Domitilla Pirro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/domitilla-pirro/ un blog di approfondimento culturale Wed, 06 Apr 2022 12:34:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Domitilla Pirro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/domitilla-pirro/ 32 32 Esercizi d’altro stile – intervista a Francesca Di Martino https://minimaetmoralia.it/altro/esercizi-daltro-stile-intervista-a-francesca-di-martino/ https://minimaetmoralia.it/altro/esercizi-daltro-stile-intervista-a-francesca-di-martino/#respond Wed, 06 Apr 2022 12:34:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50267 Il quotidiano lavoro di privilegio in una realtà come quella di Fronte del Borgo, isola di gratuità nell’eccellenza holdeniana tale che a vantarsene si fa virtue signaling del genere più peloso e vieto (e a non citarla mai ci si chiede quanto castrarsi, quanto cattivismo simulare), pone spesso un tema ricorrente a chiunque lavori dentro […]

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Il quotidiano lavoro di privilegio in una realtà come quella di Fronte del Borgo, isola di gratuità nell’eccellenza holdeniana tale che a vantarsene si fa virtue signaling del genere più peloso e vieto (e a non citarla mai ci si chiede quanto castrarsi, quanto cattivismo simulare), pone spesso un tema ricorrente a chiunque lavori dentro o intorno alle aule: ha senso ragionare per target e generi, ancora? Come avvicinare la generazione… più liquida del tecnoliquido all’alfabetizzazione oltre le bolle sociali, oltre gli scollamenti di privilegio, appunto? Conversare con Francesca Di Martino è stato per me un input prezioso, in questo senso: chiarisce le idee e fornisce spunti insoliti. Vediamo quali. 

Casa editrice indipendente a target giovanissimo e rilancio visionario, coraggioso, continuo: qual è la storia di Edizioni Piuma? Quando nasce, perché e in che maniera?

Hai presente com’è fatta la piuma della Fenice? Nessuno l’ha mai vista per davvero, il mito vuole che questa magica creatura bruci e rinasca dalle sue ceneri. Beh, prendo in prestito questa metafora per raccontare come, nel 2019, la casa editrice ha cambiato radicalmente identità. Dopo una falsa partenza, ho preso in mano l’azienda come unico responsabile. Ricordo di essermi domandata allo specchio che tipo di editore volevo diventare un giorno e la risposta era stata: un buon editore. Desiderio che si è tradotto in un lavoro lento, accurato e appassionato, ma soprattutto strutturato, che passava anche dal rispettare la creatività degli autori, oltre alla ricerca di contenuti di qualità da proporre al giovane pubblico, al quale avevo deciso di rivolgermi. Tra un cappuccino e una brioche al bar, mentre spiegavo ai futuri collaboratori il lavoro, era saltata fuori la frase: “Leggere è un’avventura a colori”. Ma certo!, dissi. Era esattamente l’idea che avevo in testa, tanto da diventare in seguito il motto ufficiale di Piuma. I colori sono diversi, ma si possono abbinare, si mettono insieme per creare nuove tonalità ed emozioni. Così i libri. Ogni storia è un mondo a sé stante da far arrivare al lettore nel migliore dei modi, con professionalità e qualità. Il mio grande amore per la letteratura fantascientifica, poi, mi ha portata a pubblicare una collana per ragazzi dedicata alla distopia. Volevo far conoscere loro un genere che riesce a tradurre ansie e domande attraverso la metafora, un filtro utile per questa generazione che sta affrontando catastrofi climatiche, pandemie e recrudescenze di comportamenti sociali. C’è molto lavoro da fare. Cerco di tenere le antenne ben sintonizzate, rispetto al continuo cambiamento della società, senza però mai dimenticare l’identità della casa editrice.

(Also, but on a separate note. Qual è il tuo percorso, prima di Piuma, e come ci sei arrivata?)

Facciamo un bel rewind. Mi trovavo all’Accademia di Belle Arti di Urbino, e mentre discutevo la tesi di laurea, proprio davanti alla commissione, pensai che non sarei mai diventata una buona scenografa. Avevo bisogno di studiare ancora su cosa significasse per me raccontare una storia, perché il mio chiodo fisso erano i libri, l’arte e Corto Maltese. Ho avuto la fortuna di frequentare la Scuola Holden, ai suoi inizi, ed è stata un’esperienza indimenticabile che mi ha portata a lavorare nel campo della televisione come autore televisivo per diversi anni. Poi ho iniziato il mestiere più bello di tutti, quello di mamma, e sono tornata a disegnare come illustratrice. Ma i tarli in testa sono tanti e lavorano incessantemente. In realtà cercavo più che altro di sperimentare, così ho iniziato a sviluppare delle app per bambini, un’opportunità per toccare con mano la trasformazione epocale della società dall’analogico al digitale. Durante quel periodo, Piuma era ancora una realtà artigianale. Un’estate, durante l’incontro con un artista palermitano, avevo scoperto dentro un cassetto delle tavole meravigliose sulla storia di Pinocchio. Beh, dissi, bisogna farne subito qualcosa. Da lì è partito il progetto di un’app per bambini e poi un picture book. Quell’estate avevo capito quanto volessi fare davvero il mestiere di editore.

Qual è la difficoltà più grande che incontri nel tuo lavoro, e quali le criticità più generiche che secondo la tua esperienza danneggiano il settore? 

Grazie di aver posto questa domanda. Prima di tutto rappresento una casa editrice indipendente, e questo significa che Edizioni Piuma non fa parte di gruppi editoriali e all’anno pubblica pochi titoli. Il tipo di categoria impone ogni giorno un lavoro enorme per cercare di arrivare ai lettori, costantemente bombardati dalle novità. Per me, la prima difficoltà sta nella velocità. L’editore in genere ha una finestra temporale risicata per valorizzare le proprie offerte. C’è poco tempo, un anno circa, per far conoscere il libro al pubblico, sempre più stimolato dai social e dagli influencer. Sembra tanto un anno, ma non è così. I romanzi devono essere letti e digeriti per poi girare con il famoso tam tam. Il libro non ha una data di scadenza, ci vuole la storia giusta al momento giusto. Poi mi piacerebbe riscontrare maggiore attenzione da parte di chi recensisce libri nei riguardi dell’editore. È importante per me distinguerlo bene dagli editori a pagamento e dal self-publishing. Tante volte ho letto di recensioni di self-publishing con la dicitura: Editore indipendente. Niente di più fuorviante. Un editore indipendente si assume il rischio d’impresa, mette su una squadra, tra editor, grafico, correttore di bozze, ufficio stampa e traduttore (quando occorre), per produrre il libro e dare dignità alla storia che prenderà in mano il lettore. La filiera dell’editoria, come tutte le filiere, si sta rinnovando per aderire meglio ai cambiamenti tecnologici e sociali, come ad esempio il trend dell’acquisto online dei libri o l’esplosione di altri formati, tra ebook e audiolibro. I mercati sono aumentati e oggi la narrazione è diventata davvero trans-mediale, penso sia una bella opportunità. Per esempio ho pubblicato “Salis e l’equilibrio dei Regni” di Daniela Morelli, contenuto che è nato come un’app, poi un’opera teatrale, un romanzo e un audiolibro. Molto lavoro poi spetta all’opera dei librai, sono loro in prima linea a indirizzare le richieste dei lettori verso la scoperta di nuove letture. Ci sarebbero molti ragionamenti da fare sul libro di carta e sulla sua longevità, magari una volta ci prendiamo un caffè e ne parliamo ancora.

Comunicazione inclusiva, quanto ci costa! Voi di Piuma con che accezione leggete l’espressione e la mettete eventualmente in pratica, ora che “non si può più dire niente”? (E, a titolo puramente personale: è proprio vero che “non si può”?)

Comunicazione inclusiva… Oggi dovrebbe essere un tema talmente dato per scontato da non avere bisogno di tirarlo fuori. Insomma, se davvero si lavorasse dal punto di vista politico, scolastico e sociale a una formazione di qualità, che possa raggiungere tutti e non solo i più fortunati, quelli che possono studiare, probabilmente sarebbe più facile abbattere i muri. Se cresco un bambino abituato a riconoscere la società nella sua complessità, perché qualcuno ne ha parlato, raccontato o scritto, forse il bambino non sentirebbe  più l’esigenza di denigrare il prossimo solo perché ha un modello di riferimento diverso dal suo. Se la società percorre la comunicazione della propria identità seguendo un flusso unico, dove si consolidano le voci in messaggi piatti sempre uguali, forse è il tipo di terreno in cui si perdono le opportunità di crescita. Se ci si apre verso “gli altri” si possono scoprire punti di vista diversi e nuove soluzioni per risolvere diversi problemi. Nel nostro piccolo, Edizioni Piuma ha iniziato un esperimento rivolto ai ragazzi stranieri che frequentano le scuole medie, che non hanno ancora padronanza della lingua italiana, per aprire più velocemente dialoghi con gli altri ed evitare ghettizzazioni.

Come accade in via periodica, torniamo collettivamente a interrogarci (e terrorizzarci) in merito al modo più efficace di proteggere i mini-umani dai consumi culturali che dovrebbero intrattenerli. Lo facciamo spesso in seguito a grosse ondate di indignazione male indirizzata e lasciamo che siano grandi penne a ragionarci su (qui, per esempio, la sempre ottima Lipperini elabora intorno alla psicosi Squid Game). Ma insomma: cosa devono fare, secondo te, le storie? Davvero devono limitarsi a essere edificanti e rassicuranti?

C’è un periodo in cui sono mamma e papà a leggere ad alta voce al proprio pargolo, quello è il momento in cui si forma il futuro lettore. Poi a me piace pensare che a un certo punto della crescita sia il bambino a scegliere le proprie storie in piena autonomia. Detto questo, io sono convinta che più si formi un buon lettore meno corra il rischio di trovare contenuti che lasciano il tempo che trovano. Se mettiamo a disposizione storie dove l’odore della realtà è edulcorato da messaggi che impigriscono la capacità critica allora abbiamo perso il treno. Se ci pensi bene tutta la tecnologia sta andando verso quella direzione, si riduce sempre di più la capacità di analizzare e scegliere, orientarsi. Il fatto di avere la pappa pronta non aiuta a crescere.

Età di letture consigliate, target e quant’altro: che ne pensi (cfr. Sergio Ruzzier qui)?

Una cosa che mi sta a cuore è cercare prima di tutto dei libri belli, interessanti e che siano scritti bene, per cui non mi preoccupo subito del target, perché ritengo che se il libro è buono piace sia a un adulto che a un bambino. Dopodiché ci sono delle considerazioni da fare. Una storia rivolta al pubblico giovane deve seguire degli accorgimenti importanti affinché i contenuti siano ben comunicati per l’età di riferimento. Un libro illustrato, pensato per i bambini molto piccoli, deve avere delle immagini più corrette per il target, colori piatti e forme più semplici per i piccolini. La percezione di un bambino di tre anni è ben diversa da quella di un bambino che ne ha otto. Il libro di grande formato diventa un’avventura da sfogliare. Un cartonato con le pagine arrotondate è più indicato per bambini davvero piccoli, perché si mettono il libro in bocca e anche i colori non devono essere tossici. Poi c’è la narrativa illustrata dove il testo ha una grandezza diversa rispetto a un romanzo per grandi. Il font deve essere leggibile, e in un prescolare dovrebbe avere i caratteri in maiuscolo, perché a scuola s’impara a riconoscere le lettere dell’alfabeto in maiuscolo. La cosa più importante è il contenuto. Si può raccontare di tutto ai bambini, ma con i giusti termini e nel modo più sincero, i ragazzi sono molto intelligenti e non si dovrebbero mai trattare come lettori di bocca buona e accontentarli grossolanamente. Munari, Lionni, Rodari hanno davvero insegnato molto a riguardo.

Il catalogo di Piuma non va in direzioni prevedibili, ultimamente. Cos’è e come nasce la nuova collana AKAbook, e perché è — non dirlo tu, lo dico io — un’idea-capolavoro?

Urca, andiamoci piano! Akabook è una collana che pensavo già da qualche anno. L’idea è quella di pubblicare storie accessibili per ragazzi stranieri di prima e seconda generazione che frequentano scuole Secondarie di Primo grado, per imparare in modo divertente la lingua italiana attraverso contenuti adatti alla loro età. Ho coinvolto l’autrice Benedetta Frezzotti che ha risposto con entusiasmo alla proposta sperimentale. Insieme all’apporto di alcuni linguisti, lei ha scritto una storia seguendo un metodo particolare, è stata attenta a comporre frasi brevi, con tempi verbali il più possibile al presente, usando parole semplici e di uso comune, considerando di volta in volta frasi idiomatiche, modi di dire che a noi possono sembrare banali ma a un individuo arrivato da un altro paese un po’ meno. Il design della pagina è stato sviluppato rispondendo alle esigenze del lettore che non doveva distrarsi troppo dalla narrazione. Così dopo un percorso lungo più di un anno è arrivato in libreria “S.O.N.O.” un romanzo che in realtà va bene a tutti, ma proprio a tutti! Ci tengo anche a dire che è un ebook accessibile a layout fluido, disponibile nel circuito di Mlol delle biblioteche, in modo che si possa prendere in prestito senza far gravare l’acquisto sulle famiglie.

Parlami di S.O.N.O. di Benedetta Frezzotti, il primo libro di AKAbook! Che libro è? E che libri dovranno essere quelli che gli faranno compagnia in collana?

“S.O.N.O.” è la storia al fulmicotone di un ragazzo che ha problemi di socializzazione a scuola. Si chiama Somchai e arriva dalla Thailandia, non ha amici e si rifugia nei videogame. Qualcosa però di strano accade in città. Iniziano a sparire dei ragazzi, proprio come il nostro protagonista. Sulle sue tracce si mette un gruppo di detective sui generis: il compagno di classe Mohamed, l’amico Omar e l’anziana vicina di Aicha. Da solo, però, il trio non basta a risolvere il mistero della sua scomparsa. Per salvare Somchai e gli altri, servirà anche l’aiuto di Himani, una giovane modellatrice 3d, appassionata di fumetti, complice involontaria del misterioso rapitore…. La tensione aumenta fino a quando si scopre qualcosa di davvero pericoloso. Ma non faccio spoiler. 

Riguardo alle prossime storie, stiamo cercando nuovi romanzi, l’unica difficoltà è quella di fare un esercizio di stile nel cercare di seguire i parametri per rendere la lettura alla portata dei nostri lettori.

Grazie di cuore. Possiamo solo augurare al progetto vita lunghissima e un’indie-pendenza autentica, duratura. Sarà che, da mini-umani, da creature in formazione, pare sempre che con le piume, quelle d’oca almeno, si possano raccontare storie indimenticabili; con quelle di fenice, posto che sia davvero un animale diversamente esistente, probabilmente la parabola di rinascita è inclusa nell’arco di trasformazione dei personaggi. E non è poco.

 

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Questioni di un certo peso – intervista a Costanza Rizzacasa D’Orsogna https://minimaetmoralia.it/interviste/questioni-di-un-certo-peso-intervista-a-costanza-rizzacasa-dorsogna/ https://minimaetmoralia.it/interviste/questioni-di-un-certo-peso-intervista-a-costanza-rizzacasa-dorsogna/#respond Tue, 30 Nov 2021 08:52:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49625 Tenetevi forte. No, reggetevi a qualcosa. Sono giorni di scarpette rosse e polemicotti, questi, vezzeggiativi e dispregiativi e accrescitivi e pink washing e una polarizzazione spietata, e in mezzo c’è una galassia di creature in esasperazione che alla retorica intorno alla giornata mondiale contro la violenza di genere non credono più: non ha senso credervi, […]

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Tenetevi forte. No, reggetevi a qualcosa. Sono giorni di scarpette rosse e polemicotti, questi, vezzeggiativi e dispregiativi e accrescitivi e pink washing e una polarizzazione spietata, e in mezzo c’è una galassia di creature in esasperazione che alla retorica intorno alla giornata mondiale contro la violenza di genere non credono più: non ha senso credervi, forse, nel Paese in cui, appena un mese fa, un bel pezzo di Senato esulta in corrispondenza della tagliola che arena le Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Il disegno di legge Zan, naturalmente.

Quale momento migliore per cannibalizzare, è il caso di dirlo, i temi del momento mostrando pessimo gusto e/o tempismo? Per questo ho pensato di farmi finalmente i fattacci dell’autrice e saggista Costanza Rizzacasa d’Orsogna: sulle questioni di un certo peso c’intendiamo, pun intended. Quindi: torniamo al peso, e allo spazio che occupa nel mondo. Torniamo alla centralità del corpo. 

Corpo e corpi: a un livello da uno a dieci, quanto ti sei stufata di parlarne, e perché sei al livello undici?

Non credo che scriverò un altro romanzo sul corpo, se è questo che intendi. Ma non mi sono stufata di fare del corpo letteratura. Trovo che ce ne sia poca. E paradossalmente, scrivendo del corpo, e quindi anche del mio corpo, l’ho esorcizzato, me ne sono liberata. Sul fronte giornalistico, okay, mi sono stufata, ma perché ho sempre amato spaziare e scrivere di tutto, e detesto essere incasellata. Non sono un medico, non sono un’attivista, non sono la portavoce di niente: sono una scrittrice. Soprattutto, occuparmi di questi temi in modo giornalistico non era mai stata una mia vera scelta. Sembra una battuta, ma io avevo solo scritto un romanzo. Anche se ammetto di aver contribuito all’equivoco.

Te la sei cercata, direbbe qualcheduno. (Scherzo.) (No.) Che vuoi dire?

Un giorno, mentre scrivevo Non superare le dosi consigliate, ho ingenuamente raccontato su Twitter, dove sono molto seguita, un episodio di fat shaming di cui ero stata vittima. Divenne virale, e il Corriere della Sera, per cui lavoro, mi chiese di scrivere sul tema un pezzo autobiografico. Con il mio editore valutammo a lungo se fosse il caso di farlo, temendo che, quando poi il romanzo fosse uscito, quel pezzo ne avrebbe stravolto la percezione, che tutti avrebbero pensato che fosse un libro autobiografico sulla grassezza. Ci convincemmo che non sarebbe successo, perché il romanzo era altro. Invece purtroppo è andata proprio così, e a complicare le cose, da quel pezzo autobiografico, letto da decine di migliaia di persone, è nata una rubrica di informazione e sensibilizzazione. Un faro, insomma, su di me che poi è stato usato per leggere il romanzo, o meglio, per etichettarlo — perché tanti non l’hanno proprio letto, presumendo che fosse quello che non era, cioè un memoir sull’obesità come Fame di Roxane Gay. Certo, questo clamore ha fatto bene alle vendite. Il romanzo, quando è uscito, è andato esaurito in pochi giorni. Ma ciò che ne è seguito, la percezione, ha fatto male a me come scrittrice e quindi come persona. Molte scrittrici hanno amato e lodato il romanzo, da Silvia Ballestra a Teresa Ciabatti, da Loredana Lipperini ad Annalena Benini. Ma io lo avevo fatto leggere anche a vari scrittori maschi, e tutti hanno detto di esserne rimasti estremamente colpiti, ma lo hanno fatto in privato, come se si vergognassero di ammetterlo. Perché la percezione comune era che trattasse di temi bassi e triviali, che non fosse neanche un romanzo, ma una specie di manuale-memoir. Altre, e altri, proprio per quella percezione sbagliata non hanno neanche voluto leggerlo.

C’è pure chi ha colto, però. 

Simonetta Sciandivasci, sul Foglio, aveva inquadrato benissimo quello che è accaduto: «Di certo, il suo libro è stato accolto, amato, consigliato», ha scritto, «ma è stato anche rimpicciolito e spostato. Un grande romanzo sul vergognarsi, sul mentire, sul mutilarsi è stato inteso come il diario di una donna con “un corpo non conforme”, un’autofiction della quale giornali e trasmissioni televisive hanno voluto la voce narrante, hanno voluto lei, che da scrittrice e giornalista si è ritrovata investita del ruolo di esperta, consulente, aiutante, amica, motivatrice».

Per quale meccanismo, secondo te? Perché è successo, se hai avuto modo di ricostruirlo?

Purtroppo è il destino di chi scrive, specie se donna. Essere ridotta, incasellata. Un’altra etichetta, nel piccolo mondo letterario italiano, per esempio, è che una giornalista non possa scrivere un grande romanzo. Se sei una giornalista, giornalista devi restare, fino alla morte. Mi fa sempre sorridere, a questo proposito, quando chi legge un’intervista pensa che essa sia una mera trascrizione, fa i complimenti all’intervistato e mai al giornalista che l’ha scritta. Ma l’intervista è un genere letterario.

Qui però ci tengo a trascriverti alla lettera, sai? Voglio dire: trovo sia un gran privilegio avere un dialogo con chi ha accettato di dire la sua e dirla tutta, una buona volta. Qualunque forma di interpretazione o riassunto o parafrasi del tuo pensiero sarebbe a mio giudizio l’ennesimo tentativo di reductio. E sì che sei abituata alle formulette, ormai. Come sei messa a… gatti, per dire?

Quando ho scritto il primo volume della favola sulla disabilità ispirata al mio gatto Milo (Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare, Guanda 2018), nonostante avessi contemporaneamente curato il libro di Stefano Cagliari su suo padre Gabriele, l’ex presidente dell’Eni suicida a San Vittore negli anni di Mani Pulite, un conduttore tv mi apostrofò: «Quella che scrive di gatti». Allo stesso modo oggi, per alcuni, sono quella che scrive di body positivity, movimento che contemporaneamente esplodeva nel nostro Paese. Anche se non ne ho mai scritto, se è un’espressione che detesto, e soprattutto se è quanto di più lontano possa esserci dal mio romanzo. Che è un romanzo sulle dipendenze, sul perfezionismo e sul dolore. Molto più vicino, come ha notato anche Teresa Ciabatti in una bellissima recensione, alla Ottessa Moshfegh de Il mio anno di riposo e oblio che alla Roxane Gay di Fame, con cui non ho in comune neanche una certa aggressività e rivendicazione. Detto questo, tutto può essere oggetto di romanzo, di letteratura, e se io avessi voluto scrivere un romanzo sul body shaming l’avrei fatto. Solo che non mi interessava minimamente. Io racconto di un tempo in cui queste parole non esistevano, in cui, specie al Centro Sud, non si parlava neanche di anoressia, figuriamoci di bulimia o di binge eating. Un tempo in cui lo psicologo era il medico dei pazzi, e chi soffriva di disturbi alimentari, altra espressione che non c’era, li nascondeva, pena finire in manicomio. In particolare le donne: non perché gli uomini non soffrano di disturbi alimentari, anzi. Ma perché nelle donne, come anche la vita di Alda Merini insegna, qualsiasi disagio poteva essere strumentalizzato per rinchiuderle.

Io so solo che per le prime, che dire?, quindici presentazioni di Chilografia — onore grandissimo e privilegio, si badi — una delle immancabili domande ricorsive è stata “Quanto c’è di tuo qui dentro? È la tua storia personale?”. Pensa che una volta, al Salone, due persone che a fine evento notarono la mia famiglia in sala — famiglia cara e sghemba, certo, come tutte, ma palesemente distante da quella di Palla per composizione quantitativa e qualitativa, volendo usare un eufemismo — mi fermarono per notare con sollievo: “Sono i tuoi, questi? Oddio che bello, ma allora questo non è un libro autobiografico!”. Lì per lì l’ho presa a ridere. Però è diventato straniante, il concetto, dopo un po’. Soprattutto perché, ecco: giuro solennemente di non aver mai mangiato nessuno. Per ora, almeno. 

Il fatto è che, soprattutto se sei donna, la prima domanda che ti fanno quando scrivi un romanzo, specie su un tema, diciamo così, scottante, è: “Quanto c’è di vero?” Dopodiché, apriti cielo. Si chiede a una donna quanto ci sia di vero nel suo romanzo per sminuirla. Per dire che ha scritto il suo diario. Se una donna scrive “di sé”, la reazione è: “Ah, vabbè, ma che ci vuole, ha scritto solo il suo diario”. Se è un uomo, invece, a scrivere “di sé” — pensiamo a L’uomo che trema di Andrea Pomella o a Febbre di Jonathan Bazzi — allora “Wow, un uomo che si mette a nudo, che si mette in gioco”. Il denudarsi maschile – vero o presunto – è alta letteratura, quello femminile è immediatamente svilito, biasimato, ridotto. Che poi, tutti questi che straparlano di grandi romanzi d’invenzione, che ne sanno che anche i grandi romanzieri dell’Ottocento non traessero tutto dal loro privato?

Non ci avevo mai pensato in questi termini, devo dire. Non ne farei una questione di genere. Di pruriginosità, forse. Sarò ingenua io. Però i testi che citi sono autofiction esplicita, memoir e “leggenda personale del’autore”, cito a memoria il Corriere: noi invece abbiamo scritto un mucchio di balle, questa è la verità. (E questa è la fiction.)

Fiction pura o fiction parziale, il mio romanzo si è invece scontrato con attiviste e sedicenti tali della body positivity — in certi casi solo venditrici di prodotti con slogan faciloni di derivazione #metoo. «Questo libro non va bene», dicevano. «Non fa gioco al movimento. Parla di dolore, mentre noi grasse dobbiamo mostrarci forti e aggressive». Una visione miope, un atteggiamento di chiusura che mi ha scioccata. 

Pensa che reazioni si porta appresso, nel bene e nel male, una cicciona cannibale… Bisognerà pur scindere la narrazione dal personal branding, a un certo punto di questi anni Venti partiti malissimo.

Ecco. Peraltro, il dolore, qualsiasi dolore, è parte del percorso. Se non ammetti l’esistenza del dolore, qualsiasi percorso sarà falso.

Certo. “La felicità non fa letteratura”, lezione uno di qualsiasi corso di narrazione che aspiri a essere tale. Però, senza girarci intorno, ora vorrei strizzare un po’ di più il tuo rapporto con la storia di Matilde. Scrivere a tesi è uno dei più limitanti paletti creativi che mi vengano in mente. E non uno di quelli stimolanti, da sfida formale: proprio una recinzione, un muro invalicabile. Peggio: fuor di metafora, un capestro. Cosa volevi fare, quindi, se quando lavoravi a Non superare le dosi consigliate non volevi parlare di body-alcunché?

Volevo scrivere un romanzo, e così è stato. E penso che chi si prenda la briga di leggere il mio libro — con i suoi continui sbalzi temporali, ripetizioni continue, bugie, stream of consciousness, il tentativo, cioè, di riprodurre stilisticamente il vortice in cui cade chi soffre di un disturbo alimentare — lo capisca. La ricerca stilistica del libro è stata fortissima, tanto importante quanto il contenuto. Non superare le dosi consigliate è inequivocabilmente un romanzo. Che importa che alcune di quelle cose siano accadute a me, o meglio, anche a me, visto che di disturbi alimentari e di dipendenze soffrono centinaia di milioni di persone nel mondo? Che importa che io e la mia protagonista, Matilde, siamo vicine nell’infanzia, nel rapporto con la madre da bambine? Che importa che le abbia prestato il mio peso? Niente di ciò che ricordiamo è esattamente come lo ricordiamo: è solo la nostra versione, spesso parziale. In un certo senso, ogni volta che raccontiamo un ricordo stiamo già “romanzando”. C’è una frase di Bacone che mi ha accompagnata nella stesura del romanzo. Fa più o meno così: «Io non voglio che la mia pittura sia realistica, che faccia del realismo. Io voglio che essa SIA la realtà», cioè che sia essa stessa la realtà. Queste due riflessioni, la mia, la sua, non sono in contraddizione.

