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Questo pezzo è uscito in versione ridotta sul Corriere della Sera. A luglio Valentino Ronchi ha vinto il premio Carducci 2013 con «Anna e Mélanie». (Fonte immagine)

Il primo romanzo di Valentino Ronchi (dopo due bei libri di poesia, autoprodotti) si chiude all’incirca come si apriva 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (la suggestione non è mia, ma di una lettrice non comune alla quale, preso dall’entusiasmo, sottoposi la lettura del romanzo di Ronchi). «Gentili Signori – esordiva nel ’70 l’epistolario della scrittrice e sceneggiatrice di Philadelphia – leggo dalla vostra inserzione sul “Saturday Review of Literature” che siete specializzati in libri fuori stampa. L’intestazione “librai antiquari” mi spaventa un poco, perché per me “antico” equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d’antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble. Allego un elenco delle mie necessità più pressanti […]».

Vecchi libri per quest’epoca incerta, vincitore del Premio nazionale città di Forlì nel 2011, e per questo pubblicato da Foschi editore un paio di mesi fa, finisce così: «Gentile Libraio, questo che segue è un elenco di libri che mi servono per attraversare quest’epoca incerta. Sono libri che ho avuto e che ho prestato, libri che voglio in più copie, libri che non ho mai avuto. Proprio per il loro fine – l’accompagnarmi e il sostenermi, durante questi anni a venire – sono propenso a spendere quanto necessario. Le chiedo altresì di attenersi con scrupolo alle eventuali mie note, perché in vita mia non ho mai preteso nulla ad eccezione della buona aderenza fra le mie idee e la loro realizzazione, scegliendo piuttosto di non realizzare un’idea che nella pratica si mostrava altra dalla sua ideazione. Ecco i titoli […]».

84 Charing Cross Road usciva nel 1970. Nello stesso anno sono usciti diversi libri citati nel romanzo di Ronchi, quelli «per attraversare quest’epoca incerta». Questo è un particolare comune, ma di poco conto, e del resto l’analogia tra le due opere è solo di contorno – ecco che si può uscire dalla suggestione per entrare nel merito del discorso.

Quei vecchi libri per questa epoca incerta sono ad esempio la Storia del pensiero scientifico e filosofico di Ludovico Geymonat, numeri vari della rivista «Aut Aut», le storiche traduzioni di Bompiani e del Saggiatore del decennio tirato in causa, e ben altri libri poi, sopra e sotto i Settanta, segni di un altro retroterra bibliografico, bibliografico… anzi, culturale; segni di una cultura contestuale alla quale tornare e aggrapparsi per salvarsi dall’imprecisione di quest’epoca, dall’incertezza già più volte citata; tuffo in un passato non vissuto se non con la nostalgia di un giovane generato da quel passato, via studi filosofici all’università, che cercava un lavoro e un lavoro l’ha trovato: in un’altra ricerca. La sua ricerca è indirizzata ai libri fuori stampa e fuori catalogo, da vendere ad appassionati e bibliofili, o a studiosi come lo è stato lui.

Il modello più calzante del romanzo mi sembra l’Hemingway de Il vecchio e il mare. Nell’allegoria, il pescecane del giovane libraio è una prima edizione dei Canti Orfici, 1914, catturata col sudore a 5 € per poterla rivendere a 900 e sbarcare il lunario. Sudore non di contrattazione, ma della prova attoriale buona a non dare a vedere di portar via la rarità delle rarità a un prezzo imbecille. È solo un episodio tra i tanti del libro, strutturato poi sulla quotidianità di un giovane uomo piuttosto che su una ricerca univoca ed epica.
E la lingua di Ronchi? È fresca e sincera; nella sua memoria ci sono le prove di poeta. E anche questo è senza dubbio un libro scritto da un poeta, un libro che affonda in una profondità nutrita di vissuti; il carattere del protagonista di quei vissuti può essere restituito da una riga qualsiasi di una pagina a scelta.

