Jack London Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jack-london/ un blog di approfondimento culturale Tue, 09 Nov 2021 21:11:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jack London Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jack-london/ 32 32 La pena della lettura https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-pena-della-lettura/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-pena-della-lettura/#respond Wed, 29 Sep 2021 08:10:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49299 La prima di una serie di interviste di Giada Ceri a persone impegnate nell'ambito penitenziario per capire se e come la "cultura" possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale.

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di Giada Ceri

Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Stefania Amato, uscita sul numero 274 di “Una città”. Si tratta  della prima di una serie di interviste a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Il progetto, già in atto in Brasile, di fare del libro uno strumento per il recupero del detenuto: 4 giorni di riduzione della pena per ogni libro letto, con un massimo di 48 giorni all’anno; un modo per rendere concreta l’idea che “la cultura libera” in un mondo in cui, non solo in carcere, l’analfabetismo di ritorno cresce; le limitazioni del 41bismarrivate al numero di 750, diverse delle quali riguardano la lettura. 

Giada Ceri: Il Reembolso através da leitura, possiamo partire da qui: un programma di recupero avviato in alcuni Stati del Brasile a partire dal 2012 che prevede uno scambio tra la persona detenuta, autorizzata dal giudice in base al reato che ha commesso, e l’amministrazione penitenziaria. Questa “pena della lettura” prevede che la lettura di un libro venga ricompensata con quattro giorni di sconto della pena, fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La notizia del Reembolso è arrivata anche in Italia e ha suscitato reazioni diverse. In ogni caso può servire a discutere e mettere alla prova tanti luoghi comuni sulla “cultura che rende liberi”.

Stefania Amato: Qualcuno ci ha già provato, senza successo: liberarsi attraverso la cultura, letteralmente, oltre che letterariamente. Scintille di questa idea si accendono qua e là, ma per ora subito si spengono. Eppure è talmente ovvio: ce lo hanno ripetuto fin dall’infanzia che per imparare a scrivere, a parlare, a comunicare, in una parola a esistere nel mondo, dobbiamo prima imparare a leggere. E quanto bisogno c’è, di comprensione del mondo, nel mondo annullato del carcere, di raccogliere vite deragliate tentando un’instillazione di senso, indicando un percorso vero, e non solo immaginato, come impone l’articolo 27 della Costituzione. Purtroppo l’esperienza del carcere, vissuta da operatori, da volontari, da avvocati, racconta che una grande parte dei detenuti non dispone delle basilari abilità linguistiche, non maneggia la lingua italiana, scritta e parlata, se non a un livello elementare. E non mi riferisco solo ai tanti detenuti stranieri: spesso anche quelli italiani trovano difficoltà anche solo nel firmare per ricevuta un atto giudiziario.

Eppure, quanto meno prima della pandemia, sia pur in maniera disomogenea e discontinua le carceri italiane ospitavano molte attività culturali, corsi di scrittura, laboratori di lettura e così via che se, a mio avviso, contribuiscono ad alimentare una certa retorica sui presunti effetti ricreativi e riabilitanti della cultura, presentano anche alcuni elementi di utilità. Per esempio, e non è cosa da poco, fanno entrare in carcere il mondo di fuori – penso, per esempio, al volontariato penitenziario – rendendo meno chiusa un’istituzione che altrimenti rimarrebbe priva di osservatori che costringono, diciamo così, l’istituzione totale a limitarsi nell’esercizio del proprio potere. E poi quelle attività permettono alle persone detenute di uscire dalla cella… L’importante è essere consapevoli di quello che si sta facendo quando appunto si fa “cultura in carcere”.

Capita spesso che, nelle ore vuote e interminabili, il detenuto si trovi in mano un libro e decida di addentrarsi nella storia che contiene, restando magari agganciato all’intreccio, affascinato dal protagonista, stregato dal mondo che si apre attraverso le pagine. Oppure che sia invogliato dall’educatore di turno a partecipare a un laboratorio di lettura: sempre meglio che starsene sdraiato sul letto nei tre metri quadrati di spazio a disposizione che (finalmente) le Sezioni unite della Cassazione hanno detto dover essere netti, non si conta il letto a castello.

Il Reembolso parte da un’idea di scambio in qualche modo strumentale ma esplicito, che porta alla luce del sole l’obiettivo, legittimo, per carità, e comprensibile, di vedere ridotto il proprio periodo di pena da parte del detenuto. Non diversamente da quanto succede adesso con la liberazione anticipata, che è quell’istituto per cui a fronte, in teoria, di una condotta corretta in carcere, associata ad una partecipazione attiva al percorso di rieducazione, si ha lo sconto di quarantacinque giorni ogni sei mesi di pena. In pratica, per quello che purtroppo vediamo tutti i giorni, si tratta quasi di un automatismo. Ci si basa sul fatto che il detenuto non ha avuto rapporti disciplinari, quindi non ha aggredito nessuno, non si è fatto sanzionare disciplinarmente, per cui automaticamente gli vengono dati quarantacinque giorni. In realtà è difficile vedere una valutazione del magistrato di sorveglianza che concede il beneficio prestando attenzione alla partecipazione concreta del detenuto alla rieducazione. I magistrati di sorveglianza non hanno il tempo per questo, perché i detenuti sono troppi e non ci sono gli strumenti, non ci sono i mezzi anche umani perché si possa davvero vagliare questo aspetto. Non ci sono i numeri per un’effettiva rispondenza alla ratio dell’istituto della liberazione anticipata. Questo è quello che noi vediamo in concreto. Poi ci sono le eccezioni, vediamo detenuti che si attivano e partecipano con convinzione alle proposte trattamentali. Però diciamo che la media è piuttosto piatta. Se mi passi il termine.

Concordo, sulla base della mia diretta esperienza. D’altra parte non mi è mai capitato di leggere o di sentire i conduttori di un corso per esempio di scrittura affermare la bontà di quello che fanno perché “almeno veniamo a rappresentare un pezzetto del mondo” o perché “i detenuti hanno la possibilità di uscire dalla cella almeno un paio d’ore”… Mi viene in mente Walser, che dopo l’internamento a Herisau rifiuta ogni forma di scrittura perché, diceva, lui non si trova lì per scrivere ma per fare il matto. La libertà, dice, è il solo terreno sul quale uno scrittore può essere produttivo.

Bisogna partire da un dato di realtà. Io faccio l’avvocato, assisto tanti detenuti, e vedo il livello di scolarizzazione. Non parlo solo degli stranieri, parlo anche degli italiani. L’analfabetismo di ritorno è qualcosa che riscontro spesso. Persone che magari hanno anche un diploma di scuola media inferiore ma non sono in grado di scrivere, scrivono a fatica il proprio nome. Io incontro persone tutt’oggi, nel 2021, che firmano con il crocesegno. Esistono. Ci sembra una cosa incredibile ma è così. Oppure incontro persone che se dici Questi sono gli atti del suo processo, glieli lascio così intanto se li guarda, se li legge, ne parliamo insieme, dicono che non sono in grado di leggere e comprendere degli atti processuali, e prima ancora un testo scritto. Quindi partiamo da qui nell’ipotizzare scenari possibili e futuri.

Il Reembolso può valere allora come una provocazione per ragionare in modo più ampio sul mondo deprivato del carcere, che ormai da anni è divenuto, secondo la definizione che dette Alessandro Margara, una discarica sociale. E una cartina di tornasole della società, come sostengono alcuni. Quello che hai detto sull’analfabetismo lo conferma: in Italia il 28% della popolazione fra i 16 e i 65 anni, secondo l’ultima indagine Piaac-Ocse, sa leggere ma non capisce quello che legge. C’è insomma una convergenza in tutto questo, cioè da una parte una collettività che è sempre più incapace di comprendere (la lingua, e da qui il resto) e, dall’altra, un carcere che diventa sempre di più albergo degli ultimi, italiani e non. Ora, dall’inconsapevolezza del fatto che ci sono delle regole nella lingua italiana all’ignoranza delle regole che ci sono nella convivenza civile il passo non è così lungo, eppure si insiste molto sul valore riabilitativo del lavoro e poco sull’istruzione. Allora anzitutto si tratta di capire se quello all’istruzione, e più in generale alla “cultura”, è un diritto che di fatto vale davvero per tutti, fuori dal carcere e dentro. Recentemente l’autorità giudiziaria ha vietato a un detenuto al 41 bis nel carcere di Viterbo l’acquisto di un libro scritto da Marta Cartabia (già presidente della Corte costituzionale e attuale ministro della Giustizia) e dal criminologo Adolfo Ceretti.

