Valentino Ronchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentino-ronchi/ un blog di approfondimento culturale Sun, 11 Aug 2013 10:21:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valentino Ronchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentino-ronchi/ 32 32 Vecchi libri per quest’epoca incerta https://minimaetmoralia.it/libri/valentino-ronchi-vecchi-libri-per-quest-epoca-incerta/ https://minimaetmoralia.it/libri/valentino-ronchi-vecchi-libri-per-quest-epoca-incerta/#comments Wed, 14 Aug 2013 06:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15243 Questo pezzo è uscito in versione ridotta sul Corriere della Sera. A luglio Valentino Ronchi ha vinto il premio Carducci 2013 con «Anna e Mélanie». (Fonte immagine)

Il primo romanzo di Valentino Ronchi (dopo due bei libri di poesia, autoprodotti) si chiude all’incirca come si apriva 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (la suggestione non è mia, ma di una lettrice non comune alla quale, preso dall’entusiasmo, sottoposi la lettura del romanzo di Ronchi). «Gentili Signori – esordiva nel ’70 l’epistolario della scrittrice e sceneggiatrice di Philadelphia – leggo dalla vostra inserzione sul “Saturday Review of Literature” che siete specializzati in libri fuori stampa. L’intestazione “librai antiquari” mi spaventa un poco, perché per me “antico” equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d’antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble. Allego un elenco delle mie necessità più pressanti […]».

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta sul Corriere della Sera. A luglio Valentino Ronchi ha vinto il premio Carducci 2013 con «Anna e Mélanie». (Fonte immagine)

Il primo romanzo di Valentino Ronchi (dopo due bei libri di poesia, autoprodotti) si chiude all’incirca come si apriva 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (la suggestione non è mia, ma di una lettrice non comune alla quale, preso dall’entusiasmo, sottoposi la lettura del romanzo di Ronchi). «Gentili Signori – esordiva nel ’70 l’epistolario della scrittrice e sceneggiatrice di Philadelphia – leggo dalla vostra inserzione sul “Saturday Review of Literature” che siete specializzati in libri fuori stampa. L’intestazione “librai antiquari” mi spaventa un poco, perché per me “antico” equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d’antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble. Allego un elenco delle mie necessità più pressanti […]».

Vecchi libri per quest’epoca incerta, vincitore del Premio nazionale città di Forlì nel 2011, e per questo pubblicato da Foschi editore un paio di mesi fa, finisce così: «Gentile Libraio, questo che segue è un elenco di libri che mi servono per attraversare quest’epoca incerta. Sono libri che ho avuto e che ho prestato, libri che voglio in più copie, libri che non ho mai avuto. Proprio per il loro fine – l’accompagnarmi e il sostenermi, durante questi anni a venire – sono propenso a spendere quanto necessario. Le chiedo altresì di attenersi con scrupolo alle eventuali mie note, perché in vita mia non ho mai preteso nulla ad eccezione della buona aderenza fra le mie idee e la loro realizzazione, scegliendo piuttosto di non realizzare un’idea che nella pratica si mostrava altra dalla sua ideazione. Ecco i titoli […]».

84 Charing Cross Road usciva nel 1970. Nello stesso anno sono usciti diversi libri citati nel romanzo di Ronchi, quelli «per attraversare quest’epoca incerta». Questo è un particolare comune, ma di poco conto, e del resto l’analogia tra le due opere è solo di contorno – ecco che si può uscire dalla suggestione per entrare nel merito del discorso.

Quei vecchi libri per questa epoca incerta sono ad esempio la Storia del pensiero scientifico e filosofico di Ludovico Geymonat, numeri vari della rivista «Aut Aut», le storiche traduzioni di Bompiani e del Saggiatore del decennio tirato in causa, e ben altri libri poi, sopra e sotto i Settanta, segni di un altro retroterra bibliografico, bibliografico… anzi, culturale; segni di una cultura contestuale alla quale tornare e aggrapparsi per salvarsi dall’imprecisione di quest’epoca, dall’incertezza già più volte citata; tuffo in un passato non vissuto se non con la nostalgia di un giovane generato da quel passato, via studi filosofici all’università, che cercava un lavoro e un lavoro l’ha trovato: in un’altra ricerca. La sua ricerca è indirizzata ai libri fuori stampa e fuori catalogo, da vendere ad appassionati e bibliofili, o a studiosi come lo è stato lui.

