Ilaria Benini, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/ilariabenini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Feb 2014 14:29:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ilaria Benini, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/ilariabenini/ 32 32 Cronache dall’Asia 4: letteratura e confini, da Amitav Ghosh a Aung San Suu Kyi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cronache-dallasia-4/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cronache-dallasia-4/#respond Fri, 14 Feb 2014 14:21:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18045 Questo pezzo è uscito, in versione ridotta, per Asia Magazine, collaborazione tra China Files e il manifesto. Qui le altre puntate della rubrica.
«Sarebbe possibile parlare della fine dell'Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell'Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia». Amitav Ghosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Ghosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

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Questo pezzo è uscito, in versione ridotta, per Asia Magazine, collaborazione tra China Files e il manifesto. Qui le altre puntate della rubrica. (Fonte immagine)
«Sarebbe possibile parlare della fine dell’Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell’Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia». Amitav Ghosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Ghosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

La difficoltà a penetrare la cultura asiatica deriva per molti versi dal fatto che incessantemente noi occidentali adoperiamo categorie formali e interpretative proprie della nostra cultura, innalzandole, come ben sappiamo, a categorie universali. Si aggiunge la tendenza a perpetrare meccanismi etnocentrici veicolati nelle svariate forme del liberismo economico, ma anche, a sorpresa, in quello che dovrebbe essere il regno del confronto, la cultura.

Il pubblico birmano è, in generale, molto entusiasta delle nuove iniziative che stanno nascendo in Myanmar, si raccolgono frasi come “qualsiasi cosa va bene, qualsiasi cosa di nuovo, da fuori“. A febbraio di quest’anno la moglie dell’Ambasciatore britannico ha deciso di organizzare il primo Festival di Letteratura del Myanmar: quale modo migliore di sancire la fine di decenni di censura e incarcerazione di pensatori, scrittori, poeti, animatori culturali della repressa cultura birmana?

Come in ogni grande manifestazione, non mancano le critiche, che, in un contesto culturalmente delicato come quello birmano, vale la pena capire. Un osservatore locale (uno straniero), lamenta che non ci si sia concentrati sul celebrare innanzitutto gli autori birmani, coloro che in questi decenni hanno resistito, ma che energie e fondi siano stati dedicati ad accogliere al meglio gli ospiti stranieri.

Un’occasione da rinnovare, quindi, in particolare se crediamo nelle recenti riflessioni di Alessandra Chiricosta (Filosofia interculturale e valori asiatici, 2013 ObarraO edizioni), secondo cui “le questioni sollevate dalla coesistenza, nell’orizzonte globale, di culture differenti, ma che sempre di più condividono luoghi, non-luoghi e tempi, paiono invocare una modalità diversa di indagine, maggiormente in grado di pensare, al contempo, non solo equità e differenza, ma anche di render conto di tutto ciò che ancora “l’Occidente” non ha pensato e che, invece, dà origine a dibattiti e orizzonti di senso in altri contesti“.

Aung San Suu Kyi è stata la madrina della manifestazione, figura di confine tra Oriente e Occidente, protagonista delle ambiguità del processo odierno di riforma del Myanmar.

A Yangon si dibatte di come Aung San Suu Kyi, presidente del partito di opposizione al governo birmano, venga percepita in Occidente. O meglio, di come venga ancora percepita da noi: monolitica icona della pace. Ma l’evoluzione della sua figura in seguito alla liberazione dagli arresti domiciliari nel novembre 2010 richiede una rielaborazione del personaggio, di ciò che rappresenta per il futuro del paese e del composito popolo che abita entro i confini del Myanmar.

Aung San Suu Kyi è la figlia dell’eroe della patria Aung San e un’illustre dissidente birmana. La sua storia familiare e personale unica l’ha portata a varcare confini fisici e culturali per tutta la vita, sin dall’infanzia.

Aung San Suu Kyi prende il nome dal padre Aung San, dalla nonna Suu e dalla madre Kyi; un nome assolutamente anomalo in un paese in cui non si usano cognomi né altri segni per dimostrare da dove si provenga.

Nata tre anni prima dell’indipendenza birmana, nel 1945, due anni prima che il padre venisse assassinato. Dopo la strenua lotta di Aung San contro i colonizzatori occidentali, ASSK ha condotto una vita assolutamente internazionale: accompagnò la madre Ambasciatrice in India nel 1960, dove studiò in una scuola cattolica a New Delhi; si spostò poi a Oxford per studiare all’università; lavorò a New York all’ONU e con altri incarichi in Giappone e India. Quindi tornò nel Regno Unito per sposare Michael Aris, cittadino britannico esperto in studi tibetani. Insieme andranno in Buthan e poi torneranno a Oxford, per continuare a studiare, lavorare, avere due figli. La Lady ha avuto un’educazione formale occidentale, una famiglia inglese e una vita da straniera, donna asiatica, in Europa.

Finché non ha varcato di nuovo il confine della terra natia, per tornare dalla madre malata, e trovarlo poi improvvisamente rigido, politico, geografico. È il 1988 e nel paese si protesta contro la dittatura. ASSK decide di intervenire, fondando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, che nelle elezioni del 1990 (le prime in trent’anni) vincerà clamorosamente. La giunta militare non accetterà il risultato e ASSK verrà arrestata e costretta a scegliere: puoi andare via e tornare dalla tua famiglia straniera, ma non è detto che ti faremo rientrare. La famiglia o la patria, insomma.

Sceglie l’eredità del padre. Chiusa entro i confini della sua casa scopre i limiti di una vita da dissidente e diventa un grande simbolo della resistenza non violenta e dell’attivismo per l’instaurazione della democrazia in Myanmar. Vincerà diversi premi, tra cui il Nobel per la Pace nel 1991.

