Violetta Bellocchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/violetta-bellocchio/ un blog di approfondimento culturale Sat, 03 Nov 2018 06:38:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Violetta Bellocchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/violetta-bellocchio/ 32 32 Il mondo che impazzisce: “La festa nera” di Violetta Bellocchio https://minimaetmoralia.it/letteratura/mondo-impazzisce-la-festa-nera-violetta-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/mondo-impazzisce-la-festa-nera-violetta-bellocchio/#respond Sat, 03 Nov 2018 06:35:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38530 Photo by Andrei Lazarev on Unsplash

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove,la collana diretta da Michele Vaccari e inaugurata di recente da Chiarelettere con un primo titolo, Il grido di Luciano Funetta.

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Photo by Andrei Lazarev on Unsplash

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove,la collana diretta da Michele Vaccari e inaugurata di recente da Chiarelettere con un primo titolo, Il grido di Luciano Funetta.

Il secondo romanzo, La festa nera, lo firma Violetta Bellocchio e si concentra su quell’impulso a raccontare un mondo che impazzisce (o forse no, forse non fa altro che procedere fisiologicamente verso un suo esito inevitabile) e decade, un tessuto che, divenuto canceroso, si rivela al contempo distrutto e vitalissimo; un impulso espressivo –un vero e proprio istinto visionario – che assumendo in Italia come matrice Landolfi, Buzzati, Wilcock e in particolare Dissipatio H.G. di Guido Morselli – si innerva in opere che vanno da Bambini bonsai di Paolo Zanotti a Sirene di Laura Pugno a L’uomo verticale di Davide Longo.

In un tempo dunque così prossimo da essere solo formalmente distinto dal presente, un tempo in cui il nomadismo – di fatto un rinnovare di continuo la percezione dell’altrove – è la modalità principale dell’abitare, e in uno spazio puntiforme organizzato in colonie, Ali, Misha e Nicola percorrono la Val Trebbia per girare «un documentario su persone disperate che fanno cose disperate», sempre in cerca del punto di intersezione tra «lo strano, il triste e lo scuro», ininterrottamente constatando che la realtà, per com’è stata intesa, non c’è più, si galleggia in un amnios di benzodiazepine, la donna è la malattia dell’uomo e la misoginia non è una circostanza isolata bensì l’endoscheletro di ciò che resta della vita associata.

Attraverso una narrazione percussiva in cui azioni e pensieri si compongono per frammenti, Violetta Bellocchio rende percepibile la festa nera del presente, la sua sostanza diasporica, l’indistinguibilità di fuga e ricerca, la vergogna come origine, il crollo come struttura, la fine permanente: il sentirsi reduci – di una lesione tanto più traumatica quanto appare difficile da decifrare e mettere in scena – come stato d’animo diffuso e naturale.

Quando l’esperienza profonda di cosa sia un essere umano si dissolve e la gente non è altro che una massa dispersa di solitudini, allora l’unica constatazione possibile è che ciò che poteva cambiare è già cambiato: benvenuti nel mutato.

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Dove credi di andare https://minimaetmoralia.it/altro/dove-credi-di-andare/ https://minimaetmoralia.it/altro/dove-credi-di-andare/#respond Mon, 24 Sep 2018 07:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38094 di Violetta Bellocchio

Il dettaglio che illumina il quadro è la sua mano chiusa sulla mia spalla sinistra che mi tira all'indietro, la sua voce bassa che mi dice, dove credi di andare. Mi fermo seduta sul letto. Sto pensando, sì. Il mio ragazzo non capisce. Troppo?, mi chiede. No. Lui mi piace un sacco, mi tratta bene, per ora, e soprattutto non ha alcun potere su di me, vero o finto. Il gusto della sottomissione non ce l'ho mai avuto, ma questo è diverso, è un gioco: giochiamo.
Lo stesso, una piccola linea voglio tirarla. Allora gli chiedo se ha una parola di sicurezza. No, dice lui, gli occhi a terra. Forse ci è rimasto male. Mi viene in mente l'immagine tatuata sul braccio di un amico che non vedo da tempo. Melograno?, suggerisco. Il mio ragazzo non vuole. Mi guardo intorno, faccio un secondo tentativo – valanga – troviamo l'accordo e la situazione si raffredda, il momento è passato.

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di Violetta Bellocchio

Il dettaglio che illumina il quadro è la sua mano chiusa sulla mia spalla sinistra che mi tira all’indietro, la sua voce bassa che mi dice, dove credi di andare. Mi fermo seduta sul letto. Sto pensando, sì. Il mio ragazzo non capisce. Troppo?, mi chiede. No. Lui mi piace un sacco, mi tratta bene, per ora, e soprattutto non ha alcun potere su di me, vero o finto. Il gusto della sottomissione non ce l’ho mai avuto, ma questo è diverso, è un gioco: giochiamo.
Lo stesso, una piccola linea voglio tirarla. Allora gli chiedo se ha una parola di sicurezza. No, dice lui, gli occhi a terra. Forse ci è rimasto male. Mi viene in mente l’immagine tatuata sul braccio di un amico che non vedo da tempo. Melograno?, suggerisco. Il mio ragazzo non vuole. Mi guardo intorno, faccio un secondo tentativo – valanga – troviamo l’accordo e la situazione si raffredda, il momento è passato.

Ci siamo separati due giorni dopo, perciò non starà a me sapere se tra le abitudini domestiche dell’uomo che per un breve periodo ho amato c’era sempre l’introduzione di possesso e controllo come variabili sessuali o se una bella domenica pomeriggio lui aveva deciso di sfregare fiammiferi senza pensare che magari ci si poteva incendiare la casa. La seconda, a occhio. Lui mi conosceva. Aveva letto il mio materiale inedito – era quel tipo di relazione – e forse lo faceva soltanto perché sono carina, ma tendeva a darmi ragione quando, a proposito di verità e nonfiction, io dicevo che non raccontiamo una storia, a volte, perché abbiamo paura che la storia non sia abbastanza buona. Poi la gente magari si incaponisce sulla parola fuori posto. Tutti dietro ai dettagli maniacali – il ragnetto, la matitina – e il quadro d’insieme va a farsi benedire. Allora ci convinciamo che per essere ascoltati si debba sempre dire la cosa giusta al momento giusto con il tono giusto. Ma nessuna storia è inattaccabile. Non esiste un numero di scontrini tale da comprovare i fatti personali pagina dopo pagina. C’è sempre un vizio di forma che li altera, li intacca.

Ad esempio, per parecchi anni, sono stata quasi convinta che sul comodino accanto al letto singolo su cui sono stata stuprata ci fosse una copia del Diario di Anna Frank nell’edizione economica da poco pubblicata dal quotidiano L’Unità. Era il periodo: i libri allegati ai giornali, li compravi in edicola. Col senno di poi, credo che non sia vero. Credo di aver inserito nella scena un oggetto molto facile da vedere nelle stanze degli altri. Un libro che avevo preso in prestito in biblioteca, in un’altra edizione, e avevo letto alle scuole medie.

La ragione per cui il dettaglio mi suona falso è che io, di quella casa, non ricordo nient’altro. I mobili, le pareti? Scomparsi. So soltanto che è successo in una casa di Roma, un palazzo normale, forse l’ultimo piano, dovessi dare l’indirizzo, direi, forse era un pochino dopo Campo de’ Fiori? Mi sembra di essere passata da lì.
Quello che ricordo: la sua faccia, i suoi occhi, chiusi, il suo odore, la voce, i rumori, la posizione in cui sono stata tenuta ferma.
Lo stesso giorno ho conosciuto sua madre.

Quando avevo da poco compiuto quindici anni sono stata stuprata da un uomo che ne stava per compiere venticinque. Aveva gli occhi neri. Per alcune settimane sono stata la sua sposa bambina. Lui mi chiamava occhioni. Era una persona che mi piaceva e di cui mi fidavo, con cui c’era già stato un contatto fisico semi-consensuale, e con cui, se avessi potuto scegliere, penso sarei arrivata a fare quello che mi è stato imposto.
Ero a Roma per il weekend. Ci siamo visti. Siamo stati in un bar, credo, poi siamo andati a casa sua. Non l’ho chiesto io. Forse lui ha detto, vuoi vedere casa mia?
Forse ha detto, andiamo a casa?
Per quattro o cinque settimane, prima, forse sei, c’era stata un’escalation. Ero stata puntata in una maniera che oggi mi sembra implacabile. Regali, lettere, telefonate, telefonate che mi mettevano a disagio e un po’ mi piacevano, perché certe cose, a voce, non me le aveva mai dette nessuno. Il Corano in edizione economica. Un CD o una cassetta. Tante telefonate. Lunghissime, duravano ore, fatte o ricevute in almeno quattro case diverse. Non so se mi abbia detto di essersi innamorato, ma non credo, e anche se fosse.

È successo a Gennaio o Febbraio del 1993. Era sabato. Mattino tardi. Avessi ancora il diario dell’anno, avrei segnato la data.
La cosa è cominciata con un abbraccio a cui ero abituata ed è proseguita in una direzione diversa. Mi ha preso, mi ha messo in posizione e ha fatto tutto lui. È andato dritto. Non mi ha chiesto niente.
Io sono rimasta ferma.
Non l’ho mai detto a nessuno.
E nessuno ha mai chiesto. Quando, tra i trentanove e i quarant’anni, sono stata io a parlare, a voce alta, prima ai miei genitori, poi agli amici stretti, in un caso mi sono sentita rispondere: ho sempre pensato che ti fosse successo qualcosa.
In un altro – una donna più giovane, molto brillante, una collega – mi sono sentita rispondere: per la sorpresa di nessuno, proprio. Ecco, lì ho riso. Un sollievo.
Lo stupro è l’occhio nero che mi sono portata in faccia per venticinque anni e che si è infilato in tutto quello che ho scritto.

È possibile che quanto mi è successo sia stato adescamento puro, in inglese si usa il verbo to groom e il sostantivo grooming: è quello che fanno i pedofili quando selezionano un bambino o un ragazzino, maschio o femmina, lo isolano dal gruppo dei coetanei, lo fanno sentire speciale, attenzione, regali, complimenti, e poi procedono quando sono certi di averlo in pugno. Lo stesso verbo si usa per l’abbellimento degli animali domestici: la rasatura della pelliccia, il taglio delle unghie. Lo si usa anche per le situazioni in cui una persona potente si sceglie il successore – il delfino, l’erede – e lo ammaestra a dovere in termini di futuri privilegi e responsabilità: lo prepara a muoversi nel mondo, e quindi lo manda avanti, lui.

È anche possibile, però, che non ci sia stato niente di tanto calcolato, o lucido, nell’escalation che ha portato allo stupro, che quindi sarebbe soltanto il frutto del caos sessuale della mia cultura di nascita in quegli anni, per cui i bambini e i ragazzini, anche più piccoli di me, venivano considerati terreno di caccia libera per gli adulti: eravamo, per loro, pronti a tutto, e disponibili per nostra stessa natura. Grati di ricevere attenzione.

Sul contesto socio-economico e sul milieu culturale che ha dato alla luce il mio stupratore ci sarebbero da scrivere trenta pagine. Non ci penso neanche. Sto provando a dire una cosa, non a lanciare una caccia alle streghe, o, peggio, una partita collettiva a Indovina Chi?. Ma non posso nemmeno mentire su certi dettagli. Vi basti sapere che c’è un piccolo Circeo nelle vite di parecchie persone, che quando parlate di quanto faccia schifo la classe dirigente di questo paese io vi sto bussando sulla spalla, mi schiarisco la gola e sussurro, non ne avete idea, quanto abbia sempre fatto schifo, ma sempre, che l’essere la nipotina del regista non mi ha protetto da nulla e forse ha contribuito a creare quella situazione, e che il libro più famoso di Edoardo Albinati non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo.

Dei gusti individuali dell’adulto che mi ha circuito, però, parliamone pure. Gli piaceva molto un film sottovalutato di Michael Mann, La fortezza (mai visto, né allora né oggi). La sua ragazza ideale era Mariel Hemingway in Manhattan. Piangeva come un bambino, testuali parole, ogni volta che vedeva Lo specchio della vita, un melodramma di Douglas Sirk. (Io ci ho messo vent’anni a vederlo, e ho pianto come una fontana.) E leggeva un manga famoso – primi anni ’90, il fumetto giapponese è una cosa per pochi, l’élite, d’avanguardia: stiamo avanti – un manga che si intitolava Video Girl Ai. Me lo citava spesso. Video Girl Ai.
L’inverno passato sono andata a leggere il riassunto su Wikipedia. Il protagonista è un liceale imbranato che non riesce a uscire con le ragazze, affitta una videocassetta magica e diventa amico della piccola video girl che dovrebbe iniziarlo alla vita sentimentale, ma poi si innamora di lei.
A questo punto, ho pensato, facciamo pure scendere la pila del cinema francese estremo che ho in arretrato. Tanto peggio di così. Mi sono messa a guardare Nocturama e mi ha preso talmente male che quella notte ho dormito sul pavimento del soggiorno di una mia amica.

A quindici anni sono stata scelta, nelle intenzioni o solo nei fatti, per sostituire la fidanzata con cui il mio stupratore si era lasciato da poco. Quando si erano messi insieme, lui aveva diciannove o vent’anni, lei la mia età, quindici. Credo che gli fosse arrivata vergine.
A maggio di quell’anno lui mi ha detto che si era rimesso insieme alla ragazza che aveva avuto prima di me, e che, facendo due conti, allora come oggi, aveva raggiunto un’età legalmente scopabile. Mi ha detto: c’è stato un incontro al vertice. Mi ha detto che erano andati fuori a cena al giapponese e lui aveva speso un sacco di soldi. Forse mi ha anche detto la cifra.
Le cose, però, non devono essere andate lisce, l’estate, perché in autunno lui mi ha cercato di nuovo.

L’atto in sé sarà durato cinque minuti.
Mi sono alzata, dopo – non ricordo chi tra i due si è alzato per primo – e sono andata in bagno. Avevo ancora addosso i due maglioni con cui ero entrata in casa. Lui a un certo punto aveva sbuffato, infastidito, perché io ero troppo vestita, però mi aveva spogliato il minimo indispensabile. Forse solo il reggiseno slacciato. Una vita e un abuso di serie B. Stateci.
Mi sono guardata allo specchio e per molto tempo non ho smesso di vedere quello che ho visto allora: gli occhi infossati, la pelle del viso distrutta, e una fissità di espressione micidiale, come se avessi appena preso una scarica di botte dietro la testa.
Adesso cosa devo dire.
Adesso cosa succede.
Che fine farò.
Vent’anni dopo, in un contesto innocuo, giuro, ho preso un calcio al plesso solare, ho visto tutto nero e per un giorno mi è venuto da vomitare. La faccia credo sia stata la stessa.
Per molto tempo, quando mi succedeva qualcosa di brutto e improvviso, ho avuto la stessa faccia. Mi congelavo. Non parlavo: non protestavo. Restavo in silenzio.

Sua madre, sì, la madre, che prima dello stupro è comparsa sulla soglia dell’appartamento – l’avevo dimenticata e poi mi è tornata in mente: mi ha fatto impressione, una donna infagottata, che mi sembrava vecchissima e avrà avuto cinquant’anni, ma la sua faccia era la mia, uguale, gli occhi sbarrati erano i miei – sua madre non so perché stava lì: forse abitavano nello stesso palazzo su piani diversi, forse c’era in ballo una commissione da sbrigare. Non so cos’abbia pensato vedendo che a casa del figlio adulto c’era una bambina. Credo che mi abbia presentato per nome – lei è Violetta – ma non so se abbia mai detto qualcosa. La fidanzata, l’amica? Ci sono mai state domande?

Determinate forme di violenza ti portano a perdere umanità. Non sono più stata una persona, dopo. Mi piacerebbe sapere se prima lo ero – di ricordi sicuri ne ho pochi: sciatta, incasinata, velletaria, asociale, nessun senso dei limiti, leggevo, mettevo le inserzioni sui giornalini per trovare amici di penna con cui parlare dei film (oggi circolano gli screenshot e la gente si chiede se siamo la stessa Violetta), un vestito di lana verde chiaro su cui portavo una camicia nera aperta, acciuffare la ragazzina per la collottola, spogliarla e rivestirla da zero, grazie: una figlia unica di città, non tanto male, in fondo – però ero anche molto piccola, non una persona. Frequentavo il secondo anno di una scuola superiore dove non mi ero inserita, e i pochi amici che ero riuscita a farmi, prima, la compagna di terza media a cui volevo bene, avevano qualcuno cambiato città, qualcuno andava in un’altra scuola.
Esisteranno di certo adolescenti e bambini dotati di una precocità reale in fatto di desideri sessuali. Io non lo ero per niente. Io volevo farmi toccare poco.

Scappare da quella stanza? Io nemmeno ricordavo più che ci fosse una porta.

Nel sottofinale del primo Nightmare il mostro viene sconfitto quando la ragazza, Nancy, gli volta le spalle. Si rifiuta di credergli, anche se è stato lui a ucciderle gli amici, la madre. Nancy si volta dall’altra parte e dice: tu non sei niente. Sei finito.
E questo basta, per un po’. Lo ferma: la salva.
Ma io non sono Nancy. E non funziona così.
Nel finale del quarto Nightmare, Nancy è morta da un pezzo e c’è una nuova ragazza in città, Alice. Siamo tutte sostituibili. Alice riesce a uccidere il mostro prendendo uno specchio e mettendoglielo davanti alla faccia. Ma non basta mai. Il mostro è l’attrazione per cui il pubblico va al cinema, e quindi, in un senso o nell’altro, bisogna sempre trovare il modo di riportarlo in vita, e buttarlo sulla strada di nuove persone giovani da far morire malissimo, altrimenti addio serie. La ferita va riaperta, ancora e ancora.

Nei mesi in cui cominciavo a dire a voce, e poi a scrivere, una storia su cui avrei potuto fare chiarezza in centinaia di occasioni – di questo parliamo quando parliamo di corresponsabilità – mi sono tornate in mente, dal nulla, perché lì c’era il nulla, un mucchio di cose. La memoria ti strappa le unghie quando non stai guardando, credo di averlo scritto io.
Ad esempio: in realtà, di ragazzini miei coetanei che cominciavano a girarmi intorno, in quegli stessi mesi, dopo l’estate, ce n’erano diversi. E molto diversi tra di loro. Un amico di amici, carino forte, che faceva il liceo artistico; uno che andava nella mia stessa scuola in un’altra sezione, un conoscente di lui. Iniziavano ad esserci le feste il sabato sera.
Io ero strana comunque, mi sentivo molto sola, in parte lo ero: in parte non lo ero per niente. Una buona amica ce l’avevo.
Ma un ragazzino di tredici, quattordici, quindici anni non ti riserva gli argomenti e la dedizione di un uomo adulto. A volte ti chiama, a volte no, a volte sei tu che non chiami lui. Non ti dice che sei speciale. Non ti circuisce. E quando un ragazzino della tua età – altro ricordo, arrivato ora – dice alla tua amica che tu sei bella, perché un po’ sei ancora una bambina e per altri versi sei una donna, tu magari gli dai ragione, ma non sai come prenderla. Non ti senti scelta.

E ho trovato una fotografia, scattata l’estate dopo lo stupro, durante una vacanza-studio – tre settimane in un sobborgo di Dublino, scuola famiglia scuola famiglia parchetto comprare CD in centro, leggere la parola stupro e la difficoltà del guardarsi allo specchio in un libro di Stephen King, niente cinema però finire, in nome di chissà cosa cazzo, a riguardare un film in VHS a casa d’altri, Robin Hood, forse, che era ed è sempre stato molto brutto – in quella foto, io sono normale: rido. E sono una ragazza carina. Un corpo sano e magro per quell’età, fianchi giusti, una maglietta a righe, un bel sorriso, tanti capelli. Gli occhi chiusi per il sole. Il braccio intorno alla vita del mio nuovo amico, un fanatico di giochi di ruolo.
Quella faccia io non la vedevo.
Ne ho sempre vista un’altra.
Per anni non ho voluto essere fotografata.

Mi chiedo quanto la violenza mi abbia spinto verso certi materiali – lo strano, lo scuro, le storie vere, il contenuto forte, la pornografia amatoriale zeppa di refusi, i fumetti di Jessica Jones, i romanzacci abbandonati sulle bancarelle, i documentari sulle sette – e quanto invece sia successo il contrario. Non sono sicura che esista una risposta reale.

Conoscete il monologo interiore che accompagna chi ha subito un abuso sessuale. Avete letto qualche libro, avete visto persone parlare su uno schermo con la faccia nascosta: sapete tutto. La mortificazione bruciante, se non ci siete passati, vi manca, ma le parole le conoscete.
È colpa tua. Te la sei andata a cercare. Cosa pensavi che potesse succedere. Sei una troia.
Al mio monologo possiamo aggiungere: sei stata tu a entrare in quella casa. In realtà ci stavi. Non hai detto niente. Perché non hai detto niente? Prima sì e poi no? Non vali niente.
Tu non sei niente.