Il modello più calzante del romanzo mi sembra l’Hemingway de Il vecchio e il mare. Nell’allegoria, il pescecane del giovane libraio è una prima edizione dei Canti Orfici, 1914, catturata col sudore a 5 € per poterla rivendere a 900 e sbarcare il lunario. Sudore non di contrattazione, ma della prova attoriale buona a non dare a vedere di portar via la rarità delle rarità a un prezzo imbecille. È solo un episodio tra i tanti del libro, strutturato poi sulla quotidianità di un giovane uomo piuttosto che su una ricerca univoca ed epica.
E la lingua di Ronchi? È fresca e sincera; nella sua memoria ci sono le prove di poeta. E anche questo è senza dubbio un libro scritto da un poeta, un libro che affonda in una profondità nutrita di vissuti; il carattere del protagonista di quei vissuti può essere restituito da una riga qualsiasi di una pagina a scelta.

Oltre che nella forma, anche nella sostanza il libro è convincente: al di là della trama (non sviluppa un plot) avvince per le atmosfere, anzi per l’Atmosfera. Sono i suoi personaggi, protagonista e comprimari, con le loro considerazioni solo accennate, sulla vita e sui tempi, a dare quell’atmosfera, che spiega tutto dicendo il meno possibile; quelle considerazioni sono ammantate d’ironia, fanno una simpatia naturale, ritagliano con sobrietà e precisione il carattere dei personaggi, veri e propri tipi (il meccanico, il medico letterato, l’ex professore ora rigattiere che lavora girando in doppio se non triplo taxi ecc.).

Il libro riesce nell’impresa di creare uno spazio accogliente che non perde mai di resa, come un accordo di chitarra morbido e ricco, pastoso, con una dissonanza nascosta nel riverbero, ed è lo scorcio sul periodo storico, quel Presidente più volte evocato e l’amarezza che aleggia nelle considerazioni sul Paese: «quest’epoca incerta». Le 27 scene del romanzo sono le scansioni di un momento che pare casuale ed è cruciale; l’autore prende un momento insospettabile e quello si rivela essere una finestra sul passaggio della Storia nella vita concreta di un uomo. Nel romanzo passa la Storia del Paese, che gli uomini non imparano mai a evolvere e anzi sigillano in un perpetuo senso di pericolo: tutto sembra sempre sul punto di crollare ma lo schianto non avviene mai. Con la Storia passa anche la storia personale, professionale e affettiva del ragazzo protagonista, che nella congiunzione di piccoli astri attorno a lui vede aprirsi uno scrigno e dentro lo scrigno la consapevolezza rinvigorita da una nuova saggezza del vivere.

Una nota personale. La prima volta (novembre-dicembre 2011), leggendo il libro in bozze, ho avuto perplessità su quel finale che lascia il Presidente “in campo”. Mi pareva, allora, superato dalla cronaca, dagli eventi, nel senso che l’«epoca» intera era ormai superata, il ritorno del Presidente ormai scongiurato dall’arrivo dei “tecnici” e da un’aria nuova nel Paese. E oggi? Oggi rileggo il libro, ripenso alle elezioni dello scorso febbraio, al futuro inquietante che nell’incertezza del presente si cementifica intorno ai nostri piedi, e mi si conferma (di nuovo) quanto quel Presidente sia qualcosa più di un riferimento contingente, e invece un’ombra antica e lunga sulla nostra vita politica, sulla storia del nostro Paese… Ma tornando al libro, mi rimane solo da lasciare una citazione in calce, a rappresentanza dei tanti momenti preziosi, garbati com’è in genere il tono del libro, poesia semplice e dimessa, misteriosa eppure illuminata come la radura sul fiume Adda che il protagonista percorre al gelo per andare a pescare, o come le grandi strade di Milano che sono l’ambientazione principale del libro.