Come sappiamo, la giunta militare ha deciso di cambiare veste e di liberare ASSK. Oggi la Lady dichiara di essere (sempre stata) una politica e di porre il suo confine operativo entro quello della professione che ha mantenuto anche mentre era carcerata in casa. Le sue scelte, nel Myanmar riformato di oggi, raccolgono critiche da più parti. Come uno dei più illustri prigionieri politici, il popolo birmano per tanti anni l’ha considerata il proprio riferimento per il futuro. Le sue immagini erano appese speranzose ovunque, appena è stato possibile mostrarle.

Ma la negazione del conflitto etnico perpetrato ai danni dei Rohingya, il mancato appoggio ai residenti di aree espropriate per l’ampliamento di una miniera di rame, la sua vicinanza ai militari, la richiesta di chiudere i confini con il Bangladesh perché permettono a persone straniere di infiltrarsi illegalmente nel paese, per citare alcuni episodi, ribadiscono con forza il suo porsi a difesa dell’élite bamar, deludendo molti supporter.

Qual è il confine tra un politico e un difensore dei diritti umani? Nella porosità della vita politica, ASSK oggi per molti è troppo concentrata a lavorare sulla sua corsa per le elezioni presidenziali del 2015.

Lavorare all’interno di questi confini implica aprire molte vie che un attivista non aprirebbe, concessioni che non verrebbero fatte, ad esempio accettare, o forse chiedere, come documenta Irrawaddy, supporto finanziario ai magnati che si sono arricchiti negli anni della dittatura grazie alla connivenza con i militari. In fase di “riconciliazione”, molti considerano naturale che gli attori economici si mettano in gioco secondo le nuove regole dell’economia di mercato, includendo iniziative di Corporate Social Responsibility.

Il Myanmar oggi è travolto dalle aspettative internazionali, che, in tempi di crisi economica occidentale, pretendono che sia il contemporaneo El Dorado, abile con i suoi potenziali 60 milioni di consumatori a pancia vuota di ridare slancio alle nostre industrie e investimenti. Molti birmani oggi chiedono tempo, “Roma non è stata costruita in un giorno” dicono. L’Occidente fa pressioni, ma è necessario assumere un approccio dialogico, “per non far sì” riprendendo le pagine della Chiricosta, “che anche una nobile istanza, come quella che guida la volontà di universalizzazione dei Diritti umani, si trovi a divenire un avamposto neocoloniale, uno strumento per sdoganare politiche economiche neoliberiste e globalizzanti“.

Quello che accade adesso è che mentre la Cina, per molti in Occidente il simbolo di una cultura che non rispetta i propri cittadini, sta decidendo di sostenere lo sviluppo della propria economia concedendo riforme sociali per la popolazione (eliminazione dei lavori forzati, riduzione dei reati punibili con la pena di morte, libera circolazione, aperture nella legge del figlio unico), gli investimenti cinesi nello strategico Myanmar diminuiscono in seguito all’eliminazione delle sanzioni da parte dei governi occidentali, dando via libera ad europei, statunitensi, ma anche giapponesi e coreani, di sviluppare i loro interessi sul Golfo del Bengala.

Anche se il macro esito finale della transizione in corso in Myanmar è prevedibile, il suo enorme ritardo rispetto allo sviluppo avvenuto nel resto del mondo pone il paese in una posizione unica: l’approccio all’industrializzazione nel 2013 avviene con una conoscenza più che estesa rispetto al carico di conseguenze provocate dalla furia produttiva scriteriata. Se per molti questo si traduce in grossi margini di profitto, per qualche altro implica invece il sostegno di meccanismi sostenibili e lo sforzo conservativo nei confronti della ricchezza storica e culturale di questo paese. Così c’è l’incredibile sforzo di Thant Myint U, con il suo Yangon Heritage Trust, nel preservare il centro storico di Yangon, combattendo strenuamente contro i numerosi palazzinari locali e stranieri, che vogliono la capitale commerciale birmana afflitta dai grattacieli di cemento del resto dell’Asia. O ci sono i poeti birmani, la cui creatività si è dimenata per cinque decenni tra le fitte maglie della censura, oggi più vivi che mai, di fronte a un mondo diverso in cui la sfida è scrivere e comunicare esenti dal controllo.

Poetics of innovation

Poetics of innovation
when new things are made and uncreated in the dawn of change
you are lonely alone
&
left behind by intimacy of literary history
if
your trees become woods or luckily to have a chance to be them
but
you are always lonely alone

Nyein Way

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Cronache dall’Asia 3 https://minimaetmoralia.it/arte/cronache-dallasia-3/ Wed, 19 Jun 2013 09:17:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14682 Qui le puntate precedenti.

Cronache dall'Asia 3 - 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l'arte contemporanea asiatica

Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d'Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell'esistere umano: espone e celebra l'individuo espressivo, la manifestazione dell'essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall'Italia può portare fino all'Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

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Qui le puntate precedenti.

Cronache dall’Asia 3 – 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l’arte contemporanea asiatica

Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d’Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell’esistere umano: espone e celebra l’individuo espressivo, la manifestazione dell’essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall’Italia può portare fino all’Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

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Parto da Venezia.

Venezia, Venezia è un’opera sulla cultura della resistenza e sulla capacità della cultura di resistere. Alfredo Jaar evoca la capacità delle idee a resistere oltre il disastro della guerra, ritratta in una fotografia in cui Lucio Fontana esce da una fenditura tra le macerie del suo studio bombardato di Milano.

Con gli equilibri del mondo da riassestare in nuovi equilibri sempre mutevoli, i Giardini della Biennale di Jaar (riprodotti in scala, per essere un microcosmo che lo spettatore può osservare dall’alto, mentre emerge e affonda in un vascone pieno di acqua verde salmastra) raccontano di un vecchio mondo che scompare, portandosi sotto i flutti il ruolo dello stato-nazione e l’egemonia occidentale. Quegli stessi Giardini riemergono, come dopo cataclismi naturali o rivoluzioni umane, e riprendono forma, offrono di nuovo una presenza, un’idea.

