Pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci, uscito sul «Venerdì», sulla Turchia.
A un certo punto, dopo quasi una settimana di strade turche, risalendo la costa di quella che sui libri abbiamo studiato come Asia Minore, in un paesino sul mare di nome Gelibolu, di fronte a un raki che l’uomo ha voluto assolutamente offrirci, la domanda è lapidaria: “ma che fine ha fatto lo stile italiano? che fine ha fatto l’Italia? Il bunga bunga, sì, Berlusconi, certo, l’Europa. Eppoi? Qui siamo colpiti perché non si muove più nulla da voi, neppure al nord! Eravamo abituati allo stile italiano, sia nell’aspetto che nel dinamismo. E ora? Che è successo all’Italia?” L’uomo lavora in una ditta di import-export. Si chiama Serkan Palaur. È di Istanbul ma passa le ultime vacanze nella penisola di Gallipoli, dove il padre della patria, Kemal Mustafa, più tardi detto Atatürk, si fece per la prima volta conoscere dal mondo, tra il 1914 e il 15, diventando protagonista della vittoria sul tentativo di invasione di inglesi e francesi. “Che fine ha fatto lo stile italiano?” ripetiamo insieme a lui brindando al futuro. Serkan Palaur è così felice di vedere due italiani lì, a Gelibolu, nella sua trattoria preferita, che non ammette repliche. Il raki a inizio pasto va bevuto e lo deve offrire lui. Ma troveremo noi una risposta, prima che sia finito il pranzo? Ride, si sbraccia, ordina cose incomprensibili al cameriere. Infine, quando si alza, ridendo ci passa un bigliettino da visita con i suoi numeri. “Ci vediamo a Istanbul, se avrete trovato una risposta…” poi ride “Ma anche se avrete bisogno di qualcosa”.
Cinque giorni prima, ervamo passati dalla Grecia alla Turchia. Mentre il traghettino greco lasciava Samos, diretto a Kuşadasi, a metà tragitto incrociavamo l’imbarcazione battente bandiera turca che fa lo stesso mestiere del vecchio “Samos Star”: portare avanti e indietro, qutidianamente, turisti che vogliono visitare entrambi i Paesi e magari nulla sanno dell’odio che ha continuato a inasprire i rapporti greco-turchi da secoli. “Guarda come stanno i Turchi” ha detto un americano alla sua partner, indicando il traghetto scintillante. Nessuno l’ha sentito. Forse i marinai greci stavolta non se la sarebbero presa neppure. Il giorno prima, nel bel Museo di Samos, la custode mi aveva avvertito sull’ingresso: “Stia attento, su, nella sala, ci sono due turiste tedesche”. Gli ultimi anni di crisi hanno immesso di prepotenza i tedeschi tra i nemici principali del popolo greco mentre dei turchi sembra non importare più nulla a nessuno. Se non per le frontiere da cui arrivano i clandestini, di cui si ripete spesso “se ne restassero lì in Turchia. È lì che c’è ricchezza”. Ogni cosa sembra essersi ribaltata nell’immaginario greco, ma sbarcando a Kuşadasi non sorprende più nulla. Il porto in pochi anni si è davvero trasformato diventando modernissimo. Moli a cui attraccano gigantesche navi da crociera, palazzi zeppi di negozi, l’ordinato passaggio alla dogana, l’ufficio del turismo che sforna informazioni e mappe di ogni genere. Eppoi un minibus per raggiungere in un attimo e gratis la stazione degli autobus.
Arrivare a Izmir, la vecchia Smirne, un centinaio di chilometri a nord, è diventata una delizia. Kuşadasi non è più soltanto il porto per chi desidera visitare Efeso. E i pullman turchi superano ogni attesa. “Desiderano signori?” ha chiesto il ragazzo offrendo acqua minerale e caramelle e fazzolettini rinfrescanti, appena preso posto, prima di passare poltrona per poltrona a ritirare il prezzo del biglietto, dieci lire turche l’equivalente di poco più che cinque euro. Avevamo appena acceso gli schermi di fronte a noi – tv, internet, un canale per seguire la strada ripresa da una telecamera sul muso del bus – e il ragazzo già tornava spingendo un carrellino. Spremute, bibite fresche, dolci. Sembrava una linea aerea anni Sessanta. E la stessa Izmir pareva già un’altra rispetto alla città caotica che ricordavo. Forse anche troppo. “Viaggiamo con cifre economiche sbalorditive” ci ha raccontato Ersin, studente, in uno dei baretti di Alsancak; il quartiere più alla moda. Ha scosso la testa quando gli domandavo se il prezzo da pagare sia l’omologazione che ora regna su tutti quei locali da vita notturna che potresti trovare identici ovunque, e ha continuato a snocciolare dati. Sui numeri non mentiva: la previsione del PIL per il 2013 è di una crescita del 4,2 percento.
