Turchia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/turchia/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Jun 2021 20:54:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Turchia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/turchia/ 32 32 Il cinema turco come ucronia https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-turco-come-ucronia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-turco-come-ucronia/#comments Fri, 11 Jun 2021 08:30:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48874 Anni fa ho frequentato per qualche tempo una ragazza turca che era venuta a vivere a Roma per completare i suoi studi. Era bella, era sveglia, aveva una famiglia molto liquida alle spalle, scorte di rakı in abbondanza e una casa affittata in zona centrale; parlava anche un italiano senz’altro migliore del mio turco, composto […]

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Anni fa ho frequentato per qualche tempo una ragazza turca che era venuta a vivere a Roma per completare i suoi studi. Era bella, era sveglia, aveva una famiglia molto liquida alle spalle, scorte di rakı in abbondanza e una casa affittata in zona centrale; parlava anche un italiano senz’altro migliore del mio turco, composto da poche parole che lei si era messa in testa di insegnarmi e io ho fatto presto a dimenticare: cosa sarebbe mai potuto andare storto? Eppure lei viveva a Roma un po’ da turista, o da ospite, vale a dire come se non credesse fino in fondo alla scelta che aveva fatto. Una volta mi regalò una raccolta di poesie d’amore di Nazım Hikmet; un’altra volta, un romanzo intitolato La bastarda di Istanbul. Erano entrambi dei messaggi. Un giorno se n’è andata all’improvviso, portandosi via tutte le cose che avevo lasciato a casa sua.

Non avrei potuto conoscere una migliore impersonificazione della Turchia di quel periodo, che si candidava a fare il suo ingresso nell’Unione Europa ma al tempo stesso sceglieva di farsi governare dal neonato partito dell’ex sindaco di Istanbul, ancora poco conosciuto all’estero, Recep Tayyip Erdoğan. Oggi la Turchia appare un paese che ha fatto diversi passi indietro in termini di diritti politici e civili, soprattutto dopo il fallito colpo di stato del 2016, e i negoziati con l’UE iniziati nel 2005 proseguono più che altro per inerzia; ma questo processo di allontanamento era inevitabile? Credo che la storia avrebbe potuto benissimo prendere la direzione inversa, e resta a testimoniarlo la produzione cinematografica turca degli ultimi due decenni, ricchissima di opere di straordinario valore.

Sono film passati un po’ inosservati in Occidente. Al contrario di altri movimenti cinematografici che negli ultimi vent’anni hanno catturato l’attenzione del mondo – come il Nuevo cine mexicano di Alfonso Cuarón, Alejandro González Iñárritu e Guillermo del Toro, o la Noul val românesc di Cristi Puiu, Radu Jude e Cristian Mungiu – la più recente stagione del cinema turco non può neanche contare su una denominazione sotto la quale raccogliere i suoi principali autori. Il più conosciuto è probabilmente Nuri Bilge Ceylan, grazie anche ai ripetuti premi ricevuti a Cannes con Uzak (2002), Le tre scimmie (2008), C’era una volta in Anatolia (2011) e Il regno d’inverno (2016); ma oltre a lui sarebbero da citare Reha Erdem, Özcan Alper, Palin Esmer, Semih Kaplanoğlu e tanti altri ancora. Tutti spesso interessati a raccontare, più che la metropoli di Istanbul, la Turchia remota e rurale, e con essa le difficoltà ma anche le aspirazioni di un paese; tutti capaci, soprattutto, di usare storie particolari per affrontare questioni universali, come sempre fa la grande arte.

Due titoli renderanno bene l’idea. Autumn (titolo originale: Sonbahar, 2008) di Özcan Alper racconta la storia di Yusuf a partire dal momento in cui esce dal carcere e torna nel paese in cui è nato; più che un paese, in realtà, un gruppo di case sperduto in mezzo alle montagne. Lo aveva lasciato per studiare all’università, ci torna per cercare un punto da cui riprendere la sua vita dopo gli anni trascorsi in cella, senza però trovarlo: suo padre è morto, i vecchi amici si sono trasferiti altrove, la sua ragazza di un tempo è ormai la moglie di qualcun altro. In prigione oltretutto si è ammalato, e adesso lo perseguita una tosse che non promette nulla di buono. Nel tentativo di tirarlo su di morale, l’unico amico che gli è rimasto lo porta in città e con una scusa lo convince a fermarsi a dormire in albergo e a tornare in paese solo il giorno dopo, e ingaggia una prostituta perché gli faccia visita in camera. Yusuf la fa entrare, però non ha voglia di fare sesso – o forse sì, ma non così – e passa la notte con lei a parlare.