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Il mio viaggio di ritorno a Est continua attraverso quella che consideriamo la soglia d’Oriente, la Turchia. Nel padiglione nazionale è proposta una serie di video intitolata proprio Resistance. Mentre in Piazza Taksim la dialettica tra conservatorismo islamico e secolarismo democratico si scatena in manifestazioni di protesta contro il governo di Erdogan, Ali Kazma propone un lavoro che rende protagonista il corpo, nella sua matericità e forza resistente contro l’astrazione della realtà contemporanea.

A nord est della Turchia, al confine estremo dell’Arsenale, una costruzione in sottile legno crepato riproduce una tipica forma di resistenza architettonica georgiana: la loggia kamikaze, ampliamento di edifici sovietici, un prolungamento parassitario dell’abitazione, spesso usato da artisti come studio. Nel catalogo la Georgia viene definita come “l’Italia se fosse diventata Marxista”, considerandone il clima del Mar Nero, la viticoltura, il regime patriarcale, l’atteggiamento mentale comunitario e la vocazione ad autogestirsi della sua gente. Circa duemilaseicento km allontanano Tbilisi da Venezia e, nonostante l’alfabeto georgiano abbia forme suadenti ed esteticamente ben poco occidentali (le sue linee tondeggianti sono sorprendentemente simili all’alfabeto birmano, ma si riconoscono anche lettere del greco antico, pur non essendoci nessuna associazione tra segni e fonemi), nel padiglione c’è un costante rimando all’Europa, come in Euroremont di Nikoloz Lutidze, che adotta come titolo un neologismo indicante la ristrutturazione di una tipica abitazione sovietica secondo standard europei. Qui si evidenzia la fragilità del sogno occidentale, oggi rappresentato da oggetti di arredamento in stile europeo made in China.

Identità e confini, est e ovest assumono forme che si dissolvono e ricompongono in maniere tradizionali o nuove. I linguaggi e le forme dell’indagine artistica sono al servizio delle dinamiche nazionali e individuali in relazione alle proprie radici e al mix culturale indotto dai cambiamenti negli equilibri economici del mondo. Agisce anche il caso, input il cui potere oggi è amplificato dal numero infinitamente maggiore di comunicazioni in corso di svolgimento costante a livello quasi globale. Il fortuito associa e pone a confronto elementi di culture che eravamo (siamo ancora forse) abituati a considerare distanti. Incontri forzati inducono ad aprire lunghe discussioni per scoprire nuovi linguaggi comuni: questo è il tema centrale della ricerca di Post Autonomy, progetto di David Goldenberg, presentato a Palazzo Bembo. In un corridoio del palazzo, Baku (Azerbaijan) è l’interlocutore live di una chiamata Skype iniziata il 28 maggio, giorno dell’inaugurazione, e destinata a durare fino al 24 novembre, giorno di chiusura della Biennale. Questo intervento è parte di un più ampio programma di dibattiti on-line e di attività volte a ripensare l’arte contemporanea, sostanzialmente eurocentrica e in una fase di stallo. Tramite la chiamata Skype, il pubblico è invitato a discutere di participating cultures con chi è di fronte al computer a Baku (allestito in un museo pubblico), per immaginare nuove pratiche, nuove idee, sconosciute, da inventare.

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Dall’Azerbaijan parte un deserto artistico di paesi, terre e popoli esclusi. Qui alla Biennale non trovo rappresentati molti paesi dalla storia recente violenta e controversa. In questa lunga traversata senza tappe, ricordo l’Afghanistan a Documenta13.

Addirittura l’India quest’anno non ha un padiglione (la sua prima partecipazione risale a due soli anni fa) e, come riporta Valentina Tani su Artribune, vi è una sola artista indiana (Prabhavathi Meppayil) nella mostra curata da Gioni. Un’altra, Dayanita Singh, la troviamo nel padiglione tedesco che quest’anno è ospite del padiglione francese. Germania e Francia hanno infatti deciso di scambiarsi i padiglioni e la Germania ha deciso di proporre un solo artista tedesco (con una biografia cosmopolita): oltre all’artista indiana presentano Ai Weiwei (Cina) e Santu Mofokeng (Sud Africa). Segnali che in Europa qualcuno inizia a intuire che gli equilibri mondiali sono in trasformazione, anche a livello culturale.

Mi sposto nel grande spazio ricco di installazioni e video del Bangladesh, presentato da Francesco Elisei e Fabio Anselmi, che propongono il lavoro di otto artisti all’interno dell’Officina delle Zattere; intanto cerco il Myanmar, che naturalmente non è presente. A Yangon, una scena artistica ha resistito ai decenni di dittatura, con alcuni spazi indipendenti gestiti da artisti impavidi, ma il passato di isolamento dal mondo e l’insicurezza economica impediscono per ora la realizzazione di grossi progetti internazionali. Compaiono però elementi birmani nel lavoro di AES+F, incluso nella mostra Silk Map del padiglione Venezia. In Arrival of the Golden Boat, una light box appartenente al progetto The Feast of Trimalchio, vediamo raffigurata la golden boat attraccata nel Kandawgyi Lake di Yangon e alcune donne in abito tradizionale birmano. Il collettivo russo ha cercato l’equivalente del terzo millennio della cena di Trimalcione e l’ha individuato nei paradisi temporanei offerti dagli hotel di lusso. Hanno quindi creato ambienti lussuosi ed esotici in video e still, dove spiccano tra servi e ospiti molte persone asiatiche. “Abbiamo voluto rappresentare l’ascesa del continente asiatico nel futuro, usando il nostro tipico linguaggio allegorico“, mi riferisce Evgeny Svyatsky.

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A poche centinaia di kilometri da Yangon si può superare via terra il confine tra Myanmar e Thailandia, che quest’anno a Venezia presenta il lavoro di due artisti, cui il Ministero dei Beni Culturali ha chiesto di sviluppare il tema dell’arte culinaria.

