Wu Ming Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-ming/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 May 2021 08:53:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wu Ming Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-ming/ 32 32 Contro la mentalità armonica. Satana, Camus e le mitologie di destra e sinistra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/contro-la-mentalita-armonica-satana-camus-e-le-mitologie-di-destra-e-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/contro-la-mentalita-armonica-satana-camus-e-le-mitologie-di-destra-e-sinistra/#respond Fri, 07 May 2021 12:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48614 Conservare nella violenza il suo carattere di rottura, di delitto-cioè non ammetterla se non legata a una responsabilità personale. Altrimenti è per ordine, è nell’ordine-o la legge o la metafisica. Non è più rottura. Elude la contraddizione. Costituisce paradossalmente un salto nella comodità. Hanno resa comoda la violenza. Camus, Taccuini I. In Cielo Mentre sta […]

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Conservare nella violenza il suo carattere di rottura, di delitto-cioè non ammetterla se non legata a una responsabilità personale. Altrimenti è per ordine, è nell’ordine-o la legge o la metafisica. Non è più rottura. Elude la contraddizione. Costituisce paradossalmente un salto nella comodità. Hanno resa comoda la violenza.
Camus, Taccuini

I. In Cielo

Mentre sta volando a corrompere Adamo ed Eva nell’Eden, il Satana di Milton viene colto da un momento di fatica e incertezza. Tutto il peso della ribellione e della condanna gli piomba nuovamente addosso, ed egli vacilla straziato dalla nostalgia per l’universo di luce da cui si è strappato con la sua rivolta.

Il dubbio e l’orrore sconvolgono
i suoi pensieri turbati, e dal profondo in lui
si agita l’inferno, che egli si porta l’inferno dentro di sé
e attorno…La coscienza risveglia la disperazione
fino allora assopita, risveglia l’amara memoria
di ciò che fu, che è, che dovrà essere
anche peggiore di questo, se azioni peggiori inducono
peggiori sofferenze.

Da questa incrinatura egli si riscuote abbracciando per l’ennesima volta il suo fato, accettando la strada sbarrata alle sue spalle e chiamando bene il male. È un momento persino canonico nella traiettoria di tutti gli eroi, la notte oscura, il monte degli Ulivi per Cristo o Giovanna d’Arco che ritratta, il momento di fragilità e solitudine in cui si dubita del proprio destino di straordinaria elezione per poi compiere l’ultimo atto decisivo. Sarebbe così facile, così riposante rientrare nell’abbraccio d’un cammino comune, invece che remare in direzione contraria e guastare l’armonia con la propria nota dissonnante. Ma è proprio questa la questione decisiva. Che Milton fosse o meno del partito del diavolo, come scrivevano Blake o i Romantici, l’intuizione poetica di innestare questa notazione psicologica nella traiettoria del reietto per eccellenza (il cui fascino perenne è presente non poco nella pars destruens di tutte le rivoluzioni, da Spartaco a Guevara, e può facilmente sclerotizzarsi nell’autonarrazione d’un prometeismo a buon mercato), mostra a caratteri cubitali una dinamica interiore: in questa prospettiva Dio e Satana sono due realtà esistenti in tutti e ciascuno, la gloria di un sistema perfettamente gerarchico di valori dove c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa è al suo posto, illuminato dalla luce rassicurante di un’autorità verticale, incontestabile, e la pulsione dolorosa, persino tragica ma necessaria a distaccarsi e contestare tutto questo in nome di una propria particolare visione.

Persino una prospettiva scientifica come quella dell’evoluzione, in questo senso, dà ragione al racconto biblico del peccato originale. Il progresso dall’innocente fusione col tutto è al tempo stesso una vittoria e una ferita, e a quel trauma originale si reagisce in vari modi, quasi sempre cercando di ricostruire un universo perduto, nuove ipotesi di senso in cui ordinare la vita e noi stessi. Una verità che, come scrive Dante alla fine del Paradiso con una meravigliosa immagine da legatoria medievale, consenta di cogliere i fogli staccati dell’universo come un volume unico.

Questo perché la mentalità armonica e la mentalità dissonante sono sempre dentro di noi, e la seconda resta faticosamente necessaria per sottrarci al perenne incanto della prima, tutte le volte che trasformiamo le case delle nostre identità parziali e condizionate in nuove chiese. La parola armonia in noi evoca quasi di per sé qualcosa di positivo, ma occorre ricordare che tutte le armonie autentiche sono sempre temporanee, da quelle di un’orchestra o un concerto a una scoperta scientifica o una vittoria politica.  Protrarle o estenderle implica sempre una violenza su altri aspetti della vita e la sua natura contradditoria. Non c’è bisogno di credere in Dio per vivere religiosamente, con riti, gloriose connessioni, libri sacri, verità rivelate, processi per stregoneria e condanne agli eretici.

II. Sulla Terra

È un’ovvietà. Il 2020-21è stato e tuttora resta il biennio de LaPeste di Camus (e di quella raccontata e analizzata da Manzoni in pagine di una forza e lucidità troppo poco rimarcate, ma questo è tutt’altro discorso). La commistione di caso naturale e ottusità umana, il tergiversare delle autorità e poi le chiusure forzate, la ricerca affannosa di un orizzonte di senso in cui iscrivere l’evento e le proprie reazioni, l’ottundimento progressivo per cui tutti pensano alle stesse cose nelle stesse ore, e la vigliaccheria e l’eroismo faticoso e il desiderio di provare comunque a tenersi stretti l’amore e l’amicizia e poi, a piaga forse conclusa, la corsa immediata delle masse a dimenticarsi tutto, a rimuovere il turbamento e gli interrogativi suscitati dalla morte. Tutto questo lo conosciamo bene. Eppure, nella comunità globale resa possibile dai social media e nel polarizzarsi in essa di dibattiti sempre più vetriolici sono stati gli interventi pubblici di Camus dal ‘37 al ‘58 (Conferenze e discorsi, Bompiani) che per quanto mi riguarda hanno costituito un appiglio cui continuo costantemente a tornare quando si tratta di questioni come cancel culture, patriarcato, libertà di espressione, differenze tra destra e sinistra, in questi giorni rilanciate dal dibattito intorno al nuovo libro di Walter Siti, Contro l’impegno, un testo di cui non mi occupo direttamente in questo articolo ma che per la questione che pone giudico importante e necessario.

È francamente impressionante come le riflessioni di Camus non siano meno attuali del suo romanzo rispetto alla crisi che stiamo affrontando, alle sue radici e implicazioni, e al pari di esso facciano risuonare una nota che costituisce un antidoto salutare contro le rispettive mitologie autorappresentative di destra e sinistra. Sono la testimonianza appassionata di un intellettuale profondamente impegnato e schierato ma che ha sempre cercato di “vederci chiaro”, e di non smettere di farlo anche quando ciò sfida le sue stesse convinzioni, e per questo è stato ai suoi tempi accusato di estetismo disimpegnato o di favorire oggettivamente la reazione. Il tutto da parte di chi allora si credeva l’avvocato difensore dell’ultima onda del progressismo rivoluzionario e in nome di questo arrivava a giustificare la Russia di Stalin.

III. L’Occidente brucia e La macchia umana

La cultura di destra è costantemente percorsa da un complottismo passivo-aggressivo. Nel solo mondo Occidentale i governi di destra estrema o centro-destra superano di gran lunga quelli di sinistra, eppure politici, intellettuali e simpatizzanti conservatori – di ideologia religiosa o no – dichiarano continuamente di essere una minoranza nelle catacombe, cui la tirannia ideologica della sinistra non consentirebbe più di esprimersi in alcun modo. A ondate e con nomi diversi, facilmente sovrapponibili, un nuovo colonialismo post-umano minaccerebbe la famiglia, la differenza sessuale, la cultura, il feticcio della tradizione. Femminismo aggressivo, multiculturalismo, ecologismo, gender, cancel culture, sarebbero facce diverso di un unico prisma e un unico disegno delle élite del nuovo ordine globalista, magari segretamente seguaci del Demonio) per cui l’Occidente brucia. È il grido lanciato da Denethor, il Sovrintendente di Gondor che vorrebbe solo che “tutto fosse com’era prima” prima di darsi fuoco come “un re barbaro del passato”. Un suicidio rituale che in qualche modo abbraccia l’ultima scelta di tanti intellettuali conservatori, grandi e piccoli per levatura, da Mishima a Drieu de la Rochelle a Dominique Venner, che si è sparato – significativamente –nella cattedrale di Notre-Dame nel 2013. Le ragioni per questa cornice persecutoria sono molteplici e ben indagate da La Q di Qomplotto di Wu Ming 1: qui mi limito a rimarcare l’ovvio, ossia che pressoché a nessuno piace ammettere di essere l’Impero di Star Wars, tutti desiderano sentirsi la Resistenza, i Carbonari, il resto d’Israele, i fedeli dell’Apocalisse perseguitati dalla Bestia. Ciò conferisce dignità e peso ulteriore alle proprie convinzioni, le rende una causa con l’aura del martirio, mitologizza al contempo sé stessi e l’avversario. Nonostante domini de facto gran parte dello scacchiere, la destra accusa la sinistra di tenere un potere de iure che le consente di braccare e imbavagliare qualunque visione alternativa su società, economia, cultura. Episodi disparati vengono connessi ad altri e distorti, le statue degli schiavisti appaiate a chi si può insegnare all’università o alla questione dei bagni per le persone trans.

Tuttavia, il semplice ventaglio dei suicidi sopracitati dovrebbe essere sufficiente a non derubricare tale accusa semplicemente all’ultimo disperato rifugio d’una visione ideologica che si inventa un avversario titanico per ammantare di gloria le proprie sconfitte e la propria incapacità.  Molti intellettuali di destra hanno additato nella società tecnologica rischi che la sinistra ha acriticamente cavalcato. Ma c’è di più. Difatti se la mentalità di destra tende a difendere sistemi armonici già esistenti, quella di sinistra, per il manicheismo divorante che si annida nella psicologia umana, facilmente ne erige di nuovi e trasforma le case delle battaglie sociali e identitarie in altrettante nuove chiese. Si erge a impartire lezioni da un podio precettistico poggiato sull’assunto non di essere nel giusto, ma di essere giusti. Certamente si elogiano pensatori di matrice ideologica opposta che però quasi sempre sono stati ormai digeriti da un pezzo nell’ammirazione collettiva: Céline, Mishima appunto, Tate, Bernanos. E quando a reagire sulla libertà di espressione non sono banali provocatori come Milos Yiannopoulos o celebri misantropi come Ellis e Houellebecq (di tutt’altra grandezza) ma scrittori civilmente impegnati come Salman Rushdie, Tom Stoppard, Margaret Atwood, J. K. Rowling, svilirne moniti e distinguo facendone dei privilegiati di mezz’età diventati conservatori nei loro superattici non è affatto diverso dalle campagne di svilimento cui furono sottoposti in passato Orwell, Pasternak, Pasolini. Come scrisse AzarNafisi, che da una teocrazia è fuggita davvero, gli scrittori sono il canarino nelle miniere dell’umanità, i primi ad additare quando manca l’ossigeno per tutti.

Soprattutto, come già notava lo stesso Pasolini, la nuova civiltà consumistica, che non tollera che ci siano l’esistenza di fette di acquirenti che non possa raggiungere con delle proposte specifiche, sposa e spesso contribuisce al trionfo delle battaglie civili, trasformandole in logo, e al tempo stesso le dissangua con una cascata di prodotti facili ed edificanti, che a loro volta però condizionano la domanda stessa.

Si richiede sempre e solo ciò che già si sottoscrive e apprezza, si reagisce con stizza feroce a tutto ciò che lo contraddice. Come ha scritto Irene Graziosi, ricordata recentemente da Loredana Lipperini: “È bizzarro come il termine attivismo abbia perso la componente di attività insita nella parola stessa. Basta postare un quadrato nero o delle elaborate infografiche su uno sfondo arcobaleno e immediatamente si diventa attivisti di una causa. Anzi, di varie cause, perché l’intersezionalità – cornice accademica utile per analizzare le intersezioni di diverse dimensioni sociali e identitarie applicandole ai grandi numeri – sui social trova terreno fertile per abbracciare con le infografiche qualunque causa esistente. Per il clima, contro il catcalling, contro l’omotransfobia, contro l’utilizzo di parole offensive, contro il razzismo, contro la feticizzazione dei corpi, per il body positive, contro la plastica. Grazie all’intersezionalità applicata agli individui è sia possibile calcolare la percentuale di handicap che ognuno di noi si porta dietro, 60% acqua, 40% categoria discriminata, sia essere attivisti per una causa qualunque che viene dissezionata fino all’ultimo atomo di modo da produrre più post, nutrire l’algoritmo e, incidentalmente, guadagnare follower. L’attivismo, un tempo collettivo, è diventato appannaggio dei singoli svuotando di significato gli -ista che lo descrivono. Ogni lotta è declinata sul sé, ognuno la intende a proprio modo, e nessuno è in grado di non personalizzare l’ideale a cui sostiene di credere”. Il testimonial diventa martire.

Come la destra mitologizza la sinistra, così a loro volta fascisti, neocon e persino riformisti dalle vedute diverse diventano Orchi irredimibili, come nell’Alexander Nevskij di Ejzenstejn dove i Cavalieri Teutonici medievali (ossia i tedeschi invasori del ’39) sono tutti nascosti sotto elmi con la visiera a croce sottile, mentre di ogni russo si intravede l’umanissima faccia. Una contrapposizione che sarà ripresa dal Lucas di Star Wars per i suoi Stormtrooper. E nell’attivismo da social dove postare un hashtag è già una medaglia al valore civile, un lurido tweet antisemita, la battuta di cattivo gusto e un pamphlet complesso diventano a loro volta la stessa identica cosa.

Che le due mitologie si sostengano e alimentino a vicenda è raccontato da par suo già negli anni ’90 ne La macchia umana di Philip Roth, dove uno stimato insegnate viene cacciato per aver usato una parola dal possibile significato razzista a proposito di due studenti assenteisti (che non aveva mai visto) per poi scoprire che non si trattava di un ebreo bianco ma di un afroamericano che si era fatto operare per celare la sua identità e assumerne un’altra. Il razzismo introiettato e quello falsamente braccato dal neo-puritanesimo riformista, la cancel culture interna ed esterna costituiscono qui un unico groviglio serrato sulle luci e ombre della natura umana. Ed è proprio per fissare meglio questa spirale che possiamo rivolgerci alle conferenze di Camus.

IV. Occhi aperti sulla destra

Si tratta di interviste, contributi a tavole rotonde, inaugurazioni di case della cultura, saluti in sostegno alla lotta spagnola contro il franchismo, ringraziamenti per premi come il Nobel stesso. E a dispetto di tanti mutamenti del contesto colpisce come vi siano contenuti ed enucleati tutti i poli del dibattito politico di questi nostri anni. A partire dal dominio della tecnologia e dalla sua capacità di alterare completamente i nostri rapporti: L’universo della tecnica non è di per sé negativo, e sono assolutamente contrario a tutte le forme di pensiero che auspicano un ritorno all’arcolaio o all’aratro a mano. Ma la ragione tecnica posta al centro dell’universo, considerata il motore più importante di una civiltà, finisce con il provocare una specie di degenerazione, tanto nelle intelligenze quanto nella condotta delle persone, la quale rischia di portare alla sconfitta di cui abbiamo parlato. Sarebbe interessante scoprire come. Noi lo stiamo facendo, in modo dolorosamente empirico.

Tanto per sgombrare il campo da possibili equivoci, Camus è profondamente consapevole dei riti sanguinosi e monotoni della religione totalitaria che trova sempre nel populismo di destra il suo braccio armato, ieri come oggi, e che vediamo trionfare nei partiti xenofobi, capitalistici e machisti alimentati da un clima di aggressività qualunquista. Tutto ciò va combattuto, e basta, nelle strade e col fucile, se necessario. Questa parola, sovranità, ha da tempo messo i bastoni tra le ruote a tutta la storia internazionale, scrive, e le parole che egli dedica ai governi di destra dell’immediato dopoguerra sono perfettamente calzanti per amministrazioni devastanti come quelle di Trump, Johnson, Salvini, Orban o Bolsonaro: È l’aristocrazia di una gang, la sovranità del crimine, la crudele signoria della mediocrità. Per quel che mi riguarda, conosco soltanto due generi di aristocrazia, quella dell’intelligenza e quella del lavoro…Mai nel mondo hanno regnato dèi tanto meschini. Vedendoli sulle prime pagine dei giornali o sugli schermi dei cinema, non c’è da stupirsi se le loro chiese sono innanzitutto delle polizie.

A questo si aggiungano le ipocrisie dei governi liberali o blandamente riformisti che al pari di quelli smaccatamente reazionari sono capaci di sbandierare come proprie le grandi battaglie umanitarie e citare Don Milani e Gramsci, svuotandole di ogni efficacia e valore effettivo: Finché arriva il giorno in cui un pugno di militari e di industriali può dire “noi” parlando di Molière e di Voltaire o stampare, snaturandole, le opere del poeta previamente fucilato. Quel giorno, che è quello in cui siamo, dovrebbe ispirarci almeno un pensiero di compassione per il povero Hitler. Anziché uccidersi per eccesso di romanticismo, gli sarebbe bastato imitare il suo amico Franco e avere un po’ di pazienza. Oggi sarebbe delegato dell’Unescoper l’istruzione dell’Alto Niger, mentre Mussolini contribuirebbe a innalzare il livello culturale dei bambini etiopi di cui non molto tempo fa massacrò un po’ i padri. Allora, in un’Europa finalmente riconciliata, assisteremmo al trionfo definitivo della cultura, in occasione di un immenso banchetto di generali e di marescialli serviti da una truppa di ministri democratici, ma risolutamente realisti.

Quando le categorie oppresse manifestano le loro sofferenze e protestano anche duramente, ecco gli editorialisti disgustati dalle rozzezze della destra aprire un fuoco di fila di “se, ma, però”: Ma queste calunnie, in fondo, come le cautele verbali che vediamo dispiegare anche in Francia dai nostri uomini del progresso, ci dicono qualcosa che sapevamo già. Ci dicono che i reazionari, oggi, sono anche a sinistra. Convintamente internazionalista, già agli albori della Comunità Europea Camus non si faceva illusioni sulla sua riduzione a fantoccio riverito all’ombra del quale portare avanti un burocraticismo oppressivo: L’Europa è sempre stata grande solo nella tensione che ha saputo introdurre fra i suoi popoli, i suoi valori e le sue dottrine. Non è altro, l’Europa, che questo equilibrio e questa tensione. Ogni volta che vi ha rinunciato, e ha voluto imporre attraverso la violenza l’unità astratta di una dottrina, si è fatta esangue, è diventata questa madre stremata che mette al mondo solo creature avare e malevole. E forse è giusto che simili creature finiscano con l’avventarsi una sull’altra per trovare infine una pace impossibile in una morte disperata.

In questa sazietà stanca, nella quale si è abbandonato il vecchio rapporto col mondo delle società contadine (con i loro limiti violenti ma anche le loro saggezze) in favore di un mondo di pura efficienza tecnologica e produttiva senza più le forze della natura e dell’amicizia si annuncia già il principale malanno delle società occidentali, cui non è affatto esente la sinistra, che tra i tanti suoi sintomi comprende anche la ferocia processuale riservata a tutto ciò che contrasta con la propria visione del mondo, costantemente proiettata a verità universale, una sorta di parzialità astratta in netto contrasto con l’autentica capacità di dedizione per qualcosa o qualcuno:

Giunti così al colmo dell’insensatezza, possiamo almeno denunciare l’inganno di questo secolo, che finge di perseguire il dominio della ragione quando ciò che cerca sono soltanto le ragioni di amare che ha perduto. E lo sanno bene i nostri scrittori, che finiscono tutti per invocare quel povero, derelitto surrogato dell’amore che è la morale.

V. Arte e vita divorate dai followers

No, l’idolatria non è cultura[,] per Camus. Egli vedeva già che paradossalmente bigottismo, egoismo e razzismo da una parte e moralismo progressista dall’altra sono due modi convergenti per mutilare e ignorare la realtà: L’accademismo di destra ignora una miseria che l’accademismo di sinistra sfrutta. Ma, in entrambi i casi, la miseria è rafforzata mentre l’arte è negata. Anche tante prese di posizione rispetto al pamphlet di Siti lo riconfermano, per cui l’impegno civile pare doversi necessariamente fare semplificazione banale e il richiamo alla verità “immorale” dell’arte un mero elitarismo qualunquista: Avremo così una produzione di intrattenitori o di puristi della forma, che darà luogo in entrambi i casi a un’arte separata dalla realtà viva. E decenni prima che nascessero i social media, Camus palesa il salto quantico di un mondo dove il potere e il successo non coincidono nemmeno più con la ricchezza materiale ma con la loro traduzione in visibilità e influenza: Da circa un secolo viviamo in una società che non è neppure la società del denaro (il denaro o l’oro possono suscitare passioni viscerali), ma quella dei simboli astratti del denaro. La società mercantile può essere definita come una società in cui le cose spariscono a vantaggio dei segni.