Questa vicenda si inquadra nel grande tema della “sicurezza”, sotteso al 41-bis. Si tratta, nonostante l’attenzione dei media, di una landa semisconosciuta ai più. Tutti sanno che si tratta del “carcere duro per i mafiosi”; pochi conoscono la sterminata serie di restrizioni pratiche che questo tipo di regime penitenziario comporta, gran parte delle quali poco ha a che vedere con la finalità del regime speciale. Si va dalle limitazioni dei contatti con l’esterno, utili a impedire la prosecuzione dei rapporti con le organizzazioni criminali di appartenenza, a prescrizioni sul numero di matite che è possibile tenere in cella, sul numero e dimensione delle fotografie dei propri cari, sul numero di bottigliette d’acqua, solo per fare alcuni esempi. Il 41-bis è stato concepito, dopo le stragi di mafia dei primi anni ’90, per isolare i detenuti più pericolosi, tagliando loro ogni contatto con le realtà criminali di provenienza. Doveva essere una norma emergenziale e transitoria: dopo trent’anni, invece, rimane e produce situazioni al limite del surreale, come quella che hai ricordato. Una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia del 2 ottobre 2017 ha raccolto e ordinato in modo capillare le regole della vita quotidiana dei detenuti sottoposti al regime speciale (ve ne sono circa 750). Quanto alla ricezione di libri, giornali e riviste periodiche, è stato ribadito il rigoroso divieto di riceverli dall’esterno. Per comprendere quanto accaduto e per affrontare il tema “libri in carcere”, occorre innanzitutto prendere atto di una pronuncia recente della Corte Costituzionale, che ha riguardato proprio la legittimità dell’imposizione di quel divieto con un atto amministrativo (non con una legge): la sentenza n. 122 del 2018. Con quella pronuncia è stata risolta una questione di legittimità costituzionale, promossa dal Magistrato di sorveglianza di Spoleto, che riguardava i libri e, appunto, i detenuti al 41-bis. Il divieto era stato sottoposto all’attenzione della Corte Costituzionale con un dubbio di contrasto, tra l’altro, con il diritto di libera manifestazione del pensiero, nell’accezione del diritto ad informarsi (articolo 21 della Costituzione), con il diritto allo studio (articoli 33 e 34), con quello di libertà della corrispondenza (articolo 15). Era stata invocata un’attenzione particolare per la natura del tutto peculiare dell’oggetto-libro e per il significato che può assumere lo scambiarsi libri con persone appartenenti al proprio orizzonte affettivo. Nell’ordinanza il magistrato si soffermava sull’utilità dell’oggetto libro dal punto di vista umano: “Se per chiunque il rapporto fisico con un libro che sia stato letto o anche solo acquistato da un congiunto rappresenta un valore e la manifestazione di un legame, la cui esperienza è comune e ci deriva da un bagaglio socioculturale che affonda nei secoli della nostra tradizione, di tal che la necessità di conservare nel tempo i libri dei nostri familiari è generalmente posta per importanza tra quelle più stringenti, per un detenuto, già tanto deprivato di ogni rapporto fisico con i propri familiari per giuste ragioni di prevenzione del pericolo di passaggio di ordini, informazioni relative alla vita dei gruppi criminali, ciò acquista un significato tutto peculiare e costituisce un residuo di umanità”. E dunque: il libro come succedaneo di una umanità tarpata all’interno del carcere.

La risposta della Corte è stata negativa: il libro è un oggetto potenzialmente pericoloso, può essere veicolo di messaggi illeciti; il detenuto può acquistare libri o riviste solo attraverso i canali penitenziari. Nel caso di Viterbo, tuttavia, il diniego ha lasciato un po’ tutti di stucco.

L’autorità giudiziaria lo ha motivato dichiarando che il possesso di quel libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio aumentandone il carisma criminale. Ora, a parte la questione dei privilegi che esistono di fatto anche in carcere e che si potrebbero affrontare entrando seriamente nel merito, sappiamo che la persona detenuta dovrebbe reinserirsi nel contesto sociale sulla base di una “osservazione scientifica della personalità” condotta dall’amministrazione penitenziaria. Ora, in carcere si è sempre sotto lo sguardo di qualcuno – educatore, agente, volontario. Che genere di personalità può venire fuori in una condizione così poco naturale? Mi sembra che ci muoviamo in una zona opaca, tutt’altro che scientifica. E torno qui al carisma criminale.

È uno degli aspetti che sempre viene evocato. Nel caso di Viterbo tutti hanno puntato subito l’attenzione sull’importanza del libro ma soprattutto sull’autorevolezza degli autori, l’attuale ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale e Adolfo Ceretti, è un criminologo di fama assoluta, oltretutto impegnatissimo sul fronte della giustizia riparativa. Il libro parla di questo, Un’altra storia inizia qui, parte dal magistero del cardinale Martini per parlare di altre ipotesi di giustizia riparativa, alternativa, quindi sembrava un libro “buono”, diciamo così, un libro da leggere, un libro assolutamente al riparo da qualsiasi ipotesi di inadeguatezza. Tutti hanno detto questo: l’amministrazione si tira un po’ la zappa sui piedi, diciamo così, impedendo che un detenuto acceda a un libro così buono, così importante. Però questo può suggerire una riflessione ulteriore rispetto a quella dell’assurdità in sé del fatto che venga impedito a un detenuto di scegliere che libro vuole leggere. Non dimentichiamo che l’articolo 19, ultimo comma dell’ordinamento dice che è favorito l’accesso alle pubblicazioni contenute nelle biblioteche degli istituti penitenziari con piena libertà di scelta delle letture, quindi è normata la libertà della scelta del detenuto di leggere quello che vuole con il solo limite che sia a disposizione della biblioteca del carcere. Per i detenuti non a regime di 41-bis c’è anche la possibilità di procurarsi i libri in altro modo, acquistarli dall’esterno o farseli mandare.

Ecco, a proposito dei “buoni libri”, di cui ha parlato anche un ex dirigente dell’amministrazione in un articolo recente in cui peraltro criticava la scelta del divieto fatto a quel detenuto: la bontà è una categoria giuridica? Siamo in uno Stato di diritto o in uno Stato etico? Cosa accadrebbe se un detenuto chiedesse di leggere le Bagatelle per un massacro, oppure Mein Kampf? Mein Kampf lo possiamo anche mettere tra parentesi, magari, ma Céline?

Céline, be’… Premesso che secondo me i buoni libri sono solo quelli scritti bene, non posso che essere d’accordo. L’operatore penitenziario che stigmatizza il divieto come uno sbaglio perché non si è compreso quanto buono era quel libro e quanto avrebbe fatto bene a quel detenuto in realtà a me sembra un’espressione del più deteriore paternalismo e di una visione eticizzante inaccettabile da parte di uno Stato che si arroga il diritto di affermare ciò che è buono e non è buono da leggere.

Si tratta quindi di capire anche che cosa c’è nelle biblioteche dei penitenziari. Quali libri sono benvenuti? I gialli? Lì ci scappa quasi sempre il morto ammazzato, d’accordo, però in genere poi c’è il detective che fa giustizia. Ma cosa accade con libri nei quali emergono temi che nell’istituzione totale ancora oggi creano disagio e magari scandalo? Libri che potrebbero turbare o creare occasioni, diciamo così, di disordine interno?

Circa la formazione e arricchimento delle biblioteche degli istituti, qualche anno fa, insieme a tanti colleghi della camera penale di Brescia e ai magistrati del nostro tribunale, avevamo deciso di fare una donazione di libri alle due biblioteche dei due istituti che abbiamo a Brescia. Si trattava di libri sia usati sia nuovi che chi voleva poteva raccogliere e regalare. Però non abbiamo potuto fare una donazione diretta, cioè portare agli istituti i libri che, materialmente, fisicamente, insieme ai magistrati avevamo raccolto. Abbiamo dovuto appoggiarci al circuito bibliotecario provinciale, perché le due biblioteche, almeno da noi è così, sono inserite nel circuito provinciale, quindi abbiamo fatto riferimento a un centro di raccolta a livello della provincia e li abbiamo portati lì. Dal centro i libri sono arrivati agli istituti e poi con le direzioni abbiamo avuto un’interlocuzione, ci hanno ringraziato, però io ho motivo di ritenere che si sia fatta una selezione a livello di direzione di concerto con l’incaricato della gestione della biblioteca, che, secondo quanto prevede l’ordinamento penitenziario, è affidata a un educatore.

