Teho Teardo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teho-teardo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 22 Feb 2022 19:50:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Teho Teardo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teho-teardo/ 32 32 Paradiso XXXIII – Quando le stelle caddero tutte assieme https://minimaetmoralia.it/teatro/quando-le-stelle-caddero-tutte-assieme-il-xxxiii-di-germano-e-teardo/ https://minimaetmoralia.it/teatro/quando-le-stelle-caddero-tutte-assieme-il-xxxiii-di-germano-e-teardo/#respond Tue, 22 Feb 2022 09:35:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50033 Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. Mentre tento di accendere una sigaretta mezza rotta, il chiacchiericcio dei presenti si fa rumore indistinto, eppure elettrico. Ripenso a ciò che ho appena vissuto, e invoco Jankélévitch nella […]

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Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

Mentre tento di accendere una sigaretta mezza rotta, il chiacchiericcio dei presenti si fa rumore indistinto, eppure elettrico. Ripenso a ciò che ho appena vissuto, e invoco Jankélévitch nella consapevolezza che molto difficilmente riusciremo, chi più, chi meno, a raccontare con parole piene l’indicibile bellezza di Paradiso XXXIII (Infinito Produzioni, coprodotto da Pierfrancesco Pisani).

La vaghezza di un qualcosa che non si può determinare, «a certain something» dicono gli inglesi , il nostro non-so-che, il nescio-quid del filosofo e musicologo francese. In fondo ha ragione Jankélévitch quando sostiene che nel momento in cui cerchiamo di parlare di musica, in realtà parliamo di tutt’altro. Un po’ come quando vogliamo definire il tempo. Eppure, proprio per questo grado di ineffabilità, Jankélévitch ritiene che si debba parlarne.
Ah, quante parole sono necessarie per dire che non si può dire nulla di qualcosa!

Comunicare l’incomunicabile, perché la perfezione necessita del filtro, magico/sacro/oscuro di un medium. Quel tramite si è fatto voce e corpo nella fisicità di Elio Germano che nell’ora iperdensa di un atto unico, ha regalato al pubblico un’esperienza transmediale, meravigliosa, ineffabile appunto.
Densità, sì. È la proprietà più consona per definire Paradiso XXXIII, uno spettacolo di e con Elio Germano e Teho Teardo, per la regia di Simone Ferrari e Lulu Helbæk, già alle prese con le immersioni del Cirque du Soleil fino al Giudizio Universale di Michelangelo.
L’attore, fra i più lodati e premiati del nostro cinema, da sempre curioso e radicale, si è adoperato per una drammaturgia dell’ultimo canto del Paradiso dantesco, assieme all’ormai fidato compagno di lavoro Teardo che ha curato la pièce sonora, potenziata dalla presenza di Laura Bisceglia e Ambra Chiara Michelangeli, violoncello e viola, dal disegno luci di Pasquale Mari, dai video firmati da Sergio Pappalettera e Marino Capitanio e infine dallo scene design di Matteo Oioli.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

Buio, rannicchiato, cavernoso, agro, il corpo nascosto in una bolla protetta. È l’inizio di tutto, e della sua fine. Un uomo, un eremita, un prete, un santo? Il San Bernardo “dispiegato” da Elio Germano ci accoglie per l’ultimo tratto del viaggio ultraterreno di Dante, ora che ha raggiunto l’Empireo, dopo aver attraversato Inferno e Purgatorio, interrogando le vite altrui. E rivolgendosi alla Vergine Maria, la prega affinché interceda presso Dio e consenta a Dante la visione finale della sua essenza. Ma anche perché possa sopravvivere a quel momento, così da poter lasciare a la futura gente anche una sola scintilla del racconto di quell’immenso privilegio.

