Stefano Felici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-felici/ un blog di approfondimento culturale Sat, 15 Jan 2022 10:33:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Felici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-felici/ 32 32 Felix https://minimaetmoralia.it/racconti/felix/ https://minimaetmoralia.it/racconti/felix/#respond Sat, 15 Jan 2022 10:33:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49844 (fonte immagine) di Stefano Felici Alle medie, ahimè, ero un ragazzino normale. Su dieci compagni di classe, a cinque ero simpatico; agli altri cinque, antipatico. Stessa cosa con le compagne: su dieci, cinque potevano vedermi carino e gentile; per le altre, e senza alcuna sfumatura di mezzo, ero brutto e stupido. Nessun picco particolare in […]

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di Stefano Felici

Alle medie, ahimè, ero un ragazzino normale. Su dieci compagni di classe, a cinque ero simpatico; agli altri cinque, antipatico. Stessa cosa con le compagne: su dieci, cinque potevano vedermi carino e gentile; per le altre, e senza alcuna sfumatura di mezzo, ero brutto e stupido.

Nessun picco particolare in quegli anni. Né relazionale, né sportivo, né tantomeno avventuroso. Vivevo di cose piccolissime. Come tutti i ragazzini delle medie a cavallo tra Novanta e Duemila, mi faceva piacere l’idea di un diario tappezzato di scritte, fatte perlopiù da mie compagne di classe: e non è che loro lo facessero per chissà quale interesse verso di me: amavano solamente disegnare, occupare i tempi morti delle lezioni, gli ultimi minuti di ricreazione – quelli in cui due ore filate di matematica incombono e si assaporano con più soddisfazione gli istanti di libertà rimasti.

Avevo questo diario di Lupo Alberto, quindi, tappezzato da una sola scritta, o parolina, o soprannome, ma in tante forme e colori diversi: Felix. Dacché di cognome faccio Felici, non c’è molto da spiegare.

Felix non era davvero il mio soprannome. Era un soprannome potenziale, esisteva come oggetto platonico, era insomma quello auspicabile: la realtà mordeva però sui miei difetti fisici e comportamentali, sulle mie paure. Così a volte ero er castoro per i dentoni sporgenti; er barbone quando mi vestivo d’abiti puzzolenti senza pensarci, e mi presentavo coi capelli spettinati e quel filo di gel che li faceva sembrare più grassi che non brillanti; mai soprannomi più affettuosi di questi. Mio padre conosceva questi nomignoli. Li sentiva quando mi incrociava per strada, nel quartiere, i pomeriggi in cui mentivo sui compiti fatti e me ne andavo a zonzo, sporco e sudato, col pallone sotto braccio. Di questi nomignoli lui ne soffriva.

Sicché Vincenzo, mio padre, microborghese e vero babyboomer, classe ’50, in casa, mentre di sera si discuteva della giornata davanti al televisore della cucina, allestiva quest’opera di rimozione completa della percezione che il mondo esterno aveva di me, e della quale lui era mortificato, avvilito: mi chiamava Felix.

Io gli urlavo contro: nessuno mi chiama davvero Felix, è barare chiamarsi Felix in famiglia; Felix mi ci chiami tu che non ti accorgi di quanto io sia sfigato appena metto un piede fuori di casa, smettila di rovistarmi la cartella e spiarmi il diario. Eravamo nel pieno di una mia crisi pre-adolescenziale. Vincenzo che doveva fare? Abbozzava, e da buon, vero babyboomer, mi comprava tutti i videogiochi che chiedevo: per farmi stare calmo.

Felix è un suono fresco, corto, energico, ha un’eco latina eppure sembra avere slancio futuristico. Vincenzo aveva creato un mio alterego cui questo suono s’attagliasse davvero. Era una sua proiezione carpiata: lui si proiettava su di me, io, mio malgrado, su questo ragazzino sveglio e intelligente, atletico e ammirato da tutti. Un personaggio da fumetto – un Astro Boy, ma senza conflitto interiore. Se a matematica prendevo un buono, ero un ingegnere; se facevo un gol nelle partitelle del giardino di scuola, avevo un destino da calciatore. Ovviamente, i gol nelle partitelle superavano di molto i bei voti in matematica, pigro com’ero e come sono tutt’ora mentalmente.

*

Vincenzo non è mai stato un appassionato di calcio. Però ha sempre e sinceramente tifato Roma, e così continua a fare. Io sono diventato romanista a sette anni, un sabato d’aprile. Già esistevano gli anticipi.

Eravamo a passeggio vicino casa, tra gli isolati interni di viale Marconi. Io tenevo una mano in tasca e l’altra intrecciata a quella di mia madre. Vincenzo invece camminava leggermente più distante. Spalle e mento protesi in avanti: cercava qualcuno che gli dicesse il parziale di Inter-Roma. Era la stagione 1993/1994. Io non avevo mai visto una partita di calcio. La Roma, stando a quanto aveva detto il televisore prima di uscir di casa, stava perdendo. C’era il sole; eppure nel leggere sul profilo di mio padre quella certa angoscia, sembrava che il cielo fosse pesante come il piombo. Sapevo, dai discorsi che lui faceva con i genitori dei miei compagni di classe, che Roma e Inter fossero rivali, e si erano giocate qualcosa di importante in un passato tutt’altro che remoto. Vincenzo continuava la ricerca come un detective per lunghe strade senza indizi, e ogni tanto si girava, per controllare se io e mia madre ci fossimo ancora.

Trovammo vicino la parrocchia di Sant’Aquila e Priscilla un ragazzo con una radiolina rossa incollata all’orecchio. Mi staccai da mia madre di corsa, senza considerarla. Vincenzo fece la domanda al ragazzo, e lui ci rispose, senza guardarci: avemo pareggiato. Vincenzo tornò dritto con la schiena e sorridente: s’era tolto un grosso peso, come quando dal dottore ci si sente dire: sì, ma è una sciocchezza. E io, come lui: mi slanciai di riflesso.

Ormai ero un tifoso. Diventai romanista, quindi un piccolo esperto. Cominciai la raccolta di figurine, mi leggevo la pagina sportiva del Messaggero, mi emozionavo quando riconoscevo al televisore i volti dei giocatori della Roma. Prima di Totti ho amato Balbo. A Vincenzo piaceva Giannini, perché secondo lui aveva il carattere del capitano e l’aspetto del Capitano, e poi era di Roma e romanista, come Di Bartolomei, il suo vero idolo. Da noi si usa così.

Un giorno tra elementari e medie, Vincenzo mi chiese: quanti gol hai fatto a scuola fino a mo? Prese a parlare di provini alla Roma, di quanto fossi alto (non molto) e magro, agile, scattante (questo sì, ma non più di tanti altri miei coetanei).

Ma Calcio vero non mi ci ha mai portato. Lavorava e a mamma, dello sport, non è mai fregato nulla. Come avrei potuto giocare nella Roma restando nel giardinetto della scuola?

Con Vincenzo sono sempre stato arrabbiato. Mi dava queste iniezioni dopanti d’autostima e poi ero lasciato a me stesso, senza un contesto dove poter sfogare quell’eccesso d’energia. Volevo davvero essere il Felix della Roma, ma tu a lavorare ti ci fiondavi senza voltarti indietro, e mamma si sentiva sempre sola. Figurati io. Finivo a giocare per strada, a volte anche senza amici.

Tifare Roma è stare male tutto il tempo e aspettare che qualcosa prima o poi vada per il verso giusto. Questo ho capito nella domenica del 1994 che ho raccontato, e quasi trent’anni dopo mi rendo conto che era effettivamente tutto quel che c’era da capire. Una sera, dopo aver tanto sofferto per le amare sconfitte delle domeniche precedenti, poi per uno 0-0 che non si schiodava, è arrivato quel qualcosa per il verso giusto: è arrivato un ragazzo che si chiama Felix, ha la maglia giallorossa, mette piede in campo e sul finale fa due gol al Genoa in trasferta, uno più bello dell’altro; vinciamo due a zero. Vincenzo prende lo smartphonino semplificato e comincia a scrivere qualcosa mentre io ho la sua stessa idea, cioè aprire WhatsApp per commentare quello che è appena successo. Io guardo la partita su DAZN a casa mia e lui la segue su TeleRoma56: ma i soldi per pagare DAZN sono i suoi. Anche la casa, a esser onesti, è roba sua.

Esplodiamo entrambi in capslock e emoji di palloni e cuori giallorossi. Gli anni del conflitto sono finiti. Oggi ho la stessa età che aveva lui nel momento in cui sono stato concepito. Una proiezione carpiata e all’indietro mi fa sentire come se Vincenzo fosse mio figlio. Vecchio com’è. Provo tenerezza nel vederlo esultare in una piccola chat sul mio telefono. Mi chiedo quanta cura abbia messo per cercare le emoji corrette. Ha per forza inforcato gli occhiali, è rimasto mezzo minuto con l’indice a salsicciotto sospeso a mezz’aria. Avrà abbassato il volume del televisore per concentrarsi meglio.

Di questo ragazzo ghanese io e Vincenzo ne avevamo già parlato, dacché il suo esordio in prima squadra era già avvenuto. Ma da romanisti navigati sapevamo che poteva trattarsi di una meteora. Così ne abbiamo solo accennato, un giorno a pranzo. Fino all’exploit di domenica scorsa.

Navigati, ma pur sempre romanisti. Di fronte a una doppietta che ti dà la vittoria c’è poco da tenere la guardia alzata. Io su Twitter ho scritto che Felix mi ricorda Eto’o.

*

Non abbiamo molto in comune io e il Felix della Roma. Ho il doppio della sua età e io faccio ancora il mantenuto. Felix poi è nero, io bianchissimo. Strano che questa cosa, fra me e Vincenzo, non sia ancora venuta fuori. Più che altro perché bonariamente, gli africani, lui li ha sempre chiamati negretti: va’ a gioca’ a pallone cor negretto, non lo vedi che sta da solo? Che fine avrà fatto il tuo animo da gentil colonialista? Negretto ce lo chiamerò io. Scherzando, ovviamente. Anzi, lo farò di proposito, per provocarti, per farti incespicare e incartare sulla questione del razzismo, con la quale ti ho letteralmente crocifisso a sedici anni, dandoti del fascista perché a casa dicevi sempre, come sopra: negretto.

Allo Stefano di elementari e medie avrebbe fatto un bellissimo effetto avere un alter ego calciatore della Roma. Durante le partitelle avrei corso con più impegno, sarei andato a combattere meno pigramente per quei palloni che rimbalzano flosci e di nessuno a centrocampo; avrei avuto un nome da difendere, avrei dovuto dimostrare di esserne all’altezza. A quel punto, visto che il mondo del calcio avrebbe invaso la realtà con tanta forza di significante, Felix avrebbero dovuto chiamarmici tutti, anche gli insegnanti. Mi piacerebbe poter dire al ragazzino che ero: mettici un po’ più di grinta, Felix tra qualche anno esisterà davvero. Verrà dal Ghana e sarà forte almeno quanto i giocatori della Nigeria del ’96, la squadra di neri più forte che hai mai visto. Sarà molto più forte, anzi. Segnerà una doppietta a diciotto anni. E tu e tuo padre andrete pure d’accordo.

