Edith Bruck Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edith-bruck/ un blog di approfondimento culturale Thu, 30 Oct 2025 09:23:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edith Bruck Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edith-bruck/ 32 32 Due eve senza Adamo. L’amica tedesca di Edith Bruck https://minimaetmoralia.it/libri/due-eve-senza-adamo-lamica-tedesca-di-edith-bruck/ https://minimaetmoralia.it/libri/due-eve-senza-adamo-lamica-tedesca-di-edith-bruck/#respond Thu, 30 Oct 2025 09:21:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56363 Nell’intento di leggere qualcosa che non è mai stato scritto, Georges Didi-Huberman principia il suo saggio Scorze (Nottetempo, 2014) nel descrivere l’atto di posare su un foglio tre piccoli pezzi di corteccia. Tre brandelli rimossi da una betulla in Polonia possono diventare, così, lettere di una scrittura che precede l’alfabeto, tre brandelli di tempo, “un […]

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Nell’intento di leggere qualcosa che non è mai stato scritto, Georges Didi-Huberman principia il suo saggio Scorze (Nottetempo, 2014) nel descrivere l’atto di posare su un foglio tre piccoli pezzi di corteccia. Tre brandelli rimossi da una betulla in Polonia possono diventare, così, lettere di una scrittura che precede l’alfabeto, tre brandelli di tempo, “un pezzo di memoria non scritta” che il filosofo tenta di leggere a partire dalla riflessione sulla scelta delle betulle nel dare il nome a Birkenau.

Nella parola Birkenau, la desinenza -au designa precisamente il prato dove crescono le betulle; è dunque una parola che indica il luogo in quanto tale. Ma può anche – può già – essere una parola che designa il dolore stesso […]”.

La valenza del ritorno di Georges Didi-Huberman rappresenta un tentativo di vedere nonostante tutto, nonostante la cancellazione di ogni cosa.

Ho guardato gli alberi come si interrogano dei testimoni muti. Ho cercato di non volerne troppo a quei poveri fiori crudeli. Ho reinscritto quel luogo, strada facendo, nella mia storia famigliare, i miei nonni morti qui, mia madre che perse ogni capacità di raccontare tutto questo, mia sorella che ha amato la Polonia in un’epoca in cui non potevo capirlo, mio cugino che non è ancora pronto, immagino, a questa specie di ricongiungimento frontale con la storia.

Georges Didi-Huberman prova a guardare come un archeologo: è attraverso “un tale sguardo – una tale interrogazione – su quello che vediamo che le cose cominciano a guardarci dai loro spazi e dai loro tempi sepolti.”

L’immagine dell’archeologo rimanda indirettamente alle riflessioni di Walter Benjamin che in Scavare e ricordare (in Opere complete, V. Scritti 1932-1933, Einaudi, 2003) sosteneva che chi cerca di accostarsi al proprio passato sepolto deve comportarsi come un individuo che scava, senza avere il timore di tornare continuamente a un identico stato di cose e di “disperderlo come si disperde la terra, di rivoltarlo come si rivolta la terra stessa.”

Il rapporto tra memoria e spazio fisico è da anni al centro di contributi critici di natura diversa, tra cui spiccano le opere di Martin Pollack nell’interrogarsi, in particolare in Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa (Keller, 2014) su quel che si nasconde dietro la presunta innocenza del paesaggio e sull’opportunità, suggerita da Alberto Cavaglion in Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni (Add, 2021), di gestirne la soglia per elaborare in modo collettivo strategie di decontaminazione a partire dal concetto di limite, “sui nostri limiti conoscitivi, sull’impossibilità di comprendere di fronte all’estremo”.

L’intera produzione letteraria di Edith Bruck pare indagare senza riparo tale soglia, nel meditare sull’impossibilità del ritorno a luoghi associati all’orrore e alla perdita e sul relativo freno provato per estensione per un paese e per chi vi è nato. La deportazione a tredici anni, la prigionia nei campi di concentramento nazisti e la privazione della famiglia e dell’infanzia sancirono una ferita non rimarginabile, pur nel rifiuto dell’odio. Per studiare tale contrasto interiore, con L’amica tedesca (La nave di Teseo) Bruck riesuma una storia risalente alla metà degli anni Settanta per ragionare sulla valenza di legami sorprendenti, capaci di far vacillare certezze.