A questo punto scopriamo per quale motivo era finito in carcere, e assistiamo a una scena incredibile. Lei gli chiede «Quindi hai speso i migliori anni della tua vita in galera perché volevi il socialismo?», e fa questa domanda con candore, senza alcuna intenzione di irriderlo. Lui resta in silenzio. Il primo piano sul suo viso dura una manciata di secondi ed è indecifrabile: forse vorrebbe insultarla, forse darle completamente ragione, forse non pensa nulla, forse pensa al nulla, forse alla sua vista si sono sostituite altre immagini, quelle della guerriglia urbana, delle molotov e delle bombe carta, o magari quelle delle torture subite in carcere – gli stessi ricordi che spesso tornano a turbare le sue notti. Lei ha giusto il tempo di fargli una carezza, aggiungere con un sorriso «Sei pazzo?» e alzarsi dal letto per andare a fumare una sigaretta affacciata alla finestra, e la scena termina. È difficile non restare ammirati dalla ricchezza di quei pochi minuti, ugualmente carichi di umorismo, tenerezza e disperazione, e allo stesso tempo capaci di denunciare sia la repressione del dissenso in Turchia e ovunque nel mondo, sia il reato più odioso che esista, quello d’opinione.

Anche Reha Erdem, già autore di almeno un paio di capolavori con Bes vakit (2006) e Hayat var (2008) ha qualcosa da dire sul clima che si respira in Turchia nel suo ultimo lavoro, Hey There! (titolo originale: Seni buldum ya!, 2021): qui, interpretato da Serkan Keskin, già nel ruolo del migliore amico di Yusuf in Sonbahar, troviamo Felek, un ingegnoso hacker truffatore che, chiuso in casa per via del lockdown, appare in video sui computer di una serie di altri personaggi spacciandosi per un funzionario del governo, muovendo loro accuse a volte fondate, a volte improvvisate sul momento, allo scopo di estorcergli del denaro. Sarebbe un gustoso film sul senso di colpa e sull’irresistibile fascino della confessione, se non fosse in primo luogo un magnifico esempio di cinema ai tempi della pandemia – di un cinema Covid si potrebbe dire, che come il cinema Dogma segue una precisa serie di regole, dettate però da un virus e non da due intellettuali danesi.

La regola principale è ovvia: nessuno dei personaggi – o degli attori – può mai incontrare gli altri, e così il film si compone quasi interamente di videochiamate tramite Zoom. Il grande merito di Reha Erdem sta nell’aver realizzato una commedia leggera che è anche un bignami di teoria cinematografica. Se una delle dicotomie essenziali del cinema distingue l’inquadratura come cornice, vale a dire come costruzione che esiste solo a beneficio dello sguardo dello spettatore, e l’inquadratura come finestra, accompagnata invece da un costante rimando a un fuoricampo, qui si opta decisamente per quest’ultima, perché l’immagine trasmessa via Zoom nasconde o rivela sempre qualcosa, in un gioco di inganni condiviso da truffati e truffatori, sempre pronti a scambiarsi di ruolo. Un altro rilevante dualismo in gioco è poi quello tra schermo come strumento che serve a mostrare – come nella sala cinematografica – e schermo inteso come protezione, con duplice riferimento ai mezzi con cui siamo costretti a comunicare durante la pandemia e agli inganni al centro della trama del film.