Abbiamo davvero poco in comune io e Felix. Lui è giovane e ha la potenza di un felino, in campo è sicuro e sa calciare benissimo. Io non saprei che dire di me che non risulti almeno un po’ patetico; tipo: io scrivo, leggo, guardo qualche film.

Però chi ce la toglie adesso, a me e mio padre, questa proiezione magica che durerà quel che durerà? Felix uno e trino: Padre, Figlio e Calciatore nato nel 2003. È probabile che Felix possa giocare alla Roma un altro anno, e poi chi lo sa. È un allineamento d’astri: passeggero per natura.

Non so quanto sia saggio porre le basi per un nuovo edificio relazionale tra me e mio padre proprio sulla Roma; eppure è uno dei pochissimi terreni comuni che abbiamo.

Facciamo così: adesso che c’è Felix, mi impegno. Mi impegno in tutto. Altrimenti non potremmo più parlare di alcun Felix, perché il confronto col giocatore sarebbe sempre presente e impietoso.  Mio padre ogni giorno mi chiede come va la vita, e non so come faccia ad accontentarsi sempre e solo di un mio “bene”, detto mentre annuisco. Mi parla di Felix e mi descrive il gol del due a zero al Genoa con sempre più particolari. I racconti dei gol fatti dai bambini e dagli anziani sono qualcosa di epico. I palloni arrivano sempre da lontanissimo, le corse sono sempre velocissime, i tiri potentissimi, i portieri avversari si allungano come pipistrelli. Vorresti che fossi io a raccontare un mio gol o qualcosa di altrettanto importante.

Qua il tempo continua ad andare avanti e io non sono ancora grande. Prima di addormentarmi penso sempre ai miei genitori che dormono. L’altra notte ho sognato che Vincenzo era morto, e io di ritorno dal funerale, al quale partecipavo da solo, mi mettevo a sentire le compilation di hip hop lo-fi con le melodie dei vari Zelda.

Mi sono sognato sonnecchioso, col pensiero di mio padre che s’allontanava piano piano. Ho sognato probabilmente di essere sotto effetto di qualche psicofarmaco pesante, perché poi nel sogno s’apriva un altro sogno, dove lo spirito di Vincenzo finiva a passeggiare in una bella città beige di quell’architettura risorgimentale che piace a lui. La radiocronaca della Roma era in filodiffusione, e stavamo sempre in vantaggio, da quando cominciava la partita a quando finiva.

 

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Ma sai, Guia: ero solo annoiato https://minimaetmoralia.it/libri/ma-sai-guia-ero-solo-annoiato/ https://minimaetmoralia.it/libri/ma-sai-guia-ero-solo-annoiato/#comments Thu, 08 Jul 2021 12:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49033 di Stefano Felici È bello avere un lavoro, ma ciò interferisce col tempo libero Proverbio yddish. L’ho letto su un segnalibro della Feltrinelli, mentre ero in coda per pagare un adelphi nero, bellissimo – di cui però non ricordo il titolo. «Anche se non sono destinate all’eternità, le cose che hanno importanza arrivano ancora in […]

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di Stefano Felici

È bello avere un lavoro, ma ciò interferisce col tempo libero
Proverbio yddish. L’ho letto su un segnalibro della Feltrinelli, mentre ero in coda per pagare un adelphi nero, bellissimo – di cui però non ricordo il titolo.

«Anche se non sono destinate all’eternità, le cose che hanno importanza arrivano ancora in tempo anche se arrivano all’ultima ora»
Martin Heidegger

Ho dolori ovunque. Passo le giornate sul letto, a guardare ragazzini che parlano di fumetti e videogiochi su Twitch. Io, faccio per dire, ho trentacinque anni compiuti una decina di giorni fa e non ho mai lavorato un giorno in vita mia.

Chissà quand’è stato il momento in cui ho preso a dire: «Ma sai che ci ha ragione?». Come per tutti i processi che ti trasformano davvero, alla fine ci si scorda il punto di partenza, l’attimo preciso in cui le cose hanno cominciato a cambiare. O almeno, così succede a me. Che sono svagato, troppo svagato, di una pigrizia mentale da far spavento. Più pigro di un ventenne coatto di un istituto tecnico industriale. Ventenne che peraltro conoscevo benissimo: ero io.

Guia, non sapevo che fare. Quando ormai cinque, sei, sette anni fa risposi a un tuo tweet per insultarti, lo ammetto, non sapevo nemmeno che fossi una giornalista. E non posso dire: «Ero ignorante». Perché lo sono tutt’ora. Quindi non è questo il punto. Il punto era la noia. Ero annoiato, annoiato a morte. Non sapevo proprio dove sbattere la testa, durante il giorno. Di lavorare non avevo voglia. I soldi me li ha sempre dati papà. Andavo a zonzo per il centro di Roma, che stava a dieci fermate d’autobus da casa mia, imboccavo da Feltrinelli con un mio amico e prendevamo per il culo Baricco, leggendo certi suoi brani troppo lirici per due bad boy di Roma sud. Che me ne fregava di farmi otto ore al giorno in un bar, tanto per dire: «Ho un lavoro». E in quel periodo, in cui facevo finta di leggere ma non leggevo veramente, nel tentativo di trovare uno scopo all’esistenza, m’era preso a battibeccare su Anobii: litigavo con gente a caso sui concetti di etica e morale. Così. Perché erano cose alte; e per provare a me stesso che anch’io potevo essere intelligente. Senza rinunciare alla comodità di starmene in poltrona, s’intende.

Le parole etica e morale le avevo scorse velocemente sul sito di Treccani. Nel mezzo dei mie vent’anni non avevo ancora aperto un libro di filosofia. Né mi interessava farlo. Mi interessava soltanto che si dicesse di me che fossi un genio. Con un piccolo flashforward, mi si può vedere mentre mando a un editore il mio manoscritto che parla di un quasi trentenne, pigro e brillante, che scrive aforismi perfetti e acuminati, e diventa, grazie ai social e nel giro di due mesi, il Karl Kraus dei suoi tempi. Il quasi trentenne ero sempre io, e l’editore non mi ha mai risposto.

Volevo tutto e subito. Gli anni trascorsi come sfigato del gruppo mi avevano stremato. Io ci ho provato pure ad andare a ballare con gli amici, ho fatto lo sforzo: i buttafuori non mi facevano entrare. Non ho mai saputo vestirmi. Pettinarmi, trovare la giusta postura. Così ho pensato: devo conquistare una cosa che sia mia, solo mia. Mi piacevano i film e allora mi sono buttato su quelli che nessuno guardava. (Vengo dal tecnico industriale: di film che nessuno guardava ce n’erano a pacchi.) Una sera vidi in streaming Persona di Bergman e mi esaltai per il solo fatto di aver visto fino in fondo un film in bianco e nero che non fosse di Totò. I miei coetanei, chissà quale banale stronzata stavano combinando. La discoteca, andare a rimorchiare nei pub, le canne a casa di qualche amico coi genitori fuori per tutto il weekend: che schifo.

Volevo tutto e subito, dovevo recuperare. Fregandomene del fatto che a quell’età potessero esistere ragazzi già laureati alla magistrale, o con un curriculum da farmi correre a piangere in cameretta, o anche soltanto con più esperienze di vita. Mica conta solo l’università. Ero la mascotte degli spiantati, degli inetti, dei buoni a nulla. Ed ero arrabbiato col mondo. Il giovane mediocre di Lauzier.

Vivevo su internet. Mi andavo a tuffare in discorsi complessissimi sui forum di cinema, letteratura e musica, dicendo ovviamente la mia, sforzandomi di dirla al meglio che potevo, credendo ogni volta di aver messo talmente in difficoltà il mio interlocutore che lo immaginavo sempre rannicchiato sulla sedia a disperarsi, senza un briciolo di argomentazione a suo favore, svuotato, inerme. Poi, invece, le risposte arrivavano: e quello disperato ero io.

Guia, sto leggendo il tuo libro. Lo devo ancora finire. Ogni quattro pagine ne declamo a voce squillante un passo alla mia ragazza, e lei urla «Sì, sì, è vero!, giustissimo!», e poi ci facciamo una bella risata. Leggo il tuo libro e mi sembra di respirare meglio. Ho la muscolatura più rilassata e il senso di oppressione sul petto tipico dell’ansia, giuro, è sparito.

I forum avevano meccaniche lente. Così mi iscrissi a Twitter. Non l’avessi mai fatto. Se è vero che a quell’epoca ero uno spiantato inetto buono a nulla, Twitter, di questo tipo di essere umano, di questa bestiolina incapace di trovare il suo posto in società eppure talmente rancorosa da credersi migliore degli altri, ne è il vivaio naturale. Ho trovato centinaia di miei simili: un paradiso. Un inferno. Gente che come me – pur avendo studiato, magari – desiderava una sola cosa: esser considerata geniale. Subito e con poco sforzo. Un posto pieno di genii incompresi pronti a dirsi l’un l’altro: «Sì, certo, tu sei un genio. Ma lo sono anch’io, no?».

La trappola era però che toccava esser tutti uguali. Avere le stesse idee politiche, cantare gli stessi ritornelli, postare le stesse foto, scrivere nello stesso modo. Se siamo due genii ma uno ha ragione e l’altro ha torto, c’è qualcosa che non va. Consumi culturali concessi: Zerocalcare e Wu Ming. Ci sono finito dentro con tutte le scarpe, Guia. E tu che dicevi «non capite i toni», «non comprendete il testo», «siete inattrezzati», «schiantati»; tu che parlavi di serie tv americane, di autori di bestseller, di upper class newyorchese: noi a schiumare rabbia perché eravamo persone virtuose e intelligenti, giuste; altro che cazzi. L’inattrezzata eri tu, che scrivevi in maniera involuta e complessa; ma quale giornalista. Eri solo una miracolata – raccomandata! Serva dei padroni!

Mi ci sono voluti più di dieci anni di terapia per capire da dove provenisse la smania di affermarmi intellettualmente. E alla fine era semplice. Gli eventi sono due: mio padre che davanti a mia nonna dice «Stefano, diglielo che vuoi diventare un ingegnere elettronico e costruire robot», mi compra un computer e mi dice «Tieni, ora diventa un genio», senza spiegarmi nulla, e poi mi nonna muore dopo qualche mese; la mia professoressa di italiano delle medie, che quando leggeva i miei temi scuoteva la testa e poi scriveva non sufficiente, e che consigliò a mio padre di iscrivermi a un istituto professionale: mio padre in lacrime. È tutto qui. Per me, i tuoi refrain sulla comprensione del testo erano le classiche pugnalate al cuore. Ma come, io?, non capire il testo? Eri la mia maestra delle medie. Ero ossessionato e schiantato. E tu, Guia, non capivi un cazzo.