Come scrisse il Collettivo Wu Ming, sempre ricordato da Loredana Lipperini, la questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose. È la sua dialettica, un aspetto è sempre insieme all’altro. Perché la rete è la forma che prende oggi il capitalismo, e il capitalismo è in ogni momento contraddizione in processo. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo tutto funziona così: il consumo emancipa e schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto”. Facebook, dunque, si basa sul pluslavoro degli utenti: “Zuckerberg ogni giorno si vende il tuo pluslavoro, cioè si vende la tua vita (i dati sensibili, i pattern della tua navigazione etc.) e le tue relazioni, e guadagna svariati milioni di dollari al giorno. Perché lui è il proprietario del mezzo di produzione, tu no. L’informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. È forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il padrone impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.

La rappresentazione e condivisione della propria vita, dalle riflessioni esistenziali ai dettagli materiali, diventa così per Camus la prima merce fondamentale, con la quale predichi, insegni, sei approvato. La condivisione della propria colazione, di quindici secondi di un brano musicale in lavorazione, un appello civile si fondono in un flusso inestricabile: Milioni di uomini avranno così la sensazione di conoscere questo o quel grande artista della nostra epoca perché hanno saputo dai giornali che alleva canarini o che i suoi matrimoni non durano più di sei mesi. Il massimo della celebrità consiste oggi nell’essere ammirato o detestato senza essere stato letto. Qualunque artista che nella nostra epoca si picca di essere famoso deve sapere che famoso non sarà lui, ma qualcun altro a nome suo che finirà per sfuggirgli di mano e forse, un giorno, per uccidere in lui il vero artista.

In questa cascata tutto acquista lo stesso (non)peso, dal saggio allo sfogo, e la natura così facilmente manichea della nostra immaginazione non fa che inasprirsi. Tutto ciò che la contrasta deve essere spazzato via e gli insulti luridi di un omofobo o un razzista o le contorsioni dialettiche di qualche pennivendolo filo-reazionario diventano identiche alla battuta di un film, a un personaggio di un libro o alle domande in un saggio. E che si parta da convinzioni reazionarie o riformiste, ogni testimonianza più complessa del mero schieramento previo viene a sua volta banalizzata per essere rigettata o digerita senza troppi problemi.

VI. Le dottrine implacabili e i giudici-penitenti della sinistra

Rispetto agli intellettuali conniventi e fautori delle violenze fasciste, Camus avrebbe definito la medesima tendenza violenta a sinistra: quella dei “giudici penitenti.” Nella sintesi di Michel Onfray Camus prevede quindi con una certa precisione la civiltà in cui abbiamo cominciato a vivere nel mezzo secolo che ci separa dalla sua morte: un’epoca di odio nei confronti di se stessi, di sensi di colpa e di mea culpa generalizzati, il tempo dei giudici-penitenti, i quali, pur essendo atei, moralizzano usando categorie cristiane. Il secolo della morte di Dio e della fine della religione cattolica è dovuto fin troppo spesso ricorrere ai dispositivi cristiani per pensarsi. E per impedirsi di agire: le confessioni, le ammissioni, le contrizioni, i sensi di colpa, i pentimenti, le penitenze, le espiazioni, i ravvedimenti, le riparazioni e le assoluzioni contaminano e incancreniscono questo mondo di pura immanenza… il giudice-penitente comincia rallegrandosi d’un mea culpa altisonante e pubblico; proclama in ginocchio le proprie colpe, estendendole all’intero Occidente; poi, dopo aver confessato i propri peccati di uomo bianco, cristiano, occidentale, colonizzatore e sfruttatore, si considera sufficientemente puro da costringere anche gli altri a confessare le loro, di colpe; se la confessione tarda, ecco che contro i recalcitranti ricorre immediatamente alla violenza.

Ed è qui che si pone la sfida per l’intellettuale e l’artista che crede nelle battaglie progressiste ma non vuole trasformarle in una nuova dottrina rivelata. L’adorazione del proprio schieramento (e oggi la sua brandizzazione) di chi crede solo nel progresso – come scrisse Camus in una celebre risposta al giornale di Sartre che lo accusava di estetismo e complicità con la destra – consente di tagliar corto e di disprezzare, mentre altri approcci, fra cui il suo, si fanno un dovere di comprendere e presuppongono uno sforzo costante su sé stessi. Da ciò il prestigio di cui godono le prime presso alcuni intellettuali, amici della legge del minimo sforzo. L’intelligenza priva di carattere è, alla fine, molto peggiore della serena imbecillità. In mancanza di una volontà salda, si attrezza di una dottrina implacabile, ed è così che abbiamo visto nascere quella specie così tipica dei nostri tempi: l’intellettuale inflessibile pronto a giustificare qualsiasi terrore in nome del solo realismo. È una ipocrisia che la destra, ieri e oggi, declina minimizzando la propria violenza (i problemi del paese sono sempre altri…) laddove la sinistra nega la mera esistenza di problemi per la cui risoluzione la destra ha risposte altrettanto pericolose, se non più.

VII Dio rientra dalla finestra

Come notava Nietzsche, che per Camus fu un modello fondamentale, il vero fondamentale discrimine è se siamo platonici o meno, ovvero se crediamo che l’essere preceda l’esistenza. Si può essere laici e progressisti quanto si vuole ma se in fondo si ritiene che ci sia un bene “in sé” a cui la nostra vita quotidiana deve conformarsi e accostarsi per tappe, e non che giusto e sbagliato siano categorie empiriche che chiedono un loro costruzione e ricostruzione costante e sempre parziale, allora in fondo saremo sempre dei precettori e dei censori che in nome di una categoria superiore e assoluta (che può essere la giustizia sociale, il femminismo, i diritti delle minoranze oppresse, l’ecologismo) giudicano la vita personale e collettiva con un ottimismo sociologico che costituisce solo l’ennesima contraffazione del vecchio messianesimo religioso. Invece, in una prospettiva atea ed evoluzionistica, le categorie di bene e di male sono come le leggi della fisica: non sono vere in assoluto, ma via via più calzanti man mano che ci si accosta a determinati oggetti o ambienti, come la gravità. E una delle colpe principali degli intellettuali di sinistra è proprio questo platonismo, che Camus fiutava anche nell’arte realista sovietica e nei suoi sostenitori occidentali: mostrare le cose non come sono, ma come dovrebbero essere.

In tutto questo, davanti al fuoco di sbarramento incrociato dell’ottusità reazionaria e del fanatismo di sinistra, dato per scontato che il fascismo si combatte armi in pugno, qual è la vocazione specifica della scrittura e del pensiero? Creare oggi significa creare a proprio rischio e pericolo. Ogni pubblicazione è un atto e quell’atto espone alle passioni di un secolo che non perdona nulla. Il problema non è quindi sapere quanto questo sia dannoso per l’arte. Il problema, per tutti coloro che non possono vivere senza l’arte e ciò che essa significa, è solo sapere come, fra i gendarmi di tante ideologie (quante chiese, quanta solitudine!), sia ancora possibile la strana libertà della creazione.

Il platonismo si traduce sempre in uno Stato Etico e Religioso, di matrice confessionale o no, che riscrive il passato e violenta il presente sul letto di Procuste delle proprie convinzioni, e questo infetta la vita, la scrittura e la riflessione critiche che si colorano d’una patina di attivismo: L’Europa non guarirà se non negheremo alle filosofie politiche il diritto di risolvere ogni cosa. Non si tratta infatti di dare a questo mondo un catechismo politico o morale. La grande iattura della nostra epoca è proprio che la politica pretende di fornirci insieme un catechismo, una filosofia completa e persino, a volte, un’arte d’amare. Ma il ruolo della politica è far funzionare le cose, non risolvere i nostri problemi interiori. Ignoro, per quel che mi riguarda, se esiste un assoluto. Ma so che non è di ordine politico. L’assoluto non è una questione che concerne tutti: concerne ciascuno di noi individualmente. E occorre impostare i rapporti reciproci affinché ciascuno abbia per sé l’agio interiore di interrogarsi sull’assoluto. La nostra vita può anche appartenere agli altri, ed è giusto donarla quando è necessario. Ma la nostra morte appartiene solo a noi. Ed è questa la mia definizione di libertà.

L’altro esiste

La cartina di tornasole d’uno sguardo autenticamente impegnato con la vita e i suoi urti sta proprio nella capacità dell’artista di non appiattire il mondo a quanto egli vorrebbe che fosse, a non cancellare le obiezioni e le domande suscitate da ciò che è diverso da lui. È qui che per Camus possiamo davvero scoprire se siamo degli autentici rivoluzionari, capaci di sfidare le tendenze tiranniche dentro e fuori di noi: Poiché quel che cerca il conquistatore di destra o di sinistra non è l’unità, che è innanzitutto l’armonia dei contrari, bensì la totalità, che è la soppressione delle differenze. L’artista distingue, là dove il conquistatore livella. L’artista che vive e crea nella carne e nella passione sa che nulla è semplice e che l’altro esiste. Il conquistatore vuole che l’altro non esista, il suo è un mondo di padroni e di schiavi, come quello in cui viviamo. Il mondo dell’artista è quello della contestazione vivente e della comprensione. Non conosco una sola grande opera che sia stata edificata esclusivamente sull’odio, mentre conosciamo bene gli imperi dell’odio. In un’epoca in cui il conquistatore, per la logica stessa del suo atteggiamento, diventa carnefice e gendarme, l’artista è costretto a essere un disertore.

Una delle obiezioni più frequenti è che questa sarebbe una comoda posizione estetica, da radical-chic che si rifugerebbero in una sorta di terzietà tanto raffinata e ricca di sfumature, ma che non costa davvero niente e tiene lontani dalle barricate. Per Camus questo invece fa della vita tutta una barricata, perché l’artista si sforza di non distogliere mai lo sguardo anche dalla sopraffazione in agguato nelle sue convinzioni più intense: Per questa ragione è inutile e ridicolo chiederci giustificazione e impegno. Impegnati lo siamo comunque, seppur involontariamente. E per finire, non è la lotta a fare di noi degli artisti, semmai è l’arte che ci costringe a essere in lotta. Per il suo stesso ruolo, l’artista è il testimone della libertà, ed è una giustificazione che paga talora a caro prezzo. Per il suo stesso ruolo, è calato nelle profondità più inestricabili della storia, dove soffoca la carne stessa dell’uomo. Siamo calati in questo mondo, che lo vogliamo o no, e siamo per natura nemici degli idoli astratti che oggi vi trionfano, siano essi nazionali o di partito.

Il dolore dell’altro

La grande arte è più vasta di tutte le nostre battaglie, pur giuste e necessarie, perché, pur sostenendoci a combattere per esse, a bruciare di furia, indignazione e persino odio talvolta, ci chiede anche di abbracciare l’evidenza che nel mondo non ci sono mostri e demoni, ma solo antagonisti, segretamente tormentati dai nostri sogni spezzati di amore e comprensione: I veri artisti non hanno mai un grande successo in politica, poiché non sono in grado di accettare alla leggera, io lo so bene, la morte dell’avversario! Stanno dalla parte della vita, non della morte. Sono i testimoni della carne, non della legge. Per vocazione sono condannati a comprendere anche ciò che gli è nemico. Questo non significa affatto che non siano in grado di giudicare il bene e il male. Ma, anche nel peggior criminale, la capacità che hanno di vivere la vita altrui permette loro di riconoscere la costante giustificazione degli uomini che è il dolore.

Anche nel peggior criminale. Chiediamocelo. Davvero? È così facile dirlo oggi dell’inquisitore spagnolo, del monarchico bonapartista, del principe borbonico, del raffinato ufficiale nazista, del gangster durante il proibizionismo. Riusciamo a ripetere quella frase quando si tratta del pedofilo, del trumpiano negazionista, del leghista omofobo, del fanatico religioso, del neofascista? Personalmente ci sono dottrine e atteggiamenti al cui solo pensiero vorrei che i loro rappresentanti vengano schiacciati, fatti a pezzi, umiliati. Come tenersi stretta questa rabbia e tradurla in azione, senza smettere che sullo sfondo ci sia anche quella scomoda verità, è una domanda che cerco di pormi tutti i giorni. Dove trovare un modello? Per Camus, ancora una volta, occorreva tornare in Grecia, a quella spiaggia dell’Asia Minore dove il massacratore di un figlio e il padre di chi aveva ucciso il grande amore di quello stesso assassino piangono insieme.

Se le mie conoscenze non mi ingannano, nella civiltà ellenica la misura è sempre stata la presa d’atto della contraddizione e la decisione di restarvi, nella contraddizione, qualunque cosa accada. Un approccio di questo genere non è solo un ammirevole approccio razionale e umanista. Presuppone in realtà un atto di eroismo.

  ***

Against the harmonic mentality

Satan, Camus and the mythologies of right and left

By Edoardo Rialti

 

 

To preserve in violence its character of rupture, of crime – that is, not to admit it if not linked to personal responsibility. Otherwise, it is by order, it is in order – either the law or metaphysics. It is no longer a rupture. It evades contradiction. It paradoxically constitutes a leap into comfort. They have made violence comfortable.

Camus, Notebooks

I. In Heaven

As he is flying to corrupt Adam and Eve in Eden, Milton’s Satan is caught in a moment of fatigue and uncertainty. The full weight of rebellion and condemnation falls upon him again, and he falters torn by longing for the universe of light from which he tore himself in his revolt.

 

…horrour and doubt distract
His troubled thoughts, and from the bottom stir
The Hell within him; for within him Hell
He brings, and round about him, nor from Hell
One step, no more than from himself, can fly
By change of place:  Now conscience wakes despair,
That slumbered; wakes the bitter memory
Of what he was, what is, and what must be
Worse; of worse deeds worse sufferings must ensue.

From this crack he recovers by embracing his fate for the umpteenth time, accepting the barred road behind him and calling evil good. It is even a canonical moment in the trajectory of all heroes, the dark night, the Mount of Olives for Christ or Joan of Arc’s retract , the moment of fragility and solitude in which one doubts the destiny of extraordinary election and then performs the last decisive act. It would be so easy, so restful to fall back into the embrace of a common path, instead of rowing in the opposite direction and spoiling the harmony with one’s own dissonant note. But this is the decisive question. Whether or not Milton belonged to the devil’s party, as Blake or the Romantics wrote, the poetic intuition of grafting this psychological notation onto the trajectory of the outcast par excellence (whose perennial fascination is present in the pars destruens of all revolutions, from Spartacus to Guevara, and can easily become sclerotized in the self-serving description of a cheap Prometheanism), shows an inner dynamic in bold letters: in this perspective God and Satan are two realities existing in each and every one, the glory of a perfectly hierarchical system of values where there is a place for everything and everything is in its place, illuminated by the reassuring light of a vertical, unchallengeable authority, and the painful, even tragic but necessary drive to detach and challenge all this in the name of one’s own particular vision. Even a scientific perspective such as that of evolution, in this sense, gives reason to the biblical account of original sin. Progress from the innocent fusion with everything is both a victory and a wound, and we react to that original trauma in various ways, almost always trying to reconstruct a lost universe, new hypotheses of meaning in which to order life and ourselves. A truth that, as Dante writes at the end of Paradise with a marvelous image of a medieval bookbinder, allows us to grasp the detached sheets of the universe as a single volume.

This is because the harmonic mentality and the dissonant mentality are always within us, and the latter remains painstakingly necessary to escape the perennial enchantment of the former, every time we transform the homes of our partial and conditioned identities into new churches. The word harmony in us almost in itself evokes something positive, but we must remember that all genuine harmonies are always temporary, from those of an orchestra or a concert to a scientific discovery or a political victory.  Protracting or extending them always implies violence on other aspects of life and its contradictory nature. One does not need to believe in God to live religiously, with rituals, glorious connections, sacred books, revealed truths, witchcraft trials and condemnations of heretics.

II. On Earth

It is an obvious fact. The year 2020-21 has been and still is the two-year period of Camus’ The Plague (and of the one narrated and analyzed by Manzoni in pages of a strength and lucidity too little remarked, but this is a different matter). The mixture of natural circumstances and human obtuseness, the prevarication of the authorities and then the forced closures, the frantic search for a horizon of meaning in which to inscribe the event and one’s reactions, the progressive dulling whereby everyone thinks about the same things at the same time, and the cowardice and the exhausted heroism and the desire to try to hold on to love and friendship and then, when the plague is perhaps over, the immediate rush of the masses to forget everything, to remove the disturbance and the questions raised by death. All this we know too well. Yet, in the global community made possible by social media and the polarization in it of increasingly vertiolic debates were the public speeches of Camus from ’37 to ’58 (Conferences and speeches, Bompiani) that as far as I am concerned have been a foothold to which I keep coming back when it comes to issues such as cancel culture, patriarchy, freedom of expression, differences between right and left, which have been revived in these days by the debate around Walter Siti’s new book, Contro l’impegno (Against commitment), a text that I will not deal with directly in this article but which I consider important and necessary for the issue it raises. It is frankly impressive how Camus’ reflections are not less topical than his more famous novel concerning the crisis we are facing, its roots and implications, and like it they sound a note that constitutes a healthy antidote against the respective self-representative mythologies of right and left. They are the passionate testimony of a deeply committed and sided intellectual who has always tried to see things clearly, and not to stop doing so even when this challenges his own convictions, and for this reason he has been accused in his time of disengaged aestheticism or of objectively favoring reaction. All this on the part of those who at the time believed themselves to be the advocate of the last wave of revolutionary progressivism and in the name of this came to justify Stalin’s Russia.

III.  The West is burning and The human stain

Right-wing culture is constantly traversed by a passive-aggressive conspiracy. In the Western world alone, governments of the extreme right or center-right far outnumber those of the left[,] yet conservative politicians, intellectuals and sympathizers – of religious ideology or not – continually declare that they are a minority in the catacombs, which the ideological tyranny of the left would no longer allow to express themselves in any way. In waves and with different, easily overlapping names, a new post-human colonialism would threaten the family, sexual difference, culture, the fetish of tradition. Aggressive feminism, multiculturalism, ecologism, gender, cancel culture, would be different faces of a single prism and a single design of the elites of the new globalist order (perhaps secretly followers of the Devil) for which the West burns. It is the cry launched by Denethor, the Steward of Gondor who would only like “everything to be as it was in the past” before setting himself on fire like “a barbarian king of the past”. A ritual suicide that in some ways embraces the latest choice of so many conservative intellectuals, large and small in stature, from Mishima to Drieu de la Rochelle to Dominique Venner, who shot himself – significantly – in Notre-Dame Cathedral in 2013. The reasons for this persecutory framework are many and well investigated by Wu Ming 1’s The Q of Qomplotto: here I will limit myself to pointing out the obvious, namely that almost no one likes to admit to being the Empire of Star Wars, everyone wants to feel like the Resistance, the Carbonari, the rest of Israel, the faithful of the Apocalypse persecuted by the Beast. This lends dignity and additional weight to their beliefs, makes them a cause with the aura of martyrdom, simultaneously mythologizes themselves and the adversary. Despite dominating de facto much of the chessboard, the right accuses the left of holding a de jure power that allows it to hunt down and gag any alternative vision of society, economy, culture. Disparate episodes are connected to others and distorted, the statues of slavers paired with who can be taught at university or the issue of bathrooms for trans people. However, the simple range of suicides mentioned above should be enough not to dismiss this accusation simply as the last desperate refuge of an ideological vision that invents a titanic opponent to cloak its own defeats and incapacity in glory.

Many right-wing intellectuals have pointed to risks in the technological society that the left has uncritically ridden. But there is more. In fact, if the right-wing mentality tends to defend already existing harmonic systems, the left-wing one, due to the devouring Manichaeism that lurks in human psychology, easily erects new ones and transforms the houses of social and identity battles into as many new churches. It stands to impart lessons from a preceptual podium resting on the assumption not of being right, but of being righteous. Certainly they praise thinkers of an opposite ideological matrix who, however, have almost always been digested by now in the collective admiration: Céline, Mishima precisely, Tate, Bernanos. And when those reacting on freedom of expression are not banal provocateurs like Milos Yiannopoulos or famous misanthropes like Ellis and Houellebecq (of an entirely different magnitude) but civilly committed writers like Salman Rushdie, Tom Stoppard, Margaret Atwood, J. K. Rowling, debasing their warnings and distinctions by making them privileged middle-aged people who have become conservatives in their super-attics is not at all different from the debasement campaigns to which Orwell, Pasternak, Pasolini were subjected in the past. As Azar Nafisi, who really escaped from a theocracy, wrote, writers are the canary in the mines of humanity, the first to point out when there is a lack of oxygen for everyone.

