Vinicio Capossela Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vinicio-capossela/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Jan 2026 08:27:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vinicio Capossela Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vinicio-capossela/ 32 32 Un po’ Ulisse un po’ Bacco: Ansaldo racconta il Capossela di Ovunque proteggi https://minimaetmoralia.it/libri/un-po-ulisse-un-po-bacco-ansaldo-racconta-il-capossela-di-ovunque-proteggi/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-po-ulisse-un-po-bacco-ansaldo-racconta-il-capossela-di-ovunque-proteggi/#respond Thu, 22 Jan 2026 08:27:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56725 Ogni artista di successo finisce per creare, volutamente o meno, una propria mitologia. Vinicio Capossela non fa eccezione, la sua epica personale e artistica ha però un’aura decisamente pagana. Non è mai stato uno di quegli artisti trascendenti, quelli che persino ai live restano distanti dal pubblico mortale. Capossela, come un postmoderno dio dell’Olimpo, ama […]

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Ogni artista di successo finisce per creare, volutamente o meno, una propria mitologia. Vinicio Capossela non fa eccezione, la sua epica personale e artistica ha però un’aura decisamente pagana. Non è mai stato uno di quegli artisti trascendenti, quelli che persino ai live restano distanti dal pubblico mortale. Capossela, come un postmoderno dio dell’Olimpo, ama confondersi col resto del mondo, interagisce con persone, fatti e tradizioni, ispira e si fa ispirare, spesso innaffiando tutto con discrete quantità di alcol. È facile, nel nutrito giro di chi ascolta la sua musica, ritrovarsi di fronte a racconti che sanno di leggenda metropolitana: “Una volta gli ho offerto un passaggio”, “Gli ho lasciato il mio numero e il giorno dopo mi ha chiamato”, “È uscito con una mia amica”, tutte storie tanto plausibili quanto inverificabili.

Vinicio Capossela costruisce insomma il suo mito – e la sua musica – attraverso il movimento, il viaggio geografico, emotivo e culturale. Consapevole di questa natura, il giornalista Giovanni Ansaldo realizza per Nottetempo un’opera apparentemente piccola ma dall’obiettivo ambizioso: ripercorrere l’itinerario che ha portato alla realizzazione di Ovunque proteggi. La prima domanda che ci si pone è: perché proprio quel disco? In primis forse per la sua attualità, l’album è del 2006 ma i suoi vent’anni non si fanno sentire, i brani sembrano anzi divincolarsi dalle corde del passato per affacciarsi al nostro presente e provare a indovinare il futuro. Ma l’altro motivo, forse più evidente, è che Ovunque proteggi è un disco fatto di chilometraggio, non un’opera organica come Camera a Sud o Modì, ma un insieme apparentemente sconnesso – o forse meglio dire storto – di luoghi, suggestioni, versacci e suoni in alcuni casi mai sentiti nella discografia del cantautore.

La strada di Vinicio Capossela, questo il titolo del libro di Ansaldo, ne racconta in realtà tante di strade, percorsi che si fanno storia prima di farsi canzone. Per aprire al lettore/ascoltatore nuovi squarci di significato su ciascun pezzo, Ansaldo ci sottrae per un attimo l’occhio del poeta e lo sostituisce con quello del reporter. Accompagnato spesso da musicisti, consulenti, collaboratori o dallo stesso Capossela che come sempre non si sottrae, lo troviamo a Scicli, in Sicilia, patria de L’Uomo Vivo (inno al Gioia) ispirato a una chiassosa processione locale, lo seguiamo tra i carnevali della Sardegna per scoprire com’è nata Brucia Troia, registrata all’interno di una grotta, immaginiamo con lui la Mosca postcomunista che ha ispirato la stravaganza elettronica di Moskavalza, e non ci facciamo mancare un giro a Roma per l’inquietante e ipnotica Al Colosseo. Viaggi nel mondo, ma anche viaggi nel tempo, come in Dalla parte di Spessotto, in cui Capossela ritorna a Calitri, luogo d’origine della sua famiglia, per ricordare un compagno di scuola, ma soprattutto per rintracciare la banda che aveva suonato al matrimonio di suo padre e ovviamente inserirla nel pezzo. Si passa poi a Milano, nell’appartamento del cantautore, che diventa luogo di viaggi immaginati, basta un pianoforte per andare in Cina e comporre Lanterne Rosse, basta una chitarra per sognare il Messico con la bellissima Pena de l’alma. La casa dell’artista non è allora un approdo a cui tornare ma un curioso “mezzo immobile”, un po’ come la nave in bottiglia di Canzone a manovella.