Diciamo che c’è un criterio. L’unico criterio rinvenibile nelle norme, almeno che io sappia, è quello del pluralismo culturale. Una norma del regolamento dell’ordinamento penitenziario, il dpr del 2000, parla di scelta dei libri e dei periodici da acquisire alla biblioteca degli istituti realizzata con un’equilibrata rappresentazione del pluralismo culturale esistente nella società. Che è un’ottima indicazione di base, però sicuramente non dà ulteriori specifiche, e ci mancherebbe che ne desse, nel momento in cui si prevede la libertà di scelta dei libri da leggere. Il tema del chi decide cos’è “buono” e su quali basi non è irrilevante.

Un articolo di Manconi uscito recentemente su questi temi faceva riferimento alla vicenda del detenuto al 41-bis cui era stata respinta la richiesta di acquistare una rivista pornografica. Qui si apre tutto un ambito molto sensibile, che è quello della sessualità, del diritto all’affettività in carcere, un tema estremamente delicato e importante, e anche attuale, che era stato oggetto anche dei lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale e su cui c’è ampia riflessione. Perché obiettivamente in Italia viviamo, i detenuti vivono una situazione, da quel punto di vista, di menomazione di un diritto basilare e fondamentale che è quello alla sessualità, che è inaccettabile. A mio avviso e ad avviso di molti. E questo è un problema che dovrà essere affrontato e risolto, prima o poi. Laddove si parla di libri che investono quella sfera l’attuale situazione sicuramente mi porta a pensare che non sarebbero ammessi.

Sul carcere italiano e sul sistema della giustizia nel nostro Paese pesa ancora, mi pare, una dimensione paternalistica. La nostra appare una giustizia moraleggiante e sostanzialmente retributiva. Penso ai lavori cosiddetti socialmente utili, che peraltro lasciano aperta la domanda: quali sono i lavori socialmente inutili? Ce ne sono di socialmente inutili? La logica della giustizia riparativa potrebbe aiutarci a uscire da questa dimensione per cui si cerca di trasformare il detenuto in un buon detenuto e poi il buon detenuto in una brava persona.

La giustizia riparativa, che ha in Italia delle applicazioni ancora molto limitate, soprattutto in ambito minorile, comporta un ribaltamento di prospettiva, per entrare in un’altra dimensione, che è una dimensione dove l’aspetto utilitaristico, strumentale, diciamo così, del raggiungimento di uno scopo da parte dell’autore di reato, è proprio messo da parte. Sicuramente una prospettiva dirompente. Pensando alla “pena della lettura” annunciata nell’aprile 2013 dalla Corte di giustizia dello Stato di San Paolo e a una sua possibile importazione in Italia, penso che i libri e la cultura potrebbero essere utilizzati non tanto come strumento per ottenere qualcosa, ma come mezzo per creare un contatto, perché la giustizia riparativa quello fa, mette a contatto e a confronto autori e vittime di reato, con un mediatore ovviamente esperto che facilita lo scambio e l’incontro. Nell’esperienza della giustizia riparativa il libro, l’esperienza culturale, l’insegnamento, l’apprendimento, il percorso di studio si porrebbero come una specie di perno attraverso il quale far ruotare la riflessione, perché l’importanza dello scambio sta nella comprensione che anche la vittima promuove e provoca nell’autore di reato rispetto al male che ha fatto, al dolore che ha causato, alla ferita che ha provocato in un’altra persona. Per far capire l’entità di questo male può venire dalla vittima l’indicazione di un testo, per esempio letterario, che parli di questo, parli di dolore, di strappi, di ferite. Questo può servire all’autore di reato per fare un passo avanti nel percorso di comprensione dell’altro, potrebbe essere uno spazio nuovo per la lettura, per il libro, per la cultura.

Nel 2014 l’allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l’istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti inquadrato entro una concezione non punitiva ma rieducativa della pena e fondato su questo assunto: chi legge conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Dunque non basta essere cittadini rispettosi della legge? Il carcere deve renderci anche delle “brave” persone?

Posso esprimerti la mia personale convinzione su ciò che il carcere non deve fare: annientare la dignità del detenuto, soprattutto quello che parte, per storia personale, con lo svantaggio di strumenti culturali limitati. Questo non gli impedisce, spesso, di custodire un sé una carica di umanità esplosiva che, quando si traduce in desiderio di conoscenza e trova una guida adeguata, può rivoluzionare la vita “dentro” e, al momento giusto, “fuori”.

Be’, che dire? Concluderei suggerendo a tutte le direzioni delle carceri di introdurre nelle biblioteche Il vagabondo delle stelle di Jack London.

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Dov’è Bill? Appunti su William T. Vollmann https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dove-bill-appunti-su-william-t-vollmann/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dove-bill-appunti-su-william-t-vollmann/#comments Wed, 16 Sep 2015 13:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28458 (fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po' per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all'inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L'altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l'ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

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(fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po’ per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all’inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L’altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l’ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

Le maschere del teatro noh: fino al mese scorso non sapevo nemmeno che le opere del teatro noh richiedessero l’utilizzo di maschere di legno per essere rappresentate. E che certe maschere che vanno in scena oggi sono state fatte duecento anni fa e mai lavate da allora. E che certe maschere sono opere d’arte prodotte da pochissime persone in tutto il Giappone; e poi le geishe, le geishe, le geishe. Quando ci si mette, Bill è capace di convincerti a seguirlo in posti e situazioni che non ti interessano minimamente e che, anzi, nella maggior parte dei casi, ti fanno anche paura. È come uno di quegli eroinomani che ho frequentato da ragazzo che mi convincevano a forza di insistere a scarrozzarli in macchina da un paese all’altro di quell’anonima provincia in cui vivevamo. Non avevo nessuna voglia di portarli ma, alla fine, cedevo e finivo in certi parcheggi bui un po’ fuori dai paesi e aspettavo e loro andavano a comprare la roba, se la facevano seduta stante e risalivano in macchina tutti rallentati di un buon 70%, biascicavano: “Torniamo indietro” e poi bon. Buonanotte. Bill è un po’ così: con lui ti ritrovi in luoghi e situazioni in cui di tua volontà non saresti mai finito però poi torni a casa con un pezzo d’esperienza in più da utilizzare in futuro.

Un paio d’anni fa ho letto il suo schizzato reportage dalla disastrata landa di Fukushima ancora fumante, qualche mese prima la sua semicomica esperienza da mujaheddin in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica e prima ancora mi ero trovato con puttane e tossicomani nel Tenderloin di San Francisco (Puttane per Gloria, e I racconti dell’arcobaleno).

Quella con Bill è una storia che per me va avanti dal 1992, quando il nostro fece la sua apparizione in Italia, 5 anni dopo il suo vero esordio statunitense. Un suo racconto venne incluso in una antologia curata da Jay McInerney per la rivista Panta, edita da Bompiani. Nella stessa antologia comparvero in Italia per la prima volta anche David Foster Wallace, Jeffrey Euginides, Sherman Alexie e me ne dimentico qualcuno. Nell’introduzione al libro, McInerney includeva Bill e Wallace nel filone (all’epoca dimenticato ma lì lì per tornare di moda) del postmoderno letterario.

Dal tono generale dell’introduzione si intuisce che questo ritorno al tipo di narrativa che faceva figo quando lui era all’università, a McInerney fa lo stesso effetto che farebbe a voi ascoltare il disco di un gruppo di ragazzi che suonasse il prog-rock nel 2015 e che, suonando dichiaratamente prog-rock, cercasse di creare arte innovativa e significativa. McInerney era la new wave della letteratura americana, con Carver a fungere da Lou Reed della situazione: il Maestro che, mentre barbe, capelli lunghi e vestiti a fiori erano d’obbligo, si presentava rasato e vestito completamente di pelle nera. Per McInerney, Bill e Wallace non erano abbastanza carveriani e anzi – sto forzando il suo ragionamento come un vero cialtrone – erano due nerd strafatti di oppiacei e nostalgici degli anni ’60-’70. Poco più. McInerney, sulla carta, aveva tutto il mio appoggio; ma bisogna capire che nel 1992 si aggiravano i primi esemplari di adulti nati dopo il 1970. Quel tipo di adulto lì, quello nato dopo il 1970, si è poi rivelato essere fatto di tutt’altra pasta rispetto al tipo di adulto nato prima del 1970. Un tipo di adulto che si ritrovava perfettamente nella letteratura di Thomas Pynchon, David Foster Wallace e di, perché no?, Bill.