Above all, as Pasolini himself noted, the new consumerist civilization, which does not tolerate the existence of slices of purchasers that it cannot reach with specific proposals, espouses and often contributes to the triumph of civil battles, transforming them into logos, and at the same time bleeds them dry with a cascade of easy and edifying products, which in turn, however, condition the demand itself.

One always demands only what one already subscribes to and appreciates, one reacts with ferocious fury to everything that contradicts it. As Irene Graziosi, recently remembered by Loredana Lipperini, wrote: It is bizarre how the term activism has lost the component of activity inherent in the word itself. Just post a black square or some elaborate infographics on a rainbow background and you immediately become an activist for a cause. Or rather, of various causes, because intersectionality – an academic framework useful for analyzing the intersections of different social and identity dimensions by applying them to large numbers – finds fertile ground on social media for embracing any existing cause with infographics. For the climate, against catcalling, against homotransphobia, against the use of offensive words, against racism, against the fetishization of bodies, for body positivity, against plastic. Thanks to the intersectionality applied to individuals, it is possible to calculate the percentage of disability that each of us carries with us, 60% water, 40% discriminated category, and to be activists for any cause that is dissected down to the last atom in order to produce more posts, feed the algorithm and, incidentally, gain followers. Activism, once collective, has become the prerogative of individuals, emptying of meaning the -ist that describes it. Every struggle is declined on the self, everyone understands it in their own way, and no one is able not to personalize the ideal to which he claims to believe. The testimonial becomes a martyr.

As the right wing mythologizes the left wing, so in turn fascists, neocons and even reformists with different views become irredeemable Orcs, as in Ejzenstejn’s Alexander Nevskij where the medieval Teutonic Knights (i.e. the German invaders of 1939) are all hidden under helmets with a thin cross visor, while the very human face of every Russian can be glimpsed. A contrast that will be taken up by Lucas of Star Wars for his Stormtroopers. And in the social activism where posting a hashtag is already a medal for civic value, a filthy anti-Semitic tweet, a joke in bad taste and a complex pamphlet become in turn the very same thing.

The fact that the two mythologies support and nourish each other is already recounted in the 1990s in Philip Roth’s The Human Stain, where an esteemed teacher is kicked out for using a word with a possible racist meaning about two absentee students (whom he had never seen) only to discover that he was not a white Jew but an African-American who had had an operation to conceal his identity and assume another one. The introjected racism and the racism falsely hunted by the reformist neo-puritanism, the internal and external cancel culture constitute here a single tight tangle on the lights and shadows of human nature. And it is precisely to better fix this spiral that we can turn to Camus’ lectures.

IV. Eyes on the Right

These are interviews, contributions to round tables, inaugurations of houses of culture, greetings in support of the Spanish struggle against Franco, thanks for awards such as the Nobel Prize itself. And in spite of so many changes in the context, it is striking how all the poles of the political debate of these years are contained and enucleated. Starting with the dominance of technology and its ability to completely alter our relationships: The universe of technology is not in itself negative, and I am absolutely opposed to all forms of thought that call for a return to the spinning wheel or the hand plow. But the technical reason placed at the center of the universe, considered the most important engine of a civilization, ends up causing a kind of degeneration, both in the minds and in the conduct of people, which risks leading to the defeat we have talked about. It would be interesting to find out how. We are doing so, in a painfully empirical way.

Just to clear the field from possible misunderstandings, Camus is deeply aware of the bloody and monotonous rituals of totalitarian religion that always finds in right-wing populism its armed arm, yesterday as today, and that we see triumphing in xenophobic, capitalist and machist parties fed by a climate of qualunquist aggressiveness. All this must be fought, and that’s it, in the streets and with the rifle, if necessary. This word, sovereignty, has long put a rod in the wheels of all international history, he writes, and the words he devotes to the right-wing governments of the immediate postwar period are perfectly fitting for devastating administrations like those of Trump, Johnson, Salvini, Orban or Bolsonaro: It is the aristocracy of a gang, the sovereignty of crime, the cruel lordship of mediocrity. As far as I am concerned, I only know two kinds of aristocracy, that of intelligence and that of work… Never in the world have such petty gods reigned. Seeing them on the front pages of newspapers or on cinema screens, it is not surprising that their churches are primarily police. Add to this the hypocrisies of liberal or mildly reformist governments that, like the blatantly reactionary ones, are capable of flaunting as their own the great humanitarian battles and citing Don Milani and Gramsci, emptying them of all effectiveness and effective value: until the day comes when a handful of military and industrialists can say “we” when talking about Molière and Voltaire or print, distorting them, the works of the poet previously shot. That day, which is the one in which we are, should inspire us at least a thought of compassion for poor Hitler. Instead of killing himself for excess of romanticism, it would have been enough for him to imitate his friend Franco and have a little patience. Today he would be Unesco’s delegate for education in Upper Niger, while Mussolini would help raise the cultural level of the Ethiopian children whose fathers he slaughtered not long ago. Then, in a finally reconciled Europe, we would witness the ultimate triumph of culture, at an immense banquet of generals and marshals served by a troop of democratic but resolutely realistic ministers.

When the oppressed categories manifest their sufferings and even protest harshly, here are the columnists disgusted by the crudeness of the right to open a barrage of “if, but, however”: But these slanders, after all, like the verbal cautions that we see deployed even in France by our men of progress, tell us something that we already knew. They tell us that the reactionaries, today, are also on the left. Convincingly internationalist, even at the dawn of the European Community Camus had no illusions about its reduction to a revered puppet in the shadow of which to carry out an oppressive bureaucraticism: Europe has always been great only in the tension it has been able to introduce between its peoples, its values and its doctrines. Europe is nothing but this balance and this tension. Every time it has renounced it, and has wanted to impose through violence the abstract unity of a doctrine, it has become bloodless, it has become this exhausted mother that gives birth only to miserly and malevolent creatures. And perhaps it is right that such creatures end up pouncing on each other to finally find an impossible peace in a desperate death.

In this tired satiety, in which the old relationship with the world of peasant societies (with their violent limits but also their wisdom) has been abandoned in favor of a world of pure technological and productive efficiency without the forces of nature and friendship, the main disease of Western societies is already announced. The left is not exempt from this illness, and among its many symptoms it also includes the ferocity of the trial reserved for anything that contrasts with its own vision of the world, constantly projected as universal truth, a sort of abstract partiality in stark contrast to the authentic capacity for dedication to something or someone:

Having thus reached the height of meaninglessness, we can at least denounce the deception of this century, which pretends to pursue the domain of reason when what it seeks are only the reasons to love that it has lost. And our writers know it well, who all end up invoking that poor, derelict substitute for love which is morality.

V. Art and life devoured by followers

No, idolatry is not culture, for Camus. He already saw that paradoxically bigotry, egoism and racism on the one hand and progressive moralism on the other are two converging ways of mutilating and ignoring reality: Right-wing academicism ignores a misery that left-wing academicism exploits. But, in both cases, misery is reinforced while art is denied. Many of the positions taken with respect to Siti’s pamphlet also reconfirm this, so that civil commitment necessarily seems to have to become a banal simplification and the call to the “immoral” truth of art a mere qualunquist elitism: We will thus have a production of entertainers or purists of form, which in both cases will give rise to an art separated from living reality. And decades before the birth of social media, Camus reveals the quantum leap of a world where power and success no longer even coincide with material wealth but with their translation into visibility and influence: For about a century we have been living in a society that is not even the society of money (money or gold can arouse visceral passions), but that of abstract symbols of money. The mercantile society can be defined as one in which things disappear in favor of signs.

As the Wu Ming Collective wrote, recalled by Loredana Lipperini as well, the question is not whether the network produces liberation or subjugation: it always produces, and from the beginning, both. It is its dialectic, one aspect is always together with the other. Because the network is the form that capitalism takes today, and capitalism is always contradiction in process. Capitalism asserted itself by freeing subjectivities (from feudal bonds, from ancient servitudes) and at the same time imposing new subjugations (to the disciplined time of the factory, to the production of surplus value). In capitalism everything works like this: consumption emancipates and enslaves, it generates liberation that is also new subjection, and the cycle starts again at a higher level”. Facebook, therefore, is based on the users’ surplus labor: “Every day Zuckerberg sells your surplus labor, i.e. he sells your life (sensitive data, patterns of your surfing, etc.) and your relationships, and earns several million dollars a day. Because he owns the means of production, you don’t. Information is a commodity. Knowledge is a commodity. Indeed, in post-Fordism or whatever the hell we want to call it, it is the commodity of commodities. It is productive force and commodity at the same time, just like labor-power. The community that uses Facebook produces information (about tastes, consumption patterns, market trends) that the owner packages in the form of statistics and sells to third parties and/or uses to customize advertising, offers and transactions of various kinds.

The representation and sharing of one’s life, from existential reflections to material details, thus becomes for Camus the first fundamental commodity, with which you preach, teach, are approved. The sharing of one’s breakfast, of fifteen seconds of a piece of music in progress, a civil appeal merge into an inextricable flow: Millions of men will thus have the feeling of knowing this or that great artist of our time because they have learned from the newspapers that he raises canaries or that his marriages do not last more than six months. The height of celebrity today consists in being admired or detested without being read. Any artist who, in our time, claims to be famous must know that it is not he who will be famous, but someone else in his name who will end up getting out of hand and perhaps, one day, killing the true artist in him.

In this cascade everything gains the same (un)weight, from the essay to the rant, and the so easily Manichean nature of our imagination only exacerbates. Anything that counters it must be swept away, and the lurid insults of a homophobe or a racist or the dialectical contortions of some pro-reactionary pen-pusher become identical to the line in a movie, a character in a book, or the questions in an essay. And whether one starts from reactionary or reformist convictions, any testimony more complex than mere prior deployment is in turn trivialized to be rejected or digested without too much trouble.

VI The implacable doctrines and judge-penitents of the Left

With respect to the conniving intellectuals and advocates of fascist violence, Camus would have called the same violent tendency on the left: that of the “penitent judges.” In Michel Onfray’s synthesis, Camus thus foresees with some accuracy the civilization in which we have begun to live in the half-century since his death: an age of self-hatred, guilt, and generalized mea culpa, the time of penitent judges, who, though atheists, moralize using Christian categories. The century of the death of God and the end of the Catholic religion has all too often had to resort to Christian devices to think for itself. And to prevent itself from acting: confessions, admissions, contrition, guilt, repentances, penances, expiations, repentances, reparations and absolutions contaminate and fester in this world of pure immanence… the judge-penitent begins by rejoicing in a loud and public mea culpa; he proclaims on his knees his own faults, extending them to the whole West; then, after confessing his sins as a white man, a Christian, a Westerner, a colonizer and an exploiter, he considers himself sufficiently pure to force the others to confess their sins as well; if confession is delayed, he immediately resorts to violence against the recalcitrants.

And it is here that the challenge arises for the intellectual and the artist who believes in progressive battles but does not want to turn them into a new revealed doctrine. The adoration of one’s own side (and today its branding) of those who believe only in progress – as Camus wrote in a famous reply to Sartre’s paper accusing him of aestheticism and complicity with the right – allows one to cut short and despise, while other approaches, including his own, make it a duty to understand and presuppose a constant effort on oneself. Hence the prestige enjoyed by the former among some intellectuals, friends of the law of minimum effort. Intelligence devoid of character is, in the end, much worse than serene imbecility. Lacking a firm will, it equips itself with an implacable doctrine, and that is how we have seen the birth of that species so typical of our times: the inflexible intellectual ready to justify any terror in the name of realism alone. It is a hypocrisy that the right, yesterday and today, declines by minimizing its own violence (the country’s problems are always others…) while the left denies the mere existence of problems for the resolution of which the right has equally dangerous answers, if not more so.

VII.  God comes back through the window

As Nietzsche, who was a fundamental model for Camus, noted, the real fundamental discriminator is whether we are Platonic or not, that is, whether we believe that being precedes existence. We can be secular and progressive as much as we want, but if at the end of the day we believe that there is a good “in itself” to which our daily life must conform and approach in stages, and not that right and wrong are empirical categories that require their constant and always partial construction and reconstruction, then, at the end of the day, we will always be preceptors and censors who, in the name of a superior and absolute category (which may be social justice, feminism, the rights of oppressed minorities, ecologism) judge personal and collective life with a sociological optimism that constitutes only the umpteenth counterfeit of the old religious messianism. On the contrary, in an atheistic and evolutionary perspective, the categories of good and evil are like the laws of physics: they are not true in absolute, but they become more and more fitting as we approach certain objects or environments, such as gravity. And one of the main faults of leftist intellectuals is precisely this Platonism, which Camus also smelled in Soviet realist art and its Western supporters: showing things not as they are, but as they should be.

In all of this, in the face of the crossfire of reactionary obtuseness and left-wing fanaticism-  taken for granted that fascism is fought with weapons in fist- what is the specific vocation of writing and thinking? Creating today means creating at one’s own risk. Every publication is an act and that act exposes one to the passions of a century that forgives nothing. The problem, therefore, is not knowing how damaging this is to art. The problem, for all those who cannot live without art and what it means, is only knowing how, among the gendarmes of so many ideologies (so many churches, so much solitude!), the strange freedom of creation is still possible.

Platonism always translates into an Ethical and Religious State, confessional or not, that rewrites the past and rapes the present on the Procrustean bed of its own convictions, and this infects life, writing and critical reflection that are colored by a patina of activism: Europe will not heal if we do not deny political philosophies the right to solve everything. For it is not a matter of giving this world a political or moral catechism. The great evil of our age is precisely that politics claims to provide us with a catechism, a complete philosophy and even, at times, an art of loving. But the role of politics is to make things work, not to solve our inner problems. I ignore, for the life of me, whether there is an absolute. But I do know that it is not political. The absolute is not an issue that concerns everyone: it concerns each of us individually. And it is necessary to set up reciprocal relations so that each of us has the inner ease of questioning the absolute for himself. Our life can also belong to others, and it is right to give it when necessary. But our death belongs only to us. And this is my definition of freedom.

The other exists

The litmus test of a gaze authentically engaged with life and its impacts lies precisely in the artist’s ability not to flatten the world to what he would like it to be, not to erase the objections and questions raised by what is different from him. It is here that for Camus we can really discover if we are authentic revolutionaries, capable of challenging the tyrannical tendencies inside and outside of us: For what the conqueror of the right or left seeks is not unity, which is above all the harmony of opposites, but totality, which is the suppression of differences. The artist distinguishes where the conqueror levels. The artist who lives and creates in the flesh and in passion knows that nothing is simple and that the other exists. The conqueror wants the other not to exist, his is a world of masters and slaves, like the one we live in. The world of the artist is one of living contestation and understanding. I do not know of a single great work that has been built exclusively on hate, while we know well the empires of hate. In an age in which the conqueror, by the very logic of his attitude, becomes executioner and gendarme, the artist is forced to be a deserter.

One of the most frequent objections is that this would be a comfortable aesthetic position, by radical-chic, who would take refuge in a kind of thirdness so refined and rich in nuances, but that it really costs nothing and keeps away from the barricades. For Camus this instead makes life all about barricades, because the artist strives never to look away even from the overpowering lurking in his most intense convictions: For this reason it is useless and ridiculous to ask for justification and commitment. We are committed anyway, albeit unintentionally. And finally, it is not the struggle that makes us artists; if anything, it is art that forces us to be in struggle. By his very role, the artist is the witness of freedom, and it is a justification that he sometimes pays dearly for. By his very role, he is lowered into the most inextricable depths of history, where he suffocates the very flesh of man. We are immersed in this world, whether we want to be or not, and we are by nature enemies of the abstract idols that triumph in it today, be they national or party-based.

The pain of the other

Great art is larger than all our battles, however just and necessary, because, while it sustains us to fight for them, to burn with fury, indignation and even hatred at times, it also asks us to embrace the evidence that there are no monsters or demons in the world, only antagonists, secretly tormented by our broken dreams of love and understanding: True artists never have great success in politics, for they are not able to accept lightly, I know well, the death of the opponent! They stand on the side of life, not death. They are the witnesses of the flesh, not of the law. By vocation they are condemned to understand even that which is their enemy. This in no way means that they are unable to judge good and evil. But, even in the worst criminal, the ability they have to live the lives of others allows them to recognize the constant justification of men that is pain.

Even in the worst criminal. Let’s ask ourselves. Really? It’s so easy to say that today of the Spanish inquisitor, the Bonapartist monarchist, the Bourbon prince, the refined Nazi officer, the gangster during Prohibition. Can we repeat that phrase when it comes to the pedophile, the Trumpian denier, the homophobic leghist, the religious fanatic, the neo-fascist? Personally, there are doctrines and attitudes at the mere thought of which I would like their representatives to be crushed, torn to pieces, humiliated. How to hold on to this anger and translate it into action, without ceasing that in the background there is also that uncomfortable truth, is a question I try to ask myself every day. Where to find a model? For Camus, once again, it was necessary to go back to Greece, to that beach in Asia Minor where the murderer of a son and the father of the one who had killed the great love of that same murderer weep together.

 

If my knowledge does not deceive me, in the Hellenic civilization the measure has always been the acknowledgement of the contradiction and the decision to remain there, in the contradiction, whatever happens. Such an approach is not only an admirable rational and humanist approach. It actually presupposes an act of heroism.

 

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Antigone e gli scrittori dégagé https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/#comments Wed, 04 May 2016 12:32:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30826 Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull'Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l'autrice (nell'immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Ho compreso che dicesse che, in un’epoca in cui i governanti mostrano irresponsabilità, l’intellettuale e lo scrittore debbano ingaggiarsi. È povera la stagione della nazione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade nel mondo. Mi è parso un articolo preciso per ciò che affermava, ma fuorviante per ciò che ometteva. Procedendo per induzione, da lì venivano fuori dei macrotipi: c’è lo scrittore di primo tipo, quello che ha assunto una voce forte grazie al proprio talento e la utilizza per supportare questioni del mondo esterno, senza includerle nella propria produzione: scrive un appello per, scende in piazza con, va in tv contro (Erri De Luca si diceva, allora io dico Tiziano Scarpa assieme a una dozzina di scrittori del Nordest in Piazza dei Signori a Treviso contro le ordinanze razziste dei sindaci veneti).

C’è lo scrittore di secondo tipo: quello che, a volte, poiché una cosa del presente lo indigna particolarmente, lo muove o ne sa di più, ne scrive a parte: fa un reportage su un giornale, scrive un volume in una collana dedicata (Lagioia sul delitto Varani si diceva, allora io dico Zingari di merda di Antonio Moresco – Effigie). Poi c’è lo scrittore di terzo tipo: quello che lascia precipitare il presente nella propria opera (Zerocalcare si diceva, allora io dico Giuseppe Genna).

Infine uno scrittore di quarto tipo: quello che scrive così bene che, abbia o meno legami immediati con il presente: un giorno qualunque un lettore qualunque prenderà la sua parola e ne trarrà motivo di lotta per sé e per gli altri (tra i citati da Di Paolo ci si poteva riconoscere Pasolini, i miei esempi sono all’inizio di questo articolo). Però l’esperienza umana è una soltanto, non siamo compartimenti stagni ma persone, e perfino io non sono così sciroccata da pensare che gli intellettuali possano essere categorizzati come periodi ipotetici: e quindi  le idee circolano, i flussi di pensiero e i campi semantici che li abitano o forse li regolano, gli interessi e gli amori: si mescolano, o meglio si dice in napoletano “ si imbrogliano”.

Massimiliano Virgilio è più ingaggiato quando scrive “Porno ogni giorno” (Laterza), per parlare del degrado umano che si consuma alle periferie delle nostre città, o quando va nel penitenziario minorile di Nisida a fare laboratori ? Quando scrive un reportage da Scampia su il Venerdì di Repubblica, o quando organizza da volontario l’unica festa del libro di Napoli o quando in “Arredo casa e poi mi impicco” (Rizzoli) racconta il baratro esistenziale di un trentenne che è tutti i trentenni?