Se la parola della Commedia emerge, nella visione e nella spazializzazione del racconto, da una caverna che il visual design rende porosa – quasi un anfratto immerso nei glitter che ricorda i lavori di Shary Boyle alla Biennale di Venezia del 2013 – il dramma sonoro accade di lato, di sguincio, grazie al demiurgo Teardo.
Immerso nella familiare cabina di regia, quel simulacro del suono fatto di synth, campane tibetane, harmonium e campionatori, il compositore friulano, col semplice cenno di una mano sembra andare a compiere una direzione d’orchestra per la partitura ancestrale di viola e violoncello, al lato opposto. Due parentesi che accompagnano la parola, avvolgendo la narrazione terragna e piena di un Germano perfetto, nell’equilibrio teso di chi porta rispetto ma reinventa, “dispiegando’’ l’opera dantesca («nel senso di eliminare le pieghe da un tessuto quand’è troppo arricciato», aveva confessato l’attore a La Stampa lo scorso ottobre) senza tradirne mai, nemmeno per un verso, la carica umana, e tutta quella bellezza che disorienta.

Lì, nell’area in cui la percezione può divenire esperienza, e perciò, consapevolezza morale, scorgiamo l’urgenza del nostro vissuto assieme alle peripezie dantesche, come condizione necessaria per una sorta d’intelligenza delle emozioni. Il canto XXXIII non avviene solo davanti a noi ma è attorno, al di sopra della nostra fisicità, dentro una bolla in cui l’immaginario visivo non smette di sviluppare e suggerire nuovi ricordi.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova

Interroghiamo allora l’estetica visuale, che trasfigura la grotta della preghiera di San Bernardo in distorsioni glitchate fino a traghettarci nello sguardo (l’occhio suggerito e manipolato ci accompagna fino alla conclusione) estasiato di chi mira i soffitti dipinti dal Mantegna o dal Tiepolo, maestri d’illusione. Tutto resta in scena, eppure si sposta, tramuta la propria natura, mentre la drammaturgia si sdoppia, nella parola e nel suono: entrambi liberi e padroni del proprio spazio, Germano e Teardo scrivono la partitura perfetta, ognuno con gli strumenti del mestiere. Se non è assolutamente vero che il paradiso non si può suonare, è altrettanto dimostrato che un nuovo approccio alla lectura Dantis non solo è possibile ma si rivela necessario.

Elio Germano consegna alla storia del teatro un nuovo modo di leggere (e vivere) la Commedia, lontanissima dalla sobrietà di Sermonti, dalla tragicità di Gassman o dall’afflato selvaggio di Bene, che almeno lanciò la possibilità di cantare il verso, aprendo così all’unione con la musica portata in scena dai nostri.
È tutto nuovo, tutto in movimento. Il Dante di Germano ha sete di cielo, e di luce e si strugge nella circolarità. Così come la dimora di un tempo nasce preghiera – in ginocchio – ma si fa rito e termina come nuda novella, sullo scalino al centro del palco, spogliata da ogni effetto, da ogni suono. Il segreto dell’eterna leggibilità della Commedia risiede proprio nella radice primaria, che è la persona umana: la realtà quotidiana e il tempo storico in cui vive l’uomo di Dante non lo rende altro da noi, tanto che riusciamo a empatizzare con quella voce, che parla di stelle, al centro della scena.

Germano, che non ha certo bisogno di confermare l’immensità del proprio talento, sembra riuscire a condensare in questo Dante mediatore molti dei suoi personaggi più risolti, dalla solenne verità del Leopardi di Martone alla scattosità di Accio Benassi passando per l’umanissima armonia del San Francesco di Fely e Louvet.

Non c’è niente di declamatorio nell’intimità condivisa del suo recitare; eppure pesano questi versi, e non c’è cosa più giusta. Versi sussurrati, registrati, risucchiati, spezzati e cadenzati. Alternati e intrecciati all’elettronica misterica e arcana di Teardo mentre la voce è lo strumento aggiuntivo, la base ritmica, della sconfinata partitura musicale che, dopo secoli, sa essere ancora la Divina Commedia.