Così, eccomi a twittare di marxismo, capitalismo, neoliberismo. Continuando a ignorare i testi. Perché li ignoravo? Perché leggerli e non capirli sarebbe stato ancor più svilente.

Poi, un giorno, mi sono ritrovato a scrivere. L’ho sempre fatto. Sin da piccolo. Quando ero alle elementari, i miei compagni raccontavano dei libri letti a casa: a me non li compravano. In casa mia non si leggeva. Non eravamo poveri, ma banalmente, di leggere non è mai fregato né a mia madre né a mio padre. Così mi scrivevo da solo le storie.

A venticinque anni ho ripreso a scrivere. Ho deciso che il campo dove poter misurare il mio genio dovesse essere quello letterario. È una mossa astuta: se provi a risolvere un’equazione e non ti riesce, devi sforzarti, capire dove sbagli, tornare a studiare; se scrivi una cazzata e te la bocciano, puoi sempre dire d’essere incompreso.

Anche qui, il momento esatto non me lo ricordo; e anche qui, non l’avessi mai fatto.

Devi sapere, Guia, che io scrivo tutt’ora. Scribacchio. Sono mantenuto da mamma, papà e fidanzata – vuoi ridere? Lei ha venticinque anni, studia filosofia e prende tutti trenta e lode. Io ho qualche contratto in ballo con piccole case editrici; ma come chiunque, oggi.

Da un’ottica adulta, la mia sfortuna è stata l’aver incontrato in questi anni persone che mi reputassero in gamba. Un raccontino qua, un pezzo là. Senza impegno. Poi arrivava un tale e mi diceva: be’, continua a scrivere. E io ci credevo.

Ora inizia il bello. Mi accorgevo che per scrivere toccava sapere più cose sul mondo. O almeno un po’, visto che io partivo proprio da zero: ho smesso di leggere in terza media. Insomma: sono diventato Martin Eden. Se qualche ventenne di viale Marconi – a Roma – si ricorda di un barbuto schivo e appartato, sommerso di libri di filosofia, scienza, romanzi tedeschi e americani, critica letteraria e manuali di scrittura, un ragazzo strano che non parlava mai con nessuno, se nel periodo del vostro esser matricole universitarie a Roma Tre vedevate, nascosto nel fondo delle scaffalature questa figura per voi offensiva e sconfortante – sì, ero io.

Su Twitter, i bravi e intelligenti erano alla Z di Zizek; io alla A di Apeiron. Perché ogni volta che prendevo in mano un libro, subito mi accorgevo di non avere tutti i tasselli per capire quale fosse la figura suggerita dall’autore. E andavo a ritroso, all’indietro come un gambero, sempre più verso il fondo, fino all’alba dei tempi. La mole di libri era smisurata, ma ero in fase maniacale: ho studiato tutti i giorni, dalla mattina alla sera, per almeno cinque o sei anni.

Le mie cose presero a girare su Lavoro Culturale, Nazione Indiana, la stessa minima&moralia, riviste di racconti underground come Verde. Tutto gratis, ovviamente. Come dire: un ottimo talento se non c’è da cacciare i soldi. Le riviste che pagano non mi si sono mai filate.

Guia, mi devi credere: più scrivevo, più mi dicevano che ero bravo, più pensavo di essere geniale, giusto, buono. La famiglia Felici è piccolo borghese, ma accecato dal posizionamento socio-intellettuale che stavo conquistando in una certa area politico-culturale, e scusa l’abuso di parole composte, per un attimo ho pure pensato di dare tutto ai poveri. Di far occupare una nostra casa sfitta a chi ne avesse bisogno. Magari una famigliola che votasse comunista. Di fare volontariato tutti i giorni, di frequentare i centri sociali; io che nemmeno li ho mai visti in foto, i centri sociali. Volevo diventare un capo popolo, riconciliarmi con gli anni sprecati, andare ai rave e citare Wu Ming e imparare le canzoni dei novantanove posse e cantarle a squarciagola. Volevo si dicesse di me: è Felici, quel genio che viene dal basso, lui è tutti noi, è la nostra speranza, è talmente intelligente, ha qualcosa che gli altri non hanno.

Guia, che delusione. Che delusione quando iniziai ad accorgermi che gli orizzonti s’aprivano. Ti ricordi quante te ne dissero per quel tuo intervento agli Stati Generali del Partito democratico? Per aver fatto notare una cosa semplicissima: quali fossero i linguaggi televisivi che più catalizzavano l’attenzione del pubblico. E giù a dirti che ti piaceva il trash: tu stessa eri trash. Recuperai tutto da YouTube e iniziai a farmi qualche domanda: «Questa (Guia, mi spiace: penso in romanesco) mette insieme i pezzi e dà la figura complessiva e quegli altri je dicono che è ‘na strega?».

Osservavo che per scrivere un tweet che piacesse a tutti dovevo evitare di far battute su certi argomenti; sulle fatali minoranze. Come fai a far battute che facciano ridere davvero senza toccare – che ne so – i napoletani? O le donne? Dave Chapelle, Guia, che tu conosci benissimo, è forse il miglior comico del nostro tempo, e scherza su donne, gay, lesbiche, trans e afromericani. Si, è afromericano, quindi può farlo; però non è gay, né donna, né trans, e non è nemmeno povero, ma fa battute anche sui poveri, e mi fa ghignare come poche cose al mondo. E Bill Burr?, quando dice che se due uomini litigano è naturale andare alle mani, ma con una donna no, e allora le donne ti fanno incanalare tanta di quella rabbia dentro che poi esplodi? Gli anni ’20 del Duemila, quando si scoprì che la satira non fa prigionieri. Ah, già: ma s’era su Twitter, mica su un palcoscenico. E lì ho capito che praticamente Twitter è il salotto di mio nonno, dove se ti scappa una bestemmia hai finito di vivere, perché hai appena offeso il ritratto della Madonna del Divino Amore. Non ti far più vedere. Sei un reietto, blasfemo, reietta blasfema anche tua madre che non t’ha mai saputo educare.

Gli unici su cui si poteva scherzare? I soliti. Trump, Salvini, Renzi, Berlusconi e la Juventus. Non ho mai trovato divertente nessuna battuta, meme o gag che toccasse il potere, perché alla fine ogni battuta, meme o gag che tocca il potere è sempre la stessa cosa. A me che piace il calcio (lo so Guia, lo so: abbonami questa), non poter fare battute sulle squadre femminili è una rinuncia alla quale non son pronto. Vedere ragazze che si sgolano su Twitter, dicendo che il calcio femminile è meglio di quello degli uomini, mi fa solo pensare a quanto cerchino l’approvazione del loro amato papà che ha sempre voluto più bene al Milan che a loro.

Guia, conosci il gegika? Perdona il mansplaining, ma è un tipo di manga che prese piede negli anni ’60, ovviamente in Giappone. Nacque perché molti disegnatori sentirono l’esigenza di staccarsi dai giornaletti abituali, fatti di storielle per ragazzini e comicità scontata. Loro dovevano invece raccontare la propria vita, che era per lo più scandita da fallimenti personali e tragedie legate alla violenza o alla povertà.

Qualche giorno prima di compiere trentacinque anni, ho chiesto alla mia ragazza di essere sincera e dirmi, secondo lei, in cosa fossi davvero bravo. Ci ha pensato poco. Poi ha detto: «A te, se si tratta di fallire, non ti batte nessuno». «Ah», ho fatto io. E me ne sono stato zitto per mezz’ora.

Ovviamente ha ragione. Mi trovo a mio agio solo col fallimento. So maneggiarlo bene: parlarne, esibirlo, sopportarlo, scherzarci sopra. Sono un mangaka del gegika, che però non sa disegnare e vive nel 2021. So solo fallire, e per fallire devo scrivere, e per scrivere devo fallire. Ho trovato la mia nicchia, la mia vocazione. Adesso, finalmente, tutti quelli più bravi di me – cioè chiunque – non mi danno più fastidio: andate avanti, io sto fallendo. Sono troppo impegnato.

È superfluo dire che di più bravi di me, in realtà, ce ne sono pochi. Altrimenti grideremmo al capolavoro ogni mese – intendo sul serio: le fascette dei libri e le recensioni su Robinson non valgono. Poi, si capisce, non è colpa di nessuno: la mia generazione è cresciuta con quei telefilm americani in cui i teenager sono tutti bravi, altruisti e geniali. Ti ricordi quella serie dove c’è un piccolo Neil Patrick Harris che fa il chirurgo perché è un bambino prodigio? Be’, noi ci abbiamo creduto tutti, a dieci anni. Potevamo, dovevamo essere lui. Non conosco un solo coetaneo che non si creda un genio, nel profondo.

Prima di cominciare questa lettera volevo impostare una voce alla Alberto Sordi – alla Conte Max: bellissimo quando lui s’inventa di esser stato torero per conquistare la nobildonna. In questa lettera alla Maurizio Milani, un innamorato fisso in tono minore, appunto fallimentare, ho di nuovo mancato l’obiettivo. Sto facendo il piagnucolone e tu mi linkerai a una tua amica scrivendo quella citazione di Allen che a te piace tanto: «Sparisci, sgorbio». Questo sono.

Scrivendo da un po’ di anni, mi sono accorto di una cosa: nessuno mi ha mai fatto i complimenti per il finale di un racconto. Non ci vuole un genio per capirne il motivo. Potrei dire che questo pezzo l’ho scritto solo per provare il brivido di esser letto fino alla fine. Di brividi letterari me ne intendo, Guia. Una volta sono salito su un palco a leggere un mio racconto, e c’era Christian Raimo che dava i voti con le palette. Mi diede 6. Io avevo portato una roba complessissima, che nessuno capì. C’entravano la meccanica quantistica, i penny dreadful, Poe e Bram Stoker. Raimo mi disse: «Devi leggere di più». Per poco non gli tiro il microfono in testa. Però quel matto mi conosceva perché disse una cosa vera.

Sto scialacquando il mio privilegio da maschio bianco etero cis, con queste righe. Ma adesso la pianto: prendo i miei tre psicofarmaci giornalieri e faccio una preghierina per tutte le ragazze che nella vita mi hanno trattato come lo sgorbio di cui sopra, che stanno comprando casa insieme al marito a Monteverde, proprio dove andavo a scuola e dove non tornerò mai più, per amor proprio. Mi sento talmente in colpa verso di loro, Guia. Più che con te. Ma mi raccomando: di questo pezzo, che spero leggerai, coi tuoi amici, insomma, non fare troppi pettegolezzi. Io torno alla mia noia, ai miei raccontini inutilmente cervellotici, ai miei giovani fallimenti. Tu continua a twittare. Ti leggo sempre.