Wasinburee Supanichvoraparch usa un gioco di parole che rimanda a un’immagine semplicissima ed efficace per trasmettere un’idea che gli è cara e alla quale dedica il suo lavoro quotidiano di artista: Poperomia, il titolo del suo lavoro, combina il pop, inteso come cultura commerciale, alla peperomia, una pianta acquatica con un altissimo livello di assorbimento di liquidi. Questa pianta, anche quando immersa in una soluzione di acqua e china, per metterne alla prova la reazione, assorbe il liquido velocemente e muta aspetto superficialmente, ma la sua struttura rimane la stessa, non si innescano mutazioni di alcun genere. Wasinburee Supanichvoraparch, con raffinatezza e delicatezza estetica caratteristiche thailandesi, ha allestito per la Biennale una stanza il cui pavimento è ricoperto di mattoni in terracotta avvolti in fili di lana colorati, richiamo alla cultura tradizionale del mattone fatto a mano (ed effettivamente realizzato dall’artista insieme agli abitanti della sua comunità nella regione Ratchaburi, a circa cento km da Bangkok), ricoperto di apparenza effimera. Ancora più eloquenti le statue di buddha, dove la lana ricopre il basamento come un’edera rampicante che piano piano nasconda l’oro e la millenaria storia spirituale dell’antico Siam.

Penso che l’artista non debba mai rinunciare ad assumere un ruolo sociale. Per questo motivo ho deciso che la mia galleria a Ratchaburi dovesse spalancarsi, per entrare direttamente nei luoghi dove la gente vive e lavora. Molti thailandesi sono spaventati dall’arte, credono di non essere all’altezza e spesso non vengono in galleria per timore di non capire e così perdere la faccia. Nell’ultimo anno ho allestito settantacinque opere nella mia città: mostre sulle pareti interne dei ponti in muratura, dentro i ristorantini all’aperto, sugli autobus, sui tetti dei tuk tuk, ho cercato di arrivare a tutti. Quando la proprietaria e cuoca di uno di questi locali mi ha detto di non avere alcun rapporto con l’arte, le ho indicato il tempietto che lei personalmente ha allestito di fianco ai fuochi della cucina: la scelta di come posizionare il tavolino, l’altare e le offerte deriva da una scelta estetica. Volevo che si sentisse inclusa e sembra aver apprezzato.

Chiunque sia stato in Thailandia avrà osservato l’impetuosità con cui il consumismo sembra divorare la vita locale. Eppure questo convive con un fortissimo orgoglio nazionale e la resistenza, almeno apparente, di molte abitudini tradizionali, dalle rituali offerte quotidiane al tempio, alla convinzione che gli spiriti del passato si aggirino nel nostro mondo. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul e vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2010, è interamente dedicato agli spiriti, alla morte e alle sue conseguenze sulla vita.

Arin Rungjang prende invece alla lettera la richiesta del Ministero, proponendo un lavoro basato sulla storia dell’antica ricetta dei thong yod (dolcetti a base d’uovo), e se ne appropria da artista-narratore, costruendo un video di circa trenta minuti in cui accompagna lo spettatore nelle vicissitudini legate al commercio di zucchero di canna durante il dominio coloniale portoghese a Puerto Rico e nel sud-est asiatico, richiamando la tratta degli schiavi del Congo e le vicende di un avventuriero greco diventato consigliere del re di Ayutthaya, giungendo alla ricetta portata in Thailandia da una suora cattolica e adattata al gusto Thai da una donna di origini giapponesi, portoghesi e bengali.

Questo lavoro di ricostruzione storica non pretende di riportare i fatti fedelmente, anche considerando la mancanza di archivi in Thailandia e nel sud-est asiatico. Arin si è basato principalmente su racconti orali, andando alla ricerca di tracce di questa storia direttamente nei villaggi dove erano passati i portoghesi. La sua ricerca artistica personale, caratterizzata dall’interesse per la ricostruzione, si è sviluppata in seguito alla morte del padre, avvenuta a causa della violenza razzista subita mentre lavorava come ingegnere navale in Germania. Un gruppo di neonazisti, così riferì il padre alla madre dell’artista, gli provocò ferite interne tali che, dopo sei mesi dal suo ritorno in Thailandia, non sopravvisse. Arin aggiunge che “lui ha parlato di neonazisti, ma io non posso sapere se questo fosse esatto o no, da questa incertezza e dalla riflessione provocata dal conflitto tra le vicende del singolo a confronto con le ideologie e la Storia parte la mia spinta a indagare, scavare, ricostruire.

Ormai siamo nel mezzo del sud-est asiatico e anche il padiglione indonesiano riflette sulla dimensione soprannaturale (Sakti), sullo spirito che tiene insieme la dispersa nazione indonesiana con le sue diciassettemila isole. L’identità indonesiana è molteplice e ciò che raggiunge il pubblico internazionale è per lo più espresso dagli artisti residenti a Java, l’isola principale dove si trovano la capitale Jakarta e le altre due città artistiche, Bandung e Yogyakarta.

In Indonesia è in corso una profonda trasformazione politica ed economica e Sakti, la forza simbolica scelta come tema dai curatori, Carla Bianpoen e Rifky Effendy, sembra evocare la necessità di fare riferimento a un’energia primordiale e sacra, perché anche la cultura si possa trasformare e rielaborare, ma in modo giusto e consapevole. L’arte contemporanea indonesiana è molto spesso politica e lo è chiaramente anche nel padiglione teatrale e magico presentato a Venezia quest’anno.

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Nella penombra si accede a una pedana che corre lungo una parete con feritoie, sbirciando si intravedono la testa di una bizzarra creatura con il becco e dei fiori rosa al posto del pelo e degli stupa in miniatura in ceramica. La composizione di Rahayu Supanggah risuona nell’aria mentre ci si avvicina all’opera di Entang Wiharso, The Indonesian: No Time To Hide: si tratta di un’elaborata composizione scultorea in resina-grafite, formata da due armadietti che contengono delle teste umane, diverse figure sedute intorno a un tavolo, sul quale un uomo è riverso e al cui fianco una donna in piedi sembra invocare risposte. Si possono riconoscere i volti di politici indonesiani, deformati come fossero di gomma e un pugno li avesse colpiti. Una cancellata dello stesso materiale separa la scena dal resto del padiglione.