Nel 1992 io stesso stavo attraversando una discreta fase di Pynchon-mania acuta. Avevo 25 anni, l’età giusta per leggere V., scritto da Pynchon proprio a 25 anni. Anche Frank Zappa ha fatto il suo primo disco a 25 anni e insomma stavo attraversando una discreta fase di di Pynchon-mania e di Zappa-mania proprio perché avevo la stessa età di Pynchon e Zappa quando hanno fatto i primi passi sulla loro strada verso la Storia. E dunque, tornando all’antologia di Panta e McInerney, proprio Bill e Wallace furono i due nomi che decisi di segnarmi per il futuro. Quanti anni ci vollero prima che qualche editore italiano si accorgesse dell’esistenza di Bill e Wallace? Ve lo dico, è facile: 6 anni. Prima Einaudi (1998) e subito dopo Fandango (1999) si dedicarono a Wallace, mentre Fanucci (1999) e Mondadori (2000) a Bill. La bibliografia dei due era già piuttosto nutrita. Bill è del ’59, Wallace del ’62: erano praticamente due quarantenni che in patria godevano ormai di grande considerazione, non erano più i due hippy in ritardo in un mondo irrimediabilmente cambiato.

Anzi, tutti e due avevano dimostrato di essere scrittori di una profondità, di un’abilità tecnica e di un dono del racconto che non poteva essere liquidato come semplice sperimentalismo cerebrale, esangue, divertente-ma-non-troppo (alla John Barth e Donald Barthelme). In Italia, dunque, gli editori si trovarono una bella mole di opere da valutare per una traduzione. La scelta, nel caso di Bill, cadde su Butterfly Stories del 1993 (“Storie di farfalle”, Fanucci, 1999) e sul suo libro gemello Whores For Gloria del 1991 (“Puttane per Gloria”, Mondadori, 2000). Fu dunque il Bill di San Francisco a essere conosciuto per primo da noi, il Bill dei quartieracci, delle storie emotivamente insostenibili, del voyeurismo quasi patologico, della compulsione ad andare con prostitute tossiche e a empatizzare con loro e a farsi trascinare nel loro vortice di niente.

Il tutto per scrivere un libro. Perché poi alla fine è così: Bill non è un drop-out che per caso si è messo a scrivere quello che vede. È uno scrittore che non riesce a stare chiuso nella sua stanza a scrivere se prima non si immerge completamente in un certo ambiente o in una certa condizione psicologica. Uno dei suoi libri più recenti è The Book of Dolores (2013). Un libro in cui Bill discetta a ruota libera di gender. Cosa significa essere uomo, essere donna? Ne aveva già parlato molto nel libro sulle maschere giapponesi (nel teatro Noh, i personaggi femminili sono interpretati da attori maschi, spesso avanti con l’età. Ciononostante Bill si arrapa a vedere i movimenti sexy di questi vecchietti mascherati da donna e da lì nasce tutto un interrogarsi sul maschile e femminile eccetera). Bene, ma in The Book Of Dolores, Bill decide di andare oltre e di raccontare la storia di un travestito e, al contempo, di passare lui stesso una fase di travestimento (documentata dalle fotografie che lo ritraggono con parrucche, trucco, abbigliamento femminile). Non l’ho ancora letto, sto riportando informazioni che mi ricordo di aver reperito al momento della sua uscita negli Usa. In ogni caso, anche riportato così sommariamente, è un libro che ben rappresenta il metodo di lavoro di Bill.

Non è sicuramente il primo giornalista-scrittore che si butta a capofitto nelle cose che scrive, fa anzi parte di una schiera molto americana: Mark Twain, Jack London, Ernest Hemingway, Norman Mailer, tangenzialmente Charles Bukowski. Con Bill, però, entrano in campo immaginari che anticipano l’atmosfera che caraterizzerà da lì a poco la generazione grunge e post-grunge. I figli di Kurt Cobain, Elliott Smith, Will Oldham aka Palace Music aka Bonnie Prince Billy (il più vicino a Bill nella tendenza a realizzare opere d’arte inconsulte ma dotate di una grazia fragilissima e meravigliosa).

Nei primi anni duemila l’editoria italiana sembra crederci e, tra il 2000 e il 2005, esce buona parte di quella che è attualmente la sua produzione “italiana”. In realtà ancora nel 2012, è uscita la traduzione di Into the Forbidden Zone (2011) (“Zona proibita. Un viaggio nell’inferno e nell’acqua alta del Giappone dopo il terremoto”, Mondadori), ma diciamo che dal 2006 in poi si è notata una certa riluttanza a tradurre Bill. Evidentemente non è andato bene in libreria. A ben vedere, non gli è andata nemmeno tanto bene a livello critico. La parabola del suo vecchio amico e sodale David Foster Wallace è stata decisamente più gloriosa (stiamo parlando di fama letteraria, sugli esiti delle loro rispettive esistenze umane meglio passare oltre). Nonostante l’uscita per Mondadori delle traduzioni di due libri importantissimi come Rising Up and Rising Down: Some Thoughts on Violence, Freedom and Urgent Means (2004) (“Come un’onda che sale e che scende: pensieri su violenza, libertà e misure d’emergenza”, Mondadori, 2007) e lo stupefacente Europe Central, 2005 (“Europe Central”, Mondadori, 2010), più di mille pagine di romanzo polifonico su seconda guerra mondiale, identità europea, nazismo e stalinismo, la fama di Bill in Italia si è ritrovata ai minimi storici. Complice una certa tediosità che molti avvertono alla lettura delle sue faticose pagine di frasi lunghissime in cui spesso le similitudini si aprono a guisa di ipertesto verso nuovi orizzonti narrativi a loro volta deviati da piuttosto frequenti note a piè di pagina.

Niente di più di quello che ha sempre fatto anche Wallace, no? Eppure tra il lettore intelligente italiano e Bill non è scattata quella molla che è invece scattata tra lo stesso lettore intelligente italiano e David Foster Wallace. Bisognerebbe capire il perché. Al di là del fatto che Wallace aveva – come dire – l’aspetto giusto per diventare un’icona di grassocci, biondicci e occhialuti efebi mostruosamente esperti di ogni categoria di consumo culturale mentre Bill è un fenomenale esempio di faccia da delinquente schizzato. Quando ti fissa da una foto non ti nasce una spontanea reazione di riconoscimento, come invece succede con Wallace. Tutti hanno conosciuto un sosia di Wallace prima di aver visto Wallace in foto per la prima volta. Con Bill, sono pochi quelli che tra noi possono dire di aver visto un suo sosia dal vivo. Perché certi brutti ceffi non frequentano i posti che frequentiamo noi. E dunque: l’aspetto fisico. Sarà questa la causa del fallimento sostanziale di Bill a fronte del trionfo sostanziale di Wallace?

O forse i libri. Sui libri avrei dei dubbi. Temo che certi libri di Bill non li abbia letti quasi nessuno e che se qualcuno in più li leggesse, se ne innamorerebbe. Ma bisogna prima che a queste persone venisse voglia di leggere i libri di Bill. Con Wallace è successo, alla gente è venuta voglia di leggere i suoi libri e poi il passaparola e quindi lo stato di artista di culto. Con Bill zero. Molti fanatici di Wallace probabilmente non hanno mai letto un libro di Bill. Dire che la colpa è dei libri è un po’ come l’uovo di colombo, sembra una spiegazione quasi zen, le cose stanno così perché stanno così, punto e basta. E mi sembra che sia un atteggiamento sbagliato.

Se io avessi in mano il catalogo di Bill, rischierei la mia carriera puntando come un pazzo sulla traduzione dei suoi libri. Perché nel giro di qualche anno potrebbe succedere il miracolo. E potersi fregiare di aver creduto nel futuro – sto delirando – “Premio Nobel William Tanner Vollmann” in tempi duri per l’editoria e per i sogni letterari, mi basterebbe per morire contento. Pubblicherei – spendendo un patrimonio in promozione – i cinque romanzoni finora usciti della serie Seven Dreams: A Book of North American Landscapes, che raccontano la mitologia del continente nordamericano partendo dai viaggi dei vichinghi secoli prima di Colombo. In Italia aveva cominciato a farlo Alet con The Ice-Shirt, 1990 (“La camicia di ghiaccio”, Alet, 2007) e Fathers and Crows, 1992 (“Venga il tuo regno”, Alet, 2011) ma poi Alet – colpa di Bill? – ha chiuso i battenti e addio a meraviglie quali Argall: The True Story of Pocahontas and Captain John Smith del 2001 o l’ultimissimo The Dying Grass, sulla strenua resistenza della tribù dei Nez Perce e dei Palus contro l’esercito statunitense nel 1877.

