Tenetevi forte. No, reggetevi a qualcosa. Sono giorni di scarpette rosse e polemicotti, questi, vezzeggiativi e dispregiativi e accrescitivi e pink washing e una polarizzazione spietata, e in mezzo c’è una galassia di creature in esasperazione che alla retorica intorno alla giornata mondiale contro la violenza di genere non credono più: non ha senso credervi, forse, nel Paese in cui, appena un mese fa, un bel pezzo di Senato esulta in corrispondenza della tagliola che arena le Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Il disegno di legge Zan, naturalmente.

Quale momento migliore per cannibalizzare, è il caso di dirlo, i temi del momento mostrando pessimo gusto e/o tempismo? Per questo ho pensato di farmi finalmente i fattacci dell’autrice e saggista Costanza Rizzacasa d’Orsogna: sulle questioni di un certo peso c’intendiamo, pun intended. Quindi: torniamo al peso, e allo spazio che occupa nel mondo. Torniamo alla centralità del corpo. 

Corpo e corpi: a un livello da uno a dieci, quanto ti sei stufata di parlarne, e perché sei al livello undici?

Non credo che scriverò un altro romanzo sul corpo, se è questo che intendi. Ma non mi sono stufata di fare del corpo letteratura. Trovo che ce ne sia poca. E paradossalmente, scrivendo del corpo, e quindi anche del mio corpo, l’ho esorcizzato, me ne sono liberata. Sul fronte giornalistico, okay, mi sono stufata, ma perché ho sempre amato spaziare e scrivere di tutto, e detesto essere incasellata. Non sono un medico, non sono un’attivista, non sono la portavoce di niente: sono una scrittrice. Soprattutto, occuparmi di questi temi in modo giornalistico non era mai stata una mia vera scelta. Sembra una battuta, ma io avevo solo scritto un romanzo. Anche se ammetto di aver contribuito all’equivoco.

Te la sei cercata, direbbe qualcheduno. (Scherzo.) (No.) Che vuoi dire?

Un giorno, mentre scrivevo Non superare le dosi consigliate, ho ingenuamente raccontato su Twitter, dove sono molto seguita, un episodio di fat shaming di cui ero stata vittima. Divenne virale, e il Corriere della Sera, per cui lavoro, mi chiese di scrivere sul tema un pezzo autobiografico. Con il mio editore valutammo a lungo se fosse il caso di farlo, temendo che, quando poi il romanzo fosse uscito, quel pezzo ne avrebbe stravolto la percezione, che tutti avrebbero pensato che fosse un libro autobiografico sulla grassezza. Ci convincemmo che non sarebbe successo, perché il romanzo era altro. Invece purtroppo è andata proprio così, e a complicare le cose, da quel pezzo autobiografico, letto da decine di migliaia di persone, è nata una rubrica di informazione e sensibilizzazione. Un faro, insomma, su di me che poi è stato usato per leggere il romanzo, o meglio, per etichettarlo — perché tanti non l’hanno proprio letto, presumendo che fosse quello che non era, cioè un memoir sull’obesità come Fame di Roxane Gay. Certo, questo clamore ha fatto bene alle vendite. Il romanzo, quando è uscito, è andato esaurito in pochi giorni. Ma ciò che ne è seguito, la percezione, ha fatto male a me come scrittrice e quindi come persona. Molte scrittrici hanno amato e lodato il romanzo, da Silvia Ballestra a Teresa Ciabatti, da Loredana Lipperini ad Annalena Benini. Ma io lo avevo fatto leggere anche a vari scrittori maschi, e tutti hanno detto di esserne rimasti estremamente colpiti, ma lo hanno fatto in privato, come se si vergognassero di ammetterlo. Perché la percezione comune era che trattasse di temi bassi e triviali, che non fosse neanche un romanzo, ma una specie di manuale-memoir. Altre, e altri, proprio per quella percezione sbagliata non hanno neanche voluto leggerlo.

C’è pure chi ha colto, però. 