Gli altri lavori esposti sono ugualmente spettacolari, in un modo che si può dire tipico dell’arte contemporanea indonesiana: opere di grandi dimensioni, spesso scultoree, con richiami alla storia e alla tradizione culturale del paese, emblematiche e talvolta ambigue, sospese tra codici espressivi talmente realistici da lasciare lo spettatore avvolto in una sensazione di mistero. Torna Sakti.

Titarubi propone una riflessione sul peso della conoscenza, intesa come sinonimo di civiltà, ma rappresentata tramite giganteschi quadri tagliati a metà, come le pareti non fossero sufficientemente ampie per contenere tanta cultura. Su alcuni banchi di scuola carbonizzati sono appoggiati dei libri con così tante pagine che è impossibile chiuderli.

Il labirinto di stupa di Albert Yonathan Setyawan e il teatro delle ombre con i tradizionali wayang di dimensioni umane di Sri Astari Rasjid richiamano nuovamente una dimensione spirituale, mentre la scultura di Eko Nugroho, con i suoi esseri fantastici e ibridi, uomini-animali-oggetti, racconta di un mondo in cui mancano coesione sociale e pratiche collaborative. 

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La dialettica tra occidente e oriente non si risolve nell’assunzione dei “nostri” codici, della “nostra” storia espressiva da parte dei nuovi artisti orientali. Entrambi i mondi, la cui relazione inizieremo a considerare in maniera più cosciente ed elaborata, stanno affrontando la trasformazione culturale innescata da fattori economici e politici travolgenti come la crisi europea, la potenza cinese e la digitalizzazione dell’informazione.

Ci vorrebbe un altro articolo intero per raccontare la presenza massiccia e altamente variegata della Cina a questa Biennale. Dalle scelte e dalle domande poste da alcuni lavori incontrati in questa selezione, sembra che l’arte possa favorire una convergenza. Le conseguenze di questi incontri si riconosceranno quando la portata aggregata di queste scene artistiche arriverà a influenzare l’universo dei significati a livello globale. 

Turchia: Resistance

Georgia: Kamikaze Loggia

Azerbaijan: David Goldenberg

Bangladesh: Supernatural

Myanmar: AES+F

Thailandia: Poperomia + Golden Teardrop

Indonesia: Sakti

Germania: Deutscher Pavillion

Crediti fotografie

Foto 1 di Kornkrit Jianpinidnan

Foto 2 (Venezia, Venezia) di Agostino Osio

Foto 4 (David Goldenberg) di Glenda Cinquegrana: the Studio

Tutte le altre immagini sono di Ilaria Benini

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Cronache dall’Asia 2 https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia-2/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia-2/#comments Fri, 31 May 2013 13:50:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14514 Le foto sono di Thomas Nadal Poletto. Qui la prima puntata.

Cronache dall’Asia - Ricomporre il prisma di buddhisti, musulmani e occidentali

Neanche l'altezza tiene lontani gli insetti e quassù al settimo piano non mancano formiche rosse né zanzare e questa sera è apparso un piccolo insetto nero, blatta-grillo, piccola blatta saltellante. Sotto l'influsso buddhista ho cercato di buttarlo fuori dalla mia stanza, ma al quarto o quinto tentativo fallito mi sono decisa a schiacciarlo con l'infradito in dotazione con la stanza.

"I miei amici birmani non hanno speso una sola parola di dispiacere per i tredici bambini morti bruciati nella moschea la scorsa settimana, ma sarebbero indignati a vedermi schiacciare una zanzara sul tavolo", mi è stato riferito qualche afoso pomeriggio fa.

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Le foto sono di Thomas Nadal Poletto. Qui la prima puntata.

Cronache dall’Asia – Ricomporre il prisma di buddhisti, musulmani e occidentali

Neanche l’altezza tiene lontani gli insetti e quassù al settimo piano non mancano formiche rosse né zanzare e questa sera è apparso un piccolo insetto nero, blatta-grillo, piccola blatta saltellante. Sotto l’influsso buddhista ho cercato di buttarlo fuori dalla mia stanza, ma al quarto o quinto tentativo fallito mi sono decisa a schiacciarlo con l’infradito in dotazione con la stanza.

“I miei amici birmani non hanno speso una sola parola di dispiacere per i tredici bambini morti bruciati nella moschea la scorsa settimana, ma sarebbero indignati a vedermi schiacciare una zanzara sul tavolo”, mi è stato riferito qualche afoso pomeriggio fa.

Per affrontare questo discorso serve una breve premessa.

Questa nazione chiamata oggi Myanmar (ufficialmente Republic of the Union of Myanmar) è un’invenzione del colonialismo britannico. In tre guerre a metà dell’Ottocento, l’impero britannico ha annesso una serie di territori su cui vivevano popolazioni diverse governate da diverse amministrazioni. Quando si è trattato di negoziare l’indipendenza nel 1947, il generale birmano Aung San ha messo d’accordo i diversi gruppi etnici siglando il Panglong Agreement e unendo tutti i territori in una sola nazione indipendente, chiamata Union of Burma.

Burma (il nome dato a questi territori dall’impero coloniale britannico), Birmania (la traduzione italiana) e Myanmar (il nome dato al paese dalla giunta militare) sono tre parole che fanno riferimento al gruppo etnico Bamar. Questo gruppo costituisce il 68% della popolazione, è per la maggioranza buddhista e si ritiene l’anima del paese. La giunta che ha detenuto il potere per cinquant’anni ha sempre cercato il vantaggio dell’élite Bamar.

A voler essere corretti, bisogna stare molto attenti a usare l’aggettivo birmano, perché in molti casi è improprio.