Ecco. Ogni volta che mi è capitato di confessare, sia per la storia di Palla che per Nati Nuovi, quante e quali persone in carne e ossa abbiano inconsapevolmente fatto da calco collettivo per i personaggi, m’è anche tornata in mente a ondate la riflessione di Capote in merito al suo saccheggio di realtà: “Cosa pensavano, che fossi lì solo per divertirli? Che non avrei detto niente?”. Cito impropriamente e a memoria, ma è un po’ lo stesso pacato ammonimento di Milosz: “Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita”. Anche perché parlare di sé è noioso, dopo un po’, pure per le persone più egoriferite tra noi — e nella categoria c’è compagnia. A proposito, ecco. Dimmi di te, che siamo qua apposta: oggi come la rileggi, la faccenda? Hai fatto pace con Matilde (e un po’ anche con te)?

Avevo tante speranze per questo romanzo, una grandissima ansia di vederlo riconosciuto come opera letteraria, di essere riconosciuta come una grande scrittrice. Colpa anche di un maledetto perfezionismo, un altro dei temi del romanzo, dell’ossessione di piacere a tutti che nasce da una profonda insicurezza.

A proposito di egomania, qua la faccio dire proprio a Palla: “Le bambine grasse faticano un sacco a fare dio”. Siamo da quelle parti?

Che ti devo dire? È andata come andata. E ovviamente non rinnego nulla: ciascuno di noi deve prendersi le proprie responsabilità. Io ho preso quello che è venuto, cioè tenere la prima rubrica in Italia sui disturbi alimentari e sul fat shaming su un giornale generalista (anyBody, sul settimanale 7), voluta con grande saggezza da Barbara Stefanelli, che ringrazio, con molta serietà e con la secchionaggine che mi distingue. E dopo due anni e mezzo di lavoro giornalistico di informazione e sensibilizzazione attraverso editoriali e rubriche, di interviste e di interventi tv, mi piacerebbe che del corpo si parlasse in modo più consapevole e meno cliché. Invece vedo ancora moltissimi parlare di fat shaming come di “vergogna delle persone grasse” anziché di discriminazione delle persone grasse, e confondere i disturbi alimentari con le loro conseguenze, ad esempio il binge eating disorder, cioè le abbuffate incontrollate, con l’obesità.

Fino a ritagliarti un ruolo molto, molto specifico.

Da quando tengo sul settimanale F una rubrica delle lettere (AntiCorpi) devo dirti che ho trovato un certo equilibrio. Anche se avevo grandi ambizioni per Non superare e considero quanto accaduto una falsa partenza, non mi dispiace, giornalisticamente, il ruolo di agony aunt

Concetto fascinoso, responsabilità da far tremare i polsi…

Sì. È un grande regalo che decine di persone ti scrivano ogni settimana aprendoti il loro cuore e raccontandoti la loro storia perché tu per prima hai avuto il coraggio di raccontare la tua. Un regalo e, per le persone perfezioniste come me, anche una grande responsabilità. Dopotutto, raccontare storie è il lavoro del giornalista e del narratore. Eccomi: sono qui per raccontare una storia. Proprio ieri ho ricevuto una lettera da una ragazza di 14 anni di un liceo scientifico di Palermo: ottanta ragazzi che hanno letto, analizzato e sviscerato il mio romanzo. E quando leggo cose come «Cara Costanza, con le tue parole hai aiutato e stai aiutando moltissime persone a liberarsi delle proprie catene», non posso che esserne felice. Non posso che pensare che forse quell’equivoco, se per certi versi mi ha danneggiata, per altri mi ha resa una persona migliore, in grado di aiutare gli altri.

Hai detto niente.

Poi, certo, mi irrita quando, anche con una certa superficialità visto che in copertina c’è scritto “romanzo”, il mio romanzo viene definito un’autobiografia. Mi irrita e poi a volte mi diverte, perché solo io conosco la verità. Come ha osservato Annalena Benini, che ha scritto che al mio romanzo ha creduto fin dalla prima pagina, è «un romanzo che sembra un memoir (o è il contrario?)».

E meno male che c’era scritto in copertina, romanzo. Le parole, come diceva Nanni, sono importanti: passiamo quindi a quelle, ma soprattutto alle parolacce. Body positivity, per esempio, concetto su cui ti arrovellavi prima: che posizione hai in merito? Io, te lo dico, ho… l’orticaria. Ma vorrei tanto ragionare con te sul perché. Ancora: grassofobia è davvero un concetto che meritava d’essere isolato? Non bastava stronzaggine, o al più discriminazione? (Scherzo. Ma solo un po’.)

In realtà sì, lo meritava. Moltissimi studi ci dicono che nell’era dell’ossessione estetica, dei filtri di Instagram sempre più deformanti, la grassezza è il difetto meno perdonato. In 13 anni, secondo uno studio di Harvard, il pregiudizio nei confronti delle persone grasse è aumentato — l’unico, mentre altri pregiudizi sono diminuiti o rimasti uguali — del 40%. Quindi giornalisticamente era giusto occuparsi di questi temi. La body positivity — che in Italia spesso chiamano “il body positive” (orticaria), non sapendo che body positive è un aggettivo — era nata molti anni fa come movimento d’inclusione (altra parola che detesto) importante. Purtroppo, nel nostro Paese, la discussione sulla body positivity è stata strumentalizzata e svilita da influencer dai corpi quasi perfetti che, poiché l’espressione andava di moda, se ne sono appropriate. Da riviste che hanno messo in copertina una donna bellissima come Vanessa Incontrada spacciandola per un corpo non conforme. E poi i brufoli, i capelli: tutto è diventato body positivity. Così chi leggeva ha iniziato a non capirci più niente. Il messaggio, importante, non è arrivato: è sembrata una lagna sul nulla. E purtroppo oggi tutto si ripete con i disturbi alimentari, che con l’isolamento da Covid hanno registrato un’impennata. Oggi si parla tanto di disturbi alimentari, e finalmente, perché prima non se ne parlava affatto, o se ne parlava nel modo sbagliato. Ma questo fa sì che se da un lato chi ne ha sofferto e ne soffre davvero sia più propenso ad aprirsi e a parlarne perché c’è meno stigma, dall’altro frotte di persone che non sanno nulla di disturbi alimentari non solo ne parlano ma addirittura se li intestano, perché è “di moda”. Ed è scioccante per chi ha vissuto quell’incubo — ed è un incubo, perché di disturbi alimentari si può morire, e spesso te li porti dietro per tutta la vita — che qualcuno, pur non soffrendone, voglia intestarseli, è una sorta di sindrome di Munchausen.

Persone che diventano personaggi, dunque: un esperimento sociale affascinante. Con buona pace pirandelliana. Qual è il confine tra fiction/autofiction e… fanservice, in certi casi? Vero che è labile? Voglio dire: anche tu ne hai abbastanza di sentirti un jukebox, quanto a determinati temi, e rivendichi ora per la tua scrittura la possibilità di esplorare altri mondi, personaggi, storie?

Ho imparato sulla mia pelle quanto l’autofiction possa essere una prigione. Il mio background, in realtà, è la letteratura americana. Questo ho studiato (come parte del curriculum di scrittura creativa della Columbia University), di questo mi occupo sulla Lettura del Corriere della Sera e su questo sto scrivendo un saggio che uscirà nei prossimi mesi per Laterza. Prima del nuovo romanzo per Guanda, che uscirà nel 2023, dove l’unica cosa in comune con me è una circostanza esterna: un luogo. Sarà un bel banco di prova.

“L’unica cosa in comune con me”, dici. Liberatorio e formidabile; non so quanto frequente, oggi, però.

Attraversiamo, anche nella letteratura, tempi di grande contraddizione: mi sconvolge lo scarso valore che oggi viene attribuito al romanzo. E certo, il romanzo viene dato per morto da decenni quando invece è vivo e vegeto, ma oggi ancora di più, perché la scala dei valori si è ribaltata. È come se, se non è accaduto a te, se non è accaduto esattamente come lo racconti, non ha valore. Giorni fa, su Twitter, che come tutti i social media contribuisce alla moderna ossessione da confessione, ho letto una serie di post: «Non chiamate il mio libro un romanzo, ci ho messo molto impegno a scriverlo». Come se. Oppure, «Non chiamate il mio libro un romanzo, quella sofferenza io l’ho vissuta». Vedo case editrici appiattirsi sulla nonfiction, case di produzione cinematografica appiattirsi sulla docufiction. Tutto questo mi preoccupa, dovrebbe preoccuparci, credo.

Trovo ancor più affascinante, invece, la collisione e l’implosione dei confini tra i generi. Che saltino le etichette, tutte, à la slipstream. Che resti saldo un unico perno: la coerenza narrativa delle balle strutturate che raccontiamo in varia forma. L’urgenza narrativa, chimera e totem e spauracchio. L’aderenza, anche, all’intenzione originaria di chi ha scritto. Ti chiedo da ultimo: cosa rappresenta ora, nel bene e nel male, l’adattamento teatrale di questo tuo testo fortunato? Il vedere le tue parole diventare altro da te, ma soprattutto altro dalla tua Matilde?

Nel bene, soprattutto nel bene. Sono molto emozionata per la pièce ispirata a Non superare le dosi consigliate. Il romanzo era uscito poche settimane prima del lockdown, con le conseguenze che sappiamo, e questo adattamento è un regalo insperato. Certo, la pièce della Fondazione Aida, che lavora coi ministeri della Cultura e dell’Istruzione, si rivolge a un pubblico anche giovanile, con una sfumatura forse pedagogica che nel mio romanzo è assente. Io non ho mai avuto intenti pedagogici. Volevo solo raccontare una storia, volevo raccontare la realtà. E sono rimasta perfino scioccata quando alcune scuole hanno adottato il romanzo: lo consideravo troppo cruento e sconvolgente — dopotutto si parla anche di violenze sessuali, di violenze su una bambina di tre anni. Ma non vedo l’ora di vedere la pièce. Rita Riboni, che ha adattato il romanzo, ha trovato un espediente geniale per portare in scena un libro che per il modo in cui è scritto, per i continui sbalzi temporali e il flusso di coscienza, non era proprio il classico testo da palcoscenico. Gli ha messo una cornice. Due giovani, interpretati dai bravissimi Stefano Colli e Mariangela Diana, leggono in scena il mio romanzo e riflettono su come ciò che accade a Matilde rispecchi le loro vite. L’ho trovata un’idea splendida, e non vedo l’ora di vederli. Sarò presente alla prima nazionale, il 26 novembre a Verona, e la sera dopo, alla replica a Trento.

Cosa si dice, in questi casi, a chi è teatrante? Ahem. Evito derive scatologiche e faccio l’esterofila: break a leg! Grazie per la chiacchierata liberatoria, Costanza. Per citare il più grande filosofo del nuovo secolo, er Secco di Strappare lungo i bordi, non avessimo uno schermo in mezzo ti direi “S’annamo a pija ‘n gelato?”. Sia mai che ci passi l’appetito.

 

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Inclusione, gaming e altre oscenità — una conversazione con Lorenzo Fantoni e Stefania Sperandio https://minimaetmoralia.it/interventi/inclusione-gaming-e-altre-oscenita-una-conversazione-con-lorenzo-fantoni-e-stefania-sperandio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/inclusione-gaming-e-altre-oscenita-una-conversazione-con-lorenzo-fantoni-e-stefania-sperandio/#comments Wed, 28 Jul 2021 12:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49142 Avete intercettato Vivere mille vite (effequ), il bel saggio di Lorenzo Fantoni che è anche una “storia familiare dei videogiochi”? Nell’introduzione, tra le altre cose Marina Pierri scrive che, nel gaming come altrove, «[…] abbiamo il disperato bisogno di una mascolinità che non dimentichi i sentimenti; che lasci spazio alla nostalgia o alla malinconia; che […]

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Avete intercettato Vivere mille vite (effequ), il bel saggio di Lorenzo Fantoni che è anche una “storia familiare dei videogiochi”? Nell’introduzione, tra le altre cose Marina Pierri scrive che, nel gaming come altrove, «[…] abbiamo il disperato bisogno di una mascolinità che non dimentichi i sentimenti; che lasci spazio alla nostalgia o alla malinconia; che pratichi l’affetto come forma e fonte di gioia, non di imbarazzo; che ricordi da dove viene per avere una nozione chiara di dove sta andando».

La conversazione che ho condotto qualche tempo fa con Stefania Sperandio, caporedattrice di SpazioGames, e Fantoni, appunto, s’è interrotta sul più bello, o così m’è parso: per questo sono tornata a disturbare tutt’e due. Per capire meglio, di più.

Titoli pluripremiati come The Last of Us – Part II fanno tanto per riscrivere gli immaginari: ho avuto la fortuna di trattare l’argomento nel ReWriters Mag 3/21, e precisamente qui. Ma sembrano quasi farlo malgrado la percezione di chi gioca.

D: Quanta responsabilità ha la tematica dell’inclusione nell’accoglienza negativa che ha ricevuto proprio TLOU II, a ridosso dell’uscita? L’abuso del sistema di voto, nella recensione di un gioco, è più un problema legato al mondo videoludico in generale o al fatto che la community è stata presa in contropiede? Ho ancora negli occhi i meme disgustati a proposito delle… ascelle di Abby, verosimilmente non depilate. Lì verrebbe da chiedersi: hey, dude, che rapporto hai con l’altra metà del cielo, che poi metà non è?

FANTONI: Molto probabilmente, nessun rapporto. O magari hanno rapporti gestiti in maniera distorta. Magari dei risentimenti taciuti; magari, nella vita di tutti i giorni persone del genere non manifesterebbero mai niente di simile, e poi quando sono online tirano fuori questa roba qui.

Ma purtroppo il discorso è molto più ampio: alla fine certe cose non sono mai legate al fatto che quella data persona pretende quel videogioco lì in quella maniera specifica. Sono visioni del mondo distorte, ed è un peccato vedere la degenerazione di quella che doveva essere una generazione di rottura col passato e che invece finisce col comportarsi peggio dei nonni. Non è un bello spettacolo.

In più, senza dubbio il numerino del voto fa gioco a tanti. Fa gioco ai PR che possono avere una metrica valida da portare, agli sviluppatori che ricevono bonus proprio in base ai voti, a Metacritic e ai siti che riportano il votino e finendo a loro volta su Metacritic, polarizzando e generando discussioni.

Personalmente non ho niente contro i voti: certo non mi piacciono molto, preferisco dare consigli un pochino più ampi. Se proprio devo scegliere un metro di giudizio tranchant preferisco il “compralo subito / aspetta che sia in sconto / non comprarlo mai”, se proprio devo scegliere. Poi comunque molte persone guardano il voto e vedono confermati o meno i loro pregiudizi, quindi o commentano “Bellissima recensione” oppure “Questa cosa va contro i miei pregiudizi, quindi il recensore è una merda”. Le recensioni spostano veramente poco, eh. Io preferisco le discussioni a posteriori sui videogiochi, come ora: quando sono usciti da un po’, li abbiamo già giocati tutti e se ne può parlare in altro modo. È bello recensire le cose, ma purtroppo è diventata una specie di performance in cui anche il giornalista diventa parte di una sorta di atto teatrale in cui lui ha il privilegio di dire la sua e così via. Credo che siano importanti. Temo che i voti non li scardineremo; io per fortuna cerco di non utilizzarli, però torniamo sempre lì; ai click. Qualcuno ci deve campare. Purtroppo se se ne fa un discorso economico ogni riflessione crolla. 

SPERANDIO: Penso che nel caso specifico di TLOU II siano valide tutte e due le cose, il sistema in generale e le aspettative in particolare. Però il fenomeno di review bombing via Metacritic l’abbiamo visto anche a danno di altri giochi. Pensa a Death Stranding, nel 2019. Attorno a Hideo Kojima si è formata e scontrata una coppia di fazioni, perché i suoi fan sono estremamente appassionati, al punto che spesso sono acritici; per loro una cosa fatta da Kojima non può avere difetti, a prescindere. E i detrattori sono ugualmente violenti in senso opposto. Quindi le votazioni su Metacritic si limitavano a rimbalzare tra 0 e 10. Gli utenti si stavano letteralmente scannando per dibattere sull’autore. La parte più deprimente era vederli leggere una recensione e poi scrivere: “Ma su Metacritic ha la media del 4.” Perché?!

Conta sia la tossicità del modo in cui si pone la community (“La mia voce vale 1, ma io te la faccio sentire come se valesse 10!”), sia l’espressione del puro gusto personale, non informato. Non se ne può fare una crociata: non ti è piaciuto TLOU 2? Ok, questo non vuol dire che chiunque altro lo debba buttare, che si debba abbattere Neil Drunkman, che si debbano mandare minacce di morte alla doppiatrice di Ellie, eccetera.

Da una parte queste persone vogliono far sentire moltissimo la loro voce. Dall’altra, siccome — esattamente come funziona in ogni altra branca della narrazione — qualsiasi titolo che si allontani dal canone delle aspettative spaventa il consumatore, certi videogiocatori finiscono per fare un danno al videogioco e non se ne accorgono.

Nel caso di Death Stranding, la prima domanda che mi facevano quando ero sotto embargo era: “Non dirmi niente, voglio solo sapere una cosa: ma si spara?” Io ero allibita. Non è che ti interessa; non è che chiedi: “È bello? È brutto? Me lo consigli?” No, vuoi solo sapere se si spara. Per dire: se Metal Gear Solid II fosse uscito in questa epoca, se lo sarebbero mangiato vivo. Proprio per una questione simile a quella di TLOU II.

La community chiede a gran voce che i videogiochi si elevino in qualche modo, ma ogni volta che poi esce qualcosa di diverso sembra arrivare la risposta per cui i videogiochi devono stare al posto loro. Allora ci facciamo male da soli… La parte tossica della community non ha avuto problemi a addentrarsi in questo tipo di dinamiche. Lo aveva già dimostrato tempo addietro, senza scomodare GamerGate e quant’altro. Ci sono dietro idee politiche specifiche, nel caso di TLOU II si è visto chiaramente.

D: Proprio in modo palese. Certo l’eventuale deriva tossica si segnala molto più velocemente, oggi. E possono trovare spazio anche scelte radicali, impensabili fino a qualche tempo fa. Lorenzo, che idea possiamo farci in merito alla decisione di Druckmann di usare strumentalmente TLOU II come gigantesca riflessione sulla violenza, di genere e non solo — Ramallah docet?

FANTONI: The Last of Us II non è il primo gioco che lo fa, ma è il primo che lo fa a un livello così mainstream. Molti giochi anche e soprattutto indie esplorano quella parte di narrazione che arriva fino a farci sentire i cattivi della storia in modo molto efficace. È chiaro però che farlo in TLOU II è tutta un’altra cosa, e ne abbiamo visto appunto i risultati: le persone fanno resistenza, per certi versi.

È un po’ lo stesso discorso che va fatto anche con Death Stranding: ci sono ancora persone che vedono i videogiochi solo come un divertimento. E va bene lo stesso, per carità. Ci sono videogiochi che lo fanno. Così come esistono film soltanto comici o soltanto d’azione. Però non credo che si possa andare molto avanti nella riflessione di settore, se pensiamo che un videogioco debba solo divertire.

È come dire che un film, appunto, debba solo intrattenerti o farti ridere, o che un libro, che so, debba e possa soltanto farti piangere. Sono strumenti in cui vengono inserite tante cose. TLOU II è anche divertente — c’è chi lo gioca come fosse Rambo, nei suoi ambienti sandbox — però alcune parti sono belle coltellate. Alla fine è particolarmente interessante proprio perché il personaggio di Ellie non ne esce benissimo.

D: Ecco, Ellie. Da Chun-Li di Street Fighter II a Lara Croft di Tomb Raider (e pure alla povera Lola Bunny, che non nasce come personaggio videogiocabile, ma lo diventa), fino al redesign realistico di Aloy in Horizon II, c’è spazio per un altro racconto dei generi, persino. Pensiamo al povero Lev e al deadnaming che subisce, finché non lo riscattiamo, almeno in parte, picchiando a sangue… i bigotti. Che ne pensi, Stefania?

SPERANDIO: Molti citano Lara Croft come personaggio femminile indipendente e forte, ma Lara Croft, quella prima Lara Croft, era un manifesto pubblicitario. Era come impiegare una modella bellissima per vendere qualcosa, che so, un hamburger: insieme all’effettivo valore dei giochi, è questo che ha fatto la fortuna del personaggio, all’epoca.

C’è un episodio che mi viene sempre in mente, in questi casi, e che mi fa un po’ ridere. Quando ero piccina, già fissata coi videogiochi, proprio per volermi male ero fissata anche con il calcio. A scuola passavo il tempo a scambiare figurine dei calciatori e a parlare di riviste della Playstation. Questa cosa ovviamente era percepita come stranissima. Era talmente strana che io ricordo una maestra che a un certo punto mi spostò fisicamente dal gruppo. Mi prese e mi mise da un’altra parte, dicendomi: “Stefania, vai a giocare con le bambine.” Nonostante siano passati tantissimi anni, me lo ricordo a perfezione! Ecco: quando accendevo i videogiochi mi accorgevo che, effettivamente, i personaggi femminili erano tutte strafighe. Avevo dieci anni e mi sentivo anche bruttina. Quindi mi dicevo: “Ok, non sono sicuramente io!” E anche: “Cazzo, è vero. Non c’è una donna che sia una, se non quelle che si mettono nei guai e devono farsi salvare. Da chi? Da un uomo. Noi femmine al massimo possiamo fare la spalla. Le comprimarie. Per fortuna c’è qualcuno che ci salva, perché siamo un pasticcio continuo”. Questo trovavo nei giochi: un trope antichissimo, ovviamente. La damigella in pericolo, il Cavaliere che la salva… Trope ereditato dalla narrazione classica e mai messo in discussione, per moltissimo tempo, dai videogiochi. 

Oggi non è più così. Quindi al di là della strada che c’è ancora da fare, sono molto contenta della strada che abbiamo fatto. Nel 2013 Remember Me, dello studio francese Dontnod Entertainment (quelli di Life is Strange), non riusciva a trovare un’etichetta per farsi pubblicare perché aveva una protagonista donna e i publisher rispondevano: “Con le donne non vendete. Nessuno vuole giocare come donna. E poi in una scena del gioco questa protagonista bacia un uomo, e siccome i giocatori sono in maggioranza uomini si sentiranno molto in imbarazzo a vedere il loro avatar che bacia uno.” Era il 2013! Non è un periodo poi così lontano. Quindi se pensiamo ai passi in avanti fatti anche grazie a Remember me, che poi è stato pubblicato, e come la tendenza sta continuando — in questo 2021 pensiamo per esempio a Returnal, di Playstation, con la protagonista Selene — c’è evidentemente molta più convinzione.

Possiamo migliorare le sfaccettature di queste protagoniste, il modo in cui le rappresentiamo? Assolutamente sì. Però già il fatto che ce ne siano di più fa in modo che quelle giocatrici che come me da bambina pensano: “Ma il medium cosa mi offre, in risposta a chi mi fa sentire fuori posto?”, si sentano molto di più a casa: c’è Jesse in Control, Ellie in TLOU, c’è la nuova Lara. Ci sono tante produzioni importanti che piazzano una donna in copertina e ti dicono: “Se vuoi giocare, questa c’è!”

Cosa dobbiamo migliorare? Magari il modo in cui la viviamo! Dire “Ah! Un’altra protagonista! Basta! Ce le stanno imponendo! Non se ne può più” è un segno di scollamento dalla realtà: in realtà di protagoniste donne ce ne sono dieci su centoventi. Ci sono ancora resistenze, ovvio. Nel caso di TLOU II mi ricordo tantissimi che dicevano: “Che palle! Lo salto perché voglio giocare con Joel”. Cioè tu salti il gioco a pie’ pari, senza saperne nulla, perché c’è Ellie — e manco sai ancora di Abby…

D: A proposito di Abby. Io ho lanciato il joystick a metà — Seattle, Day One — in pieno rage quit. Avevo pensato di mollare lì: e teoricamente io sono parte dell’ipotetico nuovo target, no?, a prescindere da quanti anni di gaming abbia sulle spalle. Credo di non aver mai provato una rabbia del genere.

FANTONI: Ma è giusto. I videogiochi da sempre ci fanno provare emozioni molto forti. Io me ne sono accorto da ragazzino: passi molto tempo con quei personaggi, ti affezioni. Si crea un legame differente rispetto a quello che scatta con un libro o un film, è molto più sottile. E senza dubbio TLOU II, anche con un certo gusto, fa delle scelte molto forti dal punto di vista narrativo. Per certi versi ci ricorda anche che a volte idealizziamo certi personaggi, come appunto Joel, che, beh… È brutto dirlo, ma ha avuto ciò che si meritava. Aveva fatto ammenda per i suoi peccati: però, voglio dire, i morti sono morti. Tanti a causa sua. Non è uno a cui semplicemente, che so, hanno riesumato i tweet con cui faceva battute sagaci da ragazzino edgy. È uno che ha ammazzato, ucciso, derubato, deciso di comportarsi in un certo modo; anche in un contesto particolare, senz’altro. Ma alla fine vien fuori che comunque la vendetta non porta da nessuna parte. Avrei preferito avere più scelta su ciò che, come giocatore, posso fare nel finale? Sì. Però alla fine ha senso anche rispettare la visione autoriale che si nasconde dietro il gioco. Io l’ho trovato comunque un bellissimo esercizio di empatia condotto nella maniera più crudele possibile. Questo va detto. Certo ha settato una barra piuttosto alta, Druckmann. Cosa farà dopo, per spiazzarci? Un gioco di guida?! 

D: Guida sicura, senz’altro. Perché Druckmann mira biecamente a farci diventare cittadini migliori! Era il suo piano all along. A proposito di piani diabolici: come ti è venuto in mente, Stefania, introversa sotto copertura qual sei, di diventare un piccolo grande simbolo scrivendo quello che hai scritto, qualche mese fa?

SPERANDIO: Ti stupirò: ho buttato fuori quel flusso di coscienza non perché la faccenda mi togliesse il sonno, ma per segnalare lo stato delle cose. Tipo: “La situazione, ora come ora, è questa. Dobbiamo lavorarci.” E per me era talmente ordinario, quello che raccontavo, che non ho capito come abbia fatto, il post, a diventare virale. Non c’era l’intento di scardinare nulla: anche perché, come ben sai, con questo tipo di tossicità più ci provi e meno ci riesci. Ma il giorno dopo mi ha sconvolta il numero di risposte, di condivisioni, di persone che dicevano: “Anch’io!”, di uomini che dicevano: “Dobbiamo fare qualcosa!” Non c’era niente di eccezionale, per me, in quel che denunciavo. E questo è molto triste. Mi riferisco ovviamente al fenomeno per cui, se esce un nuovo video, uno puntualmente si sente in dovere di commentare: “Sei cessa. Metti solo la voce, che così forse ti si può ascoltare”, oppure un altro dice: ”Spero tu sia single, voglio vedere solo video tuoi su SpazioGames. Dimmi dove abiti.” Ci sono questi due estremi. E il lavoro effettivo non lo commenta nessuno.

