Fosca Navarra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fosca-navarra/ un blog di approfondimento culturale Tue, 24 Mar 2026 15:20:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fosca Navarra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fosca-navarra/ 32 32 Le grate https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/le-grate/ https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/le-grate/#respond Tue, 24 Mar 2026 15:20:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57101 Foto di Jr Korpa su Unsplash di Fosca Navarra Sono ancora nel mondo quando scrivo: “Volevoessere la parte di Dioche non si sporca le mani.” Poi mi metto a gridare.La chiave gira.Il cielo rimane fuori. * Sulla pellesono incise le grate prima di un mattinoche non posso toccare. …l’illusione remota di appartenere al suonodi queste […]

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Foto di Jr Korpa su Unsplash

di Fosca Navarra

Sono ancora nel mondo quando scrivo: “Volevo
essere la parte di Dio
che non si sporca le mani.”

Poi mi metto a gridare.
La chiave gira.
Il cielo rimane fuori.

*

Sulla pelle
sono incise le grate prima di un mattino
che non posso toccare.

…l’illusione remota di appartenere al suono
di queste campane, solo l’illusione

*

la città è svanita
è crollata sotto il mio peso sotto lo strato
di cemento armato del tempo

*

Per sette anni la porta è rimasta socchiusa.

Sono tornata come l’onda lascia la sabbia
per il buio del mare.

*

La città mi scaccia:
sono un lungo estenuante aborto.

*

un palazzo di sette piani

lo vedo crollare quando porto alla bocca
il mio cognome segnato sul bicchiere
(ancora, di nuovo)

dorsi di libri, contenitori di pillole…

firmare con la mano che trema,
un giorno con orgoglio
e un altro per disperazione

*

È una legge del contrappasso. Qui siamo
piante senza luce.

Mi dicono di guarire
mi dicono di stare bene di prendere farmaci

al posto della luce
al posto della gioia
al posto della quiete

farmaci al posto di tutto

*

Una panchina mi fissa.

Non posso raggiungere niente.

I miei confini
ridotti all’osso (ho la claustrofobia di me stessa):
io con io,
io nell’angolo della mia mente.

Da qualche parte, versi di uccelli
invidiabili versi di uccelli

*

Prendere in prestito la mia penna, chiedere: “Posso?”

*

Analisi del tempo: un giorno è composto da
ventiquattro ore e ogni ora
è un giorno.

*

Analisi degli oggetti: hanno tutti una nuova
importanza. Sono appigli prima d’ora
mai concepiti.

*

Niente è più scontato.
Sono in un quasi confessionale e io ho quasi
peccato.

Questa però non è una quasi penitenza;
questa è una penitenza.

*

…una panchina al sole:
niente di più proibito

*

Rivalutare senza risolvere: non si può perdonare
la realtà, si può soltanto pensare che sia appena
migliore di questa.

*

(alle parole l’ardua salvezza)

*

Sono sulla terrazza; ed è un proiettile di pace
la bellezza appena sfiorata
di questo mondo di fuori.

*

rinnegare la vita
non conoscendo altro e amarla da qui
come non mai

*

è un azzurro che mi sfonda la fronte

*

sono un figliol prodigo
piango di irriconoscenza

*

Si ritorna dentro, in questo luogo
— una bianchissima violenza

*

Sto cercando una poesia
di privazione.

*

Per non annegare devo
ingurgitare mari di inferno, appigliarmi
alle rade eco di fuori.

*

sulla sponda di prima sono rimasta a pezzi
(ci vorrebbe un nome nuovo per ogni

frattura)

*

ho deposto il mio volto
ho messo in tasca gli occhi eppure continuano
assurdamente a funzionare

come strumenti di tortura

*

mi si atrofizza l’anima tra queste mura

*

a poco a poco
dimentico dio

perché è qui che lui non si sporca le mani

è proprio qui
che cade la sua ombra

*

La chiave gira.
La casa è rimasta ferma.
A letto piango senza fare rumore.

Sono tornata al mondo, ma adesso
ho le grate sulla pelle

e il cielo è più lontano.