Voglio dire che non credo che il mondo delle lettere si possa spartire tra uno scrittore che se ne frega di quello che accade fuori e si ripara sicuro tra le sue carte, e un altro che si stende sui binari assieme ai disoccupati. Soprattutto perché dietro le proprie carte non si è mai al sicuro. Uno scrittore mentre scrive frigge, e quando esce fuori con un articolo o un libro: rischia. Dal disinteresse al linciaggio. Se non scrive libri pensando alle fette di mercato, alle tasche degli adolescenti, se non ammicca al lettore, se non pensa che da quel libro ci si potrà cavare un film, cioè se è onesto intellettualmente, lo scrittore rischia, e dico: rischia ogni cosa perché dopo, dopo quel libro, dopo tre giorni da quell’articolo non ha più nulla. Diventa quella parola scritta che se ne è andata.

Paolo Di Paolo lo sa, che c’è più amore di quello che dichiarava lui nell’articolo (è proprio questa la bellezza di quell’articolo: che egli stesso affermando che serve l’ingaggio si ingaggia; annichilendosi nella prima plurale dei “cantastorie”, si chiama all’azione).

Erri de Luca e Michela Murgia, portati a giusto esempio come impegnati, hanno una voce calda ed esatta, e hanno anche una voce forte. Avere una voce forte significa potersi far sentire. Ma questo ultimo aspetto non dipende solo da loro: il megafono è un concertato tra tre agenti: il sé, il pubblico (utilizzo il termine nell’accezione latina, “che appartiene a tutto il popolo”) e il tramite tra i due: i media. Se i media fanno da cassa di risonanza per le battutine liquidatorie del ministro Boschi ci vuole una voce enorme, come quella di Saviano, per rispondere confidando in eguale risonanza.

Gli esempi che qui riprendo da Paolo Di Paolo sono quelli di tre scrittori che l’attenzione se la sono conquistata scrivendo, e va a loro onore, ma non può andare a disdoro degli altri il non riuscire a ottenere la stessa visibilità. Quando Loredana Lipperini, Ermanno Rea e Franco Arminio si candidarono nelle liste di L’altra Europa con Tsipras (non male come impegno anti-renziano), dai palchi dei comizi dicevano della questione meridionale, dei paesaggi offesi e vilipesi, del corpo delle donne. Bisognava ascoltarli. Ma chi ha potuto? Sono bastati gli accorati e pensati richiami di Aldo Masullo e di Maurizio Braucci ad arginare il craxiano appello di Renzi al disingaggio referendario? No. Serviva qualcuno che desse loro uguale spazio. Qualche giorno fa Valerio Magrelli sulle pagine romane de La Repubblica ha scritto un pezzo sull’inclusione scolastica. Parlava del presente e non lo faceva in versi, ma in quanti l’hanno letto?

I Wu Ming fanno caso a sé proprio per questo e per questo anche vanno ricordati: hanno scelto di non utilizzare parte dei media, di non apparire in tv, e manco in occasioni pubbliche ufficiali, di “apparato”. Fa parte del loro essere impegnati, è proprio dal loro impegno civile che nasce questa forma di protesta: che io credo racconti quanto raramente ci si possa fidare di ciò che è eclatante. Cosa è un gesto forte? Quale quello a cui dare udienza? Vogliono, le televisioni, parlare per tre giorni de “I piccoli maestri” e di tutti gli intellettuali che vi prendono parte? La stampa vuole fare a gara a chi lancia prima l’itinerario 2016 di Repubblica nomade? Piuttosto mi pare che ai media interessi l’episodio eccellente, e diano pochissimo credito, seguito e spazio a chi costruisce con pazienza nel tempo.

Se non hai una voce amplificata te ne resta una melismatica: quella della letteratura, che è una voce necessariamente lenta. La letteratura non crea instant book, abbisogna di tempo, e quel tempo può durare pure vent’anni, pure cento. Magari ne duri cento, cinquecento, mille: che qualcuno torni a essere “cantastorie” come Sofocle, che si possa venir citati come Harry Percy di Northumberland nell’Enrico IV.

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Tra profilo pubblico e vita privata resta la letteratura https://minimaetmoralia.it/interventi/tra-profilo-pubblico-e-vita-privata-resta-la-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/interventi/tra-profilo-pubblico-e-vita-privata-resta-la-letteratura/#comments Mon, 24 Aug 2015 08:04:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28233 Questo articolo è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori – soprattutto quelli dai trent'anni in su, gli immigrati digitali – tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell'odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco...

Poi a un certo punto è arrivato internet – leggi: facebook – e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull'orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto.

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Questo articolo è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori – soprattutto quelli dai trent’anni in su, gli immigrati digitali – tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell’odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco…

Poi a un certo punto è arrivato internet – leggi: facebook – e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull’orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto.

Questo tipo di lamentazione è ormai un genere per gli scrittori della mia generazione: funziona negli incontri nelle scuole, negli editoriali sui giornali, nelle cene ai festival letterari, nei saggi di Jonathan Franzen. Ognuno ha gioco facile nel partire dalla propria esperienza personale di scrittore e lettore vecchia maniera (serio, novecentesco, edificante) e ricavarne una buona dottrina per brontolare sull’epoca senz’anima che stiamo attraversando.

È complicato rispondere a questo tipo di interventi, per un semplice motivo: mettono troppa carne al fuoco. Con il pretesto dell’essere sinceri fino in fondo e con il ricatto morale del difendere qualcosa di evidentemente prezioso, aumentano la confusione, eludono temi rilevanti, e fingono di consolarci.

Proviamo invece a fare ordine tra le molte questioni importanti e a capire come non accontentarci di essere delle anime belle.

1) I processi di lettura stanno cambiando; questo implica una trasformazione non soltanto sociologica ma addirittura cognitiva – per questo andrebbero letti e studiati saggi di neuroscienza in merito (in Italia è stato tradotto e scritto pochissimo; i testi sulla lettura sono spesso approssimativi e pieni di imprecisioni; le eccezioni – Solimine, Darnton, Gazoia, Roncaglia, Marchetta… – non hanno avuto l’attenzione meritata).

2) Gli scrittori possono fare sempre meno finta di non sapere che il loro lavoro è il prodotto di un’industria culturale che ha le sue regole, spesso sempre più feroci: basta leggere il New York Times su Amazon di questi ultimi giorni per rendersene conto.

3) Quel welfare culturale che ha consentito la crescita della comunità di lettori nel Novecento – scuola, università, biblioteche… – oggi viene minato e definanziato, soprattutto non vengono pensate forme di educazione alla lettura strutturali (ore dedicate in classe, riqualificazione delle biblioteche scolastiche…).

4) I reading, i festival, le presentazioni spesso sono il tentativo di arginare la crisi di un’editoria che scarica sugli autori il rischio imprenditoriale (esattamente come è avvenuto dieci anni prima nell’industria musicale) – gli autori più intelligenti, vedi Wu Ming, Paolo Nori, Tiziano Scarpa in Italia, hanno compreso questa tendenza prima di altri e hanno pensato che il ruolo dell’autore potesse anche non ridursi a imbarazzati tour promozionali, ma ripensare l’inevitabile dimensione pubblica in consapevoli performance artistiche…

Quest’ultimo aspetto ci rivela una verità che solo il più ingenuo degli intellettuali ancora non riconosce: oggi è inevitabile che chiunque – anche chi non è famoso – è chiamato a gestire (organizzare, proteggere) una sua identità privata e una sua identità pubblica (i suoi profili social, la sua presenza mediatica). Tenerle separate è una competenza che dobbiamo ritenere indispensabile. Educarsi e educare a questo un compito centrale per gli adulti del prossimo futuro. Continuare a confonderle, come spesso capita agli scrittori moralisti, vuol dire alimentare un falso dibattito, e rivelarsi intellettualmente disonesti.

Ma c’è una cosa su cui possiamo ragionare anche senza chiamare in causa questioni teoriche più complesse. Cosa cerchiamo quando leggiamo o quando scriviamo un libro? Cosa pretendiamo da quell’esperienza che ci vede – in modo solitario, certo – di fronte a una pagina scritta o a una fluida pagina bianca?

Aspiriamo a una dimensione diversa più silenziosa, più riflessiva, più rischiosa, più intima. Un tempo rallentato che renda possibili trasformazioni emotive profonde: l’accesso a una parte di noi spesso dimenticata. Scrivere o leggere letteratura, fosse anche dieci minuti al giorno prima di addormentarsi – lo sa bene chi la pratica come abitudine – è un’esperienza così potente e trasfigurante che siamo disposti a preferirla a piaceri più rapidi, ad attività più proficue, a conoscenze apparentemente più utili.

Se ci facciamo caso, si tratta semplicemente di intrattenere una relazione intensa e personale con qualcuno che non conosciamo di persona. Perciò nessuno è realmente disposto a rinunciarci. Almeno di questo tutti gli scrittori lamentosi e più o meno apocalittici possono stare certi, e togliersi quel broncio dalla faccia.

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Un casino immenso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-casino-immenso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-casino-immenso/#comments Tue, 11 Aug 2015 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28144 Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell'aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una... come vogliamo chiamarla? New wave dell'opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

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Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

Se non sapete di cosa stiamo parlando fidatevi di noi, che a parlare di robe simili rischiamo un conflitto d’interessi grande così poiché a questo mondo in qualche modo partecipiamo (seppur ai livelli più infimi). Diciamo allora che negli ultimi cinque, dieci anni è venuta a comporsi una costellazione di testate e firme che, se non ha interamente monopolizzato il dibattito di cui sopra, quantomeno ne sta fornendo una versione laterale e col passare del tempo forse persino influente.

L’armamentario è quello di sempre: editoriali di commento, saggi critici, approfondimenti di varia natura, articoli alle volte brillanti alle volte meno, “pezzi definitivi” e via di questo passo. Ma è innanzitutto cambiato il profilo generazionale degli attori in campo, nonché i mezzi attraverso i quali il fantomatico dibattito procede e si diffonde: di fatto, stiamo parlando di una galassia che si è perlopiù formata su e con la Rete, e che sempre in Rete trova i suoi sbocchi naturali – comprese le polemiche, i flame, e le ripicche a mezzo social.

VICE

Prendiamo un esempio al tempo stesso anomalo eppur emblematico qual è VICE. In questo caso stiamo parlando di una vera e propria multinazionale con sedi sparse in tutto il mondo, che da qualche tempo a questa parte non fa mistero delle sue ambizioni: da magazine giovanilista dedicato a “arte, cultura e nuove tendenze”, si è trasformato in un piccolo gigante dell’informazione 2.0, con tanto di programmi TV, reportage su ISIS e Ucraina e interviste a Barack Obama; il che non è male, per una testata considerata fino all’altroieri la quintessenza dell’hipsterismo e dei “giovani creativi e gentrificatori”. In ogni caso: se frequentate i canali del web, i social network e qualsivoglia tipo di chiacchiericcio online, è difficile che non vi siate imbattuti in qualche articolo targato VICE. L’edizione italiana della piattaforma nordamericana riflette com’è ovvio un po’ tutte le caratteristiche della casa-madre, che sommariamente sarebbero: un linguaggio “giovane” condito di ironia e sano spirito dissacratorio; reportage in chiave gonzo e improbabili titoli tipo “Cosa sognano i computer quando guardano i porno”; ma anche articoli approfonditi su temi di cultura, tecnologia e infine politica, specie da quando VICE ha una sua apposita sezione news.

In questo senso, la figura più rappresentativa di VICE Italia è senza dubbio Leonardo Bianchi, il cui lavoro come news editor per la testata con sede a Milano ne ha fortemente connotato indirizzi politici e “sfera d’appartenenza”. Per capirci: per uno come Christian Raimo (vedi oltre), Leonardo Bianchi è nientemeno che il “miglior giornalista di movimento in Italia”.

Le voci del Movimento

Pretendere che VICE sia un foglio militante sarebbe comunque troppo. Certo, gli ambienti “di movimento” in Italia non stanno vivendo un momento particolarmente felice – anche nel campo dell’intervento culturale vero e proprio, visto che di questo stiamo parlando. D’accordo, c’è ancora il giro Wu Ming e relativo blog Giap (tuttora seguitissimo), c’è Alfabeta2 con dentro gente come Andrea Cortellessa e Andrea Inglese, e in tempi più recenti il portale DINAMOpress si è guadagnato un certo seguito con articoli che spaziano dal bollettino antagonista a scritti sui rave e omaggi a Claudio Caligari (firmati Valerio Mastrandrea). Ah, e poi c’è pur sempre Zerocalcare. Ma l’impressione, per dirla col giornalista Giuliano Santoro, è che “dopo aver dato i natali a esperienze come Indymedia e gli HackLab, le realtà di italiane fatichino ad adeguarsi ai tempi e ai modi dell’era social”. In più, DINAMOpress è anche una realtà molto “romana” – un dettaglio che, come vedrete, continua a esercitare un certo peso nelle polemiche che periodicamente scuotono il milieu culturale di casa nostra.

minimum fax

A Roma da oltre vent’anni opera minimum fax, l’editore che più di tutti è riuscito a costruirsi l’invidiabile reputazione di laboratorio, snodo e simbolo della nuova letteratura italiana. Ora, a parlare di “scena romana”, il forestiero s’immagina subito consorterie, sfilate di alti prelati dell’intellighenzia e grandi abbuffate sorrentiniane, un magna-magna radical chic avvolto nelle riconoscibilissime grafiche di Riccardo Falcinelli. Quel che è certo è che minimum (per gli amici), e il vicino blog www.minimaetmoralia.it, è riuscita da esprimere un pugno d’intellettuali particolarmente visibili nel dibattito culturale contemporaneo, quasi tutti collocati a sinistra. Uno è Nicola Lagioia, anche giornalista di Repubblica, fresco vincitore premio Strega (da lui dedicato “alla Grecia”). E poi c’è il già citato Christian Raimo, che commenta l’attualità su internazionale.it in puro spirito engagé (e da posizioni apertamente antirenziane).

Internazionale.it

Il nuovo sito di Internazionale ha in effetti trasformato la testata-vetrina del miglior giornalismo (appunto) internazionale in un vero e proprio peso massimo del web politico-culturale. Attorno a Raimo, su internazionale.it si è anche formata una schiera di “nuove penne” che va dallo scrittore Giorgio Fontana alla star del web Quit the Doner passando per Matteo Bordone, quintessenza dell’opinionista post-moderno imbevuto di cultura pop e fiero portabandiera di una certa “milanesità” da opporre a una non meglio precisata “romanità”.

Rivista Studio

Già, perché la rivalità Milano-Roma, nel 2015, incredibilmente resta una faglia sulla quale si giocano ancora molte scaramucce ideologiche. Se i romani sono i soliti gufi sinistrorsi a cui piace borbottare contro #BuonaScuola e #JobsAct, la “scena milanese” ha sommariamente posizioni più Renzi-friendly. La testata-simbolo in questo senso è senza dubbio Rivista Studio, un po’ la versione giornalistico-letteraria di Eataly. Fondata dallo stesso Federico Sarica che in tempi lontani fu primissimo direttore di VICE Italia e ancora più lontani un membro di Lyricalz, duo hip hop torinese. Studio è elegante, moderno e di orientamento lib; mostra un’attenzione particolare verso l’attualità culturale americana e propone articoli “lunghi” e “intelligenti” su serie TV, comici d’Oltreoceano, tecnologia, letteratura e dintorni, con firme che vanno dall’Arbasino di Rione Monti Michele Masneri all’ex direttore di Linkiesta e attuale “storyteller all’Eni” Marco Alfieri, entrambi anche al Foglio.

Le firme di Studio rivendicano una propensione all’ottimismo tipica del renzismo più dinamico e “smart”, quello cioè che vorrebbe lasciarsi alle spalle i proverbiali piagnistei da sezione sfigata. In un recente articolo sintomaticamente intitolato Addio, Popolo, lo scrittore Cristiano de Majo ha più o meno stilato un manifesto del nuovo intellettuale post-engagé, per il quale (citiamo il lancio su Facebook) “la vera rivoluzione sarebbe non avere opinioni” — con reazioni che vi lasciamo immaginare. L’articolo ha avuto il merito di portare a galla una frattura che covava da tempo e che a questo punto pare non più ricomponibile. Salvo apericena in zona Pigneto, si intende. O meglio zona Isola? E via con una nuova polemica.

IL triangolo milanese

Studio fa idealmente parte di un triangolo tutto meneghino i cui due vertici restanti sono Il Post di Luca Sofri e IL, magazine del Sole 24 Ore dalla grafica curatissima (opera di Francesco Franchi). Diretto dall’ex del Foglio Christian Rocca, irruente neo-conservatore, IL è tuttavia anch’esso farcito di firme “di sinistra”. Tutte assieme, queste tre testate fanno della scena milanese una specie di (mini)superpotenza capace di indirizzare in maniera sostanziale toni e temi del dibattito politico-culturale, sufficiente cioè a contrastare i minacciosi salotti romani… da cui non poche delle loro firme provengono.

Perché l’impressione è che un certo mondo culturale italiano si presenti come un grande magma di centrosinistra-centrodestra, all’insegna di un clima di difficile convivenza che caratterizza il dopo-Berlusconi: lo stesso Guido Vitiello che castiga gli “intellò antirenziani” sul Foglio magari lo trovavi anche su Internazionale, Christian Raimo ha per molto tempo tenuto un blog su Il Post, e nello stesso numero di IL che ospita un saggio vagamente islamofobo qualche pagina dopo può spuntare un entusiasta articolo sull’indie rock più antagonista; senza dire delle figure-ponte come, per dirne due, lo scrittore Francesco Pacifico (ex caporedattore di Nuovi Argomenti) o Timothy Small (altro ex di VICE).

Cioè, noi ci proviamo a fare una “mappa”, per definizione arbitraria e incompleta, ma la realtà è che è un casino immenso. D’altronde, nel contesto professionale del giornalismo italiano, precario e sottopagato, nessun giornalista può permettersi di fare il difficile, no? Forse stiamo semplicemente vivendo un’epocale trasformazione dell’industria culturale in piattaforma di erogazione di contenuti intercambiabili, il cui punto più estremo sono le centinaia di blog del Fatto o dell’Huffington Post.

Il grande precursore del giornalismo d’opinione contemporaneo, nonché padre nobile dello stesso triangolo Studio/IL/Il Post, è comunque Il Foglio di Giuliano Ferrara, ora diretto da Claudio Cerasa (già opinionista politico su Studio). Secondo l’opinione di uno dei più letti blogger italiani, Leonardo Tondelli, Il Foglio fu a suo tempo precursore dei blog quando ancora non c’erano i blog: su quelle pagine è nato anche quel genere di critica cinico-sarcastica praticata da autori come il già citato Vitiello, Andrea Minuz o Matteo Marchesini.

Ma perchè? I blog esistono ancora?

I blog sono praticamente morti, ma proviamo comunque a citarne qualcuno ancora rilevante, secondo il nostro modesto parere: oltre a Leonardo Tondelli di leonardo.blogspot.com (firma brevemente transitata all’Unità, prima della morte e controversa rinascita del quotidiano fondato da Gramsci) sicuramente va segnalato phastidio.net, ovvero Mario Seminerio, economista di scuola liberale che deve la sua più recente fama a posizioni anti-austerity, e infine Miguel Martinez ovvero kelebeklerblog.com, prevalentemente impegnato in una critica radicale della retorica “occidentalista” e molto letto sia a destra che a sinistra. Ma lo sviluppo del web 2.0 sembra avere definitivamente chiuso la stagione della “blogosfera” e aperto la strada a una nuova generazione di siti e blog collettivi: nomi come Nazione Indiana, Il primo amore, Le parole e le cose, Doppiozero, Il lavoro culturale, 404, sono oggi particolarmente seguiti, se non dal grande pubblico, perlomeno dagli “addetti ai lavori” (culturali). E poi naturalmente esiste il Grillo-network, che ospita una mole impressionante di conversazioni e ha espresso qualche personalità come Claudio Messora (ByoBlu), promosso “consulente per la comunicazione” del Movimento Cinque Stelle e poi rimosso.

E a destra?