Non sorprende che il miglior requiem per i movimenti di contestazione degli anni Novanta e il primo riuscito esperimento di cinema realizzato in lockdown vengano dalla Turchia. Gli autori del cinema turco negli ultimi due decenni hanno prodotto opere capaci come poche altre di rappresentare e interpretare il mondo in cui viviamo; i loro lavori sembrano insomma provenire da un’ucronia in cui il paese ha trovato una collocazione geopolitica ben diversa da quella attuale, riflettendo molto la cultura e i valori della vicina “vecchia Europa”, e ben poco le tendenze autoritarie delle tante nuove “democrature” – per usare l’efficace termine coniato da Eduardo Galeano – sparse qua e là per il globo, dalle quali sarebbe lecito aspettarsi principalmente produzioni cinematografiche intrise di propaganda. Questi film ci invitano insomma a non associare immediatamente la Turchia odierna solamente a Erdoğan, ma a pensare anche a quanto hanno saputo e sanno ancora dirci il suo cinema e i suoi registi. Sia Autumn che Hey There! sono attualmente in programmazione su Mubi.

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Gezi Park visto dagli Etcetera https://minimaetmoralia.it/arte/gezi-park/ https://minimaetmoralia.it/arte/gezi-park/#comments Mon, 19 Aug 2013 06:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15225 Questo pezzo è apparso su Artribune.

di Santa Nastro 

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l'arte. Qual è il ruolo di quest'ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli artisti del gruppo Etcetera che a Istanbul hanno vissuto a lungo e sono stati a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d'arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell'attualità?

Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico, così come altre espressioni umane - la scienza, la medicina, la filosofia - è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo, o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

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Questo pezzo è apparso su Artribune.

di Santa Nastro 

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l’arte. Qual è il ruolo di quest’ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli artisti del gruppo Etcetera che a Istanbul hanno vissuto a lungo e sono stati a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d’arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell’attualità?

Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico, così come altre espressioni umane – la scienza, la medicina, la filosofia – è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo, o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

Le proteste di Istanbul partono da una rivendicazione particolare (la riappropriazione di uno spazio collettivo, la difesa di un luogo che ha a che vedere con l’identità e con la tradizione locale) per assumere i contorni della rivoluzione sociale. A vostro parere gli artisti turchi, soprattutto quelli con cui intrattenete contatti, hanno sentito la responsabilità di prender parte a tutto ciò? E come?

Per la salute mentale degli artisti turchi questo è un momento molto importante. Si trovano adesso di fronte alla responsabilità sociale di uscire dalla bolla endogamica dell’art world per incidere con una produzione artistica collettiva, amplificando, cooperando e solidarizzando con la lotta di tutta la popolazione. Questa è la sfida non solo per gli artisti turchi, ma per tutti gli agenti culturali e sociali in generale. Siamo latino-americani e conosciamo bene il ruolo del terrorismo di Stato, conosciamo altrettanto bene i pericoli del nazionalismo e dei processi di coercizione che oggi sono messi in atto in nome della legge dell’antiterrorismo applicata nei 5 continenti dopo il 2001. Nel 2009, quando abbiamo partecipato alla Biennale di Istanbul,  What Keeps Mankind Alive? curata dal collettivo What, How & For Whom (WHW), abbiamo realizzato un lavoro che si riferiva proprio a questa criminalizzazione attraverso il soggetto del terrorista. Abbiamo trovato non uno, ma tanti compagni dell’errorismo turco e loro sono oggi tra i soggetti più attivi del processo di Piazza Taksim, ma preferiamo non fare i loro nomi per rispetto per la loro situazione.

Non è un caso che anche la Biennale di Venezia – soprattutto il padiglione turco con la video arte di Ali Kazma – sia diventata teatro della manifestazione degli attivisti di OkkupyGezyPark. Stiamo assistendo ad un nuovo ’68?

Come il maggio del ‘68 francese ha posto fine al processo della modernità, questi nuovi protagonisti storici lo stanno facendo nel presente. Non abbiamo bisogno di una reminiscenza del ‘68 ma forse abbiamo la necessità di una riformulazione di tanti dei suoi paradigmi.

Nel 2009, nell’ambito della Biennale di Istanbul, avete presentato il progetto Errorist Kabaret che sembrava quasi preannunciare le istanze della proteste di Park Gezi e Piazza Taksim. Da fuori si è avuto l’impressione che questi movimenti fossero esplosi improvvisamente come una miccia. È andata proprio così? O, invece, il vostro progetto raccontava una situazione già in essere?