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Caffè Mektoub https://minimaetmoralia.it/racconti/caffe-mektoub/ https://minimaetmoralia.it/racconti/caffe-mektoub/#respond Fri, 14 Feb 2025 10:16:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54820 Foto di Chris Carzoli su Unsplash di Fosca Navarra È difficile rispondere a una domanda del genere, forse perché a prescindere dalla volontà la memoria tende a sbarazzarsi dei pesi maggiori. E a mio parere i ricordi di cui ci vergogniamo sono quelli che pesano di più. Nello sgabuzzino della mia mente, c’è questa immagine […]

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Foto di Chris Carzoli su Unsplash

di Fosca Navarra

È difficile rispondere a una domanda del genere, forse perché a prescindere dalla volontà la memoria tende a sbarazzarsi dei pesi maggiori. E a mio parere i ricordi di cui ci vergogniamo sono quelli che pesano di più.

Nello sgabuzzino della mia mente, c’è questa immagine tanto massiccia e tanto segreta: lo schermo luminescente di una cabina per le fototessere. Fa un caldo che annebbia la vista, le redini, la percezione delle conseguenze. È estate, ho la ragion d’essere di una balla di fieno. Mi limito a vagare, nei miei pomeriggi indistinti, e a bere caffè. Non tollero il pensiero di stare a casa; spero sempre di morire per strada, tra la gente.

La risposta alla domanda in verità dovrebbe partire da un altro luogo: il caffè Mektoub. Quando ci vado, mi fermo ai tavolini all’aperto, che sono circondati dall’abbraccio dei ficus, e apro un libro. Quel pomeriggio sto leggendo Viaggio al termine della notte, di Céline. Al tavolino accanto al mio siede un’altra lettrice: ha tra le mani un testo dal titolo in inglese, la copertina è blu. Le sue mani hanno un’aria gentile.

A intermittenza abbandono le mie pagine per pensare alle sue, al suo sguardo di ossidiana che di tanto in tanto mi sbircia oltre la carta. La lettrice non è bella, ma ha questi riccioli sfilacciati sulla fronte che la rendono eccentrica, un naso sbozzato come quello dei koala e un bacino da Venere paleolitica. Il colore della pelle assomiglia a quello dei ficus intorno: un bruno chiaro.

“Cosa stai leggendo?” mi chiede.

“Un romanzo sulla guerra.”

“È abbastanza vago. Guerra può voler dire molte cose.”

“Parla dei traumi, della paura della morte. Vorrei spiegartelo meglio, ma non ho le parole perché non le conosco” le rispondo. “Scusa, il mio inglese è terribile.”

Dico questa bugia per sembrare modesta e schietta allo stesso tempo. La lettrice è divertita dalla mia ammissione di colpa. Le chiedo del suo libro: è un memoir. Mentre me ne parla più nello specifico, mi rivolge un sorriso piuttosto eloquente.

“Beh, complimenti” le dico, restituendole lo stesso sorriso. “A me non riuscirebbe di leggere un libro in inglese. In Italia lo studiamo davvero male. Tu nemmeno sei madrelingua, no?”

Si passa i capelli dietro l’orecchio, ha un filo di luce su una tempia. “Sono egiziana”, e avverto come un piccolo sconquasso nell’architettura dell’espressione sul suo volto. La fronte si adombra sotto la tettoia di un ciuffo di capelli; gli occhi le diventano duri, vecchi, e persino la bocca sembra più esangue.

Per qualche istante non dice più niente: lascia il posto al tubare dei piccioni e alle fronde palleggiate da un venticello che quando sono arrivata non c’era.

“Ora però vivo a Berlino” dice dopo il silenzio.

Una corrente di sollievo le attraversa i connotati, ma dura poco: lo sguardo torna di pietra, le dita stringono la lattina di tè freddo. “Sono scappata” aggiunge, “tu non hai idea di cosa significhi essere diversi nel posto in cui sono nata. O meglio, non conosco la situazione qui in Italia, ma non può essere peggio che in Egitto. Ho dovuto staccarmi dalla mia famiglia perché i miei genitori, loro, loro non devono sapere.” E mentre parla ha questa voce cupa, che le viene dallo stomaco. Il suono è rauco, esce per spiragli. Da aperture di carne, di carne viva.

“Quanti anni hai?” le chiedo.

“Venticinque”. Non le credo, in questo momento ne dimostra molti di più. “E tu? Sembri più piccola.”

Infatti lo sono, ma non tanto quanto lei crede. Per placare la rabbia do un colpo di tosse, poi un altro. Le rispondo, ha l’aria sollevata.