C’è poi la destra, quella vera. In generale, lì vanno di moda gli anticonformisti, i cani sciolti, ma anche i ribelli di jungeriana memoria, gli intellettuali dissidenti, i presunti punk aristocratici e dulcis in fundo i fascio-hipster (come li ha chiamati Alessandro Lolli in un articolo sul magazine Prismo). Sempre convinti di essere scandalosi e controcorrente, proclamano di combattere il “pensiero unico” eppure hanno di fronte una sinistra frammentata come in quel vecchio sketch dei Monty Python sul Fronte Popolare di Giudea. “Questa è la sinistra italiana!” è il loro credo e anche il nome di un sito molto seguito dagli orfani del berlusconismo. Le loro sembrano spesso invettive contro un nemico immaginario, caratterizzato dai seguenti attributi mitologici: cene equo-solidali, film d’autore, teoria gender ecc. Scrivono talvolta sul Foglio (come Camillo Langone o Adriano Scianca di CasaPound) e sul Giornale, su Libero, su Panorama, pubblicano per Mondadori e sembrano concepire la scrittura più come sfogo catartico dei loro traumi che come strumento di analisi. Un nome tra tutti è quello dello scrittore Massimiliano Parente, già autore di un libro su La casta dei radical chic, e ormai specializzato nel genere (ahilui di vita breve) della provocazione giornalistica. Un altro, emergente ma con una faccia tosta sufficiente per ritagliarsi una nicchia, è il giovane Marco Cubeddu, oggi caporedattore di Nuovi Argomenti. Su Panorama proponeva (ironicamente beninteso) di “discriminare, multare e punire” i giovani alternativi, “pericolosi parassiti” della società.

E ancora più a destra?

Scivolando ancora più a destra, o dalle parti di quel “socialismo nazionale” ormai sdoganato, svetta la figura del filosofo Diego Fusaro. Corteggiato dagli editori e dalla televisione, onnipresente sui social network quasi quanto Andrea Diprè, Fusaro si tiene in equilibrio al crocevia tra No Euro e Nouvelle Droite all’italiana. I No Euro sono una galassia che va dai sostenitori di Grillo agli elettori di Salvini, il cui intellettuale forse più rappresentativo è l’economista Alberto Bagnai; più complessi i contorni della Nouvelle Droite, che potremmo definire come un’estrema destra che ha rispolverato le proprie radici anticapitaliste e che usa (anche) argomenti “di sinistra” per difendere le proprie posizioni su immigrazione e morale sessuale.

Cattolici convinti

Ci sono poi i cattolici alla Mario Adinolfi, giornalista e politico (del Partito Democratico!) improvvisamente virato a destra dopo essersi assicurato la poltrona in parlamento. All’area del suo giornale La croce, fondato e fallito in pochi mesi, fa riferimento una nuova generazione di cattolici da combattimento. Tra di loro Costanza Miriano, autrice del libro Sposati e sii sottomessa e animatrice di un blog molto seguito. Ancora più a destra sta la casa editrice Effedieffe con il suo sito (a pagamento) diretto da Maurizio Blondet, al quale contribuisce principalmente l’opinionista Roberto dal Bosco raccontando di complotti anticlericali e di presenze sataniche.

E molto al largo, qualche isola sperduta

Il resto sono isole sperdute nel mare del Rete, e non pretendiamo certo di essere esaustivi segnalandone qualcuna. Un vero cane sciolto dell’anticapitalismo “marxista revisionista” è l’economista ottantenne Gianfranco La Grassa, che malgrado la veneranda età si è riscoperto blogger e anima il sito Conflitti e strategie, la cui linea editoriale può essere riassunta nel dare addosso ai “decerebrati di sinistra”. Infine, in rappresentanza della destra più estrema, ci teniamo perlomeno a segnalare il blogger Svart Jugend: un esperimento di narrazione (ironica?) attorno all’estremismo politico, che può vantare diecimila fan entusiasti su Facebook al grido di “Vado alla Crai urlando viva il Quarto Reich”. E con questo (per fortuna) chiudiamo e andiamo a berci una birra sulla curva del male.

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Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale) https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/#comments Fri, 09 May 2014 15:27:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20628 In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante.  di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) In un […]

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In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante. 

di Alessandro Gazoia  (jumpinshark)

In un post sul blog del Corriere della Sera dedicato a Masterpiece si loda “il coraggio di Bompiani nel pubblicare in centomila copie (tremano i polsi solo a pronunciare queste cifre, anche se si tratta di una bipartizione carta-digitale)” Vita Migliore di Nikola Savic, il romanzo vincitore di quel reality. A un commentatore un poco cinico tremano i polsi solo a pronunciare “bipartizione carta-digitale” per la tiratura di un libro. Oggi solitamente una casa editrice invia in tipografia un file digitale da stampare in un certo numero di esemplari cartacei, e può anche preparare (in proprio o attraverso collaboratori) uno o più formati digitali per la vendita come libro elettronico.

Accade già per alcuni libri, soprattutto best-seller della letteratura di genere in lingua inglese, che le vendite dell’ebook siano superiori a quelle “analogiche”, del libro di carta, ma nessun editore o autore autopubblicato di successo (come Hugh Howey) pensa a un libro “da pubblicare in 20.000 copie cartacee e 80.000 digitali” e in concreto nessuno prepara, in proprio o con l’aiuto di esperti, 80.000 identici file epub da immettere sul mercato. La “bipartizione carta-digitale” sembra quindi a un commentatore un poco cinico un goffo trucco per gonfiare la tiratura, mentre l’offerta di Vita Migliore insieme al Corriere della Sera incide direttamente su quella e sul venduto.

Molti scrittori italiani, pure bravissimi e pubblicati da grandi editori, non superano coi loro libri qualche migliaio di copie vendute. Si tirano prime edizioni sopra i venticinquemila esemplari solo per i previsti best-seller di stagione, e giusto per un Saviano o un Dan Brown le centomila copie sono sorpassate. L’Armata dei Sonnambuli di Wu Ming, romanzo atteso a lungo dai numerosi e affezionati lettori, è stato stampato da Einaudi in una prima edizione di quarantamila copie. Gli autori sono giustamente entusiasti per averne venduto cinquemila nella prima settimana piazzandosi al terzo posto assoluto nelle classifiche Nielsen; in alcune librerie il testo è andato esaurito e una ristampa è stata già approntata, mentre l’ebook non è ancora in commercio.

Oltre i casi e numeri singoli è utile esercizio provare a considerare sul serio la “pubblicazione di …mila copie in digitale”. Faccio quindi un piccolo esperimento: prendo le bozze di stampa in pdf a bassa risoluzione di un saggio di centocinquanta pagine, appena tirato in una prima edizione di 2500 esemplari; e raggiungo le 100.000 copie “bipartite” creando 97.500 copie del pdf con il mio malandato computer. La cartella contenente gli ebook tutti uguali fuorché nel nome si riempie in un quarto d’ora e occupa 24GB [1]. Il costo totale dell’operazione è quantificabile in una manciata di euro. Stampare 97.500 copie cartacee di un libro di centocinquanta pagine richiede attrezzature professionali che umiliano il mio pc e ha un costo ben più alto: dobbiamo aggiungere ai pochi euro tre o quattro zeri.

L’elenco delle differenze tra centomila copie analogiche e  digitali potrebbe continuare a lungo: le prime necessitano di un ampio magazzino per essere conservate, le seconde stanno comodamente su una scheda di memoria microSD poco più grande di un’unghia; l’invio al macero dei volumi cartacei invenduti è molto più oneroso di un canc su una cartella del computer ecc. Insomma, per stampare e conservare centomila copie cartacee ci vuole una struttura industriale; per “stampare” e conservare centomila copie digitali sono sufficienti qualche minuto di processore del proprio pc e un po’ di spazio su disco.

La carta e la stampa non sono la voce che incide di più nel costo di un libro; questa credenza è però piuttosto diffusa e una volta collegata a quella che un oggetto digitale in sé non costi nulla, poiché “immateriale”, porta a considerare troppo alto il prezzo di un libro elettronico. Un lettore di questo post potrebbe dire: “4.99€ per un ebook è troppo, produrlo non costa niente e insomma l’hai mostrato pure tu poco sopra”.

Un qualsiasi libro ha una serie di costi in larga parte indipendenti dalla realizzazione finale in un certo numero di copie su carta o in digitale. Progettazione, scrittura o traduzione, editing, lettura della bozze, copertina, marketing, non sono strettamente legati alla tiratura e alla “forma”: hanno un costo fisso e irrecuperabile. Inoltre sia per il libro di carta che per quello digitale vale il principio del costo marginale zero, ovvero il costo di produzione di una copia in più è trascurabile rispetto al produrre la prima unità. Con il libro di carta, fuor di principio, rimangono però forti alcune costrizioni materiali: Einaudi non avvia un progetto di libro da stampare in sole trenta copie e allo stesso modo non ristampa un libro in sole trenta copie; mentre con l’ebook alcune di queste costrizioni tendono a scomparire: tre o trenta copie in più vengono generate secondo l’occorrenza a un costo irrisorio (ma un editore digitale non avvierà comunque un progetto serio di ebook con la speranza di venderne solo trenta copie, appunto per i costi fissi  ricordati sopra).

La commercializzazione del libro di carta coinvolge tre soggetti principali: l’editore, il distributore e  il libraio. Anche a causa del particolare meccanismo delle rese (il librario ordina dieci copie di Vita Migliore, ne vende tre e dopo un mese e mezzo ne rende sette, per poi riordinarne tre dopo novanta giorni… e il ciclo ricomincia) il distributore, che si fa carico di rifornire le librerie e di gestire questi passaggi, incide molto sul prezzo finale (cfr Luisa Capelli). Il libro di carta ha quindi una particolare economia e non stupisce che sia molto forte la spinta economica verso l’integrazione verticale (una singola azienda assume i ruoli di editore, distributore, libraio) e pure quella orizzontale (in RCS Media Group troviamo Il Corriere della Sera, tra i quotidiani, e Rizzoli, Bompiani, Marsilio ecc.).

Veniamo quindi alla conclusione del nostro ragionamento: possiamo creare con facilità migliaia di copie identiche di un ebook ma non ha senso sovrapporre la stampa, e quindi l’intero ciclo di vendita e gestione del libro di carta, alla commercializzazione del libro digitale. Anche chi non conosca dall’interno l’editoria, rifacendosi alla propria esperienza coi file digitali, troverà forzato l’accostamento. Molti di noi hanno inviato per email decine o centinaia di copie di un documento digitale dal nome CV.doc ad altrettanti soggetti diversi, ma nessuno di noi ha creato in anticipo mille copie carbone digitali dello stesso documento: quando abbiamo una nuova azienda da contattare prendiamo il documento (spesso già conservato in rete, “in the cloud”) e lo alleghiamo. Allo stesso modo, senza essere esperti di commercio online di beni digitali, ci pare sensato immaginare che Mondadori non invii ad Amazon 50.000 copie digitali identiche del nuovo libro di Fabio Volo ma una singola “copia master” dell’ebook che creerà una propria riproduzione perfetta a ogni nuovo ordine, effettuato online e con trasferimento telematico del bene digitale al cliente (compri l’ebook, Amazon crea la copia e la invia al tuo Kindle) [2].

Quanto suona insensato Amazon che scrive a Bompiani; “abbiamo esaurito le 20.000 copie digitali da voi fornite di Vita Migliore, vi preghiamo di inviarcene altre 10.000 al più presto”? Gli ebook funzionano in modo diverso dalla carta, per loro proprietà “essenziali” che modificano tutto il circuito di gestione e commercializzazione del libro di carta e con questo, sia chiaro, non voglio dire che sono migliori sotto ogni aspetto per ogni lettore e rendono sorpassata la tecnologia del “libro analogico” . Possiamo pure immaginare una libreria indipendente del 2019 che venda anche ebook in un negozio fisico e li trasferisca a un indirizzo email o a un dispositivo (le future evoluzioni di tablet ed e-reader) però non potrà accadere che il librario si trovi imbarazzato nel dire “ho finito l’ebook dell’Armata dei Sonnambuli, mi spiace, arriva di nuovo tra un paio di settimane” o si rammarichi dei troppi Dan Brown ordinati e mandati in resa. Inoltre la piccola libreria potrebbe ospitare in negozio qualche migliaio di volumi cartacei e offrire qualche centinaia di migliaia di volumi digitali. Nel primo caso abbiamo un limite fisico (i metri quadri), nel secondo quel limite è trascurabile e il problema è l’infrastruttura commerciale.

Le “centomila copie tra cartaceo e digitale” di Vita Migliore sono una trovata di marketing che forse funziona un poco giusto la prima volta e, a un livello più profondo, segnalano l’inizio di una comunque lenta e parziale transizione al digitale. Un editore, per onestà commerciale e a scarico di coscienza, potrebbe persino ripetere il mio esperimento creando copie elettroniche su un pc aziendale e mettere quindi su ogni libro in uscita una fascetta con stampato in centomila copie, anzi cinquecentomila, anzi osiamo ancora di più: stampato in un milione di copie! Ma il trucco e la sfacciataggine stancherebbero presto; soprattutto non cambierebbero né le vendite reali, di libri ed ebook, né il basso numero (quattro milioni circa) di “lettori forti” che comprano una buona parte di quelle copie reali e tengono in piedi il settore dell’editoria (su questi pochi lettori, di libri cartacei ed elettronici, torneremo nel prossimo intervento).

 

[1] Per evitare i davvero troppi “incolla e rinomina” a mano ho scritto un programmino di tre righe che numera in modo progressivo i nuovi file (“cs1.pdf”, “cs2.pdf” ecc.).

[2] Ora non entriamo in dettagli tecnici come la “protezione personalizzata” del file con il dispositivo DRM e la creazione di copie su vari server per ragioni di ridondanza ed efficienza.

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Scaricando la mia biblioteca https://minimaetmoralia.it/editoria/scaricando-la-mia-biblioteca/ https://minimaetmoralia.it/editoria/scaricando-la-mia-biblioteca/#comments Thu, 14 Mar 2013 10:22:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13495 (Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

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(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

Collezionare, infatti, riduce ogni acquisizione a un feticismo delle forme: dei libri, dice Benjamin, citando Anatole France, «la sola conoscenza certa è quella dell’anno di pubblicazione e della forma […]». Anche l’incompresione più profonda sembra però avere un senso; esso, per quanto radicale, si rivela soltanto alla fine o, sarebbe meglio dire, con la fine: di fronte alla scomparsa di colui che ha desiderato. Solo allora sarà possible comprendere la necessità di un possesso altrimenti incomprensibile: nei libri che sopravvivono al collezionista rinvenire la sua intera esistenza.

È certo che oggi, a poco più di ottant’anni di distanza dalle considerazioni di Benjamin, il collezionismo potrebbe davvero assumere significati sempre più radicali, specie di fronte alla paura che sia il libro a scomparire, soppiantato da una nuova forma di fruibilità dei contenuti: quella della pagina elettronica, con la sua natura virtuale e intangibile. Siamo così di fronte a una prospettiva completamente antitetica: alla necessaria scomparsa del collezionista si è sostituito adesso il presentimento che sia il libro a dover affrontare questo destino prima ancora di essere posseduto. La diffusione su ampia scala di Internet e lo sviluppo di connessioni sempre più veloci nel trasporto di una mole impressionante di dati stanno trasformando radicalmente il senso del possesso materiale dei libri, ridefinendo completamente anche un più sobrio concetto di conservazione.

È stata la lettura casuale di un articolo di Federico Guerrini del 14 settembre 2011 su La Stampa a determinare il click: sembra che i designer di Ikea abbiano deciso di ridimensionare «Billy», la loro storica libreria. Il titolo dell’articolo ha un che di apocalittico: L’Ikea si prepara alla fine del libro (di carta). La ragione è che «Billy», la più venduta e più tradizionale libreria del colosso scandinavo, non servirà più soltanto da contenitore di libri, ma come luogo di esposizione. In buona sostanza, quello che si era già iniziato a vedere da tempo sulle riviste di design e arredamento ha infine raggiunto il suo stadio più compiuto di massificazione. È allora vero che ci saranno più soprammobili e meno libri. Che la decisione di Ikea sia davvero imputabile alla rivoluzione del libro elettronico resta una questione aperta, ma nonostante le librerie si siano fatte un lifting dimensionale, ci saranno ancora tanto i libri che si comprano quanto i libri che si scaricano, così come ci saranno soluzioni ibride e marcatamente pleonastiche: i libri che si «mostrano», comprati magari dopo averli letti in formato elettronico, a conferma di un carattere sempre più vintage delle vecchie edizioni cartacee. Perché un fatto è certo: gli e-Book non stanno di necessità uccidendo il libro tradizionale.

Un caso molto significativo, riportato da Ernesto Ferrero in un intervento apparso sul Corriere delle sera del 16 giugno 2012, riguarda il collettivo bolognese Wu Ming, «i quali ormai da dieci anni sostengono che la disponibilità in Rete dei loro romanzi non solo non ha danneggiato le vendite in libreria dei medesimi titoli, ma le ha semmai favorite». Difficile dunque stabilire un trend: per adesso l’andamento conosce fluttuazioni continue perché la rivoluzione è appena avvenuta; anzi, sta ancora avvenendo: a un calo di acquisti materiali di un titolo o di un autore non corrisponde necessariamente l’aumento proporzionale dei loro download. La decisione di acquistare un libro piuttosto che un e-Reader è, in questa circostanza, una questione di scelta, di gusti, di punti di vista, del modo di essere di ognuno. Un fatto: grazie ai formati sempre più “leggeri” del materiale scaricabile, questi “lettori elettronici” contengono già in parte e conterranno sempre più in memoria il corrispettivo di intere biblioteche. Stiamo parlando di banche dati virtuali, in cui la questione dei contenuti si farà sempre più radicale; ma alla versatile capacità di immagazzinare informazioni corrisponderà il rischio, altrettanto concreto, di perderli. Ironia della sorte, il problema che si pone ai database odierni, nonostante sistemi sempre più sicuri ed efficienti di back-up, è ancora quello delle biblioteche del passato.

Oggi però, anche nel caso degli e-Reader, il rischio della scomparsa del libro, cartaceo o elettronico che sia, coincide paradossalmente con una sua sovrapproduzione, la stessa di cui si era già preoccupato, con incredibile acume, Giacomo Leopardi in alcune lucidissime pagine dello Zibaldone e che ha portato, non più tardi di trent’anni fa, alle prime discariche di libri a Lipsia, in Germania. E non è ancora tutto: in un recente volume di Robert Darnton, intitolato Il futuro del libro, apprendiamo che le biblioteche stesse sono da tempo costrette a una logica darwiniana di autoselezione, nel migliore dei casi cedendo e, nel peggiore, distruggendo ciclicamente i libri conservati sino a quel momento. Arriveremo allora allo sviluppo di una funzione di «discarica» degli e-Book? Una considerazione sulla produzione eccessiva o sulla presenza eccessiva di dati risulta più che mai significativa in un mondo «informato», oggi come mai prima, da tutta una serie di «economie del superfluo». Così la «riproducibilità» benjaminiana si fa acquisizione nostalgica di fronte al bisogno di una più moderna «riciclicità» dell’opera d’arte.

È facile capire che a mancare dalle librerie, ma non a scomparire, saranno le edizioni con note e apparati, le curatele di studiosi che hanno passato la vita a cogliere il senso di un singolo autore o di una singola opera. Vi saranno allora vie preferenziali di acquisizione di versioni cartacee per biblioteche e istituti di ricerca. Ad aumentare in libreria saranno invece le edizioni fatte per essere abbandonate non appena lette, se non addirittura nel mentre; edizioni a basso prezzo, messe insieme con un po’ di colla e carta riciclata. Il libro si consumerà quindi a mo’ di fast book: un morso e via, tutto nel cestino. Ma come stanno reagendo i vecchi editori a questi nuovi “lettori”? Da parte loro, le grande case editrici, proprio attraverso i punti vendita deputati al cartaceo, non possono non sostenere la convenienza di una scelta a favore degli e-Book, specie se non vogliono fare una brutta fine. Basta ricordare la notizia riportata dal Wall Street Journal il 20 luglio 2011 sul fallimento della seconda catena di librerie più grande degli Stati Uniti, la Borders Group Inc.