Dopo lo stupro sono stata cancellata. Un po’ alla volta. Le telefonate sempre più brevi e più rare, fatte di malavoglia, finché lui ha smesso di chiamare.
Io sono andata fuori di testa. Gli intasavo di messaggi la segreteria, una volta gli ho persino spedito un telegramma firmandolo con un altro nome. Lili. Ricordo la voce dell’impiegato postale. Avessimo vissuto nella stessa città, mi sarei piantata sotto casa sua a controllare, spiare, pretendere risposte.
Se avessi finto che mi piaceva, o se mi fossi mossa un po’, forse. No, non credo. Io ero un corpo nello spazio. Io non ero niente.
Non sono rimasta incinta. Non ho tentato il suicidio – nemmeno i gesti dimostrativi, la manciata di aspirine e i taglietti, o l’ideazione suicida, per cui ci pensi ma non lo fai: quella è arrivata dopo – ma credo che in quei mesi non mi sono ammazzata soltanto perché non la consideravo una possibilità, una cosa materiale che potevo fare sul serio. Tra l’altro, anni prima della mia nascita, in famiglia c’è stato un suicidio per depressione, un fratello minore di mio padre, e all’epoca mi avevano già detto che si era impiccato (non in casa, però, e non il giorno di Santo Stefano). Sta’ a vedere che alla fine sono sopravvissuta soltanto per essere diversa dalla generazione precedente, e che con lo stesso spirito ho evitato altre tare di famiglia, come la psicosi e il delirio allucinatorio. Sarebbe abbastanza buffo se così fosse.
Per il resto, ricordo il vuoto in cui sono caduta.

Altra cosa che mi è tornata in mente. Una telefonata assurda. Io e lui. Pomeriggio. Forse mi ero lamentata per la scuola. E lui, di botto, ha cominciato a gridare. Mi ripeteva, vorrei averceli io questi problemi. Ci starei io, al posto tuo, con la versioncina. Pronunciava la erre in maniera tale che la parola versioncina, ecco.
E invece di dire, ma cosa vuoi da me?: invece di dire, ma perché te la stai prendendo con una che fa il secondo anno delle superiori?, io sono stata zitta.
Da sposa bambina a sorellina ingrata è un attimo.
Quindi forse il mio stupro era un tentativo di tornare sui banchi di scuola fuori tempo massimo. Forse era una punizione. E forse lui voleva vedere fino a quale punto avrei accettato di restare muta pur di ascoltare la sua voce.

Per mesi non ho aperto libro. Restavo indietro, ogni giorno che non facevo i compiti aumentava la distanza tra me e gli altri, la mole di compiti arretrati e capitoli da leggere. Ogni scusa era buona per saltare la scuola, entrare alla seconda ora, imbucarmi nell’ufficio dell’assistente sanitaria dicendo che non stavo bene in modo da tentare di non essere in classe durante le interrogazioni. Quanto tempo a fissare le pareti dell’anticamera, ma non ricordo quali poster ci fossero appesi. In classe mi hanno messo in banco da sola. Tanto non ci sei mai.
Come tutti gli scrittori giovani che a stento sanno se sono morti o vivi, ho saccheggiato quei mesi facendoli attraversare a un personaggio del mio primo romanzo, a cui ho avuto cura di dare una provenienza, una famiglia e un’estrazione sociale diverse dalle mie, e che, soprattutto, era una bella donna. Ma i pezzi migliori di quella storia erano i miei. Il doppio maglione, forse triplo, l’ho fatto mettere a lei; il dettaglio sul Diario di Anna Frank è un dubbio che ho piantato in testa anche a lei.
Ci sono cose che non credo di aver raccontato bene. Le mattine passate seduta o in ginocchio sul pavimento del soggiorno, davanti alla televisione, il videoregistratore acceso, avanti veloce indietro veloce fermo immagine stop, io che scattavo fotografie a un fermo-immagine del mio film preferito, per catturare il momento subito prima che i due protagonisti si diano un bacio. Non il bacio: il momento prima. Ora non distinguo tra la macchina fotografica usa e getta, e la Polaroid di cui non avevo mai abbastanza rullini. Non si dice rullino. L’altra cosa. Sono stanca.
I pomeriggi in cui mi trascinavo fuori di casa, facevo, a piedi o in tram, la strada che mi separava dal centro, e cercavo qualcosa per ammazzare il tempo. Milano era piena di cinema, e ogni tanto ci andavo, ma più spesso non facevo nulla. Andavo alle Messaggerie Musicali a comprare Smash Hits. Guardavo le locandine. (Anni passati a guardare i trailer di Nightmare senza vedere il film intero: giorni piantata davanti al manifesto della sala parrocchiale che dava Buio Omega.) Rimbalzavo come una palla sgonfia per le stradine dietro Corso Vittorio Emanuele. Ho visto due volte Cicciolina, che faceva gli spettacoli al Teatrino, un locale, credo oggi chiuso, a un passo dal Duomo. La seconda volta l’ho vista che fumava una sigaretta lunga e sottile con la schiena contro una colonna del porticato, aveva una giacchetta a fiori, i pantaloni neri e gli occhiali da sole. Era bella, era ferma, e totalmente alienata da quanto le succedesse attorno.
Videocassette, cinema, Smemoranda, quella nera e quella azzurra, pornostar in pausa di lavorazione, il tuo stupro è legato a triplice filo ai consumi e ai dispositivi tecnici del periodo.
Un pomeriggio di primavera sono andata al secondo spettacolo a vedere Candyman – Terrore dietro lo specchio. Il database affidabile dice che è uscito il 25 marzo del 1993: i film restavano in cartellone molto più a lungo, allora, quindi potrebbe essere stata la fine di marzo o l’inizio di aprile. Non sapevo niente. Volevo solo stare fuori casa. Sono andata al cinema Pasquirolo, che oggi ha chiuso. Era una sala sotterranea di media grandezza dove si scendeva con cinque rampe di scale e dentro i muri si sentiva passare la metropolitana. Di gente ce n’era. Mi sono seduta nella stessa fila di una signora bionda, sola, per stare più tranquilla, ma ho lasciato almeno due posti tra lei e me. Forse ho detto buongiorno. Appena spente le luci, alla nostra sinistra, è cominciato un lungo struscio omosessuale di maschi che andavano e venivano dal bagno, non saprò mai se mercenario o per libero sport. I cinema di Milano negli anni ’90 erano tutti uguali, ma il Pasquirolo era proprio plateale. All’Excelsior l’estate prima avevo preso i pidocchi perché ci andavano a dormire i barboni. Mi sono sforzata di tenere gli occhi sullo schermo, la bocca coperta con il bordo del maglione, annusavo il mio odore.
Dettagli attaccabili: cosa ci faceva una donna di mezz’età al cinema a guardare Candyman alle cinque di pomeriggio, un pomeriggio infrasettimanale, per giunta? Eppure c’era, la bionda signora, e stava lì dubbiosa, quasi volesse controllare quel film dove intendeva andare.
Candyman è la storia di un fantasma che ammazza persone a caso. Pronunciate il suo nome per cinque volte guardando il vostro riflesso in uno specchio, e lui arriva. Una volta era una persona: un nero che stava con una bianca, e che era stato ucciso per quello. La storia è raccontata dal punto di vista della donna bianca che indaga, per accademia, su quella che crede essere una leggenda metropolitana.

Alla fine il fantasma viene sconfitto. Ma niente finisce mai: il suo posto dietro lo specchio viene preso dalla donna, che è morta. È il nome di lei, adesso, a innescare l’incantesimo.
Non ci ho capito niente. Volevo vedere un film dell’orrore normale, di quelli con l’assassino che rincorre i ragazzini tutti uguali, e mi ero presa in faccia una cosa molto più strana, più dura e scostante di quanto credevo. Una cosa che dice a sua volta cose sulla razza, sul rimosso, sulla cancellazione di chiunque dia fastidio al potere e all’ordine costituito, e che oggi, lo so, erano molto in anticipo sui tempi. Allora sapevo solo che dovevo tornare a casa e aspettare la mattina del giorno dopo.

A maggio ho studiato quello che potevo. A stento ho finito l’anno scolastico, ma non mi hanno bocciato. Di base credo che abbiano avuto pietà, e non li ho ringraziati. Tanto poi cambia scuola, avranno pensato: lasciamola andare e chiudiamola qui. Anzi, la mia professoressa di Italiano, una quarantenne ciellina che però non era un mostro né ce l’aveva con me, commentando i miei voti di uscita ha detto: certo non hai più la brillantezza di prima.

Il diario l’ho buttato nella spazzatura, dei vestiti credo di essermi sbarazzata mettendoli nel sacco da donare alla Caritas, i regali e le letterine li ho gettati via (oddio, forse addirittura bruciate sul davanzale di una finestra le lettere: no, quello è successo dopo). Ho fatto finta che non fosse successo niente. E sono andata avanti.

Ho sedici anni. È sera. Suona il telefono in corridoio. Vado a rispondere, i miei stanno guardando la televisione in soggiorno. È lui. Mi dice che si sta trasferendo a Milano per lavoro. Io frequento un’altra scuola e sto con un ragazzino della mia età. E quindi?, gli chiedo. E lui: devo far finta che a Milano non conosco nessuno?
Gli rispondo di andare a morire. Gli urlo in faccia per tre minuti, e lui insiste.
Quindi a Milano non conosco nessuno?
Quindi a Milano non conosco nessuno?
Quindi a Milano non conosco nessuno?
No. Sparisci.
Riaggancio.
Penso che abbiamo chiuso tutto e me ne sono liberata: fine. Mi sento grande, e brava.
Mi sbaglio.

A sedici anni ho ricominciato a studiare altrove prendendo buoni voti in media. Italiano sì, storia e filosofia sì, matematica e fisica no. Ho ricominciato a uscire con i ragazzi – non quelli che mi piacevano davvero, sempre quelli che corrispondevano di più al sagomato maschile del semestre. Alla maturità ho preso il punteggio massimo e agli orali ho portato una materia in più, lingua e letteratura inglese. Con la professoressa ho parlato di Jane Austen. Anni dopo mi sarei laureata in Storia del Cinema con una tesi su John Sayles, l’autore attraverso i generi, 110 e lode. Di quello che ho studiato, non ricordo niente. Solo un esame all’università su cui ero rimasta piantata per mesi, non riuscivo ad aprire mezzo libro, e volevo mollare tutto senza avere nessun piano alternativo. Mesi di vuoto in cui ascoltavo molta musica con gli auricolari, curva sul computer.

Negli stessi anni ho cominciato a dire e a non dire. Male, ovviamente. Ho scritto una lettera a un uomo, giovane, con cui ogni tanto andavo a bere in un pub di piazzale Lodi, e che collaborava alla mia stessa rivista, e che ha commentato dicendo l’unica cosa da dire: ma porca troia. Ho scritto una lettera, o una mail, all’amico canadese raccattato sul forum dei Pavement, un poverino, non se l’aspettava e non se lo meritava, anche se a casa sua avevano girato un film minore con Richard Gere. Tutto vero: io dico solo la verità. Però, a voce, non ho detto niente a nessuno.
Negli stessi anni, unica parte della mia storia in cui posso usare il sostantivo vergogna per esprimere uno stato d’animo, non ho creduto a quello che raccontavano gli altri.

Io non sono una vittima. Fatico a considerarmi tale, dato il contesto e la dinamica dei fatti, e il vuoto in cui ero piombata, anche se non siamo comunque lontani.
Non sono nemmeno una sopravvissuta, una parte lesa, o una thriver: la lingua inglese è già avanti, da survive siamo passati a thrive, molto in voga per le malattie gravi, per cui da un cancro non solo si esce sulle proprie gambe ma si esce migliori e perfino più sani di prima, si brilla, si splende, si domina.
Io sono la cosa che cammina dietro le pareti della stanza. Il rumore dei passi, il tonfo da dentro il muro. Io sono la cosa che vive dentro lo specchio.
Io sono quella cosa.

Tra i sintomi più comuni della violenza sessuale sul tempo lungo: ansia, depressione, abuso di sostanze, difficoltà a stabilire il proprio valore.
Nel mio caso individuale: scoppi di rabbia, difficoltà ad accettare di avere un corpo, oscillazione tra alto e basso, incertezza patologica riguardo la desiderabilità del potere, buttarsi in grembo a chiunque ti presti attenzione salvo poi ritrarsi di scatto, afferrare qualsiasi lavoro venga offerto, anche quelli orribili, nella ferma convinzione che se non ci si acchiappa a quella zattera si annega. Prendere decisioni affrettate e poi chiedersi: da qui, come ne esco? Scomparire.

Ho cominciato a lavorare quando ero molto giovane, somigliavo di più a un’attrice adolescente che a una scrittrice con ambizioni marcate, e non ho mai smesso, tranne quando, durante dieci, dodici mesi di pessime decisioni, ha rischiato di vincere il richiamo del vuoto. Ancora non riesco a vedere il lato buffo del frequentare un uomo che ti guarda in faccia e dice, la bellezza non è sinonimo di intelligenza, con il sorriso sulle labbra di chi per vocazione smista corpi femminili e maschili sul libero mercato del lavoro culturale, però forse, col tempo, e intanto oggi sono ancora qui.
Tre anni di lavoro li ho passati facendo una vita pericolosa, in cui non mi è successo niente di paragonabile a quello che mi è successo quando ero una bambina goffa. Decida il lettore se tossici e alcolizzati militanti sono, alla prova dei fatti, una compagnia migliore degli uomini di buona famiglia. (Sì. Sì, lo sono.) In quei tre anni, comunque, io producevo, tanto: libri no, non ancora, però centinaia di articoli, lunghi e brevi, parlavo alla radio quando serviva una femmina, andavo ai festival, stavo nel mondo.
Quelli sono stati gli anni in cui si è rifatto vivo.
E qui la mia storia si frantuma, diventa poco credibile.
C’è sempre un dettaglio che si lascia fuori dal quadro: al ragazzo con cui stavo all’inizio non ho chiesto se aveva una parola di sicurezza, magari, io gli ho chiesto se aveva una safe word, punto interrogativo, due bambini che giocano con i fiammiferi in una lingua straniera, here lies my one true love, born out of chaos and shadow; con l’adulto che ha abusato di me, diventata grande, io ci ho parlato e l’ho visto più volte. Volevo dimostrare che era acqua passata.
Via mail, mezze ammissioni da parte sua, di quelle che non ammettono niente, frasi qualsiasi su cosa poteva essere quel periodo, e un azzardo: forse, col tempo, la nostra storia era diventata una cosa bella. No, gli ho risposto, vaffanculo. E poi l’ho rivisto, sempre in pubblico, in mezzo alla gente, ma almeno cinque o sei volte.
E a un tipo che conoscevamo tutti e due qualcosa l’ho detta. Ora non ricordo cosa. Mi ricordo che ero arrivata a casa sua la mattina, a San Lorenzo, uscita da casa di un altro, ma a piacermi tanto era quel ragazzo, che faceva lo scrittore e aveva talento, non un altro. Stavo seduta in soggiorno, ho capito che tanto non mi voleva perché non ci aveva provato anche se mi aveva portato a bere la Peroni su una panchina davanti al Verano, mi dava appuntamento via SMS dicendo “ci vediamo al bar dei drogati, io porto il limone e l’accendino”, ed era una persona adorabile. Il divano era bianco. Qualcosa l’ho detta. Mai più visto. L’ho incontrato a una festa dieci anni dopo, quando si era sposato e aveva un figlio.
Andiamo avanti.
Lui leggeva e commentava il mio blog, ha cercato, poi, di seguirmi su tutti i social su cui io abbia avuto un profilo. A suo tempo, mi scriveva, aveva saputo anche di una piccola borsa di scrittura che avevo vinto.
Complimenti, mi diceva. Ho sempre saputo che eri una persona speciale.
Che posso dire, qui: meno male che non sono stata più speciale?
Cosa mi sarebbe successo, se fossi stata più speciale: mi ammazzava? Mi incatenava al muro della cantina come Elisabeth e mi lasciava lì? Chiedo per un amico.

Una volta a Roma mi ha portato a pranzo, sono sicura, al giapponese. Ero grande allora. Avevo la borsetta appesa allo schienale della sedia, stavo attenta a come tenevo le mani sul tavolo, e non ho collegato niente. Ho collegato adesso.

C’è stato un anno – non ricordo se i quindici o i sedici, voltare pagina e stare zitta – in cui una parete della mia camera, da bianca e vuota che era, l’ho tappezzata di fotografie degli attori, ma anche di singole parole o di paragrafi ritagliati dalle riviste di dischi libri e film. A parte l’ovvio (quante foto di Christian Slater), ricordo di aver staccato e incollato una frase di un regista allora molto alla moda nel giro critico e oggi dimenticato, Hal Hartley: ho solo talenti parziali, diceva, il cinema mi ha permesso di metterli insieme. La parete che non poteva restare vuota era quella a cui era accostato il letto singolo in cui dormivo.
Forse volevo che la mia camera somigliasse di più a quelle dei ragazzi che si vedevano nel cinemino americano del periodo. Felici o infelici, i loro muri occupavano spazio: parlavano di gusti, di ribellione, di aspirazioni. E forse ci vuole del metodo per non sopportare la vista della parete bianca a quindici sedici anni.
Due o tre stagioni più tardi, ho staccato tutto e l’ho buttato via.

Per alcuni anni, dopo i trenta, ho trovato una soluzione nel lasciare che di me si dicesse qualsiasi cosa. Io ero la parete su cui gli altri erano liberi di proiettare le loro immagini, le loro fantasie, le loro aspettative, persino. Le voci della mia ninfomania compulsiva ci hanno messo il loro tempo ad arrivare, però mi sono arrivate, alla fine. Arriva tutto. E i loro aggettivi. Sempre due. Quando l’aura del danno doveva vedersi tanto, ho cominciato a essere tormentata e intensa. Ne facevo una questione d’onore, di quanto poco mi interessava l’essere definita, e in certi passaggi cruciali – ma quelli sono arrivati dopo – non mi sono saputa difendere.
Col tempo, tormentata e intensa sono diventati sfuggente e sfuggente sono diventati coraggiosa e complicata  sono diventati fragilissima e instabile.
Non sono mai stata nessuna di queste cose. Ma nessuna delle persone con cui lavoravo, persone forse dotate di fede incrollabile nel quieto vivere e nell’ordine narrativo del mondo, era in grado di stabilire quale Violetta si sarebbe manifestata, tra la femmina che raccontava cose dure anche in televisione e la bambina sperduta che non apriva bocca se non per accendere una sigaretta dal mozzicone di quella non ancora terminata. Un margine di confusione ci stava tutto.
E in uno o due casi mi sono rifiutata di essere un accessorio. L’oggetto culturale che stava nel mondo appeso al braccio di un uomo. La prescelta: la discepola. L’ancella. Lei sì. Lei può. Leggetela: è brava.
Quello non l’ho voluto fare.
Non perché non volessi imparare, ma perché non volevo essere plasmata né coltivata da nessun altro.
E conosco il vuoto in cui si cade quando quell’attenzione viene a mancare, trova qualcosa di meglio, o di più urgente, rispetto a te.

Il potere non ha un sesso di nascita, ma assume tratti maschili per abitudine. Il potere sceglie. Lei è bella, lei si farà: ha una strada. E poi non essere niente. Lei non è capace, lei è bruciata: fine.
Il potere sostituisce.
La donna nel lavoro culturale occupa uno spazietto. Dorme in soffitta e indossa abiti smessi. Vive nell’attesa di un cenno del capo. Difende con rabbia i suoi quattro stracci. Se il padrone si ammala, lei è dispiaciuta. Se la casa va a fuoco, lei si butta tra le fiamme sperando di spegnerle.

La fatica immane che mi costa in questo momento parlare e scrivere in italiano.

Credevo che stando zitta mi sarei salvata, che l’unico modo di arrivare, presto o tardi, a occupare uno spazio mio stesse nel negare furiosamente – a me stessa prima degli altri – che mi fosse successo niente del genere. E comunque, se avessi aggiunto quella macchia a un profilo pubblico che anche prima del Corpo non era inattaccabile, figuriamoci dopo, non avrei lavorato più. Non avrei avuto un posto. Scordiamoci la rispettabilità, la normalità.
Solo che io non sono mai stata rispettabile, nemmeno quando sono finita nella celebre antologia dei migliori scrittori italiani under 40, e a scrivere quel racconto ci avevo messo settimane, con infiniti giri di editing per le micro-azioni e i beat narrativi, e sui dialoghi mi ci ero sfiancata, avevo consegnato per prima, la cocca della maestra, perché siamo in serie A: comportiamoci bene.
Alle presentazioni ero un pezzo di legno che non pareva aver scritto un capoverso di un racconto di finzione che due cose sulla sua adolescenza finiva per raccontarle comunque.
Alla presentazione di Milano, un autore della stessa raccolta, consapevole di stare sul palco e di avere un microfono in mano, ha detto che il suo racconto adombrava un’esperienza di pedofilia. E io, dopo, invece di andare da lui e chiedergli se voleva fumare una sigaretta e fare due parole, mi sono fiondata da un’altra autrice e ho chiesto, tutta affannata, a lei: ma questa è una cosa pubblica? Ma sta nella sua biografia ufficiale? La cena l’ho passata senza guardarlo.