“Oh, meno male. Guarda, temevo che tu…”

“Non esageriamo adesso.”

Nonostante l’improvvisa durezza della mia voce, lei ride con le scaglie d’osso che ha in bocca. Piccole piccole. “Scusami, non volevo offenderti. È che hai un aspetto così giovane.”

È vero. Sembro incapace, indifesa. Anche i miei genitori continuano a vedermi così, e ogni volta che mio padre scatta in piedi o sbatte la porta torno a esserlo davvero. Dev’essere questo il motivo per cui si sente invincibile.

“Non fa niente, me lo dicono tutti. Da quanto vivi a Berlino?”

“Sono quasi cinque anni. Ma sai, forse avrei dovuto farlo prima: quelle come me rischiano persino la prigione, se non ci pensa già la famiglia a punirle.” Il suono delle sue parole è di nuovo gutturale, tirato fuori a fatica. Guardo la pelle scura che si imperla per il troppo caldo, o per il senso di oppressione – anche questi possono essere ricordi di macigno – che deve provare adesso, o non so. Mi sento in bilico tra la compassione per le sue fragilità e il desiderio di approfittarne, tra la voglia di essere gentile perché in fondo ci assomigliamo e quella di portarmi a casa un’avventura esotica per dimostrarmi che invece sono diversa, adulta, potente.

“Certo, dev’essere terribile.”

“Scusa, sono noiosa. Purtroppo per me non è facile non pensarci, non… Non importa.”

“Facciamo due passi, ti va?”

Mi guarda negli occhi, ho l’impressione che nutra nei miei confronti un’insensata fiducia. Paghiamo i rispettivi conti e ce ne andiamo dal caffè Mektoub.

La passeggiata è breve, colpa anche di un clima afoso, senza più vento. Entriamo in una libreria, facciamo scorrere le dita sugli scaffali, sfogliamo le pagine dei libri. Avverto la sua presenza accanto a me, quando si avvicina: ha un profumo accogliente, di pelle accalorata di donna e shampoo alla vaniglia. Vorrei caderle tra le braccia, poi rifletto; no, è lei che deve cadermi tra le braccia. È diverso.

Dopo questa peregrinazione per negozi, finiamo nell’oro bianco bollente di una piazza quasi vuota. Di fronte a noi brilla la cabina per le fototessere.

Una volta dentro, lo schermo ci restituisce i nostri volti sudati, una parte dei corpi incastrati a stento nel pochissimo spazio a disposizione. Le siedo in braccio, come una bambina, ma la mia testa adesso è leggermente più alta della sua. Lo schermo ci indica quando dobbiamo metterci in posa, sfoggiamo sorrisi smodati a testimoniare il fatto che siamo scollate dal mondo, da cui ci separa il pesante tendone blu.

È la quarta e ultima foto quando mi accosto alla sua bocca affinché questo momento, fuori di qui, abbia una qualche utilità materiale per quando racconterò questa storia, e per quando avrò bisogno di ricordarmene – il mio trofeo d’Africa, la mia pelle di leone in salotto.

Sento la sua piccola lingua bagnata esitare nella mia bocca, poi cedere ai richiami della mia; infine, quasi mi implorasse di fermarmi, la percepisco mentre si rifugia nel proprio antro.

L’ultimo bacio è un soffio, i miei rimasugli di rossetto sulla peluria intorno al suo labbro .

Le foto sono pronte, vanno ritirate all’esterno della cabina.

Prende quella a colori, io quella in bianco e nero. È difficile capire cosa prova mentre le osserva, forse nemmeno lei riesce a comprendere se si tratta di euforia o turbamento. Il confine potrebbe essere sottile.

“Sei molto carina, ma è meglio se ci fermiamo qui. Per la mia sicurezza” mi dice.

A questo punto non ho più molto da dirle, e lei lo capisce. Ci salutiamo; decido di avviarmi verso casa, come un cacciatore abbastanza soddisfatto. Ripongo la fotografia tra le pagine del libro di Céline: in fondo, basta raccontare la fine della storia come se fosse un inizio.

 

Il giorno seguente, ricevo un messaggio: si tratta della lettrice. Mi invia una fotografia del palmo della sua mano, colmo di briciole della nostra fototessera, dei nostri volti sorridenti, del nostro unico bacio. Mi implora di fare lo stesso, perché sente di essere in pericolo. Sente di essere piccola, indifesa.