Simonetta Sciandivasci, sul Foglio, aveva inquadrato benissimo quello che è accaduto: «Di certo, il suo libro è stato accolto, amato, consigliato», ha scritto, «ma è stato anche rimpicciolito e spostato. Un grande romanzo sul vergognarsi, sul mentire, sul mutilarsi è stato inteso come il diario di una donna con “un corpo non conforme”, un’autofiction della quale giornali e trasmissioni televisive hanno voluto la voce narrante, hanno voluto lei, che da scrittrice e giornalista si è ritrovata investita del ruolo di esperta, consulente, aiutante, amica, motivatrice».

Per quale meccanismo, secondo te? Perché è successo, se hai avuto modo di ricostruirlo?

Purtroppo è il destino di chi scrive, specie se donna. Essere ridotta, incasellata. Un’altra etichetta, nel piccolo mondo letterario italiano, per esempio, è che una giornalista non possa scrivere un grande romanzo. Se sei una giornalista, giornalista devi restare, fino alla morte. Mi fa sempre sorridere, a questo proposito, quando chi legge un’intervista pensa che essa sia una mera trascrizione, fa i complimenti all’intervistato e mai al giornalista che l’ha scritta. Ma l’intervista è un genere letterario.

Qui però ci tengo a trascriverti alla lettera, sai? Voglio dire: trovo sia un gran privilegio avere un dialogo con chi ha accettato di dire la sua e dirla tutta, una buona volta. Qualunque forma di interpretazione o riassunto o parafrasi del tuo pensiero sarebbe a mio giudizio l’ennesimo tentativo di reductio. E sì che sei abituata alle formulette, ormai. Come sei messa a… gatti, per dire?

Quando ho scritto il primo volume della favola sulla disabilità ispirata al mio gatto Milo (Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare, Guanda 2018), nonostante avessi contemporaneamente curato il libro di Stefano Cagliari su suo padre Gabriele, l’ex presidente dell’Eni suicida a San Vittore negli anni di Mani Pulite, un conduttore tv mi apostrofò: «Quella che scrive di gatti». Allo stesso modo oggi, per alcuni, sono quella che scrive di body positivity, movimento che contemporaneamente esplodeva nel nostro Paese. Anche se non ne ho mai scritto, se è un’espressione che detesto, e soprattutto se è quanto di più lontano possa esserci dal mio romanzo. Che è un romanzo sulle dipendenze, sul perfezionismo e sul dolore. Molto più vicino, come ha notato anche Teresa Ciabatti in una bellissima recensione, alla Ottessa Moshfegh de Il mio anno di riposo e oblio che alla Roxane Gay di Fame, con cui non ho in comune neanche una certa aggressività e rivendicazione. Detto questo, tutto può essere oggetto di romanzo, di letteratura, e se io avessi voluto scrivere un romanzo sul body shaming l’avrei fatto. Solo che non mi interessava minimamente. Io racconto di un tempo in cui queste parole non esistevano, in cui, specie al Centro Sud, non si parlava neanche di anoressia, figuriamoci di bulimia o di binge eating. Un tempo in cui lo psicologo era il medico dei pazzi, e chi soffriva di disturbi alimentari, altra espressione che non c’era, li nascondeva, pena finire in manicomio. In particolare le donne: non perché gli uomini non soffrano di disturbi alimentari, anzi. Ma perché nelle donne, come anche la vita di Alda Merini insegna, qualsiasi disagio poteva essere strumentalizzato per rinchiuderle.

Io so solo che per le prime, che dire?, quindici presentazioni di Chilografia — onore grandissimo e privilegio, si badi — una delle immancabili domande ricorsive è stata “Quanto c’è di tuo qui dentro? È la tua storia personale?”. Pensa che una volta, al Salone, due persone che a fine evento notarono la mia famiglia in sala — famiglia cara e sghemba, certo, come tutte, ma palesemente distante da quella di Palla per composizione quantitativa e qualitativa, volendo usare un eufemismo — mi fermarono per notare con sollievo: “Sono i tuoi, questi? Oddio che bello, ma allora questo non è un libro autobiografico!”. Lì per lì l’ho presa a ridere. Però è diventato straniante, il concetto, dopo un po’. Soprattutto perché, ecco: giuro solennemente di non aver mai mangiato nessuno. Per ora, almeno. 