Nell’episodio che finisco per citare, il protagonista gira per Rivolta d’Adda con Nello, un vecchio pensionato ex lavoratore della Galbani. I due finiscono in un «bar-tabacchi-trattoria-panetteria-edicola»; il ragazzo riflette da lì sulla sua situazione, e non è un’arresa di fronte all’incertezza (la tristezza?) dell’epoca. Mi pare meglio un invito a vivere guardando al futuro come a un luogo e un tempo dove sia di nuovo possibile il valore. “Tornare alle cose stesse”, metabolizzando le molte e varie crisi.

Vedermi così, fra questi radi avventori in questo posto, mi viene in mente una vignetta di Schulz che qualche anno fa avevo ritagliato. Nella breve sequenza c’è Lucy che vuole assoldare Snoopy per vangare l’orto. Snoopy la prende con entusiasmo e di buon grado accetta il lavoro. Quando Lucy lo avverte che può pagarlo poco, Snoopy non si scompone e fra sé risponde:
– Mi bastano i sabati liberi per andare a bere un’orzata giù alla taverna.

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Piccioni e misticismo. Due poesie rare di Roberto Amato https://minimaetmoralia.it/poesia/roberto-amato-poesie/ https://minimaetmoralia.it/poesia/roberto-amato-poesie/#comments Fri, 03 May 2013 15:08:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14200 Questo pezzo è uscito su GenerAzione. (Immagine: Jackson Pollock.)

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (vincitore del premio: un rifornimento di pane per un anno. Quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta anche Gli sposi, del 2005, una strenna natalizia uscita sempre per Diabasis, tanto raro quanto mirabile – per capire il gioco di rapporti fate un tentativo di ricerca…). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, così poco letto nonostante la sua lingua tanto piana e chiara.

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Questo pezzo è uscito su GenerAzione. (Immagine: Jackson Pollock.)

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (vincitore del premio: un rifornimento di pane per un anno. Quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta anche Gli sposi, del 2005, una strenna natalizia uscita sempre per Diabasis, tanto raro quanto mirabile – per capire il gioco di rapporti fate un tentativo di ricerca…). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, così poco letto nonostante la sua lingua tanto piana e chiara.

All’inizio di quest’anno appena iniziato, grazie alla gentilezza e la disponibilità dello splendido pittore surrealista, dal sapore magrittiano, Carlo Trevisan, ho scoperto delle poesie di Amato non inedite, ma decisamente rare. Risalgono agli anni di «Sinopia», rivista versiliese di arte e cultura creata nel 1990 da Serafino Beconi, artista originario di Torre del Lago Puccini, che chiamò proprio Trevisan alla sua redazione.

Queste poesie, tra le prime mai pubblicate, presentano già alcuni dei temi e dei “personaggi” più ricorrenti nell’opera amatiana. Prendo un tema e un personaggio: la religiosità, anzi il misticismo; e il piccione. Farà ridere leggerli presentati in questo modo, eppure non v’è nulla di più tragico, lo si capirà scendendo solo di qualche riga. Di piccioni, viaggiatori e messaggeri, tornerà a scrivere ne Il disegnatore di alberi (Elliot, Roma 2009). Quanto al discorso religioso, che sembrerebbe legato strettamente al cristianesimo, mi pare in realtà legato a quello solo occasionalmente. Nell’ultimo Lo scrittore di saggi (Elliot, Roma 2012), con le epistole ai carmelitani scalzi santa Teresa d’Ávila e san Giovanni della Croce, è chiaro come l’interesse di Amato sia più per il misticismo (la stessa cosa accade per una poetessa vicina ad Amato, Silvia Morotti), nel senso così inteso: «Oggi, come ieri, la parola “mistico” ha un brutto suono: si arrossisce o ci si adombra nel ricevere questa designazione. La buona società […] non ammette tra i suoi membri chi porta tale nome, per una ragione di etichetta, lo proscrive. […] Eppure “mistico” significa soltanto “iniziato”, colui che è stato introdotto da altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. È pacifico che non tutti possono essere artisti, non si trova nulla di strano in questo. […] La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. I meandri più sottili, tortuosi e penetranti della ragione, in Aristotele, non sono ancora stati esplorati, afferrati dopo ventiquattro secoli. Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico» (Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1974).