Il suono di Teardo va a sfrondarne la natura eterea, la decifra, permettendoci di scoprire un senso nuovo, non un’accentuazione dell’udito, ma un senso collegato alla percezione del silenzio in cui erano soliti piombare i versi danteschi. Sembra quasi di poter sentire il leggero strato di polvere muoversi sul velluto rosso delle poltrone ora che ha abbandonato le pagine di Dante, la cera spostarsi sul legno del parquet mentre il caldo timoroso del violoncello percuote le modulazioni sintetiche pronte a scoppiare nella fragranza delle luci stroboscopiche.

È una bellezza totalizzante quella che fa incontrare il suono e la parola, una complicità che genera pudore e prolunga l’immersione nella serenità dello spazio. Si capisce immediatamente quanto sia forte il legame umano e professionale che lega i due artisti dopo anni di progetti condivisi, dopo aver codificato un linguaggio, tanto fisico quanto morale, della propria arte. Canalizzando la parola nel suono, questo si alza da terra, prende forma, assume volumi precisi.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

È un viaggio al termine dello stupore, di un’epifania. Si è pervasi da un primigenio straniamento per poi realizzare di non essersi mai sentiti così tanto centrati, così tanto contemporanei come nel tempo e nella geografia di Dante. Nel proprio habitat, in questo teatro colmo di essere mascherati, immersi nei propri abissi privati eppure fluttuanti nel rituale di una collettività trasformativa e benedetta.
C’è chi potrà storcere il naso di fronte al planetario di luci e ai volumi pervasivi in cui i versi si immergono ma la verità è che questo diviene il linguaggio più onesto e puro per consegnare Dante a un mondo che si è visto privare della speranza, della fiducia nella collettività, nella cooperazione. E che ha subito la mancanza di bellezza – fruita dal vivo – per troppi mesi: un settore, quello delle arti, che sta tentando di risollevarsi praticamente da solo, esposto più di altri, alle intemperie di un mercato fantasma.

Non c’è niente di più commovente dell’uomo di fronte alle possibilità, sembra suggerirci quest’ora preziosa, in cui la volta celeste si è disvelata nel suo mistero più insondabile.
Termina quel qualcosa che – anche se non lo riusciamo a spiegare – sappiamo per certo non dovrebbe mai avere fine: la nostra circuitazione cerebrale ne capta l’assenza, tutto sparisce di colpo, insieme al suono che come una bolla scoppia sulla superficie del silenzio.
Anche nell’inchino mantenuto, muscolare, dei quattro artisti in scena, c’è qualcosa di commovente, che parla di fiducia accordata e ripagata.
Ed è in serate come questa che le stelle ci cadono addosso, tutte insieme.

Foto di copertina ©Zani-Casadio 

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Phantasmagorica: intervista a Teho Teardo e MP5 https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/ https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/#respond Wed, 16 Nov 2016 07:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32705 Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l'uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l'Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

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phantasm

Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l’uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l’Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

In tutto ciò, è un altro il progetto, curioso quanto interessante, in cui l’artista è coinvolto, che desideriamo introdurvi.

Teardo non è nuovo a collaborazioni feconde con esponenti di altre forme artistiche: questa volta si confronta con MP5, poliedrica artista romana, impostasi da anni nell’ambito della ricerca grafica (è scenografa, animatrice, illustratrice) all’attenzione del pubblico più sensibile.

Insieme, hanno dato vita a Phantasmagorica, un evento live che ha debuttato in anterpima mondiale l’8 Settembre scorso a Roma, nello spazio La Pelanda a Testaccio.

Si tratta di un’esperienza sinestetica avvolgente, in cui il rigore straniante del segno di MP5 si sposa, e talvolta si scontra, con le suggestioni oscure delle composizioni di Teardo.

MP5 è artista dal fascino sobrio e dalla comunicazione diretta, Teho un alchimista del suono in costante evoluzione, sempre più consapevole e padrone delle soluzioni cangianti nel suo arsenale creativo.