Alcune delle osservazioni riportate in quell’articolo sono significative. Come chiarisce Lorraine Shanley, consulente per Market Partners International, seppure in libreria gli spazi riservati al libro si stiano sempre più riducendo a favore degli e-Reader, «bookstores are needed to create excitement even though the final transaction may be digital». Possiamo inferire che la scomparsa del libro potrà esser scongiurata dal semplice fatto che esso rappresenta uno stimolo per il compratore, dal suo utilizzo come libro-manichino, dato che l’abito di sfogliare pagine in libreria, pur senza acquisto, è da considerarsi un costume sociale. Di contro, la diminuzione del numero di volumi da stampare o da “tenere” in libreria ha già avuto un impatto sulla produzione di nuovi libri e dunque sugli autori, i quali stanno perdendo uno spazio che apparteneva loro, non soltanto in termini di promozione. Sembra davvero un circolo ostinatamente vizioso, al quale si aggiunge il fatto che la vendita del libro cartaceo è “osteggiata” oggi, se così si può dire, dalla concorrenza di siti come Amazon o eBay, in cui anche i privati rimettono in circolazione i propri acquisti in modo conveniente. E i piccoli librai? Diventeranno sempre e soltanto più piccoli? Intorno a loro si organizzeranno gruppi di nostalgici bibliofili, con tutto il carico delle loro “perversioni” post-benjaminiane? Questa previsione potrebbe rivelarsi sbagliata. La verità è che risulta davvero difficile confrontare la situazione del libro di oggi a quelle del passato. Se pensiamo ad alcuni precedenti importanti, il pericolo della scomparsa del libro c’è già stato, o almeno c’è stato il clamore intorno alla sua possible scomparsa. Mi viene in mente il lancio degli audiobook, che hanno avuto un discreto seguito, specie tra dottorandi e joggers americani, negli anni Ottanta e Novanta, e che qualcuno ancora adesso usa. Anche allora si è temuta la fine del cartaceo.

Oggi pare quasi incredibile ricordarlo. Col senno di poi possiamo concludere facilmente che l’ausilio di un mangiacassette o di un lettore compact disc non ha mai assunto in passato quel grado di dipendenza avuto dai laptop e dai tablet odierni. Eppure, ancora ignari di quello che Internet sarebbe diventato, la paura di allora sembrava del tutto motivata. Siamo sinceri: di scomparsa del libro si è parlato ancora e spesso, se non da sempre. Retrocediamo con calma. Imputati principali del Novecento: TV, cinema, carta stampata. Agli esordi del secolo scorso si discusse ampiamente dello stesso problema. Era l’epoca della Cronaca bizantina e della diffusione dei primi giornali. Allora la domanda era la seguente: il giornale ucciderà il libro? La pagina elettronica ha determinato una rivoluzione diversa da quelle precedenti per via dell’importanza assunta da Internet nella vita di tutti i giorni: scaricare un libro viene naturale come leggere una e-mail. La necessità di una connessione costante ha imposto alla lettura nuove strategie. Lo scambio odierno di dati scaricabili non è paragonabile a niente altro: anche i giornali e la musica sono finiti a vorticare nello stesso, identico maelstrom. La verità è che non siamo più di fronte a supporti diversi di uno stesso contenuto. Il libro è in questo caso sempre un libro: abbiamo ancora caratteri alfabetici che compongono titoli, paragrafi, capitoli; abbiamo pagine e numeri di pagine: abbiamo, dunque, “il libro.” È un po’ come aver “attraversato lo specchio.”

Le cose sembrano quelle di prima, ma non si comportano più come prima. Lo spazio ora è quello dello screen, la cadenza quella del touchpad, col contorno di application che caratterizza gli e-Reader, da Kindle a Nook, all’iPad: tutti sempre più sottili e portatili, efficienti e leggibili, belli e fragili, proprio come un libro. Parlando non troppo tempo fa con un amico di un mio lungo viaggio in auto nel sudovest degli Stati Uniti mi sono ritrovato ad ascoltare una storia che pareva uscita da una qualche pagina beatnik: per le strade del Colorado, poco più di dieci anni fa, un gruppo di roadtripper che su un furgone getta libri lungo il bordo della strada. Motivo? Alleggerire il carico, come su una mongolfiera, per via di una salita resa impossibile dal peso di cinque persone e da tutto il loro bagaglio. La zavorra? I libri: fu la prima cosa a cui pensarono. Quando chiesi al mio amico perché, lui alzò le spalle e sorrise: I don’t know, I guess they were not real books. Ecco il punto: i libri veri. Al di là del numero di volumi presenti su quel furgone e del loro impatto effettivo sul suo peso, l’immagine resta efficace. Se si fosse trattato dei libri veri ciò non sarebbe accaduto. Penso allora a quei libri gettati: edizioni paragonabili ai piatti di plastica con cui si fanno i rinfreschi, disse lui. Penso a certi libri di cui anch’io mi sono liberato, appartenenti alla famiglia dei disposable book. Mi rassicuro. Credo davvero che la scomparsa dei libri, come la comparsa degli e-Book, sia una questione del tutto virtuale.

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L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/ https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/#comments Tue, 05 Mar 2013 07:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13391 Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

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Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade

di Girolamo De Michele

Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo.

Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.

Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere. A partire dalla constatazione che i no alle politiche europee, alle agende dettate dalle banche, alla carota dell’austerity dietro la minaccia del bastone ellenico sono espressione di un rifiuto reattivo, non critico, da parte dell’elettorato. E la scelta del mezzo – il successo del M5S – ha tratti di forte inquietudine: non saprei dire se mi inquieta più Grillo, o il consenso che gli deriva da tanti nostri, non solo ex, compagni di strada, ma certo non sorrido. Cerco di comprendere, ma proprio per questo non posso essere estraneo alla tristezza delle passioni che vedo diffondersi sotto forma di indignazione e odio. Detesto ripetermi, ma l’avevo già detto dopo il 15 ottobre 2011: Winter is coming. Perché oltre ad Atene e Sparta, c’è Tebe: e a Tebe c’è la peste.

Dell’ingovernabilità

L’ingovernabilità, dicono molti compagni, è il dato più positivo di queste elezioni. Sarà: curioso che proprio mentre vado a scrivere queste note, giunga notizia che «l’alta finanza promuove il Movimento Cinque Stelle: Jim O’Neil, il ‘guru’ di Goldman Sachs che ha inventato l’acronimo ‘Bric’, dice di trovare “entusiasmante” l’esito elettorale italiano. Il Paese, spiega, ha “bisogno di cambiare qualcosa di importante” e forse il risultato del movimento di Grillo è il “segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo”». In attesa dell’endorsment di Tony Soprano, questa dichiarazione è un segnale rilevante – ma facciamo un passo indietro.

Chi dice che “crisi” e “ingovernabilità” siano dei valori in sé? Non certo il pensiero della critica dell’economia politica, che sa riconoscere nella crisi non un evento che accade al capitale, ma la natura strutturale del capitale stesso: il capitale non va in crisi, il capitale – anche e soprattutto quello finanziario, ci diciamo da Crisi dell’economia globale, “il nostro Operai e Stato” disse qualcuno – è crisi. E nella crisi si trova bene, se la crisi non è l’esito di cicli di lotte destrutturanti e disarticolarizzanti: dell’autovalorizzazione di soggettività antagoniste.

Non sarò certo io a negare che le lotte siano assenti: ma proprio per la professione di realismo (di empirismo critico) non riesco a vedere questi tratti presenti nell’attuale ingovernabilità.

Posto che di ingovernabilità si debba parlare. È poi vero che l’ingovernabilità parlamentare sia un cuneo nei processi di governance sovranazionale? Io credo si debba paventare, piuttosto, il rischio che l’attuale stallo parlamentare, che prelude a governi con maggioranze variabili e risicate, sia assai gradito al governo delle banche e della finanza. In prima battuta, non ci sono i numeri e la forza parlamentare (posto che ci sia la volontà politica) per modificare quanto tra Berlusconi e Monti (tagli alla scuola, riforma-Brunetta dell’amministrazione, collegato lavoro di Sacconi, blocco dei contratti pubblici, inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, legge di revisione di spesa). Giusto per dare un’idea di cosa succede, il governo dimissionario in un paio di giorni ha bloccato la progressione stipendiale nel pubblico impiego per un altro anno, e decretato la fine dell’emergenza umanitaria per i profughi del nord-Africa (che hanno ricevuto 500€ e sono stati gettati fuori dagli alloggi, in pieno inverno): un comportamento che non sorprende, e che allude al modo in cui i processi di governance  sono sempre più spesso concretizzati con atti amministrativi con valore di legge, e conseguente svuotamento delle costituzioni formali.

La governance finanziaria, quella che viene evocata come “la minaccia dei mercati” sotto cui cadrebbe l’Italia in caso di elezioni anticipate, non ha alcuna ragione per mancare di continuare ad esercitare non la minaccia, ma i fatti concreti già adesso, proseguendo la linea di appropriazione della ricchezza sociale sotto forma di aumento dei tassi, allargamento dello spread, inflazione reale, ecc., mentre l’effetto performativo dei dati quantitativi sull’economia – taci, lo spread ti ascolta! – si estende alla stessa possibilità di esercitare il diritto di voto, subordinato al consenso dei “mercati”: mentre il ruolo di fatto di “guardiano della Costituzione” (nel senso schmittiano dell’espressione) del presidente della repubblica cresce bypartisan. Insomma, per dirla col tenente Nicholas Holden (Tony Curtis) di Operation Petticoat, nel torbido si pesca meglio, almeno per la finanza mondiale che mal sopporta le stolide strategie di Draghi e Monti, bacchettati sulle dita come alunni poco capaci dal severo maestro O’Neil.

Ovvio (ma non banale) che questo scenario alluda a una strategia di lotte che mettano al centro il lavoro vivo (come ci ricorda Benedetto Vecchi) e la precarizzazione dell’esistente (come sottolineano Morini e Fumagalli) e pongano bilancio e fiscal compact al centro dei propri interessi. Ma questo, al momento, ancora non si dà. Il vecchio muore, ma il nuovo, pour cause, ancora non si vede.

Chi rappresenta chi?

Come dicono nell’intervista al “manifesto” del 1 marzo i Wu Ming (che hanno dato vita sul proprio blog a un imprescindibile dibattito), «i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune». Di conseguenza, il voto a Grillo «personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci».

La crisi della rappresentanza politica si è concretizzata nel voto al M5S, che ha fatto proprio nelle piazze lo slogan dei movimenti “Non ci rappresenta nessuno”. Cosa significa questo slogan urlato davanti a un miliardario guidato dal proprietario milionario di un’agenzia pubblicitaria (anche queste sono soggettività)? Quell’enunciato dei movimenti allude a un’azione costituente che salti la mediazione della rappresentanza; lo stesso enunciato viene ora decontestualizzato, ricontestualizzato e risemioticizzato: “non ci rappresenta nessuno di voi perché adesso ci rappresenta LUI”. E il “lui” in questione enuncia una prassi politica nella quale la dimensione costituente è titillata, solleticata, masturbata, mai concretamente praticata: la democrazia digitale è possibile solo se e quando il Grillo ex machina clicca sull’interruttore o inserisce la password.

In altri termini, la crisi della rappresentanza ha luogo all’interno delle forme stesse della rappresentanza, e ne assume le aberrazioni peggiori, ancorché classiche: leaderismo, delega, prevalenza dell’individuo sui contenuti. Grillo porta al massimo grado di efficienza e performatività questi aspetti, ma non è certo il primo, né l’unico, a cercare di giovarsene. Qui non mi interessa ritornare sulle peculiarità di questa crisi nelle forme peculiari del campo della destra: mi interessa interrogarmi sul perché i movimenti abbiano la tendenza a farsi invischiare in questi terreni.

Se facciamo mente locale al clima che si respirava all’inizio dell’estate 2011 – referendum su nucleare e beni comuni, piazze tematiche, rivoluzioni arancioni in diversi grandi comuni – possiamo accorgerci di quante occasioni siano state sprecate. Uno dopo l’altro, dall’ipotesi di una Syriza dall’alto scaturita da accordi di vertice tra un piatto di strascinate con le cime di rape,  un’amatriciana e una sarda in saor; ai movimenti arancioni; alla parabola di ALBA fino al décalage di “cambiare si può”; per finire nella farsa di Rivoluzione Civile: non c’è apparato di cattura dei movimenti che non abbia palesato, nella breve durata consentita a queste operazioni di politica politicante, la momentanea capacità di arrestare il movimento e fermare l’azione costituente riportandola sul terreno della rappresentanza.

Guardiamo quella che poteva essere una campagna elettorale messa fuori quadra dal proseguire delle lotte: imbavagliati, in stand by o in attesa di vedere quel che succede, o mobilitati nelle piazze dello Tsunami Tour, nessuno dei movimenti (scuola, precari della logistica, Ilva, beni comuni) ha rotto la tregua elettorale – salvo, come sempre, i mai troppo lodati valsusini, che hanno con esemplare correttezza politica deciso di far sentire la propria voce a prescindere dal riorientamento tattico del proprio voto, imponendo la propria il/legalità su quella delle truppe d’occupazione: dimostrando di aver assimilato nel proprio bios cos’è la “società dei governati”.

E allora diventa lecita la domanda: perché i movimenti, salvo rare eccezioni, hanno questa dannata predisposizione a farsi captare? La risposta non ce l’ho: ma la domanda l’ho ben chiara. Perché fino a quando non si rompe nella prassi il circolo della rappresentanza, ogni rottura al suo interno equivarrà a un nuovo soggetto decisore, in nome di una politica improntata sulla diade amico/nemico piuttosto che sulla potenza costituente del comune.

The Grasshopper Lies Heavy

Com’è noto ai cultori di Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa del grande Philiph K. La svastica sul sole, o L’uomo nell’alto castello. La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole (colto dal blogger Franco Senia). La sua traduzione più corretta potrebbe essere Il grillo si trascina pesantemente: si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5 («Also from the high places they will fear, and terrors on the road, and the almond tree will blossom, and the grasshopper will drag itself along», recita una traduzione inglese). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.

In che senso questo Grillo mente?

Un primo esempio lo abbiamo già visto: l’appropriazione della parola d’ordine “non ci rappresenta nessuno”.

Un secondo esempio è l’appropriazione di un’altra parola d’ordine: quella del “reddito di cittadinanza”. Quale che sia la prospettiva (in una chiave diversa dalla nostra, ma con la quale si può interloquire, penso a quella giuridica di Rodotà) , il reddito minimo di cittadinanza è sempre stato pensato all’interno di un cambiamento strutturale e radicale dell’esistente, non di una riforma dello Stato sociale: non è mai pensabile come un sussidio, men che meno legato alla dimensione dello scambio tra lavoro e salario (questo ci ricordano i compagni di San Precario).
Qui interviene Grillo, in tre step: dapprima propone un Sussidio di disoccupazione garantito (programma M5S, pag. 1); in un secondo momento, verificato il consenso che ha conquistato nel campo della sinistra, si appropria di una dell’enunciazione “reddito di esistenza” sganciandola dal suo riferimento materiale e risemiotizzandola, con un effetto retorico attestato da quanti oggi dicono: “ma è quello che chiedevamo noi!”; infine, aggancia questa enunciazione a un nuovo riferimento materiale: abolizione degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il che significa taglio degli stipendi pubblici del 30-60% (con buona pace di chi impreca al paragone Mussolini-Grillo, è quello che fece Mussolini: taglio del 22% dei salari per conseguire la “quota 90″, e ulteriore taglio del 20% con la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore):

«Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza» (Gli italiani non votano mai a caso, “Il blog di Beppe grillo”, 26 febbraio).

Qui non contano i dati sparati a casaccio (gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese): conta l’effetto performativo, che mira a riprendere il frame delle due società (hai!, professor Asor Rosa: giungeremo mai al fondo dei danni provocati da quelle tue poche pagine del ’77?): garantiti contro non garantiti, vecchi contro giovani, conservatori dello status quo contro costruttori di una nuova Italia sulle macerie.

E rieccole, le macerie: metafora preferita dai leghisti nei primi anni Novanta, sono l’incarnazione stessa della decontestualizzazione e risemiotizzazione come metodo. Anche quando le cita un miliardario che ha fretta di rimuoverle per ricostruire, perché ha bisogno di un parcheggio per il Suv o di un molo per lo yatch. Possiamo dire che questa dinamica sia la natura stessa del M5S; lo sottolinea bene il nostro attuale editoriale:

«Una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). […] Il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. […] Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. […] Dentro il M5S e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5S si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta».

In altri termini, il M5S si appropria delle potenzialità del  precariato cognitivo, e le reindirizza in chiave messianica, o rancorosa e reattiva: vedi l’uso del tema dell’insolvenza declinato in chiave individualistica (rapporto unilaterale Italia-creditori), anti-europea (referendum per l’uscita dall’euro), nostalgica (ritorno alla lira) e vagamente bucolica (decrescita). Ne esalta il potenziale costituente, ma solo per catturarlo e depotenziarlo. Non da oggi, in tutta evidenza: una delle ragioni (una ragione, non la ragione) per cui non c’è in Italia non dico un movimento Occupy, ma neanche una Syriza “dal basso”, è la connessione tra l’incapacità dei movimenti di uscire davvero dal circuito della rappresentazione, e la potenza comunicativa di questo nuovo soggetto politico in grado di catturarne le aspettative e riterritorializzarle su terreni che non fuoriescono dallo stato di cose esistente: in fondo, ciò che Grillo vuole è far funzionare “bene” questo Stato e questo stato di cose, non sovvertirlo.

Lo stesso mito del popolo della rete, costitutivo dell’identità che i grillini si danno, rimanda a quella dimensione dell’anima bella e della differenza pura: «numerosi sono i pericoli di richiamarsi a differenze pure, liberate dall’identico, divenute indipendenti dal negativo. Il pericolo più grande è di cadere nelle rappresentazioni dell’anima bella ove, lungi da lotte sanguinose, non convivono che differenze conciliabili e armonizzabili», scrive Deleuze in apertura di Differenza e ripetizione.

Nondimeno, quella del M5S è una dimensione reattiva, rancorosa, triste: l’indignazione, e talvolta l’odio, che sobilla, private dalla dimensione costituente e riterritorializzate sul terreno del grande Altro (o forse del Modello dell’Io) che, nascosto dietro lo schermo opaco, illumina questo o quel piccolo oggetto designandoli come degni di essere liberamente e autonomamente odiati o desiderati da parte di soggettività, sono passioni passive, che esprimono non la libertà, e nemmeno un processo di liberazione, ma uno stato di servitù della mente. Quella servitù inconsapevole, molto vicina al microfascismo di cui parlava Foucault, che alberga in chi crede che fare politica e rimboccarsi le maniche significhi aprire una pagina facebook, o scaricarsi sull’i-phone gli skeetch di Crozza: esisteva prima di Grillo, e rimarrà dopo. Ma il grillismo la rilancia e la potenzia.

Stupisce (o forse no) che taluni poco fini analisti politici (absit invidia verbo) dicano oggi che «Grillo è riuscito a fare quello che non siamo riusciti a fare noi»: quello che Grillo ha fatto noi non siamo riusciti a farlo perché quello che volevamo, e non siamo riusciti a fare finora, era cosa ben diversa da quella che Grillo ha fatto e fa. Realizzare nel concreto delle lotte, sul terreno del lavoro vivo, della precarizzazione, dell’ambiente e del diritto alla vita e alla salute, su quello dei commons e del comune significa – non può significare altro che – confliggere non solo, ma anche con i disegni di Grillo, creando nel concreto le condizioni perché le contraddizioni, i non detti, le ambiguità e le esplicite inclinazioni reazionarie esplodano. Impedire la saldatura della imprenditorialità ex-leghista, del ceto medio in cerca di ricollocazione politica, con il precariato, cognitivo e non, che costituisce il corpo di questo movimento, di dimensioni spropositatamente ridotte rispetto al suo elettorato – dunque desideroso di nuove inclusioni e ibridazioni.

E che il pope Gapon, una volta di più, s’impicchi!

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Compagno. Da “cum-panis”, colui con cui si spezza insieme il pane. https://minimaetmoralia.it/poesia/compagno-da-cum-panis-colui-con-cui-si-spezza-insieme-il-pane/ https://minimaetmoralia.it/poesia/compagno-da-cum-panis-colui-con-cui-si-spezza-insieme-il-pane/#comments Wed, 27 Feb 2013 08:52:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13245 E ora che come farò la rivoluzione, che tutti i posti sono occupati? (Dovunque indossano splendidi occhiali da sole: persino mia madre somiglia a Poncharello o a Buscetta, mentre io ho una stanghetta che si allenta, un nistagmo progressivo nella visione binoculare, un senso di resa che… guarda… tremo… di notte il bruxismo mi uccide […]

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E ora che come farò la rivoluzione,
che tutti i posti sono occupati?

(Dovunque indossano splendidi occhiali da sole:
persino mia madre somiglia a Poncharello
o a Buscetta, mentre io ho una stanghetta
che si allenta, un nistagmo progressivo
nella visione binoculare, un senso di resa
che… guarda… tremo… di notte il bruxismo
mi uccide i denti… non so spiegarlo, è una reale
allegria parrocchiana che mi atterra
tutto il tempo del disastro già previsto).