Oltre che nella forma, anche nella sostanza il libro è convincente: al di là della trama (non sviluppa un plot) avvince per le atmosfere, anzi per l’Atmosfera. Sono i suoi personaggi, protagonista e comprimari, con le loro considerazioni solo accennate, sulla vita e sui tempi, a dare quell’atmosfera, che spiega tutto dicendo il meno possibile; quelle considerazioni sono ammantate d’ironia, fanno una simpatia naturale, ritagliano con sobrietà e precisione il carattere dei personaggi, veri e propri tipi (il meccanico, il medico letterato, l’ex professore ora rigattiere che lavora girando in doppio se non triplo taxi ecc.).

Il libro riesce nell’impresa di creare uno spazio accogliente che non perde mai di resa, come un accordo di chitarra morbido e ricco, pastoso, con una dissonanza nascosta nel riverbero, ed è lo scorcio sul periodo storico, quel Presidente più volte evocato e l’amarezza che aleggia nelle considerazioni sul Paese: «quest’epoca incerta». Le 27 scene del romanzo sono le scansioni di un momento che pare casuale ed è cruciale; l’autore prende un momento insospettabile e quello si rivela essere una finestra sul passaggio della Storia nella vita concreta di un uomo. Nel romanzo passa la Storia del Paese, che gli uomini non imparano mai a evolvere e anzi sigillano in un perpetuo senso di pericolo: tutto sembra sempre sul punto di crollare ma lo schianto non avviene mai. Con la Storia passa anche la storia personale, professionale e affettiva del ragazzo protagonista, che nella congiunzione di piccoli astri attorno a lui vede aprirsi uno scrigno e dentro lo scrigno la consapevolezza rinvigorita da una nuova saggezza del vivere.

Una nota personale. La prima volta (novembre-dicembre 2011), leggendo il libro in bozze, ho avuto perplessità su quel finale che lascia il Presidente “in campo”. Mi pareva, allora, superato dalla cronaca, dagli eventi, nel senso che l’«epoca» intera era ormai superata, il ritorno del Presidente ormai scongiurato dall’arrivo dei “tecnici” e da un’aria nuova nel Paese. E oggi? Oggi rileggo il libro, ripenso alle elezioni dello scorso febbraio, al futuro inquietante che nell’incertezza del presente si cementifica intorno ai nostri piedi, e mi si conferma (di nuovo) quanto quel Presidente sia qualcosa più di un riferimento contingente, e invece un’ombra antica e lunga sulla nostra vita politica, sulla storia del nostro Paese… Ma tornando al libro, mi rimane solo da lasciare una citazione in calce, a rappresentanza dei tanti momenti preziosi, garbati com’è in genere il tono del libro, poesia semplice e dimessa, misteriosa eppure illuminata come la radura sul fiume Adda che il protagonista percorre al gelo per andare a pescare, o come le grandi strade di Milano che sono l’ambientazione principale del libro.

Nell’episodio che finisco per citare, il protagonista gira per Rivolta d’Adda con Nello, un vecchio pensionato ex lavoratore della Galbani. I due finiscono in un «bar-tabacchi-trattoria-panetteria-edicola»; il ragazzo riflette da lì sulla sua situazione, e non è un’arresa di fronte all’incertezza (la tristezza?) dell’epoca. Mi pare meglio un invito a vivere guardando al futuro come a un luogo e un tempo dove sia di nuovo possibile il valore. “Tornare alle cose stesse”, metabolizzando le molte e varie crisi.

Vedermi così, fra questi radi avventori in questo posto, mi viene in mente una vignetta di Schulz che qualche anno fa avevo ritagliato. Nella breve sequenza c’è Lucy che vuole assoldare Snoopy per vangare l’orto. Snoopy la prende con entusiasmo e di buon grado accetta il lavoro. Quando Lucy lo avverte che può pagarlo poco, Snoopy non si scompone e fra sé risponde:
– Mi bastano i sabati liberi per andare a bere un’orzata giù alla taverna.

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Autore

andreacirolla@minimaetmoralia.it

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell'editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.

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