Il loro connubio, per quanto ancora in fieri, dà vita ad alcuni momenti di inquietante dis-armonia, seguiti da epifanie improvvise, in un’atmosfera ipnotica, giocata su diverse sfumature di luce e buio, un’oscurità apparentemente informe in cui appaiono lampi imprevisti di significati, intuizioni, simboli dal potente valore archetipico.

Le immagini, come nelle fantasmagorie ottocentesche, vengono proiettate da una lanterna magica, ma il codice poetico della rappresentazione qui non si limita all’orrorifico, al macabro, allo stupefacente, volgendosi piuttosto, attraverso un uso straniante del contrasto fra musica e immagine, verso un’allegoria della condizione esistenziale nella società moderna.

Ma certamente, e questo è il fascino di tali progetti creativi, numerose altre sono le chiavi interpretative che il la sinergia di immagini e musica può ispirare ai diversi spettatori.

Ecco la nostra conversazione, in cui i due artisti illustrano il significato della loro collaborazione.

Come è nata la vostra collaborazione e l’idea del progetto?

MP5: L’idea di lavorare insieme c’era almeno da quattro anni. Ci siamo conosciuti in occasione di un suo concerto al Pigneto, per la quale avevo realizzato la locandina. Durante le prove, Teho stava suonando sul palco, mentre io stavo montando dei banner: in quel momento è scattato qualcosa. Io son rimasta colpita dalla sua musica e lui da un libro che avevo appena pubblicato, che vide durante quella stessa serata. Siamo diventati amici, fondamentalmente per un’ammirazione reciproca del nostro lavoro. Così, lentamente, più ci conoscevamo, più prendeva forma l’idea di realizzare qualcosa insieme, anche perché numerose coincidenze, relative ad artisti che apprezzavamo o conoscevamo, ci mostravano che c’era un terreno comune.

In particolare, per questo progetto, avete pensato che il concetto di “fantasmagoria” potesse conciliare bene le vostre diverse personalità artistiche?

Teho: Avevo da tempo un libro, Spectropia; or surprising spectral illusion, del 1864, ristampato recentemente da Kessinger che raccoglieva immagini illusorie di fantasmi. Per comunicare con MP5 preferisco riferirmi ad un contesto visivo, è quello il luogo in cui ci incontriamo. Ho cominciato ad individuare alcune immagini perché anche con il suono sono abituato a pensare per immagini collaborando frequentemente con teatro e cinema. Il progetto a cui stiamo lavorando in realtà è molto più vicino al teatro. Partendo da questa intuizione sulle immagini di fantasmi, abbiamo cominciato a scambiarci spunti, idee, intuizioni. Anche provocandoci fino a quando MP5 ha tirato fuori l’idea di Phantasmagorica.

MP5: Le coincidenze ci hanno guidato, poiché ogni volta che mi mandava un’immagine diversa sentivo che la direzione era quella giusta. Paradossalmente, è stato molto semplice arrivare alla realizzazione del progetto. C’è una profonda sintonia artistica.

Teho: Sono talmente affascinato dal rapporto tra immagini e suono che tutti i meccanismi di generazione di musica ed immagini per me sono possono essere sempre motivo di ricerca. Quindi, dopo una ricerca di anni il cui il risultato si può apprezzare anche nella copertina di Still Smiling, sono rimasto affascinato dalle fotografie degli spiritisti degli anni ’20: l’evocazione, attraverso un mezzo visivo, di qualcosa che non si vede, che forse non esiste nemmeno. Abbiamo fatto le prove con una vera macchina fotografica del 1910, che imprimeva su delle lastre di vetro sulle quali va spalmata una sostanza puzzolentissima. Avevamo in mente un’idea molto precisa e l’abbiamo voluta mettere in pratica, senza filtri, senza Photoshop. In Phantasmagorica, accade qualcosa di simile: non è che avessi tutta questa confidenza artistica con MP5, me ne sono uscito con un libro sui fantasmi, lei poteva tranquillamente pensare che avessi un serio disturbo e dirmi: “guarda, sei un deficiente, non se ne fa nulla”. Non sarebbe stata la prima volta! In alcuni casi le proposte assurde spingono la creatività ad un nuovo limite.