Quando siamo stati a Istanbul, vivendoci per un po’, abbiamo trovato tanti collettivi, artisti, attivisti, anche intellettuali, persone portatrici di una discussione e di un pensiero critico, ma in quel momento era ancora una bomba che appunto doveva esplodere. Non era un tema di discussione permanente, presente nei mainstream media, lo era solo nei gruppi e nei collettivi che discutevamo delle politiche di gentrifcazione, di distruzione dello spazio urbano e di privatizzazione.

Il Kabaret Errorista includeva alcuni personaggi, come Leyla Zana, Hrant Dink, Deniz Gezmis, figure che erano state sempre criminalizzate per la loro partecipazione sociale o per essere parte delle cosiddette minoranze. Siamo tornati nel 2010 per un altro progetto, questa volta in un quartiere curdo, chiamato Gülsuyu-Gülensu. Qui abbiamo capito che anche la situazione interna alla Turchia è molto complessa e ci sono tanti punti di tensione. In questo quartiere abbiamo lavorato in particolare sugli effetti della gentrificazione negli altri lati del Bosforo. Ora una protesta iniziata come espressione della classe media per la difesa di un parco pone la questione della stessa idea di governabilità e di una profonda crisi di rappresentanza che si contagia a livello globale.

Quanto a vostro parere le manifestazioni di Istanbul resteranno un fenomeno locale e quanto, invece, viste in una dimensione europea, hanno da insegnare a paesi vicini e lontani? 

Il livello di controllo e di repressione sarà più profondo e sfortunatamente possiamo aspettarci più violenza della forza repressiva dello Stato contro la popolazione civile, per questo ora sono importanti l’organizzazione, la solidarietà e la capacità di accompagnare il movimento di massa. Un’immagine che ci ha colpito per il suo grande valore simbolico è quella delle madri sull’edificio del museo di Ataturk, una metafora che possiamo applicare alla situazione delle madri argentine dei desaparecidos. Questo esempio è più forte della maggior parte delle opere che ci si può aspettare dall’arte contemporanea, un momento dove l’arte non si chiama più arte, si chiama vita, e la vita sta nel rischio.

Siete a Bologna per realizzare il progetto vincitore della seconda edizione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa, con il progetto C.R.I.S.I. Cosa succederà? 

Il progetto è diviso in 4 capitoli. I primi tre sono La Remissione, Hip Hop Philosophy, Terremoto Sociale. L’ultimo è intitolato l’Assemblea Permanente: faremo un’esperienza collettiva, un social ready made, un esorcismo nell’epicentro del buco nero di Piazza Verdi.

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Col PIL che cresce del 4,2% la Turchia ringrazia Allah e l’Europa https://minimaetmoralia.it/reportage/col-pil-che-cresce-del-42-la-turchia-ringrazia-allah-e-leuropa/ https://minimaetmoralia.it/reportage/col-pil-che-cresce-del-42-la-turchia-ringrazia-allah-e-leuropa/#comments Thu, 27 Sep 2012 14:51:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9617 Pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci, uscito sul «Venerdì», sulla Turchia.

A un certo punto, dopo quasi una settimana di strade turche, risalendo la costa di quella che sui libri abbiamo studiato come Asia Minore, in un paesino sul mare di nome Gelibolu, di fronte a un raki che l’uomo ha voluto assolutamente offrirci, la domanda è lapidaria: “ma che fine ha fatto lo stile italiano? che fine ha fatto l’Italia? Il bunga bunga, sì, Berlusconi, certo, l’Europa. Eppoi? Qui siamo colpiti perché non si muove più nulla da voi, neppure al nord! Eravamo abituati allo stile italiano, sia nell’aspetto che nel dinamismo. E ora? Che è successo all’Italia?” L’uomo lavora in una ditta di import-export. Si chiama Serkan Palaur. È di Istanbul ma passa le ultime vacanze nella penisola di Gallipoli, dove il padre della patria, Kemal Mustafa, più tardi detto Atatürk, si fece per la prima volta conoscere dal mondo, tra il 1914 e il 15, diventando protagonista della vittoria sul tentativo di invasione di inglesi e francesi. “Che fine ha fatto lo stile italiano?” ripetiamo insieme a lui brindando al futuro. Serkan Palaur è così felice di vedere due italiani lì, a Gelibolu, nella sua trattoria preferita, che non ammette repliche. Il raki a inizio pasto va bevuto e lo deve offrire lui. Ma troveremo noi una risposta, prima che sia finito il pranzo? Ride, si sbraccia, ordina cose incomprensibili al cameriere. Infine, quando si alza, ridendo ci passa un bigliettino da visita con i suoi numeri. “Ci vediamo a Istanbul, se avrete trovato una risposta…” poi ride “Ma anche se avrete bisogno di qualcosa”.