Grazie ad Ansaldo scopriamo anche il miracolo – forse oggi impensabile in un mercato radicalmente cambiato – che ha permesso a Capossela di utilizzare i soldi di una major come la Warner per assecondare i suoi capricci – direbbe qualcuno – per creare e consolidare una mitologia – diciamo noi. Capossela è un po’ Ulisse, un po’ Bacco, naviga a briglia sciolta con i suoi fidi satiri per creare un disco che è allo stesso tempo avventura e riflessione, religiosità e rito orgiastico, gioia del viaggio e voglia di casa, l’estasi condivisa di un percorso che rifiuta di concludersi, perché si autoalimenta ogni volta che lo si ascolta, ogni volta che lo si suona.

Solo pochi mesi dopo l’uscita del disco, precisamente il 10 settembre 2006, ecco nascere un altro mito: il concerto sulla terrazza del Pincio, a Roma, a chiusura della Notte Bianca. Capossela suonò molti brani di Ovunque proteggi, insieme ad altri successi, mentre alle sue spalle il sole piano piano sorgeva. Ansaldo lo racconta con il rammarico di chi non c’era, fa parlare gli amici o lo stesso Vinicio, che lo ricorda come uno dei vertici della sua carriera.

Per tutti quelli che invece c’erano – come chi scrive – rileggerne a distanza di vent’anni riporta a galla il ricordo, parzialmente offuscato dall’alcol e dal sonno, di in un’atmosfera irreale, forse irripetibile. Il tempo ha trasformato quel sogno collettivo in un bagaglio personale, storico, generazionale, e forse è proprio questa la bellezza delle mitologie storte come quelle di Vinicio: chiunque, senza saperlo, ci può finire dentro.

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Vinicio Capossela: “La mia musica di treni e contadini” https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/#comments Wed, 20 Aug 2014 05:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22902 Pubblichiamo un'intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l'autore e la testata.
Danno buca Los Lobos per la sera d'apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall'est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo "Mi sono sognato il treno", frase che in quella parte d'Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d'essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c'erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

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Pubblichiamo un’intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata. (La foto è di Simone Cecchetti. Fonte)

Danno buca Los Lobos per la sera d’apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall’est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo “Mi sono sognato il treno”, frase che in quella parte d’Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d’essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c’erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

Il frontespugna include il sogno del treno, e fin qui niente di strano. Vinicio è il più portato al nomadismo, tra i nostri cosiddetti cantautori, on the road, on the rail e anche con la sola fantasia. Insegue morna e rebetiko, parcheggia su London e Céline, riposa su Gardel o Artaud. Dalle sue finestre si vede la Stazione Centrale di Milano, «gigantesco monumento agli addii», lì canta sotto Natale per i senzatetto, lì ha fatto un concertino sottozero al binario 21, quando gli ultimi ferrovieri dei treni di notte (soppressi) resistevano in cima a una gru. «Per me i treni fanno parte del bene comune, come l’acqua. Non si può ragionare solo in termini economici. Il treno, in Irpinia, è separazione dalla terra, dagli affetti, è destino, è emigrazione, è speranza, è anche ritorno, è vedere cosa rimane e cosa s’è perso».

Mi pare molto poetica, se posso permettermi l’aggettivo, l’idea di ambientare alcuni spettacoli nelle stazioni abbandonate della linea Avellino-Rocchetta.

«La linea è stata dismessa nel 2010. Gli spettacoli interesseranno nove comuni: Calitri, Aquilonia, Andretta, Cairano, Conza della Campania, Lioni, Monteverde, Morra de Sanctis, Teora. Le stazioni sono tutte in basso, a fondovalle. I paesi sono tutti lontani qualche chilometro, su un cocuzzolo. Ecco perché sponz è anche altro: Irpinia Trekking ha studiato itinerari tra i boschi, nei campi, su sentieri e stradine che portano a grotte, a resti archeologici. Qui, se uno passa non vede niente. Se invece si ferma, cammina, mangia le cannazze, balla, suda, qualcosa di questa terra gli entra dentro e qualcosa si porta via. È una terra ribelle, che sembra divertirsi a ribaltare le opere dell’uomo. Anche col terremoto. Calitri è sempre stato un paese di contadini e il paesaggio prende i colori dei campi. Tutto verde in primavera, tutto giallo in estate, e adesso dopo la mietitura e la bruciatura delle stoppie la terra diventerà nerastra, nera, come a lutto. È una terra che non ti trattiene ma non ti lascia, mio padre è partito a 18 anni e non s’è mai sentito a casa come qui. Gran collezionista di fotografie davanti alla macchine altrui, mio padre».

In che senso?