969 NLD Stickers

Parlare di birmani per tutta la popolazione del Myanmar è sbagliato. Quando si parla di burmese o birmani ci si riferisce ai Bamar, mentre gli Shan, i Chin, i Kachin, i Rakhine, i Kayah, i Kayin e i Mon preferiscono essere chiamati con il nome del loro gruppo etnico ed essere considerati cittadini del Myanmar, non birmani.

Girava voce tra i birmani, che durante il Thingyan, o Festa dell’Acqua, o Capodanno birmano, i musulmani avrebbero sostituito dell’acido all’acqua con cui normalmente ci si innaffia in questi giorni di festa.

A giugno del 2012 si sono verificati numerosi atti di violenza contro i Rohingya, un popolo stateless che vive sul territorio del Myanmar al confine con il Bangladesh. Sono generalmente identificati come musulmani e discendenti di immigrati dal Bangladesh. Durante gli scontri, sono morte molte persone (650 secondo la Burmese Rohingya Organisation UK e 78 secondo le autorità del Myanmar) e decine di migliaia sono dovute fuggire dalle loro case, spesso rase al suolo o bruciate, e dal loro lavoro.

Alla fine dello scorso mese di marzo a Meiktila, nel centro del paese, ci sono stati nuovi atti di violenza in cui hanno perso la vita circa 40 musulmani e migliaia hanno perso casa e lavoro. Reuters ha riportato che un monaco buddhista è stato aggredito mentre viaggiava in motorino e bruciato vivo da cinque musulmani. Le violenze si sono diffuse in altre città e sono state fermate grazie all’istituzione della legge marziale e del coprifuoco. Negli stessi giorni a Yangon è andata a fuoco una moschea che ospitava numerosi bambini. 13 sono morti tra le fiamme.

Dal punto di vista di molti birmani *, i musulmani in Myanmar non sono rispettosi delle regole che vigono nel paese che li ospita. Alcuni di loro sono di etnia Cinese Hui, altri sono Indiani e Pakistani, altri ancora sono Rohingya e infine ci sono i birmani musulmani, convertiti tra il IX e il XIV secolo dalla stessa ondata di commercianti Indiani e Arabi che ha diffuso l’Islam nel sud della Thailandia e in Malesia.

Molti birmani buddhisti sono allarmati (e alcuni lo sono sinceramente) perché credono che i musulmani abbiano in progetto di rovesciare la millenaria storia buddhista del loro popolo per trasformare il Myanmar in un paese musulmano.

Durante gli anni della dittatura, la giunta è ricorsa più e più volte alla provocazione di scontri interni al paese per giustificare la propria durezza e mantenere il potere. La popolazione musulmana, insieme ad altre, ha subito queste azioni. Azioni che, oltre alla distruzione, hanno diffuso forti pregiudizi, sempre pronti a essere sfruttati in caso di bisogno.

Ciò che i birmani buddhisti proprio sembrano non percepire è che, salvo i più sfortunati e stateless Rohingya, questi musulmani che temono sono cittadini del Myanmar come loro. Sembra insomma che l’ala conservatrice della giunta sia riuscita a mantenere, anche in tempi di auspicata democrazia, quello scontro tra genti che ha permesso loro di agire indisturbatamente e avidamente con le vite e risorse di queste terre.

Dal punto di vista di Patrick, Kachin, attivista per i diritti umani, la questione religiosa non è rilevante in Myanmar e se la situazione è più volte degenerata è a causa del mancato intervento delle forze dell’ordine. La ragione per cui la polizia è rimasta a guardare è che in questo paese non si rispettano le leggi che dovrebbero regolamentare la vita pubblica. L’attenzione internazionale sollevata dai fatti di violenza rischia di esasperare il conflitto, altrimenti non ritenuto cruciale. Ciò che deve essere affrontato e risolto è il nodo delle etnie: l’unica soluzione perché il Myanmar si trasformi gradualmente e pacificamente in un paese democratico è che venga organizzato come uno stato federale (previsto dal Panglong Agreement voluto da Aung San).

Dal punto di vista di Maung Zarni, illustre esule, attivista ed esperto birmano (attualmente insegna alla London School of Economics), in Myanmar stiamo assistendo all’azione congiunta di un movimento neo-nazista buddhista e dei militari birmani, “un’istituzione neo-fascista quando si tratta di questioni di ‘razza’ e religione”.

In effetti, a partire dagli scontri nel Rakhine State, l’odio e la frustrazione di molti birmani buddhisti si sono raccolti sempre più intorno al movimento 969 (fondato nel 2001). Questi tre numeri sono ricavati da alcuni fondamentali precetti buddhisti e, utilizzati per spargere propaganda anti-islam, costituiscono una pesantissima macchia nell’immagine pacifica e pacifista della religione buddhista.

Il leader di questo movimento è U Wira Thu, un monaco che viene chiamato “il monaco combattente” o “il Bin Laden buddhista” (sembra essere stato lui il primo ad assegnarsi questo nome).

Nel 2003 U Wira Thu è stato condannato a venticinque anni di prigione per aver istigato, nella sua città natale, le violenze in cui hanno perso la vita dieci musulmani. Nel 2009, grazie ad un’amnistia è tornato libero e ha iniziato a produrre e distribuire video in DVD e utilizzare i social media per diffondere le sue idee razziste.

Maung Zarni paragona la propaganda 969 a quella della Germania nazista perché diffonde la falsa suggestione che il buddhismo sia vittima di una congiura e contribuisce a diffondere un nazionalismo culturale ed economico esclusivamente buddhista e bamar.

 

Dal punto di vista di Soe Myint, capo redattore di Mizzima (testata fondata a New Delhi da tre esuli attivisti nel movimento pro-democrazia del 1988), condannare una fazione o un’altra non è la soluzione al problema e bisogna rimanere solidi nel puntare al vero obiettivo di questa fase di transizione, ovvero la riconciliazione nazionale (ovvero l’accordo tra le etnie). Non si devono accusare gli integralisti religiosi, né la polizia per non essere intervenuta a difendere i propri cittadini attaccati da altri cittadini, né Aung San Suu Kyi per essere rimasta in silenzio per settimane dopo i fatti di Meiktila.

