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Le foto sono di Thomas Nadal Poletto. Qui la prima puntata.

Cronache dall’Asia – Ricomporre il prisma di buddhisti, musulmani e occidentali

Neanche l’altezza tiene lontani gli insetti e quassù al settimo piano non mancano formiche rosse né zanzare e questa sera è apparso un piccolo insetto nero, blatta-grillo, piccola blatta saltellante. Sotto l’influsso buddhista ho cercato di buttarlo fuori dalla mia stanza, ma al quarto o quinto tentativo fallito mi sono decisa a schiacciarlo con l’infradito in dotazione con la stanza.

“I miei amici birmani non hanno speso una sola parola di dispiacere per i tredici bambini morti bruciati nella moschea la scorsa settimana, ma sarebbero indignati a vedermi schiacciare una zanzara sul tavolo”, mi è stato riferito qualche afoso pomeriggio fa.

Per affrontare questo discorso serve una breve premessa.

Questa nazione chiamata oggi Myanmar (ufficialmente Republic of the Union of Myanmar) è un’invenzione del colonialismo britannico. In tre guerre a metà dell’Ottocento, l’impero britannico ha annesso una serie di territori su cui vivevano popolazioni diverse governate da diverse amministrazioni. Quando si è trattato di negoziare l’indipendenza nel 1947, il generale birmano Aung San ha messo d’accordo i diversi gruppi etnici siglando il Panglong Agreement e unendo tutti i territori in una sola nazione indipendente, chiamata Union of Burma.

Burma (il nome dato a questi territori dall’impero coloniale britannico), Birmania (la traduzione italiana) e Myanmar (il nome dato al paese dalla giunta militare) sono tre parole che fanno riferimento al gruppo etnico Bamar. Questo gruppo costituisce il 68% della popolazione, è per la maggioranza buddhista e si ritiene l’anima del paese. La giunta che ha detenuto il potere per cinquant’anni ha sempre cercato il vantaggio dell’élite Bamar.

A voler essere corretti, bisogna stare molto attenti a usare l’aggettivo birmano, perché in molti casi è improprio.

969 NLD Stickers

Parlare di birmani per tutta la popolazione del Myanmar è sbagliato. Quando si parla di burmese o birmani ci si riferisce ai Bamar, mentre gli Shan, i Chin, i Kachin, i Rakhine, i Kayah, i Kayin e i Mon preferiscono essere chiamati con il nome del loro gruppo etnico ed essere considerati cittadini del Myanmar, non birmani.

Girava voce tra i birmani, che durante il Thingyan, o Festa dell’Acqua, o Capodanno birmano, i musulmani avrebbero sostituito dell’acido all’acqua con cui normalmente ci si innaffia in questi giorni di festa.

A giugno del 2012 si sono verificati numerosi atti di violenza contro i Rohingya, un popolo stateless che vive sul territorio del Myanmar al confine con il Bangladesh. Sono generalmente identificati come musulmani e discendenti di immigrati dal Bangladesh. Durante gli scontri, sono morte molte persone (650 secondo la Burmese Rohingya Organisation UK e 78 secondo le autorità del Myanmar) e decine di migliaia sono dovute fuggire dalle loro case, spesso rase al suolo o bruciate, e dal loro lavoro.

Alla fine dello scorso mese di marzo a Meiktila, nel centro del paese, ci sono stati nuovi atti di violenza in cui hanno perso la vita circa 40 musulmani e migliaia hanno perso casa e lavoro. Reuters ha riportato che un monaco buddhista è stato aggredito mentre viaggiava in motorino e bruciato vivo da cinque musulmani. Le violenze si sono diffuse in altre città e sono state fermate grazie all’istituzione della legge marziale e del coprifuoco. Negli stessi giorni a Yangon è andata a fuoco una moschea che ospitava numerosi bambini. 13 sono morti tra le fiamme.