Due di queste poesie rare furono poi raccolte e commentate da Angelo Gianni e Manrico Testi in Dalla Torre Matilde alle Vette Apuane. Poeti e narratori di Viareggio e della Versilia, Mauro Baroni editore, Viareggio 1996, pp. 536-537. Gianni, che ha curato il capitolo su Amato, fa riferimento al n. 17 di Sinopia del marzo 1995, dove però le due poesie non compaiono. Mi spiega Trevisan che «probabilmente Beconi gli ha passato oltre la Sinopia anche qualche scritto di Amato (Serafino e Gianni erano amici, un paio di volte anch’io sono stato con loro a casa di Gianni). Durante il lavoro dell’antologia e con il passare del tempo sono state scelte delle poesie che poi erroneamente non erano più quelle da noi pubblicate. Quindi è un errore dell’antologia che si riferisce al numero di Sinopia».

Ringrazio ancora Trevisan e ripropongo qui poesie e commento.

***

Roberto Amato (1953)

Dalle liriche pubblicate sulla rivista “Sinopia”

Si può immaginare nulla di più insolito di un commerciante che opera sulla piazza di un mercato cittadino (quello della sua città natale, Viareggio), e si dedica alla poesia, non alla poesia tradizionale ma a quella di intonazione moderna, concettosa, e spesso di una concettosità di ispirazione cristiana? Così è per Amato, il quale prima ha cominciato con la pittura, e poi l’ha abbandonata deluso per la difficoltà di realizzare in essa il suo modo di sentire le cose. È stato allora poeta, e poeta controcorrente, sempre avverso ai luoghi comuni, e ha trovato la rivista “Sinopia” pronta ad accogliere le sue posizioni. Ma è restio a parlarne, insofferente, come se si trattasse non di versi, ma di male azioni.

1. Ho partorito con dolore

Non è una parodia del parto femminile, o della cacciata di Eva dal Paradiso terrestre, ma la controstoria, la controtradizione del “brutto anatroccolo”, troppo perbenista e ottimista, troppo luogo comune per piacere a Roberto. Il brutto anatroccolo di Amato è davvero brutto e tale rimane, e finisce perciò per mangiarsi a morsi le ali. Perciò uno sberleffo per tutti i perbenismi del mondo, concorde in ciò con il carattere introverso dell’autore.

Pubblicata nel n. 17 di “Sinopia”, la rivista diretta da Serafino Beconi (marzo 1995). Versi liberi.

Ho partorito1 con dolore l’anatroccolo grigio come il sasso2

tra cigni bianchi che cantavano tutti

appena videro la luce

e non sapevo cosa fare

non lo so neanche ora3

ma lui si becca si fruga tra le piume del petto

si mangia le ali4

 

 

1 Parla in prima persona l’anatra che ha partorito il brutto anatroccolo, secondo la leggenda divulgata da Andersen.

2 Come il sasso è più repulsivo e spregiativo di “brutto”.

3 Una bruttezza a cui non v’era modo alcuno di trovar rimedio.

4 Sfoga la propria rabbia su se stesso.

 

2. In dieci colpi d’ali

Una lirica di ispirazione religiosa, ma tale che può essere letta anche in chiave totalmente umana (e in questo è una prova del sottinteso religioso che è proprio dell’autore). Con dieci colpi d’ali un piccione che aspira alle grandi altezze dello spirito vola sino alla cima del monte Carmelo. Un monte della Palestina, su cui sorse nell’età delle Crociate un ordine religioso mendicante (l’Ordine Carmelitano), che ha avuto un gran peso nella storia del Cristianesimo. Durante la Rivoluzione francese ben sedici suore carmelitane furono condannate a morte, e la tradizione di quel martirio è ancora assai diffusa in Italia e in Francia. Ma sulla vetta del Carmelo il piccione-poeta trova solo un gran vuoto, un luogo privo di esseri umani, di esseri su cui e per cui operare. La mancanza degli uomini priva di senso l’ascesa del piccione-poeta, il quale sembra a Roberto così triste come non fu altri se non Cristo poco prima di spirare, quando invocò il Padre perché non lo abbandonasse del tutto (Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?, Marco, XV, 34 e segg.). Evidentemente il poeta ha avuto nell’animo il peso della tradizione antica del monte Carmelo, anziché la sua condizione attuale. Perciò il volo, i dieci colpi d’ala si concludono in un’amara solitudine, in una crisi delle sue speranze religiose. Il che ci rende ancora più cari i suoi versi, corrispondano o no a una realtà biografica nella storia di Roberto Amato.