Invece il post è servito a far prendere coscienza a molte persone che non avevano idea che la situazione fosse questa. Ho colleghi che ogni tanto mi scrivono: “Santa pazienza, mi dispiace tanto, Stefania. Non so come fai”. Sono colleghi maschi. Immagina cosa mi scrivono le colleghe. Quindi è stato utile da quel punto di vista, ma non è stata un’idea del tipo: “Adesso spacchiamo tutto. È ora di mettere le cose in piazza”. A me sembrava fossero già in piazza.


D: Lorenzo, metterei tutto questo in relazione con lo sfogo che faceva l’autrice Eleonora Caruso qualche tempo fa: riassumendo, in merito a Twitch la comprensibile posizione diventa “anche se m’invitano forse è meglio se non ci vado più”. Anche qui, volendo cercare di essere propositivi e mai giudicanti, quale pensi che sia l’approccio più efficace per disinnescare il meccanismo di base?

FANTONI: Guarda, io parto da una prospettiva privilegiata: faccio presto a dire “Eh sì, dovreste farvi vedere di più”. È facile dirlo da parte mia, tutto sommato se parlo di videogiochi, fumetti o simili nessuno verrà mai a farmi davvero le pulci. (Hai presente, no?, c’è quest’idea assurda per cui se parli te di videogiochi magari arriva uno a dirti, a prescindere, “Ma hai giocato a… questo, questo, questo e quest’altro? Perché sennò non puoi parlare”. La pretesa di competenza al maschile è difficile — a meno che non si sia in ambiti proprio precisi, specifici. Nel settore dei videogiochi, un po’ in generale, è sempre pieno di gente che non vede l’ora di dirti che ha giocato e visto più cose di te, che ha iniziato a giocare prima di te… Certo con me cascano male, ho iniziato con l’Atari, spesso li frego. Però è così.)

Quello che posso dire è che è chiaro che è un equilibrio complicato. Chi ha piattaforme interessanti deve muoversi. Io per esempio con N3rdcore pagherei per avere più gente diversa da me che scriva, parli, vada su Twitch: è chiaro che chi ne ha la possibilità dovrebbe aprire e gestire spazi tranquilli, sicuri, moderati in cui le persone possano esprimersi senza sentirsi attaccate.

È una cosa a cui tengo particolarmente: leggevo, qualche tempo fa, un discorso molto interessante. Lo sviluppatore di Obsidian diceva che nel mondo dello sviluppo dei videogiochi dovremmo includere sempre persone diverse da noi, perché proprio da questi incroci nascono cose interessanti, però aspettare che arrivino da sé è sbagliato. Spesso da persone privilegiate non ci si rende conto che, per chi non lo è, arrivare in uno spazio in cui normalmente non saresti stato presente perché non invitato non è così automatico né facile. La prima cosa da fare è creare spazi adeguati a tutte le persone. Non sopporto il ragionamento “Eh, ai miei tempi questi problemi non c’erano, adesso le persone sono fragili, appena hanno un confronto con qualcuno si fanno male”. Io sono assolutamente contro l’idea che il bullismo, le parolacce, la gente che ti dà contro, ti fortifichi. Non è assolutamente vero. Io il bullismo l’ho subìto e non mi sento assolutamente più forte per averlo subito.

Forse per qualcun altro va così: forse a qualcuno l’essere preso a randellate tutto il giorno aiuta. Però non dev’essere questo il metro per giudicare tutti quelli che incontriamo in giro. Quindi per me certi spazi, anzi tutti gli spazi, le persone se li devono prendere, se possono, perché è un loro diritto. Mi rendo conto che non è facile prenderselo. La cosa migliore è fare gruppo, fare quadrato e, se si ha la possibilità, fare massa, per quanto mi rendo conto che se uno vuole fare grandi numeri sia una scelta antieconomica: se vuoi campare coi grandi numeri, oggi, dovresti fare polemica su certe cose, non renderle piacevoli e disponibili a chiunque.

Dal canto mio ti dico che, fosse per me, punto a rendere N3rdcore molto più inclusivo e diverso: diverso da me, diverso da tutti quelli che conosco. Le cose più belle che ho letto a proposito dei videogiochi le ho lette da gente che normalmente non ne scrive, o comunque non rientra nello stereotipo di chi se ne occupa. Prendetevi questi spazi. Chi ha gli spazi, al contempo, deve aiutare gli altri ad avere più rappresentazione. In ogni modo.

 

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La notte si avvicina: le creature peggiori don’t go bump in the night https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-si-avvicina-le-creature-peggiori-dont-go-bump-in-the-night/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-si-avvicina-le-creature-peggiori-dont-go-bump-in-the-night/#respond Mon, 14 Dec 2020 13:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47357 di Domitilla Pirro

Tornano in mente a ondate. C’è Ellie che suona male la chitarra, la voce spezzata almeno quanto le dita. C’è Joel, l’eroe dell’archetipo, pater di tutti i pater, destinato a lasciare nei cuori un solco secondo solo a quello scavato dal Bobby di Supernatural (o dalla mamma di Bambi, diciamocelo). Poi c’è Abby, che va appresso a una quest che è sua solo in parte mentre segue in cima al mondo — letteralmente: in cima al mondo — il povero Lev, deadnamed and all. Oppure: oppure c’è Becky, cuore grande e Diels syndrome grandissima; c’è Ian, leone codardo e innamorato; c’è Wilson il capo-complotto, re fanboy, pirata-suo-malgrado; c’è Sam, la cheerleader sacrificabile che non salva il mondo (semicit.). E c’è Jessica Hyde, naturalmente: lei, i conigli, le siringhe, le torture. Certe illustrazioni da incubo.

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di Domitilla Pirro

Tornano in mente a ondate. C’è Ellie che suona male la chitarra, la voce spezzata almeno quanto le dita. C’è Joel, l’eroe dell’archetipo, pater di tutti i pater, destinato a lasciare nei cuori un solco secondo solo a quello scavato dal Bobby di Supernatural (o dalla mamma di Bambi, diciamocelo). Poi c’è Abby, che va appresso a una quest che è sua solo in parte mentre segue in cima al mondo — letteralmente: in cima al mondo — il povero Lev, deadnamed and all. Oppure: oppure c’è Becky, cuore grande e Diels syndrome grandissima; c’è Ian, leone codardo e innamorato; c’è Wilson il capo-complotto, re fanboy, pirata-suo-malgrado; c’è Sam, la cheerleader sacrificabile che non salva il mondo (semicit.). E c’è Jessica Hyde, naturalmente: lei, i conigli, le siringhe, le torture. Certe illustrazioni da incubo.

No, non avete sbagliato articolo: è che è impossibile, per chi scrive, non vagare fuori e dentro i frame più intensi di The Last of Us part II — il videogioco che ha ucciso, divorato e vomitato il videogioco; ne ha ampiamente ragionato Montanaro proprio qui — oppure veder scorrere davanti agli occhi l’eritema-a-T da Stearns Flu, uno dei ganci di Utopia (UK 2013, US 2020), durante la lettura de La notte si avvicina di Loredana Lipperini. Dove Saretta custode, Maria forestiera, Chiara «fuori margine» — che vede l’invisibile come i sognatori e i migliori contaballe narratori — si muovono non come archetipi ma come sacchi di carne dotati di respiro; non personaggi, ma persone a tutti gli effetti, vive e vegete e feroci; e questo sotto lo stesso cielo in cui risuonerà lo schiocco di frusta della peste.

È capitato qualcosa di simile a parecchie persone, negli ultimi otto mesi: a tutte quelle che hanno vissuto il lusso di un lockdown da privilegiati, smart working compreso, perlomeno. È il rifugio nelle storie inventate come nido d’elezione rispetto alla Storia vera. Qualcuno s’è tumulato in Animal Crossing e ha consentito a Tom Nook di indebitarlo fino al collo; altri hanno approfittato per recuperare tutte le stagioni di The Office a distanza di anni, o dedicare al binge monografico d’un certo filone o regista le lunghe giornate identiche post Coronacoso. Poi — scollinate le fasi 123 e un’estate scordarella, e approdati finalmente ai colori: zone giallorossearancio, in tricromia scamuffa — è arrivata Halloween. E con lei, qui, Vallescura, il paese-cimitero che Lipperini incrosta tra i monti marchigiani, vittima di se stesso.

«La corruzione del respiro è una conseguenza della corruzione dell’anima? E se è così, quanta tristezza, quanta rabbia, quanto stordimento devono aver schiacciato il paese prima che l’aria stessa diventasse malefica?

Le funzioni cerebrali di una formica che cade vittima delle spore di Cordyceps, il nazifungozombie parassita eternato da un certo documentario della BBC, sono irrimediabilmente compromesse. La formica cammina all’indietro, s’incastra lungo i rami, incespica. Le compagne s’accorgono in fretta. Per contenere il contagio, le colleghe operaie mappano le infette, le acchiappano e le scaraventano altrove, zona discarica. Suona familiare? Il Cordyceps mutato che infesta il mondo di TLOU flagella gli stessi scenari narrativi del ceppo che passa dai ratti ai bimbi peruviani di Utopia e al batterio Yersinia pestis molto-più-che-manzoniano: gli scenari distopici di respiratori automatici, defribillatori e terapie intensive per fuggire i quali grideremmo volentieri al complotto. Gli scenari del genere, che esorcizziamo insieme alla paura di morire soli: «Nelle epidemie la realtà viene sbriciolata e si disperde in pulviscoli», scrive Lipperini, che lavora al romanzo a partire dall’estate lampedusana 2016, quando qualsiasi Sarbecovirus da SARS-CoV-2 è decisamente di là da immaginare ma la disumanità si rivela in piazza, al bar. Preconizza, come certe fattucchiere. E per raccontare l’ennesima eppure inedita storia di morbo sceglie una pressoché onnisciente prima persona singolare, non identificata fino a un passo dal fotofinish — no spoiler: ma è… più di là che di qua, per così dire. La voce narrante confessa:

Mi piacevano le catastrofi. Guardavo tutti i film sugli incidenti aerei, sugli incendi che divorano i grattacieli, sugli asteroidi che cadono sulla terra. Era, credo, la soddisfazione di sapere che non sarei morta da sola, ma che la morte è un destino comune, e che a volte quel destino coglie parecchie vite alla volta, come quando si va per funghi e la giornata è buona e si riempie il cestino»

Funghi e stramorti, dunque, anche qui. Ma, più di tutto, destini e colpe: da intravvedere e condividere o infliggere, nell’inesausta ricerca di segni più che di presagi. Di capri espiatori più che di sacrifici. Vallescura è paese ed è il Paese, nostro perché di tutti, muto e ostile — al cambiamento e all’altro da sé. Come le società targetizzate, cannibalizzate e purificate (?) dal morbo narrato altrove, anche qui la cornice d’ambientazione è obiettivo e pretesto: per parlare di nuclei sociali ristretti e asfittici, in questo caso narrativo come nei migliori, e di famiglia decostruita e ricostruita, e delle due facce di talismano mortifero: genitorialità, figlitudine. La Storia maiuscola che fa gorghi e mulinelli in una storia altra, che minuscola non è.

Non eravamo mostri. Non esistono i mostri. Ma forse era il paese a essere, a suo modo, mostruoso. Così come le epidemie non vengono a caso, non necessariamente almeno, forse ci sono luoghi che attirano il male: o per meglio dire ci aiutano a riconoscere il male che è dentro di noi.

Se a TLOU part II s’è rimproverato qualcosa –– se di rimprovero possiamo parlare — è stato l’aver utilizzato strumentalmente il genere come piede di porco per svellere dall’interno alcuni cardini della contemporaneità (e del genere stesso, per inciso) fino a turbare gli hardcore gamer meno progressisti a suon di inclusione di genere e giustizia sociale; aver nascosto una moraletta avvelenata, dicono alcuni, dentro a uno sparatutto di zombie, perché odiare costa e non porta merito né frutto, è l’estremo tasto di autodistruzione collettiva, è il motivo per cui #moriremotutti e la caccia al colpevole conduce non molto più in là dello specchio. Utopia 2020 paga invece due colpe, per restare in tema: l’essere il remake di un piccolo grande cult britannico, e il rilascio tempestivo in un’annata tristemente tematica, per usare un eufemismo. Quando l’opportunità si fa disclaimer, insomma.

A La notte si avvicina trovo genuinamente complicato rimproverare alcunché: Lipperini ci guida divertita, un dito puntato a King uno a Jackson, tra le medesime spire, sì — una biominaccia mortifera vecchissima e nota, una disaffezione che è quella citata in apertura, un infiacchimento dello spirito destinato a roderlo da dentro, la presunzione della scienza. Ma si concentra, anche, sulla «letale euforia del giocatore» che non distingue tra il gioco di ruolo e il gioco a fare Dio. Che, nelle storie poderose — quelle che parlano del Mostro Unico: più che della paura dell’altro, la paura di sé —, sono la stessa cosa.

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Fingere che non ci sia il male non ha senso – intervista a Marco Magnone https://minimaetmoralia.it/altro/fingere-non-ci-sia-male-non-senso-intervista-marco-magnone/ https://minimaetmoralia.it/altro/fingere-non-ci-sia-male-non-senso-intervista-marco-magnone/#comments Thu, 05 Sep 2019 05:30:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40999 di Merende Selvagge (Domitilla Pirro e Francesco Gallo)

Intervistare uno scrittore dovrebbe essere una cosa semplice. È uno che ha a che fare con le parole per la maggior parte del suo tempo: vorrà restare a secco proprio adesso? Il punto, però, è un altro. Il punto è individuare quand’è che letteralmente comincia un’intervista. Per capirlo, abbiamo pensato bastasse gettare un’occhiata alla spia luminosa del microfono. (Roba da professionisti. Più o meno.) Accesa: lo scrittore sta parlando. Spenta: lo scrittore ha deciso di fare una pausa... E invece no. Capire quando inizia davvero un’intervista è una cosa davvero complicata. Non ci credete? Sentite qua.

Nell’estate del 2001 la Paris Review decide di fare due chiacchiere con Stephen King. Gli scrittori incaricati, Christopher Lehmann-Haupt e Nathaniel Rich, lo vanno a trovare un paio di volte: prima a Boston, in Massachusetts, dove il Re del Terrore si trasferisce per dei brevi periodi per meglio seguire le partite di baseball dei Red Sox; poi a Fort Myers, in Florida, in una villa con piscina che affaccia sul Golfo del Messico.

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Marco Magnone

di Merende Selvagge (Domitilla Pirro e Francesco Gallo)

Intervistare uno scrittore dovrebbe essere una cosa semplice. È uno che ha a che fare con le parole per la maggior parte del suo tempo: vorrà restare a secco proprio adesso? Il punto, però, è un altro. Il punto è individuare quand’è che letteralmente comincia un’intervista. Per capirlo, abbiamo pensato bastasse gettare un’occhiata alla spia luminosa del microfono. (Roba da professionisti. Più o meno.) Accesa: lo scrittore sta parlando. Spenta: lo scrittore ha deciso di fare una pausa… E invece no. Capire quando inizia davvero un’intervista è una cosa davvero complicata. Non ci credete? Sentite qua.

Nell’estate del 2001 la Paris Review decide di fare due chiacchiere con Stephen King. Gli scrittori incaricati, Christopher Lehmann-Haupt e Nathaniel Rich, lo vanno a trovare un paio di volte: prima a Boston, in Massachusetts, dove il Re del Terrore si trasferisce per dei brevi periodi per meglio seguire le partite di baseball dei Red Sox; poi a Fort Myers, in Florida, in una villa con piscina che affaccia sul Golfo del Messico. Nonostante stia ancora riprendendosi dal grave incidente che nel giugno del 1999 gli è quasi costato la vita, King affronta le domande con piglio diretto, appassionato e generoso. Fa addirittura servire loro il pranzo: insalate di patate, di pasta, di cavolo con maionese e torta di lime. Poi, a un certo punto, confessa che quando l’avevano intravisto sulla spiaggia, quella mattina, con addosso un paio di jeans, scarpe da tennis bianche e una t-shirt della salsa Tabasco, non stava semplicemente passeggiando: stava pensando a una nuova storia da scrivere.

Cinque anni fa, racconta, da quelle parti esistevano due abitazioni.King_Stagioni DiverseUna era stata distrutta da un temporale estivo. “E pezzi di intonaco, di mobili, e vari effetti personali vengono ancora a riva quando si alza la marea”, dice King ai suoi ascoltatori. Poi aggiunge: “L’altra sta ancora al suo posto. Quasi sicuramente, però, è abitata dai fantasmi. Il mio nuovo libro parla di questa casa.”

Con Marco Magnone, ci piace pensare, a noi è accaduta un po’ la stessa cosa. Con lui parleremo anche di King. E di fantasmi. In particolare di quelli che, bene o male, abbiamo dovuto affrontare tutti durante l’adolescenza. La mia estate indaco (Mondadori), il suo nuovo romanzo — il primo in solitaria —, parla soprattutto di questo. Appena lo incontriamo, però, siamo incuriositi da un dettaglio. All’apparenza, poca cosa; potremmo lasciar correre. In realtà si tratta di un particolare che ha così tanto a che fare con Marco, con i suoi interessi e con la sua scrittura, che non approfondirlo sarebbe un vero peccato. «La scritta sulla maglietta,» gli chiediamo. «Che significa?» «Non guardate Propaganda Live,» ci domanda Marco. «È per la Sea Watch!» No, purtroppo non guardiamo Propaganda Live: non con la costanza che meriterebbe, cioè.

Marco Magnone — un ragazzone nato nel 1981 ad Asti, in provincia di Torino — assieme alle Birkenstock e ai pantaloncini color kaki indossa una maglietta nera con sopra una scritta: OLLOLANDA. Mentre prendiamo posto intorno a un tavolo tutto arancione, Marco spiega: «Quando a gennaio c’è stato il caso della Sea Watch, la Meloni se l’era presa con l’Olanda, vi ricordate, perché la nave batteva bandiera olandese. Non ricordo dove, se da Vespa o da Floris, s’era messa a urlare. Sapete come fa, lei. Diceva: “O l’Olanda s’è messa a fare traffico illegale di immigrati, oppure…” “O l’Olanda…”, “O l’Olanda…” Non la finiva più. Tanto che quei mattacchioni di Propaganda l’hanno trasformata in un tormentone: OLLOLANDA, appunto, scritto tutto attaccato.» La maglietta, in più, è un capo d’abbigliamento Worth Wearing: una piattaforma di realizzazione e distribuzione di magliette on demand che in questo modo finanzia campagne e organizzazioni no profit quali: Amnesty International, la Croce Rossa Italiana, l’Associazione Stefano Cucchi Onlus. Le migliaia di migranti e rifugiati politici che continuano a morire nel tentativo di attraversare il Mediterraneo fanno parte di un libro nuovo: quello che Marco sta portando a conclusione in questi giorni e che avrà come argomento principale l’Unione Europea, addirittura. Capito cosa intendevamo? Il microfono è ancora spento — anzi, lo accendiamo in questo momento — e già abbiamo l’impressione che i fatti c’abbiano superato. Non perdiamo altro tempo: la prima questione da sciogliere è…

MERENDE SELVAGGE: Quand’è che hai scoperto il potere delle storie? Qual è stata la prima volta che ti sei letteralmente smarrito all’interno di una narrazione? Che sia stato un romanzo, un fumetto, un film, un videogame o un gioco da tavolo non ha alcuna importanza per noi. Per te, invece, deve averla avuta. Ti va di raccontarci com’è andata?

MARCO MAGNONE: La porta delle storie per me si è aperta in due momenti. Entrambi sono legati al mondo di provincia in cui sono nato e cresciuto: la grande protagonista del mio romanzo, in fondo, è Asti. Il primo momento ha a che fare con il rapporto tra me e la lettura. Un’estate non avevo nulla da fare. Avevo finito tutti i videogiochi sul Super Nintendo, e poi all’improvviso incappo nello scaffale della libreria dei miei. Ero un medio lettore, non avevo mai incontrato storie particolarmente affascinanti a parte i Tex di mio padre. Incappo in un libro con una copertina indimenticabile: la silhouette scura di quattro ragazzi che camminano verso le colline e un tramonto rosso cupo. Mi incuriosisce moltissimo. Vado da mia mamma, le chiedo che libro è. Lei mette in moto il più potente meccanismo in grado di accendere una spinta verso la lettura: “Non leggerlo”, dice. “Non è ora: questa storia non fa per te”. Queste poche parole di divieto hanno subito innescato la spinta opposta. La storia era Il corpo di Stephen King, la novella raccolta in Stagioni diverse. E quella diventa la mia storia. Il mio tatuaggio generazionale. Non c’è niente di più forte, per far leggere un adolescente, che creare un tabù.

Il secondo momento, invece, ha a che fare con me scrittore, anziché con me lettore. Pochi mesi dopo quella scena, sono a tavola coi miei e dichiaro che ho deciso cosa farò da grande. Non l’astronauta o il calciatore, no. Il Cavaliere dello Zodiaco. All’epoca impazzivo per la serie. I miei mi guardano con estrema preoccupazione, visto che il loro unico figlio vuol diventare un cartone animato. È stato lì che, rimuginando su come diventarne uno, mi è venuta un’idea assolutamente folle: potevo scrivere una storia in cui accadeva proprio questo. Ci ho provato e così ho scritto il primo racconto della mia vita: il protagonista ero io, ovvio. Trovavo l’armatura, incontravo gli altri Cavalieri… Il racconto più brutto della storia. Per i contenuti e per l’aspetto estetico. Avevo una grafia orribile. Ma lì ho capito che la scrittura di storie aveva un potere che nient’altro aveva: rendeva possibili e reali cose che non lo erano. Un simulatore, un moltiplicatore di vite che non sono la nostra, come scrive Jonathan Gottschall in L’istinto di narrare. Ho poi continuato con nuovi racconti, altrettanto brutti, in cui mi immaginavo vivere avventure sempre più incredibili. Non ho più smesso. Mi concentravo solo sulla goduria di dimenticarmi del qui e ora e cercare qualcos’altro.

Cavalieri Dello Zodiaco

MERENDE SELVAGGE: Già. Ché le storie sono anche una materia pericolosa — o che qualcuno può giudicare come tale. In certi casi, di fronte alle scene più crude di alcuni romanzi, viene applicata una censura preventiva. A La mia estate indaco e la scena sui binari (no spoiler!), per esempio, qualcuno ti ha mosso critiche di sorta?

MARCO MAGNONE: Parto da quel che ha detto Maria Teresa Andruetto in occasione del Premio Andersen 2012 e che poi ha ripreso in Per una letteratura senza aggettivi. Quando usiamo il termine letteratura per ragazzi, l’espressione “per ragazzi” diventa preponderante rispetto a “letteratura”. Più o meno consciamente c’è un problema, che ha a che fare col dar per scontato il fatto che le storie per ragazzi sono rivolte a, come dire: adulti un po’ scemi, incapaci di distinguere le modalità di fruizione delle storie. Questo fa sì che per tantissimo tempo la letteratura per ragazzi sia stata invasa da storie a tesi, da storie moraleggianti. Ma quelle non erano storie. Erano modi in cui gli autori cercavano di argomentare le loro convinzioni etico-morali. Tipo: scrivo una storia per dimostrarti che questo non si fa. Credo che le storie non debbano dare una risposta. Almeno non una risposta uguale per tutti. Se mi serve, una risposta la cerco in un Bacio Perugina. O nel manuale di istruzioni della lavatrice. Per la loro funzione di simulatore di vita, le storie sono più efficaci quando creano delle domande, anziché dare delle risposte. “E io al suo posto che farei? Davanti a quest’ostacolo come mi comporterei?” Tutti noi, anche davanti a cose piccolissime, scegliamo la strada sbagliata. Per pigrizia. Non è che se noi eliminiamo dalle nostre storie il fatto che la gente non si lava i denti la sera, eliminiamo la tendenza dell’uomo a scegliere la strada più facile o conveniente o pigra. Se ripenso alla copertina del libro di King, potevo benissimo scegliere di non leggerlo. Ma non è che non leggendolo sarebbe venuto meno il mio desiderio di conoscerne la storia. Spesso temiamo ciò che non conosciamo, leggendo ci caliamo nel punto di vista di chi fa la scelta sbagliata. Amiamo certi cattivi perché siamo curiosi di ciò che accade nel fare la scelta sbagliata. Non è che se non la leggiamo, viene meno quella punta di cattiveria che è dentro ciascuno di noi. Ecco, questo spesso è dovuto al fatto che tanti adulti vogliono evitare la scelta di parlarne, oppure di affrontare certi temi. Ma fingere che non ci sia il male nel mondo non ha senso. Che lo racconti o meno, c’è. Chi scrive storie rende un servizio assai peggiore ai ragazzi se racconta che il male non c’è e che alla fine andrà tutto bene. Quando i ragazzi si scontreranno con la realtà, se non saranno preparati, sarà molto peggio. Compito delle storie è accompagnarli alla scoperta di quegli aspetti del mondo più luminosi, ma anche di quelli più cupi. Sperimentare col meccanismo dell’empatia queste cose in una storia fa sì che ti senti meno solo. Non è che poi sia più facile, ma puoi sentirti meno solo nell’affrontarlo. “Si può dire tutto in qualunque modo”. L’attenzione dell’autore sta nell’affrontare tutto questo in una maniera meno pruriginosa, voyeuristica possibile. Il problema non è After. Il problema è che non c’è un’alternativa al modo in cui i sentimenti e il sesso sono raccontati da Anna Todd. Se non diamo fiducia alle nuove generazioni, come pensiamo possano mai dimostrare di meritarsela? Conosco pochi bambini che, dopo Cappuccetto Rosso, vogliano tagliare la pancia a qualcuno per salvare la nonna. Non è che leggere qualcosa di sbagliato o pericoloso di per sé porti a mettere in atto dei comportamenti sbagliati. Sui social gli adolescenti affrontano delle sfide di gran lunga peggiori. Il punto è prendere l’episodio, depotenziare il tabù, e parlarne.

MERENDE SELVAGGE: Perché la letteratura e le storie ti aiutano a nominarle, queste emozioni.

MARCO MAGNONE: Non solo. Le parole creano anche il mondo che vogliamo abitare. Un altro errore che spesso insegnanti e adulti in generale commettono, è quello di isolare la singola scena. Leggiamola tutta la scena, dico io! Potremmo scoprire che è inserita in una storia molto più ampia. Spesso è un problema dell’adulto rispetto al ragazzo, però. Altro problema, invece, è l’estetizzazione del male. Di recente Netflix ha deciso di cancellare alcune scene di Tredici. Quelle più crude. Io non ho una posizione rispetto a questa scelta. Credo che però sia qualcosa che ha più a che fare con il fascino con cui viene presentato qualcosa. Non è cosa racconti, ma come lo racconti. Consideriamo le scene come parti di una storia. Poche volte giudichiamo una persona rispetto al suo polpaccio. Le storie sono una cosa simile. Ci piacciono tutte intere.