Il fatto è che, soprattutto se sei donna, la prima domanda che ti fanno quando scrivi un romanzo, specie su un tema, diciamo così, scottante, è: “Quanto c’è di vero?” Dopodiché, apriti cielo. Si chiede a una donna quanto ci sia di vero nel suo romanzo per sminuirla. Per dire che ha scritto il suo diario. Se una donna scrive “di sé”, la reazione è: “Ah, vabbè, ma che ci vuole, ha scritto solo il suo diario”. Se è un uomo, invece, a scrivere “di sé” — pensiamo a L’uomo che trema di Andrea Pomella o a Febbre di Jonathan Bazzi — allora “Wow, un uomo che si mette a nudo, che si mette in gioco”. Il denudarsi maschile – vero o presunto – è alta letteratura, quello femminile è immediatamente svilito, biasimato, ridotto. Che poi, tutti questi che straparlano di grandi romanzi d’invenzione, che ne sanno che anche i grandi romanzieri dell’Ottocento non traessero tutto dal loro privato?

Non ci avevo mai pensato in questi termini, devo dire. Non ne farei una questione di genere. Di pruriginosità, forse. Sarò ingenua io. Però i testi che citi sono autofiction esplicita, memoir e “leggenda personale del’autore”, cito a memoria il Corriere: noi invece abbiamo scritto un mucchio di balle, questa è la verità. (E questa è la fiction.)

Fiction pura o fiction parziale, il mio romanzo si è invece scontrato con attiviste e sedicenti tali della body positivity — in certi casi solo venditrici di prodotti con slogan faciloni di derivazione #metoo. «Questo libro non va bene», dicevano. «Non fa gioco al movimento. Parla di dolore, mentre noi grasse dobbiamo mostrarci forti e aggressive». Una visione miope, un atteggiamento di chiusura che mi ha scioccata. 

Pensa che reazioni si porta appresso, nel bene e nel male, una cicciona cannibale… Bisognerà pur scindere la narrazione dal personal branding, a un certo punto di questi anni Venti partiti malissimo.

Ecco. Peraltro, il dolore, qualsiasi dolore, è parte del percorso. Se non ammetti l’esistenza del dolore, qualsiasi percorso sarà falso.

Certo. “La felicità non fa letteratura”, lezione uno di qualsiasi corso di narrazione che aspiri a essere tale. Però, senza girarci intorno, ora vorrei strizzare un po’ di più il tuo rapporto con la storia di Matilde. Scrivere a tesi è uno dei più limitanti paletti creativi che mi vengano in mente. E non uno di quelli stimolanti, da sfida formale: proprio una recinzione, un muro invalicabile. Peggio: fuor di metafora, un capestro. Cosa volevi fare, quindi, se quando lavoravi a Non superare le dosi consigliate non volevi parlare di body-alcunché?

Volevo scrivere un romanzo, e così è stato. E penso che chi si prenda la briga di leggere il mio libro — con i suoi continui sbalzi temporali, ripetizioni continue, bugie, stream of consciousness, il tentativo, cioè, di riprodurre stilisticamente il vortice in cui cade chi soffre di un disturbo alimentare — lo capisca. La ricerca stilistica del libro è stata fortissima, tanto importante quanto il contenuto. Non superare le dosi consigliate è inequivocabilmente un romanzo. Che importa che alcune di quelle cose siano accadute a me, o meglio, anche a me, visto che di disturbi alimentari e di dipendenze soffrono centinaia di milioni di persone nel mondo? Che importa che io e la mia protagonista, Matilde, siamo vicine nell’infanzia, nel rapporto con la madre da bambine? Che importa che le abbia prestato il mio peso? Niente di ciò che ricordiamo è esattamente come lo ricordiamo: è solo la nostra versione, spesso parziale. In un certo senso, ogni volta che raccontiamo un ricordo stiamo già “romanzando”. C’è una frase di Bacone che mi ha accompagnata nella stesura del romanzo. Fa più o meno così: «Io non voglio che la mia pittura sia realistica, che faccia del realismo. Io voglio che essa SIA la realtà», cioè che sia essa stessa la realtà. Queste due riflessioni, la mia, la sua, non sono in contraddizione.