Dal punto di vista di molti birmani *, i musulmani in Myanmar non sono rispettosi delle regole che vigono nel paese che li ospita. Alcuni di loro sono di etnia Cinese Hui, altri sono Indiani e Pakistani, altri ancora sono Rohingya e infine ci sono i birmani musulmani, convertiti tra il IX e il XIV secolo dalla stessa ondata di commercianti Indiani e Arabi che ha diffuso l’Islam nel sud della Thailandia e in Malesia.

Molti birmani buddhisti sono allarmati (e alcuni lo sono sinceramente) perché credono che i musulmani abbiano in progetto di rovesciare la millenaria storia buddhista del loro popolo per trasformare il Myanmar in un paese musulmano.

Durante gli anni della dittatura, la giunta è ricorsa più e più volte alla provocazione di scontri interni al paese per giustificare la propria durezza e mantenere il potere. La popolazione musulmana, insieme ad altre, ha subito queste azioni. Azioni che, oltre alla distruzione, hanno diffuso forti pregiudizi, sempre pronti a essere sfruttati in caso di bisogno.

Ciò che i birmani buddhisti proprio sembrano non percepire è che, salvo i più sfortunati e stateless Rohingya, questi musulmani che temono sono cittadini del Myanmar come loro. Sembra insomma che l’ala conservatrice della giunta sia riuscita a mantenere, anche in tempi di auspicata democrazia, quello scontro tra genti che ha permesso loro di agire indisturbatamente e avidamente con le vite e risorse di queste terre.

Dal punto di vista di Patrick, Kachin, attivista per i diritti umani, la questione religiosa non è rilevante in Myanmar e se la situazione è più volte degenerata è a causa del mancato intervento delle forze dell’ordine. La ragione per cui la polizia è rimasta a guardare è che in questo paese non si rispettano le leggi che dovrebbero regolamentare la vita pubblica. L’attenzione internazionale sollevata dai fatti di violenza rischia di esasperare il conflitto, altrimenti non ritenuto cruciale. Ciò che deve essere affrontato e risolto è il nodo delle etnie: l’unica soluzione perché il Myanmar si trasformi gradualmente e pacificamente in un paese democratico è che venga organizzato come uno stato federale (previsto dal Panglong Agreement voluto da Aung San).

Dal punto di vista di Maung Zarni, illustre esule, attivista ed esperto birmano (attualmente insegna alla London School of Economics), in Myanmar stiamo assistendo all’azione congiunta di un movimento neo-nazista buddhista e dei militari birmani, “un’istituzione neo-fascista quando si tratta di questioni di ‘razza’ e religione”.

In effetti, a partire dagli scontri nel Rakhine State, l’odio e la frustrazione di molti birmani buddhisti si sono raccolti sempre più intorno al movimento 969 (fondato nel 2001). Questi tre numeri sono ricavati da alcuni fondamentali precetti buddhisti e, utilizzati per spargere propaganda anti-islam, costituiscono una pesantissima macchia nell’immagine pacifica e pacifista della religione buddhista.

Il leader di questo movimento è U Wira Thu, un monaco che viene chiamato “il monaco combattente” o “il Bin Laden buddhista” (sembra essere stato lui il primo ad assegnarsi questo nome).

Nel 2003 U Wira Thu è stato condannato a venticinque anni di prigione per aver istigato, nella sua città natale, le violenze in cui hanno perso la vita dieci musulmani. Nel 2009, grazie ad un’amnistia è tornato libero e ha iniziato a produrre e distribuire video in DVD e utilizzare i social media per diffondere le sue idee razziste.

Maung Zarni paragona la propaganda 969 a quella della Germania nazista perché diffonde la falsa suggestione che il buddhismo sia vittima di una congiura e contribuisce a diffondere un nazionalismo culturale ed economico esclusivamente buddhista e bamar.

 

Dal punto di vista di Soe Myint, capo redattore di Mizzima (testata fondata a New Delhi da tre esuli attivisti nel movimento pro-democrazia del 1988), condannare una fazione o un’altra non è la soluzione al problema e bisogna rimanere solidi nel puntare al vero obiettivo di questa fase di transizione, ovvero la riconciliazione nazionale (ovvero l’accordo tra le etnie). Non si devono accusare gli integralisti religiosi, né la polizia per non essere intervenuta a difendere i propri cittadini attaccati da altri cittadini, né Aung San Suu Kyi per essere rimasta in silenzio per settimane dopo i fatti di Meiktila.