***

Mentre Marco risponde alle nostre domande, non possiamo fare a meno di registrare che alle sue spalle, familiare, si intravede una lavagna a fogli. Sulla superficie bianca della carta c’è un lungo elenco di nomi scritti a pennarelli colorati in una grafia ancora incerta: Othmane, Ayman, Kawtar, Ameer, Mohamed, Samuele. Sono alcuni degli studenti che partecipano al doposcuola gratuito di Fronte del Borgo, l’ufficio della Scuola Holden al quale ogni anno forniamo contenuti didattici e direzione creativa. È assai probabile che le faccette di alcuni di questi bimbi se le ricordi ancora molto bene, Marco: qualche tempo fa, come impagabile docente volontario, è stato proprio lui a occuparsi di uno dei laboratori tematici offerti loro. Si è trasformato in un vero condottiero (un po’ pirata, visto il tema marinaresco che lega insieme progetto e spazio fisico) e li ha guidati a realizzare una mappa inedita dei loro luoghi del cuore in città, fino a realizzare bandiere e inno di uno Stato che… ancora non esiste. La cosa non può non farci non sorridere.

È proprio per questo che abbiamo deciso di intervistarlo qui: il bancone d’accoglienza è a forma di galeone, c’è una gomena che penzola dagli anelli e una coppia di cannoni. C’è una parete che pare una scansia di Needful Things, o una bottega uscita da The Secret of Monkey Island («Sono Guybrush Threepwood, temibile pirata!»). Dietro la parete ci sono le mappe di luoghi immaginari come Narnia, l’Isola che non c’è, Hogwarts, la Terra di Mezzo, Oz. Ci sono tanti tavoli arancioni sui quali inventare storie. E sopra le teste di tutti e tre, intervistanti e intervistato, galleggia un’enorme balena volante; forse è di cartapesta, forse no. Un ufficio speciale. (Sì, siamo di parte.) Perché ha una missione speciale: regalare corsi di avvicinamento alla narrazione a tutte le classi elementari, medie e superiori che entrano fisicamente qui da ottobre a maggio. Ogni anno quasi millequattrocento studenti prendono posto tra i tavoli e scoprono che le cose che imparano a scuola servono a diventare lettori, spettatori, videogiocatori, ovvero: consumatori di storie più maturi.

Il Re Leone è come l’Amleto, diciamo sempre: più felini, meno fantasmi. Da quando Fronte del Borgo è entrato a far parte del circuito internazionale dei centri no profit ispirati a 826 Valencia, il tutoring center creato da Dave Eggers a San Francisco, crediamo sempre di più che il futuro di ciascuno debba per forza di cose passare attraverso un uso più consapevole delle parole. Un futuro che, grazie a volontari super qualificati come Marco, pare avvicinarsi.

***

MERENDE SELVAGGE: Gli scrittori a noi piace seguirli nel tempo. Nel senso che crediamo che la scrittura sia innanzitutto un progetto. Pertanto, per parlare del tuo romanzo, La mia estate indaco, non possiamo ricostruire quello che c’è stato prima. E prima c’è stato Berlin, la saga scritta assieme a Fabio Geda. Com’è nata l’idea?

MARCO MAGNONE: Berlin è stato un tentativo di riappropriazione di un immaginario. Come dicevano Fruttero e Lucentini, un disco volante può atterrare sempre altrove, ma mai a Lucca. Con Berlin abbiamo iniziato a lavorare nel 2012: quando il caso editoriale del momento era Hunger Games, era Divergent, era Maze Runner.Geda e Magnone_BerlinSempre futuri post-apocalittici ambientati negli Stati Uniti. Perché noi autori europei abbiamo lasciato solo ad autori e autrici americane il monopolio di questo genere? Sono cresciuto con un immaginario di letteratura per ragazzi non italiano. Almeno: europeo. Queste storie non le sappiamo raccontare “all’americana”, con il conflitto interpersonale portato all’estremo. Possiamo provare a farlo all’europea, però. Questo sì. Provando a unire due mondi: quello dell’avventura per ragazzi e il concetto di distopia. Rispetto ai nostri lettori, però, abbiamo pensato soltanto che una buona storia per andare bene dev’essere una buona storia. Punto. Per questo Harry Potter funziona: perché è una buona storia. Prima di essere un fantasy, o uno young adult con dentro elementi di magia. Per Il Signore degli Anelli vale lo stesso discorso. Sono storie, però, che raccontano di personaggi che non sono perfetti. Tutt’altro. Frodo è pigro. Ha paura. Ha delle caratteristiche che lo portano lontanissimo dalla figura classica dell’eroe che salva il mondo. Ognuno di noi è imperfetto. Ecco, io e Fabio siamo partiti da qui.

MERENDE SELVAGGE: Rispetto alla saga di Berlin, per la quale, assieme a Fabio Geda, hai portato a termine un notevole lavoro di documentazione, che cosa sei andato a ricercare stavolta? Il fatto di lavorare a una storia italiana, collocata geograficamente e temporalmente più vicina a te, ti ha semplificato le cose, o magari hai corso il rischio di prendere sottogamba certi aspetti del romanzo?

MARCO MAGNONE: Il passaggio tra Berlin e La mia estate indaco è in continuità con la riappropriazione di immaginari narrativi. Di quello che può essere raccontato ai nuovi lettori. Al cinema davanti agli Avengers scatta la sospensione dell’incredulità; diamo per scontato che certe storie siano verosimili o credibili se molto lontane da noi. Siamo imbevuti di un immaginario che arriva da oltreoceano. Siamo vittime dell’esotico. Detto ciò, ho provato a confrontarmi con un immaginario nostro, più vicino e quotidiano. Certo, è stato pericoloso. Perché siamo portati a raccontare storie in cui alla fine arriva al ballo di fine anno. E poi ci sono gli armadietti dove posare i libri. Queste cose non ci sono in Italia. La mia voglia era quella di provare ad affrontare il nostro immaginario e vedere cosa succedeva. Sei anni dopo, confrontandomi con l’universo distopico creato per Berlin, che partiva da un ampio studio di progettazione e ricostruzione, ho provato a cogliere una sfida differente: testare le mie possibilità come scrittore. Scrivere una storia in cui non accadono fatti clamorosi, non c’è un Big Bang iniziale, il cuore della storia è tutto giocato attraverso piccole sfumature, smottamenti, rivelazioni di traumi, che possono accadere ad ognuno di noi. Come passare dalla maratona ai cento metri.

Per me è stato molto importante. Ho provato a esplorare i confini… miei. Ed è stato molto più difficile. Le storie prima di tutto devono maneggiare emozioni. Devono sorprenderti, emozionarti, farti empatizzare. La vicenda deve essere paradigmatica di qualcosa. Battlestar Galactica non è una serie di fantascienza: racconta sogni, passioni… Da questo punto di vista maneggiare una materia che aveva a che fare anche con la mia vita mi ha impedito di avere quella distanza che invece avevo prima. Se esiste un talento nella scrittura è lo shit detector di Hemingway: più distanza c’è tra te e quello che scrivi più è facile. Spero di aver fatto un buon lavoro. Ma devono essere i lettori a dirlo.

MERENDE SELVAGGE: Ci viene in mente un passaggio de Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides: Cecilia, la più piccola delle sorelle Lisbon, ha tentato di uccidersi tagliandosi le vene. Quando riprende conoscenza in ospedale, il dottore le dice che non deve essere triste, ché la vita è bella, e che ogni giorno che Dio manda sulla Terra è una fortuna. Al che Cecilia risponde: «È evidente, dottore, che lei non è mai stata una ragazzina di tredici anni.» A questo punto la nostra domanda è: come hai fatto a diventare una ragazzina adolescente? Come sei diventato Viola, la protagonista de La mia estate indaco?

MARCO MAGNONE: E’ vero: non sono mai stato una ragazzina adolescente. Non ho neanche mai perso i miei amici a 14 anni per un virus, come in Berlin. Differenziare eccessivamente il genere sta più nella testa degli adulti che nei ragazzi, comunque. I confini sono molto più labili. Cos’è l’amicizia o la fratellanza, a tredici anni? È un’intimità che travalica alcuni confini. Viola non ha nessun tipo di problema, paura o sogno che non potrebbe avere un maschio della stessa età. Adora il cibo e cucinare, ha un bellissimo rapporto col nonno, ha genitori non cattivi, ha subito un piccolo grande trauma di quelli che a quell’età sembrano giganteschi. E tutto questo esattamente come un maschio della sua età. Parlo di solitudine, di come superare le sue paure, del primo innamoramento. Tutte cose che possono accadere anche ai maschietti.

Scoop: anche i ragazzi si innamorano per la prima volta. E poi ho provato a farlo al contrario. Dopo aver costruito tutto il plot de La mia estate indico, ho cercato di ripercorrere la scaletta scambiando il genere dei personaggi, per evitare di cadere vittima di qualche stereotipo. E comunque dei due, quello che poi fa davvero qualcosa senza chiedere il permesso è lei, è Viola. Lui, Indaco, resta limitato all’apparenza. È lei quella che decide cosa fare della sua vita.

MERENDE SELVAGGE: Quando uno scrittore scrive, di solito, ha in mente… cosa? Un personaggio? Un luogo? Una storia? L’impressione che abbiamo avuto con Berlin, per esempio, è che tu, assieme a Fabio Geda, avessi in mente anche un tipo preciso di lettore. Con La mia estate indaco è andata nello stesso modo? Hai saputo subito che tipo di storia volevi raccontare e a che tipo di lettore?

MARCO MAGNONE: Tutto è nato in un centro commerciale. Ad Asti faccio la spesa per i miei. Ho immaginato due ragazzi, lui davanti lei dietro, lei non sa perché è lì, lui gli fa scivolare in tasca un profumo e scappa. Lei non capendo cosa succede, quando avrebbe voluto posarlo, si sente in preda all’euforia e all’eccitazione. Scappa anche lei. Perché sono lì? Ecco. Domanda su domanda, mi sono trovato per le mani la loro storia. E mi incuriosiva da morire vestire i panni di Viola. Come quando vestivo l’armatura di un Cavaliere delloMagnone_La Mia Estate IndacoZodiaco: senza la storia di Viola e Indaco, non sarei mai potuto essere una ragazza.

MERENDE SELVAGGE: Abbiamo particolarmente apprezzato il fatto che nell’aletta posteriore de La mia estate indaco, assieme alla tua bio, ci sia anche quella di Ottavia Bruno, l’illustratrice. La copertina, in effetti, è molto bella. Complessa — perché presenta elementi differenti — ma allo stesso tempo immediata, perché le sue parti formano un’immagine unica. È stata la tua prima scelta?

MARCO MAGNONE: È stata una delle cose che mi ha stupito di più, nel rapporto con Mondadori. Disponibilità a condividere tutti i processi: mi sono sentito molto coinvolto. Ma non nelle soluzioni da trovare: nelle domande da porre. Insieme a Marta Mazza, l’editor che ha curato il libro, abbiamo iniziato a ragionare su quale potesse essere una copertina adatta. Dove stava la direzione giusta. Non soluzioni, ma atmosfere. D’accordo sin dall’inizio che dovesse essere illustrata. Le copertine devono essere oneste. E devono portare continuità tra quello che sta fuori e quello che c’è dentro. Se fai una copertina molto urlata… Non è questione di gerarchie, eh. Ma una copertina fotografica, urlata, fa delle promesse che giustamente poi potrebbero deludere il lettore. Ognuno ha voglia di storie diverse in momenti diversi. Certo, se dietro la locandina degli Avengers trovo un film d’essai resto deluso. Il problema è ridurre la distanza tra le promesse e il contenuto. In questo caso abbiamo lavorato su una serie di elementi: le sfumature di colore. I colori freddi e nostalgici del blu, mescolati ai caldi del rosso, sono proprio le contraddizioni che animano i due protagonisti. Sono sfumature, perché il libro è fatto di sfumature. Immaginario quotidiano, quartieri di case popolari, erba… e una balena in cielo. Qualcosa a cui i personaggi guardano. Pian piano così sono nate le idee di dividerla in quattro bande verticali… un processo molto bello.

MERENDE SELVAGGE: Non pensi sarebbero degli splendidi segnalibri?

MARCO MAGNONE: Spero che nessuno tagli la copertina!

MERENDE SELVAGGE: La città è il tempo della scuola. Dei compiti, degli impegni, delle responsabilità affidate. Per i grandi invece è il tempo del lavoro. Come cambia il rapporto tra città e natura, tra costrizione e libertà, durante un’estate, per un’adolescente?

MARCO MAGNONE: Cambia nella misura in cui si viene a rompere uno stereotipo: l’estate è per i ragazzi il momento tra il dover essere e il poter essere chi e cosa si vuole. Il mondo magico in cui entra Viola funziona al contrario: per lei era naturale che il luogo in cui poteva prender forma quel tempo fosse la montagna. Uno spostamento fisico corrispondente a un cambio di qualità del tempo. Il fatto di dover restare in una città grigia, piccola, lontana da lì significava per lei rinunciare. Ma nei luoghi mettiamo noi stessi. Come nelle storie. Ogni storia è un dialogo tra chi l’ha scritta e chi la legge. Il risultato è l’incontro. Lo stesso vale per i luoghi. E per Viola. Anche dove non c’è spazio per amicizie, avventure, amore… c’è. Facile immaginare che per salvare il mondo ci voglia Aragorn. Più difficile raccontare che lo faccia Frodo.

MERENDE SELVAGGE: Una storia, per essere una bella storia, deve avere un personaggio, o più personaggi, che vive/vivono un conflitto. Il conflitto, a volte, è espresso anche da un limite. Da una linea d’ombra da non oltrepassare. Qual è il confine di questo romanzo?

MARCO MAGNONE: E’ la storia di una muta. Quella che cambiano i serpenti. Viola a un certo punto della sua vita, l’estate che racconto, sente che non è più quel che è stata fino a poco prima. Una bambina. Non sa ancora cosa sta diventando. E questo ha a che fare con il tipo di persona che diventerà. Con chi le sta attorno. A cui in qualche modo lei associava il suo modo di vivere certe cose, come fosse una tavoletta per stare a galla in acqua, che poi viene a mancare. Una serie di scosse telluriche che coinvolgono tutti quelli che le stanno attorno. Coinvolgono l’idea stessa di amicizia e la scoperta di una serie di sentimenti che vanno oltre. E l’idea che ha di sé. Secondo Robert McKee ci sono tre tipi di conflitti: interiore, interpersonale e contro il mondo. Tutto accade da qualcosa di interiore, tra Viola e l’idea che ha di sé. Il che la porterà a doversi ribellare contro il mondo. Pur senza che questi conflitti portino a particolari condizioni di disagio. Il tutto converge nel fatto che tutti gli adolescenti, io per primo, sono alla continua ricerca di una risposta alla domanda: che tipo di persona sono? Che persona diventerò? I bambini sono bambini. E in questo loro essere bambini sono soddisfatti. L’adolescenza è un’età che si definisce attraverso i suoi continui cambiamenti. Non è uno stato, ma un divenire.

MERENDE SELVAGGE: Parliamo di linguaggio. In Cuori in Atlantide, Stephen King scrive: “Qualche volta leggi per il gusto della storia: non fare come quegli snob che si attaccano alla forma. Qualche volta leggi per il piacere delle parole: non fare come quei timorosi che hanno paura di non capire. Ma quando trovi un libro che ha insieme una bella storia e un bel linguaggio, tienilo a cuore.” Tu da che parte stai?

MARCO MAGNONE: Le categorie Middle Grade e YA servono soprattutto per creare nuovi scaffali nelle librerie e collocazione a libri per adulti scritti in modo sciatto. Spesso nella letteratura per ragazzi molti confondono i piani e pensano di semplificare i contenuti e sverniciare il tutto con neologismi, giovanilismi che nella loro idea dovrebbero fare l’occhiolino ai ragazzi e attrarli, con quella stessa attenzione e cura con cui noi andremmo a rappresentare un immigrato facendolo parlare solo all’infinito. Dino Buzzati diceva che scrivere per ragazzi è come scrivere per adulti, solo un po’ più difficile! Nella capacità di intercettare temi e nodi che reputano importanti nel momento di vita che stanno attraversando. Rispetto all’utilizzo di espressioni particolarmente connotate, nutro molte perplessità: un po’ perché non sta lì il fatto che i ragazzi la riconoscano come una storia “per loro”, un po’ perché l’autore non deve ammiccare, un po’ perché una storia così ha una data di scadenza molto vicina. Per esempio, oggi il fidget spinner è un oggetto già scomparso: è come autoimporsi un orizzonte molto limitato. I dialoghi non devono essere sbobinature del reale. La letteratura dovrebbe essere qualcosa di sfidante. Credo si debba trovare un equilibrio nel far sì che i ragazzi vengano portati a sfidare un minimo il vocabolario, il modo in cui una storia viene raccontata. Un compito della letteratura per ragazzi non è solo quella di accompagnarli attraverso gli aspetti brutti, sporchi e cattivi del mondo, ma anche attraverso la complessità del mondo. Questo senza mai dimenticare che una storia forte, e buona, va raccontata nel modo più semplice possibile. Provare a complicarla è rovinarla.

MERENDE SELVAGGE: Hai un lettore molesto, qualcuno a cui fai leggere le tue cose e del cui giudizio ti fidi ciecamente?

MARCO MAGNONE: La mia compagna, Elena. Ma non può mai leggerli quando escono perché si è già fatta dieci giri di bozze per ogni capitolo.

MERENDE SELVAGGE: Vorremmo che tu ci citassi un libro, un disco, un film, una serie, un videogame e un gioco da tavolo, o qualsiasi altra cosa ti salti in mente in questo momento, responsabile, secondo te, di una certa tua scelta, come narratore, durante la scrittura de La mia estate indaco.

MARCO MAGNONE: Ti darò il sole di Jandy Nelson. Ha vinto il Premio Mare di Libri due anni fa. Racconta esattamente questo: non sentirsi più una certa cosa, ma non sapere ancora cosa stai per diventare. Poi Skam [significa “vergogna”]: una serie tv norvegese replicata in Italia, Spagna, Francia, che non ha paura di raccontare i giovani così come sono, prendendosi tutto il tempo per entrare nelle loro vite, con dei dialoghi incredibili. E Mud. Un film del 2012 di Jeff Nichols che ho visto di recente e ho amato tanto. Parla di amore e dei casini che accadono.

MERENDE SELVAGGE: Essere presi sul serio, per alcuni è un gioco da ragazzi. Per i ragazzi, invece, essere presi sul serio è una faccenda dannatamente seria. E difficile. E dolorosa. Ci viene in mente Greta Thunberg, e gli attacchi che ha ricevuto su certi giornali, in particolare italiani, per aver detto delle cose che a noi sono parse sacrosante come: “Voi [cioè: voi adulti] dite di amare i vostri figli sopra qualsiasi altra cosa, eppure state rubando il loro futuro proprio davanti ai loro stessi occhi.” Il mondo, citando un libro di poesie di Elsa Morante, verrà “salvato dai ragazzini”?

MARCO MAGNONE: Nel momento in cui manca una visione politica per l’Europa, siamo nel punto forse più basso di questo sogno. Cosmopolitismo, solidarietà, pace e fratellanza: in questo momento o la politica non sa più dare una visione di futuro ai cittadini o, se la dà, è regressiva. Al posto dei ponti ci sono i muri. Nell’illusione che se oggi il nostro tempo ci mette davanti a sfide difficili, la soluzione sia tornare indietro a quando tutto era a posto. Un tempo mai esistito. Un’altra idea di Europa, più vicina ai valori fondanti, per me è proprio rappresentata dai ragazzi che sanno ancora manifestare e sostenere le proprie idee non per interessi di parte o convenienza elettorale, ma per causa giusta. Hanno una visione di futuro. I ragazzi scesi per #FridaysForFuture sono per vocazione internazionalisti, cosmopoliti: non manifestano per paura di perdere qualcosa, ma per la certezza che se non si cambia perderemo tutto. Non è mai accaduto che un movimento giovanile di massa abbia ottenuto l’appoggio incondizionato delle generazioni precedenti. Quello che trovo curioso è la sclerotizzazione del rapporto tra certi adulti e i ragazzi. Considerarli chiusi nel solipsistico rapporto coi loro smartphone, incapaci, e però anche naif nel loro sposare una causa. Delle due l’una, no? Nel fatto che convivano due accuse di senso opposto sta la foglia di fico che gli adulti usano per nascondere la polvere sotto il tappeto. Ho fatto l’esempio di #FridaysForFuture, ma ne esistono tantissimi altri che si occupano di dare una mano a chi ne ha bisogno, di solidarietà, raccolte di aiuti, volontariato.

Ora: la storia è fatta di cicli e non ho idea di quanto durerà questo o cosa succederà o cosa otterranno. Di certo in questo momento mi sembra siano gli unici in grado di proporre una visione di sistema non di parte e di futuro. Scendere in piazza per l’ambiente significa avere un’idea di mondo che coinvolge dentro di sé economia, rapporti umani, società, diritti… Manca alla politica, se politica significa confronto di idee per cambiare la società. Stessa cosa del movimento per la pace: bandiere arcobaleno non solo contro la guerra, ma per solidarietà. Discorsi d’odio, trollate da social network, risalendo la piramide dell’odio portano alle violenze da cronaca e chi le commette si può sentire giustificato perché tutto parte dalle parole. Per me è fondamentale: è facile rendersi conto della gravità di un femminicidio. Ma la cosa più grave è che è solo la punta di una piramide d’odio: la base della violenza sono le parole. Tutto inizia quando ti senti giustificato a dire “quella p** di merda, quel *** del cazzo”: quando ti senti autorizzato a usare quelle parole, ti senti autorizzato a discriminare qualcuno, e via così, di scalino in scalino, di intolleranza in intolleranza. Le parole possono essere usate anche al contrario, per immaginare come costruire il mondo che vogliamo abitare. Per forza di cose le nuove generazioni sono legate a filo doppio con il futuro in questione: lì stanno le loro domande.

MERENDE SELVAGGE: Sappiamo che tieni regolarmente dei corsi di scrittura creativa. Quali consigli ti senti di dare più spesso a chi ha voglia di mettere per iscritto una storia? E quali sono le fasi di scrittura di un romanzo, oppure di un racconto, che ti piacciono di più, e quali sono invece quelle che ti fanno un po’ storcere il naso?

MARCO MAGNONE: Gli direi: prova a scrivere la storia che vorresti leggere e che non trovi sullo scaffale. Con cui tu per primo hai voglia di passare un sacco di tempo. Tanto sarà così. È una cosa molto arrogante, se a te non va, chiedere ad altri di passarci del tempo. Come andare in vacanza con qualcuno che ti sta sul culo. Il secondo consiglio è di rubare. All’inizio. Perché è difficile trovare l’equilibrio tra la storia e la voce giusta per raccontarla. Bisogna chiedersi: l’autore che io adoro, come racconterebbe questa storia? Non è diverso dai musicisti che imparano a fare le scale, le canzoni altrui, e solo dopo si cimentano con le proprie composizioni. Stessa cosa con i calciatori. Uno scrittore non può permettersi di essere arrogante: prima di essere uno scrittore, deve essere un lettore. Come voler fare il calciatore e però il calcio mi annoia. Prima leggi, poi scrivi qualche parola tu! Non ci sono trucchi o segreti: King dice che si scrive una frase onesta e si mette un punto. Poi una seconda, una terza… Preferisco la fase delle ultime riletture e le stesure successive. Giri di bozze… sono un fan. Mi piace avere tutta la bozza davanti e lavorare di fino. Spostando pezzi, limando… Dopo le prime stesure, è come vedere la scultura prendere forma e lucidarla particolare per particolare. Mi piace di meno, invece, rileggere le cose che ho già scritto quando sono state pubblicate. Non lo faccio mai. L’ho imparato a scuola, quando leggevo la brutta. Dopo aver consegnato, mi veniva l’idea geniale! Con un libro già pubblicato, la cosa non cambia: perché convivere con l’angoscia del rimpianto? Cerco di non farlo. Molto meglio capire nella storia successiva come raccontare ancor meglio quella cosa lì. Andare avanti. Di libro in libro! E forse sono un po’ sadico: sono estremamente prolisso: le prime versioni delle mie storie sono lunghe più di un terzo. Vale per tutte le mie storie, comunque. Adoro, nelle prime stesure, esplorare, allargarmi. Per poi sforbiciare. Non uso neanche delle cesoie, ma proprio delle seghe circolari. Lo trovo un consiglio molto prezioso, ti permette di arrivare a quello che è davvero necessario.

L’intervista è finita. Ma lo è davvero? Vale quel che abbiamo detto all’inizio: la spia luminosa del microfono è spenta, d’accordo. Ci rendiamo conto solo ora che, in due ore di chiacchiera fitta, nessuno dei tre ha sentito il bisogno di un sorso d’acqua o un caffè — altro che la torta al lime di King! Però, se non ci siamo presi neppure un attimo di pausa, vuol dire che lo scambio ha divertito parecchio tutti e tre. Marco si alza. Dal tavolo recupera il cellulare (ci lampeggiano sopra gli aggiornamenti per il Fantacalcio, dice) e il portafoglio chiuso da una fascia elastica. Lo accompagnamo alla grande porta a vetri che mette in dialogo il galeone di Fronte del Borgo con Borgo Dora. Prima di salutarci gli chiediamo quali sono le prossime scadenze che ha davanti: «Beh, c’è il libro sull’Europa da consegnare il mese prossimo. E poi presento il romanzo a Mantova, il 5 settembre.» E poi, vorremmo chiedergli ancora. E poi, e poi? Ma non lo facciamo. Abbiamo detto che la scrittura, per noi, è un progetto. E che gli scrittori ci piace seguirli nel tempo. Perché sanno trovare ogni volta l’occasione di sorprenderci: come Marco Magnone, per l’appunto. Scrittore e condottiero pirata.

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Abitare nel futuro – una conversazione con Marianna Martino https://minimaetmoralia.it/interviste/abitare-nel-futuro-conversazione-marianna-martino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/abitare-nel-futuro-conversazione-marianna-martino/#respond Mon, 15 Jul 2019 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40758 di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell'Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

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di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell’Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’esistenza di un personaggio d’invenzione, una sorta di Mary Poppins meets Joan Jett delle The Runaways. E invece no. Perché queste sono soltanto alcune delle decine (centinaia?) di foto realizzate da Marianna e dalla sua squadra per raccontare le tappe e le novità della sua invenzione più incredibile: Zandegù.

Di cosa si tratta? Stiamo cercando di capirlo. La dobbiamo intervistare.