“Ho pianto tutta la notte, ti supplico. Distruggi quella foto.”

Il solo pensiero di assecondarla mi dà le vertigini. Blocco i suoi messaggi e spengo il cellulare. Non voglio nessuna interferenza – neppure l’umanità – con questo nuovo potere di cui dispongo. Voglio rimanere quassù, in piedi, a farla sentire in soggezione. Ancora un po’.

Non so quando la mia lettrice egiziana abbia smesso di avere paura di me, di reputarsi in pericolo. Non so niente. Ma è questa la risposta, questo il momento: mai prima di allora mi era parso di entrare e uscire così, di prepotenza, da un’altra vita, fino a tenerla in pugno.

Mi chiedo se è così che si è sentito mio padre, ogni volta.

 

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Le parti sane https://minimaetmoralia.it/racconti/le-parti-sane/ https://minimaetmoralia.it/racconti/le-parti-sane/#respond Thu, 05 Oct 2023 08:29:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52841 Foto di Todd Diemer su Unsplash di Fosca Navarra Sfortunatamente, ho trascorso del tempo in quel posto lì quando avrei dovuto magari trascorrerlo in qualche città universitaria piena di locali. Non posso farci nulla, è un chiodo fisso: sono passati cinque anni, ma penso ancora a tutta la vita che avrei potuto ficcare in quei […]

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Foto di Todd Diemer su Unsplash

di Fosca Navarra

Sfortunatamente, ho trascorso del tempo in quel posto lì quando avrei dovuto magari trascorrerlo in qualche città universitaria piena di locali. Non posso farci nulla, è un chiodo fisso: sono passati cinque anni, ma penso ancora a tutta la vita che avrei potuto ficcare in quei giorni concessi, invece, all’alienazione.

Credo fosse questo il motivo che ci spingeva a quel folle clinamen per cui un giorno odiavi qualcuno e quello dopo ci facevi amicizia, e viceversa. Avevamo tutti un gran bisogno di toccarci e stringerci e prenderci a spintoni, forse perché il nostro recinto ci sembrava troppo irreale. Dunque, non facevamo davvero nient’altro che interagire in maniera disperata, con ogni mezzo e trucco possibile tramite il quale strappare un bacio o assestare un ceffone.

L’importante, per noi, non era di certo costruire rapporti duraturi. L’altro era solo uno strumento del nostro bulimico sentire, principio non scritto sul quale ci si trovava tutti in accordo. Quasi nessuno si sottraeva al gioco: in fondo, eravamo sulla stessa barca. Così, negli anni vissuti con una libertà che ogni tanto non poteva fare a meno di passare sul filo del rasoio, mi sono domandata se ai pesci agonizzanti che in un modo o nell’altro riescono a rituffarsi nel mare calmo, se a questi pesci, mi sono chiesta, rimanga poi qualcosa – un lampo d’occhio, un dimenarsi – dell’altro.

 

Mi tormento con la dissezione di ogni ricordo a lei legato, intanto continuo a aspettarla in una cittadina non lontana dal fulcro di tutto quanto ci ha reso non saprei dire quanto intime o quanto estranee. In quei cinque anni avevo chiesto notizie di lei a chi avrebbe potuto averne: gli altri superstiti, in gran parte provenienti da quelle zone lì. Qualcuno l’aveva rivista: pareva stare meglio. Ma, in effetti, come avrebbe potuto stare peggio? Lei, io, tutti quanti: come avremmo potuto spingerci oltre il capolinea?

 

Penso e mi tormento, mi strappo le pellicine attorno alle unghie. È la presentazione del libro di T., in un locale con il soffitto basso e i tavoli in graniglia. Durante il viaggio, per via dei ricordi che riaffioravano a causa di associazioni paesaggistiche – il diradarsi del meridione e del salmastro, le apparizioni ritrose di certi borghi nella nebbiolina fredda e la sparizione dei caratteri metropolitani – ho frugato nella rubrica fino a incontrarla in una foto, accovacciata in mezzo a due cani di grossa taglia.

Soltanto cinque anni prima, mia madre ci aveva detto “Sorridete!” nel cortile di dove eravamo. L’una accanto all’altra, pallide e dagli occhi lucidi di stanchezza, tentavamo un sorriso; e di fingere anche solo per un attimo di essere due diciottenni come tante, magari al parco, con le capigliature indisciplinate – lei portava spinelli di dread sulla nuca, io i rimasugli corti di una mutilazione quasi indolore  –; e un pensiero qualunque a cui rivolgerci per stimolare sui nostri visi un sollevamento di angoli della bocca e un vago splendore di gioia nello sguardo.