A livello compositivo com’è nata l’opera, hai composto ispirato dalle immagini di MP5 o viceversa?

Teho: Ho preparato una prima stesura di pochi minuti e gliel’ho inviata prima dell’estate per capire se c’era possibilità di sviluppare l’idea. Ci siamo trovati subito in sintonia. Quindi è iniziato questo gioco interessante, in cui io cominciavo a comporre immaginando le sue immagini prima ancora di vederle. Altrimenti, sarebbe diventato un semplice commento musicale. A me interessa ricercare altro. Deve essere un processo d’invenzione, in cui inevitabilmente qualcosa funziona e qualcos’altro no. Dunque, la musica doveva cominciare prima, doveva ispirare delle immagini, sulle quali si è riadattata una volta che il lavoro di MP5 ha raggiunto la forma che hai potuto vedere la sera del debutto.

Una cosa che mi affascina della tua opera è che hai uno stile compositivo molto connotato e riconoscibile, eppure sei sempre aperto a collaborazioni con artisti anche molto differenti fra loro, in ambiti molto diversi. Credi sia proprio la tua forte personalità artistica che ti consente di sposare diversi progetti, da Cèline recitato a teatro alle colonne sonore fino a Phantasmagorica?

Teho: Ogni progetto è una sfida, e il primo ad essere fatto a pezzi in ogni sfida sono proprio io. In qualche modo è come se dovessi dimenticarmi di me, per ricominciare sempre in un modo differente. Se dovessi pensare all’idea di collaborazione, se potessi allontanarmi come un drone dall’alto ed osservare tutte le differenti figure con cui ho collaborato credo apparirebbe una sorta di band ideale. Una band in cui Blixa canta, MP5 disegna, al violoncello avremmo il bravissimo Erik Friedlander e le foto le farebbe quell’artista straordinario che è Charles Frégèr. Una band che può ridursi o estendersi all’infinito. Penso spesso alle mie collaborazioni e credo che in un certo senso possano essere interscambiabili, mi piacerebbe ad esempio che un giorno MP5 lavorasse con Charles, per una questione di punti in comune che credo di aver individuato.

Dovresti fare un giorno “Teho Teardo and Friends”… scherzo, eh!

Teho: Non ci penso nemmeno!

MP5: Credo che non lo chiamerebbe mai così!

Teho: Magari da morti, se qualcuno ci evocasse, potremmo fare un concerto simile, The Legacy of Dead Friends.

phantasmagorica_flyer

In passato avevo già scritto su Changeslibro di MP5 ispirato all’I ChingHo ritrovato anche in Phantasmagorica la presenza di elementi simbolici, certo in maniera meno sistematica rispetto ad un’opera ispirata ad un testo dal valore oracolare. Ti sei lasciata guidare dalle suggestioni musicali o hai consapevolmente seguito una narrazione per simboli?

Mp5Changes è il libro che ho dato a Teho prima di iniziare il progetto! Quindi, è quello che lui ha avuto all’inizio come riferimento per lo stile che avrei voluto seguire. In un certo senso, anche se Phantasmagorica vira completamente al nero mentre Changes si basa sull’opposizione e l’armonia di bianco e nero, possiamo dire che è nato in quella stessa atmosfera stilistica.

Al di là del valore simbolico delle immagini, sicuramente presente, c’è chiaramente una narrazione, sia per immagini che per musica. Una narrazione non didascalica, meno intuibile rispetto al Teatro di Parola, ma sicuramente presente. Stiamo tuttora lavorando sulla comunicabilità di certi passaggi. Affrontiamo temi come la Morte e l’Amore, in un modo che non è semplice da spiegare, perché si tratta di un’opera colma di suggestioni ed influenze reciproche.