Nel 2004 Antonio Moresco ha conosciuto Bill a Ravello e ne è rimasto molto colpito. Non so quanti libri di Bill abbia letto, ma ho saputo che, conoscendolo di persona e avendoci a che fare, si è reso conto che oltre a Cervantes e a se stesso ci sono altri scrittori titanici in questo vasto mondo. Non so nemmeno quanto l’endorsement di Moresco potrebbe essere utile a Bill in un Paese che, invece di prendere atto dell’esistenza di Moresco e di decidere placidamente se piace o no, si divide in hard-core fanatics e sbeffeggiatori arguti. Fatto sta che Bill, in questo preciso momento e in questo Paese che è l’Italia, dà l’impressione di essere in quella fase in cui ha ancora pochi lettori ma tutti di un certo livello (tipo i Velvet Underground nel 1967) e che da qui a poco potrebbe anche miracolosamente scoppiare la Bill-mania.

Potrebbe scoppiare per Poor People (2007), in cui il nostro ricercatore del senso di colpa vaga per i quartieri poveri di decine di città e intervista i poveri (pagandoli generosamente) ponendogli domande semplicissime e dirette, tipo: “Perché sei povero?”; “Pensi che potrai mai diventare ricco?” e racontando le storie di questi uomini e donne, restituiti sulla carta sempre con un surplus agrodolce di empatia da parte dell’autore.

Ma forse l’impresa più interessante sarebbe quella di rendere popolare il ciclo (ancora incompleto) dei Seven Dreams. Il megaromanzo mitologico sul Nordamerica in sette volumi da 400 pagine: quanto di più vicino alla scala 1:1, una cosa che non aveva ancora provato a fare nessuno, a ben pensarci. E poi si tratta di libri avvincenti che, paradossalmente, potrebbero perfino interessare al pubblico che compra abitualmente le saghe di romanzi storici ambientati in particolari periodi storici (i Faraoni, i Maya ecc.), quella letteratura popolare fatta di autori piuttosto anonimi e di romanzi scritti a tavolino che – nonostante il difetto di mancare di originalità, di essere un po’ kitsch e di assomigliare ad adattamenti di sceneggiature cinematografiche, vendono sempre abbastanza bene. E allora perché non provare a far passare i Seven Dreams come una serie di questo tipo? Una risposta plausibile sarebbe: “Perché i lettori, dopo aver letto La camicia di ghiaccio, o meglio, dopo aver provato inutilmente a leggere La camicia di ghiaccio, il primo volume, quello che deve per forza sfondare se no addio, e dopo essersi sentiti stupidi per non possedere i mezzi per capire fino in fondo dove li stava trascinando Bill, poserebbero il libro per sempre e penserebbero: Bill? Mai più.”. Ma è una una risposta che non mi convince. Cosa c’è di meglio per un lettore di saghe e di polpettoni pseudostorici che leggersi 480 pagine in cui viene narrata la storia delle guerre tra i groenlandesi (Vichinghi) e gli skraeling (Indiani d’America) intorno all’anno 1000? E anzi, partire da molto prima, dalle faide interne ai Norvegesi, che costrinsero molti di loro ad emigrare prima in Groenlandia e poi ancora più a Ovest, nella mitica terra di Vinland, l’attuale New Jersey. Il New Jersey quando era ancora una terra calda anche d’inverno, una specie di paradiso in terra per gli scandinavi, abitata però da una popolazione locale che non aveva mai visto stranieri prima.

E insomma, non è impossibile sperare che un libro del genere, scritto tra l’altro in una lingua intrisa di mito, simile a quella di certi fantasy, possa diventare un piccolo culto tra gli appassionati di heavy metal scandinavo, di saghe nordiche, di paganesimo. E ricordiamo che è soltanto il primo capitolo della saga dei Sette Sogni di Bill. I tomi seguenti ci trascinano in mezzo alle guerre di religione tra gesuiti e irochesi, alla distruzione delle tribù indiane delle grandi pianure, alla carestia provocata dall’introduzione del fucile a ripetizione nell’Artico, e addirittura alla vicenda di Pocahontas. Per saperne di più, in ogni caso, c’è un bell’articolo del 2012 di Tommaso Pincio, da cui ho preso un po’ di cose, rintracciabile qui.

Dov’eravamo rimasti?

Alla sfortuna critica di Bill.

Perché di Bill si parla così poco e poi scopri che in realtà piace alla gente che piace?

Restano circa 17 libri di Bill inediti in italiano. Ecco un indice di scarsa fiducia dell’editoria. Molti lettori, per fortuna, hanno cominciato a scaricare gli ebook in originale, che è l’unico modo per leggere libri come The Book Of Dolores, Poor People, Last Stories And Other Stories e Imperial. Ma così non c’è soddisfazione. Così è come appartenere a una stramba setta di adoratori di un autore esclusivo, che ognuno sente suo e solo suo. Bisogna liberare Bill dal ghetto del cult puro e duro e lanciarlo nell’oceano di merda del mid-cult. Qualche lettore, puerilmente, lo abbandonerebbe perché “si è sputtanato”, ma la statura di Bill come scrittore assumerebbe di botto dimensioni titaniche. E per liberarlo dal ruolo tristanzuolo di figura di culto di qualche centinaio di italiani che leggono i libri in inglese, ci vorrebbe un editore indipendente che volesse ritentare il colpo della minimum fax con Carver e che si sedesse a un tavolo con l’agente di Bill e gli chiedesse di vendergli in blocco i diritti di TUTTO IL CATALOGO. Un accordo che annulla quelli ancora in essere con altri editori italiani. Facciamo pulizia, ricominciamo da capo.

Varrebbe addirittura la pena di aprire una casa editrice solo per Bill in italiano e dedicarsi giorno e notte all’impresa di arricchirsi con i suoi libri.

Se proprio dovesse andare malissimo, avremmo perlomeno la certezza che arriverebbe Bill in persona a documentarsi per scriverci sopra uno dei suoi libri.

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Quando il giornalismo racconta la guerra https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/#comments Fri, 28 Nov 2014 16:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24246 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

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«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

Che Léridon parli soprattutto di giornalisti freelance non deve sorprendere. C’è una ragione contingente: James Foley, il reporter statunitense sgozzato il 19 agosto 2014 da un militante dello Stato islamico, era un freelance, collaboratore abituale di France Press. E c’è una ragione strutturale: l’informazione è un settore capitalistico come gli altri, deve produrre profitti, occupare in modo parassitario sempre nuove “terre vergini”, sfruttarle e poi spostarsi altrove, costruire o rilanciare “califfi” sempre nuovi, più barbuti e sanguinari dei precedenti. I freelance soddisfano queste esigenze compulsive. Professionisti specializzati ma duttili, in forte competizione tra loro, flessibili/precari, affrontano quei rischi che i “protetti” non possono o non vogliono più assumersi. Valigia alla mano, mentre gli “inviati” si raccomandano con la segretaria di redazione sull’albergo in cui alloggiare, i freelance sono già sul campo. Nessuno li invia. Sul fronte di guerra, vanno per conto proprio.

È passato molto tempo infatti da quando le guerre erano dominio pressoché esclusivo di pochi inviati, ammirati dai lettori, coccolati dagli editori e spesso contesi a suon di denaro sonante: «Salpo oggi per Yokohama. Parto per Hearst. Avrei potuto andare per l’“Harper” o per il “Collier” oppure per il “New York Herald” – ma Hearst mi ha fatto l’offerta migliore». È il 7 gennaio 1904, Jack London scrive all’amico e poeta Cloudesley Johns. Quell’Hearst a cui si riferisce London – che l’anno precedente aveva pubblicato Il richiamo della foresta e Il popolo degli abissi, inchiesta esemplare nel quartiere operaio londinese di East End – non è altri che William Randolph Hearst, «magnate dell’editoria e della comunicazione americana nei primi anni del Novecento, che avrebbe fornito poi il modello per il megalomane Citizen Kane di Orson Wells», nota Cristiano Spila nell’introduzione a Jack London. Corrispondenze di guerra (Nova Delphi 2013). A ventotto anni Jack London è una firma riconosciuta. Il 7 gennaio 1904, accettando l’offerta del proprietario del “San Francisco Examiner”, si imbarca sul piroscafo ‘Siberia’ alla volta del Giappone, per poi raggiungere la Corea e seguire il conflitto tra Russia e Giappone. Più che per necessità economiche, parte per inseguire quell’intreccio inedito tra azione e scrittura, avventura e narrazione che solo la guerra può offrirgli. Come ricorda Clotilde Bertoni in Letteratura e giornalismo (Carocci 2009), tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento quell’intreccio avrebbe attratto sui fronti di guerra grandi nomi della letteratura, da Stephen Crane a John Steinbeck, da John Dos Passos a George Orwell, da André Malraux fino allo scrittore-reporter per antonomasia, Ernest Hemingway.