In quello scatto risultiamo spaurite, due animali notturni sorpresi da un flash.

Il bus traballa, alterno la sua foto alla schermata di una chat vuota.

“Sorridete” aveva detto mia madre a noi che venivamo al mondo in quel momento lì, in procinto di essere sputate fuori da quel posto lì, con un disperato bisogno di farci male che soffocava il bisogno ridicolo dell’amore altrui, di chimere come la serenità e la soddisfazione. Un disperato bisogno che si vedeva tutto, ma che io addirittura sentivo pure dal gelo delle sue dita, dalle scapole dure e dall’odore di cenere che veniva dal suo maglioncino, come lei doveva sentirlo in me, a suo modo.

Perciò le ho chiesto di vederci.

Volevo scoprire se le bestie dentro di noi fossero ancora in grado di riconoscersi.

 

In quel posto lì era stata questione di istanti: lei, seduta per caso accanto a me in mensa, mi domandò qualcosa a proposito dei pasti, perché era appena arrivata; ma anche dopo che provai a risponderle con esattezza non smise di parlarmi, di comunicarmi le sue osservazioni sugli altri, sul cibo, sul posto in generale. Aveva molta voglia di stare con me, il che mi risultava insolito quanto eccitante, nell’unico significato, per ossimoro, che si possa dare all’eccitazione. Suppongo che sia così, per un calamaro o una triglia in una rete, trovarsi imprigionati con un altro esemplare della stessa specie. Una scossa dentro che rivitalizza finché non subentra uno sguardo d’insieme, il profumo del mare o quello degli alberi nei pressi del cancello.

Non so dire quale sia stato il preciso gancio tra le nostre fragilità, ma lei mi aveva folgorata. La osservavo sminuzzare il cibo, maneggiare le posate con le mani bianchissime dalle unghie nere. Invidiavo il modo in cui le ossa odiavano il suo corpo fino a tentare di uscirne. Aveva un viso pallido, palpebre da bambola, lineamenti dell’Est.

Non era bella, ma mi piaceva.

 

Una sera stavamo camminando fianco a fianco nei corridoi e ridevamo, così, per fare qualcosa. Avevamo baciato due uomini, due vecchi.

Lei aveva un ragazzo, sì, e conviveva anche, ma quando arrivi in quel posto certe cose non contano più niente.

“Buonanotte” mi disse, prima che il corridoio diventasse deserto.

Rimasi in balìa del vuoto, in un corridoio di una prigione soft nella periferia di una cittadina dell’Italia centrale; lontana, remotissima, semplicemente avulsa da tutto.

Avrei tanto voluto baciarla, tanto. Ma non per desiderio, neppure per affetto.

Volevo solo provare, non so, a comporre qualcosa unendo i nostri frammenti, le parti sane che pure dovevamo possedere in fondo alla melma di tutto il resto.

Dopo tanto tempo, non so cosa pensassi di ottenere da quel bacio.

Ma credo che sia diventato importante quando ho capito che non l’avrei ottenuto. Faceva parte di una vita alternativa e migliore, per forza di cose.

 

Cinque anni dopo. A pochi minuti dalla destinazione, mi arriva un messaggio di risposta. Parole d’affetto, cuori, a più tardi allora.

Termino il viaggio con un batticuore di gioia e paura. Forse anche di pentimento.

Guardo gli occhiali sul petto, i libri che spuntano dalla borsa. Penso ai miei diciott’anni come a un vecchio continente a cui ho rinunciato. Perché mi costringo a voltarmi?

La gente arriva, la stanza si riempie, manca ancora lei. Mentre svolgo all’infinito il nastro di pellicola che mostra l’edificante incontro di lì a poco, l’amico col quale dormirò mi chiede se va tutto bene.

Nel frattempo, fuori imbrunisce.

 

Una sera litigammo, ma ho rimosso le ragioni della sua collera. Era un suo momento, come a me accadevano i miei.

“Lasciami in pace!” gridava, “Ti ho detto che te ne devi andare!”. Più e più volte.