La storia però non è un soggetto che avete scritto ma si è formata attraverso le suggestioni reciproche…

MP5: Esatto, non abbiamo scritto un soggetto a monte, abbiamo composto la narrazione man mano che la collaborazione prendeva forma. Sapevamo però sempre dove stavamo andando.

Sicuramente, l’opera è ancora in fieri, l’anteprima a cui ha assistito è stata molto importante per noi, per comprenderne i meccanismi interni.

Teho: C’è un racconto. Un racconto che nasce da tensioni anche contrastanti. Ci sono momenti in cui non si vede nulla e c’è solo la musica. Alcune storie si raccontano anche per evocazione, per suggestione, senza bisogno di essere didascalie. Anche col cinema non ho mai voluto commentare nulla. Né lei, né io siamo figure adatte a narrare in maniera tradizionale. Ma possiamo raccontare ciò che per noi è urgente per evocazione, per contrasto. L’anteprima è stata un’esplosione, è la prima volta che lo abbiamo effettivamente “fatto”. Stiamo ancora riflettendo su alcuni aspetti. L’impatto emotivo è stato molto forte. Tutto il mio lavoro è basato su un continuo divenire.

Prima ti dicevo che inizialmente le ho inviato delle prime idee musicali, molto embrionali. Quando lei poi mi ha portato le prime immagini, ho ripreso a comporre in maniera molto più diretta, razionale, se vogliamo tradizionale. Ci sono dunque momenti in cui il racconto è molto chiaro, altri dove si dilata e conduce altrove.

MP5: Ovviamente, a me sembra tutto chiaro! Ma, altrettanto ovviamente, sono consapevole che ci siano diversi strati di lettura. L’esperienza è teatrale, quindi presuppone un coinvolgimento dello spettatore, ma è anche per molti versi un concerto, dunque a maggior ragione prevede una partecipazione emotiva. Ci sono diversi livelli che concorrono all’esperienza: anche il buio ha una sua parte nella narrazione.

Il buio mi sembra abbia il ruolo dello “spazio bianco” nel fumetto, in cui lo spettatore, guidato dalla mera suggestione musicale, deve creare i legami invisibili della narrazione tramite la sua immaginazione.

Teho: Il buio potrebbe essere una sorta di sospensione in cui rivedere i nostri pensieri. Come nelle canzoni, non c’è bisogno di spiegare il significato di ogni strofa, altrimenti se ne smarrisce la magia. Eppure, il codice della canzone esiste da secoli, in una forma ormai tradizionale. Questo è il problema gigantesco dell’arte concettuale contemporanea: se non vai a leggere il testo esplicativo rischi di rimanere sospeso. Spero che ciò non accada con Phantasmagorica.

MP5: A me ad esempio interessa moltissimo sapere la reazione delle persone dopo lo spettacolo, e non ho proprio voglia di imporre la mia interpretazione. Il fruitore deve fare la sua parte, non deve rimanere passivo. Le letture diverse dei singoli spettatori sono fondamentali: vuol dire che siamo riusciti a tirar fuori qualcosa dagli spettatori, non li abbiamo “riempiti” di nostri contenuti.

Immagino sia presto per parlarne, ma, al di là del fascino di questa opera, credo ci sia un potenziale enorme di sinergia creativa. Avete già preventivato futuri progetti insieme?

Teho: Siamo ancora completamente dentro questa! C’è ancora tanto da fare e capire su questo progetto. E mi fa piacere stare “qui”, trovo sia un luogo meraviglioso questo in cui ho incontrato MP5, di cui ho enorme stima. Sono sicuro, però, che il futuro riserverà nuove connessioni fra i nostri percorsi. Dico questo perché sento che nel suo mondo c’è uno spazio per me. Spero che anche lei senta quanto il suo mondo possa essere accogliente per la mia musica.

MP5: Assolutamente sì. Basti pensare che spesso, come in questo caso, non ho nemmeno bisogno di rispondere. Quello che dice lui durante le interviste è in perfetta sintonia con i miei pensieri. E non è una cosa né frequente, né banale.

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