“Erdogan è un uomo serio” ci ha detto felicissimo, qualche giorno dopo, Uran Savaş, proprietario di una delle poche pensioni di Tevfikiye, il paesino a poche centinaia di metri dal sito archeologico di Troia, ossia quell’agglomerato di case che Schliemann ispezionò il 14 agosto 1868, quando, divorato dal suo sogno, si convinse di trovarsi dove era morto Ettore, un’intuizione con cui avrebbe sconcertato gli archeologi del mondo. Savaş è nato qui da un padre pittore che venne a dipingere i luoghi antichi e che ora siede dietro il banco del negozio di souvenir a contemplare felice la campagna di là della strada. Sono fortunati, i Savaş. Secondo i piani governativi, su quei campi sorgerà un immenso museo per restituire dignità a tutto ciò che venne ritrovato e trafugato nei dintorni. Riuscirà davvero, il futuro Museo di Troia, a rientrare in possesso del “tesoro di Priamo” o resterà il classico segno monumentale che un premier in cui pochi inizialmente credevano vorrebbe lasciare del proprio lungo governo? “Erdoğan non è corrotto e contro la corruzione gioca la sua principale partita politica” ripete Savaş e in buona parte ha ragione. La piaga della corruzione è ciò su cui – con molta demagogia, secondo i detrattori – ha scatenato la sua battaglia, Recep Erdoğan, facendo dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, un partito islamico capace di governare con stabilità, nonostante l’opposizione dei militari, tradizionalmente responsabili del mantenimento della laicità dello Stato. È la stabilità, secondo gli analisti, ciò che sta liberando con tanta forza le risorse dell’immensa Turchia.
“È l’Europa. Perché non ci siamo entrati” ripetono in molti, a parlarci per strada, nei bar, o dovunque sappiano almeno un po’ di inglese “La ringraziamo di averci respinti”. Per anni trattati con sufficienza, come scolaretti che richiedevano di essere ammessi alla classe d’élite, e tenuti fuori in nome dei diritti umani e di una eccessiva lontananza culturale, oltreché di veti incrociati e questioni economiche, oggi i turchi sembrano festeggiare ai confini della spirale di decadenza che vorticosa gira intorno al Vecchio Continente e al suo sogno parzialmente fallito di unità. L’immagine più paradigmatica mi è parso di viverla una sera a Foça, l’antica Focea, un paese di mare famoso per il pesce e per la vitalità estiva. Il golfo più piccolo e protetto su cui affacciano i migliori locali e ristoranti della cittadina, è anche un vero e proprio porticciolo, pieno zeppo di vecchie imbarcazioni da pesca. Erano quei piccoli pescherecci per i quali un tempo era ben più famosa la Grecia, prima che la politica sulla pesca dell’Unione Europea ne chiedesse la drastica riduzione in cambio di lauti rimborsi. “Ah, le piccole barche che rendevano il mio paese unico” si lamentava a Ikaria, qualche giorno prima, Kostantinos Romanos, professore di filosofia all’Università dell’Egeo, condividendo con i suoi connazionali una sfiducia quasi definitiva nei confronti del sogno a cui i Greci diedero origine, immaginando una ragazzina di nome Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Del resto, erano quelli i tempi in cui Focea dominava con i suoi commerci e le sue barche per tutto il Mediterraneo, fino in Corsica. E furono gli esuli foceesi in fuga dai Persiani a fondare colonie decisive per la storia della cultura occidentale, come l’antica Elea, oggi Velia, in Cilento, patria di Parmenide. Le origini del pensiero occidentale, almeno stando a quanto ci raccontarono più tardi Platone e Aristotele.
Non c’è tempo però per fare avanti e indietro nella storia, adesso, in Turchia. Lasciando Gallipoli, guidando lungo il Mar di Marmara e avvicinandosi a quella che i greci ancora faticano a non chiamare Costantinopoli, si fanno strani ragionamenti. Che esplodono nella loro contraddittorietà proprio a Istanbul. Una città che, ormai, è piena Europa, anche quando ci si inoltra nella sua parte asiatica, dove il secondo aeroporto della città, intitolato a una donna, l’aviatrice Sabiha Gökçen, ridicolizza in modernità anche i nostri migliori scali. E così non sappiamo cosa commentare, quando pronti a ripartire, ci troviamo di fronte a un gruppo di milanesi che si lamentano del caffè turco e implorano il caffè della loro Malpensa. Ma mentre ridiamo e ci diamo di gomito, tiro fuori il bigliettino da visita di Serkan Palaur, l’ “amico” di Gallipoli, lo sventolo nell’aria e ce ne restiamo zitti. Non lo abbiamo mai chiamato nei giorni trascorsi per le vie di Istanbul. Per lui non avevamo risposte. E non ne avremo.
Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L’abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L’Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

Bello questo reportage, mi ha fatto riflettere appassionandomi al racconto.
grazie.
Ma Erdogan è davvero contro la corruzione?ci sono dati?
Bel pezzo. Rende l’idea di come la storia si sta spostando verso est.
1982 :il dipartimento di stato americano fa presente alla turchia che ha aerei da guerra troppo vecchi(f-4,f-5 e f-104 di seconda mano)e che farebbe bene a comprarsi un po dell allora nuovissimo e gia leggendario F-16A…
i turchi rispondono SI,ma aggiungono
“..compriamo la licenzia di produzione in loco,almeno 160 aerei..vogliamo acquisire know-how per crescere industrialmente,non solo comprarci i vostri gingilli…”
all inizio gli usa nicchiano,non san che rispondere,del resto a ovest c’è la grecia,altro alleato,ma che si capisce conta pochino
i turchi la spuntano,del resto piu a est c’è l’iran all epoca davvero minaccioso,e col tempo di f-16 in loco se ne costruiscono 340…
non solo ,con l’esperienza acquisita la turchia fa un salto di qualità in molte tecnologie,tant’è vero che oggi è anche nel programma f-35….e i turchi ne prenderebbero volentieri la linea di montaggio europea se l’italia abbandonasse il programma f-35 e di conseguenza la linea di montaggio a Novara-Cameri..
ora avete un ulteriore spunto,che fa capire che differenza c’è fra un pese coeso al suo interno e che sa cosa vuole ,e se ne frega del politically correct,con una crescita del 4 ,2 % l’anno,e un altro paese che si arrovella su se stesso,che non ha una linea,che è troppo delicato,che si sente importante ma non lo è…