Mi sentivo come se me l’avesse detto mia madre: la sua autorevolezza era arrivata a questi livelli perché era magra, aguzza e incomprensibile e se una parte di me desiderava guarire, un’altra voleva superare questa mia insulsa linea di confine – è malata ma, potrebbe essere sana ma – e sprofondare fino a uscire fuori dalla parte opposta: essere come lei, essere lei.

Ne ebbi paura, quando la vidi scappare come una furia in cortile. Attesi in mezzo agli altri, a quelli che non contavano, per forse dieci minuti forse tre secoli, prima di raggiungerla. Sedeva a una panchina, piangeva.

Mi sentivo straziata da un dolore non mio, e dunque non dovuto, a cui non potevo dare né suggerire niente.

“Mi dispiace per prima, sai. Sono stata ingiusta con te” disse.

Poi, come se mi avesse dato un tacito permesso, smise di piangere per permettere a me di cominciare. Mentre mi disperavo, mi accarezzava la testa come se avessi avuto un’età qualsiasi in cui si è impotenti e buoni a niente, e si piange e basta.

Ho pianto un’infinità di volte in vita mia, ma mai come in quel momento ho avuto la sensazione di volere esattamente solo quello. Piangere per continuare a ingrossare il mare agitato a cui poco prima lei aveva dato inizio.

 

Appena la scorgo, nel buio del corridoio che porta alla sala, riconosco la pelle. Indossa un vecchio cappotto di lana, guanti dalle dita mozzate, una sciarpa. I capelli non sono più un intrico; il suo sguardo invece sì, conserva ancora i viluppi esausti delle pupille.

Solleva una mano, incerta. Mi sta salutando.

“Ciao, Dava” le dico, e mi alzo in piedi.

Pronunciare il suo nome equivale al fiato di tromba: comincia in me una guerra cardiaca sul campo dei ricordi. La vedo, Dava è lei, sempre lei. Mi risulta difficile definirla cambiata: semplicemente, è passata da uno stadio all’altro della sua malattia. L’ho conosciuta con la febbre e gli spasmi, ora ha un’aria del tutto debilitata.

“Scusa il ritardo” mi dice in un sussurro, quando sono a un passo.

Arrivo a sentire il suo respiro, ma nonostante la vicinanza la mia guerra interiore non ha più entusiasmo; si trascina controvoglia, in una fase terminale in cui gli ideali hanno perso di importanza. Anche Dava ha qualcosa in meno: ricorda una bambina povera, una fiammiferaia.

“Non fa niente. Vieni, usciamo fuori” le rispondo.

Allora la prendo sottobraccio e la porto via, lontano.

 

Parliamo brevemente, al buio di una stradina poco distante dal locale.

“Stai ancora con il tuo ragazzo?”

Il viso le si contrae. La mano che tiene la sigaretta le trema più forte, adesso.

“Oh, no, è davvero finita. O comunque lo spero. Sono scappata da dove abitavamo e ha cominciato a perseguitarmi. Brutte cose. Davvero brutte.”

“Mi dispiace. Ma ora che fai?”

“Ogni tanto lavoro come cameriera, quando capita. Gli studi, mai finiti” dice, e soffia via il fumo della sigaretta. “Vuoi?”

“No, grazie. Ho smesso.”

“Non fumi più? Che brava.” Non sento meraviglia nelle sue parole, anzi. “Ma lo vedo che sei cambiata. Sapevo che ce l’avresti fatta.” China il capo, si guarda i piedi negli stivaletti che stridono contro la ghiaia. “Ne ero proprio sicura” continua tra sé.

Non ho repliche al suo dolore. Potrei chiederle se continua a farlo, ma sento di conoscere la risposta. “Si è fatto tardi” dice. “Forse è meglio…”

“Sì. Forse è meglio” rispondo, mentre la fisso negli occhi che hanno pianto il mare agitato di cui mi credevo parte e da cui adesso sto scappando, fortunatamente.

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Fosca Navarra nasce nel 2000 a Napoli, dove vive e studia lettere classiche all’Università Federico II.

Ha pubblicato racconti su diverse riviste online tra cui Quaerere, Micorrize, Narrandom e Altri Animali.

Suoi testi poetici sono apparsi su Suite Italiana e Interno Poesia.

Nel 2023 pubblica la sua raccolta poetica d’esordio Perdutamente (edizioni Ensemble).

 

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