Nelle sue corrispondenze, Jack London lo ammette. È stato mosso da suggestioni letterarie e dal desiderio di un contatto con la realtà più incandescente, più vera: la guerra. «Mi ricordavo delle descrizioni di Stephen Crane sotto il fuoco a Cuba», scrive. «Avevo sentito – oddio, cos’è che non ho sentito! – di corrispondenti di ogni livello e condizione proprio nel bel mezzo di battaglie e schermaglie di ogni tipo, dove la vita era intensa e si vivevano momenti immortali». Cerca una vita intensa, momenti immortali e tragicamente esemplari, il conflitto e la violenza, Jack London. Ma rimane deluso: «sono venuto in guerra aspettando di provare fremiti. I miei soli fremiti sono stati quelli di indignazione e irritazione». È l’ammissione di una disillusione. Il crollo dell’ambiguo ideale romantico della “bellezza” della guerra, già demistificato cinquant’anni prima da Tolstoj con le storie poi raccolte ne I racconti di Sebastopoli (Garzanti 2014). Ma è anche un artificio letterario, di cui si sarebbe dimostrato maestro indiscusso proprio Hemingway. Quello di fluttuare tra autocompiacimento e autoironia, di enfatizzare e dissacrare allo stesso tempo la figura del reporter. Che diventa tanto più un “personaggio” credibile e vicino al lettore quanto più revoca la sua posizione di osservatore onnisciente, tanto più coraggioso quanto più ammette limiti, debolezze e passi falsi.

Nella sua prima corrispondenza, inviata il 3 febbraio 1904, Jack London riferisce di essere stato scambiato per una spia. Si trova a Nagasaki, dove aspetta di imbarcarsi per Chemulpo, in Corea. Scatta alcune foto ai facchini per strada. Finisce al comando militare giapponese. «Mi sono ritrovato in una selva di uniformi blu, tra spade e bottoni dorati […] All’inizio fu tutto molto comico – “ottimo”, ho pensato, “passare un po’ di tempo prima di partire col vaporetto”. Quando, però, sono stato portato in una stanza al piano superiore e le ore scorrevano, ho pensato che era una cosa seria».

L’artificio di giocare sul proprio status, di celebrarsi e allo stesso tempo denigrarsi, finirà con l’essere adottato da quasi tutti i corrispondenti di guerra consapevoli, mossi da ambizioni letterarie o dal desiderio di fare “giornalismo intenzionale” (la definizione è del polacco Kapuściński, ne Il cinico non è adatto a questo mestiere, nuova edizione e/o 2011, a cura di Maria Nadotti). Lo dimostra Michael Herr, l’autore di Dispacci (Bur 2008), un libro fondamentale, forse il più onesto, nell’ampia letteratura sulla guerra del Vietnam. «Potrei lasciarvi continuare a credere che eravamo tutti coraggiosi, spiritosi, affascinanti e vagamente tragici, che eravamo come un insuperabile commando di arditi, un formidabile squadrone, il Terribile Chi, amanti del pericolo», scrive Herr. «Potrei usare anch’io questa favola, ne verrebbe senz’altro un film più carino, ma tutto questo discorso su di noi, tanto come soggetti quanto come oggetti, va rivisto e corretto».

A quasi quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di Dispacci, con l’emergere delle nuove guerre che coinvolgono i civili più che i soldati, accanto alla categoria dei reporter coraggiosi e arditi si è affermata e consolidata quella degli “empatici”: «Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata “empatia”», scrive Kapuściński.

Ma l’ingresso sulla scena degli empatici non ha cambiato le cose. L’invito di Michael Herr a rinunciare alla “favola” del reporter di guerra, chiarendone e correggendone compiti, strumenti e obiettivi è rimasto inevaso. Tranne rare eccezioni – quella di Kapuściński appunto – vecchi cinici coraggiosi e nuovi empatici sono spesso due espressioni della stessa, vecchia patologia del giornalismo di guerra: il feticismo del conflitto. L’idea che la violenza – la violenza fisica, non quella storica, politica, economica, sociale, ideologica, culturale – sia l’unica lente per raccontare un paese in guerra. I cinici e coraggiosi ne sono attratti: pasteggiano parlando di sangue incrostato e tibie umane morsicate da cani randagi, osservano con perizia da chirurghi braccia amputate e gambe saltate per aria. Gli empatici la denunciano: per loro le vittime di guerra non sono numeri, ma persone. Nome, cognome, età, relazioni famigliari, vicende passate e sogni futuri interrotti. Spetta a loro, ricostruire la storia di una vita, restituirgli dignità, conferirgli quell’integrità che la violenza insensata della guerra ha spezzato.

Per i cinici la violenza è un elemento inevitabile del mondo, per gli empatici una rottura dell’ordine naturale delle cose che può essere esorcizzata con la narrazione. Per entrambi, si dimostra un limite, una forma di miopia. Perché finiscono per vedere solo la violenza. Dimenticando che la guerra è storia e politica sedimentate. E scordando di interrogarsi sul voyeurismo predatorio di ogni forma di giornalismo, sul proprio ruolo, sulle proprie responsabilità. Michael Herr solleva interrogativi ancora urgenti e attuali, quando racconta le ragioni che lo condussero in Vietnam: «Ci andai con la convinzione, grossolana ma seria, che si deve essere capaci di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza e partii, grossolana perché non sapevo, ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi».

Sentieri di lettura

Anche per Oliviero Bergamini, autore di Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi (Laterza 2009), il giornalista che ha inaugurato la storia dei corrispondenti di guerra è William H. Russell, inviato nel 1854 dal “Times” al seguito del corpo di spedizione inglese nella guerra di Crimea contro la Russia. La vita di Russell – nato a Dublino nel 1820, amico degli scrittori Charles Dickens e William Makepeace Thackeray – è stata raccontata da Alan Hankinson in Man of Wars: William Howard Russell of the Times of London (Heineman 1982), mentre le sue corrispondenze sono state raccolte da Nicholas Bentley in Russell’s Despatches from the Crimea 1854-1856 (Panther 1966).

Sulla storia del giornalismo di guerra, rimane utile I reporter di guerra: storia di un giornalismo difficile da Hemingway a Internet, di Mimmo Candito (Baldini e Castoldi 2002). Alle domande fondamentali – “A cosa servono i corrispondenti di guerra? Cosa ci si aspetta da loro? Chi crede ancora in loro?”  – cerca di rispondere invece Phillip Knightley nell’ormai classico The First Casualty: The War Correspondent as Hero and Myth-Maker from the Crimea to Iraq (versione aggiornata, Johns Hopkins University Press 2004).

Oltre agli studi storici e critici, è ampia la pubblicistica di giornalisti e scrittori su conflitti specifici. Sulla guerra in Vietnam, si può leggere Reporting Vietnam. American Journalism (due volumi, 1959/1969 e 1969/1975, a cura di Milton J. Bates, The Library of America 1998), l’ottimo Fire in the Lake. The Vietnamese and the Americans in Vietnam, della giornalista Frances Fitzgerald (Back Bay 1972), e il dossier su “Literature and the Vietnam War” apparso nell’estate del 2010 per la rivista “Dissent”.

Ci sono libri utili per comprendere anche i conflitti più recenti: sulla “guerra al terrorismo”, è fondamentale Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre, di Lawrence Wright (Adelphi 2007), insieme ad American Ground, di William Langewiesche (Adelphi 2003), autore che si è occupato della guerra irachena in Regole d’ingaggio (Adelphi 2007) e di nuovi e vecchi strumenti di guerra in Esecuzioni a distanza (Adelphi 2011). Finora, il testo più ambizioso e completo sul conflitto in Afghanistan è quello di Anand Gopal, No Good Men Among the Living: America, the Taliban and the War through Afghan Eyes (Metropolitan Books 2014), mentre tra i giornalisti “embedded” si distingue Sebastian Junger, autore di War (Sperling & Kupfer 2011).

Sul conflitto in corso in Siria, sono disponibili due libri recenti di giornaliste italiane, La guerra dentro, di Francesca Borri (Bompiani) e Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, di Susan Dabbous (Castelvecchi),  scritti con onestà e impegno ma entrambi troppo schiacciati sull’attualità. Per recuperare il senso della guerra come combinazione di storia e politica, c’è Robert Fisk e il suo Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese racconta cent’anni di invasioni, tragedie e tradimenti (Il Saggiatore, nuova edizione 2009).