Oppure. Prendiamo l’assenza di emozioni che ho sempre provato di fronte a quelli che per uno scrittore, bravo o non bravo, dovrebbero essere riti di passaggio: vedere il nome e cognome scritto sul giornale per la prima volta, l’inizio di una collaborazione, la copia fisica del libro, e poi le interviste, la TV. Io ero nervosa, a volte, ma non emozionata. Se mai, di fronte alle prove su carta, ho provato un senso di vuoto.
Sono stata io?
Non posso. Torniamo indietro.
Questo distacco si poteva scambiare per cattivo carattere. Forse lo era, perché no. È possibile che aver cominciato presto mi abbia tolto qualsiasi illusione sull’efficacia della parola scritta quando si tratta di avere un nome. Avevo sedici anni quando, per un altro caos di quinto livello, il vicino di ombrellone che mi ha sentito chiacchierare di X-Files, sono finita a scrivere qualche articolo, cinque?, per un quotidiano nazionale. Facciamo scrivere la ragazzina, in televisione c’è Ambra. Andavo alle superiori. E avevo diciannove anni quando sono entrata nel giro delle fanzine, delle piccole riviste. Il primo lavoro pagato sul serio ce l’ho avuto a ventitré. Mi sono professionalizzata più in fretta che ho potuto.
Il lavoro è stato l’unica cosa capace di darmi emozioni. Non le persone, non gli ambienti. Il lavoro materiale della scrittura. Aprire, eseguire, stare nel testo, la parola, la riga che deve filare, salvare, chiudere, spedire. Avanti un altro. Fare ricerca: andare a fondo, esaminare, consultare le fonti.
La prima volta che non ho avuto un moto di orrore nel vedere un lavoro stampato è stata quando ho tenuto tra le mani una copia della Festa nera. Questo l’ho fatto io, ho pensato. La prima volta che non mi sono intestardita nel non voler leggere le recensioni, anche. Avevo quarant’anni, avevo fatto il mio piccolo coming out in famiglia e tra gli amici, ero appena stata aggredita per strada, stavo negoziando un rapporto quotidiano sorprendentemente civile con le locali forze dell’ordine: non avevo niente da nascondere.

Ho scelto un mestiere pubblico, e poi ho avuto senz’altro una vita molto più pubblica, nel bene e nel male, di quanto abbia la maggioranza dei miei colleghi.
L’ho scelta, ma non l’ho scelta.
La tensione costante tra il desiderio di essere vista e la consapevolezza che se qualcuno ti vede, ti vede davvero, non va bene per niente.

È l’anno in cui esce Il corpo non dimentica. Ho trentasei anni, credo. Perdonate se vi ho incrociato e non mi ricordo di voi. Sono a Roma, presento il libro in un bel posto. La giornata ha avuto un arco che in quei mesi mi è familiare: arrivare in treno, intervista in TV, intervista al telefono, per strada, farsi filmare in un negozio mentre qualcuno mi lava i capelli, farsi scattare la foto accanto all’ingresso della libreria.
La persona che chiacchiera con me, dopo un quarto d’ora, mi chiede se c’è qualcosa che nel libro non ho detto.
Sarebbe il momento giusto per dire che sì, c’è. Anche solo accennare. Una serata calda, una libreria accogliente, tanti lettori attenti, partecipi, il sogno: una brava scrittrice che mi presenta, e che mi ha fatto una vera domanda.
A cui rispondo: sì, c’è, e me la porterò nella tomba.
Silenzio in sala, pausa breve ma raggelante, occhi a terra.
Non sia mai detto che non so come rovinare una festa.

Ho trentasette o trentotto anni. Sono in terapia. La persona che mi segue sa cosa chiedere. Sa che c’è stata violenza, perché l’episodio l’ho detto subito che era successo, ma fino a oggi non mi ha chiesto se volevo ripercorrerlo. Tra l’altro, sono stata indirizzata in questo studio da una psichiatra che sapeva cosa guardare, se di fronte a sintomi quali “crisi depressive” e “blocco dello scrittore” mi aveva mandato da una persona specializzata in trauma da stupro.
Me lo fa attraversare, tutto. Dettagli che ora non racconto. Dettagli sull’escalation, sull’avvicinamento, sulle cose che mi venivano dette al telefono. Su dove sono stata toccata la prima volta. Non ho parlato: ho indicato il punto.
La devo avvisare, mi aveva detto, fa molto male.
Sarò libera, dopo?, avevo chiesto, con la vocina incerta che mi usciva di bocca quando non stavo attenta a come parlavo.
Sarò libera, dopo.
Ma sono domande da fare. Sei una bambina.

Ho cominciato ad essere una persona tra i trentanove e i quarant’anni, un periodo in cui a tratti sono stata una sonnambula – non ero più una ragazza, non potevo invocare l’alibi della rispettabilità, parla oggi o scavalca la finestra era il nome del gioco – e poi una donna molto difficile con cui lavorare: volevo tutto a modo mio, non sopportavo di perdere tempo. Ci vuole un po’ a disinnescare la dinamica della cosa rotta, se è l’unica che conosci bene, come ci può volere un po’ ad abbracciare l’assenza di linearità in una vita personale che è sinonimo di professionale, e quindi – ci vuole il quindi, per forza – nella stessa stagione sono stata aggredita per strada.
Sì, perché non vi racconto una storia. Prendiamoci un’ora, con calma, magari due, fumiamo molte sigarette e togliamo la musica, e lasciate che vi presenti le prove in triplice copia del dopo, premettendo che la vittima è una donna bianca con i documenti in regola, capace alla bisogna di esprimersi in un italiano sostanzialmente corretto. È una storia buffa. Inizia con un perfetto estraneo che mi insegue lungo un viale battuto da automobili e passanti nel centro della seconda più grande città italiana, un sabato sera di aprile; prosegue con me che torno a casa, ci dormo sopra, e il pomeriggio della domenica vado in Questura; si dipana in dodici giorni in cui ripeto cos’è successo quattro volte (credo) ad almeno tre persone diverse, uomini e donne, la stesura della denuncia, le riprese delle telecamere di sorveglianza, scattare fotografie tali da confermare cosa indossavo la sera in questione, il sopralluogo sulla scena del fatto, qui, lui stava qui, la macchina che mi viene a prendere, non riconoscibile, la visita non obbligatoria ma caldamente suggerita al centro anti-violenza dell’ospedale, fa’ vedere che collabori altrimenti pensano che sei pazza, le battute su Law & Order, mie, la psicologa pronta a confermare che la memoria è un mistero, signora, è normale che certe cose le abbia stampate negli occhi e altre siano tutte sfocate, frustranti, il prelievo di sangue per la batteria di test da ritirare in data (…) : una bella storia. Un inizio, un centro, una specie di finale.
Non ho seguito la procedura per sete di giustizia, e nemmeno perché mi considerassi la parte lesa – l’episodio in sé l’ho paragonato a un piccolo furto – ma perché il primo impulso era stato fingere che non fosse accaduto niente, riavvolgi e cancella.
Se avessi ceduto all’impulso, presto o tardi, un incidente confinato a un luogo e un tempo preciso sarebbe diventato parte di una storia non mia. Di sicuro stavolta ha reso tutto più scorrevole il fatto che la risposta ad alcune domande – lo conosceva?, l’aveva già visto?, è il fidanzato? – fosse soltanto la parola no.
Entro una settimana stavo leggendo a voce alta in una libreria della stessa città. Entro due settimane ho cominciato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio ragazzo.
Quando gli ho raccontato dell’aggressione – di persona, una scelta, in un bar: tra tutti i posti possibili al bar, Violetta, allora è vero che loro invecchiano e tu hai sempre la stessa età – quando gliel’ho raccontato, il mio ragazzo ha fatto una smorfia, ha socchiuso gli occhi, forse ha abbassato la fronte, e ha detto che gli ci sarebbe voluto del tempo per assorbire la cosa. Ecco, lì mi ha visitato il seguente pensiero: scendi dalla croce, stella, tu non devi assorbire una sega di niente. Era una reazione comune, la scorsa primavera, ipotizzare che l’aggressione fosse stata un danno spaventoso, e prendersi o impormi una tempistica del tutto aliena per elaborare l’accaduto. Anche un caro amico, molto preoccupato, diceva che mi ci sarebbe voluto del tempo perché io metabolizzassi. Il linguaggio. Uomini perbene, entrambi, case piene di libri, uomini femministi che per solidarietà o impotenza tentavano di aggiungere la loro firma sul certificato emesso da un ministero dei traumi con cui in realtà stavo avendo sempre meno a che fare.
Però, dopo, gli occhi li stavo chiudendo io – ero molto stanca – e prima di sentire la mano del mio ragazzo che mi toccava il viso ho sentito l’aria che si spostava. E anche se in futuro avrei avuto parecchi dubbi su quanto ci fosse di autentico nel legame, e quanto fosse stata una performance l’avermi acciuffata e rivendicata come la sua donna, so che quel gesto era buono, il momento reale. Lui stava provando a dire una cosa.
Ho pensato, sì.

Da giovane non sapevo che potevo cambiare lavoro un milione di volte, l’ho fatto, ma che mi stavo infilando in un settore colonizzato da uomini che ti spiegavano chi eri tu, dove stavi andando, quali aspirazioni era lecito coltivare, quando si poteva parlare di stupro e quando di fraintendimento culturale. Parlo al passato perché qui e ora, dopo un anno di frettoloso re-branding solidale, i maschi stanno un pochino più attenti quando si trovano in compagnia: amano discutere sulle scrittrici o sulle artiste, mentre a porte chiuse alcuni di loro continuano a decidere cosa sia buono per le ragazze, in generale, chi debba essere calata nella sagoma della futura leggenda a caviglie serrate e chi in quella della matta scomposta, il contagio umano. Se c’è un cambiamento in atto, non cancella decine di conversazioni dalla mia memoria. Non cancella il fatto che ogni volta, per anni, io volevo soltanto voltarmi e dire: guarda che io lo so cos’è uno stupro. Amico, io lo so, cosa succede a entrare nella casa sbagliata con la persona sbagliata, come ci si sente quando si viene tenuti fermi, perché tu, con quella faccia, manco ti sarai preso una gomitata in sala giochi. Volevo dirlo ma non l’ho detto.
Corresponsabilità: avrei potuto cambiare la conversazione.
Corresponsabilità: avrei potuto proteggermi.
Me ne sono andata sbattendo la porta. È stato un errore.
D’altra parte, però, se fossi stata consapevole fin dall’inizio dei limiti messi alle donne, se quindi non avessi cominciato a guardare i film che mi piacevano, a leggere certi libri e riviste, e poi a scribacchiare io, prima poco, poi di più: che razza di vita avrei avuto?
A volte penso, con la massima calma, che sarei finita per strada – a fare cosa, dipende dai giorni. Oppure non sarei mai tornata indietro dall’estate a Berlino Est in cui mi svegliavo alle cinque di mattina per pulire la cucina comune di un ostello che oggi ha chiuso.

Ho quarant’anni e sono una bellissima donna. Tra poco ne compierò quarantuno. Ho una faccia che mi piace molto, dal vivo e in fotografia. Quando mi dicono, lo sai che fai paura, io rispondo che sì, lo so, e quando mi chiedono cosa mi abbia spinto a scrivere da ragazza dico che volevo una vita interessante. Ho un corpo sano, per ora, che mi piace portare in giro. Parlo a voce alta. Mi sono capitate due cose sgradevoli, la prima ha lasciato un segno, l’altra nessuno. Ho voluto bene a un ragazzo che sapeva tutto e che diceva di volermi ancora di più, non ho mai desiderato tanto il corpo e la testa di una persona, diceva, e poi un giorno è scomparso. Fine della storia triste. Sono libera. Mi piace Cannibal Holocaust, mi piace Mindhunter, mi piace Veronica Raimo, Starship Troopers l’ho visto al cinema Mediolanum, sto leggendo Cimitero vivente, mi piace molto camminare da sola di notte, e la parola vergogna, credo, appartiene a qualcun altro.

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La festa nera https://minimaetmoralia.it/libri/festa-nera-violetta-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/libri/festa-nera-violetta-bellocchio/#respond Mon, 18 Jun 2018 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37550 Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, uscito per Chiarelettere: ringraziamo editore e autrice.

di Violetta Bellocchio

Le immagini hanno tutto il potere. Niente voce fuori campo all’inizio. Punta la telecamera su una persona, non ti muovere, e stai tranquillo che presto o tardi ti racconta cose che non avrebbe mai pensato di dire a voce alta. Non esistono domande stupide. Lascia respirare le immagini. Rispetta lo spazio vuoto tra una parola e l’altra, perché tre secondi di silenzio, quando li metti su uno schermo, possono portare molto lontano. Tieni la batteria carica. Tieni la testa alta. Non chiudere gli occhi davanti a niente. Nessuna vita è bella come sembra, nessuna vita è brutta come sembra: c’è una crepa in ogni singola cosa. Cercala, infilaci due dita e guarda la luce che entra. Segui quella luce fino a quando non senti di aver toccato il fondo.

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, uscito per Chiarelettere: ringraziamo editore e autrice.

di Violetta Bellocchio

Le immagini hanno tutto il potere. Niente voce fuori campo all’inizio. Punta la telecamera su una persona, non ti muovere, e stai tranquillo che presto o tardi ti racconta cose che non avrebbe mai pensato di dire a voce alta. Non esistono domande stupide. Lascia respirare le immagini. Rispetta lo spazio vuoto tra una parola e l’altra, perché tre secondi di silenzio, quando li metti su uno schermo, possono portare molto lontano. Tieni la batteria carica. Tieni la testa alta. Non chiudere gli occhi davanti a niente. Nessuna vita è bella come sembra, nessuna vita è brutta come sembra: c’è una crepa in ogni singola cosa. Cercala, infilaci due dita e guarda la luce che entra. Segui quella luce fino a quando non senti di aver toccato il fondo. Poi torna dove dormi, butta tutto in lavatrice, prendi una pastiglia e comincia a lavorare sulla prossima storia, perché non interessa a nessuno quanto eri bravo l’anno scorso. E nessuno sarà gentile con te, se una volta hai saputo portare a casa una storia, passato prossimo. L’unica storia che conta la devi ancora raccontare.

Erano queste le regole, quando ho cominciato. Non le ho fatte io – le ho imparate, non inventate –, però mi sembrava un modo decente per affrontare la realtà. Era tutto molto concreto. Domande e risposte. Alla peggio, pensavo, avrei imparato un mestiere.

Sei mesi fa c’è stata la fine del mondo.

La realtà, per come la conoscevamo noi, è scomparsa. Nessuno ci avrebbe più lasciato raccontare storie – non quelle che avevano un senso – e le regole non ci avrebbero portato da nessuna parte. Ed è buffo, perché tante persone credono ancora che la fine del mondo sia un fatto di grattacieli che crollano, cielo rosso sparato e bambini che piangono, e continuano a crederci anche se stanno già vivendo in mezzo alle macerie, e le persone si chiedono come reagirebbero, loro, se perdessero tutto da un giorno all’altro – ma nessuno pensa mai che possa succedere a lui – mentre noi tre siamo la prova che nessuno è al sicuro. E se volessi vedere le cose in grande magari penserei, niente dura per sempre, magari penserei, per poter rinascere dalle sue ceneri una fenice deve prima bruciare, però a me non faceva schifo, il mondo, nel bene e nel male avevo trovato il modo di starci, e se avessi potuto scegliere, ma non ho mai potuto scegliere, non avrei voluto cambiare. L’unica cosa che voglio è cancellare gli ultimi sei mesi – sbattere la testa contro il muro fino a quando non vedo più niente, svegliarmi in un altro letto, la bocca secca, una maglietta nuova e una canzone sulle labbra, una canzone felice; salire in cima a un palazzo di trenta piani, le porte dell’ascensore che si aprono, ding, arrivare all’ultimo piano, il piede sinistro nel vuoto, la strada sotto di me che diventa acqua, nuotare verso il sole –, ma l’unica cosa che voglio non la posso avere e l’unica storia che voglio raccontare, qui e ora, non è la mia. È la storia di una ragazza, la ragazza più sola che abbia mai conosciuto. Ma non sono io quella ragazza e, anche se ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che forse, in un altro contesto, avremmo potuto essere la stessa persona, eravamo molto diverse.

Negli ultimi sei mesi, prima del nostro viaggio, il mondo era diventato un posto pericoloso. Nascondersi era la risposta. Non ci potevamo parlare, non potevamo stare insieme. Poi ci siamo rialzati, quasi tutti, ci siamo contati, c’eravamo ed eravamo pronti a tornare, ma eravamo diventati come gli altri. Non sapevamo più riconoscere la differenza tra amici e nemici. Non avevamo una corda per tirarci fuori da lì. Non credevamo in nessun potere superiore. Le regole non funzionavano, non hanno ricominciato a funzionare lungo la strada e non funzioneranno ora che i miei amici sono tutti morti e sono rimasta soltanto io. E questa parte del lavoro, da sempre, tocca all’ultimo che rimane vivo. Non la può fare un fantasma al posto tuo.

Ricorda tutto, penso. Non importa se non puoi chiamare la polizia: ricorda tutto.

Sapevamo dove stavamo andando quando abbiamo iniziato.

Non sapevamo – almeno io non lo sapevo, e spero nemmeno Nicola – dove saremmo andati a finire.

Ho tempo, penso. Ho abbastanza tempo per raccontare una storia.

Tempo presente:

Sono una ragazza. È notte.

Sto seduta in un bosco.

Non mi posso muovere. Devo aspettare l’alba. Non ho un telefono, non ho le chiavi di una macchina che non saprei guidare. Sulle spalle ho una felpa rossa, molto comoda, non mia, al collo porto un crocifisso bianco, un regalo, e tengo la schiena appoggiata a un albero di cui non conosco il nome. Non ho mai imparato i nomi degli alberi. Accanto alla mia mano destra ci sono una piccola scatola nera e una telecamera con la metà del nostro girato. Posso accenderla e guardarlo – ma non è una buona idea –, oppure conservare la batteria e rimandare il momento di decidere se e come rendere pubblico il nostro materiale.

E ancora lo chiamo il materiale. Nuova regola: la situazione è andata ufficialmente a troie se stai cercando di mantenere una sobria distanza professionale rispetto alla tua vita anche quando ti ritrovi da sola di notte in un bosco, con un sentiero sterrato là in fondo da qualche parte e persone non familiari che potrebbero essere a un passo da te. Persone – cose? Persone-cose? Non sono più persone e non riesco a considerarle ancora cose. Una via di mezzo, ecco. Un seducente ibrido postumano. Bella storia. Pensatela come volete, ma stavolta l’avevamo messa a novanta e spaccata in due. Lacrime, risate, sangue, sudore, libertà e fraternità per tutti, e sul finale è arrivata pure l’eliminazione della sofferenza universale. Le tue preghiere vengono sempre esaudite, nell’ordine in cui sono state ricevute. I miei amici sono tutti morti, l’ho già detto? L’ho già detto. Ci metto i sottotitoli? Sì? No? Giusto ogni tanto, quando diventa tutto un po’ troppo cupo, nel senso, veramente strano? L’umorismo, l’ultimo rifugio del disadattato. Chiedo scusa.

Nella tasca sinistra della felpa c’è un pacchetto di sigarette e una scatola di fiammiferi. Se accendo un fiammifero, forse qualcuno vede la luce e mi trova. Tocco le sigarette con la punta delle dita. Quattordici, l’avevamo appena aperto.

Venite a prendermi. Ho tutto il tempo del mondo. Venite a prendermi, e vi racconterò la storia della ragazza più sola che ho mai conosciuto. E, voi direte, è una storia molto triste, forse la capirete e forse no, ma vi sentirete obbligati a dire che è una storia molto triste. Le piacevano le canzoni di prima della guerra, e quando stava bene, non sempre, cantava una canzone che faceva, my daddy Alabama, momma Louisiana, you mix that negro with that creole, make a Texas bama. La conoscete? No, ve lo chiedo perché lei la sapeva tutta, anche le parole che non ricordava nessuno. Lei conosceva tutte le parole di tutte le canzoni del mondo. Una volta l’ho vista ballare dentro una piscina vuota. Ma non è importante. La parte importante non è la piscina. Né la canzone.

Sento la sua voce.

La parte importante rimane nascosta. Il nostro lavoro è trovarla e inchiodarla. Non ti sto dicendo che è facile, Ali, se fosse facile lo farebbero tutti.

Allora respiro, dentro, fuori, dentro, fuori. Il mio stomaco diventa vuoto, la mia schiena dritta. Dimentico le decisioni sbagliate, dimentico i gesti non necessari, dimentico gli ultimi trenta minuti, dimentico tutto tranne le cose importanti. Ricordo ogni cosa sia mai stata detta da chiunque. Cielo nero davanti a me, niente stelle, quattordici sigarette e se voglio uscire da qui devo scavarmi la strada, un’immagine alla volta, una parola alla volta, un minuto alla volta. Segno della croce e bacio sulle dita, preghiamo, preghiamo, occhi chiusi, mani chiuse. Non preghiamo perché qualcuno ci creda – nessuno ci crederebbe mai –, preghiamo di saper ancora raccontare una storia. Preghiamo.

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Qualsiasi uomo o donna possieda un programma simile a Word e un minimo di mestiere può produrre 90/100 pagine a discreto tasso di morbosità. Un autore è quello che di pagine ne tira fuori 520, tutte necessarie.

Con Il gioco (Mondadori) Carlo D'Amicis ha deciso di produrre una Montagna incantata a partire da un mondo microscopico, periferico per vocazione e pornografico per sua stessa natura, composto, almeno all'inizio, da tre personaggi non più giovani che col tempo hanno messo a punto un perfetto triangolo feticista.

