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Il pane perduto di Edith Bruck, uscito da pochi mesi per La nave di Teseo, è un grande abbraccio alla vita. Sono le vicende della piccola Ditke, una rinascita dolorosissima da una esistenza povera ma felice, dai campi di sterminio, e poi dal peregrinare in cerca di una identità, di un luogo, di una lingua: una storia che Bruck ha già narrato in parte in altri romanzi. La narrazione segue una scansione temporale e presenta una bambina di una famiglia ebrea povera in uno sperduto villaggio ungherese prima della Seconda Guerra Mondiale fino alla sua rinascita, molto tempo dopo esser sopravvissuta ai campi di concentramento, in un nuovo paese.

Nella prima parte è quasi una narrazione corale, tutta la famiglia della piccola protagonista, Ditke, ha una voce molto forte e uno dopo l’altro si rivelano personaggi pieni e decisi. Le loro dinamiche nel quotidiano, le loro speranze e paure, si stagliano su un paesetto che nel suo piccolo è l’emblema di un mondo che va sempre più marcendo in preda alla crudeltà degli umani. La vita di ogni giorno lancia grida di allarme che tutti preferiscono cercare di ignorare, nella speranza che ogni cosa si acquieti, nonostante allarmanti sentori: “Anche il Natale aveva fretta di arrivare e le grida dei maiali sotti coltellacci erano come un allarme di dolore universale, insopportabile all’udito”.

Lo stesso grido ricorrerà all’arrivo della famiglia nel primo campo di concentramento, riguarda una persona e parla del dolore assoluto: “Il bambino più piccolo in braccio alla madre di Eva piangeva disperato e in quel pianto c’era un dolore puro, universale. Un dolore e un grido come quelli dei maiali di Natale sotto i lunghi coltellacci”. Un grido di chi urla per sé stesso, che a breve verrà staccato brutalmente dalla madre e portato a morire, e per una umanità senza umanità. La divisione della famiglia all’interno del primo campo spezza la vita a gran parte di loro, ma la coralità della narrazione non si affievolisce perché restano presenti tutti nella voce di Ditkenella memoria e nelle invocazioni.

Ma, come la storia insegna, la fine della guerra e la chiusura dei campi non coincide esattamente con la fine delle persecuzioni e della cattiveria umana: superstizione, ignoranza e malvagità accompagnano la storia dell’umanità. E così che anche la piccola Ditke, salva anche grazie alla continua vicinanza della sorella nei diversi campi di concentramento, si deve confrontare con la sua breve e dolorosa storia, con la sua identità, col suo popolo, la religione, la lingua, ma soprattutto con la cattiveria umana. Il percorso di ricostruzione di sé, il tragitto che la porta sempre indietro ai suoi cari che sono stati uccisi, per vedere di sé quantomeno un presente è lunga e dolorosa.

La domanda costante che passa come un sotto testo è Chi sono? Dov’è il mio posto? La mia lingua? Il mio paese? Sballottata da un luogo all’altro, da un lavoro all’altro per sopravvivere, da un paese all’altro per cercare un presente, la storia di Ditke si srotola tra delusioni, divisioni, fughe, e ritorni: “La novità mi aveva scombussolata senza però scalfire l’io profondo, dove continuava a fermentare il mio vissuto sempre presente”.  Fino all’arrivo in Italia, a Napoli, dove la ormai cresciuta Ditke non solo inizia a vedere un presente, ma anche un luogo, una lingua e un futuro.

Edith Bruck, non solo scrittrice ma anche poeta, sceneggiatrice, registra, attrice, ha incentrato gran parte della sua narrazione in prosa, quasi venti libri tra romanzi e racconti, sul suo vissuto. Ogni libro mette sotto la lente di ingrandimento una porzione di fatti della sua esistenza, assumendo una personaggia come alter ego per la narrazione; come nel suo primo romanzo, Chi ti ama così, edito da Lerici nel 1956 e poi da Marsilio nel 1974, in cui la vicenda è quella della piccola Leila e apre il sipario sulla vita di Edith fino al suo abbandono di Israele. Qui Leila è una Ditke che rimane giovane, minorenne lascia Israele alla ricerca di una identità. Nei tre racconti che compongono Due stanze vuote, edito da Marsilio nel 1974 con prefazione di Primo Levi e finalista al Premio Strega nello stesso anno, Judith è Ditke e una Leila già adulte che per la prima volta ritorna al paesino sperduto in Ungheria a vedere la sua casa: è un racconto superbo dove l’orrore umano del passato converge nel presente.