La notte non viene mai intera. Essere di sinistra
è semplicemente aver capito l’equilibrio
tra farmaci diversi: le fasi sono storiche
solo se le vedi con un occhio ciclotimico.
Tutto è già rimasto com’era. E noi non siamo nulla.
Buoni sì a dare baci ai mercati, a brandire i nostri cuori
solamente quando sono molto molto malati.
(Lo studente antipatico, svogliato, l’inetto
che ha votato Storace per amore del corpo
adesso – l’hai capito? – dev’essere il tuo prediletto,
la pietra angolare che sei costretto
ad abbracciare da dietro). Mamma, mamma,
ho ancora bisogno di soldi, lo sai,
questi mesi d’inverno sono un inferno:
caldi, freddi, lunghissimi, mi riempe la testa
di dubbi la fame di vocazione, mi viene da
abbrancare il babbo e baciarlo, poi prenderlo a calci,
non capisco più niente. Mi manchi. Il mio psico
piange, è pentito, mi parla dei soldi
che non ha denunciato. Io gli frego del litio.
Mamma ti prego, faremo tante cene di famiglia
e parleremo del nostro brutto carattere, prometti-
melo!, il mio uguale al tuo, e il nostro identico
a quello di tutti? Perché non siamo contro il mondo!
Mannaggia al diavoletto che ci ha fatto amare
la lotta di classe. Ma lo tsunami è finito.
Il sindacato è finito! Resta il fantacalcio,
il calcetto! Ma ora nessuno può sgridarci.
Amiamo i cani, e questa è già politica!
Non andiamo a messa, ma frequentiamo le toilette per cani.
Quest’amore ci basta, siamo i nuovi proletari.
Mettiti i fila, bello, lasciaci questo giro.
Siamo pieni di ferite anche noi, i letti delle nostre camerette
sono pieni di tarli, i poster dei Bros tutti cenciosi.
Ti mando un filmato se vuoi, te lo posto in risposta
a quello tuo – livoroso, di parte, vittimistico
sulla volta che tornasti (quasi) alla tua casa fatata.
Sul sangue non c’è guerra da fare. (La prossima volta
scorrerà nelle piazze, altrimenti, attenzione).
Uno vale uno, uno vale zero, dipende solo – vedi –
dalla matematica del luogo. Siamo tutti buoni,
ora non è mica il tempo di polemiche. Domani mattina
prendo il treno e incontro il presidente, gli propongo un patto.
Lui mi dà le chiavi della macchina, io gli cucino.
Poi a ventisei anni mi impicco. E quando ho finito
mi impicco di nuovo. Non mi piace stare
dalla parte della ragione, specialmente se ho torto,
e viceversa. Poi da fantasma ti vengo in sogno
e ti dico: visto che siamo fra amici ormai
mettiamo in commons anche il simbolo e il nome?
Andiamo dai lebbrosi tutti e due? Facciamo come dici?
Ora sei il mio riferimento, ora che ti presento ai miei,
agli amici, ora facciamo tutto tutto come dici?

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Cosa vuol dire essere antifascisti oggi https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/#comments Wed, 24 Oct 2012 05:48:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9912 Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l'A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le "Cortina d'Ampezzo degli Appennini" nel 1980 - e in cui trent'anni dopo ancora non è arrivata l'acqua corrente - come Monte Livata o Campo dell'Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la "via Cesanese del vino" fino a arrivare dopo un'ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all'entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico di oggi 24 ottobre 2012.

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Essere antifascisti in Italia nel 2011 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-antifascisti-in-italia-nel-2011/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-antifascisti-in-italia-nel-2011/#comments Fri, 16 Dec 2011 12:22:22 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5985 Essere antifascisti nel 2011, ossia essere fedeli a quel dettato costituzionale che fonda la nostra comunità sociale, vuol dire probabilmente aver imparato a conoscere l’evoluzione dell’ideologia fascista rispetto al Ventennio, poter riconoscerne una sintomatologia diffusa anche nel discorso pubblico, aver trovato i modi di combattere quest’ideologia. Se da un punto di vista strettamente politico il fascismo per fortuna è un fenomeno minoritario in Italia (nonostante esistano varie realtà che vi s’ispirano implicitamente e esplicitamente: da Casa Pound a Forza Nuova a Destra Sociale…), il fascismo da un punto di vista culturale è un fenomeno molto più plastico e esteso.

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Essere antifascisti nel 2011, ossia essere fedeli a quel dettato costituzionale che fonda la nostra comunità sociale, vuol dire probabilmente aver imparato a conoscere l’evoluzione dell’ideologia fascista rispetto al Ventennio, poter riconoscerne una sintomatologia diffusa anche nel discorso pubblico, aver trovato i modi di combattere quest’ideologia. Se da un punto di vista strettamente politico il fascismo per fortuna è un fenomeno minoritario in Italia (nonostante esistano varie realtà che vi s’ispirano implicitamente e esplicitamente: da Casa Pound a Forza Nuova a Destra Sociale…), il fascismo da un punto di vista culturale è un fenomeno molto più plastico e esteso. Prova ne sia la reazione dei media al caso della strage di Firenze, storificizzata da Wu Ming qui e analizzata politicamente da Jumpingshark qui.

Una delle cose che più è risaltata, in questi giorni successivi alla strage di Firenze, è stato il colpevole silenzio di coloro che hanno un ruolo di rilievo nella destra culturale italiana. Silenzio non solo nello stigmatizzare l’evento, quanto nel fare i conti con il contesto nel quale Gianluca Casseri è cresciuto. Che cosa ha da dire l’editorialista del Giornale, Marcello Veneziani, per esempio? O soprattutto cosa ha da dire Gianfranco De Turris, vice-caporedattore della redazione culturale della Rai, curatore di varie opere di Gianluca Casseri tra cui I protocolli del savio di Alessandria, libro che tenta di screditare l’utilizzo romanzesco della vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion da parte di Umberto Eco?

La vicenda tutta italiana del legame perverso tra fantasy e destra neofascista è stata ricostruita qualche anno fa in un libretto di Paolo Pecere e Lucio Del Corso uscito per minimum fax. Qui di seguito volevamo riportarne un brano.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare. Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale. Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto.

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.
Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, “Il domani appartiene a noi”, è considerata oggi come “l’inno di Azione Giovani”. The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la banda ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i “classici” del fascismo (come “Faccetta nera”, per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali “La foiba di San Giuliano”, “Storia di una SS” o “La ballata del nero” (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso. [Exempli gratia riportiamo il testo di due strofe e del ritornello: «E signor giudice tu hai la toga / ma non ti sembra una brutta roba, / una brutta roba di incastrare / chi ha solo il torto di pensare / (rit.:) E tu ti ammanti di democrazia / e vai cianciando di libertà, / e tu ti ammanti di democrazia / e vai cianciando di libertà. / Libertà, libertà / in quanto che comandate voi; /democrazia, democrazia / è cosa vostra non è mia…» «Signor brigadiere mi sono difeso, erano in quattro e mi hanno offeso, signor brigadiere mi sono difeso erano in quattro e mi hanno offeso, signor brigadiere mi sono difeso: ero da solo, ma uno l’ho steso»].
Questo attivismo musicale muove i suoi primi passi in un momento in cui la lettura del Signore degli Anelli viene stimolata in tutti i modi. Riviste di estrema destra come «L’Italiano» o «Idea» dedicano al romanzo recensioni entusiastiche (si vedano ad esempio gli articoli scritti da due nomi illustri, come il già menzionato Gianfranco de Turris e il medievista Franco Cardini), che contribuiscono a fornire l’immagine di una Bibbia per camerati vecchi e nuovi. Marco Tarchi, voce estremamente influente tra i giovani missini dell’epoca (ancor più popolare nell’area, a suo tempo, di un politico destinato a una carriera ben altrimenti brillante, Gianfranco Fini), invita a immergersi nell’universo letterario del Signore degli Anelli sia su «Diorama letterario» che sulla «Voce della Fogna». I luoghi in cui si diffondeva la stampa militante di destra, come la libreria Europa di Roma, vendono centinaia e centinaia di copie del libro. Si sviluppa, insomma, una fitta rete di attività culturali accomunate da un richiamo almeno esteriore all’opera di Tolkien, funzionale a veicolare il messaggio ideologico e i valori politici del movimento anche al di fuori dell’ambiente cui normalmente si riferisce e rompere l’isolamento culturale in cui era rimasto per trent’anni. È proprio il successo delle iniziative intraprese sotto l’egida del professore di Oxford – non certo enorme in termini numerici assoluti, ma pur sempre significativo per un’area culturale minoritaria nel corso di tutto il periodo in questione – a contribuire a fare del Signore degli Anelli un serbatoio fondamentale cui attingere in cerca di iconografie o slogan accattivanti.
Un esempio per tutti: sempre nel 1976, il Movimento Sociale decide di fondare una rivista per rilanciare la propria concezione della donna e mostrare come essa sia ormai affrancata dagli stereotipi mussoliniani (madre integerrima e buona massaia che cura i suoi balilla, o, all’estremo opposto, donna-oggetto da bordello), e al tempo stesso non legata nemmeno alle idee femministe. Il titolo prescelto per la testata è «Eowyn», dal nome di un personaggio femminile minore del Signore degli Anelli (in originale, Éowyn), che secondo i redattori rappresenta il modello perfetto di un modo nuovo di vivere la femminilità. Per comprendere i meccanismi dell’operazione, vale la pena confrontare il personaggio di Tolkien con il modo in cui viene trasfigurato da destra. Nel libro, Éowyn è una nipote un po’sfortunata di Théoden, il re dei Rohirrim (un popolo che passa il suo tempo ad allevare cavalli enormi e semi-intelligenti e addestrarsi nella nobile arte del combattimento contro gli orchi: molto fieri, ma un po’decaduti, come spesso accade nel Signore degli Anelli). Avendo perduto il padre da piccola, Éowyn vive, in un primo momento, rinchiusa nella reggia ad accudire lo zio – vecchio, quasi infermo e vittima dell’influenza perniciosa di un consigliere traditore, almeno prima dell’arrivo dei nostri eroi – e per di più si innamora senza essere ricambiata di Aragorn, uno dei personaggi principali del libro, che però è già promesso all’elfaArwen. In seguito, a Éowyn toccherà di partecipare alla grande guerra contro il Male, imbracciare la spada, affrontare, nel corso di una battaglia campale, uno dei terribili Nazgûl (gli Spettri dell’Anello forieri di morte e devastazione), riportando così una ferita quasi mortale ma contribuendo alla sua distruzione in maniera determinante, e finalmente essere prescelta come sposa, dopo un corteggiamento fatto di silenzi e passeggiate nei boschi al tramonto, da Faramir, uno dei figli del Sovrintendente della Rocca di Gondor (il quale casualmente era stato curato proprio nella stanza accanto alla sua). Da un punto di vista squisitamente fisico, il look del personaggio nasce da una sorta di mix tra certe eroine dei poemi epici quattro-cinquecenteschi, in particolare Clorinda della Gerusalemme liberata di Tasso, e le algide bellezze preraffaellite del tardo Ottocento. Ecco come viene presentata dallo scrittore: «La trovò bella» – il soggetto è Aragorn –, «bella e fredda, come una mattina di pallida primavera, e non ancora maturata in donna»;14 e ancora, quando ormai la ragazza da “infermiera” del re matura sino ad assurgere al ruolo di donna-guerriero: «Éowyn si ergeva sola in cima alle scale, avanti alle porte della casa; teneva la spada dritta innanzi a sé, e le mani poggiate sull’elsa. Portava addosso la cotta di maglia e scintillava come argento al sole».
Sulla rilettura di destra la componente guerresca esercita un suo fascino: «Eowyn è una donna cui non pesa il ferro della spada, Eowyn è tutte noi, donne che combattiamo questa società», si legge nella prima pagina del numero 4 della rivista (giugno 1977). Ma la spada resta un proclama: attraverso il ricorso a iconografie e simboli tratti dalla fantasy tolkieniana e da una sorta di astorico medioevo in cui coesistono celti, druidi e cavalieri, si cerca piuttosto di trasmettere un’immagine della donna “tranquillizzante”, cosa tanto più significativa se si pensa alle forti tensioni innescate nella società dal movimento femminista. Copertine e illustrazioni ammiccano così a un “tipo” femminile che si concretizza in una galleria di donne di gusto vagamente liberty, con gli occhi fissi nel vuoto, i tratti del volto stereotipatamente affusolati e delicati e le lunghe chiome bionde scompigliate dal vento: fatine, elfe, donne in tuniche finto-vichingheggianti, persino pastorelle. Per caratterizzare la lontananza cronologica, abbonda ovviamente il ricorso a diademi e monili di gusto medievale (a volte viene dottamente riesumato persino il torques, il collare celtico) e in particolare a un oggetto destinato a diventare mezzo di agnizione fondamentale per ogni buon camerata, la croce celtica. Ma non mancano elementi attinti a tradizioni completamente diverse: nelle illustrazioni di «Eowyn» il medioevo celtico si unisce inaspettatamente a simboli ispirati a dottrine orientali, come il tao, preludendo così a una fusione di sistemi mitici e simbolici diversi, assai caratteristica della cultura della destra italiana e che, com’era inevitabile, ha finito con l’influire pesantemente sulle modalità di ricezione del Signore degli Anelli. L’esempio migliore è la donna-druido dipinta sulla copertina del numero 1 della nuova serie della rivista (datata 1980): ha lunghe trecce e lo sguardo assente; indossa una sorta di tunica bianca, con un vistoso torques al collo; con la mano destra regge un falchetto e con la sinistra due lunghe lance; alle sue spalle, una vegetazione lussureggiante, e in primo piano, in particolare, delle piante di vischio. Subito dietro, viene dipinto uno splendido tao con la dicitura “complementarietà, non uguaglianza”. Molto più rare sono le donne in pantaloni e solo in un paio di occasioni si sceglie di raffigurare un’immagine di femminilità più aggressiva: sulla copertina di un fascicolo del 1979 campeggia un’illustrazione dei fratelli Hildebrandt in cui una Éowyn trasformata in valchiria bionda fronteggia il Nazgûl; ancor più sorprendente è una foto posta alla fine del numero di marzo-aprile 1978, in cui si può vedere una donna che spara con un kalashnikov e sotto la didascalia “miliziane falangiste in addestramento militare a nord di Beirut”.
Questo melting pot di simboli mitologici e letterari viene impiegato per illustrare testi che trattano per lo più, in chiave ultra-conservatrice, problemi di costume (alcuni argomenti: parolacce e femminilità; crisi del pudore; ruolo della donna nella coppia; donne e droghe), sessualità (con frequenti moniti ad astenersi dalla contraccezione), lavoro femminile (per ribadire spesso che il fatto che le donne lavorino come gli uomini non necessariamente è un elemento di libertà), aborto (con attacchi continui alla legislazione in materia, allora appena varata). In alcuni casi il legame è particolarmente labile, ma ugualmente rivelatore. In un articolo dal titolo “L’educazione la pedagogia il gioco”, firmato da Giuseppe Del Ninno, si offrono consigli pedagogici ai genitori e viene sostenuta l’importanza di un’educazione «neo-pagana», in cui il bambino sia abituato a riappropriarsi «della natura, della festa, della vittoria nel gioco e nello sport»; un’educazione, insomma, «ad una presenza eroica, per ritrovare il filo di un’identità di stirpe da troppo tempo smarrita». A illustrazione di questo concetto educativo vengono scelte tre immagini: un Sigfrido a colori pastello che uccide il drago Fafner; il primo piano di un’elsa di spada conficcata nel suolo su uno sfondo di draghi e demoni; infine una scena tolkieniana, e cioè l’arrivo della compagnia dell’anello a Lórien, il reame degli elfi (un’illustrazione degli Hildebrandt). Il Signore degli Anelli viene così esplicitamente equiparato a una saga nordica. In altre occasioni, i riferimenti a Tolkien restano sospesi nel vuoto: ad esempio, ogni tanto viene pubblicata una foto a tutta pagina con il volto dello scrittore e l’immancabile “radici profonde non gelano”, quasi a suggerire un’affinità elettiva privilegiata o una comunanza d’intenti non meglio specificata.
Insomma: in una rivista come «Eowyn» l’universo narrativo tolkieniano è in primo luogo repertorio di simboli di comodo, utili per catturare l’attenzione del lettore. Nelle rare occasioni in cui l’attenzione si focalizza più propriamente sulle qualità letterarie dei romanzi e sul loro contenuto, viene privilegiata una lettura essenzialmente in chiave “eroica”. Non a caso, in una sorta di introduzione all’universo del Signore degli Anelli apparsa sul numero della rivista, l’amore dei militanti per Tolkien viene spiegato in questi termini: i suoi personaggi «ci ricordano il coraggio, la dignità, la fierezza e la forza d’animo di quanti, uomini e donne, combattono al nostro fianco…»  Tutto questo armamentario iconografico e simbolico confluisce nella più significativa manifestazione cui abbia dato vita la destra giovanile a partire dal secondo dopoguerra, e cioè i Campi Hobbit. È proprio a partire da questi eventi che il binomio Tolkien-destra comincerà ad apparire a molti inscindibile.

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Le teste e le proteste https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/ https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/#comments Tue, 25 Oct 2011 16:28:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5530 Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato).

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Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato). Per i molti abituati a pensare che il mondo si rovescia e si riassesta con la stessa velocità inerte di uno status di facebook, criminalizzazione, delazione e semplificazione hanno preso il sopravvento sull’analisi, la comprensione, l’autocritica. Ma per gli altri, moltissimi, che in quella piazza c’erano o che hanno voluto capire, per fortuna questo repulisti dell’intelligenza ha lasciato il tempo che trovava. Soprattutto in rete e nell’informazione non-mainstream si è sviluppato nei giorni successivi al 15 un dibattito che ha attraversato tutti i piani: quello strettamente politico, quello filosofico, quello del coordinamento, quello dell’organizzazione, quello della comunicazione, e così via.

Mentre sulle prime pagine dei grandi quotidiani qualcuno ha avuto i suoi quindici minuti di stupidità, di distorcimento del reale o di perniciosissimo paternalismo; altrove si è provato a ragionare.
È accaduto soprattutto sul sito dei Wu Ming, che sono riusciti a disegnare una cornice di senso prima della manifestazione, durante (attraverso un uso encomiabile di twitter), dopo (prova ne siano i quasi 500 commenti).

È accaduto sul manifesto, a partire da due editoriali più distanti che complementari di Valentino Parlato (stracommentato ovunuque) e Rossana Rossanda, per continuare con i due pezzi formidabili di Girolamo De Michele e Massimo De Carolis che hanno voluto bypassare tutte le false piste del presentismo, per mettere nero su bianco alcune idee da conservare per “l’inverno che viene”; per continuare ancora con, ad esempio, Bifo e Guido Viale che hanno provato a collegare la crisi politica a una crisi di tipo sistemica (del sistema nervoso l’uno, dell’ecosistema sociale l’altro).
È accaduto sulle reti di discussione dell’antagonismo, da Global project (dove hanno promosso un dibattito che invitava a “guardare avanti” piuttosto che rimirarsi le ferite della giornata di manifestazione) a Infoaut (dove hanno fatto uno speciale riprendendo anche le dichiarazioni del network torinese di di cui fanno parte il centro sociale Askatasuna e i Murazzi) al blog di Militant. Tutto questo è raccolto con grande cura sul sito del Lavoro culturale, grazie allo storify di Flavio Pintarelli.

È accaduto alla Sala Vittorio Arrigoni e al Valle Occupato. È accaduto tra quelli dell’associazione A Sud (un pezzo molto autocritico del loro portavoce Giuseppe Di Marzo è stato pubblicato sempre sul manifesto). È accaduto tra i giovani di Sel legati alla rete Tilt!. È accaduto su doppiozero, dove per esempio Andrea Cortellessa e Pier Andrea Amato hanno provato a ragionare a caldo e a tiepido, diciamo così, su quello che è successo in piazza.
È accaduto su 404: File Not Found o su Alfabeta 2 che hanno riportato l’intervento di Francesco Raparelli, Alberto De Nicola e Francesco Brancaccio pubblicato anche su Global Project, che provava a rispondere in modo puntuale alle semplificazioni di un Ostellino in vena di lezioni di leninismo.
È accaduto sempre su Alfabeta2 dove Lanfranco Caminiti ha scritto un pezzo tutt’altro che pacificato.
È accaduto su Nazione indiana, grazie per esempio a Helena Janeczek, Marco Rovelli o Giacomo Sartori.
È accaduto anche qui su minima et moralia, grazie a un pezzo di Alessandro Leogrande per esempio, che è circolato moltissimo in rete, e a Christian Raimo.

È accaduto in moltissimi altri luoghi.