Ecco. Ogni volta che mi è capitato di confessare, sia per la storia di Palla che per Nati Nuovi, quante e quali persone in carne e ossa abbiano inconsapevolmente fatto da calco collettivo per i personaggi, m’è anche tornata in mente a ondate la riflessione di Capote in merito al suo saccheggio di realtà: “Cosa pensavano, che fossi lì solo per divertirli? Che non avrei detto niente?”. Cito impropriamente e a memoria, ma è un po’ lo stesso pacato ammonimento di Milosz: “Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita”. Anche perché parlare di sé è noioso, dopo un po’, pure per le persone più egoriferite tra noi — e nella categoria c’è compagnia. A proposito, ecco. Dimmi di te, che siamo qua apposta: oggi come la rileggi, la faccenda? Hai fatto pace con Matilde (e un po’ anche con te)?

Avevo tante speranze per questo romanzo, una grandissima ansia di vederlo riconosciuto come opera letteraria, di essere riconosciuta come una grande scrittrice. Colpa anche di un maledetto perfezionismo, un altro dei temi del romanzo, dell’ossessione di piacere a tutti che nasce da una profonda insicurezza.

A proposito di egomania, qua la faccio dire proprio a Palla: “Le bambine grasse faticano un sacco a fare dio”. Siamo da quelle parti?

Che ti devo dire? È andata come andata. E ovviamente non rinnego nulla: ciascuno di noi deve prendersi le proprie responsabilità. Io ho preso quello che è venuto, cioè tenere la prima rubrica in Italia sui disturbi alimentari e sul fat shaming su un giornale generalista (anyBody, sul settimanale 7), voluta con grande saggezza da Barbara Stefanelli, che ringrazio, con molta serietà e con la secchionaggine che mi distingue. E dopo due anni e mezzo di lavoro giornalistico di informazione e sensibilizzazione attraverso editoriali e rubriche, di interviste e di interventi tv, mi piacerebbe che del corpo si parlasse in modo più consapevole e meno cliché. Invece vedo ancora moltissimi parlare di fat shaming come di “vergogna delle persone grasse” anziché di discriminazione delle persone grasse, e confondere i disturbi alimentari con le loro conseguenze, ad esempio il binge eating disorder, cioè le abbuffate incontrollate, con l’obesità.

Fino a ritagliarti un ruolo molto, molto specifico.

Da quando tengo sul settimanale F una rubrica delle lettere (AntiCorpi) devo dirti che ho trovato un certo equilibrio. Anche se avevo grandi ambizioni per Non superare e considero quanto accaduto una falsa partenza, non mi dispiace, giornalisticamente, il ruolo di agony aunt

Concetto fascinoso, responsabilità da far tremare i polsi…

Sì. È un grande regalo che decine di persone ti scrivano ogni settimana aprendoti il loro cuore e raccontandoti la loro storia perché tu per prima hai avuto il coraggio di raccontare la tua. Un regalo e, per le persone perfezioniste come me, anche una grande responsabilità. Dopotutto, raccontare storie è il lavoro del giornalista e del narratore. Eccomi: sono qui per raccontare una storia. Proprio ieri ho ricevuto una lettera da una ragazza di 14 anni di un liceo scientifico di Palermo: ottanta ragazzi che hanno letto, analizzato e sviscerato il mio romanzo. E quando leggo cose come «Cara Costanza, con le tue parole hai aiutato e stai aiutando moltissime persone a liberarsi delle proprie catene», non posso che esserne felice. Non posso che pensare che forse quell’equivoco, se per certi versi mi ha danneggiata, per altri mi ha resa una persona migliore, in grado di aiutare gli altri.