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di Violetta Bellocchio

Qualsiasi uomo o donna possieda un programma simile a Word e un minimo di mestiere può produrre 90/100 pagine a discreto tasso di morbosità. Un autore è quello che di pagine ne tira fuori 520, tutte necessarie.

Con Il gioco (Mondadori) Carlo D’Amicis ha deciso di produrre una Montagna incantata a partire da un mondo microscopico, periferico per vocazione e pornografico per sua stessa natura, composto, almeno all’inizio, da tre personaggi non più giovani che col tempo hanno messo a punto un perfetto triangolo feticista. C’è una coppia stabile, uomo e donna, e c’è l’uomo che di tanto in tanto si presta a fare sesso con la donna, orgoglioso della propria presunta umiltà e dello spirito di servizio con cui assume la parte del bull.  Tutto è scandito da una ritualità esasperante, ma non potrebbe essere altrimenti: il gioco lo richiede, il gioco pretende tempi, orari e atteggiamenti. E poi chi si scandalizza più. Sono tutti adulti sani, socialmente inseriti, in apparente pace con le decisioni che hanno preso. Certo, il potere, e dovremmo saperlo, ce l’ha chi sembra subire ma tira le fila dell’intrigo da una posizione appartata.

La forte questione narrativa – lasciata intuire fin dalle prime pagine – sta nello stabilire quanto i personaggi siano stati plasmati psichicamente dallo stile di vita adatto pure alla classe media che hanno scelto di adottare, e quanto invece si siano indirizzati loro verso una cultura che li aspettava a braccia aperte, pronta a rassicurarli e a dirgli che sarebbe andato tutto bene, e un giorno sarebbero stati felici, a patto che seguissero un numero incalcolabile di regole e regolette.

La parte del leone, però, la fa lo stile. D’Amicis utilizza con piena padronanza qualunque escamotage narrativo sia considerato accettabile all’interno di un romanzo “alto” e ambizioso, dalla pluralità dei punti di vista alla presenza di uno scrittore che contatta un personaggio per dargli voce, e ci porta vicini a questo mondo parallelo, molto vicini, ci fa occhieggiare gli appuntamenti, i privé, i siti dedicati agli aficionados del genere, persino i primi goffi segnali che un orientamento presto o tardi sarebbe venuto a bussare alla porta; ma allo stesso tempo D’Amicis ci acciuffa per il coppino e ci tiene sospesi a mezz’aria sulla soglia della camera da letto, sempre un attimo prima di farci provare cosa si senta durante certe cose per davvero.

È una scelta precisa, potente, secca. Per capire con quanta determinazione sia stata portata avanti basta vedere come l’autore incastoni nella sua solita prosa tagliente un diluvio di quegli stessi termini inglesi – sopra tutti la triade-chiave, bull (l’uomo toro), sweet (la donna), cuckold (il marito cornuto) – che dominano il parlato anche italiano di chi si consacra a determinate pratiche. In questo D’Amicis è stato attento a utilizzare il reale piegandolo alle sue esigenze: parlano da soli certi frammenti, disseminati ad arte, che testimoniano l’evoluzione implacabile dello scambismo anche come forma per stabilire un contatto tra esseri umani, dal fermo posta al forum al sito con meticolose recensioni dedicate ai partecipanti.

La loro realtà è fatta di termini presi a prestito da altre lingue, così come la realtà di un erotomane compulsivo ormai è fatta di schermate del telefono, thread interminabili su Whatsapp e bookmark in lista nera.

Guardatevi intorno. La conversazione contemporanea italiana sul sado-masochismo non usa quasi mai i termini dominante e sottomesso, preferendo saltare all’inglese, dom e sub. E non si parla mai di perversioni – nemmeno nell’accezione pietista del “gusto particolare” – ma sempre di kink. Siamo al punto in cui anche facendo uno sforzo di astrazione sovrumano non abbiamo un sinonimo accettabile di soft e hard limits. Internet avrà fatto la sua parte: difficile concepire oggi un mondo sessuale totalmente libero da quello online, in termini di rispecchiamento, di emulazione, di auto-affermazione. Addossiamo pure una parte di responsabilità al successo delle Sfumature, i cui traduttori non potevano inventarsi un linguaggio sfavillante a partire da un testo piatto che non ha nemmeno portato alla riscoperta dei classici del filone, affatto.

Ma i limiti dell’italiano sono ben noti a chiunque cerchi di leggere o di produrre pornografia. A quel punto, tanto vale giocarci sopra. Un esercizio sottile l’ha fatto anche Veronica Raimo con Miden, quando ha inventato termini burocratici come “Subente” e “Perpetratore”, calco quest’ultimo dall’inglese perpetrator (spesso abbreviato in perp, usato nel discorso poliziesco per indicare il responsabile di un reato). D’Amicis il gioco lo fa esplodere, la ripetizione la trasforma in routine (come per altri versi fa Raimo) e ci fa capire che l’inconscio dei personaggi e la loro percezione di sé sono stati condizionati da un immaginario rigido e rituale, quindi feticista da ben prima di sfociare in determinati atti sessuali. E non ha senso utilizzare la pornografia nel testo letterario a meno che non si sia disposti a portare in primo piano quello che rende interessante la pornografia: il controllo, il potere, la ripetizione, la messa in scena al limite del tedio. D’Amicis ci è riuscito.

Ci ha provato qualcuno, prima di lui, che scrivesse direttamente in italiano? Forse. Ma forse è uscito con un piccolo editore, non certo con la prestigiosa collana più ufficiale di Mondadori, la dozzina del Premio Strega se l’è sognata la notte, e magari si è ritrovato assembrato nel pastone dei giovani trasgressivi, scapestrati che avevano bisogno di essere mandati a letto presto. D’Amicis ha colto l’occasione di misurarsi con un materiale incandescente, e l’ha affrontato con il piglio del romanziere che a ogni pagina trova il modo di ribadire che sì, lui sa perfettamente cosa sta facendo.

La sessualità raccontata da Dennis Cooper fa leva sull’identificazione con la prima persona e sul disturbo quasi oggettivo che possono provocare certe situazioni quando vengono messe su carta. Le parentesi hardcore inserite da Bret Easton Ellis in un altro romanzo-fiume come Glamorama dovevano portarci a bordo di quello che accadeva, ma dovevano anche tenerci a distanza rispetto alle azioni messe in campo (il meccanismo, scoperto, era il solletico narcisista di chi misura il mondo in termini di inquadrature anche quando sta scopando). Due autori blasonati, a modo loro, ma anche perdonati, in un certo senso, perché strani, diversi: omosessuale Cooper, pansessuale nonché ex enfant terrible Ellis. L’unica autrice radicale americana ad aver ottenuto e mantenuto una buona fortuna, e ad aver rischiato di essere mangiata viva dalla sua falsa appartenenza al rango degli “scrittori trasgressivi”, è stata Mary Gaitskill. Nella sua prima raccolta di racconti, Bad Behavior, metteva in scena un’umanità di poverini ad alzo zero, e in due diversi testi (Secretary e A Romantic Weekend) la violenza fisica veniva portata in superficie attraverso pratiche sado-masochiste.

In entrambi i casi, il presunto potere ce l’avevano le donne relegate al ruolo della submissive. Solo che la voce narrante di Secretary si trovava incastrata in un breve gioco a cui non aveva affatto chiesto di partecipare, mentre la protagonista di Weekend partiva convinta di avere le idee chiare su cosa la aspettasse, per poi essere clamorosamente smentita. Ma a Gaitskill non è mai interessato provocare o risultare eccitante; ha sempre dichiarato di aver cominciato a scrivere perché non capiva come gli esseri umani riuscissero a comunicare tra di loro. Il sesso triste dei suoi primi racconti pubblicati era soltanto uno dei molti modi di trasmettere il disagio estremo dell’avere un corpo e del doverlo muovere attraverso lo spazio: il dettaglio preciso – la nitidezza che da noi sta portando avanti Raimo – interveniva là dove ai personaggi e all’autrice costava troppa fatica articolare le proprie parole.
Quando l’elemento erotico ha fatto capolino nei romanzi successivi di Gaitskill, come Velvet (Einaudi), è diventato un semplice tassello in un quadro devastato, un ricordo, a volte, l’occasione di innescare un ritorno di fiamma orribile con qualcuno che non se lo meritava.

Bad Behavior risulta fuori catalogo da anni – guardiamo la copertina del Club degli Editori, piangiamo – e non è tornato in libreria nemmeno grazie al film di relativo successo ispirato a Secretary, che ha addolcito la storia pur dandole più respiro, lieto fine compreso. Delle donne, si sa, non interessa a nessuno.

La narrativa italiana si sta muovendo tardi – Il gioco è un segnale incoraggiante oltre a un’opera solida in sé – ma comunque è sempre l’editoria a correre dietro alle arti visive, non il contrario. La contaminazione militante tra alto e basso, o meglio: il prendere materiali un tempo “bassi” come la pornografia e lo splatter e metterli al servizio del sublime, è qualcosa che il cinema sta praticando in maniera serrata da quindici anni, almeno in paesi come la Francia e il Regno Unito. Senza bisogno di tirare in ballo Steve McQueen e il suo yuppie tanto ossessivo quanto incapace di spiegare perché faceva quello che faceva (una dissociazione elaborata con relativa eleganza anche nelle scelte di messa in scena: nudo frontale sì, penetrazione no, spezzoni hard mostrati di sbieco sullo schermo di un portatile), abbiamo avuto Marina de Van che sceneggiava, dirigeva e interpretava Dans ma peau, abbiamo avuto l’intero filone del cinema du corps, nel bene e nel male, che alternava coiti e budella tentando di elaborare un discorso identitario, abbiamo avuto Gaspar Noé con la tripletta Irréversible / Enter the Void / Love (buffo/tristissimo che il clamore nel suo caso sia andato scemando mentre in diretta proporzione aumentava la consapevolezza tecnica, ma non continuiamo ad aprire parentesi), e abbiamo tutti rimosso l’esistenza di schegge impazzite come The Great Ecstasy of Robert Carmichael, che per qualche anno dominavano le discussioni tra appassionati. Erano film che brandivano il sesso come arma e stabilivano l’ “andare oltre” come la maniera, forse l’unica, di dare fiato a personaggi disperati, sbandati, privi di ogni direzione prescindesse dalla carne. (In Italia ci hanno provato, in tono minore, Renato de Maria con La vita oscena e Paolo Franchi con E la chiamano estate, ma nessuno dei due mi sembra aver trovato, se non altro, un discorso critico all’altezza delle proprie ambizioni.)

Il lavoro colossale che D’Amicis si è caricato sulle spalle ha molto più a che vedere con la partitura per immagini che con “l’erotismo della parola” o comunque altro vogliamo chiamarlo. L’autore ha saputo cogliere una piccola scintilla scura in un banale strumento di produzione di massa come il circuito scambista – non troppo lontano dalle sale bingo, no – e ha portato quella scintilla alle sue legittime conclusioni. La lettura del Gioco ha un solo, lontano termine di paragone: un film. The Rapture di Michael Tolkin, circolato in Italia poco e male nei primi anni ’90 con il titolo Sacrificio fatale. Anche lì si cominciava seguendo le giornate di una scambista, una donna di media amoralità, e si finiva in un territorio ostile, scardinato, non familiare a nessuno. La forza visionaria è la stessa, mutata la forma, il potere anche. In entrambi i casi, chi legge / guarda viene portato dove vuole chi scrive. Com’è inevitabile accada.

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Mi chiamo Sara, vuol dire principessa: elogio dell’imperfezione https://minimaetmoralia.it/letteratura/sara-principessa-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sara-principessa-bellocchio/#comments Thu, 11 May 2017 06:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34341 La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

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sara principessa

La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

“Credo che la prima persona aggiunga moltissimo al mio modo di raccontare una storia, in generale”, spiega l’autrice quando gliene domandiamo conto. “In questo caso specifico, la prima si è imposta: chi legge deve stare attaccato a Sara nell’arco di tutta la storia, deve arrivare il più vicino possibile ad essere lei. Non mi interessava raccontare Sara dall’esterno e non volevo che la sua storia venisse percepita come “esterna” da chi la segue.” E restare esterni rispetto a Sara, quindicenne nell’Ottantatré, è impossibile. È molesta, presuntuosa, bambolesca. È perfetta e perfettibile. È coriacea. È effimera. È vera.

Io finivo a piccoli sorsi la birra avanzata da Andre. Brindavo, in silenzio, alla professionalità. Strappavo la linguetta dalla lattina e ci facevo un anello, che a volte, dopo, lasciavo cadere nel parcheggio. Avrebbe potuto essere una fotografia interessante, pensavo – la donna vestita d’oro che mangiava da un piatto di plastica, i tubi di neon sul soffitto, la lucidità di uno spogliatoio vuoto. Bella no, però a qualcuno poteva piacere.

Eccolo, l’io di Roxana (il nome d’arte con cui Antonio, il dj che ne costruisce a tavolino la carriera, ribattezza Sara). Ecco la principessa perfetta che si immortala sempre all’imperfetto. È il tempo incompleto, il suo; il tempo dell’incompiutezza, del non ancora, del fieri. Della mutevolezza e del trascorso, della Polaroid. Del mentre e dell’allora. Perché Mi chiamo Sara, vuol dire principessa (Marsilio) è un unico torrenziale aneddoto ossessivo, un fiume in piena davanti a un sorso tiepido di intimità — almeno fino al tuffo finale.

Ma l’imperfetto racconta anche altro. Cristallizza il Facciamo che io ero recitato da certi bambini, per esempio. Celebra l’irrealtà, il sogno, l’altro da.

Ero bellissima e grande, ero lucida, nuova e sporca. Questa sono io, ho pensato. Poi io sono sparita, e al mio posto c’era di nuovo soltanto la parete bianca, non vedevo altro, ma ho sentito che chiuso lì dentro c’era tutto il mondo, e tutto il mondo stava guardando me. Tutto il mondo stava guardando quanto ero bella. Tutto il mondo mi diceva, avvicinati, apri un po’ le gambe. Fammi vedere. E io stavo lontana, ma gli occhi di tutto il mondo avevano visto me […].

La prima volta che l’ha immaginata compiutamente, racconta Bellocchio, “Sara era la madre di qualcuno, non la figlia di qualcuno. Mi è comparsa come una donna adulta, lievemente svagata, protetta dalla consapevolezza di essere stata famosa quando era giovanissima e di avere poi avuto una vita completamente diversa. Ho provato a raccontarla – per poco tempo – come se fosse la madre di un’adolescente di oggi, dal punto di vista di una figlia che le è affezionata ma non riesce mai ad afferrarla fino in fondo. Poi mi sono resa conto che comunque era lei il personaggio più interessante della storia e non aveva senso relegarla in secondo piano. Ed eccoci qua”.

Ha rubato la scena, Sara. Perché è una bestia rara: come dice Antonio, un animale, […] e io ho sentito che il mio vero nome era quello. Animale. Ho preso quella parola e l’ho nascosta dentro la mia pancia, l’ho messa al riparo. Quale animale? Il vero e proprio ghost della storia, l’immagine cinematograficamente chiamata a precorrere e seminare e definire tutto ciò che seguirà; la fiera dentata per eccellenza. “La statua della lupa di Roma – che troneggia su una piazza di Piacenza chiamata, appunto, “piazza della Lupa” – ha sempre fatto parte delle cose che risultavano attraenti agli occhi di Sara”, spiega l’autrice. “Il fatto che poi lei arrivasse ad avere il lupo come una presenza protettiva, qualcosa capace di sbucare anche nei suoi sogni, è venuto fuori mentre stavo scrivendo.” Piacenza, facci male. Angela Carter wasn’t here.

E Settima, il buco provinciale da cui striscia e scappa la principessa, che c’entra? “Settima è una frazione di Gossolengo sulla strada statale 45. Per moltissimo tempo, quando pensavo a una storia, c’era sempre una persona che viveva in una grande città, però veniva da Settima. Ho deciso di fare il salto con questo romanzo per cercare di venirci a patti una volta per tutte.”

Oltre a quelli geografici, da sassolino nella scarpa, sono tanti e diversi gli esorcismi che Bellocchio affida a Sara.

In programma dopo di me c’era ospite un gruppo pop, i Magic Rising, e uno di loro – il chitarrista o il bassista, non li distinguevo mai – si è lasciato cadere sulla poltrona accanto alla mia, mi ha guardato e ha detto, prima volta?, e io gli ho detto, sì, ma sto bene.

Tra le canzoni altrui da mimare in playback e quelle a gettone vomitate dal jukebox, il palco su cui si muove Sara è un tappeto sonoro intrecciato filo a filo. Intrecciato con quello dell’autrice, s’intende: “Il folklore familiare racconta che io ho imparato a leggere a voce alta da sola, quando avevo poco più di tre anni. Non si sa come, però mettevo insieme le forme delle lettere e i rispettivi suoni per conto mio, senza che nessuno me lo insegnasse. Facevo le prove sui titoli dei quotidiani, e la prima frase che ho letto è stata “la scala mobile non si tocca neanche per scherzo”. Per molto tempo – fin da quando mi ricordo, in effetti – la musica nella mia testa è stata qualcosa che ascoltavo con attenzione, a tratti più dei rumori prodotti da quello che mi succedeva intorno. La storia di Sara è diventata anche la storia dell’educazione musicale di una ragazzina, che prosegue in maniera casuale e indisciplinata (salvo gli occasionali interventi di Antonio), perché credo che per lei sia fondamentale seguire la musica dentro la sua testa, e cercare, all’esterno, cosa le corrisponde meglio, che sia “la colonna sonora del vecchio film sui camion” (come lei chiama Sorcerer dei Tangerine Dream) o l’ultimo successo usa e getta del pop da classifica prima anni ’80, o la canzone che durante l’estate la segue in ogni bar, ogni locale”.

È analfabeta musicale o quasi, Sara, all’inizio. È testa cava, anche, alla scuola che lascia. È quindicenne (poi sedicenne), perfettibile e perfetta.

Non so cantare, gli ho detto, quando siamo rimasti da soli. Camminavamo verso il posteggio dei taxi, lui tornava a casa sua, io al residence. Mi sembrava giusto dirgli la verità, non volevo che ci fossero brutte sorprese tra di noi.

La voce non conta niente, ha detto Antonio. Se io dico che tu canti, tu canti. E tutta l’Italia farà la fila per guardarti cantare.

Antonio plasma Sara. Sara tenta disperatamente di essere vista, perciò lascia che la manipolazione accada e anzi la cerca; poi, semplicemente, cresce. E lo sguardo degli uomini al bar (trope alert) e lo sguardo dei colleghi sul lavoro e lo sguardo di chi per amarla meglio vuol fissarla al muro, spalancata, con due spilli, sottovetro, è uno sguardo che lei cerca di cavare come può. Uno sguardo al quale, progressivamente, prova a sottrarsi a modo suo, pur campionessa di autosabotaggio, lamentosa e pazza, cieca a sé ma non al resto: A un tavolo più centrale del nostro era seduto un gruppo di uomini e di ragazze giovani, vestite tutte uguali, alla moda – le spalline imbottite, le gonne con lo spacco – e io ho visto lo stesso disprezzo nei loro corpi: le ragazze avevano gli occhi di vetro, le labbra gonfie, le mani aperte con il palmo verso l’alto, ad aspettare che l’uomo ci appoggiasse un gettone, una banconota, un braccialettino. Che punizione doveva essere, per gli uomini, occuparsi di loro.

Che punizione, per gli uomini. Che straordinaria fotografia, questa. Che sguardo, lo sguardo di Sara Violetta.

All’autrice è successo un fatto, un po’ di tempo fa. Non che debba essere la sede per parlarne, questa; solo, quadrare il contesto può essere fondamentale per (non) giudicare l’opera (in modo aprioristico) — e l’associazione mentale a questo punto è automatica, pardon.

Se sul gender e la gogna e la rape culture, su certe questioni, Bellocchio è suo malgrado ferrata (suo malgrado leggasi: più di quanto sia desiderabile, per le ragioni meno augurabili), sempre qui l’autrice domanda e si domanda à propos di Sara: “Mi chiedo cosa devo aspettarmi, a questo punto. Mi chiedo chi recensirà [il nuovo romanzo], e che trattamento mi verrà riservato. Mi chiedo chi lo leggerà. Chi sarà curioso di sapere cosa faccio, al netto di una situazione grottesca in cui mi sono ritrovata senza averne il minimo desiderio.”

Bellocchio trascura un dettaglio arcinoto, ci vien da pensare. Il romanzo buono — la storia piena — è uno specchio. Riverbera il bene e il male, la goduria e la rasoiata, tra pagina e lettore. Con Sara questo accade. C’è la lama e c’è l’orgasmo. C’è l’adolescenza tridimensionale e storpiata di una figlia degli anni Sett Sessanta. C’è un personaggio fatto persona che s’arrampica tra le righe, stona tutte le note stonabili, agita i polsi, a forza di io ci stordisce di chiacchiere. Transitivamente ci innamora. Non è poco. Di tutto il resto — delle beghe e dei linciaggi, dei bagni di sangue online, dei polveroni e delle condivisioni su internet — alla letteratura vera deve fregare il giusto. Cioè niente. Solo Sara conta.