Dal numero di “Sinopia” citato.

 

In dieci colpi d’ala era in cima al Carmelo

ed era bellissimo

– la grazia del piccione che si alza

d’incanto e sale sino al Padre

allo Spirito Santo

Ma lì guardava quello spazio vuoto

senza più senso

quell’onda di colline lontanissime –,

sembrava così triste

così triste

come nessuno ho visto

tranne Cristo1

1 Nelle immagini dedicate alla sua Passione. Qui la poesia di Amato si fa alta, sale fino sulla Croce.

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Il male ingombrante. Note su Gli impiegati vanno di fretta di Silvio Perego https://minimaetmoralia.it/poesia/il-male-ingombrante-note-su-gli-impiegati-vanno-di-fretta-di-silvio-perego/ https://minimaetmoralia.it/poesia/il-male-ingombrante-note-su-gli-impiegati-vanno-di-fretta-di-silvio-perego/#comments Wed, 10 Oct 2012 10:42:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9764 Pubblichiamo una recensione di Andrea Cirolla su Gli impiegati vanno di fretta di Silvio Perego (Lampi di Stampa). Foto di Francesca Woodman.

Ultimamente mi sono svegliato presto la mattina. E non c’entra niente Proust, è solo che per delle cure termali, cui ho dovuto sottopormi in una località appena fuori Bergamo al centro della bassa val Cavallina, ogni giorno per due settimane sono uscito di casa all’alba, rompendo un’abitudine sonnacchiosa dettata dalle sere e dalle notti tirate lunghe sui libri e nel lavoro. Nel percorso da casa alle terme e dalle terme a casa, in auto ho ascoltato giorno dopo giorno rassegne stampa su rassegne stampa, dai notiziari Rai a quelli di Radio24, procurandomi ulcere se non allo stomaco (ma ci manca poco) sicuramente al cervello e all’area deputata all’indignazione. Dal recente Laziogate e il circo grottesco di fine berlusconismo annesso, nutrito di ostriche e Champagne, ben rappresentato da feste dei porci e feste della merda; alle lamentele di politici passati e presenti sulla scandalosa magrezza dei loro stipendi da ennemila euro – ho ingollato tutto schivando fughe e distrazione, infliggendomi un bagno in un’attualità paradossale, avanguardia perpetua su schema consolidato, un male certo e disarmante. Un male ingombrante, che brucia la possibilità del bene, anzi la fagocita, almeno e sicuramente in ambito politico. E dove il bene si scherma dietro uno sguardo a distanza di sicurezza, là può pian piano opacizzarsi fino a non vedere più oppure conservarsi incorrotto, ma inerte e incattivito.

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Pubblichiamo una recensione di Andrea Cirolla su Gli impiegati vanno di fretta di Silvio Perego (Lampi di Stampa). Foto di Francesca Woodman.

Ultimamente mi sono svegliato presto la mattina. E non c’entra niente Proust, è solo che per delle cure termali, cui ho dovuto sottopormi in una località appena fuori Bergamo al centro della bassa val Cavallina, ogni giorno per due settimane sono uscito di casa all’alba, rompendo un’abitudine sonnacchiosa dettata dalle sere e dalle notti tirate lunghe sui libri e nel lavoro. Nel percorso da casa alle terme e dalle terme a casa, in auto ho ascoltato giorno dopo giorno rassegne stampa su rassegne stampa, dai notiziari Rai a quelli di Radio24, procurandomi ulcere se non allo stomaco (ma ci manca poco) sicuramente al cervello e all’area deputata all’indignazione. Dal recente Laziogate e il circo grottesco di fine berlusconismo annesso, nutrito di ostriche e Champagne, ben rappresentato da feste dei porci e feste della merda; alle lamentele di politici passati e presenti sulla scandalosa magrezza dei loro stipendi da ennemila euro – ho ingollato tutto schivando fughe e distrazione, infliggendomi un bagno in un’attualità paradossale, avanguardia perpetua su schema consolidato, un male certo e disarmante. Un male ingombrante, che brucia la possibilità del bene, anzi la fagocita, almeno e sicuramente in ambito politico. E dove il bene si scherma dietro uno sguardo a distanza di sicurezza, là può pian piano opacizzarsi fino a non vedere più oppure conservarsi incorrotto, ma inerte e incattivito.