Come racconta nella postfazione di Michela Meschini, il manoscritto rimase a lungo in un cassetto dopo il rifiuto ricevuto da un editore che lo bollò come “un romanzo per lesbiche”. Nel solco della riscrittura del vero, Bruck si insinua tra le pieghe di un rapporto affettivo complesso e intenso dalla prospettiva della protagonista Erika, suo alter ego, che rievoca il primo incontro folgorante con Lena a Roma nel 1975. La giovane donna tedesca riteneva Erika dotata di una peculiare sapienza affinata dalle sofferenze patite come orfana e sopravvissuta al campo di concentramento che le permisero negli anni di soffermarsi, come giornalista, scrittrice e documentarista, su storie di disuguaglianze, esclusione sociale e solitudine.

Lena amava con ardore la vita, al contempo era turbata da un senso di inadeguatezza e vergogna per il passato di violenze sessuali subite come “bambina buttata via”. Sua madre – fervente nazista che sino alla sua morte celebrò Hitler con una sua foto sul comodino – ebbe tre figli da tre militari di passaggio e li diede in adozione perché con il suo impiego al cinema non poteva mantenerli. Non mostrò mai vicinanza e affetto a sua figlia e respinse le sue richieste di aiuto per gli abusi subiti da tutti i patrigni avuti nelle svariate famiglie affidatarie nelle quali visse.

L’amica tedesca è una storia di riscatto e di emancipazione, un esempio di riscrittura di un destino personale sulla base di un impulso verso la vita, con un’eliminazione delle figure maschili – associate indistintamente al trauma delle violenze dell’infanzia e delle perversioni a pagamento nell’età adulta – in favore di una rete di relazioni femminili basata su mutuo aiuto e affetto, con un’apertura al buddismo e all’arte figurativa nella ricerca di una nuova armonia interiore naturale. L’inaugurazione della mostra di Lena a Monaco, usata come pretesto per esorcizzare, con la partenza, un terrore remoto e pulsante, rappresenta un ulteriore trauma per Erika nel prendere atto dell’impossibilità di un reale ritorno.

Più che mai dovetti constatare che la memoria dominava sovrana annullando il tempo, la distanza dal mio vissuto, quando il mio cuore da bambina dietro la finestra sbarrata con il filo spinato di un vagone era diventato un grumo di sangue, un feto terrorizzato. […] Anche la ragione, la realtà ben diversa erano impotenti di fronte a un vissuto irrazionale e inspiegabile a chi non l’ha provato sulla propria carne e anima”.

L’opera si interroga sul rapporto con la Storia da prospettive diverse, da quella di Lena come vittima della fede nazista della madre; da quella di Erika – “Un sopravvissuto forse è peggio di un annientato, non è né eroico né un merito essere rimasti vivi, anzi…”–; da quella del marito Emanuele, che cerca nella solitudine una via di purificazione da una vita consumata in un paese deludente e in subbuglio.

La difficoltà di Erika a lasciarsi andare corrode anche i momenti spensierati e giocosi fatti di rose rosse e pane caldo, di attese alla stazione e di baci, di gioia ingenua per l’esistenza stessa, condivisi con Lena in una nuova quotidianità con una complicità al limite dello stordimento. Tra le righe si susseguono interrogativi sul significato della libertà in relazione al peso della verità, dell’azione, del mutamento, dell’impegno, di un’idea di leggerezza effusa da chi ha serbato un dolore insostenibile.

Mi chiedevo perché era così difficile la semplice verità individuale, collettiva, mondiale. Perché bisogna scavarla nella profondità forse irraggiungibile che ci costringe a rimanere sulla superficie di ciò che ci abita? C’era da smarrirsi di fronte alle menzogne anche quelle gratuite, insignificanti, quotidiane”.

L’opera si rivela anche un’acuta indagine sulla complessità delle relazioni, sulle barriere erette nell’impossibilità di emanciparsi dall’impronta famigliare, sulle possibilità insite nell’anarchia coniugale, sul peso dei vincoli affettivi e sulla difficoltà, vissuta da ogni figura narrata, di ascoltare un desiderio personale al di là di condizionamenti sociali e culturali. Aspetti che la protagonista finisce per indagare nei suoi reportages incentrati sull’illusione della libertà e sul ricatto generati da una società patriarcale e misogina, retta su ipocrisie e valori vacui, come quella narrata nel lavoro giornalistico sulle agenzie matrimoniali che procacciano spose dall’Est.