Soe Myint aggiunge anche che la comunità internazionale dovrebbe intervenire per aiutare ad affrontare queste sfide (da sempre presenti in Myanmar), ma non dovrebbe invece chiedere alla gente del Myanmar di seguire quelli che vengono chiamati “standard universali” (sottintendendo, da un punto di vista occidentale).

Moschea Bogyoke Aung San

Dal mio punto di vista, credo che l’unico sforzo utile da parte mia sia quello di provare a individuare le diverse facce che compongono il prisma del conflitto birmano (e mi concedo l’utilizzo dell’aggettivo birmano, dato che i Bamar sono coinvolti -a mia conoscenza- in ogni conflitto).

Nel tentativo di penetrare una cultura estranea, come una di quelle presenti nel sud-est asiatico, mi trovo spesso sbalordita in una contraddizione: nei primi tempi sento la matrice comune umana come il legame più inequivocabile e forte, tra me e gli altri, ma più passa il tempo e più mi ambiento, più sono esterrefatta e scopro di essere culturalmente distante nelle pulsioni, nelle prospettive, nei desideri, nelle elaborazioni, nelle prospettive, nel quotidiano, nelle priorità.

Questo mio costante ondeggiare tra familiarità e assurdità mi porta alla mente uno scambio di commenti bruciante tra alcuni viaggiatori a Bangkok. Da una parte una coppia di cinquantenni, per la prima volta in Asia, raccontava al gruppo (che si era riunito nell’attesa di un autobus) di vedere davanti ai propri occhi un altro mondo, dove tutto girava in maniera diversa e aliena. Difficilissimo orientarsi. Dall’altra, una ventenne descriveva invece un mondo, almeno apparentemente, molto simile al nostro occidentale, con differenze nei dettagli, non nella struttura, da cogliere nel tempo e grazie all’osservazione.

Quello che talvolta travolge gli occidentali di passaggio, qua nel sud-est asiatico, è la scoperta che le persone che vivono qui vivono veramente la loro vita. Hanno vite umane, vite spese, vite che si dispiegano dalla mattina alla sera e oltre, nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura.

“Vivo a Yangon da ormai diversi anni e nonostante consideri questa la mia casa, mi ritrovo a confrontarmi continuamente con ragionamenti e comportamenti che non riesco tuttora ad accettare, perché espressione di una realtà impregnata di contraddizioni e apparentemente priva di logica”.

Anche questa testimonianza (ulteriore faccia del prisma) di una persona sinceramente attenta e dedita all’esplorazione e al confronto, mi pare aiuti a definire l’incontro vitale che scaturisce tra luoghi, storie e culture del mondo distanti. “Ciò che sconvolge è scoprire che nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura, gli orari di lavoro massacranti e i problemi di vita quotidiani condivisi, le persone conducano la propria vita come se niente fosse e, piuttosto che porsi domande sulla propria esistenza, trovano il tempo e la forza per alimentare e dare seguito a pregiudizi e rivendicazioni contro chi vive esattamente la stessa ‘misera e precaria’ realtà”.

* Mi riferisco alle opinioni che ho raccolto personalmente da persone birmane a Yangon e da blog e giornali in inglese di autori birmani.

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Autore

ilariabenini@minimaetmoralia.it

laria Benini lavora come ricercatrice indipendente a Yangon, Myanmar. Laureata in Sociologia della Comunicazione, sta svolgendo la fase di ricerca sul campo del progetto "Myanmar and Media. An Ethnographic and Visual Research about old media, new media and perception of change". In passato ha lavorato alla produzione di documentari (Sulle tracce del bianco, Il cotto e il crudo), video istituzionali e ha organizzato un festival di ascolto condiviso di audiodocumentari a Torino (Vedere voci). Realizza reportage fotografici dal sud-est asiatico e scrive articoli di approfondimento per China Files.

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