Negli stessi giorni, tra cure termali e overdose da pessime notizie, ho letto e riletto un libro che rappresenta bene la duplice postura dello sguardo sul declino politico e morale del Paese. Gli impiegati vanno di fretta (2012), di Silvio Perego: uscito come “Fuoricollana” nella serie di “Festival”, interessante collana di poesia italiana contemporanea edita da Lampi di Stampa e a cura di Valentino Ronchi.

Prima di tornare a discutere di quel dualismo, qualche nota sull’opera. Il volume è diviso in quattro sezioni tra le quali non si riscontrano particolari differenze: sono piuttosto omogenee sul piano dei contenuti così come per lo stile, che è scarno, diretto, per niente estetizzante. Una sezione prosegue ciò che si interrompe nell’altra, si potrebbe pensare a un unico flusso di scrittura ripartito in quattro tempi. Questa divisione ha almeno un effetto palese, quello di dare alla lettura un ritmo prima che un orientamento, e forse la sua ragione sta allora nella composizione in momenti diversi delle singole parti.

È sicuramente così per “Golden Suite 411”, che apre il libro, datata “settembre 2005” e dunque antecedente se non la stesura almeno l’uscita dell’esordio poetico di Perego: Jazz (2009). Si tratta di un poemetto frammentato, una «suite», appunto, composta da poesie autonome e di lunghezza varia, dalla metrica sciolta, guidate da una musica irregolare perché improvvisata, con versi liberi, alcuni di una parola e altri lunghissimi, che percorrono l’intera pagina.

Perego non utilizza strumenti come rime, assonanze e allitterazioni, e la sua musica non è mai fine a se stessa, ma si sprigiona, se si sprigiona, nel sentimento delle parole e dei testi, declamando. Figure sintattiche come enumerazioni e ripetizioni prevalgono su altri accorgimenti retorici, fissando un’immagine o l’oggetto di un’invettiva. Del resto quella di Perego è una poesia di denuncia, come già notava Ottavio Rossani nella nota introduttiva a Jazz.

Le poesie hanno un taglio narrativo. Rappresentano una visione – spesso una situazione di vita, osservata o vissuta, in appartamento o sulla strada – e da lì sviluppano riflessioni cupe e una critica corrosiva della contemporaneità.

Il discorso vale oltre la prima sezione, ovvero anche per le altre tre, che possono essere considerate in gruppo come un corollario della «Suite». Esse tornano fondamentalmente sulle stesse tematiche, hanno tutte pressapoco la stessa lunghezza (10 pagine per 10 componimenti tranne l’ultima sezione, che ne conta 9) e sono esplicitamente scandite, con titoli o con una numerazione progressiva delle poesie.

Nella prima sezione si nota una maggiore coerenza dei testi, grazie a rimandi interni che suggeriscono una sorta di struttura dell’improvvisazione. Ripetuta all’inizio, centralmente e alla fine è la questione del mondo, che «rimane complessa»: «la faccenda del pianeta è più grave del previsto». Il mondo è osservato da una finestra, «dalla finestra della stanza 411». Lo sguardo dalla distanza è emblematico, è una figura che nelle sue trasfigurazioni sta alla base di tutto il libro (altrove per esempio è la vetrata di un bar).

La finestra significa una separazione, e nel caso di Perego è uno sdoppiamento. Il mondo contro se stesso. Il mondo dei buoni contro quello dei cattivi, la dimensione dei salvi, anche se ancora per poco, opposta a quella dei condannati.

Tra i salvi ci stanno i puri, e per primi i bambini, simbolo ricorrente di libertà e insieme una fugace speranza. Quanto all’età adulta, una via di sopravvivenza (anzi una «questione di sopravvivenza», come scrive l’autore) è aperta dalla poesia.