Stefano

 

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La violenza della perfezione: su “La caduta dei campioni” https://minimaetmoralia.it/libri/la-violenza-della-perfezione-su-la-caduta-dei-campioni/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-violenza-della-perfezione-su-la-caduta-dei-campioni/#respond Mon, 04 Jan 2021 13:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47511 di Stefano Felici

Portare un gesto alla sua perfezione è una pratica crudele. Per questo il nuoto è uno sport violento.

Non c'è giorno in cui la perfezione non venga a riscuotere il sacrificio che le spetta. Non ammette stanchezza, non riconosce karma, non giustifica malattia, non tiene conto di buona fede o crediti. Un giorno a vuoto, un allenamento saltato, o mal condotto, uno sgarro, e si perde il lavoro di una settimana. L'ideale della perfezione è una negazione continua di tutto ciò che le sta attorno.

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di Stefano Felici

Portare un gesto alla sua perfezione è una pratica crudele. Per questo il nuoto è uno sport violento.

Non c’è giorno in cui la perfezione non venga a riscuotere il sacrificio che le spetta. Non ammette stanchezza, non riconosce karma, non giustifica malattia, non tiene conto di buona fede o crediti. Un giorno a vuoto, un allenamento saltato, o mal condotto, uno sgarro, e si perde il lavoro di una settimana. L’ideale della perfezione è una negazione continua di tutto ciò che le sta attorno.

Qui in Italia ne sappiamo qualcosa. Abbiamo seguito di riflesso, magari a strappi di due o quattro anni, le vicende di Federica Pellegrini; conosciamo sommariamente le sue crisi di panico, la sua depressione, i momenti di down vissuti durante la carriera. In pochi, però, sapranno o si saranno soffermati a pensare su quale sia stata, per così tanto tempo, la sua vita quotidiana, la routine giornaliera – al di là dei gossip mondani. Non che la vita da atleta sia un mistero, un territorio inesplorato: la letteratura popolare e televisiva ce ne mette al corrente fin da subito. È più che altro l’avere a che fare col talento, un grande talento, e ovviamente nutrirlo, a essere una dimensione difficile da penetrare per la maggioranza del pubblico.

La violenza di uno sport come il nuoto, dove una bracciata indecisa può costare un decimo di secondo, e un decimo di secondo una medaglia, la si può ritrovare in carriere come quella di Pellegrini, ma con ancor più fragorosa evidenza in carriere in cui il talento è naufragato completamente, e così in fretta da far dubitare che sia davvero esistito. Uno di questi casi è quello di Rūta Meilutytė.

Nell’analisi di Giuseppe Pastore, Rūta è una ragazza in conflitto col proprio corpo. Comincia a essere una campionessa fin da subito, a sedici anni, e l’adolescenza, i ritmi implacabili degli allenamenti, lo stile di vita austero, ne minano il processo di costruzione della propria identità, ancor prima della formazione come nuotatrice. Il corpo: massimo dell’efficienza nel singolo gesto – Rūta nuota a rana: forse lo stile più completo e al tempo stesso complicato, coreografico. Scomponibile, riassemblabile. Così il corpo. E il corpo è reso strumento. Talmente tanto che Pastore si lascia scappare un accostamento alle visioni martoriate e meccaniche dei corpi di un regista come Cronenberg.

Rūta Meilutytė ha le carte in regola per diventare una delle maggiori campionesse di tutti i tempi. Nei campionati giovanili è semplicemente la migliore. Eppure la combinazione dei vari fattori che compongono l’esistenza di un’adolescente, se accostate a un talento ingombrante, non sempre portano al medesimo risultato – men che meno il migliore possibile. Rūta si ritira nel 2019, ventiduenne. Troppe storture nel mondo del nuoto, nel tessuto relazionale della bolla, nei suoi meccanismi. E la vita, più in generale: troppo grande per viverla una vasca alla volta, per chissà quanti anni ancora. L’esclusività della perfezione non fa per lei. Il talento viene dismesso.

La caduta dei campioni (Einaudi, 2020, 173 pp) esamina il corso di dieci talenti sportivi che, più o meno inspiegabilmente, hanno mostrato doti straordinarie agli esordi della propria carriera, riuscendo persino ad arrivare in cima, per poi piombare irrimediabilmente in picchiata, e senza il paracadute di una seconda chance.

Tutti gli inizi si somigliano, ma ognuno affonda nel tragico a modo suo. Di Safin e Pantani vengono raccontati i primi passi da predestinati, l’attenzione dei media e degli allenatori, il clamore degli esordi; ma sappiamo che il primo, oggi, è una sorta di influencer di Instagram con un esperienza da politico alle spalle, mentre il Pirata è morto di overdose, nella più totale solitudine e disperazione, ormai più di sedici anni fa.

Di Antonio Cassano ricordiamo tutti il suo magnifico gol contro l’Inter, al San Nicola nel 1999, e l’infrangersi di ogni aspettativa  al termine del suo periodo coi galacticos, alla corte di Fabio Capello. Lui una seconda chance, a Genova, con la Samp, l’ha quasi avuta: ma anche quella, buttata al vento. Tipico dei bricconi, suggerisce Tommaso Giagni, nel descrivere l’altalena che è stata la carriera calcistica di FantAntonio.

È lo sprofondare nelle strane sabbie mobili del fallimento, della rinuncia al talento, la materia d’analisi delle dieci firme di Ultimo Uomo, alternate, come loro consueto, tra attentissimi compendi di cronaca, dati, e picchi introspettivi tra saggio e narrazione.

Si alternano archi narrativi complessi ma restituiti in maniera semplice e lineare, come nel caso di Bojan Krkić, calciatore attanagliato dall’ansia negli anni da professionista al Barcellona, raccontato con equilibrio e affetto quasi fraterno da Emilano Battazzi; o quello del Pantani epico di Matteo Nucci – in cui a volte, però, la mano dell’autore compare con qualche forzatura di paragone ai classicismi greci o con espedienti narrativi di mestiere fin troppo esposti.

In altre occasioni ci si interroga per tutto il tempo sulla psicologia del fallimento – vedi l’affascinante Bargnani contro il basket, più alieno che “mago” nella visione di Marco D’Ottavi –, in altre ancora è l’analisi al microscopio dei gol e delle giocate, dei gesti singoli, a prendere il sopravvento, come a voler convincere il lettore dell’immenso spreco cui è davanti.

Per quanto riguarda i calciatori (sei: più della metà degli sportivi di cui si parla nel libro) lo schema, nel suo mostrare i gol, cercare di ricostruire il contesto storico e culturale e ripiegarsi su un presente malinconico, è consolidato; e converge sul grande rimpianto per il campione totale che non c’è. Nei personaggi come i già citati Safin, Bargnani e Meilutytė i confini tra mente e sport, percezione dell’atleta e suo simulacro, diventano positivamente più sfocati, pur avendo davanti una scrittura esperta e controllata: si avverte cioè uno smarginamento più speculativo e astratto, che lascia in deposito al lettore senz’altro più matariale di riflessione.

Tutto quello che avrebbe potuto essere Domenico Morfeo di Federico Aquè è sicuramente una lettura per affezionati di UU, coi suoi molti riferimenti alla Serie A anni ’00, le giocate e gli aneddoti; ma è, per esempio, nella descrizione dell’inspiegabile torpore di Bargnani, un lost in NBA più che in translation, che bisogna ricalibrare piacevolmente la bussola e esplorare territori meno dichiarati. Il mistero del talento sciupato è più bello quando rimane tale.

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Ancora a proposito di Letteratura pazzesca https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/ancora-proposito-letteratura-pazzesca/ https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/ancora-proposito-letteratura-pazzesca/#comments Thu, 18 Apr 2019 14:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40083 di Stefano Felici

S'era parlato di Letteratura Pazzesca in Italia. Se n'è continuato a parlare. Si è continuato a scrivere, a mettere carne e raccontielli sul fuoco. S'è alzato del fumo nero. Poi grigio, poi bianco. È rimasto un filetto diafano. Ora tutti gli occhi sono puntati sulle fiamme ancora ardenti.

C'è qualcosa che brucia, in città. A Roma. Nel quartiere Centocelle. Per essere ancora più precisi, in un luogo che vive solo di notte, illuminato di giallo ocra e rosso tuorlo, con tanti, troppi libri alle pareti che quasi strabordano, alcol a poppa e microfoni e leggii a prua: La Pecora Elettrica, si chiama il posto. È una nave che va a fuoco, ma proprio questo è l'intento. Abbasso le fredde navi fantasma.

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di Stefano Felici

S’era parlato di Letteratura Pazzesca in Italia. Se n’è continuato a parlare. Si è continuato a scrivere, a mettere carne e raccontielli sul fuoco. S’è alzato del fumo nero. Poi grigio, poi bianco. È rimasto un filetto diafano. Ora tutti gli occhi sono puntati sulle fiamme ancora ardenti.

C’è qualcosa che brucia, in città. A Roma. Nel quartiere Centocelle. Per essere ancora più precisi, in un luogo che vive solo di notte, illuminato di giallo ocra e rosso tuorlo, con tanti, troppi libri alle pareti che quasi strabordano, alcol a poppa e microfoni e leggii a prua: La Pecora Elettrica, si chiama il posto. È una nave che va a fuoco, ma proprio questo è l’intento. Abbasso le fredde navi fantasma.

La Letteratura Pazzesca comincia a pigliarsi tutto quello che è suo. La Letteratura Pazzesca è un Golem Verde e si muove a passi lenti: il primo s’è già compiuto; il secondo è questo: Scenicchia una Sega #2 – praticamente un concorso letterario. (Cos’è una “scenicchia”? Ma non vi preoccupate, niente di che: qualcosa che la Letteratura Pazzesca andrà a schiacciare, addirittura quasi per sbaglio, muovendo questo suo secondo passo – magari anche incerto – nel reale-concreto. Cos’è un concorso letterario? È proprio quello che credete che sia e che è sempre stato.)

Per chi vuol salire sulle spalle del gigante, c’è tempo fino al 26 aprile. Basta un racconto inedito che non superi le diecimila battute. Il bando è qui. Il Pazzesco è dentro di voi. Lasciate che si scateni.

Un avvertimento: la Letteratura Pazzesca non guarda in faccia a nessuno, pur avendo molti, troppi occhi. Può farvi sentire re per una notte, così come ferirvi a morte, o uccidervi in un sol colpo. Non portate con voi amici o parenti. Potrebbe essere una strage. Potrebbe essere una festa infinita. Potreste finire tutti e per sempre in un maelstrom d’oblio. A voi la scelta.

