di Domitilla Pirro

Tornano in mente a ondate. C’è Ellie che suona male la chitarra, la voce spezzata almeno quanto le dita. C’è Joel, l’eroe dell’archetipo, pater di tutti i pater, destinato a lasciare nei cuori un solco secondo solo a quello scavato dal Bobby di Supernatural (o dalla mamma di Bambi, diciamocelo). Poi c’è Abby, che va appresso a una quest che è sua solo in parte mentre segue in cima al mondo — letteralmente: in cima al mondo — il povero Lev, deadnamed and all. Oppure: oppure c’è Becky, cuore grande e Diels syndrome grandissima; c’è Ian, leone codardo e innamorato; c’è Wilson il capo-complotto, re fanboy, pirata-suo-malgrado; c’è Sam, la cheerleader sacrificabile che non salva il mondo (semicit.). E c’è Jessica Hyde, naturalmente: lei, i conigli, le siringhe, le torture. Certe illustrazioni da incubo.

No, non avete sbagliato articolo: è che è impossibile, per chi scrive, non vagare fuori e dentro i frame più intensi di The Last of Us part II — il videogioco che ha ucciso, divorato e vomitato il videogioco; ne ha ampiamente ragionato Montanaro proprio qui — oppure veder scorrere davanti agli occhi l’eritema-a-T da Stearns Flu, uno dei ganci di Utopia (UK 2013, US 2020), durante la lettura de La notte si avvicina di Loredana Lipperini. Dove Saretta custode, Maria forestiera, Chiara «fuori margine» — che vede l’invisibile come i sognatori e i migliori contaballe narratori — si muovono non come archetipi ma come sacchi di carne dotati di respiro; non personaggi, ma persone a tutti gli effetti, vive e vegete e feroci; e questo sotto lo stesso cielo in cui risuonerà lo schiocco di frusta della peste.

È capitato qualcosa di simile a parecchie persone, negli ultimi otto mesi: a tutte quelle che hanno vissuto il lusso di un lockdown da privilegiati, smart working compreso, perlomeno. È il rifugio nelle storie inventate come nido d’elezione rispetto alla Storia vera. Qualcuno s’è tumulato in Animal Crossing e ha consentito a Tom Nook di indebitarlo fino al collo; altri hanno approfittato per recuperare tutte le stagioni di The Office a distanza di anni, o dedicare al binge monografico d’un certo filone o regista le lunghe giornate identiche post Coronacoso. Poi — scollinate le fasi 123 e un’estate scordarella, e approdati finalmente ai colori: zone giallorossearancio, in tricromia scamuffa — è arrivata Halloween. E con lei, qui, Vallescura, il paese-cimitero che Lipperini incrosta tra i monti marchigiani, vittima di se stesso.

«La corruzione del respiro è una conseguenza della corruzione dell’anima? E se è così, quanta tristezza, quanta rabbia, quanto stordimento devono aver schiacciato il paese prima che l’aria stessa diventasse malefica?

Le funzioni cerebrali di una formica che cade vittima delle spore di Cordyceps, il nazifungozombie parassita eternato da un certo documentario della BBC, sono irrimediabilmente compromesse. La formica cammina all’indietro, s’incastra lungo i rami, incespica. Le compagne s’accorgono in fretta. Per contenere il contagio, le colleghe operaie mappano le infette, le acchiappano e le scaraventano altrove, zona discarica. Suona familiare? Il Cordyceps mutato che infesta il mondo di TLOU flagella gli stessi scenari narrativi del ceppo che passa dai ratti ai bimbi peruviani di Utopia e al batterio Yersinia pestis molto-più-che-manzoniano: gli scenari distopici di respiratori automatici, defribillatori e terapie intensive per fuggire i quali grideremmo volentieri al complotto. Gli scenari del genere, che esorcizziamo insieme alla paura di morire soli: «Nelle epidemie la realtà viene sbriciolata e si disperde in pulviscoli», scrive Lipperini, che lavora al romanzo a partire dall’estate lampedusana 2016, quando qualsiasi Sarbecovirus da SARS-CoV-2 è decisamente di là da immaginare ma la disumanità si rivela in piazza, al bar. Preconizza, come certe fattucchiere. E per raccontare l’ennesima eppure inedita storia di morbo sceglie una pressoché onnisciente prima persona singolare, non identificata fino a un passo dal fotofinish — no spoiler: ma è… più di là che di qua, per così dire. La voce narrante confessa:

Mi piacevano le catastrofi. Guardavo tutti i film sugli incidenti aerei, sugli incendi che divorano i grattacieli, sugli asteroidi che cadono sulla terra. Era, credo, la soddisfazione di sapere che non sarei morta da sola, ma che la morte è un destino comune, e che a volte quel destino coglie parecchie vite alla volta, come quando si va per funghi e la giornata è buona e si riempie il cestino»

Funghi e stramorti, dunque, anche qui. Ma, più di tutto, destini e colpe: da intravvedere e condividere o infliggere, nell’inesausta ricerca di segni più che di presagi. Di capri espiatori più che di sacrifici. Vallescura è paese ed è il Paese, nostro perché di tutti, muto e ostile — al cambiamento e all’altro da sé. Come le società targetizzate, cannibalizzate e purificate (?) dal morbo narrato altrove, anche qui la cornice d’ambientazione è obiettivo e pretesto: per parlare di nuclei sociali ristretti e asfittici, in questo caso narrativo come nei migliori, e di famiglia decostruita e ricostruita, e delle due facce di talismano mortifero: genitorialità, figlitudine. La Storia maiuscola che fa gorghi e mulinelli in una storia altra, che minuscola non è.

Non eravamo mostri. Non esistono i mostri. Ma forse era il paese a essere, a suo modo, mostruoso. Così come le epidemie non vengono a caso, non necessariamente almeno, forse ci sono luoghi che attirano il male: o per meglio dire ci aiutano a riconoscere il male che è dentro di noi.

Se a TLOU part II s’è rimproverato qualcosa –– se di rimprovero possiamo parlare — è stato l’aver utilizzato strumentalmente il genere come piede di porco per svellere dall’interno alcuni cardini della contemporaneità (e del genere stesso, per inciso) fino a turbare gli hardcore gamer meno progressisti a suon di inclusione di genere e giustizia sociale; aver nascosto una moraletta avvelenata, dicono alcuni, dentro a uno sparatutto di zombie, perché odiare costa e non porta merito né frutto, è l’estremo tasto di autodistruzione collettiva, è il motivo per cui #moriremotutti e la caccia al colpevole conduce non molto più in là dello specchio. Utopia 2020 paga invece due colpe, per restare in tema: l’essere il remake di un piccolo grande cult britannico, e il rilascio tempestivo in un’annata tristemente tematica, per usare un eufemismo. Quando l’opportunità si fa disclaimer, insomma.

A La notte si avvicina trovo genuinamente complicato rimproverare alcunché: Lipperini ci guida divertita, un dito puntato a King uno a Jackson, tra le medesime spire, sì — una biominaccia mortifera vecchissima e nota, una disaffezione che è quella citata in apertura, un infiacchimento dello spirito destinato a roderlo da dentro, la presunzione della scienza. Ma si concentra, anche, sulla «letale euforia del giocatore» che non distingue tra il gioco di ruolo e il gioco a fare Dio. Che, nelle storie poderose — quelle che parlano del Mostro Unico: più che della paura dell’altro, la paura di sé —, sono la stessa cosa.

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