia alla pace e alla sicurezza è reale. Per fare un esempio, la campagna dei droni del presidente Obama è di gran lunga l’operazione terroristica più vasta e distruttiva attualmente in corso. Gli Stati Uniti e il loro vassallo Israele violano la legge internazionale con assoluta impunità, ad esempio, minacciando di attaccare l’Iran (“tutte le opzioni sono aperte”) in violazione dei principi chiave della Carta dell’ONU. La più recente Revisione della Posizione Statunitense sul Nucleare ha un tono più aggressivo di quelle che l’hanno preceduta, un avvertimento da non ignorare.

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese tu hai sempre detto che il dibattito su uno o due stati è irrilevante.

Il dibattito su uno o due stati è irrilevante perché quella di uno stato non è un’opzione. E’ peggio che irrilevante: è una distrazione dalla realtà.

Le opzioni reali sono o (1) due stati o (2) una prosecuzione di ciò che Israele sta facendo con il sostegno degli Stati Uniti: mantenere Gaza sotto un assedio devastante, separata dalla West Bank, e impossessarsi sistematicamente di ciò che trova di valore nella West Bank integrandolo nel contempo più strettamente a Israele, impossessarsi di aree con non molti palestinesi ed espellere silenziosamente quelli che ci vivono. I contorni sono chiarissimi nei programmi di sviluppo e di  espulsione.

Considerata l’opzione (2) non c’è motivo per cui Israele o gli Stati Uniti debbano acconsentire alla proposta di uno stato unico che non ha neppure sostegno internazionale. Fino a quando non sarà riconosciuta la realtà della situazione in evoluzione, parlare di uno stato unico (lotta per i diritti civili, contro l’apartheid, il “problema demografico”, ecc.) è soltanto un diversivo, che presta implicitamente sostegno all’opzione (2). Questa è la logica essenziale della situazione, piaccia o no.

Hai detto che gli intellettuali d’élite sono quelli che ti mandano più in bestia. 

Gli intellettuali d’élite, per definizione, godono di molti privilegi. I privilegi offrono opzioni e conferiscono responsabilità. I più privilegiati sono in una posizione migliore per ottenere informazioni e per agire in modi che influenzino le decisioni politiche. Ne consegue l’immediata valutazione del loro ruolo.

Penso che le persone dovrebbero essere all’altezza delle loro responsabilità morali elementari. E le responsabilità di chi vive in una società più libera e aperta sono maggiori di quelle di chi può trovarsi a pagare dei costi più alti per la propria onestà e integrità. Se gli intellettuali dell’Unione Sovietica che accettavano di sottomettersi al potere statale potevano almeno invocare come attenuante la paura, i loro omologhi in società più libere e aperte possono appellarsi solo alla codardia.

Ti è piaciuto il documentario a cartoni animati di Michel Gondry ‘Is the Man Who Is Tall Happy?’  (Sottotitolo: “una conversazione a cartoni animati con Noam Chomsky”)?

L’ho visto. Gondry è davvero un grande artista. Il film è realizzato con delicatezza e intelligenza e riesce a cogliere alcune idee importanti in un modo molto semplice e chiaro, anche con tocchi personali che mi sono sembrati molto ben fatti e ponderati.

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Obama e gli ufo https://minimaetmoralia.it/politica/1150/ https://minimaetmoralia.it/politica/1150/#comments Tue, 17 Nov 2009 09:20:10 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1150 Questo articolo è apparso sul Riformista. La notizia sarà pure falsa ma certo è sintomatica. Il 27 novembre il presidente degli Stati Uniti Obama rivelerà i segreti sugli alieni. Perché proprio il presidente nero? L’unico dato ufficiale è che la notizia è di tipo virale e che è rimbalzata così tanto nella rete (siti americani, […]

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Questo articolo è apparso sul Riformista.