Io sono solo un medium e queste sono le parole della Letteratura Pazzesca. Non mi chiamo Stefano F. e non sto scrivendo nulla. Tornerò alla mia vita normale durante un’imprecisata notte di giugno, quando tutto finirà, girerà su se stesso e si andrà a posare su uno strettissimo e precario punto d’equilibrio.

È tutto.

È tutto pazzesco.

L.P.
S.F.

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Guardare e non giocare: fenomenologia del Game Video https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/guardare-non-giocare-fenomenologia-del-game-video/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/guardare-non-giocare-fenomenologia-del-game-video/#comments Mon, 17 Sep 2018 12:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38057 di Stefano Felici

Let's play, speedrun, playthrough e walkthrough, live streaming, machinima: sono alcune fra le parole-chiave di un fenomeno relativamente nuovo e, per molti, del tutto inaspettato – posto in relazione, almeno superficialmente e con ironia, al mettersi in contemplazione di una passata di vernice fresca che si asciuga sulla parete: star seduti a veder giocare gli altri. Assistere in diretta, o in differita, a partite di un qualsiasi videogioco (sportivo, d'avventura, di ruolo: non ha importanza): una pratica in cui il proprio livello di interazione è spesso limitato a scegliere se continuare a guardare, cambiare canale (in questo caso, Twitch o YouTube) o spegnere tutto.

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di Stefano Felici

Let’s play, speedrun, playthrough e walkthrough, live streaming, machinima: sono alcune fra le parole-chiave di un fenomeno relativamente nuovo e, per molti, del tutto inaspettato – posto in relazione, almeno superficialmente e con ironia, al mettersi in contemplazione di una passata di vernice fresca che si asciuga sulla parete: star seduti a veder giocare gli altri. Assistere in diretta, o in differita, a partite di un qualsiasi videogioco (sportivo, d’avventura, di ruolo: non ha importanza): una pratica in cui il proprio livello di interazione è spesso limitato a scegliere se continuare a guardare, cambiare canale (in questo caso, Twitch o YouTube) o spegnere tutto.

Si tratta del Game Video: né più né meno del ribaltamento del più classico video-game, cioè quell’ormai planetaria e imprescindibile pratica ludica nata circa sessant’anni fa, e che negli ultimi venti ha registrato un’ascesa incontrollabile – tanto che il mercato dei videogiochi è perfino riuscito a superare, in quanto a introiti, quello del cinema o delle piattaforme di tv on demand e streaming.

Va bene giocare ai videogiochi: ma perché guardar giocare gli altri – e spesso addirittura degli sconosciuti? Per rispondere alla domanda, Matteo Bittanti e Enrico Gandolfi hanno messo insieme una playlist di saggi più o meno accademici, tutti usciti dagli anni zero in poi per riviste di settore e studi specializzati. Giochi Video: Performance, Spettacolo, Streaming (edito da Mimesis, 200 pp) affronta il fenomeno, per alcuni ancora molto strano, del fascino che può risiedere in una sessione di gioco di uno sparatutto in prima persona come Fortnite – per citarne uno fra i più gettonati e modaioli – guardata piuttosto che giocata.

Il Gioco Video non nasce per caso. Ovviamente, parte del merito va all’incremento delle tecnologie di intrattenimento e di comunicazione, diffusione delle informazioni; ma, come avviene spesso in ambiti tecnologici legati al sociale, l’uso che poi sottostà alle esigenze e all’inventiva umana si rivela tutt’altro che la mera somma dei due oggetti – in questo caso, videogiochi + internet. L’addizione non è l’operazione esatta per descrivere il fenomeno: dal connubio fra rete e videogiochi ha avuto luogo fin da subito una proliferazione eterogenea di pratiche e artefatti culturali di prima importanza per chi, ormai da tempo, si dedica ai game o ai visual studies – ma non solo.

Let’s play, speedrun, playthrough e walkthrough, live streaming, machinima – le parole poste in apertura – sono i nuovi oggetti di studio al cui centro non è più il fruitore-giocatore del videogame; accanto gli si pone la nuova figura del fruitore-spettatore.
Bittanti e Gandolfi, nella selezione dei saggi da loro tradotti, oltre che scritti, adottano tre concetti imprescindibili per spiegare testi e contesti di queste nuove pratiche: performance, spettacolo e streaming.

La performance è alla base del videogioco – senza la performance, il videogioco non esiste; un po’ come per il libro, che prende vita materialmente soltanto nell’atto della lettura. Ma la performance videoludica, a differenza di quella richiesta da altri media, è di tipo ergodico: prevede cioè un lavoro pragmatico e attivo, l’uso coordinato di mano-e-occhio, che si traduce in destrezza nel momento in cui il giocatore è chiamato a manovrare il proprio avatar tramite joypad (o altre periferiche designate). Il giocatore è così un performer.

In questa direzione – viatico che pone la basi per il concetto di Gioco Video –, i saggi di Jason Wilson (Televisione partecipativa. I videogiochi delle origini, la videoarte, l’astrazione e il problema dell’attenzione) e Rainforest Scully-Blaker (Una pratica praticata: Correre nei videogiochi insieme a De Certeau e Virilio) mettono in primo piano proprio la figura del performer e la nozione di letteratura ergodica come sinonimo di videogioco.

Il testo di Wilson prende inizialmente in esame un quadro astratto dell’artista Barnett Newman, Onement IV, per suggerire, oltre ad affinità superficiali ed estetiche con una schermata di un vecchio clone del leggendario Pong (entrambe le figure riportate nel libro sono in pratica due “tele” nere divise a metà da una bisettrice bianca), come il fruitore di un’opera, già nel 1949, fosse chiamato da Newman stesso a partecipare, a livello concettuale, nel processo di costruzione del quadro: l’opera, infatti – e così altre della serie – è corredata di precise istruzioni su come posizionarsi nello spazio, al fine di una fruizione precisa, immersiva e “sublime”.

Passando poi attraverso l’opera di Name June Paik, Participation TV, del 1963, si arriva al concetto di new media, dove lo spettatore è letteralmente – e finalmente – co-creatore dell’opera d’arte: dalla prossemica si passa ora alla vera e propria interazione: il televisore dell’opera di Paik mostra in output dei segnali luminosi che corrispondono alle interferenze sonore provocate in input dal fruitore/co-creatore, che interagisce tramite un microfono. È da questi esperimenti che nasce l’idea di una televisione che non sia soltanto un apparecchio segnato da un canale di comunicazione unidirezionale, da subire passivamente: bensì uno strumento creativo per chiunque.

Con l’avvento del videogioco vero e proprio, gli schermi diventano interazione pura; ora i fruitori sono chiamati a sviluppare destrezza e nuove abilità per farsi largo nel processo ergodico che ogni testo videoludico prevede; e più la sfida è difficile, più il giocatore viene messo alla prova, più sono richieste abilità specifiche.

L’accrescimento e lo sviluppo delle abilità è un argomento molto caro a chi si dedica alla pratica delle speedrun, ovvero il tentativo di arrivare alla schermata finale di un gioco – di qualsiasi tipo, ma il più delle volte si tratta di platform alla Super Mario Bros. – nel minor tempo possibile.    Per essere competitivi in questa pratica non basta il talento: bisogna allenarsi costantemente, conoscere a memoria tutto il percorso virtuale, pixel per pixel; il che rende le speedrun dei veri e propri spettacoli per il giocatore medio, che può solo ammirare a bocca aperta certe performance monstre – giochi la cui durata complessiva si aggira intorno alla decina di ore vengono completati al di sotto dei sessanta minuti, oppure platform degli anni ’80 portati a compimento in cinque minuti, come il sopracitato Super Mario Bros.

Nel saggio di Rainforest Scully-Blaker, a cavallo fra performance e spettacolo, sono analizzati i processi impliciti alla speedrun e alla sua ragione d’esistere: la sfida contro il gioco stesso, contro il suo design dato a priori, e quella con la comunità di giocatori che si misurano nella stessa impresa, intorno a uno stesso titolo; le speedrun che si attengono alle regole “fisiche” della programmazione e quelle che cercano di sfruttare le sue falle, andando a caccia dei glitch del sistema.

Lo spettacolo offerto dalle speedrun è un punto di partenza per capire il fenomeno Game Video. Ma non c’è solo questo.
Soprattutto fra i più giovani, la forma di fruizione maggiore è rappresentata dai Let’s Play. È Josef Nguyen, nel suo saggio Esibirsi come videogiocatori nei Let’s Play, a tratteggiare questo nuovo tipo di spettacolo post-televisivo, tanto semplice quanto coinvolgente: bastano – in teoria – un videogioco, una webcam e un microfono per andare in onda e attirare la curiosità di centinaia di migliaia di persone.

I Let’s Play hanno una dinamica opposta alle speedrun: non servono chissà quali abilità o destrezza per portare a compimento il gioco; anzi: più si sbaglia, più si fanno figuracce, meglio si intrattiene il pubblico. Perché nei Let’s Play, più che la performance “sportiva”, conta l’intrattenimento, la capacità istrionica del giocatore nel far battute, nel tener vivo il suo show personale, nel creare empatia con lo spettatore: si tratta di una performance retorica, più che ludica. Il videogioco è essenziale, ma è come se passasse in secondo piano: è una sorta di premessa.

Le possibilità, i processi creativi legati alla rete e al videogioco sono potenzialmente infiniti. Anche il mondo dell’arte, e ormai da tempo, ha cominciato a muovere i suoi passi in questa direzione: e la forma prescelta è quella del machinima. Essenzialmente, la possibilità di rendere sequenze di gioco dei veri e propri cortometraggi o film, estrapolando contenuti e significati da vari contesti di gioco, per dar loro forme e significati del tutto nuovi – spesso agli antipodi di quelli originali. Una dinamica che potrebbe renderli dei ready-made digitali.

Le possibilità del 3D hanno permesso intrusioni e distorsioni artistiche già nei giochi di metà anni ’90, e l’incremento esponenziale della potenza di calcolo dei vari PC e console ha reso possibile la realizzazione di giochi in cui il livello di dettaglio della ricostruzione di ambienti, luoghi, persone e oggetti ha avvicinato ulteriormente la realtà virtuale a quella reale. Ne sono scaturite opere come EMPIRE, di Philip Solomon: il regista americano, sfruttando il gioco GTA IV, ha reso omaggio al Warhol dell’omonimo Empire, fissando la sua telecamera sulla Rotterdam Tower di Liberty City – entrambe ricostruzioni, rispettivamente, dell’Empire State Building e di New York City. Come nel film del regista padre della Pop Art, anche Solomon ha puntato la sua telecamera – virtuale – per un giorno intero sul gigantesco palazzo – virtuale anch’esso – senza mai spostarsi di un centimetro – o di un pixel, in questo caso.