Non sapevo per chi avessi più pena, per queste figure poco appetibili alla ricerca della loro merce o per le donne in fuga verso l’ignoto sognando il ricco scintillante libero occidente, per poi finire magari in una periferia da dove scappare via chissà per dove, prima o dopo i sei mesi di permanenza obbligatoria.

Gli interrogativi sulla dolorosa rielaborazione del tempo in relazione a un trauma remoto rimandano idealmente a quando sostenuto da Christa Wolf in Trama d’infanzia (e/o, 1992) in merito a un passato destinato a non morire mai che porta chi lo vive a cercare inutilmente di sentirlo come estraneo, osservando il rifiuto dell’espressione, il “disgusto della parola” che spinge a “fornire dati provvisori, evitare le affermazioni, mettere sensazioni al posto dei giuramenti; un metodo per tributare alla faglia che attraversa il tempo l’attenzione che merita.”

Con L’amica tedesca Edith Bruck consegna un dolente elogio del margine, un tributo a una storia personale resa portatrice di innumerevoli altre storie di dolore e riscatto, per preservare il valore della memoria e mostrare la necessità di un suo esercizio attivo e critico, idealmente in linea con quanto scriveva Italo Svevo in un passaggio memorabile di un suo racconto incluso in Novelle (Mondadori, 1986): gli esseri umani sono spesso incapaci di una reale consapevolezza, a illuminarli può essere l’avvenire dei ricordi, poiché “il lavoro di memoria può muoversi nel tempo come gli avvenimenti stessi”.

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Chiamami col mio nome: Edith Bruck https://minimaetmoralia.it/poesia/chiamami-col-mio-nome-edith-bruck/ https://minimaetmoralia.it/poesia/chiamami-col-mio-nome-edith-bruck/#respond Mon, 27 Sep 2021 12:59:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49283 Vivi La morte è la misura del sentimento per coloro che abbiamo amato è una sorta di gravidanza multipla che nutriamo nel ventrecon il nostro sangue con il nostro respiro. Nella pancia-casa c’è posto per tutti anche se sono troppi non scalciano, non si schiacciano gli uni contro gli altri sono così buoni come non […]

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Vivi

La morte
è la misura del sentimento
per coloro
che abbiamo amato
è una sorta di gravidanza
multipla
che nutriamo nel ventrecon il nostro sangue
con il nostro respiro.
Nella pancia-casa
c’è posto per tutti
anche se sono troppi
non scalciano,
non si schiacciano
gli uni contro gli altri
sono così buoni
come non sono mai stati.
Mio padre è in un angolino
e non apre bocca,
la mamma gli sta addosso come nella vita,
mio fratello malaticcio
è ben protetto
perché è maschio
e hanno fatto posto anche
a mio marito amato.

Se esiste una misura dell’affetto diversa per ognuno quella di Edith Bruck si misura con la mole del ricordo. In lei, nella sua scrittura in prosa e in poesia, il ricordo è immenso, una mole di persone, cose, tempi tutti insieme. Sono le immagini del passato a vivere nel ricordo, sono le immagini del passato che si fa presente che Bruck coltiva, coccola, spolvera, rivive, mette in versi e in prosa; il suo è una sorta di doppio lavoro: scrivere per ricordare e scrivere per non dimenticare. Bruck è uscita viva in parte dai campi di concentramento, in parte perché lì è rimasta una parte della sua famiglia, la sua massacrata adolescenza, la speranza. Ha poi vagato in esilio da se stessa per molte parti del mondo, alla ricerca di un paese, di una lingua, di un luogo dove poter stare bene e in quel luogo rammendare, tessere, ricucire tutte quelle parti di sé già morte con il presente, per poter pensare e imbastire un futuro. In Italia e nella lingua italiana ha iniziato a fare ciò, scrivendo da molteplici punti di osservazioni la sua storia.

