Foto di Chris Carzoli su Unsplash

di Fosca Navarra

È difficile rispondere a una domanda del genere, forse perché a prescindere dalla volontà la memoria tende a sbarazzarsi dei pesi maggiori. E a mio parere i ricordi di cui ci vergogniamo sono quelli che pesano di più.

Nello sgabuzzino della mia mente, c’è questa immagine tanto massiccia e tanto segreta: lo schermo luminescente di una cabina per le fototessere. Fa un caldo che annebbia la vista, le redini, la percezione delle conseguenze. È estate, ho la ragion d’essere di una balla di fieno. Mi limito a vagare, nei miei pomeriggi indistinti, e a bere caffè. Non tollero il pensiero di stare a casa; spero sempre di morire per strada, tra la gente.

La risposta alla domanda in verità dovrebbe partire da un altro luogo: il caffè Mektoub. Quando ci vado, mi fermo ai tavolini all’aperto, che sono circondati dall’abbraccio dei ficus, e apro un libro. Quel pomeriggio sto leggendo Viaggio al termine della notte, di Céline. Al tavolino accanto al mio siede un’altra lettrice: ha tra le mani un testo dal titolo in inglese, la copertina è blu. Le sue mani hanno un’aria gentile.

A intermittenza abbandono le mie pagine per pensare alle sue, al suo sguardo di ossidiana che di tanto in tanto mi sbircia oltre la carta. La lettrice non è bella, ma ha questi riccioli sfilacciati sulla fronte che la rendono eccentrica, un naso sbozzato come quello dei koala e un bacino da Venere paleolitica. Il colore della pelle assomiglia a quello dei ficus intorno: un bruno chiaro.

“Cosa stai leggendo?” mi chiede.

“Un romanzo sulla guerra.”

“È abbastanza vago. Guerra può voler dire molte cose.”

“Parla dei traumi, della paura della morte. Vorrei spiegartelo meglio, ma non ho le parole perché non le conosco” le rispondo. “Scusa, il mio inglese è terribile.”

Dico questa bugia per sembrare modesta e schietta allo stesso tempo. La lettrice è divertita dalla mia ammissione di colpa. Le chiedo del suo libro: è un memoir. Mentre me ne parla più nello specifico, mi rivolge un sorriso piuttosto eloquente.

“Beh, complimenti” le dico, restituendole lo stesso sorriso. “A me non riuscirebbe di leggere un libro in inglese. In Italia lo studiamo davvero male. Tu nemmeno sei madrelingua, no?”

Si passa i capelli dietro l’orecchio, ha un filo di luce su una tempia. “Sono egiziana”, e avverto come un piccolo sconquasso nell’architettura dell’espressione sul suo volto. La fronte si adombra sotto la tettoia di un ciuffo di capelli; gli occhi le diventano duri, vecchi, e persino la bocca sembra più esangue.

Per qualche istante non dice più niente: lascia il posto al tubare dei piccioni e alle fronde palleggiate da un venticello che quando sono arrivata non c’era.

“Ora però vivo a Berlino” dice dopo il silenzio.

Una corrente di sollievo le attraversa i connotati, ma dura poco: lo sguardo torna di pietra, le dita stringono la lattina di tè freddo. “Sono scappata” aggiunge, “tu non hai idea di cosa significhi essere diversi nel posto in cui sono nata. O meglio, non conosco la situazione qui in Italia, ma non può essere peggio che in Egitto. Ho dovuto staccarmi dalla mia famiglia perché i miei genitori, loro, loro non devono sapere.” E mentre parla ha questa voce cupa, che le viene dallo stomaco. Il suono è rauco, esce per spiragli. Da aperture di carne, di carne viva.

“Quanti anni hai?” le chiedo.

“Venticinque”. Non le credo, in questo momento ne dimostra molti di più. “E tu? Sembri più piccola.”

Infatti lo sono, ma non tanto quanto lei crede. Per placare la rabbia do un colpo di tosse, poi un altro. Le rispondo, ha l’aria sollevata.

“Oh, meno male. Guarda, temevo che tu…”

“Non esageriamo adesso.”

Nonostante l’improvvisa durezza della mia voce, lei ride con le scaglie d’osso che ha in bocca. Piccole piccole. “Scusami, non volevo offenderti. È che hai un aspetto così giovane.”

È vero. Sembro incapace, indifesa. Anche i miei genitori continuano a vedermi così, e ogni volta che mio padre scatta in piedi o sbatte la porta torno a esserlo davvero. Dev’essere questo il motivo per cui si sente invincibile.