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Pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci, uscito sul «Venerdì», sulla Turchia.

A un certo punto, dopo quasi una settimana di strade turche, risalendo la costa di quella che sui libri abbiamo studiato come Asia Minore, in un paesino sul mare di nome Gelibolu, di fronte a un raki che l’uomo ha voluto assolutamente offrirci, la domanda è lapidaria: “ma che fine ha fatto lo stile italiano? che fine ha fatto l’Italia? Il bunga bunga, sì, Berlusconi, certo, l’Europa. Eppoi? Qui siamo colpiti perché non si muove più nulla da voi, neppure al nord! Eravamo abituati allo stile italiano, sia nell’aspetto che nel dinamismo. E ora? Che è successo all’Italia?” L’uomo lavora in una ditta di import-export. Si chiama Serkan Palaur. È di Istanbul ma passa le ultime vacanze nella penisola di Gallipoli, dove il padre della patria, Kemal Mustafa, più tardi detto Atatürk, si fece per la prima volta conoscere dal mondo, tra il 1914 e il 15, diventando protagonista della vittoria sul tentativo di invasione di inglesi e francesi. “Che fine ha fatto lo stile italiano?” ripetiamo insieme a lui brindando al futuro. Serkan Palaur è così felice di vedere due italiani lì, a Gelibolu, nella sua trattoria preferita, che non ammette repliche. Il raki a inizio pasto va bevuto e lo deve offrire lui. Ma troveremo noi una risposta, prima che sia finito il pranzo? Ride, si sbraccia, ordina cose incomprensibili al cameriere. Infine, quando si alza, ridendo ci passa un bigliettino da visita con i suoi numeri. “Ci vediamo a Istanbul, se avrete trovato una risposta…” poi ride “Ma anche se avrete bisogno di qualcosa”.

Cinque giorni prima, ervamo passati dalla Grecia alla Turchia. Mentre il traghettino greco lasciava Samos, diretto a Kuşadasi, a metà tragitto incrociavamo l’imbarcazione battente bandiera turca che fa lo stesso mestiere del vecchio “Samos Star”: portare avanti e indietro, qutidianamente, turisti che vogliono visitare entrambi i Paesi e magari nulla sanno dell’odio che ha continuato a inasprire i rapporti greco-turchi da secoli. “Guarda come stanno i Turchi” ha detto un americano alla sua partner, indicando il traghetto scintillante. Nessuno l’ha sentito. Forse i marinai greci stavolta non se la sarebbero presa neppure. Il giorno prima, nel bel Museo di Samos, la custode mi aveva avvertito sull’ingresso: “Stia attento, su, nella sala, ci sono due turiste tedesche”. Gli ultimi anni di crisi hanno immesso di prepotenza i tedeschi tra i nemici principali del popolo greco mentre dei turchi sembra non importare più nulla a nessuno. Se non per le frontiere da cui arrivano i clandestini, di cui si ripete spesso “se ne restassero lì in Turchia. È lì che c’è ricchezza”. Ogni cosa sembra essersi ribaltata nell’immaginario greco, ma sbarcando a Kuşadasi non sorprende più nulla. Il porto in pochi anni si è davvero trasformato diventando modernissimo. Moli a cui attraccano gigantesche navi da crociera, palazzi zeppi di negozi, l’ordinato passaggio alla dogana, l’ufficio del turismo che sforna informazioni e mappe di ogni genere. Eppoi un minibus per raggiungere in un attimo e gratis la stazione degli autobus.