Che sia intrattenimento puro, come nei Let’s Play, o voglia di apprendere nozioni su come migliorare il proprio stile di gioco, come nelle speedrun o nei playthrough (sessioni di gioco registrate col solo fine di mostrare ciò che avviene, passo dopo passo), o persino abbandonarsi alla contemplazione e alla riflessioni, come avviene per i machinima, il macro insieme del Gioco Video è dunque una realtà consolidata e viva, che mette in discussione la funzione principale del videogioco stesso, ormai non più da considerare solo come testo ergodico, fruibile solo per il piacere del singolo giocatore. E siamo solo all’inizio: basti pensare all’ascesa esponenziale degli eSports, che stanno poco a poco guadagnandosi pagine di giornali e interesse da parte di sponsor e di pubblico sempre più numerosi – e anche qui, la varietà di giochi è indiscutibile: dalle simulazioni sportive classiche, come il calcio e il basket, a giochi di strategia e sparatutto a squadre. Gli eSports stanno di fatto entrando in competizione, a livello di audience, con gli sport classici, quelli del mondo reale – finché varrà ancora la distinzione.

C’è da chiedersi, più che altro, se a questo punto non sia plausibile un sorpasso: quello del gioco guardato sul gioco giocato.

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L’inquieta felicità di Giovanni https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/#comments Tue, 31 Jul 2018 11:24:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37871 di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

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1arpino

di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

Dovevo prenderle. E tutto per una birra che Luigi il catanese aveva offerto e poi rifiutato di pagare. E aveva offeso Giovanna, l’aveva riempita di parolacce che a Giovanna non avrebbero fatto fatto né caldo né freddo, ma non lì, davanti a tutti, nel caffè, con gli uomini ai tavoli che ridevano, persino Aldo il barista rideva, finché Giovanna innaffiò il catanese con la bottiglia del seltz.

È questo il presupposto iniziale, comico, amaro e teso, del libro d’esordio di Giovanni Arpino, “Sei stato felice, Giovanni”, pubblicato da Einaudi nella collana dei Gettoni nel 1952, e  – giustamente – ripescato quest’anno da minimum fax per un’altra importante collana – quella dei minimum classics.

Elio Vittorini – nel ‘52 a capo dei Gettoni – se ne innamora in maniera incondizionata e decide di pubblicarlo. La storia raccontata non è particolarmente originale (tanto è intrisa di letture e riferimenti ai vari Hemingway, Faulkner e il Fante di Chiedi alla polvere, quest’ultimo tradotto in italiano proprio da Vittorini nel ‘41), né prevede intrecci clamorosi o inaspettati: è soltanto il resoconto di un giovane vagabondo che si arrabatta come può durante il magro periodo del secondo dopo-guerra.

Un romanzo neorealista, dunque verosimile e colmo di povertà, sporcizia, e vicoli umidi, piazze assolate e polverose, vecchi a dormire sulle panchine coi giornali in testa; quelli di una Genova che fa da sfondo ma, molto spesso, penetra nelle ossa dello stesso Giovanni, che non può che percorrerla da una parte all’altra: una volta alla ricerca di un lavoretto, un’altra per trovare posto a scrocco in trattoria, oppure per incontrarsi coi suoi compagni, sodali di sventure, fame nera e pance vuote. Lui, Giovanni, è “il Bello” (soprannome che gli viene dato senza particolari meriti: forse solo perché giovane): poi ci sono Mario, il vecchio, e “Mangiabuchi”, così chiamato per via del suo lavoro da saltimbanco – in uno dei suoi numeri, oltre a ingoiare rane vive per poi ricacciarle, sempre vive, fuori dall’esofago, manda giù un’intera catena. Grosso e burbero, dal cuore tenero, ricorda persino, a tratti, e anche per via del “bianco e nero” del romanzo, lo Zampanò de La strada di Fellini.

La storia, pur essendo ben calibrata nei tempi d’azione e in quelli morti, non presenta invenzioni o colpi di scena imprevedibili; è la scrittura, la voce a fare di questo libro un classico irrinunciabile nel canone dei romanzi di formazione italiani. Lo spunto per la narrazione viene da alcune letture dei pesi massimi della letteratura nord americana, e anche lo stile sembra subire la stessa sorte; ma la lingua, essendo meno universale del linguaggio narrativo in sé, porta a degli esiti sensibilmente diversi, in cui Arpino riesce a dare il giro giusto alle sue frasi, ai suoi periodi, ai capitoli, alcuni brevissimi, altri molto lunghi, e così via, fino a un intero racconto che sotto questo aspetto è sì originale, convincente e di un fascino tutt’oggi indiscutibile.

La scrittura è giovane (Arpino scrisse questo libro a ventitré anni, e non aveva nessuna intenzione di fingersi più grande di quel che era), fresca, e tende a rompere gli schemi d’eleganza letteraria della più classica prosa ormai considerata stantia; in questo, somiglia molto al Giovane Holden di Salinger, che in america esce un anno prima, e che dei giovani irriverenti iconoclasti in letteratura diverrà – suo malgrado – proprio la principale icona.

Le parole usate sono semplici: spesso si registra una forte mimesi col parlato, fallace in quanto a grammatica – sia nei discorsi diretti che nel racconto in prima persona di Giovanni. L’azione è incalzante quando bisogna, e il ritmo è ben dosato tra periodi brevi, a volte secchissimi, e lunghi periodi intricati, a flusso di coscienza, o forse, meglio, a ruota libera – dacché Giovanni non entra mai fin troppo a fondo nei suoi pensieri: vuol giocare a esser superficiale, e molte volte lascia parlare il vino al posto suo: «Ciao Giovanna che non porti il rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.»

Per più della metà del romanzo, Giovanni e il suo raccontare a volte sincopato e minimale, altre rilassato e un po’ brillo, portano a zonzo il lettore per Genova: una città portuale dai mille odori e dai colori grigio-bluastri, certi giorni in discesa ma la maggior parte in salita, città cangiante, che cambia però in base alle fortune e allo stato d’animo di Giovanni: i due soggetti non sono mai uguali a sé stessi a ogni nuovo capitolo.

Tra una piccola avventura finita male e un pasto a base di rane e gatti da far venire il voltastomaco, Giovanni, costantemente stordito dal vino, riesce sempre a trovare un’eco di felicità lontana, ed è questa la sua fortuna: pur vivendo nell’indigenza più nera, pieno di debiti e costretto a dormire di nascosto in un magazzino interrato, sentirsi vivo è ciò che più conta; sentirsi vivo e costantemente alla ricerca di un domani migliore – lo slancio verso felicità è ciò che lo rende allegro e riconoscente verso il mondo. È per questo motivo, per questo inaffosabile aspetto del suo carattere, che una rischiosa missione per mare insieme a una piccola banda di contrabbandieri diventa per lui un’esperienza da cui trarre pagine bellissime – farne un’estetica; una felicità.

Camminammo a lungo finché le case si fecero rade sulla collina, le luci del porto laggiù dietro le nostre spalle erano piccole e numerose, camminammo finché il rumore della città fu solo più un ronzio, poi silenzio nella sera rotto dal vento sul mare e negli alberi lontani nel buio. […] La barca era umida e aveva il buon odore delle cose che conoscono il mare da sempre. L’altra barca ci veniva dietro a pochi metri, macchia nera a dondolo sull’acqua di luna.

Dopo aver racimolato un bel gruzzolo in seguito al colpo messo a segno, Giovanni e la sua voce, poco a poco, cambiano intonazione – cambia persino il punto di vista su sé stesso, quindi sulla città. I rapporti con le donne, fino a quel momento marginali, diventano il centro di tutto: Giovanni conosce Maria, una donna più grande di lui che immediatamente diventa la sua amante. Ora Giovanni ha soldi, amore, stabilità emotiva; ma qualcosa è cambiato. Forse è tutto troppo inaspettato, perfetto; e dentro gli rimane un vuoto, una paura: «Paura di tutte le cose e di e di me. Avevo coraggio prima che non avevo niente. Avevo solo coraggio ed ero povero in tutto. Adesso ho te e qualche soldo e niente più coraggio.» La felicità di cui poteva esser certo persino mentre affondava i denti in una coscia di gatto è andata via. Perduta.

Giovanni, votato all’inquietudine, che nel suo mondo combacia perfettamente con la felicità, si sente come un fantasma, separato da sé stesso, ed è così che procede anche nell’ultima parte del racconto, indugiando spesso su lunghe descrizioni di paesaggi, della sua amata, della casa in cui si è stabilito, dei posti che vede sfuggirgli di lato seduto in carrozza. Forse Giovanni non è più felice. Lo è stato, di sicuro. Ma bisognerà rimediare: non si cambia mica così facilmente il carattere – neanche a vent’anni. Giovanni, l’archetipo del guitto vagabondo, ci pensa un po’ – giusto il tempo di ritrovare la sua voce. E decide che è tempo di andarsene, per ritrovare la sua felicità inquieta.

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Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini https://minimaetmoralia.it/letteratura/cometa-gregorio-magini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/cometa-gregorio-magini/#comments Mon, 18 Jun 2018 12:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37554 di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un'apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

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1cometa (2)

di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un’apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

«I miei genitori scopavano sempre e mi piaceva guardarli. Il mio primo ricordo è mamma in ginocchio che sussulta sotto i colpi del bacino di papà. Mi godevo lo spettacolo e mi succhiavo le gengive. C’è chi sostiene che non posso avere ricordi così lontani, e argomenta con certi dati sullo sviluppo della guaina mielinica degli assoni neuronali, ma è gente insulsa che nella vita non gli è mai capitato niente, hanno sprecato la prima infanzia fissando il fiore di legno sopra la culla, sporadicamente osando avventurare lo sguardo fino al soffitto, ma era già troppo imprudente, gli dava un senso di vertigine».

Sono ricordi vividissimi e improbabili, e via via, lasciando scorrere l’incipit, varcando la soglia della prima decina di pagine, sempre più dettagliati, inautentici, ponderati, deviati: si entra nel grottesco eloquio isterico di un impostore, che vuole a tutti i costi aderire a un’idea di realtà ricreata a posteriori. Il motivo? Forse quello di qualsiasi mitomane: non lasciare che il vuoto abbia la meglio.
La parabola infantile di Raffaele prende l’avvio in un racconto dove le colonne portanti, ovvero i suoi genitori, sono figure indefinite e destinate alla dissolvenza: per motivi e con modalità diverse, Raffaele ben presto rimarrà solo – fatta eccezione per la macchiettistica figura di un nonno burbero e benevolo; l’unica costante ereditata sarà quest’esser votato egli stesso, quasi a ripercorrere le orme genitoriali, a una vaga volontà di annichilimento, di dispersione, eppure al tempo stesso disperata ricerca di un’identità che sembra inafferrabile – sempre un passo oltre, ma in una dimensione sconosciuta. Raffaele arriva a ricordare, o a immaginare, o forse, chissà, un misto fra le due cose, le indefinite esperienze sessuali dei suoi genitori, spesso aggrovigliati in interminabili orge cui egli stesso prestava attenzione, come incantato. E così, con questo moto di rarefazione e condensazione della propria identità, Raffaele fa il suo ingresso nel mondo usando il sesso come vettore, servendosene come strumento per riuscire a raccapezzarsi nel rapporto tra sé e l’esistenza, tra l’io e gli altri. Un’oscillazione che per inerzia lo porterà a decentrarsi costantemente in ogni segmento della sua vita: infanzia, adolescenza, età adulta.