Tutto questo è stato necessario per riaprire un discorso e anzi articolarlo, accompagnando, all’elaborazione più precisamente politica di quei fatti e alle dichiarazioni dei militanti, una lettura di secondo grado: questa lettura è riuscita a andare contro un nemico, per quella piazza, peggiore persino di un blindato impazzito: l’isteria dell’impatto emotivo e della riduzione mediatica.

Per proseguire insieme quest’ideale assemblea aperta, noi di minima et moralia, abbiamo pensato di cogliere l’occasione dell’agorà del Salone dell’Editoria sociale per ritrovarci a parlare il primo novembre dalle 10 alle 12.30.

Questo è dunque un invito. Se vi interessa esercitare il diritto all’intelligenza, magari venite, partecipate, segnalate altri link, date il vostro contributo.

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L’anima del presente nell’Italia anni zero https://minimaetmoralia.it/letteratura/lanima-del-presente-nellitalia-anni-zero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lanima-del-presente-nellitalia-anni-zero/#comments Fri, 11 Mar 2011 09:12:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3962 Per passare al setaccio il tempo presente occorre un crivello raffinato in grado di filtrare e rendere riconoscibili i diversi materiali che danno forma alla nostra contemporaneità. Ognuno dei sedici racconti che compongono Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile Libero 2011, con un testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis) può essere considerato uno strumento di depurazione e rivelazione, ogni testo un diverso calibro e dunque una diversa selezione della sostanza di questi primi dieci anni del nuovo millennio.

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di Giorgio Vasta

Per passare al setaccio il tempo presente occorre un crivello raffinato in grado di filtrare e rendere riconoscibili i diversi materiali che danno forma alla nostra contemporaneità. Ognuno dei sedici racconti che compongono Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile Libero 2011, con un testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis) può essere considerato uno strumento di depurazione e rivelazione, ogni testo un diverso calibro e dunque una diversa selezione della sostanza di questi primi dieci anni del nuovo millennio. Scritti infatti in un arco di tempo che va dal 2000 a oggi, i racconti del collettivo Wu Ming si confrontano con qualcosa che, forse azzardando, potremmo chiamare mood in Italy, vale a dire il nostro stato d’animo nazionale (effetto anche di rivolgimenti internazionali), un mostro sentimentale che appare contrastato e sfuggente, molteplice e tendenzialmente psicotico.
Se dunque la scrittura sceglie di confrontarsi con la fisiologica patologia di questi anni diventando a sua volta proteiforme per intercettare e restituire il carattere sbriciolato dei cosiddetti Anni Zero, la lettura si farà perlustrazione di stili differenti, un confronto con forme espressive eterogenee: dai resoconti ferocemente tragicomici del mondo cinematografico ed editoriale italiano (in Benvenuti a ‘sti frocioni 3 e in Tomahawk), testi nei quali grottesco e dato oggettivo coincidono e la parodia è una distorsione minima rispetto a quanto è davvero accaduto, alla tonalità teneramente partecipe di Momodou, dove la narrazione muove da un fatto di cronaca e percorre a ritroso la miccia delle esistenze di chi in quel fatto di cronaca è coinvolto per chiarire che un cliché sociale è un luogo nel quale si pretende di semplificare la complessità dell’umano, passando per il racconto di un tentativo assembleare italiano frantumato e manicomiale, quando l’iniziativa politica soccombe a una miriade di distinguo (in Bologna Social Enclave), fino al passo mite e discorsivo di American Parmigiano, nel quale un’investigazione filologica sul formaggio reggiano è lo spunto per ricostruire logiche e bizzarrie delle politiche di protezione di un marchio, dimostrando che è possibile cavare senso anche dal caseario (e la narrazione questo fa: significa l’apparentemente insignificante).
Si potrebbe immaginare che in questi racconti il mutare delle forme sintattiche e delle scelte lessicali discenda dalla struttura plurale di Wu Ming; questo avrà un suo peso, ma l’impressione più forte è un’altra: Wu Ming sa che ogni retorica è una formalizzazione tramite la quale si prova a dire il mondo, un tentativo di farlo esistere, e sa che ogni retorica è una macchina stilistica che deve essere esplorata e collaudata, smontata, rimontata e sparigliata, ininterrottamente messa alla prova per rivelarne il funzionamento attraverso il funzionamento medesimo (o attraverso il suo incepparsi). Perché una comprensione profonda delle retoriche serve a far fronte a tutto ciò che è potere: serve a far fronte alle sue retoriche (in particolare il dittico composto da Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique – dove Topo Lino e Anatrino si ribellano al proprio stereotipo pretendendo una libertà che il mondo Bizney/Disney non vuole loro riconoscere – è una travolgente e stravolgente contronarrazione del potere).
Anatra all’arancia meccanica è un mandato di comparizione recapitato alla realtà italiana, un inventario di codici fiammeggiante e malinconico, un’esplorazione del presente alla fine della quale ci rendiamo conto che il mood in Italy che da dieci anni assorbiamo e generiamo è un ibrido caotico, un tempo che nasce morendo: e che al potere, soprattutto quando è senile e snervato come in questo paese, va opposta una corroborante vitale visionarietà. Anche quella del racconto.

Questo articolo è uscito su La Repubblica.

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Sul pubblicare per Berlusconi https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/#comments Mon, 25 Jan 2010 15:31:36 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1589 In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza […]

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In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo – e casi ve ne sono – lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà. Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è XYZ ed è l’editore dei miei libri». Col tempo anche quegli XYZ si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall’unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell’intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del PD. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.

Siamo d’accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l’elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d’impresa. Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall’altro l’autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano – siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori – scelta nel 95% dei casi fungibile – sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? Visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? E visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all’attuale governo? Saviano ha replicato a un’accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, sareste lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l’ideologia? Purtroppo non l’abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.

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Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco https://minimaetmoralia.it/libri/aldo-moro-essere-padri-portare-il-fuoco/ https://minimaetmoralia.it/libri/aldo-moro-essere-padri-portare-il-fuoco/#comments Fri, 22 Jan 2010 10:25:57 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1572 Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di […]

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Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di pezza della cronaca e muoverla a piacimento, vedi l’affaire Marrazzo che con la scena di Moro condivide un’unità di luogo: il condominio di via Gradoli 96, lo stesso in cui abitarono i Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. Due volte prigioniero, il saggio di Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, pubblicato a settembre (Lindau, pp.210, 16 euro) è una piccola sorpresa e un libro che può incidentalmente fare da body scanner allo stato permanente di crisi e agitazione che stiamo attraversando. Tra le pagine di Quaglia, spesso liriche e accorate, non ci troviamo nel gamelan ipnotico dei misteri del caso Moro, ma veniamo posti in contemplazione della maschera umana di Moro, del suo carattere, per come appare nella serie di lettere che il Presidente scrisse nella prigione del popolo brigatista.

Il Presidente si trovava in uno sgabuzzino insonorizzato di circa tre metri per novanta centimetri, e ci restò per quasi due mesi, anche se non tutti sono di questo avviso. C’era una branda, un gabinetto chimico. Roma era una piramide e lo sgabuzzino la camera funeraria nascosta al suo interno. Ma dentro, sdraiato sulla branda, non c’era il faraone democristiano, iellato e dato per morto o, come si disse, vittima della sindrome di Stoccolma e succube dei carcerieri, ma un uomo che non si dava per vinto e voleva vivere. Moro comunicò incessantemente con la famiglia, gli amici, i collaboratori e con la politica. Soprattutto con Luca, il nipotino di tre anni. Una pipeline che per le mani di Valerio Morucci, il postino delle Br, trasportava all’esterno appelli, tenerezze, confidenze, anamnesi della Dc e del quadro politico. Su questo materiale, che secondo Quaglia testimonia la vitalità, la non rassegnazione di Moro, parte il lavoro analitico dell’autore. Dato che questo libro non intende trarre un giudizio sulla storia politica di Moro, ma analizzarne l’evoluzione psichica nel corso dei cinquantacinque giorni del sequestro, vale la pena, in preambolo, di riportare quanto scrisse Raniero La Valle, deputato membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro: «Nella vita di ciascuno prima o poi arriva un momento, un istante di verità profonda. Credo che per Aldo Moro questo momento sia coinciso con i cinquantacinque giorni del suo sequestro. Era al bivio di tutte le strade che aveva percorso, di tutte le scelte fatte, del suo futuro e del suo passato. Ha ripensato a tutte le decisioni prese e ha messo la vita a confronto con le sue scelte religiose […] Dunque Moro ha raggiunto questo momento di verità e, durante quei cinquantacinque giorni, è assolutamente se stesso, pienamente e integralmente. È lucidissimo, non è più solo un uomo di partito, riesce a pensare in termini così universali che raggiunge vette di altissima e lungimirante moralità. È uscito completamente dalle categorie opportunistiche del mondo e della politica».

Anche secondo Quaglia, Moro è su un culmine spirituale, vede tutto con grande chiarezza: il passato, il futuro, la drammatica congiuntura di cui il suo corpo è la posta in gioco, e gli preme fortissimamente vivere, ma in ragione del fatto che «a dettare i suoi comportamenti non è un infantile amore di sé, ma un affetto che si chiama responsabilità impegnata». A Moro sta a cuore, più che la sua vita, la ricaduta esiziale che la sua morte avrà sui suoi cari. È afflitto per il vuoto che la sua fine spalancherà nella famiglia, ma anche per l’abisso in cui potrebbe colare a picco il partito, di cui si sente padre e responsabile, e il Paese. Però non dispera, non perde la testa, chiede con fermezza, argomentando, che le ragioni umanitarie non vengano subordinate alla ragion di Stato, perché diversamente sarebbe l’abisso. Non è dominato dalla paura. «Tutto sia calmo», scrive nella lettera recapitata il 5 maggio ’78. Con le sue lettere, colme di affetto, continua a materializzarsi e ad abitare dentro la casa dove ha vissuto con la moglie e i figli.

Come osservato anche dallo storico Miguel Gotor, Moro, nelle lettere destinate al nipote Luca, adotta una grafia larga e tondeggiante. È una premura che gli consentirà di farsi più facilmente comprendere una volta che Luca avrà imparato a leggere. La parola famiglia, sulla punta delle sue dita, raggiunge un candore, un volume, una verità che finalmente le restituisce sostanza e contorni dopo lo sperpero mediatico che se n’è fatto in questi anni. Quaglia fa notare che per Moro famiglia non è soltanto l’insieme dei congiunti, ma il suo partito ed anche il Paese. È qui che irrompe la nozione di genitorialità. Si tratta, secondo Quaglia, di un attributo raro in un orizzonte sociale (ma anche politico-istituzionale, sembra d’intuire) di figli-bambini, litigi, strilli, fazioni, adulti e anziani-bambini, dove gli individui genitoriali non sono affatto la norma. Si legge che Moro diventò una persona normale, una qualità, scandisce Quaglia, che in psicologia è di assoluta eccezione.

Se prendiamo per buone queste analisi, questo ritratto, ne esce una verità più utile ed essenziale di quella irreperibile nei saloni di specchi e misteri del caso Moro. Le lettere di Moro parlano ancora oggi, parlano in tanti modi, e sono naturalmente dirette anche a noi, poiché fu un membro della nostra famiglia. C’è una lezione umana preziosissima che investe il presente, riavvolge il nastro del tempo recente e ce ne offre una lettura che porta in profondità. Noi dobbiamo essere i genitori è il titolo di una conferenza tenuta da Wu Ming all’Università di Londra nell’autunno 2008 e il cui testo è poi stato pubblicato in rete. Un discorso-panottico che squadra un orizzonte di temi vastissimo: questioni letterarie, etiche, di ecologia della mente e di ecologia tout court, ognuna saldata all’altra dall’urgenza di un compito: affrancarci dalla condizione di figli o di orfani per diventare noi stessi padri e capostipiti.

Si potrebbe anche dire: il compito di portare il fuoco. Ne parla Cormac McCarthy nel romanzo La strada. È la raccomandazione che un padre morente pronuncia al figlio: «Devi portare il fuoco». Che cos’è il fuoco? McCarthy non lo dice, ma ciascuno può intenderlo. Nel finale del precedente romanzo, Non è un paese per vecchi, l’anziano sceriffo sogna del padre che lo guida di notte, a cavallo, lungo un passo tra due montagne, reggendo una grande fiaccola che illumina il sentiero. «E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e quel freddo». Il fuoco è il dono, la cosa che le generazioni si passano di mano. Ad altre latitudini, questo in cui Moro fu sacrificato è oggi un Paese in cui il fuoco sembra non essere passato, a rischio di spegnersi tra le mani di chi non intende cederlo, e in cui esiste una questione sociale immensa, uno scoglio enorme, che si chiama, per esempio, precarietà del lavoro e impedisce a tanti di alzare un tetto stabile e costruire, famiglia o non famiglia, un progetto di vita. E difatti, si dice e si legge spesso: non è un Paese per giovani. Nell’ultimissimo tratto della sua esistenza, Moro fu padre magnanimo e responsabile, di fronte ai suoi cari e di fronte al Paese. Fu invece severo e angosciato con i suoi colleghi di partito. Per quanto riguarda ciò che scrisse, si può dire che un fuoco, alto e ricco di forme e figure, fu per davvero acceso.

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Quando parliamo della nostra generazione https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/#comments Sat, 13 Jun 2009 10:01:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=32 Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009. Fermati Piero, fermati adesso lascia che il vento ti passi un po’ addosso Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009.

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso

Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze – stiamo facendo una mappatura del tempo. Lo distinguiamo in zone cercando di riconoscere, nella filiazione o nel contrasto tra le diverse generazioni, una dialettica e dunque un cambiamento.

Rappresentazioni di questo genere valgono anche in ambito letterario: la generazione degli scrittori che hanno una quarantina d’anni, la “mia” generazione di scrittori, esiste in fuga. Nel senso che si allontana da qualcosa e procede verso qualcos’altro: non lo fa serenamente – e del resto nessuno lo pretende – e neppure con una consapevolezza inscalfibile, semmai come scappando da un’esplosione.

C’è il fungo di terra che si solleva e incombe ombrelliforme, detriti e fiamme che compongono un´immagine di potenza e caos, e da questo sfondo si materializzano le figure di chi scappa dalla deflagrazione. Perché la mia generazione fugge da un’esplosione che si è fatta monumento, una produzione di energia letteraria ferocissima che corrisponde a un numero di autori cospicuo e a un´altrettanto cospicua qualità. Questi autori sono Pasolini, Moravia, Morante, Calvino e gli altri scrittori monumentali del secondo Novecento italiano.

Il rilievo che alla mia generazione di scrittori viene mosso, un rilievo che spesso assume le proporzioni di un’accusa, è che questi autori sono quello che noi non siamo. Detto in altri termini, noi non siamo loro. Dovrebbe essere un semplice truismo ma non lo è. Loro sono l´esplosione mineralizzata, un´architettura di voci memorabile che riduce a sussurri, a mormorii se non a biascicamenti i nostri tentativi di scrittura. Il debito contratto con la loro generazione è inestinguibile: quello che possiamo permetterci è lavorare di rosicchio nutrendoci del credito immenso e insuperabile che chi ci ha preceduto è riuscito ad accumulare.

Da tutto ciò discende una conseguenza impressionante: considerare un’epoca della letteratura italiana – all´incirca quella che va dagli anni Novanta a oggi – come un tempo limbico, sospeso e inefficace, e una o più generazioni come epigonali, effetti secondari delle generazioni forti del passato (si ammette l´esistenza, al limite, di scrittori già attivi durante gli anni Ottanta, da Tondelli a Busi a Del Giudice), oggetto di un discorso critico e quasi mai soggetto attivo e incidente. Scrittori interstiziali, interlocutori, a tempo determinato, se non del tutto invisibili.

A partire da questo scenario – e con l´obiettivo di arrestare almeno per un momento la fuga, fermarsi e reagire – provo a contrapporre due obiezioni. La prima di metodo, la seconda di merito. Il modello generazionale, se pure dal punto di vista della storia della letteratura ha una sua utilità cartografica, tende a riproporre uno schema che nel tempo è diventato sempre più inservibile. Perché la logica padri-figli – con l’idea implicita di un passaggio del testimone inteso oggi come improbabile se non impossibile, qualche edipismo, Geppetto e Pinocchio, i nani sulle spalle dei giganti, Enea e Anchise – non tenendo conto di un contesto storico-sociale nel quale la trasmissione dei saperi avviene in termini diversi rispetto al passato, sembra poter condurre soltanto a un’infantilizzazione a oltranza, quella stessa ostinata infantilizzazione che è l’ambiente nel quale non soltanto alcune generazioni ma un intero Paese si trova a ristagnare. Intrappolati in uno schema ormai sterile, nel ricatto che ci obbliga a essere figli perenni incapaci di essere padri, sperimentiamo la preclusione dell’età adulta. E l´età adulta, riuscire a essere disperatamente adulti in questo tempo informe, è adesso per noi necessario e inderogabile.

La seconda obiezione prova a concentrarsi su quelli che mi sembrano i nostri caratteri peculiari. Attraversando gli anni Settanta Ottanta e Novanta, siamo cresciuti nella percezione non semplicemente della fine del nostro presente quanto del presente come fine, obiettivo e conclusione, il tempo nel quale tutto si genera e contro cui tutto si arresta. Diversamente da quanto è accaduto agli scrittori del dopoguerra, quando la meditazione sul presente si connetteva in maniera imprescindibile a quella sul passato e a un impulso verso il futuro, la coscienza acuta del presente ha determinato in noi un’incapacità prospettica. Scorniciati dalla storia, in caduta libera dentro un tempo immobile, abbiamo dovuto trasformare il limite in vantaggio, l’incapacità in risorsa, facendo della nostra esitazione – intesa come il modo in cui si reagisce all´incertezza – la prospettiva dalla quale osservare il mondo.

L’esitazione alla quale mi riferisco è quella che sperimenta il Piero deandreiano di fronte al nemico, quell’indugio che nel concedersi il rischio di essere vulnerabili genera uno spazio di civiltà trasformando l’esitazione in valore. In coraggio. Perché se il nostro connotato è l´incertezza – lo spaesamento non come anomalia ma come costante sentimento del reale – allora diventa fondamentale non fare dell’incertezza un alibi ma uno strumento di conoscenza. Avere il coraggio dell’incertezza.

Privi di riferimenti forti, non autorizzati dai padri, esausti della condizione di figli eterni, la mia generazione di scrittori è quella di chi – a ogni frase, a ogni visione – fruga in questo presente incerto e mi insegna che la complessità non è eccezione ma condizione dell´umano, e in quanto condizione dell´umano non va temuta ma attraversata ed esplorata, ininterrottamente restituita al mondo.

In Italia, adesso – da anni o da alcuni mesi o persino da alcuni giorni e tra alcuni giorni e mesi e anni – ci sono scrittori che si impegnano ad annodare tra loro parole e a comporre frasi e a connettere le frasi per dare forma a romanzi e a racconti, scrittori che condividono una fiducia ostinata nel linguaggio come organo di senso (dove senso vuole risuonare in tutte le sue possibili accezioni). Questi scrittori, per fare alcuni tra i nomi possibili, si chiamano Giorgio Falco, Michela Murgia, Paolo Nori, Aldo Nove, Antonio Pascale, Valeria Parrella, Mauro Covacich, Ugo Cornia, Andrea Bajani, Babsi Jones, Wu Ming, Letizia Muratori, Nicola Lagioia, e ancora Giulio Mozzi, Laura Pariani, Sandro Veronesi, Vitaliano Trevisan, Edoardo Nesi, Antonio Moresco, Michele Mari, Dario Voltolini.

Ascolto le loro scritture, la forma del loro lessico e della loro sintassi, la prospettiva delle loro visioni, e so che queste sono a loro volta scritture in reciproco ascolto e in ascolto del mondo. Da questa generazione di scrittori io quotidianamente apprendo, e scopro che a interessarmi non è la messa a fuoco della mia generazione di scrittori, il confronto tra le diverse foto di gruppo, ma l´immersione nella mia generazione di scritture, nella loro germinazione, in questo moltiplicarsi di voci che carezzano il tempo contropelo e scartavetrano la storia e dilatano le nostre possibilità di percezione e conoscenza. Così – ed è detto senza provocazioni – la scrittura di Gadda si intreccia a quella di Giuseppe Genna, quella di Landolfi a quella di Tiziano Scarpa, Manganelli a Laura Pugno, cortocircuitando in uno spaziotempo meticcio che ha come obiettivo il recupero, attraverso la parola letteraria, di un sentimento nel quale letteratura ed esperienza siano definitivamente sinonimi.

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