Soe Myint aggiunge anche che la comunità internazionale dovrebbe intervenire per aiutare ad affrontare queste sfide (da sempre presenti in Myanmar), ma non dovrebbe invece chiedere alla gente del Myanmar di seguire quelli che vengono chiamati “standard universali” (sottintendendo, da un punto di vista occidentale).

Moschea Bogyoke Aung San

Dal mio punto di vista, credo che l’unico sforzo utile da parte mia sia quello di provare a individuare le diverse facce che compongono il prisma del conflitto birmano (e mi concedo l’utilizzo dell’aggettivo birmano, dato che i Bamar sono coinvolti -a mia conoscenza- in ogni conflitto).

Nel tentativo di penetrare una cultura estranea, come una di quelle presenti nel sud-est asiatico, mi trovo spesso sbalordita in una contraddizione: nei primi tempi sento la matrice comune umana come il legame più inequivocabile e forte, tra me e gli altri, ma più passa il tempo e più mi ambiento, più sono esterrefatta e scopro di essere culturalmente distante nelle pulsioni, nelle prospettive, nei desideri, nelle elaborazioni, nelle prospettive, nel quotidiano, nelle priorità.

Questo mio costante ondeggiare tra familiarità e assurdità mi porta alla mente uno scambio di commenti bruciante tra alcuni viaggiatori a Bangkok. Da una parte una coppia di cinquantenni, per la prima volta in Asia, raccontava al gruppo (che si era riunito nell’attesa di un autobus) di vedere davanti ai propri occhi un altro mondo, dove tutto girava in maniera diversa e aliena. Difficilissimo orientarsi. Dall’altra, una ventenne descriveva invece un mondo, almeno apparentemente, molto simile al nostro occidentale, con differenze nei dettagli, non nella struttura, da cogliere nel tempo e grazie all’osservazione.

Quello che talvolta travolge gli occidentali di passaggio, qua nel sud-est asiatico, è la scoperta che le persone che vivono qui vivono veramente la loro vita. Hanno vite umane, vite spese, vite che si dispiegano dalla mattina alla sera e oltre, nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura.

“Vivo a Yangon da ormai diversi anni e nonostante consideri questa la mia casa, mi ritrovo a confrontarmi continuamente con ragionamenti e comportamenti che non riesco tuttora ad accettare, perché espressione di una realtà impregnata di contraddizioni e apparentemente priva di logica”.

Anche questa testimonianza (ulteriore faccia del prisma) di una persona sinceramente attenta e dedita all’esplorazione e al confronto, mi pare aiuti a definire l’incontro vitale che scaturisce tra luoghi, storie e culture del mondo distanti. “Ciò che sconvolge è scoprire che nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura, gli orari di lavoro massacranti e i problemi di vita quotidiani condivisi, le persone conducano la propria vita come se niente fosse e, piuttosto che porsi domande sulla propria esistenza, trovano il tempo e la forza per alimentare e dare seguito a pregiudizi e rivendicazioni contro chi vive esattamente la stessa ‘misera e precaria’ realtà”.

* Mi riferisco alle opinioni che ho raccolto personalmente da persone birmane a Yangon e da blog e giornali in inglese di autori birmani.

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Cronache dall’Asia https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/#comments Fri, 03 May 2013 06:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14185 (Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall'Asia - Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant'anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un'esplosione di suono tramortisce l'aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all'apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l'aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall'ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

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(Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall’Asia – Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant’anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un’esplosione di suono tramortisce l’aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all’apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l’aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall’ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

Le strade sono bollenti perché invase di automobili. Nel 2012 si è aperto il mercato all’importazione di auto dall’estero, con possibilità di scegliere tra più brand a prezzi finalmente accessibili (molto più alti che da noi, ma molto più bassi rispetto a quelli in vigore durante la dittatura). Le strade non sono pronte ad accogliere così tanti automobilisti ed è un ingorgo continuo. Si suona il clacson all’impazzata, per esasperazione o per divertimento, non è chiaro. C’è dell’irrazionalità per il nostro osservare occidentale. Un taxista ha appena suonato il clacson in una strada risparmiata dal traffico e un metro dopo si è fermato per far scendere due donne davanti a un ospedale. A chi si rivolgeva con il suo clacson? Riparte all’impazzata, incurante del ragazzo che stava attraversando e che deve saltare in avanti per non essere investito.

In downtown, la zona più a sud della città, la più movimentata, multietnica e dissestata, è pieno zeppo di nuovissimi negozi di elettronica. Come in tutte le città asiatiche, anche Yangon si caratterizza per strade mono-merce, contro ogni logica concorrenziale in vigore da noi: hai bisogno di un timbro? Vai alla trentaduesima Strada, troverai circa quindici negozi che vendono gli stessi timbri. Hai bisogno di un produttore di audiovisivi? Vai alla trentacinquesima Strada e troverai una decina di case di produzione una di fianco all’altra. L’elettronica però ha violato ogni regola e si trova semplicemente dappertutto: in vendita cellulari, smartphone, computer, tablet, cover per cellulari, auricolari e tutti gli accessori che fino a un anno fa nessuno conosceva o immaginava, a meno che avesse avuto il privilegio di viaggiare. I marciapiedi sono occupati da scatoloni espositivi di lavatrici, frigoriferi, impianti hi-fi, condizionatori. Lo sfogo, innescato da decenni di consumismo e progresso tecnologico negati, si dichiara nell’occupazione dello spazio: auto, merci, suoni pervadono l’ambiente.

Siamo in Myanmar, una nazione del sud-est asiatico tra il Bangladesh, l’India, la Cina, il Laos e la Thailandia. Myanmar è una parola nata scritta, una parola rimasta letteraria fino al 1989, anno in cui è diventata colloquiale quando la giunta militare birmana ha deciso di adottarla per rinominare la Socialist Republic of the Union of Burma.