Poi, in parallelo, arriva Fabio.

Se per Raffaele il sesso è il mezzo per porsi qualsiasi domanda e accedere – le poche volte che ci riesce – a qualsiasi risposta, per Fabio il processo è quasi inverso. Fabio è un bambino chiuso in se stesso. Talmente chiuso che il punto di vista del narratore si pone accanto a lui: non lo lascia parlare a ruota libera, come nel caso di Raffaele. Fabio vive il sesso quasi fosse un’inutile, o comunque una non necessaria, attività del vivere; preferisce rimanere entro le proprie costruzioni mentali; il suo è un principio di autismo, che lo porta a trovare gioie isolate in mondi fantastici da lui stesso creati. Mentre Raffaele parte in giro per l’Europa cercando sfogo alla sua smania principale, Fabio crea uno spazio fantascientifico in cui si crede un esploratore di galassie. E tanto gli basta.

Fabio e Raffaele sono destinati a incontrarsi. Il loro è un procedere a spirale, ma che non si incrocia mai: si conoscono per caso, per un breve periodo portano avanti un progetto folle: un social network che dia la possibilità a spiriti affini di incontrarsi – ma non a chiunque, non il solito puttanaio alla Facebook o alla Badoo: solo spiriti affini, ricercati e trovati grazie a elaborati e precisissimi algoritmi.

Raffaele la mente creativa, Fabio il braccio, il tecnico: una coppia simile a quella dei sogni, Jobs-Wozniak, ma in questo caso del tutto inconcludente, strampalata, dove non c’è sinergia se non per alcuni momenti in cui le coscienze si dilatano sotto l’effetto benefico di qualche droga; tutto il resto è un girarsi intorno, come suggerisce anche l’andamento e l’alternanza dei capitoli, dove inzialmente prende voce Raffaele, in prima persona, poi di nuovo Fabio, ma da osservato speciale, un oggetto strano da descrivere; poi di nuovo la voce di Raffele; e così via.

La cifra linguistica di Cometa è altrettanto eclettica, isterica – a volta in linea, a volte sfalsata rispetto alla narrazione. Nelle confessioni, nei racconti di Raffaele, l’andamento dà l’impressione di non essere formalmente controllato – ma è solo un impressione: cambi di registro, lessico e frasi ricercate si innalzano per poi ricadere in una sequela di accostamenti secchi e beceri. Gravitando spesso intorno al sesso, certi passaggi portano l’eco libertino di una scrittura tondelliana; eppure, nel complesso, si ha a che fare con una scrittura molto più autoconsapevole, quindi sarcastica e disincatata: una stesura da giovane Holden dei nostri tempi, al passo con i picchi nozionistici del postmoderno.

Nei momenti che riguardano Fabio, la virata appare in una lingua incentrata sul patetico, sul mimetico-infantile, ma senza dimenticare la lezione ironica – anche in questo caso – di molti autori postmoderni, che creano una sensazione di distacco che rende Fabio stesso quasi un agente del comico.

Cometa risulta un oggetto tanto difficile da incasellare quanto da contenere mentalmente. Le sue strutture linguistiche e narrative sono scalene, i momenti decisivi all’evoluzione della trama sembrano sfuggire, e non si capisce se si gira in tondo o, col solito movimento a spirale, si sale o si scende verso l’alto, verso il basso. È un gioco illusorio tipico delle realtà virtuali: c’è un meccanismo dietro che opera per disorientarci, per porre un enigma. In questo, Cometa riesce perfettamente: certe insistite concretizzazioni materiali intorno al sesso hanno, come già accennato, la funzione di portare il lettore su un piano altro, e via via sempre più astratto, impalpabile, diradato. Si arriva infine allo smarrimento di significato. Come quando si osserva uno di quei precisi e geometrici screensaver di Windows, e a slittare in una lucida allucinazione senza nemmeno accorgersene basta un niente.

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Il duecentocinquantasettesimo tagliando per Roma-Liverpool https://minimaetmoralia.it/calcio/roma-liverpool-felici/ https://minimaetmoralia.it/calcio/roma-liverpool-felici/#comments Fri, 20 Apr 2018 12:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36974 di Stefano Felici

«Al mondo ci saranno almeno sei-sette squadre capaci di battere tre a zero il Barça in casa», ripeto per l’ennesima volta. Questo giro tocca a un gruppo di ragazzini di sedici anni – beati loro, la metà dei miei –, «ma una soltanto», continuo, come se davvero stessi rivelando una verità ultima e lucente e inaudita «è in grado di compiere l’impresa dopo aver perso quattro-a-uno all’andata, e poi due a zero, sempre in casa, pochi giorni prima, contro… contro, oh, dai, la Fiorentina: e questa squadra siamo noi: La Roma» – tutti zitti. Qualcuno annuisce; ma tempo tre secondi e se ne vanno per fatti loro, senza dir nulla. Mi lasciano da solo.

È buio, ma non completo: l’insegna del Roma Store fa una luce bianca elettrica.

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1manolas

di Stefano Felici

«Al mondo ci saranno almeno sei-sette squadre capaci di battere tre a zero il Barça in casa», ripeto per l’ennesima volta. Questo giro tocca a un gruppo di ragazzini di sedici anni – beati loro, la metà dei miei –, «ma una soltanto», continuo, come se davvero stessi rivelando una verità ultima e lucente e inaudita «è in grado di compiere l’impresa dopo aver perso quattro-a-uno all’andata, e poi due a zero, sempre in casa, pochi giorni prima, contro… contro, oh, dai, la Fiorentina: e questa squadra siamo noi: La Roma» – tutti zitti. Qualcuno annuisce; ma tempo tre secondi e se ne vanno per fatti loro, senza dir nulla. Mi lasciano da solo.

È buio, ma non completo: l’insegna del Roma Store fa una luce bianca elettrica. Così mi guardo intorno e punto qualcun altro. Sono ancora le quattro del mattino e in molti se ne stanno a dormire nei sacchi a pelo, o a cassetta, su sediole da campeggio, con la testa penzoloni. Mi tocca riagganciare qualche trentenne come me, dirgli un paio di stupidaggini, e poi cacciar fuori ancora, un’altra volta, questa bellissima, commovente osservazione sulla nostra grande Roma, sperando di trovare un’anima gemella, che capisca, colga l’illuminazione, che insieme a me si commuova.

Eppure, quel che dico è vero. Tanta gente, dopo il quattro a uno dell’andata al Camp Nou, s’è chiesta se fosse o meno il caso di andare a vedere la partita di ritorno all’Olimpico; alcuni hanno provato a rivendere il biglietto; tanti altri, pure, ci hanno creduto, sono stati scaramantici o, visto che nella storia della squadra la scaramanzia non è che abbia funzionato poi così tanto, si sono mostrati spavaldi, e hanno persino scommesso a favore del passaggio del turno. La stagione della Roma è stata altalenante: in campionato, all’Olimpico, s’è perso contro la Sampdoria e il Milan e l’Inter, l’Atalanta e il Napoli – mettiamoci pure il pareggio col Sassuolo. Ma in Champions League: tre a zero al Chelsea, sempre all’Olimpico, dove in questa competizione non s’è ancora preso gol nelle partite casalinghe.

Ora: come fa il tifoso romanista a non avere in sé, congenitamente, un piccolo germe di schizofrenia, una malattia al quadrato che lo fa vivere in una doppia bolla d’illusione mitomaniacale dentro un’altra di cieca ma frustrante fede religiosa. Si arriva presto al gioco di specchi tra tifosi e squadra, alle contraddizioni a catena e ai picchi di disperazione e mania toccati all’interno di una stessa settimana: la squadra vince bene, semo forti; la squadra perde male, semo un branco de pippe.

Al gol del tre a zero segnato da Manolas, io me ne stavo in un locale di San Lorenzo, in attesa di salire sul palco per leggere un mio racconto. Ero lì per un concorso. Sapevo del due a zero parziale; refresh dopo refresh, il nome di Manolas nel tabellino dei marcatori, ho alzato lo sguardo verso quello di un mio amico che aveva fatto altrettanto, verso di me; ci siamo guardati qualche secondo e a me è scappato un labiale tipo “ao, annàmosene”, con tanto di gesto che si fa mettendo la mano a paletta puntata in basso e ruotando il polso verso l’interno. Ci ho pensato davvero di uscirmene, andarmene in un locale che trasmettesse la partita per vedere i minuti finali e urlare di gioia al triplice fischio. Va’ a capire perché poi non l’ho fatto.

È quel gol di Manolas al Barcellona ad aver portato me e altre quattrocento persone davanti al Roma Store di viale Marconi la sera del 17 aprile 2018. A dire il vero, lì davanti ci ha trascninato pure il Liverpool: ogni romanista, persino io che sono nato due anni dopo, sogna di vendicare la finale di Coppa Campioni persa nell’84. Questa è una semifinale, ma insomma: per come è arrivata e per quanto ci ha colti di sorpresa, il valore di questo doppio confronto è inestimabile.

Abito da quelle parti e per giorni mi sono chiesto: ci provo o no? Laddove provarci si è poi tradotto in un accampamento di ventiquattro ore a ridosso del locale, che avrebbe messo a disposizione i biglietti a partire dalle 10:00 del giorno diciotto.

La decisione l’avevo presa il giorno prima, la mattina del diciassette. Mi sono detto: vado lì massimo per l’una. Ci passo la notte. Sicuramente qualcuno distribuirà dei bigliettini tagliacoda, prenderò, boh, il numero venti?, me ne starò una nottata a chiacchierare di Roma e a vivere la vigilia più lunga del maggiore evento calcistico al quale abbia mai partecipato la mia squadra da quando ho preso coscienza di esserne tifoso – più di Roma-Parma 2001, la partita-scudetto. Un sacrificio da poco, tutto sommato: ne varrà la pena.

Questo avevo pensato.