Il suono della voce in questo racconto è corale, quello di Leila viene sommerso dalla voce del popolo, dei suoi compaesani, quelli che piangono al vederla e le offrono cibo: perdono, perdono, perdono, è ciò che si sente maggiormente. Chiede perdono chi non l’ha aiutata quando era povera, chi non l’ha aiutata quando era segregata nel paese in quanto ebrea, chiede perdono chi non l’ha aiutata quando l’hanno portata via, chiede perdono chi si è spartito i poveri resti della sua povera casa, le chiedono perdono per poter morire in pace anche se sopraffatti dall’ignoranza: “Per attimo ritrovò nel proprio volto il volto di sua madre e, quasi volesse liberarsi da quell’immagine tanto amata ma senza vita, tolse il fazzoletto e lasciò liberi di respirare i capelli […]”.

Nel secondo racconto, Quale America?,Bruck mette la sua lente di ingrandimento su un altro passaggio del suo vissuto e riporta uno spaccato lucido e agghiacciante dell’America abitata dagli ebrei che lì si sono traferiti. La protagonista, qui Edith, una Judith-Ditke-Leila adulta che va a trovare alcuni parenti emigrati a Brooklyn e si scontra con il passato che accumuna tutti e un presente livido che li divide. La scrittura ironico sarcastica di Bruck fa capolino qua e là, a volte si impossessa di un intero racconto, per narrare la vita anche sguaiata di un mondo che non si confronta. In Tra noi è Leila in una nave da crociera per ebrei, ricchi e meno ricchi, che racconta, salendo e scendendo nei vari piani dell’imbarcazione delle aree riservate, la vita di chi incontra, serbando uno sguardo lucido e attento sulle cose, un tono ironico e ineffabile e un occhio di riguardo verso le donne.

La sua storia, la storia di Edith, che è quella delle piccole e poi grandi Judith, Leila, Ditke e molte altre sue protagoniste, è anche una narrazione in versi, poesie e componimenti che raccontano la sua esistenza da una focale molto lunga, un grandangolo ampio: è la scrittrice che dai tempi recenti si guarda indietro e scrive liriche. Sono testi che parlano del presente quotidiano ma sempre con radici nel passato, che guarda agli immigrati, alla madre, ai bambini, che parla di antisemitismo, razzismo, vergogna e ignoranza, ma è soprattutto è poesia che parla di testimonianza, del ricordare sempre e di guardare con gli occhi del ricordo, della conoscenza, dell’umanità. L’ultima silloge che le raccoglie è Tempi, appena uscita per La nave di Teseo. Colpisce in questa raccolta il verso quasi narrativo, la comprensibilità immediata indispensabile per comunicare un ricordo che si fa messaggio, un fatto che diviene monito, un sentimento che diviene eterno.

Conviventi

Nessuno è più fedele
della memoria
non ti lascia mai
neanche da vecchi, anzi
cresce con te e memore
anche il corpo del male.
Conserva le tracce
del gelo, delle botte
con dolore migrante
dai ginocchi alla schiena,
dal collo alle mani,
ai piedi nella neve con gli zoccoli.
Non hai mai tregua né fisica né morale,
per una volta puoi contare
sulla fedeltà assoluta
come su nessuno.
Non ti dimentica
neanche in sogno.

Tutti i suoi scritti, in versi come in prosa, sono opere che puntano all’eternità del ricordo: narrazioni che parlano della vicende di tante protagoniste che potremmo essere un giorno noi, di quel confine che ignoranza e sopraffazione stringono attorno a molte persone, per svariati motivi. Una scrittura non solo per ricordare ma anche per denunciare i fatti e dare loro spazio. Edith Bruck ci dice che siamo tutti colpevoli fino a quando ignoriamo le cose, che possiamo chiedere e avere perdono ma non saremo mai umani senza la memoria e la conoscenza.

La patria

La mia patria
è la casa (in affitto)
da dove vedo l’olmo
che amo nudo e vestito,
i pini del Pincio
i tanti oggetti
che mi contornano,
le foto dei miei cari
che mi proteggono,
i fiori mai mancanti,
le piante sempre verdi,
il bianco dell’arredamento,
i quadri dal valore affettivo,
il sole che mi dà la sveglia,
il silenzio nel cuore di Roma.
Casa che sa di me
e del mio amato marito
che sento presente
anche se è
assente per sempre.

 

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Autore

a.toscano@minima.it

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

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