Due anni fa la giunta si è dissolta in altra forma. Questa metamorfosi ha spalancato le porte agli investitori stranieri e adesso il potere militare esercita la sua autorità in modo meno coercitivo, in particolare riguardo certi aspetti sensibili per l’opinione pubblica internazionale (occidentale).

Da circa un anno si parla di democratizzazione del paese, grazie a una serie di riforme intraprese dal Presidente U Thein Sein (ex generale), il rilascio di molti prigionieri politici e l’ingresso del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in Parlamento. Cos’è successo nelle vite delle persone?

Di questa apertura si può osservare il suo aspetto visibile nelle strade, nei negozi, nelle facciate delle case, nei gesti delle persone. Sugli autobus con il pavimento in legno e la strada che scorre sotto tra le assi squillano i telefoni e i ragazzi giocano a Angry Birds o  controllano Facebook.

Ma c’è un cambiamento in atto o no? Cosa sono questi cellulari infilati nel longyi insieme ai rotolini di banconote usurate? Sono il riscatto dopo tanta privazione, sono un mezzo di emancipazione, come intaccano la vita?

Secondo una giovane artista 25enne a cui ho fatto queste domande, il cellulare ha cambiato il 30%, anzi no, il 20% della sua vita. Non un granché e non sa o non vuole scendere in dettagli. Sì, è più facile contattarsi adesso. Ma se quindi dopo un anno di cellulare non c’è nulla da raccontare su questa rivoluzione tecnologica e relazionale, perché vengono spesi l’equivalente di tre (minimo) stipendi di un funzionario statale medio per avere il set di sim e telefono? Questa orgogliosa e coraggiosa ragazza, che ha deciso di vivere d’arte in un paese in cui non esistono l’ora di educazione artistica a scuola, né spazi espositivi, né un mercato dell’arte, mi racconta di come questa società sia profondamente divisa tra ricchi e poveri, di quanto sia ingiusta. Senza battere ciglio mi racconta di aver speso, un anno fa, 240.000 Kyats (circa 240 euro) per il suo cellulare. Un impiegato in un ufficio pubblico qui guadagna 60.000 Kyats al mese (circa 60 euro). Questi numeri non tornano e mi ricordo di aver letto in un articolo il timore che con la corsa alle nuove tecnologie inizi una più che florida stagione per gli usurai.

La rete GSM è stata introdotta in Myanmar alla fine degli anni ’90 e al tempo le sim venivano vendute a 3300 USD. Per molti anni possedere un telefono con sim era una forma di investimento, così come possedere un’auto: questi beni, inarrivabili per la maggior parte della popolazione, potevano essere affittati a chi ne avesse bisogno per brevi periodi, ad esempio stranieri o businessmen.

Nel 2012, i prezzi sono scesi a più riprese diversificando l’offerta. Le sim più economiche, da 200.000 Kyats (circa 200 euro), hanno una copertura di rete meno affidabile, in modo da mantenere comunque sim, creando così forte competizione tra gli acquirenti e mantenendo i prezzi a livelli esorbitanti.

Nonostante si parli di cifre al di sopra della portata di qualsiasi birmano medio, ogni volta si è andati in overbooking e molti sono rimasti esclusi dalla svendita. Per la fine di aprile di quest’anno sono state annunciate le prime sim a basso costo, sembra ne verranno vendute 350.000 a 1.500 Kyats (circa 1,50 euro). Fino a pochi mesi fa, domandando a un birmano se considerasse meglio comprare una sim da 200.000 Kyats o una sim da 1.500 Kyats, la risposta sarebbe stata: “preferisco la più costosa”, vittima dell’immaginario di status symbol costruito intorno alla sim per un decennio. Grazie all’incremento di informazioni in circolo sembra però che finalmente si sia diffusa l’idea che la sim non ha valore su nessun mercato estero ed è tempo anche in Myanmar di svalutarne la tecnologia.

Con questo calo dei prezzi in corso, non vale quindi più la pena investire su un cellualre. Con l’apertura dei confini agli investitori stranieri (attratti dall’esenzione dal pagamento delle tasse per cinque anni, oltre che dal bassissimo costo della manodopera e da un mercato tutto da fare e controllare), vale invece la pena investire in terreni e case. I ricchi birmani vanno oggi alla ricerca di vecchie case monofamiliari nei quartieri centrali della città: le case vengono sopravvalutate (i prezzi sono incrementati fino al 300%) perché al loro posto sorgeranno condomini con una ventina (o più) di appartamenti e uffici. La trasformazione è evidente, i cantieri sono numerosi in centro e i nuovi condo svettano tra le vecchie abitazioni.

I palazzi del centro di Yangon, nell’insieme un ibrido di stili delle diverse influenze straniere (inglesi, indiane, cinesi), hanno il fascino della vita e del tempo nelle loro forme, nei segni d’usura, nelle finestre irregolari. Dalle facciate bianche, ocra e turchesi spuntano i davanzali, ricchi di piante e panni stesi, teatro di momenti familiari all’ombra degli alberi che salgono dalla strada. Sembra che i cittadini di Yangon siano combattuti tra il desiderio di accedere a case più moderne e igieniche e la volontà di mantenere l’eredità architettonica del centro storico della città. Un gruppo di architetti ha fondato il Yangon Heritage Trust, il cui obiettivo è di sviluppare un piano urbanistico armonioso. Ma i nuovi condo sono già lì e offrono la sensazione di poter voltare pagina, di poter accedere finalmente al futuro, di abbandonare la fatiscenza degli anni di isolamento e raggiungere il resto del mondo. Sono già lì o in costruzione, dotati di maxi-schermi pronti ad accogliere, con i primi inquilini, spot pubblicitari di qualsiasi tenore (spicca in questi giorni il cartellone gigante di un water su uno dei principali svincoli di downtown).

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