I versi che ha scritto sono come quadri di storie, piccoli lenzuoli ad asciugare lacrime, eventi del passato e del presente. Ma in questa narrazione in poesia, in questo procedimento lirico, il tempo si assottiglia fino a varcare la soglia della contemporaneità: la madre, il padre, tutti sono vivi in un posto del presente, la “pancia-casa”, ai quali guardare nell’oggi. Il ricordo si fa verso, ma con esso la riflessione sui tempi passati e presenti, la necessità della testimonianza costante. Talvolta la speranza si affievolisce, ma la determinazione a parlare non cede: “Che cosa dire ai giovani, / della propria madre-sapone, / se alcuni di loro digitano qualcosa / o ascoltano in cuffia? / Quanti giorni e anni / ci sarebbero voluti / in un Tempo non tardivo / per insegnargli il passato, / per il loro futuro, per vaccinarli / con l’antidoto contro l’odio / verso nessun essere umano?”.

Edith Bruck, Tempi, La nave di Teseo, Milano, 2021

 

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La scrittura di Edith Bruck, tra ricordo e testimonianza https://minimaetmoralia.it/libri/la-scrittura-di-edith-bruck-tra-ricordo-e-testimonianza/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-scrittura-di-edith-bruck-tra-ricordo-e-testimonianza/#respond Tue, 06 Jul 2021 06:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49012 Il pane perduto di Edith Bruck, uscito da pochi mesi per La nave di Teseo, è un grande abbraccio alla vita. Sono le vicende della piccola Ditke, una rinascita dolorosissima da una esistenza povera ma felice, dai campi di sterminio, e poi dal peregrinare in cerca di una identità, di un luogo, di una lingua: […]

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Il pane perduto di Edith Bruck, uscito da pochi mesi per La nave di Teseo, è un grande abbraccio alla vita. Sono le vicende della piccola Ditke, una rinascita dolorosissima da una esistenza povera ma felice, dai campi di sterminio, e poi dal peregrinare in cerca di una identità, di un luogo, di una lingua: una storia che Bruck ha già narrato in parte in altri romanzi. La narrazione segue una scansione temporale e presenta una bambina di una famiglia ebrea povera in uno sperduto villaggio ungherese prima della Seconda Guerra Mondiale fino alla sua rinascita, molto tempo dopo esser sopravvissuta ai campi di concentramento, in un nuovo paese.

Nella prima parte è quasi una narrazione corale, tutta la famiglia della piccola protagonista, Ditke, ha una voce molto forte e uno dopo l’altro si rivelano personaggi pieni e decisi. Le loro dinamiche nel quotidiano, le loro speranze e paure, si stagliano su un paesetto che nel suo piccolo è l’emblema di un mondo che va sempre più marcendo in preda alla crudeltà degli umani. La vita di ogni giorno lancia grida di allarme che tutti preferiscono cercare di ignorare, nella speranza che ogni cosa si acquieti, nonostante allarmanti sentori: “Anche il Natale aveva fretta di arrivare e le grida dei maiali sotti coltellacci erano come un allarme di dolore universale, insopportabile all’udito”.

Lo stesso grido ricorrerà all’arrivo della famiglia nel primo campo di concentramento, riguarda una persona e parla del dolore assoluto: “Il bambino più piccolo in braccio alla madre di Eva piangeva disperato e in quel pianto c’era un dolore puro, universale. Un dolore e un grido come quelli dei maiali di Natale sotto i lunghi coltellacci”. Un grido di chi urla per sé stesso, che a breve verrà staccato brutalmente dalla madre e portato a morire, e per una umanità senza umanità. La divisione della famiglia all’interno del primo campo spezza la vita a gran parte di loro, ma la coralità della narrazione non si affievolisce perché restano presenti tutti nella voce di Ditkenella memoria e nelle invocazioni.

Ma, come la storia insegna, la fine della guerra e la chiusura dei campi non coincide esattamente con la fine delle persecuzioni e della cattiveria umana: superstizione, ignoranza e malvagità accompagnano la storia dell’umanità. E così che anche la piccola Ditke, salva anche grazie alla continua vicinanza della sorella nei diversi campi di concentramento, si deve confrontare con la sua breve e dolorosa storia, con la sua identità, col suo popolo, la religione, la lingua, ma soprattutto con la cattiveria umana. Il percorso di ricostruzione di sé, il tragitto che la porta sempre indietro ai suoi cari che sono stati uccisi, per vedere di sé quantomeno un presente è lunga e dolorosa.

La domanda costante che passa come un sotto testo è Chi sono? Dov’è il mio posto? La mia lingua? Il mio paese? Sballottata da un luogo all’altro, da un lavoro all’altro per sopravvivere, da un paese all’altro per cercare un presente, la storia di Ditke si srotola tra delusioni, divisioni, fughe, e ritorni: “La novità mi aveva scombussolata senza però scalfire l’io profondo, dove continuava a fermentare il mio vissuto sempre presente”.  Fino all’arrivo in Italia, a Napoli, dove la ormai cresciuta Ditke non solo inizia a vedere un presente, ma anche un luogo, una lingua e un futuro.