Hai detto niente.

Poi, certo, mi irrita quando, anche con una certa superficialità visto che in copertina c’è scritto “romanzo”, il mio romanzo viene definito un’autobiografia. Mi irrita e poi a volte mi diverte, perché solo io conosco la verità. Come ha osservato Annalena Benini, che ha scritto che al mio romanzo ha creduto fin dalla prima pagina, è «un romanzo che sembra un memoir (o è il contrario?)».

E meno male che c’era scritto in copertina, romanzo. Le parole, come diceva Nanni, sono importanti: passiamo quindi a quelle, ma soprattutto alle parolacce. Body positivity, per esempio, concetto su cui ti arrovellavi prima: che posizione hai in merito? Io, te lo dico, ho… l’orticaria. Ma vorrei tanto ragionare con te sul perché. Ancora: grassofobia è davvero un concetto che meritava d’essere isolato? Non bastava stronzaggine, o al più discriminazione? (Scherzo. Ma solo un po’.)

In realtà sì, lo meritava. Moltissimi studi ci dicono che nell’era dell’ossessione estetica, dei filtri di Instagram sempre più deformanti, la grassezza è il difetto meno perdonato. In 13 anni, secondo uno studio di Harvard, il pregiudizio nei confronti delle persone grasse è aumentato — l’unico, mentre altri pregiudizi sono diminuiti o rimasti uguali — del 40%. Quindi giornalisticamente era giusto occuparsi di questi temi. La body positivity — che in Italia spesso chiamano “il body positive” (orticaria), non sapendo che body positive è un aggettivo — era nata molti anni fa come movimento d’inclusione (altra parola che detesto) importante. Purtroppo, nel nostro Paese, la discussione sulla body positivity è stata strumentalizzata e svilita da influencer dai corpi quasi perfetti che, poiché l’espressione andava di moda, se ne sono appropriate. Da riviste che hanno messo in copertina una donna bellissima come Vanessa Incontrada spacciandola per un corpo non conforme. E poi i brufoli, i capelli: tutto è diventato body positivity. Così chi leggeva ha iniziato a non capirci più niente. Il messaggio, importante, non è arrivato: è sembrata una lagna sul nulla. E purtroppo oggi tutto si ripete con i disturbi alimentari, che con l’isolamento da Covid hanno registrato un’impennata. Oggi si parla tanto di disturbi alimentari, e finalmente, perché prima non se ne parlava affatto, o se ne parlava nel modo sbagliato. Ma questo fa sì che se da un lato chi ne ha sofferto e ne soffre davvero sia più propenso ad aprirsi e a parlarne perché c’è meno stigma, dall’altro frotte di persone che non sanno nulla di disturbi alimentari non solo ne parlano ma addirittura se li intestano, perché è “di moda”. Ed è scioccante per chi ha vissuto quell’incubo — ed è un incubo, perché di disturbi alimentari si può morire, e spesso te li porti dietro per tutta la vita — che qualcuno, pur non soffrendone, voglia intestarseli, è una sorta di sindrome di Munchausen.

Persone che diventano personaggi, dunque: un esperimento sociale affascinante. Con buona pace pirandelliana. Qual è il confine tra fiction/autofiction e… fanservice, in certi casi? Vero che è labile? Voglio dire: anche tu ne hai abbastanza di sentirti un jukebox, quanto a determinati temi, e rivendichi ora per la tua scrittura la possibilità di esplorare altri mondi, personaggi, storie?