I condannati sono gli aguzzini, ma non per forza i colpevoli; tra i condannati stanno tutti coloro che un modello di vita consumistico, quello occidentale, ha reso ormai inerti, incapaci di cambiare la propria esistenza – figurarsi la società che li include.

Da una parte sta chi resiste, e dall’altra chi è già stato contagiato dal male. Nel libro il male si incarna nelle forme degenerate della politica, nella corruzione, nella violenza ordinaria e in quella planetaria delle guerre condotte per avidità di potere e di ricchezza; e ancora nell’ipocrisia e nell’odio sociale, nell’egoismo che cancella la solidarietà.

Questo dualismo, che semplifico nel contrasto tra bene e male, si sdoppia e si traduce nel dualismo cui accennavo all’inizio. Guardando il mondo da una finestra l’uomo può assumere uno sguardo autentico, anche se non autenticante, perché il declino del mondo è irrimediabile. È il caso del poeta. Per esempio la poesia «L’urlo ribelle» racconta l’attesa di un’estate che deve arrivare, dunque del futuro, ma la volontà è fragile: «bastò un nonnulla / per svoltare l’angolo / e trovarsi faccia a faccia col passato / un passato morto e in bianco e nero».

Può anche andare peggio, ed è il secondo caso, quando lo sguardo dell’uomo passa dalla resa, di fronte allo scacco del mondo, all’opacità: l’assuefazione agli orrori quotidiani. Le due categorie sono ben distinte, ma a riempirle è la stessa, unica umanità perennemente in bilico. Lo stesso protagonista delle poesie si sente in pericolo; in una poesia della seconda sezione, “Squilli”, scrive: «prenderanno anche me se continuano così / di questo passo / avranno anche me … / ho provato a resistere».

Nella visione di Perego resistere è l’unica forma di sopravvivenza. Il poeta, la persona, prende atto dell’impossibilità del cambiamento e registra la caduta del mondo, ma non rinuncia a urlare il suo sdegno. Così lo sguardo autentico, ma insieme disilluso, è tutto ciò che si può opporre a un mondo che si dichiara quotidianamente in declino e senza possibilità di cura.

La poesia di Perego è completamente pessimista, è arrabbiata; ed esprime giudizi duri, ma non definitivi. Il pessimismo è alleggerito dai toni sarcastici e derisori rispetto ai mali e ai malvagi della società. Ottavio Rossani scriveva che dietro quel sarcasmo si nasconde una profonda sofferenza. Condivido il giudizio. Ho provato a fare una schedatura di questo libro, delineando i temi e le parole più significative lungo la settantina di pagine. Ho trovato – seleziono grossolanamente – il «veleno», l’«urlo», l’«inferno», l’«inutile», il «lasciar perdere». Insomma il dolore è evidente, è il primo sentimento che il poeta riconosce negli altri e la prima cosa, anche, che racconta di sé.

Rossani concludeva la nota lasciando uno spiraglio aperto alla speranza, attraverso la possibilità dell’amore «come una volta». Credo che, rispetto a Jazz, in quest’ultimo libro la speranza si sia affievolita. La vitalità di quel libro qui si riduce, lasciando campo libero alla desolazione, ma anche a una maggiore consapevolezza, sia della realtà che della propria scrittura.

La speranza si è affievolita, ma resiste. È «la radiosa / finzione / spaventosa della vita» verso cui si incammina il poeta. È negli affetti e nella tranquillità familiare. In una poesia, che mi fa pensare più a Raymond Carver o a Victor Cavallo che alla Beat Generation, cui finora è sempre stato riferito (e non a torto), Perego dipinge in un verso un bellissimo ritratto casalingo. Nella famiglia, grazie ai bambini (di nuovo), si può tenere fuori dalla porta la disperazione, stare in una bolla che sospende il tempo.

e ora mi lascio andare a due sorrisi per la mia bimba
e se qualcuno mi guarda o
ha bisogno di me
più di quanto io di lui
aspetti
questa sera sarà tragica comunque.
così è

              e così
              sarà
             ma ne sono fiero.

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