Stiamo percorrendo Via Exilles, nella zona di Parella, un quartiere della periferia ovest di Torino. È fine giugno 2019, il solstizio d’estate a un passo, e fa già caldissimo. Il sole è una palla da tennis infuocata che penzola sopra le nostre teste. Pare voglia restare immobile più del solito all’unico scopo dichiarato di arroventare l’aria; boccheggiamo non appena lasciamo l’abitacolo dell’auto. Pochi metri a piedi sopra al marciapiede, per fortuna, ed eccoci a destinazione: il 18 bis. Bussiamo. “Chi è?” “I Merendai!” Facciamo cose strane, di mestiere, dentro e attorno alle parole. Merende Selvagge è una di queste, ma un’intervista doppia tripla non ci era (ancora) capitato di condurla. In questa veste, almeno.

Il cancello si apre, attraversiamo il cortile interno della palazzina, ed ecco: Marianna. Sorride. Ci fa accomodare all’interno del suo ufficio — che è una casa e una scuola, anche, e una redazione, e una casa editrice: un altro ibrido da raccontare con calma, ma ci arriviamo tra un po’ — e ci offre del tè al limone.

“Ci sono anche delle birrette ghiacciate, nel frigo, se volete,” dice.

A dirla tutta, ci andrebbero. Ma dobbiamo declinare. È pur sempre una questione di pro-fes-sio-na-li-tà. Ci sarà da fare domande, da ascoltare, da prendere appunti. Soprattutto, ci sarà da stare concentrati. Tuttavia: stare concentrati, specialmente quando si ha a che fare con una personalità come quella di Marianna Martino, non è affatto facile. Il mondo che ha realizzato è incredibilmente vasto. E imprevedibile. E ubiquo.

Alle orecchie, per esempio, ha appeso due grappoli colorati. Che ci crediate o no, non sono composti da acini, ma da variopinti soldatini di plastica — quelli coi quali giocavamo da piccoli: c’è il militare che spara con un ginocchio poggiato a terra, quello che calibra il lancio di una granata, quello che avanza strisciando nel fango… Se a una prima occhiata, insomma, potreste aver pensato che questa ragazza — giovanissima e già piena di esperienze — debba sostenere da sola l’intervista, presto appare chiaro che invece tiene a disposizione tutto un battaglione, pronto ad intervenire al minimo segnale, intorno alla testa.

È nata nell’Ottantatré; online si definisce “battutara, super miope, fan della michetta, con problemi di equilibrio, amante della buona cucina e dei viaggi.” Con questo bene in mente, ci sediamo intorno a un tavolino. Un Mac, un registratore, una Moleskine, una Bic nera e un evidenziatore color smeraldo si contendono lo spazio con un numero di FLOW Magazine, uno di Rivista Studio e una ciotola colma di caramelle mou. Schiacciamo il tasto REC e succede questa roba qui.

Merende Selvagge:

Dunque, partiamo da… mini-Marianna. Se ti guardi indietro, trovi indizi — una semina narrativa, restiamo in tema — del tuo futuro da giovane imprenditrice culturale?

Marianna:

Che bella domanda!

Merende Selvagge:

Sobria.

Marianna:

Per iniziare…

Merende Selvagge:

Sì, sì, sì. Facile, facile…

Marianna:

Uhhh… Beh, sì, dài. Cioè: non avrei mai pensato di mettermi in proprio. Non avrei mai pensato di fare l’editore. Nemmeno di avere una scuola: figuriamoci, mi faceva schifo studiare. Però effettivamente ho sempre letto tantissimo, fin da quando ero molto piccola. Ero super curiosa. Non avevo… non ho mai avuto la fortuna di avere quell’amico che a scuola ti consiglia, non so, gli album imperdibili, i libri da leggere, i film… quindi mi arrangiavo da sola. Non voglio dire che in classe fossimo delle capre, eh, però nessuno provava, che so, una spinta verso i film di nicchia o gruppi che non fossero i Backstreet Boys. Quindi ho iniziato un po’ a… così: ad autogestirmi. Forse questo può essere un primo seme di… curiosità — quantomeno della mia curiosità nei confronti del settore culturale, ecco.

Merende Selvagge:

E per il settore culturale, ecco — qui ci vuole la domanda di rito. Ci rispieghi per bene com’è nata Zandegù?

Marianna:

In realtà è andata così: ho finito la Scuola Holden nel 2004. Ho iniziato a mandare curriculum ovunque come una disperata. E, vabbe’: c’è da dire che era anche estate, non è proprio il periodo più fertile per… col lavoro è difficile. Magari è meglio se cerchi a settembre o in altri periodi. Lì per lì non ho avuto molta fortuna. Mi scoraggio. Un giorno mi chiama mio padre. Secondo me era terrorizzato che rimanessi per sempre attaccata alle croste parassitarie del suo conto in banca, perché mi ha detto: “Senti, ma… non hai mai pensato all’ipotesi di provare a metterti in proprio, che so, aprire una casa editrice? In fondo conosci tutti questi scrittori. È una cosa che mi sembra ti sia piaciuta molto in questi due anni. Quindi: tu pensaci. Io, se vuoi, ti do una mano.” E io sono proprio cascata dal pero, non avevo mai pensato… mi sembrava una responsabilità enorme, una fatica gigantesca. Ma come cacchio si fa ad avviare una casa editrice? Quindi sono andata da minimum fax a seguire un corso intensivo che si chiamava Come aprire una casa editrice e sopravvivere. Mi sembrava un corso che per le… chiamiamole materie, gli argomenti trattati, poteva darti una panoramica di come funzionava il mondo editoriale, e mi sono detta: “Così capisco se effettivamente può interessarmi o meno.” Sono andata a fare questo corso a Roma. Durava tre giorni. Ma forse già alla seconda ora del sabato stavo messa così: “No, vabbe’, è il lavoro più bello del mondo! Che meraviglia! Ok, voglio provarci”.

Merende Selvagge:

E ci hai provato. Ma perché Zandegù si chiama Zandegù?

Marianna:

Quando mia mamma era incinta di me, e lei e il mio papà non sapevano se fossi maschio o femmina, chiamavano il pancione “Zandegù”. Che è il nome di un ciclista veneto che correva negli anni Settanta. Tale Dino Zandegù. Non ho mai capito se lo facessero perché il nome non ha connotazioni di genere, se il nome suonasse buffo, se nella pancia di mia mamma io pedalassi davvero così tanto. Ma nel lontano 2004, credo, o 2005, adesso non lo so, per stabilire il nome di questa creatura avevo organizzato una cena con le migliori menti della mia generazione [*ride tantissimo*]. No: eravamo io, Marco Alfieri e Marco Prato. Erano venuti fuori nomi di ogni genere: Sale Rosa, Tigre di carta… poi, alla fine, quando non avevamo più idee… io, non so perché… ho tirato fuori questo aneddoto infantile, totalmente scollegato. In coro mi hanno detto: “Vabbe’, ma il nome è Zandegù!” E io ho detto: “Ma no… Fa schifo!” E invece adesso siamo la Z con l’accento.

Merende Selvagge:

Un’intuizione grafica geniale, tra l’altro. È stato facile far partire il tutto?

Marianna:

È iniziato un lungo processo: parlare con altri editori per un confronto, per capire bene come funzionava tutto… la distribuzione, le rese, i costi medi… come si fa un contratto con un autore… tutte cose che io non sapevo. Poi sono andata a informarmi in Camera di Commercio, ho sbrigato tutte le faccende burocratiche che servivano, ho cercato un distributore che facesse arrivare i libri nel circuito delle librerie, ho iniziato a pensare alla grafica insieme a un mio amico che se ne occupava di mestiere e ho iniziato ovviamente a cercare i primi titoli da pubblicare. Sono andata a pescare tra i vecchi compagni di Holden, era la cosa più semplice. Poi — non ricordo assolutamente come, qui resta un buco — qualcuno mi ha suggerito di sentire Giulio Mozzi. “Ah, ma Giulio Mozzi conosce mezzo mondo, è bravissimo, fa il talent scout, sa sicuramente come consigliarti.” E lui era super preso bene. Grazie a lui sono riuscita a fare, beh, il primissimo centimetro di notorietà: mi ha intervistato in radio. Nel frattempo avevo iniziato a leggere un botto di riviste di settore. C’era una rivista online (che adesso non c’è più), Frenulo a Mano, grazie alla quale avevo scoperto Ivano Bariani. Anche Simone Marcuzzi mi piaceva un sacco, quindi l’avevo contattato, gli avevo detto: “Ma ti va di fare un libro con noi?”. E poi avevo aperto un blog… La sto facendo proprio lunga. Scusate.

No, non la scusiamo. Perché proprio non pensiamo che la stia “facendo proprio un po’ lunga”. Marianna racconta con sincerità e passione, precisione e divertimento, episodi che le sono accaduti nel 2005. Tredici anni fa. Quando Zandegù era una casa editrice di libri. Libri di carta, specifichiamo. (Sono poi spariti. A distanza di anni sono arrivati gli ebook e, a quanto pare, stanno andando alla grande: si tratta “manuali professionali molto pratici per freelance e piccole ditte. Dalla comunicazione al business plan, dalla maternità alla grafica, passando per eventi, copywriting, risparmi e SEO.” Sopravvivenza, insomma.)

L’angolo della confessione (stranamente coincidente con quello dell’onestà intellettuale) ci obbliga a ripulirci la coscienza: il fatto di conoscere Marianna da tempo, complice l’esordio in narrativa (Francesco) proprio in una delle prime Zande-collane cartacee e le docenze (Francesco e Domitilla) su creatività e lettura/visione, non ci aiutano a scansare le trappole della confidenza eccessiva. C’è persino un momento in cui, confessiamo, l’idea della birretta ghiacciata non pare più così peregrina. Ma passa subito. Giuriamo. Anche perché la conversazione vira bruscamente, così:

Merende Selvagge:

E poi?

Marianna:

Poi, lo confessiamo, ci siamo scoraggiati.

Perché nel 2010 Zandegù chiude. Mette in pausa, diciamo così, la sua prima incarnazione, quella ‘di carta’, come ancora oggi la chiama affettuosamente Marianna. Evidentemente sono stati commessi degli errori. Quali?

Marianna:

L’errore più comune che si fa all’inizio e che io ho fatto è stato: non fare il Business Plan. Io mi ero fatta due conti, ovviamente. Non è che ero andata completamente a caso. Però… Bisogna fare più conti! Cioè: secondo me. Mi ero detta: queste sono le spese iniziali. Queste sono le spese fisse. Bisogna guadagnare tot. Però non tenevo mai veramente traccia di tutto il flusso di entrate e uscite. Dopo ho iniziato ad appassionarmi al magico mondo dell’Excel. Ma bisogna guardarli quotidianamente ’sti benedetti numeri. Quando avevo 21 anni, invece, non me ne fregava niente! Forse giocavo più a fare il mecenate che a fare l’editore. Mi dicevo: “Ah, che bello! Do una possibilità a questi autori bravissimi! Che ho scovato io! Che bello fare queste cose creative!” Tutto il resto mi sembrava una noia infinita. E cercavo sempre di tenere le faccende finanziarie per ultime, purtroppo. Non dovrebbe mai succedere! Anche la casa editrice è un’impresa, un’impresa culturale, un’impresa creativa, un’impresa appassionante. Ma un’impresa. Se i numeri non tornano, non si va da nessuna parte.

Merende Selvagge:

Cosa è cambiato?

Marianna:

Ho iniziato a fare molta più rete. Ho conosciuto persone che si occupavano di imprenditoria e di marketing. Tutte queste cose hanno iniziato a rimbalzarmi in testa, io mi ero detta proprio: “Piuttosto schiatto, ma io stavolta devo tenere le orecchie sempre aperte! Ascoltare tutto quello che succede!” Siccome nella prima versione ero molto chiusa in me stessa, forse queste cose hanno iniziato un po’ a risuonarmi. E poi ho detto: “Ma sai che c’è? Proviamo ad applicarle su Zandegù e vediamo se cambia qualcosa!” E in effetti da lì la musica è cambiata nel giro di poco… Nel 2012, il 14 dicembre, Zandegù ha rivisto la luce.

Zandegù in effetti rinasce. Decide di organizzare corsi. Corsi di tre tipi: “per chi vuole scrivere, per chi vuole disegnare e per chi vuole aggiornarsi.” Ci sono poi quelli on line: “di illustrazione, comunicazione e scrittura narrativa.” Ci sono gli eventi. Come i Walkie Talkie, passeggiate a zonzo per Torino alla scoperta delle meglio realtà creative della città. E le Zandebirre, “quando apriamo le porte dell’ufficio per una birra, mettiamo su della musica e invitiamo chiunque a unirsi per quattro chiacchiere”. Il lavoro di Marianna cresce, si complica, diventa più difficile, certo, ma anche più bello. Richiede grandi capacità organizzative. Quali? Sarebbe ingiusto presentare certi scambi in sintesi pura; il loro valore, crediamo, è dato proprio dal botta e risposta, dal rimpallo di idee che rilanciano ogni volta l’empatia reciproca, così:

Marianna:

Gli strumenti che utilizzo di più sono tre: più o meno economici, alla portata di tutti. Uno è Dropbox, che anche se costa parecchio (adesso ha pure rincarato i prezzi!) mi consente di avere tutta Zandegù sul telefono. È comodissimo: mi chiedono una roba al telefono, un’informazione? Controllo in un secondo. Una pacchia pazzesca. E poi utilizzo un sacco Google Calendar. Credo sia la mia salvezza. L’ho sempre odiato, ma da due anni lo uso per tutto, mi organizzo con mesi (o anni!) d’anticipo i lanci di prodotto, i corsi in sede, i corsi online, la pianificazione delle newsletter, i post sui social, le uscite degli ebook, è tutto lì. Più o meno cerco di programmarlo una volta al mese e poi ogni settimana controllo se ci sono cose da spostare. Un altro strumento che uso spessissimo è il promemoria del telefono. Ho sveglie che suonano di continuo, per qualsiasi cosa, sennò non mi ricordo niente.

Merende Selvagge:

In aggiunta al Calendario?

Marianna:

Sì!

Merende Selvagge:

Quindi serve anche una micro gestione del tempo. Nel senso: il calendario ti dà la prospettiva generale, ma quotidianamente non riesci comunque a non usare le tue svegliette!

Marianna:

Eh, sì.

Merende Selvagge:

Per caso sei anche una di quelle persone che si mandano la mail da sole?

Marianna:

Costantemente!

Merende Selvagge:

Lo facciamo anche noi. Chissà chi è stato il primo sul Pianeta che ha pensato che potesse avere senso…

Marianna:

E tra l’altro ogni volta che me le mando dico: “Oh! Una notifica! Chi sarà mai!” E poi sono io.

Ahem. Ve l’avevamo detto cosa si rischia, a sentirsi in eccessiva confidenza. Ma per amor vostro — vostro e di quel che ci siamo prefissati, ovvero pescare da vicino professionisti che costruiscono — proviamo subito a rialzare il tenore della conversazione, rimettendo sul tavolo un tema per noi cruciale. Marianna stessa ha ammesso di usare una serie di strumenti pur di non staccare mai; pur di “avere tutta Zandegù sul telefono”. È sano tutto questo? Lo scorso 10 dicembre lo scrittore Ivan Carozzi s’interrogava qui su una faccenda che chiama neurosostenibilità cognitiva: un pezzo prezioso, il suo. Perché dà nome alle cose. Scrive Carozzi: Con lo scorrere del tempo, che interessa tanto le trasformazioni del lavoro, lo sviluppo dei device e degli strumenti professionali, quanto i nostri corpi che cambiano e le generazioni che invecchiano, si pone però il tema di un terzo tipo di sostenibilità: quella neurologica. Eccoci al punto. […] È semplice, quasi matematico: la precarietà e l’autoimprenditorialità costringono a lavorare il più possibile, a imbarcare più lavori e progetti contemporaneamente, a sovraccaricare il corpo e la mente di obiettivi e scadenze, a impegnare il cervello nella soluzione di più compiti, a dotarsi di più strumenti, ad aggiornarsi infinitamente, a vivere insomma in uno stato di ansia e allerta dentro un mercato del lavoro culturale e cognitivo che somiglia a una morbida e paludosa arena darwiniana; ma intanto il corpo invecchia. Per questo chiediamo a Marianna: qual è la parte peggiore di un lavoro che obbliga alla performance creativa continua?

Marianna:

Facile: il fatto che nonostante tu ogni anno impari un tot di cose su come si sta in piedi come imprenditore, l’anno dopo… ti tolgono il tappeto da sotto i piedi. E tutto è da rinegoziare. È vero che i tempi sono sempre più veloci, il funzionamento dei social cambia ogni cinque minuti, la gente si stufa in fretta, perché tutti offrono contemporaneamente milioni di contenuti, c’è un bombardamento. Da un lato è molto stimolante perché mi forza a essere costantemente iper-creativa, iper-propositiva, eccetera, dall’altro è enormemente stancante, perché… si ha il cervello sempre a mille. E quando si sbaglia ci si sente uno schifo. Sì, l’incertezza è la cosa peggiore.

Merende Selvagge:

E la parte migliore?

Marianna:

La comunicazione. È la parte più creativa e quella più varia, se volete: video, foto, contenuti testuali… Si coniuga bene col mio essere metodica, organizzata, “precisetti”: il fatto che tutta quest’esplosione di creatività io debba poi andarla a mettere nel mio Google Calendar, organizzarla per benino (perché la comunicazione improvvisata va uno schifo, ecco), mi piace molto. Alla fine si tratta di paletti necessari per crescere: sono i paletti stessi che aiutano a tenere la creatività ancora più alta, secondo me. Un po’ come, non so, gli esercizi che facevi alla Holden, in cui dai docenti ricevevi un botto di paletti, e dicevi: “Che palle! Ma io voglio scrivere quello che mi pare!” E invece no, cavolo, era proprio lì che si vedeva chi aveva la stoffa, chi se la cavava nelle situazioni di… impiccio. Di limite.

Limiti. Ce la immaginiamo, questa Marianna ventenne (identica a ora, peraltro) che briga e s’impegna e s’impiccia e combatte. E lo fa per dieci anni, e un po’ di più. Viene spontaneo, conoscendo un po’ il tabellone di gioco e figurandoci questa pedina in mezzo, chiederle di ragionarci su:

Merende Selvagge:

Essere te è mai stato un limite? Farsi prendere sul serio dagli interlocutori è mai stato difficile — dal fatto di essere femmina, per dire, al modo… non così sobrio di vestirsi?

Marianna:

All’inizio sì, tantissimo. Giravo come se mi fossi pettinata coi petardi. Mi vestivo in modo molto strano. Avevo cose buffe o infantili tra i capelli, attaccate addosso. [*nota che guardiamo i soldatini appesi alle orecchie, ride*] Tutto il mercato… cioè: tutto il sistema distributivo era gestito da dei matusa, quindi effettivamente lì farsi prendere sul serio era proprio tosto. E io non facevo niente per farmi prendere sul serio. Anche perché… col cacchio che mi andavo a mettere in tailleur. Magari mi vestivo un po’ meglio, ovviamente, in caso di riunioni fondamentali. Però non sembravo quella col gessato, super grintosa, arrabbiata. Ci sono stati degli episodi che ho in parte rimosso, perché mi ricordo distintamente delle volte in cui ho pensato: “Se fossi uomo non me le avrebbero mai dette.” Però ho completamente rimosso. Non voglio rimuginarci sopra. Per quanto riguarda l’aspetto… Credo che la credibilità del professionista stia da un’altra parte. Chiaramente il mio stile di vestiario s’è evoluto, ma è ovvio che non ho mai perso quella cifra lì. Sta tutto nel mio carattere. Continuo a fare battute a sproposito, dico un sacco di parolacce, quando vado a fare i corsi alla Camera di Commercio infilo anche la slide con Pamela Prati che piange. Io sono così. Se ti va bene, bene. Se no niente. Grazie a Dio, però, anche se ho un approccio ironico, credo che l’esperienza, la prova dei fatti, le competenze acquisite siano di gran lunga superiori. La reazione della gente, di solito, adesso è: “Ok, la racconta in un modo un po’ buffo, non canonico, però, cazzo, cose da dire ne ha”. Quando avevo vent’anni no. Non avevo esperienza, ero una sbarbatella, non sapevo che cosa stessi facendo. Capisco anche che la gente dica: “Oh, ma chi è ‘sta qua? Che vuole?” Giusto. Per questo la formazione e l’esperienza sono fondamentali.

Merende Selvagge:

Formazione. Ecco. Chi forma i formatori? Tu hai mentori che ti ispirano?

Marianna:

Sarà una segnalazione banalissima, ma… Seth Godin. Se non l’avete mai letto, lo posso capire. È un super guru del marketing. C’ha anche una certa età. All’interno del suo cognome c’è God, perché nel suo settore è tipo Dio. Quello che dice è veramente incredibile. E ha una capacità di dire cose complicatissime in modo super semplice, formativo e didattico. Il suo libro più famoso si chiama La mucca viola. È anche un tipo molto buffo e divertente. Sul marketing mi ha insegnato tantissimo, ovviamente a distanza.

La distanza è fondamentale. Ma noi, a chilometro zero, abbiamo Torino, non New York (e manco Milano): come la mettiamo, con questa città?

Marianna:

Non lo so, sono molto sfiduciata. A me non sembra un grande periodo per Torino. Mi sembra sia in una fase di grande ristagno, particolarmente difficile… molto difficile. Mi convince molto quella poesia di Catalano: A Torino non si scherza un cazzo. Cioè: se ce la fai a Torino, ce la fai dappertutto. Ne ho parlato tantissimo, con tantissime persone, però sono tanti che mi dicono: “Cacchio: se tu fossi a Milano, sarebbe completamente diverso. È vero che avresti il quadruplo della concorrenza, però Milano è molto meritocratica, e con le tue idee ce l’avresti fatta meglio”. Questa cosa mi dà molto da pensare. Ho come l’impressione che a Torino ci sia una fetta di pubblico illuminatissima, bravissima, incredibile, eccetera eccetera, ma: minuscola. Riuscire ad andare a scalfire la massa e convincerla mi pare sia complicatissimo. Resta una città molto chiusa, una città dove non si fa gran rete tra professionisti. O comunque si fa poco. Ci sono delle sacche di gente che si stanno sbattendo tantissimo. I nomi che ora cito possono piacere o non piacere, ma si tratta di chi in modo completamente altruista si sta sbattendo per organizzare un cambiamento di qualche tipo. Per esempio penso a Luca Ballarini, che ha un’agenzia di comunicazione qui a Torino che si chiama Bellissimo. Ecco: lui fa questa cosa che si chiama Torino Stratosferica. Convince anche graficamente, perché mettendo insieme la scritta si vede toriNOSTRAtosferica, ti dà quest’idea di condivisione: mette insieme un po’ di imprenditori culturali per discutere come ci immaginiamo la città del futuro, un discorso super interessante. Ma il resto? Non ne posso più di lamentele: se aspetti sempre che siano gli altri a organizzare le cose, ciao!

Merende Selvagge:

Che hai in testa?

Marianna:

Ecco, a partire dall’autunno vorrei organizzare delle cene, qui. Delle cene speciali dove ognuno porta qualcosa; gli ospiti devono essere persone che non c’entrano un cazzo l’una con l’altra, non so, mi immagino il jolly da circo, la ballerina, il tatuatore, il traduttore, il fotografo, il grafico… Noi li mettiamo insieme in modo che, beh, si conoscano. Per me è La cena per farli conoscere, il titolo di questo format. Come il film di Pupi Avati, sì. Poi nasca quel che vuole nascere. Sennò si finisce sempre nella nostra bolla, un tot di persone che fanno più o meno lo stesso lavoro, ce la raccontiamo e ce la suoniamo e ci lamentiamo e non ci diciamo mai niente di diverso… Bene che vada, continuiamo a darci sempre ragione, tra di noi. Che palle! Io vorrei anche sentire qualcuno che non mi dà ragione, ogni tanto.

Che il conflitto o il cambiamento germinino creazione è cosa vera e coraggiosa da inseguire. Non dev’essere facile chiamarselo addosso.

Merende Selvagge:

Nel concreto quotidiano però che fai, se qualcuno non ti dà ragione o sorgono impicci?

Marianna:

Sono diventata più brava negli anni. Ho due tipi di approcci. Emotivamente parlando, più o meno il mio processo funziona così: panico iniziale. Totale. Globale. Panico proprio: urla. Pianti. Tragedia greca. Dura due, tre ore massimo. E poi mi rimetto subito nei binari. Cioè: io mi perdo in un bicchier d’acqua facilmente, ma allo stesso tempo tengo sempre dritta la barra. Non so mai come queste cose si svolgano. Per rimanere sempre intorno a metafore che hanno a che fare con l’acqua, il rischio è di annaspare durante i soccorsi in mare. Ho imparato, con gli anni, a non prendere mai decisioni nei momenti difficili, o quando ci sono problemi. Faccio un esempio stupido: i corsi non partono. “Ah! Cacchio! I corsi non partono! Cosa facciamo? Non abbiamo soldi! Quest’anno come possiamo fare se non abbiamo l’entrata principale? Dài! Organizziamo altri ventidue corsi! Sì, dài! Organizziamoli! Iniziamo a promuoverli mentre promuoviamo ancora gli altri corsi, che però non stavano andando! Facciamo un altro post!” Questo è l’approccio che ho avuto fino a tre, quattro anni fa. L’approccio emergenza. Il delirio. La bomba. “Facciamo tutto a caso”. Ecco: è l’equivalente di annaspare in acqua mentre il bagnino cerca di salvarti e tu ti dimeni come un pazzo. Probabilmente affogherai insieme al bagnino: per evitarlo, il bagnino dovrebbe tramortirti, a un certo punto. Beh, io mi auto-tramortisco! Adesso basta: se si presenta un momento di difficoltà al lavoro, non si prendono decisioni in corsa. L’ansia ne porta di peggiori. Lasciamo passare la tempesta continuando a sgobbare come muli sulle cose decise con lucidità mesi prima. Passato quel periodo iniziale di panico, quando ci si accorge che magari le cose continuano ad andare male, solo allora ci si dice: ok, mentre continuiamo a far andare avanti il tutto cerchiamo più lucidamente delle soluzioni tampone o una prospettiva diversa per la prossima stagione, o per il prossimo anno. Ci pensiamo però con più lucidità. Tutte le volte che abbiamo operato presi dal panico sono venuti fuori dei merdoni peggiori del merdone iniziale. Dopodiché uno è stanco e deve pure pulire il doppio dello schifo. Quindi: no.

Parlare al plurale è fondamentale, in questo caso. Il tentativo di fare cultura in un territorio in transizione costante richiede energie altrui, in aggiunta. Come si capisce che bisogna allargare la squadra, che serve prendere spazio — fisico, persino — nel mondo?