Edith Bruck, non solo scrittrice ma anche poeta, sceneggiatrice, registra, attrice, ha incentrato gran parte della sua narrazione in prosa, quasi venti libri tra romanzi e racconti, sul suo vissuto. Ogni libro mette sotto la lente di ingrandimento una porzione di fatti della sua esistenza, assumendo una personaggia come alter ego per la narrazione; come nel suo primo romanzo, Chi ti ama così, edito da Lerici nel 1956 e poi da Marsilio nel 1974, in cui la vicenda è quella della piccola Leila e apre il sipario sulla vita di Edith fino al suo abbandono di Israele. Qui Leila è una Ditke che rimane giovane, minorenne lascia Israele alla ricerca di una identità. Nei tre racconti che compongono Due stanze vuote, edito da Marsilio nel 1974 con prefazione di Primo Levi e finalista al Premio Strega nello stesso anno, Judith è Ditke e una Leila già adulte che per la prima volta ritorna al paesino sperduto in Ungheria a vedere la sua casa: è un racconto superbo dove l’orrore umano del passato converge nel presente.

Il suono della voce in questo racconto è corale, quello di Leila viene sommerso dalla voce del popolo, dei suoi compaesani, quelli che piangono al vederla e le offrono cibo: perdono, perdono, perdono, è ciò che si sente maggiormente. Chiede perdono chi non l’ha aiutata quando era povera, chi non l’ha aiutata quando era segregata nel paese in quanto ebrea, chiede perdono chi non l’ha aiutata quando l’hanno portata via, chiede perdono chi si è spartito i poveri resti della sua povera casa, le chiedono perdono per poter morire in pace anche se sopraffatti dall’ignoranza: “Per attimo ritrovò nel proprio volto il volto di sua madre e, quasi volesse liberarsi da quell’immagine tanto amata ma senza vita, tolse il fazzoletto e lasciò liberi di respirare i capelli […]”.

Nel secondo racconto, Quale America?,Bruck mette la sua lente di ingrandimento su un altro passaggio del suo vissuto e riporta uno spaccato lucido e agghiacciante dell’America abitata dagli ebrei che lì si sono traferiti. La protagonista, qui Edith, una Judith-Ditke-Leila adulta che va a trovare alcuni parenti emigrati a Brooklyn e si scontra con il passato che accumuna tutti e un presente livido che li divide. La scrittura ironico sarcastica di Bruck fa capolino qua e là, a volte si impossessa di un intero racconto, per narrare la vita anche sguaiata di un mondo che non si confronta. In Tra noi è Leila in una nave da crociera per ebrei, ricchi e meno ricchi, che racconta, salendo e scendendo nei vari piani dell’imbarcazione delle aree riservate, la vita di chi incontra, serbando uno sguardo lucido e attento sulle cose, un tono ironico e ineffabile e un occhio di riguardo verso le donne.

La sua storia, la storia di Edith, che è quella delle piccole e poi grandi Judith, Leila, Ditke e molte altre sue protagoniste, è anche una narrazione in versi, poesie e componimenti che raccontano la sua esistenza da una focale molto lunga, un grandangolo ampio: è la scrittrice che dai tempi recenti si guarda indietro e scrive liriche. Sono testi che parlano del presente quotidiano ma sempre con radici nel passato, che guarda agli immigrati, alla madre, ai bambini, che parla di antisemitismo, razzismo, vergogna e ignoranza, ma è soprattutto è poesia che parla di testimonianza, del ricordare sempre e di guardare con gli occhi del ricordo, della conoscenza, dell’umanità. L’ultima silloge che le raccoglie è Tempi, appena uscita per La nave di Teseo. Colpisce in questa raccolta il verso quasi narrativo, la comprensibilità immediata indispensabile per comunicare un ricordo che si fa messaggio, un fatto che diviene monito, un sentimento che diviene eterno.