«Col vestito della festa, si piazzava davanti a una macchina nuova fiammante, quasi sempre una Mercedes, e si faceva fotografare. Poi, se uno gli chiedeva “ma è tua?” rispondeva no. Altrimenti stava zitto. Pare che i Capossela, pastai di professione, siano arrivati a Calitri da Caposele, dove nasce il Sele che toglie la sete alla Puglia. Mia madre è di Andretta, un paese più piccolo e arroccato. Senza scomodare Omero e l’Odissea, sono cresciuto tra Hannover e Scandiano ascoltando madri, zie, nonne evocare l’Alta Irpinia, i rituali della civiltà contadina, le canzoni e i soprannnomi, le masciare e i briganti. Lo sapeva che Calitri fu presa dalla banda di Carmine Crocco?».

No, però so cosa sono le cannazze. Pasta secca spezzata a forma grossomodo di candela. Ziti. Se il ragù è ricco, carne di pollo. Kuta Kuta è il modo di richiamare il pollame a Calitri e lei s’è inventato l’appartenenza alla tribù dei Kuta Kuta, quasi imparentati agli Shoshones, trasformando la sua Itaca in un fondale da western.

«Non è un’operazione illegittima. Il padre di Sergio Leone è nato a Torella dei Lombardi. C’è qualcosa di West in queste terre, che ho imparato a conoscere poco a poco. Prima, da ragazzo, era solo il mese d’agosto. A Calitri, targhe di mezza Europa. Era il mese del ritorno a casa».

Ho letto che nel 2010 International Living ha designato Calitri come quinta località nel mondo dove i pensionati vivono meglio. Se si pensa che le prime tre sono in Ecuador, Costa Rica e Thailandia e che al quarto posto c’è Vienna, mica male. Conseguenze?

«Nel centro storico, chiuso al traffico e ancora abbastanza suggestivo, ha comprato casa qualche anziana famiglia di inglesi. Resta comunque una terra spopolata. E più indifesa, proprio perché sono pochi a rimanere. Diffidenti per il passato, e hanno ragione. Ma anche per il futuro. Qui il progresso si presenta con tre facce, tre proposte: centrale eolica, perforazione petrolifera, discarica. Quella del Formicoso per ora è bloccata, giusto perché c’è un comitato molto attivo, non certo perché ho fatto un concerto a sostegno».

Cosa si aspetta da Sponz in blocco?

«Non lo so, l’anno scorso all’ultimo spettacolo c’erano diecimila persone. A me piace pensare che siano giorni caldi di festa, d’incontro, di conoscenza. Abbiamo Robyn Hitchcock che sui treni ha costruito un intero cd, abbiamo dal Mali i Tinariwen, e dalla Grecia Mistakidis che è un virtuoso del rebetiko, abbiamo naturalmente la Banda della Posta di Calitri, Otello Profazio, Francesca Breschi e Giovanna Marini con I treni per Reggio Calabria , e tanto altro ancora».

Lei canterà Il treno? allo Sponz?

«Forse sì. Ogni volta che la sente mio padre si commuove».

Senza parentele, pure io.

«Essendo materiale commovente, è una canzone da usare con precauzione».

Sono circa sette anni che lei ha pronte le canzoni della Cupa, tutte ispirate all’Alta Irpinia con qualche sconfinamento nel Foggiano (Matteo Salvatore). E alla domanda “quando esce?” risponde sempre “l’anno prossimo”.

«Vero, ma penso a un libro più cd. Il libro l’ho iniziato nel 1996 e devo ancora terminarlo».

E quindi quando potrebbe uscire?

«L’anno prossimo».

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Marinai, profeti e balene https://minimaetmoralia.it/musica/marinai-profeti-e-balene/ https://minimaetmoralia.it/musica/marinai-profeti-e-balene/#respond Sat, 04 Jun 2011 13:58:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4467 Un grande artista procede sempre un passo avanti ai propri fan. Ne scuote le certezze, evitando di ripetersi, di farsi cliché, di erigersi a monumento di se stesso. Il suo obiettivo non è mai quello di piacere a tutti i costi. Vinicio Capossela oggi è uno dei pochissimi cantautori italiani a poter essere definito un grande artista. La sua sgangherata follia, anarchica e meridiana, poetica e arcaica, è stata in grado – di album in album – di aprire nuovi spiragli. E di scuotere molte certezze.