Arrivare a Izmir, la vecchia Smirne, un centinaio di chilometri a nord, è diventata una delizia. Kuşadasi non è più soltanto il porto per chi desidera visitare Efeso. E i pullman turchi superano ogni attesa. “Desiderano signori?” ha chiesto il ragazzo offrendo acqua minerale e caramelle e fazzolettini rinfrescanti, appena preso posto, prima di passare poltrona per poltrona a ritirare il prezzo del biglietto, dieci lire turche l’equivalente di poco più che cinque euro. Avevamo appena acceso gli schermi di fronte a noi – tv, internet, un canale per seguire la strada ripresa da una telecamera sul muso del bus – e il ragazzo già tornava spingendo un carrellino. Spremute, bibite fresche, dolci. Sembrava una linea aerea anni Sessanta. E la stessa Izmir pareva già un’altra rispetto alla città caotica che ricordavo. Forse anche troppo. “Viaggiamo con cifre economiche sbalorditive” ci ha raccontato Ersin, studente, in uno dei baretti di Alsancak; il quartiere più alla moda. Ha scosso la testa quando gli domandavo se il prezzo da pagare sia l’omologazione che ora regna su tutti quei locali da vita notturna che potresti trovare identici ovunque, e ha continuato a snocciolare dati. Sui numeri non mentiva: la previsione del PIL per il 2013 è di una crescita del 4,2 percento.

“Erdogan è un uomo serio” ci ha detto felicissimo, qualche giorno dopo, Uran Savaş, proprietario di una delle poche pensioni di Tevfikiye, il paesino a poche centinaia di metri dal sito archeologico di Troia, ossia quell’agglomerato di case che Schliemann ispezionò il 14 agosto 1868, quando, divorato dal suo sogno, si convinse di trovarsi dove era morto Ettore, un’intuizione con cui avrebbe sconcertato gli archeologi del mondo. Savaş è nato qui da un padre pittore che venne a dipingere i luoghi antichi e che ora siede dietro il banco del negozio di souvenir a contemplare felice la campagna di là della strada. Sono fortunati, i Savaş. Secondo i piani governativi, su quei campi sorgerà un immenso museo per restituire dignità a tutto ciò che venne ritrovato e trafugato nei dintorni. Riuscirà davvero, il futuro Museo di Troia, a rientrare in possesso del “tesoro di Priamo” o resterà il classico segno monumentale che un premier in cui pochi inizialmente credevano vorrebbe lasciare del proprio lungo governo? “Erdoğan non è corrotto e contro la corruzione gioca la sua principale partita politica” ripete Savaş e in buona parte ha ragione. La piaga della corruzione è ciò su cui – con molta demagogia, secondo i detrattori – ha scatenato la sua battaglia, Recep Erdoğan, facendo dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, un partito islamico capace di governare con stabilità, nonostante l’opposizione dei militari, tradizionalmente responsabili del mantenimento della laicità dello Stato. È la stabilità, secondo gli analisti, ciò che sta liberando con tanta forza le risorse dell’immensa Turchia.

“È l’Europa. Perché non ci siamo entrati” ripetono in molti, a parlarci per strada, nei bar, o dovunque sappiano almeno un po’ di inglese “La ringraziamo di averci respinti”. Per anni trattati con sufficienza, come scolaretti che richiedevano di essere ammessi alla classe d’élite, e tenuti fuori in nome dei diritti umani e di una eccessiva lontananza culturale, oltreché di veti incrociati e questioni economiche, oggi i turchi sembrano festeggiare ai confini della spirale di decadenza che vorticosa gira intorno al Vecchio Continente e al suo sogno parzialmente fallito di unità. L’immagine più paradigmatica mi è parso di viverla una sera a Foça, l’antica Focea, un paese di mare famoso per il pesce e per la vitalità estiva. Il golfo più piccolo e protetto su cui affacciano i migliori locali e ristoranti della cittadina, è anche un vero e proprio porticciolo, pieno zeppo di vecchie imbarcazioni da pesca. Erano quei piccoli pescherecci per i quali un tempo era ben più famosa la Grecia, prima che la politica sulla pesca dell’Unione Europea ne chiedesse la drastica riduzione in cambio di lauti rimborsi. “Ah, le piccole barche che rendevano il mio paese unico” si lamentava a Ikaria, qualche giorno prima, Kostantinos Romanos, professore di filosofia all’Università dell’Egeo, condividendo con i suoi connazionali una sfiducia quasi definitiva nei confronti del sogno a cui i Greci diedero origine, immaginando una ragazzina di nome Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Del resto, erano quelli i tempi in cui Focea dominava con i suoi commerci e le sue barche per tutto il Mediterraneo, fino in Corsica. E furono gli esuli foceesi in fuga dai Persiani a fondare colonie decisive per la storia della cultura occidentale, come l’antica Elea, oggi Velia, in Cilento, patria di Parmenide. Le origini del pensiero occidentale, almeno stando a quanto ci raccontarono più tardi Platone e Aristotele.