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Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/ https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/#comments Wed, 05 Nov 2014 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24050 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chilo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.

Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tessonsa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo.

“Per desiderare una capanna al centro di una radura”, scrive Tesson, ”bisogna prima aver sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta”. Thoreau era meno ironico di Tesson, ma il concetto era lo stesso: “Datemi verità, invece che amore, denaro, fama”. Una ricerca di verità che talvolta è quasi religiosa, anche se con la religione istituzionale non ha nulla a che vedere, ma contiene piuttosto – almeno negli esiti letterari migliori – un ritorno ai valori essenziali e una protesta implicita verso la società.

“Quando ti senti parte della natura è come una specie di religione: è accettare che ci sia qualcosa di illimitato, qualcosa di molto più importante del tuo ego”, ha detto Erling Kagge a “Pagina99”, uno dei più famosi esploratori viventi autore di Filosofia per esploratori polari (Add Editore). “E poi la bellezza di fare le spedizioni al Polo è proprio questa: è imparare l’arte di mangiare a piccoli bocconi; sentire di avere tutto ciò di cui si ha bisogno e ricordarsi di cosa è importante nella vita”. Allo stesso modo c’è qualcosa religioso nella storia di Cheryl Strayed, autrice del best seller Wild (Piemme) che, partita da sola per un trekking estremo, ad ogni tappa è costretta a bruciare le pagine del libro che si porta appresso nell’enorme zaino: un vero piccolo, magico rituale.

Avventure estreme, solitarie, che come ha insegnato,una volta per tutte, il giovane McCandless di Into the wild, hanno senso solo se condivise. Questi racconti che siano ambientati al polo sud, nel deserto o in altri luoghi sperduti della terra, sono sempre incredibilmente popolati di esseri umani, quasi sempre uomini, o donne, con esistenze al limite, ma proprio per questo indimenticabili. “I sentieri sono luoghi d’incontro, di conversazione di convivialità… era nelle mie intenzioni scrivere libri densamente popolati, di vivi e di morti”, dice Robert MacFarlane a “Pagina99”.

Robert MacFarlane è l’autore di una trilogia sulla natura composta da Montagne della mente, Luoghi selvaggi e Le antiche vie (Einaudi), e già considerata un classico del nature writing contemporaneo.“Nei miei anni di vagabondaggio ho navigato sotto la luce di Giove attraverso un’antica sea road in Nord Atlantico, circumnavigato una montagna sacra di 7000 mila metri nella Cina occidentale, in inverno, ed esplorato il martoriato deserto palestinese della West Bank. In tutti questi posti ho incontrato persone per le quali camminare e seguire i sentieri è stato fondamentale nella comprensione di sé e del loro posto nel mondo”, continua MacFarlane che ha di recente pubblicato un libro illustrato, Holloway (Faber&Faber), sulle strade incavate del Dorset, ed è impegnato nella scrittura di Underland, un libro che racconta “di mondi sotterranei e perduti che si trovano sotto le nostre campagne e città”.

Presentato con successo lo scorso settembre  al Toronto Film Festival, il film tratto da Wild, sceneggiato da Nick Hornby e dalla stessa Cheryl Strayed, diretto da Jean-Marc Vallée, (Dallas Buyers Club) e interpretato da Reese Witherspoon, esce il 5 dicembre in USA e il prossimo febbraio in Italia. Il film, fedelissimo al libro omonimo, racconta di quando Strayed all’età di 26 anni, nel 1995, sola e senza alcuna preparazione, partiva per il Pacific Crest Trail, il più lungo sentiero di montagna degli Stati Uniti che collega il British Columbia con la California. Incapace di far fronte al dolore della morte – quella della madre, scomparsa giovanissima di cancro– entra in un negozio sportivo e vede per caso una guida della Pacific Crest Trail. Senza soldi, stanca di girare a vuoto, e con un problema di dipendenza dall’eroina, decide di partire. Dei quattromila chilometri del sentiero, Cheryl ne percorrerà “solo” milleseicento, con varie difficoltà tipo temperature polari, animali selvatici, piedi feriti dagli scarponi, fame, sete, mentre lo zaino pesantissimo le spezza la schiena. È una lunga lotta contro il proprio dolore.

“Ne è valsa la pena”, dice vent’anni dopo la Strayed. Millesettecento miglia – quasi le stesse percorse da Cheryl Strayed – sono quelle fatte da Robyn Davidson che attraversò a piedi le immense solitudini del deserto australiano, in compagnia di un cane e quattro cammelli. Era il 1977. Ci sono voluti ben 37 anni perché un regista portasse sullo schermo la storiaraccontata nel libro autobiografico Orme (Feltrinelli) che, riletto oggi, non ha perso fascino, ne ha forse acquistato. (Tracks diretto da John Curran e interpretato da Mia Wasikowska, è uscito lo scorso anno nelle sale).

A breve diventerà film anche Revenant, un romanzo dal respiro epico, che narra una delle avventure più famose del West, quella di Hugh Glass. Figura leggendaria, Glass era un trapper ovvero un esploratore e cacciatore di pellicce. Assalito da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che gli rubano armi e cavallo; ma Glassnon è morto,è gravemente ferito e, nell’estate del 1823, si rimette in viaggio attraverso i territori selvaggi di Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska – tremila miglia di pura wilderness – con solo uno scopo: vendicarsi.

Scritto da Michael Punke nel 2003 e solo oggi in traduzione italiana, Revenant (Einaudi)è un’opera di fiction e, anche se, come se ammette l’autore, “l’era del commercio di pellicce è inestricabilmente intrecciata alla leggenda” – la storia è dalla parte di Hugh Glass e della sua impresa, documentata da varie fonti. La forza epica di un personaggio come Glass – che avrà il volto di Leonardo di Caprio nel film diretto da Alejandro González Iñárritu – ha di nuovo a che fare con la religiosità della natura selvaggia: “E se Glass credeva in un dio, per lui abitava in quell’immensa distesa occidentale. Non una presenza fisica, ma un’idea, qualcosa che andava oltre la comprensione umana, qualcosa di più grande”.

***

Nella lingua inglese “wild” è un aggettivo dai molteplici significati e anche un sostantivo che significa “natura incontaminata, popolata di animali selvaggi”, e può quindi riferirsi tanto al bosco quanto all’oceano o al deserto. The Call of the Wild era il titolo originale del Richiamo della foresta di Jack London: oggi nessuno tradurre “wild” con “foresta”, ma in quel caso era corretto. Oggi basta accendere la tv e sarete sommersi da trasmissioni dedicate all’estremo: c’è Wild-Oltrenatura, la serie condotta da Fiammetta Cicogna arrivata alla decima edizione (su Italia 1); Nanuk-Prove d’avventura, con Caterina Guzzanti e Davide De Michelis (su Rai tre, dal 21 gennaio); solo sul canale tematico NatGeo Wild di Sky c’è Wild Real tv, Sfide selvagge e Destination Wild Italia. Dal 27 ottobre partirà anche Survive the tribe su National Geographic Channel (Sky) dove il biologo Hazen Audel si cimenterà in battute di caccia nella foresta amazzonica e nella costruzione di igloo con gli Inuit. Più wild di così.

E in libreria sono ormai tanti, e spesso anche buoni, i libri che raccontano storie d’immersione nella natura. Se la casa editrice Corbaccio pubblica da sempre storie favolose, come La grande avventura di Stefano Ardito – il racconto fresco di stampa Filippo De Filippi il «grande sconosciuto» della storia dell’esplorazione italiana e del suo straordinario viaggio in Asia nel 1913 – oggi si uniscono anche l’ottima casa editrice Nutrimenti, la collana “Frontiere” di Einaudi (con le edizioni di Robert MacFarlane, Richard Mabey e molti altri) e la neonata serie “Wild”di Fabbri. Esce in questi giorni L’ultima spedizione (Nutrimenti) di Robert F. Scott, il diario del famoso esploratore e della sua avventura al Polo Sud nel 1913, un libro notevole.

La frontiera invisibile (Fabbri, 2014), scritto dallo skyrunner Kilian Jornet, ha un sottotitolo che la dice tutta: “Sull’Himalaya. In inverno. Senza corde. Bisogna correre o morire”. Sempre da Fabbri è uscito di recente Lasciateli giocare con gli orsi (Fabbri, 2014) di Peter B. Hoffmeister, una guida originale per insegnare ai genitori come far vivere i bambini nelle natura selvaggia. Una vicenda non tanto conosciuta in Italia ma dotata di una certa freschezza narrativa benché scritto parecchi anni fa è Indian Creek. 
Un inverno da solo sulle Montagne Rocciose di Pete Fromm (Keller, 2013), la storia di giovane studente svogliato che riceve la proposta di trascorrere sette mesi da solo per proteggere la schiusa di 2 milioni di uova di salmone.