“Non fa niente, me lo dicono tutti. Da quanto vivi a Berlino?”

“Sono quasi cinque anni. Ma sai, forse avrei dovuto farlo prima: quelle come me rischiano persino la prigione, se non ci pensa già la famiglia a punirle.” Il suono delle sue parole è di nuovo gutturale, tirato fuori a fatica. Guardo la pelle scura che si imperla per il troppo caldo, o per il senso di oppressione – anche questi possono essere ricordi di macigno – che deve provare adesso, o non so. Mi sento in bilico tra la compassione per le sue fragilità e il desiderio di approfittarne, tra la voglia di essere gentile perché in fondo ci assomigliamo e quella di portarmi a casa un’avventura esotica per dimostrarmi che invece sono diversa, adulta, potente.

“Certo, dev’essere terribile.”

“Scusa, sono noiosa. Purtroppo per me non è facile non pensarci, non… Non importa.”

“Facciamo due passi, ti va?”

Mi guarda negli occhi, ho l’impressione che nutra nei miei confronti un’insensata fiducia. Paghiamo i rispettivi conti e ce ne andiamo dal caffè Mektoub.

La passeggiata è breve, colpa anche di un clima afoso, senza più vento. Entriamo in una libreria, facciamo scorrere le dita sugli scaffali, sfogliamo le pagine dei libri. Avverto la sua presenza accanto a me, quando si avvicina: ha un profumo accogliente, di pelle accalorata di donna e shampoo alla vaniglia. Vorrei caderle tra le braccia, poi rifletto; no, è lei che deve cadermi tra le braccia. È diverso.

Dopo questa peregrinazione per negozi, finiamo nell’oro bianco bollente di una piazza quasi vuota. Di fronte a noi brilla la cabina per le fototessere.

Una volta dentro, lo schermo ci restituisce i nostri volti sudati, una parte dei corpi incastrati a stento nel pochissimo spazio a disposizione. Le siedo in braccio, come una bambina, ma la mia testa adesso è leggermente più alta della sua. Lo schermo ci indica quando dobbiamo metterci in posa, sfoggiamo sorrisi smodati a testimoniare il fatto che siamo scollate dal mondo, da cui ci separa il pesante tendone blu.

È la quarta e ultima foto quando mi accosto alla sua bocca affinché questo momento, fuori di qui, abbia una qualche utilità materiale per quando racconterò questa storia, e per quando avrò bisogno di ricordarmene – il mio trofeo d’Africa, la mia pelle di leone in salotto.

Sento la sua piccola lingua bagnata esitare nella mia bocca, poi cedere ai richiami della mia; infine, quasi mi implorasse di fermarmi, la percepisco mentre si rifugia nel proprio antro.

L’ultimo bacio è un soffio, i miei rimasugli di rossetto sulla peluria intorno al suo labbro .

Le foto sono pronte, vanno ritirate all’esterno della cabina.

Prende quella a colori, io quella in bianco e nero. È difficile capire cosa prova mentre le osserva, forse nemmeno lei riesce a comprendere se si tratta di euforia o turbamento. Il confine potrebbe essere sottile.

“Sei molto carina, ma è meglio se ci fermiamo qui. Per la mia sicurezza” mi dice.

A questo punto non ho più molto da dirle, e lei lo capisce. Ci salutiamo; decido di avviarmi verso casa, come un cacciatore abbastanza soddisfatto. Ripongo la fotografia tra le pagine del libro di Céline: in fondo, basta raccontare la fine della storia come se fosse un inizio.

 

Il giorno seguente, ricevo un messaggio: si tratta della lettrice. Mi invia una fotografia del palmo della sua mano, colmo di briciole della nostra fototessera, dei nostri volti sorridenti, del nostro unico bacio. Mi implora di fare lo stesso, perché sente di essere in pericolo. Sente di essere piccola, indifesa.

“Ho pianto tutta la notte, ti supplico. Distruggi quella foto.”

Il solo pensiero di assecondarla mi dà le vertigini. Blocco i suoi messaggi e spengo il cellulare. Non voglio nessuna interferenza – neppure l’umanità – con questo nuovo potere di cui dispongo. Voglio rimanere quassù, in piedi, a farla sentire in soggezione. Ancora un po’.

Non so quando la mia lettrice egiziana abbia smesso di avere paura di me, di reputarsi in pericolo. Non so niente. Ma è questa la risposta, questo il momento: mai prima di allora mi era parso di entrare e uscire così, di prepotenza, da un’altra vita, fino a tenerla in pugno.

Mi chiedo se è così che si è sentito mio padre, ogni volta.

 

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