Non c’è tempo però per fare avanti e indietro nella storia, adesso, in Turchia. Lasciando Gallipoli, guidando lungo il Mar di Marmara e avvicinandosi a quella che i greci ancora faticano a non chiamare Costantinopoli, si fanno strani ragionamenti. Che esplodono nella loro contraddittorietà proprio a Istanbul. Una città che, ormai, è piena Europa, anche quando ci si inoltra nella sua parte asiatica, dove il secondo aeroporto della città, intitolato a una donna, l’aviatrice Sabiha Gökçen, ridicolizza in modernità anche i nostri migliori scali. E così non sappiamo cosa commentare, quando pronti a ripartire, ci troviamo di fronte a un gruppo di milanesi che si lamentano del caffè turco e implorano il caffè della loro Malpensa. Ma mentre ridiamo e ci diamo di gomito, tiro fuori il bigliettino da visita di Serkan Palaur, l’ “amico” di Gallipoli, lo sventolo nell’aria e ce ne restiamo zitti. Non lo abbiamo mai chiamato nei giorni trascorsi per le vie di Istanbul. Per lui non avevamo risposte. E non ne avremo.

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E il muro è la soluzione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-il-muro-e-la-soluzione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-il-muro-e-la-soluzione/#respond Tue, 20 Sep 2011 12:26:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5227 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?”

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?” Sbarra gli occhi. “Forse meno” provo a correggermi. Tirano dritto. Quello che colpisce di questa piccola manciata di migranti fra i 250 che in media attraversano il confine greco-turco ogni giorno, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, non è la fatica. Semmai è una specie di nudità. Non portano nulla con sé. Qualcosa in tasca e nient’altro. Per fermarli la Grecia sta per costruire un muro. “Sarà lungo dodici chilometri e mezzo” indica una mappa, Giorgos Salamangas, capo della polizia di Orestiada “Proteggerà l’unico tratto del confine che non segua il fiume e che è come un’autostrada per l’immigrazione clandestina”.

La storia di questi dodici chilometri su cui passa quasi il novanta per cento degli immigrati che entrano in Europa è terribilmente complessa. Nel 1923, al termine della guerra greco-turca, il Trattato di Losanna stabilì i nuovi confini tra i due Paesi seguendo il fiume tranne che per l’ansa con cui si avvicina a Edirne, l’antica Adrianopoli, pur di assegnare alla Turchia una piccola ma nevralgica stazione ferroviaria. Mentre, poco lontano, i Greci costruivano ex novo Orestiada per assicurare una capitale ai propri connazionali espulsi dalle città d’origine, pochi pensavano alla debolezza di quel confine. Fu più di cinquant’anni dopo che la questione venne alla ribalta. Era il 1974 quando Cipro si dichiarò greca e i Turchi la invasero. La recrudescenza dell’antico odio non divise soltanto l’isola in due, con un muro che ancora oggi attraversa Nicosia, ma spinse anche a nuova attenzione militare lungo i confini e innanzitutto lungo quei dodici chilometri e mezzo dove il fiume non scorre. Furono 25.000 le mine antiuomo e anticarro che i Greci vi sparsero. Decine i morti e feriti negli oltre trent’anni che seguirono. Ultimi, secondo i dati ufficiali, quattro georgiani che tentarono di entrare in Europa nel 2008. L’anno dopo, la Grecia ha dichiarato definitivamente sminato il campo.

Sono passati solo due anni ma si stenta a crederlo passeggiando oggi nei dintorni della cittadina di Kastaniès attraversata da una stradina tortuosa che sbuca sul piazzale della dogana. Le alte torrette per controllare i confini sono sguarnite e sulla sterrata che s’inoltra fra i campi tre signore sono sedute al sole. “C’è pace qui” dicono sorprese “Nessun problema”. Poco più in là, però, cartelli rossi avvertono che scattare fotografie è vietato e che la zona è interdetta. È qui che si possono incontrare gli uomini di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In 175 sono arrivati da oltre un anno ad aiutare la polizia greca per fronteggiare l’immigrazione clandestina. L’hanno ridotta del 40 per cento.