La notizia sarà pure falsa ma certo è sintomatica. Il 27 novembre il presidente degli Stati Uniti Obama rivelerà i segreti sugli alieni. Perché proprio il presidente nero? L’unico dato ufficiale è che la notizia è di tipo virale e che è rimbalzata così tanto nella rete (siti americani, social network e siti italiani) da uscirne fuori.

L’origine è un convegno di esopolitica tenuto a Barcellona lo scorso luglio.
Già dai primi giorni di ottobre la notizia si presentava con questo profilo: «Siamo alla vigilia di una clamorosa rivelazione sugli Ufo». Adesso ne parlano le tv. Il succo della diceria è il seguente: Obama avrebbe deciso la data di una conferenza (il 27 novembre) per affrontare l’eterna ambigua questione degli extraterrestri. Svuoterebbe il sacco carico di misteri e insabbiature di cui forse è ricca la storia degli Stati Uniti. Potrebbe essere la più grande notizia della storia dell’umanità.

La simpatia tra gli ufologi e Obama ha già i suoi snodi e i suoi retroscena. Nel discorso tenuto da Obama ad Henderson (Nevada) il 1° novembre 2008, si disse che il presidente fosse controllato dagli alieni. I video del comizio mostravano in cielo un oggetto nero e discoidale che svolazzava tra le nuvole del Nevada, alto, sopra il presidente in maniche di camicia.

Un mese prima, alcuni oggetti argentati senza identità avrebbero sorvolato sulle teste dei cittadini americani mentre Bruce Spristeen presentava a Filadelfia The Promise Land: era un concerto in sostegno di Obama. Chi è curioso può visitare tra le cose il sito www.barackobamaufo.com

La notizia della conferenza vortica da settimane con la consistenza dell’indiscrezione. Obama dovrebbe parlare dei fatti irrisolti sui quali l’opinione pubblica chiede spiegazioni. Dai misteri di Rosewell del 1947 a quelli di Los Angeles del 1942. Dovrebbe, sostanzialmente, ammettere un contatto pacifico con gli alieni.

Non è un caso però che proprio da Obama si aspetti una tale confessione. Ecco che la rete, serbatoio postmoderno di credenze e rituali, si scatena facendo emergere dall’incoscio collettivo del web un antichissimo pregiudizio.

I neri, si sa, sono per la storia occidentale storicamente considerati l’altro, e chi meglio di loro sarebbe in grado di dialogare con i diversi? Un orientalista di primo novecento, Duncan Black Macdonald (1863-1943) scriveva: «è evidente che tutto è possibile per l’orientale. Il sovrannaturale è così vicino che gli pare di poterlo toccare con mano in qualsiasi momento» (The Religious Attitude and Life in Islam). Perché proprio Obama potrebbe rivelare il contatto con gli Altri? Semplice. Prendiamo due film emblematici. Il bambino di Shining ha strani poteri, nessuno capisce cosa vuole. Chi è l’unico che, una volta interrotti tutti i collegamenti radio con l’albergo isolato nella bufera, riesce a comunicare con lui? Il nero mr. Halloran. E nel film Ghost? Non è forse Whoopi Goldberg, la nera sensitiva, l’unica in grado di comunicare con il protagonista (morto) che le parla dall’aldilà? Ai neri si attribuisce sempre il potere di connettersi con regioni irrazionali del nostro universo.

Una volta gli alieni erano associati al mondo sovietico: «l’Urss è un mondo intermedio fra la Terra e Marte», sciveva Roland Barthes. Oggi il punto intermedio tra noi e gli alieni è un uomo scuro e affascinante, che vive in mezzo a noi, ma alla Casa Bianca.

Nel web l’attesa è tutto. Mai come quest’anno le aspettative di una rivelazione Ufo sono molte e rese vive da una quantità impressionante di segnalazioni di alieni in tutto il mondo. Le leggende, come sempre, si ramificano e c’è chi dice già che il Nobel a Obama sia stato dato proprio sapendo che avrebbe fatto questa dichiarazione. Non ci resta che aspettare. Che i pregiudizi sugli Altri diventino rari come i marziani. Quelli veri, non quelli avvistati.

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