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In senso narrativo https://minimaetmoralia.it/interventi/quello-che-hai-amato-violetta-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quello-che-hai-amato-violetta-bellocchio/#comments Mon, 19 Oct 2015 05:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28768 Scrivere nonfiction: un intervento di Violetta Bellocchio, curatrice dell'antologia Quello che hai amato. Undici donne. Undici storie vere, in libreria per Utet. Nella foto: Faye Dunaway in Bonnie and Clyde, Arthur Penn, 1967.

di Violetta Bellocchio

Sto passando la giornata con Raffaella Ferré. Abbiamo fatto un libro insieme, ci stiamo conoscendo ora. Abbiamo lavorato a distanza – lei scriveva a Napoli, io leggevo altrove – e a metà settembre siamo ospiti del Festival delle Letterature Mediterranee, a Lucera. È una giornata eccitante. Sentiamo, tutte e due, di non voler perdere tempo. Siamo grate al festival per l'attenzione data al nostro libro, e perché ci rende possibile incontrarci di persona dopo aver lavorato insieme.

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Scrivere nonfiction: un intervento di Violetta Bellocchio, curatrice dell’antologia Quello che hai amato. Undici donne. Undici storie vere, in libreria per Utet. Nella foto: Faye Dunaway in Bonnie and Clyde, Arthur Penn, 1967.

di Violetta Bellocchio

Sto passando la giornata con Raffaella Ferré. Abbiamo fatto un libro insieme, ci stiamo conoscendo ora. Abbiamo lavorato a distanza – lei scriveva a Napoli, io leggevo altrove – e a metà settembre siamo ospiti del Festival delle Letterature Mediterranee, a Lucera. È una giornata eccitante. Sentiamo, tutte e due, di non voler perdere tempo. Siamo grate al festival per l’attenzione data al nostro libro, e perché ci rende possibile incontrarci di persona dopo aver lavorato insieme.

Il libro in questione è un’antologia di racconti nonfiction, Quello che hai amato. È il primo libro che seguo come curatrice/editor di altri autori, e il senso del lavoro che ho fatto, in questo momento, si agita davanti a me. So cosa spero di aver portato a casa, ma mi mancano le parole giuste per raccontarlo.

Le prime presentazioni sono sempre difficili: guardo altrove, sbaglio i verbi, apro parentesi. Il lavoro parlato è una disciplina su cui non mi sono formata affatto. Cresciuta per caso in un mondo professionale dove l’articolo o il saggio dovrebbe stare in piedi da solo, dove il racconto entra o non entra, dove il romanzo c’è o non c’è, dove regna la frase “devo vedere l’acrobata, non il filo”, ora mi trovo in un contesto dove mi si chiede di mostrare tutti i fili: portare alla luce il ragionamento dietro il lavoro, la logica dietro la pratica di scrittura.

Durante la giornata, Ferré e io scopriamo di avere un certo numero di prevedibili tratti in comune. Amiamo il lavoro e la possibilità di cambiare all’interno del lavoro. Abbiamo una consapevolezza della scrittura come mestiere – diversa, ma ce l’abbiamo – e proviamo tutte e due una certa quantità di orgoglio nello stare aggrappate al lavoro come ricerca personale. È una buona giornata per conoscerci, penso. I ruoli sono meno rigidi adesso, il libro esiste e andrà per la sua strada, la scuola è finita. Oggi siamo due persone che scrivono a Lucera. Parliamo tanto, tutte e due. Ferré mi racconta alcuni momenti della sua vita a Napoli, la città in cui abita. Sono cose di cui lei non ha scritto, non per me e non altrove. E lo stesso mi ritrovo a dire, sì, lo so. Cioè – aggiungo – in senso narrativo.

Lo diciamo tutte e due, oggi. In senso narrativo. Chi lo dice per prima, lei o io? Non ricordo. C’è comunque un accordo. Viene tirata una linea. Non credo di conoscere la tua biografia solo perché leggo la tua nonfiction, però capisco. Ho visto una parte della tua umanità dentro quello che scrivi. La vedo sempre.

Raffaella Ferré è un’autrice che ho scelto di seguire in base al suo ultimo romanzo e a una serie di racconti nonfiction, ed è una di quelle per cui uso sempre le parole sbagliate – l’ho definita “prorompente”, “forte personalità”. Finisco per raccontarla come se fosse una concorrente a un talent show, lei l’artista che scalda i muscoli in primo piano e io il narratore che legge male fuori campo. (Posso fare di peggio: lei la talentuosa e vitale scrittrice napoletana, io la ragazza triste seduta in fondo all’autobus.) 

Ferré ha trovato il suo punto d’incontro tra ambizioni e soluzioni, si muove nella pagina in una maniera che appartiene a lei. L’ho voluta per quello: la leggo per quello. Da lei posso imparare molto. È stato importante, per me, seguirla come curatrice senza chiederle di irrigidirsi, di stringere, di chiudere la storia dentro confini più severi. In fase di editing, ho trovato le parole dentro le immagini: non voglio riaprire le mail, ma credo di avere spinto parecchio sul versante “acqua”; il suo racconto come il fiume, gli episodi chiave del racconto come isole emerse che potevano forse staccarsi di più rispetto alla superficie. Cose che, se fossero state dette a me, sarebbero state accolte con un calmati un po’, Capitan Findus, qualcun altro le ha perdonate.

Le domande tradizionali – le domande “giuste”, per chi vuole avere a che fare con la nonfiction come genere – Ferré se le era già poste da sola, come se le erano già poste, da sole, le autrici raccolte nell’antologia; e loro quelle domande se le erano già fatte, perché è normale farsele, nella scrittura in generale. “Chi sta raccontando questa storia, e perché la racconta?” “Quale luce gettiamo sui fatti raccontati, e quali fatti isoliamo all’interno di una storia più grande?”

Le domande base della nonfiction sono l’ABC della narrazione. Molti di noi si fanno queste domande, si danno una risposta teorica, valutano, durante il lavoro, la forza reale di quelle risposte applicate a quella storia in particolare, e decidono – o sentono – cosa è meglio per il lavoro. Quindi, nel momento in cui scriviamo nonfiction, abbiamo già preso atto di cosa può essere il racconto, il personaggio, la scena, però magari scopriamo che messi davanti alla nostra storia perdiamo alcuni dei nostri vizi. Alcuni difetti che ci trascinavamo dietro spariscono dalla pagina perché, amico, tu eri lì. Tu eri lì, e conosci molto a fondo la materia che stai raccontando, e allora trovi il linguaggio, il punto di vista, il colore, la luce.

(Tra le cose che io vedo accadere più spesso: la scomparsa dei gesti inutili per movimentare i dialoghi. Nessuno attraversa stanze, nessuno chiude finestre, nessun pacchetto di sigarette viene tormentato. È bellissimo.)

Per alcuni di noi, la nonfiction è quello che ci porta al cuore delle cose. La mano che apre la porta. Arriviamo a toccare i fatti, trovare le parole. È una forma di liberazione narrativa che può essere scambiata per catarsi individuale.

Se scriviamo nonfiction, non è perché il vissuto sia più potente dell’invenzione – sappiamo bene quanto potere e quanta gratitudine siano contenuti nell’azione di dare i nostri occhi a un personaggio, e nell’andare a scoprire un mondo attraverso quello sguardo.

Scriviamo nonfiction perché esistono pezzi di vita che non ci portano a nulla se tentiamo di usarli come semplice materiale di lavorazione. Se a un personaggio diamo una parte di noi come backstory, lasciamo che quei fatti vadano a contaminare la storia di qualcun altro.

La mattina, a Lucera, tengo quello che doveva essere un laboratorio di scrittura creativa con un gruppo di studenti delle scuole superiori. Provo a fare un gioco con loro. Pensate a un segreto, chiedo, pensate a qualcosa di voi che non sa nessuno. Poi chiedo loro di ragionare intorno ai molti modi in cui quel segreto potrebbe essere raccontato. Meglio usarlo come materiale o come scintilla per una storia di finzione? Meglio scriverne in prima persona? Cosa cambia nella storia, cosa cambia per chi la racconta? A un certo punto faccio un esempio: con un gruppo di insegnanti sedute in prima fila – e con settanta compagni in aula – nessuno alzerà la mano per confessarsi, allora gli racconto il mio, di segreto. In breve, non mi piace una persona. Gli studenti dicono che se io ho dei problemi con una persona, invece di scegliere come trattarli, questi problemi, in chiave fiction o nonfiction, potrei semplicemente scrivere altro. Gli studenti dicono, “tu e la tua amica non potete parlarvi tra voi e basta?”. Non avete abbastanza a cuore le mie bollette, dico io. Poi una ragazza parla del Trono di spade. Una mattinata produttiva per tutti.

La sera, al festival, parliamo del fantasma della storia personale. È qualcosa con cui hanno ammesso di litigare, negli ultimi vent’anni, autori che si muovono tra fiction e nonfiction. Alcuni trovano una dramatis personae che svolta tutto; è abbastanza perché un fatto accaduto a loro diventi un materiale di lavorazione tra i tanti. (Forse Junot Diaz è l’esempio migliore.) Ad altri non basta, usare il fatto come materiale. Altri sentono che i fatti, trasportati in un romanzo, danneggiano il romanzo. Questi autori parlano della storia personale come di un fantasma che si agitava nella loro fiction, la sabotava dall’interno, ed è stato neutralizzato solo scrivendone apertamente. (Kathryn Harrison ha scritto due romanzi con padri incestuosi – in potenza o in atto – prima di scrivere il memoriale The Kiss, argomento: l’incesto, protagonista: lei. Rivendico il valore di questo esempio, anche se non si tratta di un’autrice troppo apprezzata nel nostro paese.)

Se io parlo del fantasma della storia personale, è perché credo che farci i conti significhi avere meno libri mediocri in circolazione. Da lettrice, ne posso ricavare un po’ di buona nonfiction, un po’ di buoni romanzi. Da occasionale insegnante, mi risparmio un sacco di fatica. Da autrice, forse mi posso evitare un errore inutile.

Qui e ora, mi viene chiesto di motivare le mie scelte narrative di fronte a una comunità per cui il libro parlato è materia di studio. A porte chiuse, mi viene chiesto di vivere dentro la pagina, perché il mio lavoro non perda consistenza.

Al termine dell’incontro, uno spettatore chiede a me e Ferré quali autori di nonfiction possiamo consigliare. Io suggerisco di leggere Tobias Wolff. Il libro della mia vita è Il colpevole, Wolff lo scrittore che mi ha spinto a seguire la voce di un autore attraverso generi e formati diversi, dai memoriali ai racconti, partendo da un romanzo breve. La sua voce crea le condizioni perché si possa stare in un momento comune, il lettore, lo scrittore e la storia, ed è in nome di questo momento che per un creatore uso la parola “umanità”, o “presenza”. Quando dico che un testo è lived-in, “vissuto”, “abitato”. C’è la traccia di un passaggio umano all’interno di un oggetto. Non so se ho convinto qualcuno.

In serata, a Ferré dico, è un periodo molto duro, sento di non aver messo radici in nessun posto – le dico, forse l’unico posto in cui ho provato a mettere radici è il lavoro. Se quello non gira, io non ho niente. E lei dice: sì, lo so. In senso narrativo.

(Un mese più tardi, penserò che sto imparando a leggere e scrivere; ho curato un’antologia per imparare a seguire con attenzione il lavoro degli altri, per migliorare gli strumenti che uso nel mio, di lavoro, per chiedere a me stessa una maggiore cura rispetto ai prossimi libri. Tutto quello che ho, l’ho imparato mentre lo stavo facendo. Penserò spesso alla frase dipinto coi piedi.)

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Fuori dal film https://minimaetmoralia.it/non-fiction/fuori-dal-film-marianna-crasto/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/fuori-dal-film-marianna-crasto/#respond Sun, 01 Mar 2015 10:04:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25484 Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

Stavolta è stato al tavolo della cucina, quindi stavamo bevendo il caffè, quando mi ha detto di aver conservato in un qualche cassetto non meglio identificato il quaderno dove annotava l’orario delle medicine di nonna, morta ufficialmente il diciannove maggio scorso, una settimana precisa dopo aver compiuto novantasei anni. La questione qui non è tanto mia nonna e la sua morte, giacché destino delle nonne di novantasei anni è morire, come mi ha insegnato Anna Paquin in un dialogo con Philip Seymour Hoffman ne La 25a ora: la questione è questo quaderno su cui sono annotate cose come

Toradol  mezza fiala – 10:30
Dilatrend  20 gocce  12:00
Levodopa carbidopa  1 compressa  18:30
Peptazol – 1 compressa – 19:00

per pagine e pagine a coprire una lunga sette giorni di agonia. Questo quaderno, oggi e a mesi di distanza, non può esistere perché queste due donne si sono odiate con impegno e ostinazione nell’ultimo decennio, senza mai un ripensamento, senza mai riposare la voce dall’urlarsi insulti da un capo all’altro del corridoio, Cartagine e Roma sotto forma di femmine che hanno partorito e sono state partorite. Mia madre avrebbe già dovuto buttarlo nel secchio della carta insieme a tutte quelle cose che, nella somma, facevano la persona – le gonne e le camicette, i libricini di preghiere vecchi di settant’anni e macchiati di giallo e marrone, lenzuola consumate e calendari delle missioni dei Frati Comboniani, le ricevute delle bollette del gas pagate nel 1981 – e che abbiamo già smistato e smaltito dalle nostre vite secondo le regole condominiali, dipende dai giorni ma comunque sempre dopo le 20:00. C’è stato molto rispetto in quella settimana, sì, ma io lo so che non era amore, era soltanto una donna che stava morendo e una che continuava a vivere: maniacali precisione e cura nella somministrazione delle medicine erano esattamente quello che mi aspettavo. Che il quaderno sopravvivesse a mia nonna, quale simbolo o ricordo o monito, no.

La seduta è finita e io non ho detto niente: lei mi ha parlato del quaderno in maniera del tutto incidentale, confessando in primo piano qualche altra malinconia che non ho ascoltato, impegnata a dissimulare. Ognuna è andata a fare le sue cose, la posa del caffè si è indurita sul fondo delle tazzine, la domenica pomeriggio è diventata domenica sera: io pensavo al quaderno ormai da 6 ore e ho continuato per le successive 6. Si è fatta notte pensando a un oggetto di cancelleria.

Il primo momento utile per parlare con mia sorella è stato alle quattro del mattino, quando è ritornata a casa, ero rimasta sveglia apposta per poterla incrociare. Le ho chiesto se si era divertita e mentre mi rispondeva l’ho interrotta per dirle che non l’ascoltavo a causa del quaderno, con una strana voce che mi saliva estranea da un punto nascosto non so dove dentro, e da lì arrivava fino al primo piano del letto a castello dove sta lei. Le ho chiesto Cosa dovremmo fare secondo te? e Dovremmo dire qualcosa a mamma? e poi Ho provato a cercarlo mentre lavava i piatti ma non ho fatto in tempo, è il guanto di gomma più veloce del west, fino a che sono arrivata alla questione che più mi pressava, cioè che la permanenza stessa del quaderno nelle nostre vite era sbagliata dopo il culmine emozionale del funerale e sostanzialmente ostativa alla rinascita dei personaggi. Lei non aveva detto una parola durante tutto il mio racconto: temevo si fosse addormentata lasciandomi a parlare da sola e forse quasi lo speravo. Ma in quel momento è stata zitta come solo una persona sveglia e in ascolto può decidere di stare.

Personaggi? Ma che siamo, un film? – e dopo il punto interrogativo si è zittita come una che vuol dormire, così ho dovuto dormire anch’io. Questo è successo domenica.

Ho lavorato molto male tutta la settimana. Faccio perlopiù fotocopie ma si può sbagliare a farle – il test di ingresso è la fotocopia del fronte retro della carta di identità sulla stessa facciata del foglio: ormai sono brava, ma sovrappensiero sono fottuta – e si può essere ripresi dal proprio capo per questo. Mi sarei anche imbarazzata se non fossi stata impegnata a pensare al quaderno, alla sua forma, alla sua posizione nel cassetto, al cassetto stesso, agli altri oggetti che ci avrei trovato dentro, a quello che avrei letto nella grafia di mia madre – agitazione, apprensione, calma, fretta, scrivi ma fai presto che forse ha smesso di respirare, se ha smesso di respirare è inutile far presto e tanto vale curare la calligrafia. Il fine settimana stava arrivando e io ero contenta perché avrei avuto tutto il tempo del mondo per cercare il quaderno e provavo una strana vergogna perché ero eccitata come da tanto tempo non ero e mi sembrava macabro eccitarsi per la combo quaderno/morte/medicine.

– Perché, dico io.
– Perché cosa?
– È solo un quaderno. Perché lo cerchi.
– E me lo chiedi?
– Lo sto facendo.
– Perché non dovrebbe esistere.
– Ma che cazzata!
– …
– …
– Cosa speri di ottenere trovandolo?
– …
– …
– COSA. SPERI. DI. OTTENERE.
– Un film di Wes Anderson.
– …
– …
– …
– …
– Cosa cazzo significa Dio mio!
– UN. FILM. DI. WES. ANDERSON.

Anche se ho alzato la voce, mia sorella si è messa comunque a dormire, così ho dovuto dormire anche io. Ci incontriamo solo la notte, tutti i giorni di tutte le settimane da due anni. Fa gli strani orari della lavoratrice autonoma, poi va in giro, poi va a dormire sul divano del suo ragazzo finché non suona la sveglia del cellulare precedentemente impostata intorno alle tre e mezza e finalmente torna a casa da me e mamma, perché qui si torna sempre alla navicella madre indipendentemente da quante candeline spegni. Credo che se ci incontrassimo a orari civili, evitando di parlarci al buio dai livelli sfalsati di un letto a castello Mydal, capirci ci verrebbe assai meglio.

Oggi è sabato e fuori c’è un bel sole, così ho ricominciato a cercare il quaderno perché non lavoro e mia madre è andata alla posta. Una volta mi ha detto che il problema non è tanto quello che prova, ma quello che non prova. Non è tanto che non le piaccia avere a che fare con l’odio – il suo verso gli altri o viceversa – quanto il non sapere che fare con il non-amore, la non-pietà, il non-affetto, che sono cose ben diverse e spaventose perché presuppongono impegno. A non-provare niente ci si deve applicare con attenzione e abnegazione: un affettucolo superficiale e un odio tragico se lo meritano tutti. Ma uno che si impegna a essere indifferente è spaventoso, e se lo è lui lo sei pure tu. Facciamo sempre bassa manovalanza casalinga quando ci psicanalizziamo, quella volta sbucciavamo le mele per una torta. Lei si riferiva a tutte le persone che verso di noi non-sentono nulla, ma anche a se stessa che non-sentiva nulla verso sua madre. Un sentimento abbastanza cagacazzo da maneggiare, le dissi. Parve soddisfatta: continuammo a sbucciare.

Ho cercato nel cassetto delle mutande, tra i vestiti estivi e quelli invernali, dove nasconde i soldi, dove conserva i biglietti di auguri, nel cassetto delle lenzuola, in quello delle tovaglie, nei pensili della cucina, tra i dvd perché ho pensato che un quaderno messo di dorso può confondersi con un dorso di dvd. Soltanto che a casa abbiamo dodici mobiletti contenitori dvd Benno e ci ho messo un’ora intera a scandagliarli tutti e lo stesso è successo quando ho cercato tra i libri, perché abbiamo sette librerie Billy. Ma il quaderno non è uscito fuori, mia madre non è ancora tornata, e io mi sono ritrovata sul divano a piangere e a pensare al quaderno come la cosa più assurda del mondo. Ecco cosa risponderei adesso a mia sorella, se fossero le quattro di notte e mi chiedesse cosa cazzo io stia facendo con quella sua aria saputella, le direi che cerco un quaderno assurdo, che non ha ragione di esistere perché quelle due si odiavano a morte, e forse addirittura non-sentivano-niente a morte, il che è anche peggio se avesse una cazzo di vaga idea di cosa sia una seduta psicanalitica con nostra madre. Ma non c’è mai quando ho la risposta giusta, l’esprit de l’escalier dicono. Hanno ragione, ci vediamo stanotte, stronzetta.

Caro Wes Anderson,

Scusa se non sono esattamente parallela alla telecamera, ma tanto anche il divano non è esattamente centrato sulla parete. Capisci, mi affannerei per un risultato comunque scadente.

Tua,

M.

Piangere è un’azione estremamente sgradevole da un punto di vista estetico, a meno che non si indossi una pelliccia, si tenga in mano una sigaretta e si abbiano le fattezze di Gwyneth Paltrow. Sto riguardando The Royal Tenenbaums per la tredicesima volta, lunga distesa sul divano, ma disordinata, superficialmente buttata sui cuscini come un cappotto durante una festa, con tutta l’agitazione che passa da fuori attraverso i pori, il naso rosso e bagnato di muco, gli organi interni che pesano uno sull’altro, un groviglio orribile di tessuti molli, le gambe senza alcun legame logico-geometrico con le braccia con la testa con la parete con il pavimento. Mi sembra di mancare di rispetto a Wes con la mia goffa presenza e il mio non saper dove cercare questo quaderno che avrà sicuramente una brutta copertina, e forse addirittura le orecchie sulle pagine e a volerci trovare un senso non ce lo trovo, mi dispiace, la sceneggiatura fa acqua, i personaggi cazzeggiano tutto il tempo, e piangono, e sono brutti, non come in The Grand Budapest Hotel con tutti quei vestiti viola e la copertina del libro lillarosa, in pendant con il vivere.