Marianna:

È stato cruciale il passaggio dalla prima alla seconda Zandegù. Tra le due… Non ricordo se fosse il 21, il 22 di maggio del 2012: mi sono licenziata dal posto in cui ero finita a lavorare, una rivista per onicotecniche, e tre settimane dopo ho riaperto la partita IVA. Cioè: in tre settimane ero già riuscita a tornare dalla commercialista, firmare, fare tutto… Per tornare al discorso di prima: decisioni ponderatissime, proprio! Mi sono detta: “Mi prendo sei mesi per imparare a impaginare gli ebook, a fare il sito”, perché volevo risparmiare. E lo faccio: smadonnando, proprio. Un casino che non vi dico. Ho cercato un grafico per darci una veste nuova, preparare altre basi. Abbiamo ufficializzato la cosa il 14 dicembre con il lancio del sito. Poi in realtà tutto si è concretizzato nel 2013: sono partiti i primi corsi. Sono usciti i primi ebook. All’inizio lavoravo in casa. Poi, due anni dopo, siamo andati a lavorare in un co-working. Abbiamo iniziato ad affittare le sale per fare i corsi. Visto che eravamo sempre lì, abbiamo pensato di prenderci una scrivania, almeno avevamo un appoggio. Poi però la dinamica co-working ci sembrava molto dispersiva, e abbiamo preso un ufficio all’interno del co-working. Ci siamo stati ancora un anno. Le cose hanno iniziato ad andare bene, l’ufficio del co-working è diventato stretto, volevamo ci fosse il nostro logo all’ingresso, l’accoglienza dei corsisti andava fatta in un altro modo. Ricordo che dicevo: “Voglio fare a modo mio”. E quindi ci siamo cercati una sede. Ci siamo arrivati nel 2016. A ottobre abbiamo aperto. Un passaggio graduale, ma neanche troppo. Non eravamo soli, Marco e io. C’era anche il grafico, Davide Canesi, che lavorava da remoto. E Irene Roncoroni, dal febbraio 2014.

Poi ci siamo resi conto che serviva una persona fissa, una figura diversa dall’ufficio stampa classico: cambio della guardia, via Irene, dentro Enrico Viarengo, che si occupa di un po’ di tutto. Più o meno in quel periodo abbiamo sentito l’esigenza di non avere più un grafico a Milano: questo povero figliolo lavora per una grossissima casa editrice, fa orari assurdi (nel nostro caso tornava a casa alle undici, ci mandava le copertine alle tre di notte, non riuscivamo mai a parlarci perché non poteva mai nemmeno fare una Skype). Conosciuto Alessandro Pelissetti, ci siam detti: “Almeno riusciamo anche solo a fare una riunione, ci parliamo”. Quando ho capito che potevo delegare anche l’impaginazione, è arrivata Agnese Tortosa. Invece la storia della  sede, la Zandecasa… Uh! È stato un calvario!

Quando all’inizio abbiamo scritto che il mondo di Zandegù, realizzato da Marianna, è vasto, imprevedibile e ubiquo, facevamo riferimento proprio alla sede. Il colore prevalente è il bianco, quello che la caratterizza è invece il giallo; una precisa gradazione di giallo. (Giallo Lego? Giallo limone? Giallo scuolabus?) Se la Z avesse un colore, ecco: sarebbe questo giallo qua. Le aule, poi. Sono due. Si chiamano [Aula Sandra] e [Aula Raimondo], così, con tanto di parentesi quadre. Sulla porta del bagno è indicato [Tualèt], e c’è uno spazio dedicato alle pause — un bancone, la macchinetta che va a cialde, tanti bicchieri (rigorosamente riciclabili) — sotto ad alcune parole scritte sul muro: [Caffè? Tè? Me?]. Le parentesi sono proprio quadre. Rigorose. Perché Marianna la follia, la stupidera, la “zuzzurellonità” — l’identità del luogo e la propria — ha imparato a padroneggiarle.

Marianna:

Nei primi mesi del 2015 abbiamo iniziato a dire che forse poteva servirci una sede. Un giorno stavamo passeggiando in via Pinelli e io vedo questa casa, per i miei gusti bellissima, una casetta indipendente, super carina. C’era un cartello con scritto VENDESI O AFFITTASI. Io dico: “Sembra proprio perfetta.” Prendo il numero di telefono, chiamo, prendiamo appuntamento. Era stata una scuola di musica. Dentro era già… perfetta. Per me era perfetta. Era proprio una casetta completa, enorme, bellissima. Aveva l’interno cortile. Ero proprio impazzita, vedevo già le possibilità. Volevo costruirci un piano sopra. Quindi dicevo: “Vabbe’, e sopra costruiamo casa nostra! Che bello! Bellissimo!” Ma la trattativa non è andata a buon fine. Ce la siamo persa. Però da lì ho capito che sì, dovevamo cercarci un posto. Allora abbiamo iniziato a cercare di tutto. In vendita e in affitto. In condivisione… sulla luna! E abbiamo visto una marea di schifezze. Delle robe in condizioni pietose. Quando avevamo perso ormai tutte le speranze, sull’ennesimo sito ho trovato questo posto. Mi sono detta: “Vabbe’, le foto sembrano meno cagose di quelle solite, andiamo a vedere”. Quando siamo arrivati qua, ovviamente l’aspetto era completamente diverso. [*allarga le braccia come a prendersi tutta la sala, il bianco e il giallo insieme*] Era tutto da ristrutturare, però era in condizioni dignitose, la Metro era vicina, non c’erano scomode Strisce Blu. Quindi abbiamo comprato. E poi abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione. Un salto nel vuoto mostruoso, che non consiglierei probabilmente a nessuno. Ma tutte le soluzioni in affitto che abbiamo visto erano di due tipi: o il mega-loft dove è possibile combinare le aule come si vuole, con costi di affitto salatissimi! Oppure posti di dimensioni più normali, però strutturate ad ufficio: aule che al massimo contengono cinque persone, o obbligano a buttare giù muri e fare un sacco di lavori su un posto che non è tuo. L’idea di spendere mille euro di affitto per il mega-loft sembrava una cagata galattica… piuttosto uno si fa un mutuo, appunto. Per questo abbiamo deciso di andare in questa direzione. È spaventosissimo, ovviamente, avere sul groppone anche questa cosa qua.

Merende Selvagge:

E poi? Una volta che c’è il posto, è fatta?

Marianna:

L’anno prima di venire qua avevamo deciso di rifare il sito: era sempre quello che avevo fatto io, faceva acqua da tutte le parti. Soprattutto la parte di e-commerce stava iniziando a dare problemi. Quando abbiamo deciso di rifare quella parte lì, abbiamo anche ragionato sul restyling del logo, perché era un po’ diverso, e in generale sulla grafica dei materiali: la facevo tutta io, totalmente a caso, non c’era coerenza. C’erano immagini di stock, robine fatte con Canva, tutto un po’ a caso. Quando abbiamo deciso di riaprire qui, Marco mi ha presentato una sua amica che fa la grafica a Milano, Benedetta Spreafico, che credo che sia un genio… Ecco, forse lei la annovererei tra i mentori che conosco di persona. Lei è veramente bravissima, ha una mente incredibile: non solo è molto creativa, ma capisce il cliente, ragiona a scopo commerciale con del raziocinio vero, il sense of business milanese. Il famoso rebranding è suo: c’ha rifatto il logo, l’immagine coordinata, tutti i materiali…

E se uno in questo mondo volesse entrarci? Se, a forza di ragionare intorno a un settore boccheggiante eppure ancora vivo, vivo, vivo, ci si volesse cimentare in una strada simile o parallela?

Marianna:

Bisogna essere secondo me molto consapevoli che è una fatica devastante. La consapevolezza che ci si sta infilando in un ginepraio è necessaria. Io non ce l’avevo, no? A livello pratico, bisogna veramente tenere i conti sottomano. Non dev’essere il Business Plan complicato che ti insegnano al MIP, per chiedere i finanziamenti. Ma deve somigliare al tenere i conti di casa: che sia col kakebo, col quadernino, con l’Excel. Avere sempre traccia di quel che si sta facendo è essenziale. Perché quando si vedono per tempo le cose si riescono ancora a salvarle. Se si ignorano è la fine. In più, bisogna tanto, tanto, tanto, tanto, tanto lavorare sulla comunicazione. Spero di non passare per arrogante, ma se a noi la comunicazione sta andando bene, e tutti ci fanno complimenti, è anche perché nel settore culturale appena fai un briciolo di sforzo in più spicchi subito. Facciamo i matti e creativi, però non è che per forza devi essere matto e creativo anche tu. Tante volte mi si dice: “Ah, ma che bella l’ironia, a me non viene!” Sì, ma non è che bisogna per forza fare come noi. A noi vien bene, è naturale, è così. Si possono però anche fare cose più seriose, più professionali. Occorre un minimo di sale in zucca. Del Sale Rosa in zucca!

Merende Selvagge:

Secondo te perché sembra tanto difficile? Perché pare sempre che debba esserci un bivio netto tra il fare cultura e il fare ironia, o comunicazione, o — in un certo senso — persino intrattenimento?

Marianna:

Credo che non si capisca ancora che la comunicazione, come dice la parola stessa, è una comunicazione. Ci sono due soggetti che si stanno in qualche modo parlando: ci sei tu che parli, e c’è l’altro che deve capirti. Se continui a scrivere e a fare foto incomprensibili, o video di bassa qualità, o didascalie autoreferenziali… non ti capirà nessuno! Occorre dire cose interessanti, cose che agli altri venga voglia di ascoltare. Ecco: invece di stare a preoccuparsi che bisogna imparare MailChimp, WordPress o altri mille programmi, preoccupiamoci di avere cose da dire. In tutti questi anni di formazione, quante volte mi sono sentita dire da corsisti: “Ah, che bello! Voglio aprire un blog! Adesso ho imparato tutti gli angoli più reconditi di WordPress, fino a farlo diventare un Super Concorde!” Ok. “E ora l’hai aperto il blog?”, gli chiedi dopo sei mesi. “Eh, no, non sapevo cosa scrivere!” Allora: non devi necessariamente usare chissà quali programmi o strumenti per interagire con le persone. C’è Medium; c’è persino Facebook, se vuoi… L’importante è avere cose da dire. Quanta gente spara: “Quanto vorrei fare i video! Ma è così difficile! E la fotocamera, e le luci…” Ma no: noi il novanta per cento dei video li facciamo col telefono. Non è importante il mezzo. Certo, a un certo punto, si dovrà curare anche l’estetica: si dovrà migliorare il proprio game, come dicono gli americani. Ma cacchio, senza avere delle cose da dire come si fa?

Ci sarebbe ancora tanta roba da raccontare. Le risate. Le manifestazioni di complicità. I progetti per il futuro. Gli appuntamenti alle prossime Zandebirre, che ora c’è venuta una sete… Ma è il momento di fermarci. Di rispettare i paletti. Recuperiamo le nostre cose. Ci salutiamo. E prima di tornare in strada — prima di rituffarci in questo primo, violentissimo accenno di estate — ci voltiamo a guardare Marianna un’altra volta. Ferma nel rettangolo della porta, sullo sfondo ha delle lettere coloratissime, gonfiabili, che, una in fila all’altra, formano la solita scritta con la Z. Non è da tutti intervistare qualcuno che sembra uscito da una graphic novel.

Ci tornano in mente le foto del suo profilo Instagram. Una, in particolare, in cui Marianna, con i fianchi schiacciati, se ne sta infilata dentro una clessidra: un altro dei tanti luoghi in cui l’abbiamo vista. E continueremo a vederla. Perché Marianna è una di quelle persone-personaggio che, quando le incontri, ti invogliano subito a chiederti cos’hanno fatto per arrivare sin là e cosa stanno facendo; ma, soprattutto, ti invogliano a chiederti cosa faranno nelle prossime puntate. Nel futuro, insomma. Perché è lì che la incontreremo, la prossima volta. Ci abita.

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Diario d’amore e squallore di Palma, nella Chilografia di Domitilla Pirro https://minimaetmoralia.it/libri/chilografia-domitilla-pirro/ https://minimaetmoralia.it/libri/chilografia-domitilla-pirro/#comments Tue, 16 Apr 2019 12:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40048 Mentre le ragazze magre vanno in paradiso, alle ragazze grasse tocca l'inferno in Terra. Un inferno che spesso e volentieri trova il suo nocciolo nell'infanzia, dove si generano le infelicità e i tormenti che possono divinare il destino dei bambini che l’attraversano. Chi è infelice da piccolo lo sarà in modo permanente; in un modo atroce e speciale che a livello psicologico non cambia a dispetto dei presunti miglioramenti dell’età.

Lo sa bene Palma, nata settimina e concepita durante un goffo tentativo di infedeltà coniugale.

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di Gaia Tarini

Mentre le ragazze magre vanno in paradiso, alle ragazze grasse tocca l’inferno in Terra. Un inferno che spesso e volentieri trova il suo nocciolo nell’infanzia, dove si generano le infelicità e i tormenti che possono divinare il destino dei bambini che l’attraversano. Chi è infelice da piccolo lo sarà in modo permanente; in un modo atroce e speciale che a livello psicologico non cambia a dispetto dei presunti miglioramenti dell’età.

Lo sa bene Palma, nata settimina e concepita durante un goffo tentativo di infedeltà coniugale. La sua storia è quella di tantissime bambine nate all’inizio degli anni Ottanta, gli anni floridi delle merendine e dei cartoni giapponesi, sempre pronti a sostituire babbo e mamma troppo impegnati altrove. Palma è la protagonista di Chilografia, romanzo d’esordio di Domitilla Pirro (effequ, 2018); antieroina debordante, sorella minore – e perciò perseguitata –, figlia taciturna e anima in pena alle prese con una sopravvivenza che oltre che maledetta appare schiacciata da macigni fisici ed emotivi. Palma  – perché lei un nome ce l’ha, a dispetto degli epitetiche tutti si ostinano ad affibbiarle – è figlia di genitori separati, e adolescente e donna nella provincia laziale, quella spietata che non risparmia nessuno, e che fagocita i suoi figli nell’illusione di un’ignoranza inoffensiva.

Il diario emotivo di Palma scorre trascinato dalla scrittura slabbrata e rude di Pirro, che nel suo linguaggio pieno di regionalismi e approssimazioni mette in luce tutta la cecità del mondo circostante. Da quel mondo Palma cerca di scappare, mentre la bilancia su cui non ha più coraggio di salire diventa un elastico espanso: gli anni Duemila, le chat online, perfino quella con Angelo – che è più grande di lei e che sembra apprezzarla per quella che è. Farsi accettare, più che accettarsi, è il movimento centrifugo che Pirro illustra: quel bisogno di dimenticarsi di sé per esistere soltanto negli occhi di chi guarda, fino a sempre nuovi, dolorosissimi compromessi.

Nella fuga da una famiglia disfunzionale e piena di cliché terribilmente comuni, Palma cerca di redimere sé stessa; di esistere sdoppiata nelle virtuali evoluzioni di SimCity e dei suoi avatar, dove per qualche ora di notte può calarsi in un corpo che non è il suo. Pirro immerge senza pietà la sua eterna bambinona in quel mondo cieco e sordo in cui la solitudine resiste nella sua forma più assoluta e pura: Palma è una ragazza interrotta destinata a stare sola, che ha a disposizione solo la ferocia (e un certo grado di inconsapevolezza acquisita) per sopravvivere e riscattarsi.

Amare è un esercizio difficile per chi lotta col proprio corpo, e in Chilografia quel corpo dilaga, evade alla ricerca di una via d’uscita: nel ricordo della tenerezza dei nonni che non giudicano, o nel sesso sporco, racimolato tra i pochi ragazzi che sanno approfittare di quella carne informe e magmatica che non scende a compromessi. Palma accetta di essere penetrata e picchiata, di continuare a ingrassare per l’uomo che al suo fianco la sottopone a una terribile prova di accettazione e annullamento.

Chilografia, infatti, è anche questo: l’epopea tragica, inimmaginabile, di ogni singolo compromesso fatto in nome di un amore inseguito, sconosciuto, che parla un alfabeto che è saltato. Pirro racconta, in una, tutte le ragazze silenziose che assecondano le richieste più assurde dell’amore perché in fondo sono convinte di non meritarselo. Ma a differenza di tante di queste donne sbagliate e sballate, Palma è un’eroina che risponde allo schiaffo della vita. In lei resiste quel cannibalismo totalizzante che trionfa quando niente importa più, e che in barba alla fame d’amore fagocita tutto.

 

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Di generi, di genere e di altre magie (nere): un dialogo con Loredana Lipperini https://minimaetmoralia.it/letteratura/generi-genere-magie-nere-un-dialogo-loredana-lipperini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/generi-genere-magie-nere-un-dialogo-loredana-lipperini/#comments Wed, 10 Apr 2019 05:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40002 L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni.

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L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni. Simona Vinci lo ha detto molto meglio di me in Mai più sola nel bosco, ma camminare con la mente sul bordo di laghi che in realtà sono bambini trasformati e sentire il fruscio di alberi dove abita lo spirito di un fanciullo decapitato apre a una parte oscura che nell’infanzia non viene vista, e invece corre sempre sottotraccia. Se vuoi, quell’innamoramento, misto a terrore, è cominciato persino prima di imparare a leggere. Immaginati un pomeriggio d’inverno, e una bambina con i piedi piccoli e la testa piena delle favole della nonna dove un cane di nome Rosmarino muore bollito in pentola perché il suo sciocco proprietario ha obbedito all’invito della mamma, mettere appunto rosmarino nell’arrosto. Quella bambina riceve un invito molto ambito, specie dalla nonna: entrare nella casa di una vicina, detta la Signora, che fa il presepe più bello di tutto il palazzo, anzi, dicono, di tutta Roma. La bambina va, col suo vestito bello. La Signora è vestita di nero, ha due giri di perle sulla scollatura e capelli nerissimi cotonati e rossetto color sangue: le precede senza sorridere fino a una stanza che in origine era uno sgabuzzino, con una sporgenza che corre sui tre lati. Lo sgabuzzino della bambina serviva per riporre le valigie e l’aspirapolvere. Qui i tre lati sono occupati dal Presepe e prima di arrivare al suo centro, la Capanna col bambino, ci sono scene bibliche. A sinistra la cavalcata dei re Magi, a destra la strage degli Innocenti. È la prima cosa che vede la bambina.

Pensa. Duccio di Boninsegna dipinge la strage degli innocenti probabilmente a fine 1200. La dipinge con soldati senza espressione che infilano spade nel costato o nella gola di neonati grassocci e già lividi, che si ammonticchiano ai piedi dei soldati stessi o vengono cullati dalle madri mentre un filo di sangue rosso cola dai loro corpi. Nel Codex Egberti vengono trafitti o decapitati. Nell’affresco del Ghirlandaio sono fatti a pezzi.

Teste e soprattutto colli, colli fioriti di rosso, braccia strappate e di rosso sempre orlate. Gambe. Pezzi di corpi. Il lato destro del Presepe della Signora è così: un ammasso di sangue, organi, nasi, occhi sbarrati. La bambina non ha mai visto niente del genere. I santi innocenti, bisbiglia la signora. Che la spinge verso l’orrore, finché la bambina non chiede di tornare a casa.

Se devo trovare un inizio, è certamente questo.

Non molto dopo sarebbero venuti i Grimm, e Andersen, poi la saga di Pamela Travers su Mary Poppins, e alle medie Edgar Allan Poe, e poi ancora la giusta successione di Lovecraft, Machen, Matheson, e infine Stephen King. Man mano, capivo che quella fascinazione mista a repulsione era qualcosa che faceva parte di me ed era la matrice di tutte le storie che si sono raccontate. Perché di cosa parlano, infine, le storie? Della nostra condizione di mortali. E quella mortalità è qualcosa che proprio nell’infanzia si intuisce in profondità. C’è un passaggio di It che lo spiega bene, ed è un risveglio di Bill adulto, dopo un sogno in cui era tornato indietro, nel se stesso che non era più:

“Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.

D: Ecco: l’infanzia, tema che è particolarmente caro a entrambe e ci avvicina moltissimo — solo qualche giorno fa premiavi i vincitori dello Strega Ragazzi nella splendida cornice della Children Book Fair di Bologna. Io passo l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo immersa nei laboratori di avvicinamento alla narrazione per under 18 e troverei auspicabile piantarla di dare indicazioni censorie o limitanti a chi sogna di cominciare a raccontare storie: è tuttora inusuale pubblicare antologie, dicono alcuni. Non solo: ancor più inusuale è pubblicare antologie di genere fantastico. Se questo è quel che dicono, sarebbe bello che smettessero, credo; specificamente nel contesto del passaggio di testimone ad aspiranti Giovani Penne — tant’è che la tua Magia nera sbarca proprio oggi felicemente tra noi. Cos’è che secondo te vale la pena dire ai ragazzi, invece, a proposito di temi e forme d’elezione nella scrittura?

L: Che non esistono generi, appunto. Mi colpisce, nella narrativa per ragazzi più recente, la progressiva somiglianza con le tematiche della narrativa adulta. Romanzi storici. Romanzi con al centro la famiglia, che raccontano crisi esistenziali, e così via. Romanzi molto spesso realisti. È ovvio che non ho nulla contro il realismo, e che la narrativa per under 18 è di ottimo livello comunque: però è strano che il canone dominante predomini anche in un territorio che da sempre ha lasciato spazio al fantastico, addirittura finendo per farlo coincidere con le storie per giovanissimi (grave errore). Ora, come diceva Ursula LeGuin, dominante non significa sempre e comunque qualitativamente superiore: anzi. Quindi, ai ragazzi direi di non farsi ingannare da schemi e caselle, di essere liberi come lettori, così come liberi dovrebbero essere gli scrittori, auspicabilmente.

D: Liberi di leggere o scrivere (anche) ciò che più terrorizza, ed è vicino. Ché nulla è più spaventoso che guardare alla quotidianità cogliendone l’intimo, potenziale orrore nascosto appena sotto la superficie. Tu, per esempio, in questa raccolta pratichi solo occasionalmente incursioni nell’esotico, tra spie e illusionisti un po’ veri un po’ verosimili: i personaggi che affollano (e praticano!) Magia nera in quantità si chiamano Cecilia, Michele, Alice, Sara e si muovono entro ambientazioni ordinarie in garbato scivolamento verso lo straordinario. Sono corrieri, casalinghe, badanti, medici, e lo sono letteralmente dietro casa nostra — per questo atterriscono. Da anni conduci seminari sul fantastico: perché secondo te gli aspiranti esordienti hanno difficoltà ad ambientare storie fantastiche nei luoghi di casa propria? Cosa suggeriresti a chi non riuscisse proprio a non rendere l’eroe della sua prima distopia un Jake del Wisconsin anziché, che so, un Marco di Venaria, un Simone di Torre Maura?

L: Questo per me è un punto chiave. Ho sempre pensato che il fantastico, o quanto meno il fantastico che mi piace, debba essere straordinariamente verosimile. Se ho amato e amo i mondi creati da Tolkien (e anche da Martin, ammettiamolo), quello che prediligo è il fantastico che ti cammina accanto, come il compagno invisibile di Eliot. Quello che smargina, come nei racconti di Dino Buzzati. Quello che ti sorprende perché ti somiglia, e addirittura finisce col farti credere che quello che stai leggendo è accaduto davvero, come accadde nel 1948 quando La lotteria di Shirley Jackson venne pubblicato sul New Yorker. Il fantastico (e soprattutto il gotico e l’horror, che sono le strade che costeggio in Magia nera) raccontano di te, di quello che conosci e che fai tutti i giorni. Le mie storie nascono così: i cristalli di Soltanto due euro sono sulla mia scrivania, e davvero li ho comprati in un mercatino, e il pizzaiolo fracassone è quello che mi distrugge realmente le notti. Ma al di là dei dettagli, che sono semplicemente punti d’ingresso nelle storie, le emozioni, i grovigli sentimentali, le paure sono quelle nostre, quelle che conosciamo. Proiettarle in un altro universo come avviene nel buon fantasy richiede, almeno per me, un talento sovrumano, ed è curioso che spesso sia il primo tentativo che gli scrittori di fantastico fanno, e molto spesso si concentrano sulla creazione di quei mondi tralasciando quello che nel fantastico, come in ogni narrazione, è fondamentale: le emozioni. È molto più immediato lavorare su di noi, su quello che siamo e su quello che temiamo. E cosa fa più paura agli esseri umani? Il caos. Quello che non prevediamo e incaselliamo, l’imprevisto. Abbiamo paura, dice ancora Stephen King, del cambiamento. E questo è quel che gli interessa, infatti: osservare cosa accade quando una vita ordinata (o ordinaria, o tutte e due) inciampa nel cambiamento.

King cita, in proposito, un episodio del racconto “The Mist”. Ed è quando una delle persone che rimangono intrappolate nel supermercato a causa della nebbia assassina venuta dal lago impazzisce di terrore. Ma non rotea gli occhi, non vede apparizioni divine, non spara sui compagni di sventura. Semplicemente, dice al direttore del supermercato di ridarle indietro la sua confezione di funghi. Ridammi i funghi, urla. Siamo terrorizzati, dice King, dall’idea che qualcuno o qualcosa ci tolga la nostra confezione di funghi mentre siamo in coda alla cassa come sempre e come è giusto che sia.

“The Mist” è stato uno dei primi racconti di King che ho letto, e che ho amato molto. Ed è vero che secondo me sintetizza non solo la sua poetica, ma il manifesto della narrativa fantastica e horror in particolare. Quella, almeno, che sento vicina: mostrare questo mondo, quello che ben conosciamo e che è fatto di confezioni di funghi e di stick di rossetto che si sciolgono nelle borse, e raccontare l’altrove che vi si cela.

È questo che direi, dunque: guardate nelle vostre tasche, nelle vostre borse, nelle vostre vite. Partite da qui.

D: Partite da qui. Mi viene in mente il periodo in cui hai vissuto (almeno) due qui diversi. «I racconti “Tu stessa, per inseguirlo”, “Soltanto due euro”, “Stride la vampa”, “Baby blues” sono stati ideati e pubblicati per la rivista Confidenze. “Lyophyllum gambosum” è stato inserito nella raccolta Facce di bronzo (Mondadori, 2008) e “Lady Lazar” in Nessuna più (Elliot, 2013)» recita una notula in apertura di Magia nera. Le storie di Lara, le tue: era già capitato che coabitassero pressate sotto la stessa copertina? E cos’hai provato stavolta, oggi, nel vederle assieme?

L: Ci sono, nella raccolta, sei racconti che sono apparsi su una rivista o in un’antologia, e sei inediti. Fra i dodici, diversi sono recenti o addirittura recentissimi (quello su Bess Houdini, per esempio) e alcuni sono apparsi con il nome del mio eteronimo, Lara Manni. Quando penso a Lara continuo a provare un po’ di malinconia: grazie a un’identità non mia ho trovato il coraggio di sperimentare la parte narrativa della scrittura, verso la quale mi sentivo sempre inadeguata, e probabilmente questo senso di inadeguatezza, questo “zitta tu che non sei una vera letterata”, continuerò a ripetermelo sempre. Invidio gli scrittori e le scrittrici che esibiscono in pubblico, nelle interviste e sui social, la certezza di essere grandissimi, e semmai incompresi proprio perché superiori. Io mi considero un’artigiana, e mi piace: Magia nera mi ha fatto sentire meravigliosamente libera di scrivere quello che volevo, e questo è già molto. Moltissimo, anzi.