Conviventi

Nessuno è più fedele
della memoria
non ti lascia mai
neanche da vecchi, anzi
cresce con te e memore
anche il corpo del male.
Conserva le tracce
del gelo, delle botte
con dolore migrante
dai ginocchi alla schiena,
dal collo alle mani,
ai piedi nella neve con gli zoccoli.
Non hai mai tregua né fisica né morale,
per una volta puoi contare
sulla fedeltà assoluta
come su nessuno.
Non ti dimentica
neanche in sogno.

Tutti i suoi scritti, in versi come in prosa, sono opere che puntano all’eternità del ricordo: narrazioni che parlano della vicende di tante protagoniste che potremmo essere un giorno noi, di quel confine che ignoranza e sopraffazione stringono attorno a molte persone, per svariati motivi. Una scrittura non solo per ricordare ma anche per denunciare i fatti e dare loro spazio. Edith Bruck ci dice che siamo tutti colpevoli fino a quando ignoriamo le cose, che possiamo chiedere e avere perdono ma non saremo mai umani senza la memoria e la conoscenza.

La patria

La mia patria
è la casa (in affitto)
da dove vedo l’olmo
che amo nudo e vestito,
i pini del Pincio
i tanti oggetti
che mi contornano,
le foto dei miei cari
che mi proteggono,
i fiori mai mancanti,
le piante sempre verdi,
il bianco dell’arredamento,
i quadri dal valore affettivo,
il sole che mi dà la sveglia,
il silenzio nel cuore di Roma.
Casa che sa di me
e del mio amato marito
che sento presente
anche se è
assente per sempre.

 

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miniTube #2 La poesia di Attilio Bertolucci https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/ https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/#comments Sun, 02 Dec 2012 10:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11811 Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

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Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

Dopo la proiezione hanno parlato Valerio Magrelli, Bernardo Bertolucci, Enrico Ghezzi, Gian Luca Farinelli, Francesco Dal Bosco, Stefano Consiglio e Gabriella Palli Baroni. Di Attilio Bertolucci hanno raccontato frammenti. Sommi, poeticissimi frammenti. Del titolo La camera da letto, il figlio Bernardo ha raccontato di come lui e il fratello Giuseppe alla domanda “che cosa scrivi?” ottenessero dal padre per risposta “la bedrum!” Anni dopo avrebbero scoperto che la “bedrum” era la bedroom, la camera da letto in inglese. Dei giorni delle riprese Consiglio ha raccontato di come lui e Dal Bosco fossero giovani. Giovani e totalmente immersi nella poesia. Chiamavano al telefono Attilio Bertolucci, e invece di dirsi “pronto, come va?” si dicevano “pronto, come va Leopardi?”

A fine proiezione e presentazione hanno mostrato dieci minuti di extra (non contenuti nel dvd, e così il momento più prezioso della serata). In quei dieci minuti ci sono spezzoni di fuori onda in cui c’è quasi sempre Attilio Bertolucci. Spesso sorride. Parla con i registi. Chiede cosa faranno nel pomeriggio. Ascolta la musica.

Poi sono tornata a casa, e ho subito cercato Attilio Bertolucci su YouTube.

Quando ancora in tv si facevano le sfide di poesia. È la seconda edizione del premio Poeti in gara, ideato e curato da Giorgio Weiss per la trasmissione l’Aquilone di Raiuno. In questo episodio del 24 novembre 1989 si incontrano i poeti Attilio Bertolucci e Toti Scialoja. Attilio Bertolucci legge Guido Gozzano.

Ancora Poeti in gara, stessa edizione, episodio del 2 febbraio 1990. Attilio Bertolucci, che ha battuto Scialoja, sfida Edith Bruck. Bertolucci legge sempre Gozzano. Vincerà anche questa volta. In un episodio successivo (del marzo 1990, si trova sempre su YouTube) sfiderà Elio Filppo Accrocca e Ariodante Marianni.

È sempre la Rai, ma la trasmissione è Pickwick, e l’anno è il 1994. Attilio Bertolucci è stato invitato da Alessandro Baricco a parlare di poesie d’amore. Le domande non sono granché, le risposte sono straordinarie. Comincia con Baricco che domanda: chi ha scritto le più belle poesie d’amore? E Bertolucci risponde: secondo me Catullo, e poi anche Petrarca. Finisce con Bertolucci che dice: l’amore si nutre di musica. questo è vero, no? e la musica si nutre d’amore. E poi, rivolto a Baricco: ha l’aria di non essere molto d’accordo… Subito dopo parte l’orchestrina.

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