Ho imparato sulla mia pelle quanto l’autofiction possa essere una prigione. Il mio background, in realtà, è la letteratura americana. Questo ho studiato (come parte del curriculum di scrittura creativa della Columbia University), di questo mi occupo sulla Lettura del Corriere della Sera e su questo sto scrivendo un saggio che uscirà nei prossimi mesi per Laterza. Prima del nuovo romanzo per Guanda, che uscirà nel 2023, dove l’unica cosa in comune con me è una circostanza esterna: un luogo. Sarà un bel banco di prova.

“L’unica cosa in comune con me”, dici. Liberatorio e formidabile; non so quanto frequente, oggi, però.

Attraversiamo, anche nella letteratura, tempi di grande contraddizione: mi sconvolge lo scarso valore che oggi viene attribuito al romanzo. E certo, il romanzo viene dato per morto da decenni quando invece è vivo e vegeto, ma oggi ancora di più, perché la scala dei valori si è ribaltata. È come se, se non è accaduto a te, se non è accaduto esattamente come lo racconti, non ha valore. Giorni fa, su Twitter, che come tutti i social media contribuisce alla moderna ossessione da confessione, ho letto una serie di post: «Non chiamate il mio libro un romanzo, ci ho messo molto impegno a scriverlo». Come se. Oppure, «Non chiamate il mio libro un romanzo, quella sofferenza io l’ho vissuta». Vedo case editrici appiattirsi sulla nonfiction, case di produzione cinematografica appiattirsi sulla docufiction. Tutto questo mi preoccupa, dovrebbe preoccuparci, credo.

Trovo ancor più affascinante, invece, la collisione e l’implosione dei confini tra i generi. Che saltino le etichette, tutte, à la slipstream. Che resti saldo un unico perno: la coerenza narrativa delle balle strutturate che raccontiamo in varia forma. L’urgenza narrativa, chimera e totem e spauracchio. L’aderenza, anche, all’intenzione originaria di chi ha scritto. Ti chiedo da ultimo: cosa rappresenta ora, nel bene e nel male, l’adattamento teatrale di questo tuo testo fortunato? Il vedere le tue parole diventare altro da te, ma soprattutto altro dalla tua Matilde?

Nel bene, soprattutto nel bene. Sono molto emozionata per la pièce ispirata a Non superare le dosi consigliate. Il romanzo era uscito poche settimane prima del lockdown, con le conseguenze che sappiamo, e questo adattamento è un regalo insperato. Certo, la pièce della Fondazione Aida, che lavora coi ministeri della Cultura e dell’Istruzione, si rivolge a un pubblico anche giovanile, con una sfumatura forse pedagogica che nel mio romanzo è assente. Io non ho mai avuto intenti pedagogici. Volevo solo raccontare una storia, volevo raccontare la realtà. E sono rimasta perfino scioccata quando alcune scuole hanno adottato il romanzo: lo consideravo troppo cruento e sconvolgente — dopotutto si parla anche di violenze sessuali, di violenze su una bambina di tre anni. Ma non vedo l’ora di vedere la pièce. Rita Riboni, che ha adattato il romanzo, ha trovato un espediente geniale per portare in scena un libro che per il modo in cui è scritto, per i continui sbalzi temporali e il flusso di coscienza, non era proprio il classico testo da palcoscenico. Gli ha messo una cornice. Due giovani, interpretati dai bravissimi Stefano Colli e Mariangela Diana, leggono in scena il mio romanzo e riflettono su come ciò che accade a Matilde rispecchi le loro vite. L’ho trovata un’idea splendida, e non vedo l’ora di vederli. Sarò presente alla prima nazionale, il 26 novembre a Verona, e la sera dopo, alla replica a Trento.

Cosa si dice, in questi casi, a chi è teatrante? Ahem. Evito derive scatologiche e faccio l’esterofila: break a leg! Grazie per la chiacchierata liberatoria, Costanza. Per citare il più grande filosofo del nuovo secolo, er Secco di Strappare lungo i bordi, non avessimo uno schermo in mezzo ti direi “S’annamo a pija ‘n gelato?”. Sia mai che ci passi l’appetito.

 

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domitillapirro@minimaetmoralia.it

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere. È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden. È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.

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