“Ma Frontex non può restare per sempre” dice Christos Papoutsis, Ministro dell’Ordine Pubblico “Proteggere questi chilometri è vitale. E il muro è la soluzione. Non un muro contro l’Islam, certo. E poi si tratterà piuttosto di una recinzione. Con sensori termici e telecamere, simile a quella spagnola a Ceuta. Nessun intento discriminatorio. Ma un Paese in crisi come il nostro che chiede austerity ai propri cittadini non può permettersi di accogliere ancora lavoratori in nero. L’altr’anno, sono entrati in 128.000: la dimensione di una delle più grandi città greche. Non abbiamo gli strumenti per accoglierli. Costruiremo nuovi centri per sostituire le strutture che oggi sono inadeguate. Ma dobbiamo affrontare il problema alla base. La recinzione permetterà ai poliziotti impegnati al confine di distribuirsi lungo il fiume, e irrobustirà la nostra collaborazione con la Turchia.”

Le parole del Ministro alludono, con la delicatezza della retorica politica, alle due questioni maggiori. Gli accordi con la Turchia sono fragili. I migranti sanno che è quasi impossibile essere rispediti in Turchia una volta che si è superato il confine greco, diversamente da quel che accadrebbe in Bulgaria, una manciata di chilometri a nord. Per questo, non è solo l’“autostrada” dei dodici chilometri a rappresentare l’accesso privilegiato all’Europa. Anche il fiume è ormai preso d’assalto. Chiamato Evros dai Greci e Meriç dai Turchi, il corso d’acqua del resto non è un ostacolo insormontabile. “Ecco come li prendiamo” fa Salamangas aprendo un video girato di notte sul fiume. I nemici di questo poliziotto, però, non sono i migranti, ma chi sui migranti si arricchisce. “Guardate come rema. Ha sentito la nostra vedetta in arrivo” mormora indicando il trafficante turco che tenta di tornare sulla propria sponda dopo aver sbarcato un gruppo di migranti dal suo canotto. Le immagini in bianco e nero mostrano la polizia greca che si getta sull’uomo come in un film d’azione e Salamangas spegne il computer, soddisfatto. “143 nel 2008, 93 nel 2009, 73 nel 2010. Sono sempre di meno quelli che arrestiamo. Ma il fatto è che hanno raffinato le tecniche. Rischiano solo sul fiume”.

Chi rischia di più sul fiume però sono i migranti. Salamangas mostra i corpi recuperati nelle acque e ripete che questo è il vero dramma. La maggior parte dei corpi senza nome finisce al cimitero aperto a Siderò, un paesino musulmano nell’entroterra tra Orestiada e Alexandroupoli. Tra colline giallo-verdi di girasoli, il minareto sbuca all’improvviso ma attorno alla moschea pochi hanno voglia di parlare. Un uomo mi indica la via. Si esce dal paese, si percorre una salita, poi la recinzione gela il sangue. Dietro le grate, i corpi riposano sotto cumuli di terra in un silenzio spettrale percorso solo dal ronzio degli insetti. Sono uomini, donne, bambini senza nome, perlopiù incapaci di nuotare, abbandonati dai trafficanti alla corrente dell’Evros come un tempo venivano lasciati camminare sulle mine greche.

La sera, a Orestiada, c’è pace e i caffè sono pieni. Nella piazza centrale, sulla scacchiera geometrica formata dalle strade disegnate nel 1923, incontro di nuovo gli uomini che al mattino camminavano stravolti verso la città. Fingono tranquillità seduti su una panchina. Si sono rinfrescati. Fumano. Mi invitano a sedere. Raccontano di essere stati aiutati. Dicono che qualcuno ha dato loro da mangiare e da bere e che ora fumano, ma non per piacere. Piuttosto per nascondersi, per mimetizzarsi. Perché un uomo che ha percorso chilometri e chilometri per entrare in Europa, senza nulla, solo con il desiderio di cambiare vita a costo di sfidare la morte, difficilmente lo troveresti in piazza a fumare.

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