Caro Wes, 

non sono le palette cromatiche studiate con l’aiuto degli astrofisici di Pantone, nemmeno sono le musichette indie, i vestiti hipster, gli amori puri, le vite avventurose. È la simmetria, l’angolo perfetto davanti alla telecamera. È il mondo geometrico dove tutti vanno da qualche parte, trovano le cose e queste cose hanno un senso, oppure non trovano le cose e non trovarle ha un senso, e si vaga confusi ma sempre dritti e così dopo un po’ la confusione sparisce grazie, appunto, alla simmetria.

È l’ordine, Wes, e la sua mancanza mi costringe a mettere in pausa il dvd, perché fuori dal film quando si piange è un gran casino, e nessuno ti viene a baciare sulla bocca o sulla fronte, e nessuno ha mai il coraggio di rasarsi a zero barba e capelli sottolineando chiaramente il cambiamento in atto, o di lasciarsi dietro sulla banchina un set di valigie Louis Vuitton. Fuori dal film sottintendiamo un sacco di cose, e non bruciamo mai le foto o i diari o i quaderni così da andare avanti una volta e per sempre.

Tua,

M.

Quando lo vedo, bellissimo e solo, dentro al cassetto dove non avevo guardato, inizia il commento di Bill Murray alla colonna sonora. Bill sta dicendo che il moderato utilizzo delle percussioni richiama discretamente a un’idea di palpitazione. L’inserimento degli ottoni crea un’atmosfera non banale. Frances McDormand lo interrompe dicendo che è una stronzata: ci sarebbero stati meglio i piatti, casinisti e fragorosi, per sottolineare che il ventricolo destro quasi mi scoppia. Si mandano a fanculo, poi mi sveglio con la tachicardia.

Mia sorella si sta arrampicando sulla scaletta di faggio, ma rimango immobile sotto le coperte, immobile come solo una che è sveglia può stare, ma lei non fa caso a queste cose e crede che stia dormendo davvero.

Che avessi un problema con la vita nel film e la vita fuori dal film l’ho pensato quella volta che ho comprato dei guanti neri al gomito per imitare Eva Green che imitava la Venere di Milo in The dreamers di Bertolucci. Per la verità entrai soltanto in un negozio di giocattoli nel periodo di Carnevale, ma i commessi iniziarono a fare troppe domande – che tipo di vestito, quanti anni ha la bambina, come mai i guanti non erano già compresi nella confezione del costume – e via, a mani vuote, con addosso chissà che colpa. Avevo anche a disposizione una porta da aprire su fondo nero, ma l’ho superata, perché si trattava solo di un gioco da fare a letto. Invece non potrò superare questo: approfittando che ero in ufficio, mia madre ha buttato gli ultimi sacchi dell’immondizia superstiti – ci sono ancora sacchi dopo mesi dalla morte di mia nonna, eppure era alta al massimo 1,40 e viveva in una sola stanza in cui faceva quasi tutto, mi sembra incredibile.

Forse in questi sacchi c’era anche il quaderno ma il fatto che non abbia avuto la possibilità di vederlo, di effettivamente appurare che era sopravvissuto al suo scopo, mi impedisce di mettere la parola fine, di chiosare come ogni voce fuori campo dovrebbe.

Trovo mia madre uguale a come l’ho lasciata stamattina: non riesco a capire se abbia vissuto un’esperienza in qualche modo catartica o se abbia bisogno di un confronto liberatorio, ancorché oscuro, sullo stile di quello tra Anjelica Huston e Brody/Schwartzman/Wilson. Non so come comportarmi: sono molto arrabbiata ma lei è così tranquilla, mi dice che a portar giù i sacchi le è venuto un po’ di mal di schiena ma poi le è passato, così ha cucinato le melanzane come piacciono a me, e non so se ho la forza di rifiutare le melanzane o imporle alcunché di catartico.

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Come non è morta mia madre https://minimaetmoralia.it/non-fiction/come-non-e-morta-mia-madre/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/come-non-e-morta-mia-madre/#comments Tue, 19 Aug 2014 13:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22824 Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Raffaella R. Ferré ringraziando l’autrice e la rivista.
di Raffaella R. Ferré

Io non sapevo e non volevo sapere, ma quando mi chiusi in bagno, quella sera, sapevo già. L'istinto di cui parlano certi libri, il contatto con la “natura intuitiva", la storia new age che poi, anni dopo, avrebbe riempito giornali, è qualcosa che abbiamo tutti e che non sta buono da un canto, ma ci avverte, ci chiama. Di solito prendiamo tranquillanti proprio per evitare di essere avvertiti e chiamati. Il punto è che all'epoca dei fatti avevo nove anni e le prescrizioni mediche erano un serio problema.

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Raffaella R. Ferré ringraziando l’autrice e la rivista. (Fonte immagine)

di Raffaella R. Ferré

Io non sapevo e non volevo sapere, ma quando mi chiusi in bagno, quella sera, sapevo già. L’istinto di cui parlano certi libri, il contatto con la “natura intuitiva”, la storia new age che poi, anni dopo, avrebbe riempito giornali, è qualcosa che abbiamo tutti e che non sta buono da un canto, ma ci avverte, ci chiama. Di solito prendiamo tranquillanti proprio per evitare di essere avvertiti e chiamati. Il punto è che all’epoca dei fatti avevo nove anni e le prescrizioni mediche erano un serio problema.

Come tutti avevamo un medico di famiglia: il fatto è che era di famiglia sul serio, era mio zio. Provate voi a parlare dei vostri malanni ad uno di famiglia: vi dirà che è roba da niente. Il mio aggiungeva anche: non far preoccupare tua madre. Quindi posso dire senza timore di essere smentita che fino a quando non ho avuto l’età e i soldi giusti per prendere un treno e cercare un aiuto sanitario altrove, non mi è stato mai concesso di stare male sul serio. Eppure lo sapevo, eccome, quella sera, nel bagno. Ero a conoscenza di un’ansia senza nome che mi diceva: qualcosa non va, anzi, qualcosa sta per non andare.

Il cuore a mille al centro del petto è una questione annosa per una bambina.

Non puoi uscire gridando: «Sto per avere un infarto!», per prima cosa.

Non puoi indicarti la pancia e dare la colpa al ciclo.

Puoi solo toccarti il petto, come la domenica a messa, e prima che sia qualcun altro a dirtelo, ammettere di avere la colpa, la grandissima colpa, di sentire il vento che cambia.

La morte di una madre non è una questione semplice da affrontare: non per un trauma legato ai sentimenti, quanto alla memoria. Io non ricordo sinceramente quello che è successo: o meglio, me lo ricordo perché me lo hanno raccontato, ma come se io non fossi stata presente in quel momento, e invece c’ero, hai voglia se c’ero.

In questo ricordo ricostruito scendo dal letto, con lo stesso tamburo tra le costole della sera prima. Mi porto in camera dei miei genitori che dormono ancora. Hanno lasciato la tivù accesa: il Maurizio Costanzo Show parla da una replica della notte. In un riquadro in basso a sinistra, una donna fa strani gesti: parla ai sordi, ma parla anche a me. Non capisco nulla di ciò che dice, e la cosa mi spiace.

Tecnici della Lingua dei Segni, gatti, cani, uomini tra i trentacinque e i quarantadue anni: mi è sempre spiaciuto molto per tutti quelli che comunicano in qualche modo bislacco e che per un motivo o per un altro non mi è dato di capire.

In questo racconto di me fatto da altri, mi sono avvicinata a mia madre, le ho dato un bacio e ho tentato di intrufolarmi sotto le coperte. Non ci sono riuscita: lei non mi ha accolto tra veglia e sonno, non mi ha fatto spazio.

Il resto lo immaginate da soli, suppongo.

Male. La storia non è andata come immaginate.

La storia è che fui mandata, ancora in pigiama, dalla zia che, per aggiungere il brivido del  pericolo alla nostra compagine familiare, viveva al terzo piano (e avere una zia che abita al terzo piano del tuo stesso palazzo significa che i cacamenti di cazzo noti a tutti si moltiplicano almeno per 5, ovvero zia, marito della zia, figli della zia ed eventuale altro parente che va a trovare la zia ma che non si ferma prima a salutare te e quindi, sicuro ha qualcosa contro di te).

Mentre io salivo le tre rampe di scale grigie che separavano il suo appartamento dal nostro, lei venne avvertita di quel che era successo: conosceva, dunque, la verità quando venne ad aprire la porta, ma non poteva mica dirmela. Quindi pensò bene di passare la mattinata a prepararmi ad una tristezza senza ragione plausibile. Mi rimproverò perché ero allegra, mi urlò dietro perché giocavo, mi guardò male quando presi a mangiare con gusto le brioscine al cioccolato. Per molti giorni il pensiero che nello stesso istante in cui io ingurgitavo un kinder brioss dietro l’altro, mia madre stesse tirando le cuoia, mi ha fatto vergognare di me stessa. Io, figlia disamorata che aveva un solo dio, la prima colazione, e lei bella che andata ore e ore prima: morta tranquilla, nel sonno, aggraziata.

Il problema era, come al solito, di chi rimane.

Prima regola per chi rimane: dite sempre la verità a chi resta assieme a voi. Sarà più dolorosa, ma di certo è più tollerabile dell’esser presi per culo.

Ad esempio, a me avrebbero potuto dire: guarda, cara, tua madre non è morta, ha avuto una bella botta e quindi ufficialmente non sei un’orfana, ma tecnicamente ti conviene preparati ad una fine infanzia e una preadolescenza e ad una pubertà in cui l’essere femminile di riferimento più prossimo e benevolo sarà Christiane F.

È questo il motivo per cui se oggi posso scegliere, preferisco avere a che fare con un uomo. Mi viene più semplice, capitemi. È  quello che ho sempre fatto (a parte relazionarmi con zie stronze, e questo include nel novero una serie di relazioni umane con una folta schiera di arpie, con cui, come dire, mi trovo bene, ricalcano schemi che conosco).

Il primo uomo con cui ho avuto a che fare è uno che qualche anno prima era stato fermato mentre faceva l’autostop a Firenze. L’avevano portato in caserma e gli avevano fatto tagliare barba e baffi perché così somigliava troppo ad un reazionario. Storie degli anni Settanta che mi facevano assai ridere: me lo vedevo, ritto davanti allo specchio a rasarsi e quelli sbalorditi di come una faccia può cambiare in dieci minuti.

Il primo uomo con cui ho avuto a che fare mi diceva spesso di non rompere le scatole mentre dipingeva. Ho chiesto: quali scatole? Io non ho rotto niente niente. E lui ha riso e mi ha fatto disegnare Poochie* ballerina sulla sua tela, al posto della natura morta con teschi in cui si stava producendo. Si produceva in molti quadri metafisici, quest’uomo, e canticchiava mentre la sua donna stava male, i suoi lavori portavano la firma di un altro e una bambina imparava che la disoccupazione e l’inchiostro a china e le canzoni di Pierangelo Bertoli erano una specie di colpa universale, legate l’una all’altra come chiavi ad un anello chiamato, per brevità, “giovinezza”. Le chiavi non aprivano niente.

Ma quest’uomo, sapete, mi ha regalato una spilla con su una pin up innamorata. Sopra stava scritto: Susie’s got a boy. Io ho pianto perché volevo un altro regalo, volevo la pantera rosa, volevo barbie luce di stelle, volevo il dolceforno, ma lui ha spiegato: adesso sei piccola e non ti piace, ma se aspetti poi capisci. Quest’uomo, la prima volta che ha cucinato non capiva questo fatto degli odori così ha gettato nella passata di pomodoro tutto quello che aveva trovato nel cassetto basso del frigorifero: aglio e cipolla, prezzemolo, sedano, basilico, carote, tutto. Non volevo assolutamente toccare quella broda arancione ma lui si ostinava a dire che sì, quello era il mio pranzo. Ho preso a minacciarlo, a dirgli che un giorno sarebbe stato vecchio e avrei cucinato io per lui, le cose peggiori, topi e scarafaggi, e lui avrebbe dovuto mangiare perché comandavo io.

Lui ha detto: va bene; io ho pulito tutto il mio piatto.

Il giorno seguente ho imparato a cucinare.

Quest’uomo una volta ha scoperto, e aveva già quarant’anni, di avere un secondo nome: Felice. Abbiamo riso assai per questo fatto.

E al primo fidanzato con cui andavo a dividere una casa, diversi anni dopo, quest’uomo ha fatto la scuola su metodi contraccettivi. Il primo fidanzato stava tutto vergognoso e camminava affrettando il passo. Io ridevo trascinandomi la valigia dietro loro due.

Quest’uomo mi ha ripreso sempre quando parlavo in dialetto o quando strappavo una metà dal quaderno per scriverci una storia, ha comprato per me figurine di Holly Hobbie e in tempi decisamente più recenti Marlboro Gold.

È lui che devo ringraziare se conosco la storia di come non è morta mia madre, e posso oggi raccontarla ad altri come se fosse una cosa che non è successa a me.

Potremmo dire che ha un talento per la comicità, e infatti gli è sempre piaciuto: disporre mozzarella e prosciutto nei piatti in modo da disegnare una faccia sorridente; raccontare storie sconclusionate; dimenticare i nomi della gente con cui parla (mentre ci parla) o attribuirne altri di sua fantasia; fare scherzi un po’ crudeli tipo lasciarmi sola in un posto sconosciuto e uscire dal suo nascondiglio solo quando prendevo a strillare come un merlo indiano. Usciva ridendo, preoccupato nemmeno un poco, e io mi chiedevo forte che cazzo ci stava di divertente nell’abbandonare qualcuno, anche se per poco, anche se per gioco.

La risposta a questa domanda non è ancora venuta anche se ho delle idee in merito, del tipo: forse voleva dirmi che gli abbandoni sono una cosa che capita, come tutte le altre. Oppure che il problema è sempre di chi rimane, ma chi rimane ha il grosso vantaggio di potersela raccontare come vuole.

O che se ne può ridere sempre e comunque.

Non lo so, ma diciamo che mi fido.

Dopotutto è mio padre.

 

 

*La tela con Poochie ballerina resiste ancora a casa mia in barba a tutti i paesaggi, tutti i ritratti, a memoria del fatto ho il senso delle proporzioni nel sangue.

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La prima volta che la camorra ha sparato e non ho sentito https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-prima-volta-che-la-camorra-ha-sparato-e-non-ho-sentito/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-prima-volta-che-la-camorra-ha-sparato-e-non-ho-sentito/#respond Sat, 09 Aug 2014 08:04:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22706 Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un'idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l'intervento di Giusi Marchetta ringraziando l'autrice e la rivista.

di Giusi Marchetta

Ero a Napoli quando un gruppo di scissionisti del clan Di Lauro ha deciso di fargli la guerra. Io andavo e tornavo dal corso di specializzazione e loro si aggiravano per la città seminando agguati che riportassero gli uni o gli altri in vantaggio di un morto. Succedeva nelle periferie dove tutto era cominciato, ma succedeva anche nei quartieri del centro in pieno giorno. Si uccideva per vincere la guerra e si rubava per finanziarla.

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Giusi Marchetta ringraziando l’autrice e la rivista. (Immagine: Banksy)

di Giusi Marchetta

Ero a Napoli quando un gruppo di scissionisti del clan Di Lauro ha deciso di fargli la guerra. Io andavo e tornavo dal corso di specializzazione e loro si aggiravano per la città seminando agguati che riportassero gli uni o gli altri in vantaggio di un morto. Succedeva nelle periferie dove tutto era cominciato, ma succedeva anche nei quartieri del centro in pieno giorno. Si uccideva per vincere la guerra e si rubava per finanziarla.

L’enormità della tragedia in atto non ci sfuggiva (le immagini dei cadaveri rilanciate dal tg nazionale, il conteggio dei morti e la loro attribuzione necessaria a tenere il punteggio, l’indagine sociologica cui pareva doversi sottoporre una regione geografica dai confini incerti), però ci sembrava naturale andare avanti, vivere come se girasse una singolare forma di influenza che ci rompeva le ossa e ci toglieva il respiro, ma che, tutto sommato non ci impediva di fare quello che dovevamo.

Qualcuno cedeva ogni tanto, com’è normale; allora, ovunque servisse, a cena, per strada, davanti al caffè, si concorreva a sanare quel cedimento, a renderlo meno fragile, con una constatazione pronunciata a mezza bocca: tanto si ammazzano tra loro. Allora dovevi scegliere se questa cosa detta con leggerezza ti facesse schifo o se ti spaventasse. O ancora, se ti facesse pena. In fondo tutta la città si stava ammazzando e a dirsi così pareva che uno cercasse un riparo, una scusa per dire: vedrai che a me e a te non succede.

Andavo e venivo dai corsi obbligatori. Un giorno tornavo a piedi, percorrendo in un quarto d’ora un tratto che l’autobus avrebbe fatto nel doppio del tempo, ostaggio di un traffico che pareva una maledizione. Camminavo e pensavo a un esame, ma soprattutto alla sensazione che i miei giorni fossero ormai tutti uguali, una catena di doveri e puntualità che mi stavo trascinando dietro dall’università e forse perfino da prima.

Percorrevo via Foria a testa bassa, gli occhi sulla punta delle scarpe e la tracolla che ogni tanto ci ondeggiava davanti. Non ho visto l’uomo che usciva dal bar ma l’ho avvertito: ho rallentato leggermente e lui mi ha preceduto sul marciapiede, un omone con le spalle ondeggianti e la camminata veloce.

Il secondo uomo invece mi ha tagliato la strada: un solo passo dalla soglia del bar alla strada, con lo sguardo fisso sulla nuca del primo. È partito un fischio lungo, un richiamo. L’omone si è girato e ha visto l’altro tirare fuori la mano dalla tasca, tendere il braccio, mirare. Allora s’è buttato a terra, in ginocchio, si è fasciato la testa con le braccia e ha aspettato come tutti noi intorno abbiamo aspettato, immobili, di sentire lo sparo che gli arrivava addosso.

Non so come, stamattina, mi viene in mente Nicola. È una sensazione strana, quando ti rendi conto che la memoria non riesce a tenere insieme tutto il tempo ma ci fa dei riassunti, taglia e cuce male insieme persone e giornate in cui abbiamo convissuto.

Per anni di questo bambino biondo non è rimasta traccia nei miei ricordi che sono cresciuti, andati alle medie, al liceo, all’università, che nel tempo si sono moltiplicati e confusi con fantasie poi abbandonate o a cui mi sono affezionata troppo per non trovarci nulla di vero.

E poi, oggi, mentre faccio una cosa banale come lavarmi i denti davanti a uno specchio chiedendomi quanti giorni della mia vita sono cominciati esattamente così, la sua faccia tonda e il neo sulla guancia si affacciano nella mia mente chiarissimi, vivi, come se per anni Nicola fosse stato nascosto da qualche parte e avesse avuto finalmente il permesso di uscire.

Era arrivato a metà della quinta elementare, in una classe in cui le voci degli altri erano un’abitudine acquisita. Non aveva il grembiule, solo un giubbino blu che metteva sempre cercando di mimetizzarsi con la tinta delle nostre uniformi bambine. Il risultato era una stonatura peggiore. Essere simile a noi, era peggio che non essere uguale. Guardavi il giubbino e i suoi jeans e non vedevi le stesse poesie, l’esercizio costante di una sillabazione feroce, i cartelloni appesi alle pareti della classe con la firma di tutti. Era un estraneo e per giunta lo sembrava.

Ed era indietro col programma: su tutto. Per tamponare la situazione, la maestra me l’affidò senza indicazioni precise e lui stesso mi si affidò con una docilità difficile da gestire. Non dipendi da me, avrei voluto dirgli. Ma non lo facevo e, anzi, prendevo ogni assenza e ogni compito non fatto come un affronto diretto a me. Mi avevano messo in mano il capo di una corda e detto: – Tira. E io tiravo, ma non ero abbastanza forte per trascinarmi dietro tutto quel peso.

E poi, una mattina, Nicola non era a scuola. Quella sera al telefono la sua voce pareva più sottile: non poteva venire, non sarebbe venuto per un po’.
– Ma perché?
Non pareva malato. E io avevo tirato forte ed ero stanca.
Sua zia prese il telefono. La sua voce era secca e piena di accenti.
– Devi dire alla maestra che Nicky non viene a scuola perché gli è morto il padre.
Da qualche parte accanto a lei, Nicola stava zitto.
– Hai capito come devi dire?

Sul giornale la notizia occupava un paio di colonne. L’avevano fermato a un incrocio con un semaforo, qualcuno che conosceva. Avevano aperto la portiera dal lato del passeggero: allora si era accorto della pistola. Ci aveva provato a dare un colpo all’acceleratore, a partire in quarta, ma non era servito: il colpo gli era arrivato in faccia. Dove doveva.

Dell’articolo di giornale ci aveva detto Domenico in classe. Io non ci avevo creduto: c’era quel dettaglio, quello sparato in faccia. Se davvero lo avessero scritto sul giornale, pensavo, Nicola lo avrebbe potuto leggere. Mi pareva una cosa illegale. Per questo litigai a morte con Domenico finché lui non andò a piagnucolare dalla maestra e lei non fu costretta a confermare che era vero, che l’articolo c’era ed era tutto così.