D: A proposito di (splendido!) artigianato della parola. Zio Steve-O, che è impossibile non citare quando si ha il privilegio di confrontarsi con te, nell’introduzione alla raccolta Tutto è fatidico rivela: «Quello che ho fatto è prendere tutte le picche da un mazzo di carte più il jolly. Dall’asso al re valgono da 1 a 13, il jolly è il 14. Ho mischiato le carte e le ho distribuite. L’ordine con cui sono uscite dal mazzo è diventato l’ordine delle storie. Ne è uscito un bilanciamento perfetto tra storie letterali e orrore puro. Ho anche aggiunto una nota descrittiva prima o dopo ogni storia, a seconda di quello che credevo essere la miglior posizione. La prossima raccolta verrà ordinata con i tarocchi». In Magia nera invece il lettore trova Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni: quattro sezioni da tre racconti l’una, quattro macrotemi forti, la numerologia a favore. Cosa ti ha guidato nel progettare la struttura dell’antologia e l’ordine dei racconti?

L: L’ho fatto a posteriori. Scrivendo o editando i racconti vecchi e nuovi, mi sono resa conto che inconsapevolmente avevo affrontato esattamente questi temi. Che poi sono quelli che attraversano anche la mia parte saggistica, a pensarci bene. Immagino che non si possa non parlare di famiglia e di maternità nei romanzi, ma dipende da come affronti la strada: il baby blues di Lilli è quello comune a milioni di donne, e semmai quello che non è comune è quello che si inserisce nella sua depressione. I tradimenti subiti da Elena potrebbero dar vita a un romanzo borghese, e invece accade altro. La malattia di Chiara poteva essere raccontata come il diario della sua sofferenza, e diventa qualcosa che fa parte di un mondo impensabile. La nostra esistenza, in fondo, attraversa quasi sempre questi quattro punti: nulla di anormale. Tranne il momento in cui in quella normalità cola qualcos’altro, come acqua dal fondo di un sacchetto di carta.

D: Eccole, sì: Lilli, Elena, Chiara… Da consapevole penna pluri-consacrata, da intellettuale attiva e attivista nel racconto del genere — sì — ma anche dei generi, e delle loro eventuali differenze, cosa significa per te nel 2019 scegliere di pubblicare una collezione di dodici personaggi femminili (o più, se contiamo comprimari o contraltari come la… ritornante, eterea Giulia o la diabolica non-tanto-vecchia Viola)? Piccola provocazione: cosa risponderesti a chi ti chiedesse se, da narratore, non trovi castrante fotografare qui come protagonista solo una metà del cielo?

L: Ci ho pensato, veramente. C’è, in Rosa Virgo, un protagonista maschile, ma la sua vita trascorre nell’inseguimento di un fantasma femminile, quindi probabilmente non conta. È che non sono così frequenti le donne protagoniste: se si escludono, nel genere, le Shirley Jackson, le Margaret Atwood, le Angela Carter, la mai abbastanza rimpianta Chiara Palazzolo e soprattutto le strepitose nuove leve, quelle raccontate nell’antologia Le visionarie, curata per l’Italia da Claudia Durastanti e Veronica Raimo. Oggi i racconti delle donne e sulle donne conoscono una nuova fioritura: diciamo che è un piccolo contributo per riequilibrare un dislivello. Se ci pensi, però, nella parte fantastica dell’Arrivo di Saturno ho scritto dal punto di vista di un uomo, il “mio” Han Van Meegeren. Dipende dalle storie: nel romanzo a cui sto lavorando le protagoniste sono tutte donne, perché è la vicenda stessa che lo chiede.

D: Ecco: piegarsi a ciò che chiede la storia, e al suo costo. In un’intervista pubblicata a ridosso dell’uscita di L’arrivo di Saturno hai limpidamente riflettuto: «Anche in tempi di autofiction, tempi in cui il lettore chiede la verità allo scrittore (e lo scrittore è convinto di dirla, quella verità, perché mettendosi in gioco ogni finzione sembra più convincente), nessun romanzo può essere sincero. […] La letteratura mente, così come si mente nel mondo reale: ma può almeno tentare di trasformare quella bugia, condividendola». Ti domando ancora, ringraziandoti infinitamente, e chiudo: secondo te che ruolo può ritagliarsi oggi questa concezione della letteratura, in un mondo in cui le fake news, moltiplicatesi nell’arco degli ultimi due anni, rischiano di plasmare parte dell’informazione globale?   

L: Credo che la letteratura debba rivendicare il suo ruolo di ingannatrice. È attraverso l’illusione che è possibile raccontare il mondo reale, semmai. Ma se la letteratura si inclina verso la narrazione di sé per avvicinarsi ai social, e dunque rendere partecipe chi legge di quella gigantesca autobiografia pubblica che i social rendono possibile, corre lo stesso rischio dei giornali. Non si inseguono, almeno per me, mezzi che non si possono sconfiggere su questo terreno. Bisogna trovarne uno nuovo, e chiedere al lettore non il semplice rispecchiamento (ti racconto la mia vita, soffri con me, ridi con me), ma la ricerca delle leve delle proprie emozioni attraverso una storia che non gli somigli. In apparenza.

D: E cosa sarà adatto a somigliarci-ma-non-troppo più di uno specchio deformante da casa stregata? Entriamo nel luna-park a passo svelto, allora: pronti a godercela strillando forte.

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Ma tu divertiti: più che un consiglio, una minaccia — Chiacchierata semiseria con l’autrice Mari Accardi https://minimaetmoralia.it/interviste/tu-divertiti-piu-un-consiglio-minaccia-chiacchierata-semiseria-lautrice-mari-accardi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tu-divertiti-piu-un-consiglio-minaccia-chiacchierata-semiseria-lautrice-mari-accardi/#respond Mon, 04 Jun 2018 06:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37368 Se Lena Dunham fosse palermitana, genuinamente simpatica e autrice della propria fortuna (senza famiglia artistoide né background brooklyniano, insomma)… Anzi: se Hannah Horvath, il suo personaggio in Girls, esistesse davvero; se Hannah fosse sicula di nascita ma giramondo d’elezione, meno egoriferita e altrettanto quirky, si chiamerebbe Mari. Mari Accardi. Il confine tra autore e personaggio, si sa, è labilissimo.

Disclaimer: Mari è l’amica di amici che ho contattato quando, poco meno di dieci anni fa, ho deciso di mollare la capitale per venire al nord a studiare da parolaia. Mari è quella che mi ha risposto qualcosa come “Vieni, sì, vale la pena”. Quando sono arrivata ho constatato che la pena effettivamente la valeva, però lei intanto era già oltreconfine. Comme on dit raincheck en français?

Perciò quando ci siamo ritrovate a scrivere tutte e due, a leggerci a distanza e — va da sé — a raccontare il mondo da una prospettiva vaginomunita, ho pensato fosse interessante riprendere il discorso. Domandarle dell’altro, e poi riportarvelo: ché non è da tutti poter intervistare, beh, Hannah. Quel che è venuto fuori è qua sotto: buona lettura.

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accardi

Se Lena Dunham fosse palermitana, genuinamente simpatica e autrice della propria fortuna (senza famiglia artistoide né background brooklyniano, insomma)… Anzi: se Hannah Horvath, il suo personaggio in Girls, esistesse davvero; se Hannah fosse sicula di nascita ma giramondo d’elezione, meno egoriferita e altrettanto quirky, si chiamerebbe Mari. Mari Accardi. Il confine tra autore e personaggio, si sa, è labilissimo.

Disclaimer: Mari è l’amica di amici che ho contattato quando, poco meno di dieci anni fa, ho deciso di mollare la capitale per venire al nord a studiare da parolaia. Mari è quella che mi ha risposto qualcosa come “Vieni, sì, vale la pena”. Quando sono arrivata ho constatato che la pena effettivamente la valeva, però lei intanto era già oltreconfine. Comme on dit raincheck en français?

Perciò quando ci siamo ritrovate a scrivere tutte e due, a leggerci a distanza e — va da sé — a raccontare il mondo da una prospettiva vaginomunita, ho pensato fosse interessante riprendere il discorso. Domandarle dell’altro, e poi riportarvelo: ché non è da tutti poter intervistare, beh, Hannah. Quel che è venuto fuori è qua sotto: buona lettura.

D: Mari, hanno arrestato Harvey. Hai letto? E che hai pensato, quando hai letto, tu che fai dire ai tuoi personaggi cose come “Stavolta ho paura, la prima volta no, ed ero più piccola. Forse perché ero spensierata, incosciente, non capivo bene di cosa si trattava. […] È proprio un cacamento di minchia essere donna. Vero signò?”?

M: Pensavo fosse già dentro.

D: Sei la solita ottimista. Nell’ultimo romanzo che hai pubblicato per Terre di Mezzo, Ma tu divertiti [qui il primo capitolo], c’è un medico che visita in questo modo la giovane paziente operanda di fibroma: “«Apriamole di più queste gambe, non facciamo le timide. Potessi darti del vino, te lo darei…» […] A mo’ di rassicurazione, mi ha messo una mano sulla coscia”. Che idea ti sei fatta del dibattito attuale sul consenso e sui confini tra abuso e confidenza?

M: La protagonista è nuda, bloccata in una posizione che comunque non le permetterebbe agevolmente di scappare; il Chirurgo è uno “di famiglia”, e per quanto la metta a disagio la mano sulla coscia, lì per lì non ci si sofferma troppo. In quel momento si sente una bambina, è impaurita per l’operazione e a operarla oltretutto sarà lui. Magari è sempre stata abituata a questi atteggiamenti “confidenziali” e non sa se ha il diritto di lamentarsi. Forse esagera. I confini sono sottilissimi ed è un discorso complicato. A me dà fastidio anche quando il medico, da cui vado per un’allergia, dice che con la cura che mi prescrive perderò qualche chilo e il mio fidanzato sarà più contento. O quando la ginecologa (ormai lo rimando sempre, il controllo dalla ginecologa) mi rimprovera perché ancora non ho figli. Ci ho messo un po’ ma adesso li mando affanculo.

D: Il che mi pare un approccio valido, sano e (si dirà ancora?) bipartisan. Cinque anni fa hai esordito con Il posto più strano dove mi sono innamorata: quale affinità lega Irma e… la fidanzata di Lucien? Com’è nata questa seconda storia lunga? Che mi dici delle scelte di struttura?

M: Le storie che compongono Il posto più strano dove mi sono innamorata sono state scritte in periodi molti diversi, nell’arco di dieci anni. Ma tu divertiti invece l’ho scritto in un periodo più concentrato. La mia vita rispetto al primo libro era cambiata drasticamente e questo ha influito sulla costruzione dei personaggi. Anche Irma come Rita (il nome viene menzionato soltanto una volta, nel racconto dello yo-yo) cerca un posto nel mondo, solo che Rita mi sembra più combattiva, sebbene in un modo che potrebbe apparire goffo. Volevo scrivere un libro incentrato sulla fiducia. Alcune storie erano ben definite, altre nella mia testa erano brevissime e invece scrivendole ho perso il controllo. Era la prima volta che mi succedeva ed è stata un’esperienza formativa anche in altri ambiti della mia vita. I personaggi prendevano piede senza che li invitassi, non sapevo cosa avrebbero fatto. Mi divertiva mettere Rita in difficoltà: doveva imparare a fidarsi di se stessa ma anche ad aprirsi agli altri. Non sempre ci riesce ma è giusto così, mi interessa raccontare i tentativi.

D: Tentativi riusciti. Per esempio, tu realizzi un sacco di vignette buffe e surreali e le carichi sui social. Piacciono a tanti, a me di sicuro. Sembrano uno spin-off delle tue storie: al centro c’è spesso una manic pixie dream girl — una versione esasperata e tenera di te, un robot francofono per fidanzato e tante paranoie a farle compagnia. Hai mai pensato di lavorare a una graphic novel, o di integrare la prosa con le immagini?

M: Grazie. Mentre scrivevo Ma tu divertiti a un certo punto mi sono bloccata, per molti mesi non sono riuscita a finire neppure un paragrafo, avevo la nausea. Non volevo smettere perché so che quando perdo il ritmo poi diventa impossibile ricominciare e allora ho iniziato a disegnare, ho usato le vignette per parlare del mio blocco e ha funzionato. Ho finito il libro in due mesi. L’ultimo racconto, Proteggi il re con un ombrello, viene da un piccolo fumetto che avevo fatto. Quando scrivo non riesco ad abbozzare velocemente una prima stesura: se non mi convince quello che ho scritto non riesco ad andare avanti. Invece quando disegno sono più libera, sperimento di più, mi giudico meno, rido da sola. Ormai è diventata un’abitudine, mi dà un’altra prospettiva sulle cose. Sì, il mio obiettivo è quello di integrare prosa e immagini. Ho una storia in mente da un po’, qualche tavola pronta, schizzi sparsi. Arriverà il suo momento.

D: Spero dentro ci sia un sacco di Robot. Ha personalità. Al contrario, sempre in Ma tu divertiti a proposito di un altro soggetto leggiamo: “Ai tempi in cui stavamo insieme diceva che ero un prodotto in serie, anonima e senza fantasia, e lui mi avrebbe salvato”. Che maschi sono, quelli che racconti? Che coppie compongono?

M: I maschi di cui si innamora Rita sono sempre una proiezione di quello che lei vorrebbe essere. Il naso-scultore e Giando sono sicuri di sé, vivono la vita in maniera libera. Lei si appoggia molto a loro, reputa le loro opinioni più importanti delle sue. Quando decide di buttarsi in prima persona e inizia a viaggiare (come Giando) e a usare la creatività (come il naso-scultore) a quel punto incontra Lucien (che disegna donne nude piene di imperfezioni). Il rapporto è più equilibrato perché nessuno dei due vive nel riflesso dell’altro, ma allo stesso tempo è un rapporto tutto da costruire, un’esperienza nuova per entrambi.

D: Ecco. Questa è Rita: tra le altre cose, un personaggio che di mestiere è qualcosista, eterno ibrido mal collocabile sul mercato del lavoro, che — coi suoi amici — vive in un tempo dilatato e immobile perché lo misura in traguardi, traguardi evidentemente non (ancora) raggiunti. Allo stesso tempo, lungi dall’essere disfattista, non fai a meno di notare che sarebbe utile non circondarsi di persone scoraggianti. Prima di Lucien, infatti, tutti quelli che ruotano intorno alla tua protagonista sembrano comprenderla pochissimo — e anche lui, complice l’ostacolo della lingua, ci mette un bel po’. Come mai è così sola, secondo te?

M: Anche Rita (che non a caso si chiama come la santa delle cause perse) si comprende pochissimo. Forse per i tentativi falliti, o perché non rispondono alle aspettative altrui, non sa più quali siano i traguardi che vuole raggiungere. Vuole essere brava in qualcosa, in qualsiasi cosa, ma non considera che per arrivarci può (e deve) sbagliare. Ha terrore di sbagliare e tuttavia sbaglia di continuo. Invece di esprimere le sue paure passa il tempo a spiare un gatto randagio dalla finestra (che poi scopre non essere randagio, solo libero). Eppure c’è sempre qualcosa che la fa reagire, un istinto di avventura più che di sopravvivenza.

D: Un randagio con famiglia… Qui come altrove, la famiglia è asfittica, croce e delizia, porto e zavorra: “Forse perché ero la più piccola di casa e [mia madre] era stata apprensiva più del dovuto, sta di fatto che quando eravamo in mezzo ai parenti io, come individuo, sparivo”. Precari ma con la rete di sostegno: secondo te, quanto hanno contribuito i nostri nidi di provenienza ad alimentare quella che a detta di tutti è un’adolescenza lunga? 

M: La cosa che mi ha colpito di più quando sono arrivata in Francia è che i giovani iniziano a lavorare molto prima di noi, spesso a vent’anni hanno già il posto fisso. Mi sembravano così pratici, così determinati. Poi però, insegnando a scuola, quando per spiegare “mi piace/non mi piace” chiedevo ai miei alunni quali fossero i loro sogni o anche semplicemente i loro gusti li mettevo in crisi. “È troppo difficile, Madame” mi dicevano. Mio padre finché non finivo l’Università non voleva che lavorassi. I lavoretti che trovavo dovevo farli di nascosto. Eppure ha sempre preso seriamente i miei sogni: l’ho capito tardi. In una fase particolarmente folle della mia tarda adolescenza lo incolpavo di non avermi fatto fare il liceo artistico. Un ragazzo mi lasciava: “Hai visto, se avessi fatto il liceo artistico”; non trovavo lavoro: “Perché non mi hai voluto iscrivere al liceo artistico?”. Che a pensarci è paradossale. Ci sono molte cose di cui ho incolpato e potrei incolpare i miei genitori, e forse con la loro eccessiva apprensione mi hanno fatto ritardare qualche passaggio, in effetti: ma adesso mi viene solo da ringraziarli.

D: A proposito di questi benedetti sogni: l’infanzia, scrivi, è l’epoca in cui nessun sogno può essere ridicolo. E adesso in che epoca siamo, Mari? Qual è il tuo rapporto coi sogni?

M: Continuo a credere che nessun sogno sia ridicolo. Solo che i sogni, per essere realizzati, hanno bisogno di tempo e quando cresci hai la sensazione che di tempo ce ne sia sempre meno (e magari le ore libere le sprechi a dirti che è tardi). Da piccoli non ci sono l’affitto da pagare, le bollette, le responsabilità che di anno in anno si moltiplicano e la continua ricerca di un equilibrio tra lo spazio necessario a gestire la vita pratica e quello da dedicare ai sogni a volte è sfiancante. In più ci sono le vocine fastidiose dentro la testa a ripetere che a una certa età dovresti avere una posizione, aver raggiunto traguardi tangibili (da piccola a quarant’anni mi immaginavo in tailleur, indipendentemente dal lavoro che avrei fatto), e la soluzione più semplice sarebbe ascoltarle. Io però credo che sia proprio questa continua ricerca di equilibrio a farmi sentire viva, perché anche questo in fondo è un sogno. Anni fa un amico mi ha detto che è bene averne tanti, come minimo cento, così hai più probabilità che almeno uno si realizzi. Da allora tengo una lista, ed è di questo che amo parlare con la gente, perché mi sembra che i sogni definiscano molto di più rispetto al lavoro che si fa.

D: E infatti eccoci qui. Con buona pace dei tuoi alunni francesi (e dei tailleur che comunque non sapremmo indossare), ne è valsa la pena davvero.

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Brave con la lingua — Qual è il contrario di sausage fest? https://minimaetmoralia.it/societa/violenza-donne/ https://minimaetmoralia.it/societa/violenza-donne/#comments Fri, 24 Nov 2017 14:29:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35597 È l’otto novembre. Ci sono quattro autrici: due che nascono come scrittrici, una come sceneggiatrice e una come influencer. No. Scratch that. Si nasce qualcosa? Perché specificare? È l’io, qui, che vive un conflitto: falsa partenza, questa. Un problema di etichette. Riprovo.

Ci sono un sacco di persone nella sala più grande del Circolo dei Lettori torinese, c’è una dignitosa percentuale maschile tra il pubblico e ci sono alcune donne, sul palco quadrato, che affrontano il microfono una a una con piglio diverso e stesso fine. Sono pronte a leggere testimonianze private o condividerle a braccio con l’occhio un po’ lucido. Lo sono tutte. Con loro c’è il ronzio musicale dei contributi che portano: alcuni sembrano più efficaci, altri suonano impromptu, tutti risultano intensi e meritori perché — con la voce che tiene, con quella che trema — stanno pur sempre raccontando di sé. E, nonostante l’anno che corre, lo stanno facendo off screen. That’s a big plus, in my book.

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no violenza donne

È l’otto novembre. Ci sono quattro autrici: due che nascono come scrittrici, una come sceneggiatrice e una come influencer. No. Scratch that. Si nasce qualcosa? Perché specificare? È l’io, qui, che vive un conflitto: falsa partenza, questa. Un problema di etichette. Riprovo.

Ci sono un sacco di persone nella sala più grande del Circolo dei Lettori torinese, c’è una dignitosa percentuale maschile tra il pubblico e ci sono alcune donne, sul palco quadrato, che affrontano il microfono una a una con piglio diverso e stesso fine. Sono pronte a leggere testimonianze private o condividerle a braccio con l’occhio un po’ lucido. Lo sono tutte. Con loro c’è il ronzio musicale dei contributi che portano: alcuni sembrano più efficaci, altri suonano impromptu, tutti risultano intensi e meritori perché — con la voce che tiene, con quella che trema — stanno pur sempre raccontando di sé. E, nonostante l’anno che corre, lo stanno facendo off screen. That’s a big plus, in my book.

Certo: fosse presente in sala, per dire, un’attivista extra-europea, una di quelle che non vedono famiglia e amici da anni a causa delle battaglie civili che l’hanno spinta all’estradizione, l’iniziativa intera potrebbe esser tacciata di levità. Potrebbe accadere. Alle partecipanti, quelle col microfono e quelle (quelli?) senza, si potrebbe rimproverare di non conoscere il regime vero, la prigione per reati d’opinione, la rape culture di Stato, la censura. L’Iran, che so. Ma a serate come questa, nel clima sociopolitico da privilegio bianco di cui tutti parlano e nessuno sa, nel Paese in cui a Trevisan e Argento si risponde collettivamente “Ma che t’aspettavi, zoccola?” e persino Loredana Lipperini (blessed be) aspetta settimane prima di inserirsi nel dibattito sul maccartismo sessuale, non ce la sentiamo di rifiutare una benedizione. Questo perché non siamo nessuno per farlo. E io, in particolar modo: io. Non. Sono. Nessuno.

Per questo, quando sono stata invitata a sedermi tra il pubblico di Stai Zitta — questo il titolo dell’evento —, non ho esitato. È qui che alcune voci hanno deciso di raccogliersi per rendicontare le frasi ossessive che ne condizionano la routine quotidiana: qui, intorno alla curatrice dell’antologia Brave con la lingua e a quelle del podcast Senza Rossetto, intorno cioè alle tre Giulie: Muscatelli, Cuter, Perona. Una collaborazione identitaria, è il caso di dirlo. Sul palco, come anticipavo in apertura, Giusi Marchetta ha illustrato la sua personale frase-ossessione, Scrivi come un uomo; Sara Benedetti ha denunciato il Come sei magra, sei dimagrita ancora?; Petunia Ollister ha parlato Da donna a donna; Elena Varvello si è chiesta e ci ha chiesto Che fai, piangi?.

A condire il tutto, due cover memorabili: con Valerio Casanova, Valeria Lacarra ha straordinariamente interpretato Ragazze acidelle e Bocciofili (L’ortolano). Una garanzia, questa, del taglio: sdrammatizziamo. Per questo ho chiesto a Giulia Muscatelli di incontrarci e parlarne: per questo, insomma, ho tirato un sospiro di sollievo. Se si tratta da problemi da primo mondo, se un certo sentire resta spia di un’intera esistenza protetta — sheltered — al riparo da vessazioni reali (reali in base a che? Reali secondo chi? Da vicino nessuno è… legittimato, so to speak: e Sarah Silverman non abita qui), che almeno l’approccio resti onesto: sopra le righe, ironico, mai stizzito. Da cool girl, per dirla con Gillian Flynn.

Che poi Muscatelli abbia chiesto a me — come a ben altre: come a Elena Varvello, Francesca Manfredi, Simonetta Sciandivasci, Vittoria Baruffaldi, Simonetta Spissu, Silvia Pelizzari, Giulia Perona, Irene Roncoroni, Noemi Cuffia, Chiara Pietta, Silvia Greco, Flavia Fratello, Romina Falconi — un racconto da inserire nell’antologia in questione, that’s a hell of a bonus. Il conflitto d’interessi è ora manifesto: il mio senso d’inadeguatezza e la sindrome da impostore, pure.

L’antologia uscirà in primavera per Autori Riuniti. L’idea è che, nel tragitto, possano frazionare il percorso alcune tappe-pretesto: pretesto per parlarne, per parlare. Per non star zitte (zitti?) più. Il 25 novembre, per esempio, è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: non una trovata recente, ma una ricorrenza istituita alla fine degli anni ’90 dalle Nazioni Unite. Sì, c’è una commemorazione tragica alle origini della scelta della data: l’assassinio delle sorelle Mirabàl, dissidenti sotto il regime dominicano di Trujillo, nel ’60. No, non è un concetto mainstream: siamo saltati sul carro da meno di dieci anni e no, con l’8 marzo non ha nulla a che vedere. Bene: tra le tante iniziative indette per l’occasione, l’Experience Room che Muscatelli allestirà al Circolo in quella data si propone di accogliere i fruitori in un tossico buco primordiale: una stanza buia e una voce sola, quella di Elena Varvello, che snoccioli la solfa di tutte le espressioni che giornalmente ci tiriamo addosso. Solfa sì: lagna no. Lagna basta. L’identificazione di donna con vittima, ora trending topic — con buona pace di Spacey, quota blu — può andar stretta. Lo è già.

L’antologia, dicevo, uscirà in primavera. I racconti sono in consegna entro Natale, grossomodo. E questo amplifica il senso d’inadeguatezza di cui sopra: perché non scrivo abbastanza bene (not good enough!), non ne so a sufficienza, non rappresento alcunché. Faccio cose, vedo gente come tutte (tutti?). Ma al mio Buco Nel Cervello darò meno corda possibile, prendendomi sul serio neanche un po’. Lo giuro sui meloni dell’ortolano. E su Joan Didion, naturalmente. One can dream.

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In principio era Cleopatra, regina del Nilo (e della negazione) https://minimaetmoralia.it/societa/principio-cleopatra-regina-del-nilo-della-negazione/ https://minimaetmoralia.it/societa/principio-cleopatra-regina-del-nilo-della-negazione/#comments Mon, 30 Oct 2017 07:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35394 Con un gioco di parole difficilmente traducibile in italiano (c’entra l’omofonia, toh), gli anglofoni fanno riferimento a quanto sia facile foderarsi gli occhi di prosciutto e vivere nel rifiuto di qualcosa di manifesto, ma anche quanto — basta il giusto calembour, appunto — sia altrettanto facile salvarsi.

“And either of those options is 100 percent OK”. Ovvero: vale. Tutto. Con quest’espressione (letteralmente: “e entrambe quelle opzioni sono al cento per cento valide”), la gran parte dei pop/indie/culture/lifestyle blog in lingua inglese che passano sul nostro radar — un radar egoriferito, il feed composto delle sole cose che ci gratificano, in un circolo di autoassoluzione continua, a Zuckerberg piacendo — concede la propria benedizione alle posizioni più antipodiche.

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Con un gioco di parole difficilmente traducibile in italiano (c’entra l’omofonia, toh), gli anglofoni fanno riferimento a quanto sia facile foderarsi gli occhi di prosciutto e vivere nel rifiuto di qualcosa di manifesto, ma anche quanto — basta il giusto calembour, appunto — sia altrettanto facile salvarsi.