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di Alessandro Leogrande

Un grande artista procede sempre un passo avanti ai propri fan. Ne scuote le certezze, evitando di ripetersi, di farsi cliché, di erigersi a monumento di se stesso. Il suo obiettivo non è mai quello di piacere a tutti i costi. Vinicio Capossela oggi è uno dei pochissimi cantautori italiani a poter essere definito un grande artista. La sua sgangherata follia, anarchica e meridiana, poetica e arcaica, è stata in grado – di album in album – di aprire nuovi spiragli. E di scuotere molte certezze.
Da Ovunque proteggi, album del 2006, è ormai evidente una svolta nella sua produzione artistica. Il cantautore di origini irpine, figlio di emigrati in Germania, in passato aveva saputo mescolare la balera e il «ballo di San Vito», la taranta e il campari, Fellini, De Martino, il circo e il teatro sperimentale, atmosfere notturne e ritmi sfrenati. Da Ovunque proteggi in poi, Capossela ha aggiunto un nuovo campo di indagine: il mito, l’Antico Testamento e i poemi greci, come se l’unico modo per rivitalizzare nel presente la “corda pazza” della sua poesia fosse quello di trascinare a sé il lembo più lontano, quello che affonda nelle viscere della nostra cultura.
Con Marinai, profeti e balene, doppio cd che lo stesso Capossela definisce un’opera “ciclopedica”, questo rapporto con le origini e il mito viene ulteriormente intensificato. In particolare ciò viene fatto nella seconda parte dell’opera, quella che l’autore definisce “omerica e mediterranea”. Ed è proprio sull’idea di Mediterraneo che Capossela insegue che conviene spendere qualche ragionamento.
Da anni, ormai, è impossibile scindere la sua musica dal mare, dalle “cose salmastre” e dalla loro letteratura, in particolare Moby Dick di Melville e La linea d’ombra di Conrad. Si pensi anche, ad esempio, al bellissimo ciclo di trasmissioni radiofoniche da lui condotte qualche anno fa su Radiotre, Ricapitolazioni: un viaggio nel suo mondo, tra una cosa e l’altra del mare nostro. Il Mediterraneo di Capossela guarda decisamente a oriente, si nutre dell’incontro tra il levante nostrano e il levante balcanico e mediorientale. Ma c’è anche dell’altro, in questa galleria di aedi, sirene, madonne dei naviganti. C’è ancora l’incontro con i nostri miti più antichi.
In «Dimmi Tiresia», ad esempio Capossela canta a proposito della durezza del profetare: Dimmi Tiresia, / Tu che dimentichi e ricordi e poi dimentichi / E così purifichi / A che mi servirà sapere / Saper il mio destino come già deve compiersi / E poi non esser più creduto dai compagni. Qui siamo nell’Odissea, nell’enigma di fondo dell’Odissea, come anche nella bellissima «Nostos», in cui l’Odissea finisce per mescolarsi alla Divina Commedia. Il nostos di Ulisse si spinge oltre le colonne d’Ercole, fino alle terre retro al sol e sanza gente. Ma a proposito di Itaca, la piccola isola da cui tutto ha avuto inizio, Capossela canta: Ma a ritornare ora / La troveremmo vuota di gente e piena di sonno / Itaca ha dato il viaggio, Itaca ha dato il viaggio, / L’hai avuta dentro, ma non ci troverai nessuno.
E qui, forse, dopo questa carrellata di miti e religioni, siamo arrivati al cuore della questione. Qual è lo sguardo di Vinicio Capossela sulle cose del mondo? L’utopia è davvero utopia, non è possibile trovarla, realizzarla né tanto meno abitarla in nessun luogo. La purezza delle origini non esiste, e quando c’è stata, non è più recuperabile. Indietro non si torna, e non resta che la malinconia del ricordo. Ma anche andare avanti è cosa molto difficile. Per questo, non ci resta che rimescolare nelle macerie di ciò che è stato, e magari raccogliere qualche coccio e tenercelo stretto. Non avendo paura di riconoscere – come nell’albume precedente – che il paradiso nostro è questo qua, fuori dalla grazia, fuori dal giardino…
Indagare il mito, la tragedia, i poemi greci, il mare come metafora, l’eterna lotta contro la balena bianca, è forse l’unico modo per restituire il rapporto con il Mediterraneo alla sua essenzialità, liberandolo anche dai tanti luoghi comuni che negli ultimi dieci-quindici anni hanno finito per diventare dominanti. Allo stesso tempo, le sonorità che Capossela ricrea sembrano liberarsi della chiassosità del presente, riprodurre quasi una dimensione onirica, e ribadire un concetto fondamentale: sul piano musicale, prima ancora che razionale, il mare è il luogo di incontro di culture diverse, di un oriente e di un occidente, di un nord e di un sud.
Molti potranno considerare questo percorso a ritroso come “inattuale”. Ma cosa oggigiorno può definirsi davvero attuale o cosa inattuale? E se invece fosse proprio l’inattualità di Capossela a permetterci di osservare le cose in maniera diversa? A liberarci dai punti vista comuni, sulla musica e non solo sulla musica?
Sarà forse un paragone azzardato, ma ascoltando Capossela viene da ripensare all’attualissima inattualità di Carmelo Bene, e in particolare alla sua ultima opera, In-vulnerabilità di Achille, funesta riflessione sull’eroe omerico, sulla sua debolezza e sull’impossibilità (non solo sua) di stare al mondo.

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