La mattina mio padre mi accompagnava a scuola in macchina. Lo guardavo al posto di guida e pensavo alla sua faccia così tirata e indifesa.

Non ho mai pensato al padre di Nicola come a un camorrista anche se quasi sicuramente lo è stato: la ferocia dell’agguato, il colpo al volto mirato a punire un affronto, non erano che il contorno pittoresco di una perdita troppo vicina per essere compresa dalla bimba che ero. Più che un regolamento di conti (espressione che costellava i tg dell’epoca) la sua morte rientrava per me nell’ambito di una possibile, tragica fatalità che accomunava tutti gli adulti che guidavano nella provincia di Caserta. Insomma, la camorra aveva sparato, ma io non avevo sentito.

Quel giorno, in via Foria, quando l’omone si è inginocchiato e si è coperto la testa sono rimasta immobile sul marciapiede. Un attimo dopo, l’altro ha abbassato il braccio e ha cominciato a ridere dello scherzo, mostrando, pistola innocua, la mano vuota ancora in posa.
L’omone ha elaborato velocemente l’umiliazione o la minaccia, poi si è rimesso in piedi con un sorriso tirato. Solo io e lui abbiamo sentito lo sparo: il mio era partito anni prima, il suo era da qualche parte, già in canna, in attesa di arrivargli addosso.

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Il giorno del battito https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-giorno-del-battito/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-giorno-del-battito/#respond Tue, 03 Jun 2014 05:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20987 Abbiamo le prove è una rivista quotidiana di nonfiction femminile fondata da Violetta Bellocchio. Pubblichiamo la storia di Licia Ambu ringraziando l'autrice e la rivista.

di Licia Ambu

Ormone beta HCG. Betaaccacigi.
Al valore 2133 inizia la storia.

E quando inizia così non è che ci credi bene subito. Non io almeno. Sei lì a guardare la televisione, ti fai un paio di conti e dopo un quarto d’ora le coordinate del tuo lunedì sono tutte sconvolte. Incinta. Dio del cielo e adesso? Una bomba a orologeria. Nell’arco di un secondo mi passa in testa una quantità di informazioni difficili da smaltire anche avendo parecchio bel tempo da occupare. La pancia diversa che si ingrandisce a vista d’occhio, adesso siamo in due e deve uscire da qui, conto già tre spazzolini, ricorsive notti in bianco e tutto che ancora sono solo seduta sul water, davanti al lavandino, con la pressione indecisa.

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Abbiamo le prove è una rivista quotidiana di nonfiction femminile fondata da Violetta Bellocchio. Pubblichiamo la storia di Licia Ambu ringraziando l’autrice e la rivista. (Fonte immagine)

di Licia Ambu

Ormone beta HCG. Betaaccacigi.
Al valore 2133 inizia la storia.

E quando inizia così non è che ci credi bene subito. Non io almeno. Sei lì a guardare la televisione, ti fai un paio di conti e dopo un quarto d’ora le coordinate del tuo lunedì sono tutte sconvolte. Incinta. Dio del cielo e adesso? Una bomba a orologeria. Nell’arco di un secondo mi passa in testa una quantità di informazioni difficili da smaltire anche avendo parecchio bel tempo da occupare. La pancia diversa che si ingrandisce a vista d’occhio, adesso siamo in due e deve uscire da qui, conto già tre spazzolini, ricorsive notti in bianco e tutto che ancora sono solo seduta sul water, davanti al lavandino, con la pressione indecisa.

Mi servono nozioni spazio-temporali per una festa che si sta svolgendo dentro al mio corpo, che non è un concetto facilissimo né immediato da considerare, in alcune circostanze. Mi danno un tempo e un luogo, in quel modo che io vorrei d’improvviso apparisse un grafico con maestra inclusa, occhiali e bacchetta pure, che mi spiegasse come si spiega ai bambini delle elementari come si scrive la lettera a, che mi dicesse con delicatezza la previsione futura, e cioè che il parto potrebbe essere intorno ad agosto, e la serie infinita di esami siglati che mi prescrive. Nel frattempo la percezione del mondo cambia. Mi ritrovo su un altro pianeta, col mio segreto, dove le stesse cose di sempre sono diverse anche se fatte allo stesso modo. Scegliere una camomilla, soffiarsi il naso, fare le scale.

Racconto io alla mia mamma, lui alla sua, e da fino a tre mesi silenzio, lo sanno solo quelli di famiglia si arriva tranquillamente a civili trenta almeno. Anche questa parte della storia viene un po’ ostica, niente in confronto al dopo ma comunque belle grane. Le credenze della nonna che chiama da chilometri lontani per sincerarsi sull’assoluta abolizione della doccia calda, rischio pericolosissimo. Di colpo sono la malata, non devo fare sforzi, non posso guidare, fare la spesa, stancarmi troppo. Tutti hanno la saggezza e tutti sanno il meglio per te che nel frattempo, come effetti collaterali, solo ti addormenti ovunque dopo pranzo, in qualsiasi situazione, e hai sete. Tantissima sete. E vorresti solo un attimo di tempo per capire che cosa diavolo sta succedendo. Viene poi da capire perché fino a un certo momento sia espressamente indicato di tenerseli per sé, certi fatti. Dopo, quando si è certi, dopo è tutta discesa pare. Discesa, regali e stelle filanti.

Il fatto che proprio mi cambia la vita per sempre, però, succede dopo. Il giorno del battito. Me ne sto sdraiata in questo studio, nel silenzio, quando arriva il suono. Un puntino nello schermo indecifrabile, una lucetta. E il suono. Ecco, non c’è niente al mondo, niente, credo, che possa darti quel tipo di emozione. Cioè, sicuramente i figli che nascono sanno fare di meglio, i figli che fanno qualsiasi cosa, che ti sorridono, dicono le prime parole di sempre: le prime da adolescenti, le prime da scolari e il resto, immagino. Solo che quello deve essere un po’ l’inizio, l’incipit per noi. È il primo segnale che mi stravolge la vita – poi rimarrà unico nella sua potenza. Il difficile è spiegare come ti senti improvvisamente utile, meglio: ti senti di avere un senso, una funzione. Ma non perché si possa avere una funzione solo diventando madri, per carità, assolutamente no, ovviamente no, insomma ci siamo capite. Trascende. Forse egoisticamente forse no, ti senti che dentro a te c’è la vita. E ti sembra un miracolo così grande che non ci pensi nemmeno più a te, pensi solo alla natura che lo consente e che il turno in questione è il tuo. Una specie di miracolo, se miracolo non fosse la parola svaligiata o fuori contesto che è alle volte. Di certo, la cosa più potente che mi sia mai capitata di incontrare fino ad oggi.

La storia poi cambia, perché il battito un giorno non c’è più. Il mio corpo si è distratto e si è anche scordato di dirmelo e quindi, insomma, tutto va per le sue fino al suono mancante. Così. A questo punto succedono tantissime cose in una notte sola. Perché a volte hai la frenesia delle domande che ti spacca la testa e non puoi ottenere nessuna risposta. Impari a contare i minuti, i secondi, le ore. Aspetti per forza. Ti prende il terrore che dieci ore prima hai comprato scarpette bianche di maglia, dieci ore dopo devi passare la notte per entrare in ospedale all’alba. Entri piena, esci vuota.

Non hanno una stanza. Mi dosano le medicine dentro una sala di passaggio, in un giorno normale un ottimo metodo per conoscere gente. L’infermiera non riesce a infilare la flebo, il medico si arrabbia con l’infermiera, anche lei di cattivo umore, che non è riuscita a infilare una flebo; sento i botti nella pancia ma non saprò mai quanto sia fisico quanto mentale. Mi addormentano contando, io che non ci credevo che a dieci non ci arrivi e invece; prima dell’uno il medico mi guarda e nel modo maldestro di chi ha una certa età, oppure nel modo maldestro di chi è dottore e ne vede cento, oppure nel modo maldestro di chi è senza utero a volte, oppure è così lui e il resto non conta proprio, il medico mi chiede: – quanti anni ha?

– Ventiquattro – , rispondo, e lui: – allora hai tempo, ne puoi fare sei di figli, stai tranquilla.

Dormo senza sogni. Mi sveglio piangendo. Mi dicono che dormirò ancora e mi portano in una stanza piena di mamme e bambini insieme. Immagino ci sia solo quella possibilità, visti i pregressi preferisco pensarla così. Entro piena esco vuota. Non posso mangiare non posso bere che l’anestesia fa vomitare alle volte mi raccomando, ma poi si sono sbagliati, mi portano la cena alle cinque e mezza e allora mangio lo stesso. Mi vesto nel bagno e con la bottiglietta dell’acqua me ne vado, che ho sete e voglio bere a casa mia. E tutto viene con me, a casa mia. Mi sdraio sul divano bianco e prendo le medicine che sono più pallida del divano bianco. Arriva l’amico giovane dottore. Si siede accanto a me. Dove finisco io inizia lui. Ci fa compagnia per alcune ore raccontando storie e intanto mi visita con gli occhi, parlando di cinema, informandosi di eventuale dolore.

Poi le parole crociate. Sulla sedia a dondolo. Senza dondolare. Io e lui, il padre mancato, seduto vicino a me nella stessa stanza a vigilare sulle nostre teste e sul mio corpo, con dolcezza. Non so per quanti giorni, non me lo ricordo più.

La verità è che ci sono ancora dei giri di congiura che mi scombussolano i pensieri ogni tanto. La verità è che il tempo è relativo e allora alle volte penso per una frazione di secondo, magari a Natale che è circa quando l’ho scoperto, diciamo il 4, quindi venti giorni prima, che mio figlio andrebbe già a scuola, oggi. Non ho fatto in tempo a chiamarlo e questo mi consente di pensarlo come una possibilità che non c’è stata e non come una parte di vita interrotta, una mancanza di abitudini reali. Si dicono un sacco di cose sul dolore. Si dice che passerà, si dice che tanto si è giovani ci si può rifare, si dice che sembra impossibile ma le cose poi si sistemano. Si dice vedrai che poi. Secondo me si dice non tanto per la persona in questione, o non solo, ma per alimentare la credenza comune e la sua funzione consolatoria: si dice, così poi lo sappiamo tutti, è la nostra conoscenza condivisa, la nostra profezia, oggi serve a te domani a me. E alla fine si fa funzionare.

Dopo un tempo indefinito ho smesso di ascoltare. Tutto. Ho smesso di sentire la credenza consolatoria, la ricerca delle colpe, l’alleggerimento dei fatti, quella volta che non dovevo portare la borsa della spesa, la doccia calda, la macchina per le strade di Roma; perché alcuni lo fanno per te, altri solo per loro, altri non lo sanno, lo fanno e basta. Ho smesso e ho cercato di far pace col mio dolore. Lentamente. Ascoltandolo, accettandolo. Che è il mio e ognuno ha il suo. E nessuno lo sa come te. Ma non è importante. Alla fine.

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Jim Carroll, il poeta della pallacanestro https://minimaetmoralia.it/estratti/jim-carroll/ https://minimaetmoralia.it/estratti/jim-carroll/#comments Sun, 01 Jun 2014 07:59:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21124 Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll. Vi segnaliamo che domani, lunedì 2 giugno, Tiziano Lo Porto sarà ospite del festival La grande invasione di Ivrea per partecipare all'incontro A proposito di Jim Carroll insieme a Violetta Bellocchio.
Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile.

La vanità è una grande qualità

Vedere giocare Jim a pallacanestro è un sistema infallibile per capirne l’opera. Jim Carroll giocava con vanità. A un certo punto della sua vita disse: «La vanità è una grande qualità nel rock. È come quando giocavo a pallacanestro: non è importante segnare due punti ma essere figo mentre lo stai facendo, è una possibilità per trascendere te stesso».

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Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll. Vi segnaliamo che domani, lunedì 2 giugno, Tiziano Lo Porto sarà ospite del festival La grande invasione di Ivrea per partecipare all’incontro A proposito di Jim Carroll insieme a Violetta Bellocchio. (Fonte immagine)

I wanna lay beneath these sheets and never turn blue

I wanna hold you, hold you tight but never touch

I want some pure, pure white; hey, we can nod all night

ìWe can do it without thinking too much

Jim Carroll Band, «Wicked Gravity»

Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile.

La vanità è una grande qualità

Vedere giocare Jim a pallacanestro è un sistema infallibile per capirne l’opera. Jim Carroll giocava con vanità. A un certo punto della sua vita disse: «La vanità è una grande qualità nel rock. È come quando giocavo a pallacanestro: non è importante segnare due punti ma essere figo mentre lo stai facendo, è una possibilità per trascendere te stesso».

Da ragazzino Jim Carroll amava la poesia. «Volevo diventare un poeta», dirà da adulto. Sarebbe diventato «un pessimo marchettaro», e un grande poeta. Il suo primo libro di poesie se lo autoproduce a sedici anni e mezzo. Si chiama Organic Trains, diciassette pagine in tutto. All’inizio lascia che circoli senza che nessuno sappia nulla dell’autore. Dirà in seguito: «Non ne ho parlato con nessuno per il primo anno perché volevo che fosse il mio libro a parlare, così come voglio che quando gioco a pallacanestro sia il mio modo di giocare a parlare per me, e non io a parlare di lui». Per lui la poesia è come la pallacanestro. È evidente vedendolo giocare. È evidente leggendo le sue poesie. È evidente per chiunque abbia mai giocato a pallacanestro. O scritto una poesia.

Ai poeti beat di New York si sarebbe presentato un anno dopo l’uscita di Organic Trains. E loro vedendolo dissero: Figo, ci chiedevamo chi cazzo fossi. Del suo esordio dichiarò anni dopo lo stesso Jim Carroll: «Era solo un piccolo libro, ma mi convinsi che sarei stato un poeta».

A vent’anni pubblica il secondo libro di poesie. A ventitré, con il terzo, viene candidato al Pulitzer.

Quello che non mi uccide mi fa dormire

YouTube è un buon posto dove studiare Jim Carroll. Ci sono le canzoni, ci sono alcuni videoclip e filmati live, c’è qualche immagine, ci sono molti file audio con dentro interviste e poesie. C’è la pallacanestro e c’è l’eroina. C’è Jim Carroll che legge della perdita dell’innocenza raccontando del giorno in cui Kennedy venne assassinato, che era anche il giorno in cui il suo amico Billy a sei anni si masturbò per la prima volta. C’è Jim Carroll che cita Nietzsche dicendo: «Quello che non mi uccide mi fortifica». E poi stravolge la frase e ne dà la sua, di versione: «Quello che non mi uccide mi fa dormire fino alle tre e mezza del pomeriggio dopo».

Tra le poesie più belle ce n’è una che si chiama «Guardando il cortile della scuola». E il cortile della scuola non è quello dove giocava lui da bambino. Questo della poesia è un cortile frequentato da bambini sconosciuti che come intrattenimento non hanno trovato di meglio da fare che osservare meticolosamente l’occhio di vetro di una loro compagna. Lo tengono in mano, se lo passano, lo guardano con la lente d’ingrandimento, poi lo restituiscono alla bambina e si lavano le mani. Scrive Carroll: «Quando li vedo restituirlo e correre alla fontana per lavarsi accuratamente le mani e asciugarle sulle maniche delle camicie inamidate, mi rendo conto che l’occhio è vero. Vero come la noncuranza con cui ciascuno torna a dedicarsi ai propri giochi». Quella noncuranza. Nella vita Jim Carroll la troverà dappertutto.

Per il modo in cui vanno certe vite, alcuni di noi a tredici anni sono già definiti, sono quello che saranno. Jim Carroll a tredici anni era quello che sarebbe stato. Eroinomane, bello come il sole, un dio della pallacanestro. Scriveva. Era totalmente appassionato alla poesia.

Della storia della sua vita gli episodi più belli riguardano il modo in cui a sedici anni cercò di far conoscere al mondo (o meglio, agli altri poeti) le proprie poesie. Al poeta Ted Berrigan regalò una copia di Organic Trains scrivendo sulla quarta di copertina: «Mi risponda per favore, vorrei fargliene leggere altre». Di lui Berrigan anni dopo disse: «Non ho mai letto niente di simile. Potrei nominare Rimbaud ma non renderei giustizia all’americanità di Carroll».  

Un giorno, sempre a quell’età, Jim Carroll si piazzò davanti al Moma aspettando che Frank O’Hara, il suo poeta preferito, uscisse. Poi lo seguì per strada e in metropolitana fino a casa. Lo seguì e basta. Appena O’Hara entrò in casa, se ne andò. Soddisfatto dell’apparente inutilità del proprio gesto. Jim Carroll era fatto così.

Di lui, e di Jim entra nel campo di basket, Jack Kerouac scrisse: «A tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89% dei romanzieri di oggi». Vai a capire perché 89 e non 80 né 90. 

Lo studio di Miller e Rimbaud mi ha spinto verso il rock

Poeta prestato alla musica e non musicista prestato alla poesia, quando Jim Carroll iniziò a scrivere canzoni rock’n’roll sapeva che le sue muse erano Henry Miller e Arthur Rimbaud. Disse: «Lo studio di Miller e di Rimbaud, che in realtà è uno studio di Miller, è stato ciò che più di ogni altra cosa mi ha spinto verso il rock». Mise in piedi una band new wave punk rock e la chiamò The Jim Carroll Band.

Omonimo il primo disco, impeccabile infilata di gloriose canzoni punk tra cui splende fulgida, bella tra le belle, «People Who Died», nelle parole di Carroll, «non un tentativo di romanticizzare la morte ma solo un modo di celebrare queste persone». Le persone celebrate dalla canzone sono un’infilata di giovanissimi caduti per droga, morte violenta, malattia, troppa tristezza o semplice sfiga. Nella canzone vengono elencati uno dopo l’altro, insieme all’età che avevano quando sono morti e alle cause di morte. Se la metti alle feste ci puoi pure ballare sopra. Una canzone che trascende se stessa.

Ancora Carroll, parlando dei suoi musicisti: «Non volevo un look costruito, volevo che sembrassero benzinai alla stazione di servizio». Benzinai che folgoravano il pubblico cantando di ragazzini morti, con tutto il punk che sfangata la giovinezza andrebbe custodito in animo e cuore.

Jim Carroll musicista alla fine era diventato anche più bravo dell’inizio, e se ha fatto pochi dischi è stato in primo luogo per prendere distanza dalla musica che c’era in giro. Così in un’intervista del 1996: «Una volta ogni tre mesi penso che dovrei fare un altro disco, poi guardo mtv per cinque minuti e penso cazzo che schifo!!, e allora la voglia mi passa».

E poi il rock’n’roll per lui era importante, ma veniva dopo. Dopo la pallacanestro, dopo la poesia, dopo l’eroina. Il rock’n’roll era un modo per distrarsi dalla scrittura. Ringraziava il rock’n’roll ma poi prendeva le dovute distanze. Ancora Carroll: «La teoria che i reading si debbano fondere necessariamente con il rock’n’roll è una stronzata gigantesca. Non succederà mai, la gente ai reading vuole solo un accompagnamento di sottofondo. Lo so perché ho fatto entrambi e posso dire che avverto la diversa reazione del pubblico. Ma ci sono alcune somiglianze e ci sono dei trucchetti che si possono rubare al rock’n’roll. Scrivere una poesia e scrivere un testo per una canzone, tecnicamente, sono due cose molto diverse».

Non ti faresti di eroina se facesse cagare

Per capire la relazione di Jim Carroll con l’eroina bisogna leggere Jim entra nel campo di basket, diari tenuti dai dodici ai sedici anni e pubblicati in America nel 1978. Della sua adolescenza raccontano, appunto, la pallacanestro, la strada, il sesso, New York, l’eroina.

La cosa più bella di Jim entra nel campo di basket la disse lo stesso Carroll in un’intervista: «Pare sia anche uno dei libri più rubati. Me l’hanno detto i ragazzi di Barnes & Noble. Insieme ai libri di Bukowski, Burroughs e Kerouac».

La cosa più bella sull’eroina la disse sempre Carroll in un’altra intervista: «Siamo seri innanzitutto. Non ti faresti di eroina se facesse cagare». Poi, più critico: «Il problema è questo: dopo un po’ la droga diventa una scusa per non fare un cazzo». E infine, onesto: «In fatto di eroina sono sempre stato un rigoroso purista come quei fondamentalisti folk che scacciarono Dylan dal palco di Newport perché si era presentato con la chitarra elettrica. Non mi va di diluire la scarica nella sua essenza».

La cosa più bella del film tratto da Jim entra nel campo di basket, diretto da Scott Kalvert, è Leonardo DiCaprio. Somigliava talmente a Jim Carroll che quando quest’ultimo andò a vedere il film in sala per la prima volta insieme all’amico Lou Reed, si sentì dire da Reed: «In ogni gesto che fa questo ragazzo è uguale a te. Prende persino le cose dalla giacca come fai tu!»

Per il resto è un buon film rovinato da un fasullo finale di redenzione. Così lo stesso Jim: «Il finale del libro era meravigliosamente ambiguo, non sapevi se il protagonista stava andando a perdersi nella droga o sceglieva la poesia. L’hanno stravolto completamente, facendolo finire con l’immagine pomposa di questa persona che dopo un reading di poesie tutto gli va bene. Sembra un incontro del Sert!»