“And either of those options is 100 percent OK”. Ovvero: vale. Tutto. Con quest’espressione (letteralmente: “e entrambe quelle opzioni sono al cento per cento valide”), la gran parte dei pop/indie/culture/lifestyle blog in lingua inglese che passano sul nostro radar — un radar egoriferito, il feed composto delle sole cose che ci gratificano, in un circolo di autoassoluzione continua, a Zuckerberg piacendo — concede la propria benedizione alle posizioni più antipodiche. Tradotto: che si parli di body positivity, di cultural appropriation, di opinioni in merito alla (necessità di) riproduzione, qualsiasi parere è al cento per cento dignitoso e meritevole di tutela purché non lesivo rispetto ai pareri (e ai casi) altrui.

Far filtrare nella cerchia reale delle nostre conoscenze un concetto del genere, o una più indistinta political correctness (per non parlare dell’intersectional feminism), è appena più complicato.

Intersectional feminism for dummies: “not every feminist is white, middle class, cis-gendered and able bodied” (v. qui)

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C’è l’azienda più illuminata evahnella quale, in certi mesi e in certi uffici, mentre si lavora al pc, è possibile ricevere dal male lead un non richiesto massaggio al collo, a patto di aver indossato un top o un vestitazzo che oggettivamente (You’re asking for it, bitch!) scopre le spalle di un paio di centimetri extra rispetto ai colli alti dell’inverno. Poi ci sono gli evergreen amicali, prima o dopo la terza birra: “Io c’ho perfino un collega che è fròscio, mica c’ho problemi io, ma”. E qua è semplice, però: meglio cambiare compagni di sbronza, hun.

Prendiamo un caso a portata di zampa. Prendiamo me, per esempio.

dom1D’oh.

Qualche settimana fa, la Scuola Holden mi ha invitata a presenziare come speaker durante uno dei Lovers Talks del LGBTQI Film Festival torinese, il Lovers FF. Dopo un momento di panico iniziale — a.k.a. la sindrome dell’impostore, e un genuino senso d’inferiorità rispetto agli altri partecipanti al talk, e il fondato sentimento di non essere all’altezza perché portatrice (sana?) di privilegio e binarietà — mi sono dedicata alla preparazione delle slide per l’incontro e ho cercato di mettere insieme due delle parti che, ormai da un po’, credo compongano il mio nucleo:

  1. un ossessivo interesse per le più diverse forme di narrazione, convenzionali o meno (e il sovvertimento delle stesse, va da sé);
  2. un’attenzione insistita sui modi a nostra disposizione per affrontare, oggi, il racconto identitario — tante parole che io condenso, tra le altre, con la gag del buco nel cervello.

È stato piacevole e disperante al tempo stesso, questo stadio di documentazione e massivo riordino dei pensieri: piacevole perché, come qualsiasi fase preliminare rispetto a un tuffo in storie nuove, proprie o altrui, si è dimostrata rigenerante per chi delle storie in questione vive, in more ways than one. E disperante, sì: perché? Perché constatare che la più esaustiva bibliografia di fiabe queer esistente in rete si debba, in Italia, ai siti estremisti di destra (non regaliamogli clic: potete farvene un’idea qui), porta alla mente echi bradburiani e in generale fa sorgere più domande che risposte.

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Perché aspettiamo che il vento del cambiamento cali sempre dall’altissimo? Perché deve arrivare Hulu a rispolverare Il racconto dell’ancella (1985) e suggerirci che la serie può avere parecchio da dire ai “buchi cólla ciccia intorno”? Perché, tornando alla questione di testi che tengano conto dell’anno che corre, non sappiamo a quale libro votarci quando vogliamo spiegare al piccolo Tommi la normalità assoluta dei due padri di Giulia B., delle due madri di Nico F.?

“Ce n’è, ce n’è, ce n’è: di che colore è?”

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Fiabe queer? Non pervenute, o quasi. Se parliamo di titoli rivolti a un target piuttosto ampio, diciamo dai 3 ai 13 anni, in Spagna e in America Latina, così come in Inghilterra e negli Usa, esistono addirittura istituzioni che si adoperano per la promozione di questo tipo di pubblicazione. Da noi le cose stanno diversamente, e anche solo reperire una lista di titoli disponibili in italiano è complicato.

Per i più grandi c’è Syncro, che felicemente raccoglie e sviluppa la collana Highschool della c. ed. Playground: Storie gay dai licei americani, per intenderci. Poi possiamo mettere nello stesso mucchio selvaggio Lettere dal mare di Chris Donner, Gli occhi di Mr Fury e Fenicotteri in orbita di Philip Ridley, Un’amico per sempre di Aidan Chambers, Boy meets boy di David Levithan, Lontano da ogni cosa di Mattia Signorini, Oh, Boy, di Marie-Aude Murail. Le favole non dette di Vladimir Luxuria sono pensate per i grandi, ma. Tu Cher dalle stelle di Matteo B. Bianchi raggiunge cuori collocati a diverse altezze. Ancora: Nei panni di Zaff di Manuela Salvi, Il dono della farfalla di Cinquetti e Cerretti, Salverò la principessa! di Cinquetti e Vignale, la serie del Piccolo Uovo di Francesca Pardi sono dalle parti dei mini-umani; come pure Il libro delle famiglie speciali di Thais Vanderheiden e Il grande grosso libro delle famiglie di Mary Hoffmann, che almeno tengono conto della benedetta pluralità.

Poi ci sarebbe La Regina nel bosco di Neil Gaiman, quella sontuosamente illustrata da Chris Riddell: certo non c’è la solita combo lui-bacia-lei, ma non siamo dalle parti della storia d’amore gay…

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Ecco: Ash di Malinda Lo riscrive una Cenerentola queer (lesbica o bi, a seconda della prospettiva: qui l’autrice al riguardo, con qualche anno di riflessione sulle spalle). Poi, Nel profondo della foresta (di Holly Black), c’è un ragazzo addormentato in una bara di cristallo…

Cosa posso mai dedurre, di documentazione in documentazione, di binge reading in binge watching, assaggiando il minestrone mantecato qui sopra? Che, mentre l’Italia è ancora in balia del periodico polemicotto sulla teoria gender, altrove si tenta di sistematizzare la prevenzione degli stereotipi discriminanti già a scuola (v. la crociata anti-Cappuccetto che ha condotto Najat Vallaud-Belkacem durante l’ultimo suo mandato).

Musa, dammi le parole

Ma di che parliamo, quando parliamo di fiaba? Immaginiamo una narrazione compatta densa di figure mitico-fantastiche: fate, folletti, fantasmi, streghe, troll, giganti, sirene.

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Attraverso un intervento magico, spesso trasformativo, l’arco della narrazione conduce l’eroe all’assassinio o punizione o umiliazione del male di turno — mostro o villain che sia.

È che il gesto nostro è sempre lo stesso, dalla grotta in poi: mantenerci vivi, stretti l’un l’altro contro il tepore di un falò, scambiandoci informazioni vitali o rassicurazioni consolatorie sotto forma di aneddoti. Di storie. Le raccontiamo per questo: dalle pitture rupestri in poi, le illustriamo con espedienti che anelano all’originalità, ma abbiamo lo stesso movente di allora. Sfangarla, il giorno dopo, forti di quello che qualcuno ci ha raccontato a cena.

Perché allora siamo spinti a modificare l’archetipo? If it ain’t broke

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Beh: diceva la buona zia Angela (Carter, obvs) che le fiabe possono essere ricostruite/riformate di continuo da tutti coloro che le raccontano. Ogni volta che affrontiamo una fiaba daccapo, di fatto, ne testiamo la resistenza. Esprimiamo però anche il bisogno di trasformare questi potenti motori culturali affinché rendano giustizia alle nuove possibilità che offre un mondo — spoiler: il nostro — in costante transizione. (Segnalo L’importanza di perdersi nel bosco, pezzone di Giovanna Zoboli da leggere subito dopo questo, via.)

Chi si identifica nella scrittura minoritaria, in particolare, è mosso da un imperativo capitale: se una parte del proprio modo di vedere le cose minaccia la distruzione del tutto perché non collima col resto, ecco arrivare la spinta a una riorganizzazione del materiale narrativo per dare alla storia una nuova, avventurosa forma. Una forma destinata a durare, almeno per un altro po’. L’ambizione? La resurrezione dalle ceneri.

Ora: possiamo probabilmente osservare con un buon margine di sicurezza che, nella pressoché totalità delle cautionary tales, la funzione didascalica serviva a inculcare codici di femminilità convenzionale nella testa delle fanciulle. It is known, direbbero a Vael Dothrak.

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L’eroina della fiaba era spesso relegata al ruolo di trofeo eteropatriarcale (argh!): un oggetto di scambio. In altri casi, come nel fallocentrico Jack e il fagiolo magico, il target erano invece i ragazzi: il ruolo verso il quale indirizzarli diventava dunque quello di essere in vigorosa competizione per le attenzioni femminili e la possibilità di procreare, gestendo contemporaneamente un’economia di scambio, genere, potere.

In un processo cognitivo patriarcale di tipo prettamente binario, tutti gli elementi (narrativi e non) si identificano solo nella misura in cui sono alternativi l’uno all’altro. Ciascuno deve escludere o rigettare l’altro. Il cattivo non può avere lo stesso spazio e la stessa voce dell’eroe. Ecco: il cattivo.

Monstrous sarà lei

Più che la brevità, forse ciò che davvero tipizza la fiaba è il fatto che i suoi personaggi non siano abitualmente reperibili in narrazioni estese; sono gente incredibile, fuori dal comune. Sono outlandishIn quanto storie brevi, le fiabe si affidano ciclicamente allo stravagante, all’insolito e all’inquietante. E chiaramente il queer e l’androgino, il diverso, rientrano pure nella stessa categoria anormale. (In origine, queer sta anche per malato, oltre che strambo: non dimentichiamolo.)

dursWAIT — URSULA & DIVINE — I NEVER NOTICED — FUUU-

Eccolo, allora, l’antagonista delle favole: ecco il Monstrous Queer, una figura chiusa in sé, abietta, stravagante. Ce la spiega bene Dallas Baker. Ha pochi tratti stereotipati. Nella lettura privilegiata ed eterodominante di certe fiabe, appare facilmente come una minaccia alla quiete e alla regola: è il capro espiatorio da distruggere o esiliare per mantenere con violenza l’ordine costituito fino ad arrivare alla fine della storia.

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I soggetti diversi, quindi, o agiscono direttamente contro il protagonista e l’arco narrativo eteronormativo, o sono i destinatari di azioni punitive. Ma non sono sporcizia o malattia a causare in loro l’abiezione: è ciò che disturba l’identità, il sistema, l’ordine. Il rispetto di posizioni, regole, confini. Ciò che sta in mezzo, che è ambiguo e sfaccettato. Chi tradisce, mente, compie crimini e quindi mette in luce la fragilità della legge e dello stato di diritto — incluse le norme sessuali o di genere, quelle associate a un Sé, a un lettore presunto o alla soggettività dominante. L’anormale è radicalmente opposto all’interlocutore/lettore ideale e all’arco eteronormativo.

Di solito a rompere l’autorità arcaica sono donne che non si conformano a norme di genere. Per estensione, consideriamo dunque queer chi supera queste sovrastrutture, questi confini.

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Povera Malefica: quanto le sarebbe convenuto baciarla sul serio, la piccola grande Aurora? Perché imbastire un retelling misandrico con tanto di memorabile metaforone sullo stupro e poi… castrarle entrambe?

dom3Puh-leease.

Ma è con le caratteristiche del mostro delle fiabe, è coi cliché dell’abiezione che si può aspirare a riscrivere e rivalutare il Monstrous Queer.

Riscrittura queer — sul serio.

Partiamo dall’ovvio. Tipicamente, le numerosissime revisioni delle fiabe in chiave femminista gemmano da una cronica insoddisfazione rispetto al peso maschile dominante sulla fiaba tradizionale. (NB: per i triggered, v. questo utile recap delle puntate precedenti.)

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La fiaba femminista ipotizza dunque una visione diversa del mondo, o addirittura restituisce voce a chi l’ha persa (Brave, anyone? La pupa azzoppa il padre per difendere la madre e fugge con lei verso il tramonto. Attagirl!). Analizza il modo in cui i confini vengono mantenuti intatti, riprodotti, oltrepassati o spostati.

Lo stesso possiamo dire/auspicare a proposito delle riscritture queer, che con quelle femministe hanno vasta affinità. L’utilizzo di figure familiari, stereotipi in ambientazioni note, con snodi narrativi o espedienti risaputi ma con un’enfasi riposta altrove e un nuovo valore, può avere una potenza che supera qualsiasi aspettativa.

Costruire una fiaba a partire dalla prospettiva del Monstrous Queer — una fiaba che metta l’accento sulla sua lotta contro l’eteronormatività — può generare un dialogo volto a valorizzare anziché reprimere la differenza.

Le strutture binarie cristallizzate nella nostra società sono tante e arcinote: uomo/donna, umano/animale, attivo/passivo… Se ciò che è normale minaccia di divenire anormale, se l’altro minaccia di diventare uguale anziché restare subordinato, il concetto di binario perde potenza e la soggettività eteropatriarcale si destabilizza, perdendo realtà.

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Immaginiamo allora, suggerisce Baker, Ursula e Ariel perdute in un voluttuoso intreccio di tentacoli, oppure Jack e il gigante a risolversela in un abbraccio, o ancora Capitan Uncino e Peter Pan regnare insieme su una queer-issima Isola che non c’è. Il lupo cattivo e Cappuccetto Rosso a scompisciarsi dalle risate durante una seduta di cross-dressing.

Autori che lo fanno? Emma Donoghue, William Holden, quelli della raccolta Beauty Indeed, and Other Lesbian Fairytales So Fey: Queer Fairy Fiction, per esempio. Anche se non includono tutti figure di mostro, ospitano reietti, abietti, queer messi all’angolo — che, sebbene meno mostruosi di una strega o un troll, sono comunque esclusi dal dibattito della posizione dominante.

Questo tipo di riscrittura ha una potenzialità incredibile, secondo Baker: può filtrare facilmente in ben altre forme di dibattito (accademico, sociale, culturale) e destabilizzare i punti di vista in materia, o moltiplicarli. Introduce il dubbio in merito alla nettezza di alcune posizioni, alla validità di certi comportamenti. Ricostruisce un linguaggio della differenza. È pericolosissimo, quindi, e lo è da almeno tre punti di vista: come movimento estetico, come impegno culturale e sociopolitico, come etica del sé. Come processo di costruzione dell’identità queer. Quindi?

QUINDI.

Sessualità e… testualità dipendono entrambe dal concetto di differenza. La fiaba è terreno di coltura ideale per reclamare un dibattito in merito. Partire da ambientazioni note, familiari, rassicuranti senz’altro agevola la riscrittura. Ma soprattutto, apre la porta a un’ulteriore riscrittura. Quella della storia con la S maiuscola. Nella speranza di poter vivere, prima o poi, tutti — tutti, g***dammit — felici e contenti.

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Codazza: a few notes on real-life (fairy)tales.

C’è Kori Doty, Wonder-genitore canadese dotato di barba e utero, che mette al mondo quel che chiama #QueerSpawn e impedisce allo Stato di etichettarne il sesso sui documenti. Come dicevamo, all’inizio? “100 percent OK”. C’è questo video di Riley J. Dennis, in cui la vlogger (che si definisce trans e lesbica, e che spesso sostiene con dolcezza posizioni controverse in merito al sesso biologico come costrutto: hating garantito, insomma) racconta del suo percorso di transizione dopo un anno di deliberato silenzio sull’argomento. E poi ci sono io; io che ho il dovere di documentarmi,

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io che guardo il video e mentre lo guardo mi metto a frignare. Frigno perché, quando Riley prega community e haters di evitare il misgendering e chiede un po’ di rispetto per chi non “passa per” ragazzo o ragazza, prima o durante (o in assenza di) una transizione, vorrei dirle che capisco, a un qualche livello empatico, cosa sta dicendo. Capisco la disforia. Non la provo: non la banalizzo. La capisco.

Quando svela come e perché è in terapia ormonale da un anno, quando racconta che proprio in questi giorni si sottoporrà alla prima FFS (Facial Feminization Surgery) e che quindi al prossimo vlog potrà apparire gonfia o piena di lividi, vorrei dirle di non preoccuparsi.

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Vorrei dirle, mi sorprendo a pensare in pieno gancio narrativo, che alla fine di questo percorso di trasformazione si vedrà finalmente trasformata in bellissima principessa — altro che Cleopatra, regina della negazione.

Vorrei dirle, vorrei dirle che ai miei occhi una bellissima principessa lo è già. Adesso, pomo d’Adamo e tutto. E sento di volerglielo dire in un modo molto specifico. Sento, a trentadue anni e una serie di fasi di formazione messe in qualche modo in prospettiva, di potermi distinguere dalle adolescenti adoranti che la seguono perché feticizzano un poco il bellissimo ragazzo androgino dalle cui ceneri originariamente, forse, nasce lei. Sento che vorrei essere un’ally. Un’alleata. Fellow human, santamadonna. E questo è il mio modo per dirglielo.

Principessa, la tua storia era nella penna di qualcuno. Hai cominciato a scriverla da te. Complimenti. Noi siamo qui a fare il tifo, impotenti e attoniti, estasiati. In contemplazione del monstrum, che poi non è altro che un capolavoro: la cosa mirabile.

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Mi chiamo Sara, vuol dire principessa: elogio dell’imperfezione https://minimaetmoralia.it/letteratura/sara-principessa-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sara-principessa-bellocchio/#comments Thu, 11 May 2017 06:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34341 La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

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sara principessa

La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

“Credo che la prima persona aggiunga moltissimo al mio modo di raccontare una storia, in generale”, spiega l’autrice quando gliene domandiamo conto. “In questo caso specifico, la prima si è imposta: chi legge deve stare attaccato a Sara nell’arco di tutta la storia, deve arrivare il più vicino possibile ad essere lei. Non mi interessava raccontare Sara dall’esterno e non volevo che la sua storia venisse percepita come “esterna” da chi la segue.” E restare esterni rispetto a Sara, quindicenne nell’Ottantatré, è impossibile. È molesta, presuntuosa, bambolesca. È perfetta e perfettibile. È coriacea. È effimera. È vera.

Io finivo a piccoli sorsi la birra avanzata da Andre. Brindavo, in silenzio, alla professionalità. Strappavo la linguetta dalla lattina e ci facevo un anello, che a volte, dopo, lasciavo cadere nel parcheggio. Avrebbe potuto essere una fotografia interessante, pensavo – la donna vestita d’oro che mangiava da un piatto di plastica, i tubi di neon sul soffitto, la lucidità di uno spogliatoio vuoto. Bella no, però a qualcuno poteva piacere.

Eccolo, l’io di Roxana (il nome d’arte con cui Antonio, il dj che ne costruisce a tavolino la carriera, ribattezza Sara). Ecco la principessa perfetta che si immortala sempre all’imperfetto. È il tempo incompleto, il suo; il tempo dell’incompiutezza, del non ancora, del fieri. Della mutevolezza e del trascorso, della Polaroid. Del mentre e dell’allora. Perché Mi chiamo Sara, vuol dire principessa (Marsilio) è un unico torrenziale aneddoto ossessivo, un fiume in piena davanti a un sorso tiepido di intimità — almeno fino al tuffo finale.

Ma l’imperfetto racconta anche altro. Cristallizza il Facciamo che io ero recitato da certi bambini, per esempio. Celebra l’irrealtà, il sogno, l’altro da.

Ero bellissima e grande, ero lucida, nuova e sporca. Questa sono io, ho pensato. Poi io sono sparita, e al mio posto c’era di nuovo soltanto la parete bianca, non vedevo altro, ma ho sentito che chiuso lì dentro c’era tutto il mondo, e tutto il mondo stava guardando me. Tutto il mondo stava guardando quanto ero bella. Tutto il mondo mi diceva, avvicinati, apri un po’ le gambe. Fammi vedere. E io stavo lontana, ma gli occhi di tutto il mondo avevano visto me […].

La prima volta che l’ha immaginata compiutamente, racconta Bellocchio, “Sara era la madre di qualcuno, non la figlia di qualcuno. Mi è comparsa come una donna adulta, lievemente svagata, protetta dalla consapevolezza di essere stata famosa quando era giovanissima e di avere poi avuto una vita completamente diversa. Ho provato a raccontarla – per poco tempo – come se fosse la madre di un’adolescente di oggi, dal punto di vista di una figlia che le è affezionata ma non riesce mai ad afferrarla fino in fondo. Poi mi sono resa conto che comunque era lei il personaggio più interessante della storia e non aveva senso relegarla in secondo piano. Ed eccoci qua”.

Ha rubato la scena, Sara. Perché è una bestia rara: come dice Antonio, un animale, […] e io ho sentito che il mio vero nome era quello. Animale. Ho preso quella parola e l’ho nascosta dentro la mia pancia, l’ho messa al riparo. Quale animale? Il vero e proprio ghost della storia, l’immagine cinematograficamente chiamata a precorrere e seminare e definire tutto ciò che seguirà; la fiera dentata per eccellenza. “La statua della lupa di Roma – che troneggia su una piazza di Piacenza chiamata, appunto, “piazza della Lupa” – ha sempre fatto parte delle cose che risultavano attraenti agli occhi di Sara”, spiega l’autrice. “Il fatto che poi lei arrivasse ad avere il lupo come una presenza protettiva, qualcosa capace di sbucare anche nei suoi sogni, è venuto fuori mentre stavo scrivendo.” Piacenza, facci male. Angela Carter wasn’t here.

E Settima, il buco provinciale da cui striscia e scappa la principessa, che c’entra? “Settima è una frazione di Gossolengo sulla strada statale 45. Per moltissimo tempo, quando pensavo a una storia, c’era sempre una persona che viveva in una grande città, però veniva da Settima. Ho deciso di fare il salto con questo romanzo per cercare di venirci a patti una volta per tutte.”

Oltre a quelli geografici, da sassolino nella scarpa, sono tanti e diversi gli esorcismi che Bellocchio affida a Sara.

In programma dopo di me c’era ospite un gruppo pop, i Magic Rising, e uno di loro – il chitarrista o il bassista, non li distinguevo mai – si è lasciato cadere sulla poltrona accanto alla mia, mi ha guardato e ha detto, prima volta?, e io gli ho detto, sì, ma sto bene.

Tra le canzoni altrui da mimare in playback e quelle a gettone vomitate dal jukebox, il palco su cui si muove Sara è un tappeto sonoro intrecciato filo a filo. Intrecciato con quello dell’autrice, s’intende: “Il folklore familiare racconta che io ho imparato a leggere a voce alta da sola, quando avevo poco più di tre anni. Non si sa come, però mettevo insieme le forme delle lettere e i rispettivi suoni per conto mio, senza che nessuno me lo insegnasse. Facevo le prove sui titoli dei quotidiani, e la prima frase che ho letto è stata “la scala mobile non si tocca neanche per scherzo”. Per molto tempo – fin da quando mi ricordo, in effetti – la musica nella mia testa è stata qualcosa che ascoltavo con attenzione, a tratti più dei rumori prodotti da quello che mi succedeva intorno. La storia di Sara è diventata anche la storia dell’educazione musicale di una ragazzina, che prosegue in maniera casuale e indisciplinata (salvo gli occasionali interventi di Antonio), perché credo che per lei sia fondamentale seguire la musica dentro la sua testa, e cercare, all’esterno, cosa le corrisponde meglio, che sia “la colonna sonora del vecchio film sui camion” (come lei chiama Sorcerer dei Tangerine Dream) o l’ultimo successo usa e getta del pop da classifica prima anni ’80, o la canzone che durante l’estate la segue in ogni bar, ogni locale”.

È analfabeta musicale o quasi, Sara, all’inizio. È testa cava, anche, alla scuola che lascia. È quindicenne (poi sedicenne), perfettibile e perfetta.

Non so cantare, gli ho detto, quando siamo rimasti da soli. Camminavamo verso il posteggio dei taxi, lui tornava a casa sua, io al residence. Mi sembrava giusto dirgli la verità, non volevo che ci fossero brutte sorprese tra di noi.

La voce non conta niente, ha detto Antonio. Se io dico che tu canti, tu canti. E tutta l’Italia farà la fila per guardarti cantare.

Antonio plasma Sara. Sara tenta disperatamente di essere vista, perciò lascia che la manipolazione accada e anzi la cerca; poi, semplicemente, cresce. E lo sguardo degli uomini al bar (trope alert) e lo sguardo dei colleghi sul lavoro e lo sguardo di chi per amarla meglio vuol fissarla al muro, spalancata, con due spilli, sottovetro, è uno sguardo che lei cerca di cavare come può. Uno sguardo al quale, progressivamente, prova a sottrarsi a modo suo, pur campionessa di autosabotaggio, lamentosa e pazza, cieca a sé ma non al resto: A un tavolo più centrale del nostro era seduto un gruppo di uomini e di ragazze giovani, vestite tutte uguali, alla moda – le spalline imbottite, le gonne con lo spacco – e io ho visto lo stesso disprezzo nei loro corpi: le ragazze avevano gli occhi di vetro, le labbra gonfie, le mani aperte con il palmo verso l’alto, ad aspettare che l’uomo ci appoggiasse un gettone, una banconota, un braccialettino. Che punizione doveva essere, per gli uomini, occuparsi di loro.

Che punizione, per gli uomini. Che straordinaria fotografia, questa. Che sguardo, lo sguardo di Sara Violetta.

All’autrice è successo un fatto, un po’ di tempo fa. Non che debba essere la sede per parlarne, questa; solo, quadrare il contesto può essere fondamentale per (non) giudicare l’opera (in modo aprioristico) — e l’associazione mentale a questo punto è automatica, pardon.

Se sul gender e la gogna e la rape culture, su certe questioni, Bellocchio è suo malgrado ferrata (suo malgrado leggasi: più di quanto sia desiderabile, per le ragioni meno augurabili), sempre qui l’autrice domanda e si domanda à propos di Sara: “Mi chiedo cosa devo aspettarmi, a questo punto. Mi chiedo chi recensirà [il nuovo romanzo], e che trattamento mi verrà riservato. Mi chiedo chi lo leggerà. Chi sarà curioso di sapere cosa faccio, al netto di una situazione grottesca in cui mi sono ritrovata senza averne il minimo desiderio.”

Bellocchio trascura un dettaglio arcinoto, ci vien da pensare. Il romanzo buono — la storia piena — è uno specchio. Riverbera il bene e il male, la goduria e la rasoiata, tra pagina e lettore. Con Sara questo accade. C’è la lama e c’è l’orgasmo. C’è l’adolescenza tridimensionale e storpiata di una figlia degli anni Sett Sessanta. C’è un personaggio fatto persona che s’arrampica tra le righe, stona tutte le note stonabili, agita i polsi, a forza di io ci stordisce di chiacchiere. Transitivamente ci innamora. Non è poco. Di tutto il resto — delle beghe e dei linciaggi, dei bagni di sangue online, dei polveroni e delle condivisioni su internet — alla letteratura vera deve fregare il giusto. Cioè niente. Solo Sara conta.

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