E invece, alle sette di sera del giorno precedente alla messa in vendita, dopo un paio di commissioni, passo per curiosità e per scrupolo davanti al Roma Store – non ci sarà ancora nessuno, ma fammi controllare, ho pensato. Ed ecco lì un bel capannello di persone. Lo sapevo. Storco il naso. Vabbe’, mi dico, quanti saranno?, una quarantina? Mi avvicino a una ragazza che tiene un blocco di foglietti colore celeste acceso. «Sei tu che dai i numeretti?» le chiedo. Dice di sì. Ne stacca uno. Lo guardo: sono il duecentocinquantasettesimo. Storco il naso, di nuovo. Digrigno i denti. Quasi mi viene da piangere.

Duecentocinquantasette persone avanti a me vanno sommate alle altre ideali duecentocinquasette persone in fila presso ogni altro Roma Store o rivenditore autorizzato (tabaccai e ricevitorie varie). Così come non li ho fatti per non scoraggiarmi tre giorni fa, i calcoli non li faccio nemmeno ora – per evitare di ritrovarmi di fronte al fatto compiuto: ho provato un’impresa tanto romantica quanto cretina. Come quella volta che mi sono messo in fila alle tre del mattino per andare a Londra, la partita era Arsenal-Roma – no, lasciamo stare: altra storia triste e cretina.

Ho tante ore da far passare. Lo smartphone mi serve carico per qualsiasi evenienza, dunque non conviene passarci sopra tutto il tempo. Così – e che altro, sennò? – m’improvviso piccolo antropologo e studio un po’ la situazione: i comportamenti della gente, le interazioni, i riti, i modi, i discorsi, lo spirito di adattamento a una situazione che, seppur per scelta, sarà via via sempre più scomoda ed estenuante.

La prima cosa interessante è osservare come da subito, cioè anche ben prima che arrivassi a prendere il mio bigliettino tagliacoda, si sia creata spontaneamente un’organizzazione chiara e precisa  riguardo la gestione del flusso di persone: un elenco che garantisse l’entrata nel Roma Store a chi fosse disposto a far nottata: un appello iniziale, alle 20:00, poi una serie di contro-appelli, ogni ora, fino alle nove del mattino (alle 10:00 l’inizio delle vendite). Al terzo richiamo, se non ci si fa avanti bigliettino alla mano, il proprio nome viene depennato, e chi è sotto in graduatoria guadagna una o più posizioni. Già al primo richiamo senza risposta, tre-quattro voci si alzano e chiedono di depennare. Al secondo richiamo partono buuu e fischi. Dopo il contro-appello, si è liberi di fare quel che si vuole per cinquantanove minuti; poi, di nuovo, biglietto alla mano, un minuto per ricreare un capannello ordinato, tocca star lì a gridare ECCOLO! – non presente: mica stiamo a scuola. Un know-how collaudato, che ogni tifoso hardcore conosce e, toccasse a lui, saprebbe rimettere in pratica.

Scherzosamente, col primo ragazzo con cui faccio amicizia, chiamo tutto questo gli Hunger Games, pur non avendo mai visto né letto nulla della saga – ma lui s’è messo a ridere, avrà capito più o meno il senso precario della battuta, quel sentimento di competizione spietata tutti-contro-tutti che dai trailer m’è parsa trapelare e che volevo trasmettere. Oppure ha sorriso come si sorride agli sconosciuti che dicono stupidaggini.

Tutta l’organizzazione è gestita da volontari – la cui volontà primaria è quella di guadagnarsi un posto in curva: indagando alla meglio, le semplici ma integerrime regole sono state stilate, e non poteva che esser così, dalla prima decina di persone che si è presentata davanti al locale durante la chiusura del giorno precedente. Si sono attrezzati con carta e penna, bloc notes e mazzetti per i bigliettini, sdraio e sediole, panchette su cui arrampicarsi per comunicare a voce alta, ergendosi dalla massa che per forza di cose, in queste circostanze, in questi ambiti, tende ad accalcarsi più del dovuto. In tutto questo ho visto uno spirito umano che m’ha riportato sul serio a qualche spicciola nozione antropologica, da concetto di tribù e nascita della civiltà, rapporti di potere e rispetto dell’autorità, esecuzione degli ordini per la tutela del proprio fine. Mi sono ritrovato in un piccolo villaggio di naufraghi col quale condividevo la stessa speranza, lo stesso dio: per un attimo ho pure guardato in cielo, nessuna stella ma come una presenza – ma era la fila per i biglietti del Roma Store, e mentre una macchina passava sopra una bottiglia di Peroni lasciata rotolare in strada facendola fragorosamente esplodere in mille schegge, di rimando partiva un mini-torneo di rutti che rimbombava lungo tutto il lunghissimo viale.

L’adrenalina, fino alle due di notte, è alle stelle per ognuno. Si fa amicizia con tutti: un ragazzo di origini filippine, a cui avrei dato diciotto anni, mi dice di averne ventidue e di essere laureato in ingegneria meccanica, e mi parla del futuro dell’aeronautica mondiale, entrando nel minimo dettaglio; quando lui mi chiede cosa faccia io, nella vita, gli rispondo: «Lo scrittore, lo scrittore. Ma vogliamo parlare di quanto è stato provvidenziale El Sharaawy nel derby?»

Ci si fa incontro un ragazzo con in mano una Heineken. Ci offre un sorso ma io non bevo. È calabrese, ci dice. Di Crotone. Io ho un debole per i calabresi che non tifino Juve, Milan o Inter. Glielo dico e lui quasi fa le capriole per quanto è lusingato e contento di poter affermare con orgoglio la sua diversità in quanto a fede calcistica. Due minuti e già gli voglio bene: sorride sempre, continua a offrirmi da bere, pure da fumare – ma io non fumo: neanche quello. Ci sediamo per terra. Passa, dal nulla, un ragazzo africano. Tira dritto. Non è lì per fare la fila. Scompare nel buio del viale. Il ragazzo calabrese, dopo un momento di silenzio, mi fa: Sai, sono un sostenitore di Casa Pound. Io e l’altro ragazzo ci guardiamo come quando si prende il gol del pareggio al novantaduesimo e senza aprir bocca ci si chiede perché. «Ma vogliamo parlare della sfiga di Dzeko al derby?», me ne esco io, cercando di rimettere palla al centro il più veloce possibile.

Defilatissimo, un taciturno ragazzo indiano. Non parla con nessuno. Un uomo rasato, sui cinquant’anni, prima fischia verso di lui – quei fischi da stadio che provocano acufeni fastidiosissime per almeno un’ora da quando li si subiscono –, poi passa agli AO! AO! TE! A INDIANO, CELL’HO COTTÉ!

L’indiano è un programmatore, ma in Italia, ovviamente, si arrangia facendo quel che può. Il cinquantenne rasato comincia subito benissimo: l’overture del non sono razzista ma, e poi finisce col prendersi il numero di telefono, perché lui, il cinquantenne, dice di lavorare coi computer. «Lavori con l’hardware,» chiede il mio nuovo, giovanissimo amico ingegnere meccanico; e l’altro risponde «Sì, quaa robballà.»

Un indiano, solo e solitario, che non apre bocca perché in italiano sa dire sì e no un paio di frasi, in fila per Roma-Liverpool? Ebbene sì: qualche ora dopo, all’alba, arriva un ragazzo,  biondo e occhi azzurri, voce roca, che sventola una banconota da cinquanta; l’indiano la prende, dice grazie, e poi gli consegna il bigliettino tagliacoda.

Col ritorno della luce del sole, fatto l’ennesimo contro-appello, si va tutti a far colazione nei numerosi bar della zona. La stanchezza comincia a rendere i corpi lenti e pesanti, ma già un caffè e un cornetto bastano ai più giovani per prendere un pallone e mettersi a fare un torello improvvisato lungo il marciapiede: le persone normali escono di casa per andare a lavoro, e ognuna di queste che viene lambita da una pallonata involontaria viene salutata con un OOOLEEE!, che più goliardico non si può – fossero state colpite, l’olé sarebbe stato ancora più forte. Pallonate su serrande chiuse, pallonate su macchine parcheggiate, pallonate sugli alberi: una pioggia di pallonate come in un pineto dannunziano.

A pochi minuti dall’inizio della vendita, ormai gambe e schiena non le sento più. Ho perso di vista tutti gli amici fatti sul campo di battaglia e allora salto da una faccia all’altra. Sono tutti nervosi. Arrivano notizie strane: su internet molti biglietti già sono stati venduti e rimessi a disposizione a prezzi esorbitanti.

Poi si fanno le dieci. Il momento. Però non succede nulla. Lo Store – i gestori, facendosi largo tra la folla a spintoni, erano entrati alle otto e trenta –  rimane ancora chiuso.

Dieci e trenta, dieci e quaranta, le undici, le undici e mezza. Il terminale del Roma Store di viale Marconi non si collega.

La fila, ordinata com’era, è saltata. Siamo tutti accalcati alla porta. Due tizi si guardano negli occhi e senza dirsi niente, ma proprio nulla, cominciano a spintonarsi, a sferrare pugni rischiando di colpire chi sta in mezzo. Si alzano cori contro la polizia, arrivata come da protocollo. Si fa mezzogiorno. Tutti sugli smartphone a cercare notizie circa disservizi presso altri Roma Store. Uno sciame impazzito: nessuno rimane al proprio posto, sembra andarsene ma poi ritorna. Un ragazzo urla «L’ho preso online!» Tutti gli si fiondano addosso, uno lo minaccia: «Cómprecelo pure a me e l’amici mia.» Questo, credo, il momento in cui tutti capiamo che Roma – Liverpool rimarrà un miraggio.

I bot dei siti russi de bagarinaggio, l’amici de quelli che ce lavorano, i biétti fatti sotto banco, l’amici dell’amici dell’abbonati, cinquemila anzi no seimila solo de gente invitata da la società. Non è “complottista” la prima parola che mi viene in mente per descrivermi, ma dopo più di venti ore passate in osmosi con queste persone… il mio pensiero è il loro.

Alle tre del pomeriggio, le persone uscite dallo Store col biglietto in mano sono appena una quindicina. Anche io mi unisco al coro MERDE MERDE MERDE, indirizzato a – boh? I gestori dello Store? L’organigramma dell’Associazione Sportiva Roma? Fra l’altro, i gestori del Roma Store non mi sono sembrati tipi da lasciar passare in secondo piano la cosa: uno di loro è pure uscito, ha chiesto «Chi è che sta a di’ che semo merde?», e una vocina, che non so da dove mi sia uscita, ha risposto: «Tutti!»

Sono tornato a casa stanco – senza lesioni, ma pure senza biglietto.

Com’era? Una cosa divertente che non farò mai più? Massacrante più che divertente; e sulla parte del non rifarla mai più, mh, ho i miei dubbi.

E Adesso? Adesso tocca trovare il posto giusto dove vederla in televisione. Che pure questo mica è facile, eh. Il Birrificio sotto casa mia non accetta prenotazioni, ma “un par de posti li metto comunque via pe l’amici…”

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