Dopo l’uscita del film Jim prese a essere invitato dalle scuole. Ma era DiCaprio redento e non Carroll tossico che presidi e insegnanti volevano, equivoco che generò una drammatica sequenza di situazioni ingestibili e che rese goffa la presenza di Jim Carroll ferendone la vanità. Ma a quel punto il nostro faticava già a trascendere se stesso. Scriverà nel 1987 nel secondo volume di diari, Forced Entries: The Downtown Diaries: 1971-1973: «Il fatto è che, per molti versi, non avevo intenzione di arrivare a quest’età». E poi: «Non morire giovane può essere un dilemma».

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il tuo segno del cancro https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-tuo-segno-del-cancro/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-tuo-segno-del-cancro/#comments Fri, 08 Nov 2013 06:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16275 A settembre è nata Abbiamo le prove, una rivista online ideata da Violetta Bellocchio e dedicata alla non fiction: ogni giorno una storia vera raccontata da una donna. Pubblichiamo il contributo di Tiziana Lo Porto. (Fonte immagine)

quando mi hai lasciata mi hai detto che eri in overdose di me

mi hai detto che non ne potevi più di vedermi tutti i giorni

e che allora preferivi non vedermi mai

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A settembre è nata Abbiamo le prove, una rivista online ideata da Violetta Bellocchio e dedicata alla non fiction: ogni giorno una storia vera raccontata da una donna. Pubblichiamo il contributo di Tiziana Lo Porto. (Fonte immagine)

quando mi hai lasciata mi hai detto che eri in overdose di me

mi hai detto che non ne potevi più di vedermi tutti i giorni

e che allora preferivi non vedermi mai

 

 

quando mi hai lasciata mi hai detto che ero un’estranea

ti ho chiesto se adesso diventavamo amici

io accomodante come sempre

e tu mi hai detto di no

 

 

quando mi hai lasciata eravamo su un pezzo di marciapiede vicino al pantheon

sei salito sul motorino e te ne sei andato

io sono rimasta lì in piedi quasi morta di crepacuore

era il dicembre del 2007

hai girato l’angolo e non t’ho visto più

 

 

poi sei tornato in forma di tumore

il medico t’ha guardato e ha detto: dalle dimensioni ha iniziato a formarsi un anno e mezzo fa

ha detto così, io l’ho guardato e ho fatto la conta a mente

era il giugno del 2009

in quell’anno e mezzo sei cresciuto di dieci millimetri e sei esploso

 

 

nell’agosto del 2009 mi hanno operata

l’intervento è durato quattro ore

prima hanno tolto il nodulo più grosso

lo hanno analizzato e hanno scoperto che era maligno

poi hanno cercato intorno e di noduli ne hanno trovati altri due

più piccoli ma maligni anche loro

poi hanno cercato ancora intorno e non hanno trovato niente e allora hanno tolto un linfonodo

il linfonodo stava bene e allora mi hanno richiusa

 

 

il medico è passato a trovarmi in camera qualche ora dopo

mi ha detto: era maligno ma l’abbiamo preso in tempo

mi ha detto: nella sfortuna sei fortunata

mi ha detto: tra qualche mese cominci la radioterapia

mi ha detto: faremo degli esami per decidere cosa fare dopo

mi ha detto: se domattina riesci a liberare il letto ricoveriamo un’altra persona

io l’indomani mattina mi sono alzata, ho preso la macchina e sono tornata a casa

 

 

il dopo è ancora adesso, giugno del 2013

il dopo è una terapia ormonale che m’impedisce di innamorarmi

il dopo è una terapia ormonale che mi distrugge i denti e le ossa

il dopo è una terapia ormonale che se prendi il sole ti vengono le macchie e se non lo prendi hai l’osteoporosi

il dopo è oggi che ho scheggiato un dente e l’altroieri che ho rotto un dito del piede

il dopo è non mangiare niente per paura di toccarmi e non riconoscermi

il dopo è non potere avere mai figli anche se non li volevo ma almeno potevo scegliere

il dopo è questa tristezza farmacologica che non mi fa dormire

il dopo è dopo non si capisce fino a quando

 

 

la cosa più brutta di un tumore è il tempo che passi a oncologia

tutti in quella stanza hanno una forma più o meno grave di tumore

ogni tanto qualcuno ti racconta la sua storia

ed è sempre una storia tristissima

 

 

la prima volta che sono andata a oncologia ho conosciuto una ragazza bellissima e senza ciglia

mi ha detto: lo sai, tra una settimana mi sposo

mi ha detto: la cosa più triste è dovermi sposare senza ciglia

le ciglia le aveva perse per via della chemioterapia

poi non l’ho più vista

 

 

la prima volta che sono andata a oncologia facevo finta di essere invisibile

mi sono seduta e guardavo tutti e facevo finta che nessuno mi poteva vedere

quando l’infermiera mi ha chiamato non me ne sono accorta

a oncologia ti danno un numero e invece di chiamarti per nome chiamano il tuo numero

l’infermiera ha chiamato il mio numero e nessuno le ha risposto

 

 

la prima volta che sono andata a oncologia ho pensato che bello

ho pensato adesso userò questo tempo per leggere tutto david foster wallace

l’ho pensato poi però non l’ho fatto

quando sei lì provi a leggere ma non ci riesci mai

 

 

la radioterapia è durata un mese e mezzo

andavo lì tutte le mattine alle otto

poi tornavo a casa e lavoravo

ho chiesto al sindacato giornalisti se potevo fare un’assicurazione privata

mi hanno risposto: no se hai un tumore non puoi

mi hanno risposto: non assicuriamo chi ha le malattie mortali

 

 

quando ho avuto il tumore non sono morta

quando mi hai lasciata non sono morta

 

 

e poi mi domando: che amore è se a un certo punto finisce?

 

 

[new york, giugno 2013]

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L’amore in tempo di guerra. I mass media e la crisi del 2012 https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/ https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/#comments Tue, 26 Feb 2013 10:40:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13226 Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. 

di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

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Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

Se ci mettiamo davanti a tv, quotidiani e testate web per come le conosciamo oggi, una delle tecniche usate più spesso è la personalizzazione della tragedia; un disastro di finzione si racconta tramite eroi a cui affezionarsi – cani, bambini malati, secchioni di buon cuore, Morgan Freeman –, in una cronaca si tende a premiare lo human interest story, la “storia di interesse umano”. Un riempitivo a lieto fine. Il terremoto in Giappone del 2011 aveva avuto Sumi e Jin Abe, nonna e nipote rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa ma sopravvissuti nove giorni, fino all’arrivo dei soccorritori. Servivano a uno scopo preciso, loro due. Permettevano di tirare il fiato in uno scenario terribile. Tra maggio e settembre 2012, i media italiani stabiliscono l’angoscia come unica chiave narrativa adatta al momento.

Qualcuno potrebbe vedere in noi l’esempio estremo della cultura della paura: la combinazione tra scarsa informazione (“siamo in crisi, nessuno sa perché!”) e allarmi sempre più generali (“siamo tutti condannati!”) rientra in una strategia dell’ansia da manuale, volta a non contenere il panico, anzi, ma seminarlo anche dove non ci sarebbe. (In breve: “Noi siamo i prossimi. Tu sei il prossimo”). Ma potrebbe essere tutto molto più semplice: non ci sono i soldi per raccontare meglio questo orrore.

Il timecode del baratro

Tra giugno e luglio 2012 il varietà The Daily Show manda in onda The Correspondents Explain, una serie di video dedicati all’economia con protagonisti alcuni volti noti del programma, sulla scia di un progetto simile in cui gli stessi volti “spiegavano” il bipartitismo. In uno di questi video, Recession & Depression, datato 10 giugno, Wyatt Cenac riassume così la differenza tra i due stati: “non importa che termine usate, vuol dire niente soldi. Probabile che non ne avrete per un bel po’”. (Seguono immagini di conigli in pentola, mentre Samantha Bee chiosa: “dovrete mangiare gli animali domestici dei vostri figli”). D’estate il Daily Show capitalizza il proprio successo; sa di poter contare su un pubblico fedele, che segue con affetto il programma. Però nessuno degli autori è convinto di stare sganciando scomode verità sugli spettatori ingenui, e nessuno cerca di cavarsela con qualche battutina; la nostra impreparazione è solo messa in evidenza dalla superficialità con cui i finti esperti sparano giudizi apocalittici.

Intanto, all’interno di uno show ancora più comico, Stephen Colbert intervista il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, e gli chiede: “ovviamente l’America esce da una grande depressione quando scoppia la guerra in Europa… noi ne otterremo una?”. Il Daily Show e il Colbert Report non staccano mai. Le trasmissioni continuano, pioggia o sole; al massimo si salta qualche giorno. L’attualità resta in primissimo piano.

La satira italiana, durante l’estate 2012, è in vacanza. (Oppure osserva l’orizzonte degli eventi da dietro una tapparella, tenendosi in serbo le pallottole per i mesi di maggiore rilevanza). La sensazione di chiuso per aver finito i soldi aleggia ovunque. La tv va avanti a repliche, fondi di magazzino; si sfrutta quello che già c’è, e ovunque ti giri trovi filmini-blob di vecchi varietà, vecchie scenette, numeri musicali di star del passato. Tutto bellissimo, però che in un momento simile, alle otto e mezza di sera, come unico stacco dai tg venga proposto il geghegé non fa molto per mettere in quarantena lo spaesamento del cittadino medio.

Allo stesso modo, negli spazi dedicati all’informazione trionfa una vecchia tecnica: la ripetizione ossessiva di una singola parola che non spiega nulla. Stavolta di cose se ne ripetono due: la parola spread, e la frase “oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro”. È un meccanismo paragonabile alla soap-operizzazione della politica, per cui di base non deve mai succedere niente, e si deve andare avanti a chiacchiere, finte conversazioni dove si resta sempre al punto di prima. Quando anche i talk show staccano la spina, ci resta solo uno spazio vuoto, un feedback loop di nulla che peggiora ogni minuto. Spread. Oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro.

Un singolo aspetto della crisi, però, è ritenuto degno di contributi filmati ex novo. Il crollo dei consumi. I servizi sui saldi dell’estate 2012 – ovviamente anticipati e ferocissimi, pur di limitare le pile dei resi – sembrano una passeggiata in un lebbrosario. La gente non compra più. Gli italiani sono poveri. Si eseguono carrellate su negozi vuoti e scaffali pieni, si passano microfoni a esercenti distrutti. Viene occasionalmente data la colpa ai cinesi. Si ripete un punto fermo: gli italiani, un giorno della passata primavera, si sono svegliati poveri. Oppure, gli italiani riscoprono la povertà. Là dove forse sarebbe cascato meglio “gli italiani danno nuove forme alla loro vecchia povertà”. Spread.

In primavera, davanti a un evento reale, la crisi della Grecia, veniva raccontato tutto quanto con la stessa frenesia delle ultime ore di papa Giovanni Paolo II (“fermi tutti, non è ancora morto!”) e con un messaggio esplicito: noi siamo i prossimi, Atene è insalvabile. Però esisteva l’azione; esisteva qualche novità da riportare, per giustificare il crescendo di tensione. Ecco la lettera del pensionato suicida Dimitris Christoulas, ecco il passaggio censurato: “vista la mia età avanzata, non ho modo di reagire in modo attivo – ma se un mio concittadino greco afferrasse un kalashnikov, sarei pronto a stare al suo fianco”. Ecco il Partenone sotto assalto, ed ecco la domanda: siamo noi i prossimi, oppure volesse Iddio tocca prima alla Spagna? 

Dopo tre mesi di nulla infilzato sui giorni decisivi per le sorti dell’Euro, la risposta sarebbe scendere in strada a bruciare macchine a caso. Non lo fa nessuno. O quasi.

La cronaca nera

I primi mesi del 2012 sono occupati dal boom dei suicidi. Un’epidemia che colpirebbe quasi soltanto uomini – pensionati come Christoulas o più giovani padri di famiglia – e che, secondo alcune indagini, andrebbe ridimensionata; secondo altri, si tratterebbe proprio di una “tendenza” creata ad arte, sulla base di pochi dati interpretati molto male. Un boom fatto nascere, non raccontato. Più consistenza avrebbero i gesti dimostrativi, dove gli uomini si asserragliano in banche e istituti di credito, minacciando di darsi fuoco, di tagliarsi le vene, di fare del male a se stessi e agli altri. (Frasi chiave: Non ho più credito; non ho più niente. Devo parlare. Fatemi parlare con qualcuno.) E i media italiani danno enorme spazio a questi incidenti – quando accadono in altri paesi, e finiscono col sangue; la storia dell’impiegato assassino Jeffrey Johnson, a New York, è per i tg nazionali una delle notizie del giorno, proprio come la strage di Denver.

Guardiamo all’estero perché da noi questioni simili si risolvono con l’intervento delle forze dell’ordine, prima che il responsabile di un potenziale gesto insano arrivi a togliersi la vita. Allora le notizie restano lanci, trafiletti. Da “Crisi: ha problemi con banca, uomo si suicida nel bolognese” si passa ad “Avellino, minaccia di darsi fuoco in banca”. Tutto a posto.

Quello che aumenta, sui media, sono i reati contro il patrimonio. E quello che arriva, di nuovo, sono le rapine ai videopoker. L’Italia è al sesto posto mondiale per volume del gioco d’azzardo – un settore che, in totale contro-tendenza, non presenta segni di crisi, e che non viene ostacolato in alcun modo. Il grosso di questo gioco si svolge in pubblico, a viso aperto; il denaro arriva dai videopoker sistemati in ogni bar, edicola, tabaccheria del paese. E ogni esercizio che ospita un videopoker ha bisogno di un cambiamonete, a volte incassato nelle pareti del locale, a volte no.

A luglio cominciano gli assalti ai cambiamonete. Furti con scasso, realizzati in piena notte, questi sì molto ripresi dalla stampa, soprattutto locale. Anche se manca il morto. I responsabili, mai arrestati né identificati, puntano a esercizi commerciali più o meno isolati, ma sempre dopo l’orario di chiusura; si lasciano dietro vetri rotti, serrande scassate, muri abbattuti e sbarre divelte dagli ingressi sul retro (belle foto, molto d’impatto), ma rispetto ad altri mini-boom del passato recente, come le rapine in villa effettuate da bande di rumeni, non si possono registrare feriti, stupri, ostaggi. I danni materiali toccano alle imprese che gestiscono i videopoker, e ai padroni dei singoli locali, che però trattengono solo una parte minima del ricavato – intorno al 5%, di solito. Sono danni, sì, ma non certo impressionanti come il fallout di una rapina in banca.

Cosa succede? È il gesto stesso a essere degno di monitoraggio, da parte di una cronaca che nell’estate 2012 decide di mettere questi furti in prima pagina, in tutto il paese, in una quasi assoluta mancanza di giudizio morale. Nessuno viene invitato a giocare meno, ma nessun criminale viene spacciato per Robin Hood. Spaccare pareti e sfondare vetri è una cosa che si fa, e basta. Gotham può essere serenamente ridotta in cenere. E ora, passiamo alla pornografia.

Lo sdegno

Tipico di ogni crisi è il piacere di vedere trascinato in rovina chi “non si merita” il proprio privilegio, il benessere esistenziale e materiale raggiunto: un nemico frequente, in Italia, sono i parlamentari, bersagli di proposte referendarie non troppo elaborate quando non di iniziative politico-virali destinate a non uscire mai dalle catene di Sant’Antonio. Lo stesso. L’importante è che il ricco perda tutto, riceva una punizione esemplare. Non perché tu possa così trionfare su di lui, ma perché tu possa vederlo rotolarsi nella stessa polvere, a pochi metri da te. Negli Stati Uniti era cominciata nel 2009, quando la crisi dei mutui, oltre a gettare famiglie medie sul lastrico, aveva tagliato il bilancio ai figli dei ricchi, costretti a lasciare gli stage non pagati e le zone boho chic delle grandi città perché i genitori non potevano più mantenerli a quel tenore di vita. Nessuno piangeva per loro, molti dicevano “ben gli sta, finalmente un po’ di giustizia”.

In Italia, nel 2012, c’è Sara Tommasi. Per parlare di lei nella realtà servirebbero tempo e fatica. (Un tentativo di riassunto? “Ex modella e personaggio televisivo la cui fortuna, secondo alcuni, si sarebbe compromessa nel 2011, con la pubblicazione sul Corriere del Mezzogiorno degli sms che lei aveva spedito a Silvio Berlusconi, e che oscillavano da “mi hai fatto ammalare… paga i conti dello psicologo” a “ti amo ancora”). Alla cronaca basta una frase: ragazza ricca, caduta in basso.

La caduta, qui, è preparata da una serie di iniziative personali, tutte ben documentate. C’è l’adesione al movimento di Scilipoti contro il signoraggio bancario, ci sono i video dove lei si toglie i vestiti, commentando “lo faccio solo perché si parli di questo grave problema”; poi ci sono gli striptease integrali per le strade di Roma, e le foto di lei che si struscia contro un Bancomat. Una scena che Robocop, con il suo “lo compro per un dollaro!”, se la sognava di notte.

A giugno Sara Tommasi interpreta un film pornografico. Sara contro tutti, poi rettificato in La mia prima volta. Resterà la notizia dell’estate. Non perché si tratti di un porno ben realizzato, o perché la modella sia la prima personalità pubblica ad accostarsi al genere. No. Quello che fa centro è la punizione della celebrità. Anche chi non visiona il film al completo non può non vedere gli screenshot degli occhi sbarrati della Tommasi, che per mesi vengono ripresi da stampa e tv nazionali; anche chi è disposto a lasciarsi trasportare non può ignorare che nel prodotto finito Tommasi scandisce “sono una zoccola” con l’aria di chi vorrebbe essere in qualsiasi altro posto. Con l’aria di non essere stata preparata affatto, da nessuno, alla prestazione lavorativa che sta svolgendo davanti alla videocamera. Lei si sta abbassando per questioni di sopravvivenza, non per desiderio di apparire o ambizioni più alte.

Sara Tommasi realizza quindi il finale di Requiem for a Dream a beneficio di chiunque abbia dimestichezza con le edicole, una buona connessione o un abbonamento a Sky.

Di fronte all’angoscia trasmessa dal film, alcuni parlano di circonvenzione di incapace, attribuiscono alla protagonista dolori segreti che spaziano dall’abuso di cocaina al disagio psichiatrico. Diversa luce, mediaticamente, hanno altre delle sue disavventure. Ecco Sara Tommasi che spazza il pavimento in un ristorante di Riccione, su richiesta di un utente YouTube; ecco Sara Tommasi che afferma “ho avuto un contatto con entità aliene, mi hanno impiantato un microchip nel cervello”, eccola in discoteca mentre i presenti intonano “sono tutte puttane”, ed eccola pellegrina a Medjugorje insieme alla madre. Se chiudi qui, hai anche il lieto fine. Una specie.

La punizione della celebrità, in Italia, è quello che passa per una storia di interesse umano. La ragazza ricca compie ogni attività considerata “degradante”, dalla doppia penetrazione alle pulizie. Diventa solo un’altra stagista impacciata, in una realtà-azienda che continuerà a esistere per molti anni, quando lei se ne sarà andata.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 26 al 30 novembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-26-30-novembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-26-30-novembre/#respond Fri, 30 Nov 2012 15:26:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11788 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 26 novembre:

 Amicizia e veleni. Le voci mescolate di Borges e Bioy Casares. Il sodalizio fra i due scrittori era fatto di felici scoperte e di uno spirito beffardo. Articolo di Alberto Manguel, la Repubblica, p. 53.

 Proust, maestro senza allievi italiani. Rispetto a Joyce e Musil era un genio più umano e appassionato, meno tecnico. Articolo di Raffaele La Capria, Corriere della Sera, p. 29.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Like Someone in Lovedi Duke Pearson.

 

Martedì 27 novembre:

 Teatro Pubblico Servizio? Economia dello spreco ed economia della miseria, di Gabriele Vacis su teatropubblico.blogspot.it

 Michel Pastoureau, lo studioso che si è occupato di come è cambiato l’uso delle tinte nella storia: “Così l’Occidente ha dipinto i sentimenti“. Articolo di Daria Galateria, la Repubblica, pp. 34-35.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  It’s a lovely day today dell’Elmo Hope Trio

 

Mercoledì 28 novembre:

 Antivirus, formiche zombi e sali da bagno. Articlo di Andrea Cristallini su vice.com

 La peggior scena di sesso di sempre? Articolo di Francesca Modena su finizionimagazine.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Charles Mingus Medley di Jaki Byard

 

Giovedì 29 novembre:

• Rape Culture. Facile condannare la violenza sessuale, quando le accuse sono contro i tipi che non ci piacciono. Articolo di Violetta Bellocchio su rivistastudio.com

• L’ultima volta di Guccini. L’addio col nuovo album. Articolo di Diego Perugini, l’Unità, p. 24.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  I’m just a lucky and so di Duke Ellington nella versione di Ramsey Lewis e Billy Taylor

 

Venerdì 30 novembre:

 Cecenia reloaded. Articolo di Luicia Sgueglia su doppiozero.com

 Monty Python. Autobiografia comica in versione cartoon. Articolo di Mario Serenellini, la Repubblica, p. 46.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Impressions on a Caravan di Dollar Brand

 

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