La casa editrice EDT pubblica, per la prima volta in Italia, le opere di Roger Deakin, ecologista e documentarista, autore di vari libri tra cui Nel cuore della foresta. Un viaggio attraverso gli alberi e Diario d’acqua, dove si racconta il suo viaggio a nuoto attraversato la Gran Bretagna, con indosso una muta fatta confezionare apposta per le acque più gelate.

Infine il piccolo editore Gingko compie una vera e propria operazione “natura selvaggia” ripubblicando da una parte classici come Disobbedienza civile di Thoreau, Al polo nord di Emilio Salgari o Sud di Ernest Shackleton, e dall’altra titoli nuovi come PolarDream di Helen Thayer, best seller in Usa nel 2002 o Il silenzio dell’acqua di Mirna Fornasier: due viaggi in solitaria tra i ghiacci, compiuti da due donne. Per i ragazzi, e non solo, è appena uscito un libro illustrato da disegni strepitosi, L’incredibile viaggio di Shackleton di William Grill (ISBN Edizioni), il racconto della mitica spedizione dell’Endurance: 28 uomini e 69 cani alla conquista del PoloSud.

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“Chi spezza er pane dell’istruzione”. Intervista a Eraldo Affinati https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-eraldo-affinati/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-eraldo-affinati/#respond Wed, 29 Oct 2014 15:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24076 La scuola d'italiano per migranti Penny Wirton, che ha trovato la nuova sede romana presso l’Acrobax, è il luogo ideale dove incontrare Eraldo Affinati. I figli dell'emigrazione arrivano lì da tutta la città per prendere in mano libri e penna. Lo scrittore e i tanti volontari, che animano la struttura, riescono ad attirare l'attenzione di fanciulli esuberanti, fiori di campo sradicati dalla propria terra, e la lezione può cominciare. Il vulcano interiore di questi adolescenti feriti costituisce il corpus della letteratura di Affinati. Nel romanzo Vita di Vita (Mondadori, 168 pagine, 16 euro) si spinge fino in Gambia per non tradire la necessità del proprio studente Khaliq, che intende ritrovare la relazione primigenia con la madre. «A professo', che cce vai a ffà! Lì so' tutti negri e so' pure poveracci!», incalza Kenan, alunno congolese di Acilia.

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La scuola d’italiano per migranti Penny Wirton, che ha trovato la nuova sede romana presso l’Acrobax, è il luogo ideale dove incontrare Eraldo Affinati. I figli dell’emigrazione arrivano lì da tutta la città per prendere in mano libri e penna. Lo scrittore e i tanti volontari, che animano la struttura, riescono ad attirare l’attenzione di fanciulli esuberanti, fiori di campo sradicati dalla propria terra, e la lezione può cominciare. Il vulcano interiore di questi adolescenti feriti costituisce il corpus della letteratura di Affinati. Nel romanzo Vita di Vita (Mondadori, 168 pagine, 16 euro) si spinge fino in Gambia per non tradire la necessità del proprio studente Khaliq, che intende ritrovare la relazione primigenia con la madre. «A professo’, che cce vai a ffà! Lì so’ tutti negri e so’ pure poveracci!», incalza Kenan, alunno congolese di Acilia. Nel viaggio il professore mette in gioco anche il proprio vissuto, fa i conti con la memoria quale opportunità di conoscenza. Rivela nell’atto concreto e vitale della scrittura le motivazioni che l’hanno avvicinato al mestiere. Nel testo, come osserva l’autore, si rimescolano paternità, maternità, libero arbitrio, pedagogia, bene e male, i sogni perduti e rinati nella voglia di esistere e resistere di Khaliq. Il profugo, originario della Sierra Leone, oggi è diventato un eccellente barista. La strada polverosa non ha scalfito la sua innocenza. «Vita compra vita, vita costa troppo, vita bela, no devi butare via», dice il giovane.

Affinati, questo romanzo, che trae valore dall’essenzialità, è una promessa mantenuta. Ha portato a ulteriore maturazione la sua esigenza letteraria e sociale di autenticità, di ricerca delle radici. Ci presenta Khaliq?
«L’avevo incontrato sui banchi di scuola, alla Città dei Ragazzi. Quando leggevo Jack London in classe, lui alzava i suoi occhioni grandi, stupefatto nel sentire le avventure del cane Buck. A un certo punto mi disse: “Porof, quel cane sono io! Però non ho conosciuto i ghiacci dell’Alaska, ma la sabbia del deserto!” Siamo diventati amici, come può esserlo chi, come me, è figlio di due orfani e fa l’insegnante e chi, come lui, fu costretto ad abbandonare sua madre a soli sette anni e del padre conserva soltanto un debole ricordo. Veniva dalla Sierra Leone. Era sopravvissuto a esperienze estreme. Stava imparando l’italiano. Non sapeva se sua madre fosse ancora viva. Decidemmo insieme che, se lui l’avesse ritrovata, io sarei andato a conoscerla. E così è stato».

Lei stravolge le regole della scena dialettica. Reinventa la distanza pedagogica maestro-allievo. È un equilibrio che, tra successi e sconfitte, chiede di essere costruito e decostruito di volta in volta?
«Credo sia proprio così. Ogni rapporto umano è un evento nuovo, perché entrano in gioco le nostre sensibilità. Storie che non appartengono soltanto a noi stessi, ma di cui noi siamo il frutto. In particolare nell’incontro fra maestro e allievo viene chiamata in causa la tradizione culturale, il senso che dobbiamo attribuire al passato. È come se tutta la storia umana tornasse a rivivere ogni volta che un professore parla coi suoi scolari. Si attraversano mondi: prati fioriti e paludi infestate».

I registri linguistici adottati e la struttura del testo ci consentono di entrare con intimo rispetto nell’esistenza complessa dei suoi studenti.
«In questo romanzo ce ne sono tre: la lingua sporca di Khaliq, il dialetto romanesco dei miei alunni italiani che mi telefonavano durante il viaggio africano e la lingua, diciamo letteraria, alla quale affido il diario e la riflessione. Era una scelta obbligata, perché non avrei mai potuto trasformare la potenza del racconto orale di Khaliq in un belletto, in una cosmesi. Dovevo lasciare il suo resoconto così come lui me lo aveva consegnato: alla medesima stregua di un diamante grezzo».

Già in passato si era preso la briga di narrare la spaventosa libertà degli orfani. In Vita di vita intravediamo un esplicito atto di denuncia della condizione dell’infanzia contemporanea, a cominciare da quella delle migliaia dei giovani migranti in fuga. L’indignazione consapevole per le iniquità non è dunque passata di moda?
«Hemingway diceva che la campana del morto suona sempre per tutti noi. Di fronte a quello che sta succedendo nel Mar Mediterraneo è difficile non sentirsi coinvolti. Per un Khaliq che è riuscito non solo a salvarsi, ma a capire il senso di quello che gli è accaduto, quanti ragazzi, morti lungo il cammino, distrattamente dimentichiamo?»

Via Tasso, le Fosse Ardeatine: la Roma resistente e il Novecento penetrano nella pelle di Khaliq e degli altri. Quale legame, tra il disagio dei ragazzi di allora e di oggi, saldano le lettere dal fronte e dalle prigioni nazifasciste che ha scelto di inserire nella narrazione?
«L’insegnante protagonista del romanzo, prima di partire per il viaggio in Gambia, insieme a lui e a Gerry, l’amico avvocato che si era prodigato per ritrovare la madre del ragazzo, aveva assegnato ai suoi scolari italiani una serie di letture sui giovani martiri della Prima e della Seconda guerra mondiale: adolescenti morti per la causa della democrazia. Queste lettere tornano come un refrain durante l’avventura africana: secoli di gioventù, per usare un altro mio titolo. Gli scolari, secondo le intenzioni del loro insegnante, sarebbero dovuti andare da soli alle Fosse Ardeatine (e a via Tasso, alla stazione Tiburtina). Ma loro aspettano che lui torni dall’Africa. E così ci vanno tutti insieme, compreso Khaliq. Come se il cielo sopra l’ingiustizia, la morte, ma anche la voglia di riscatto delle nuove generazioni, fosse sempre lo stesso».

Ha mai avvertito il rischio di raffigurare la consueta Africa con il cappello in mano?
«Ho cercato di superare gli stereotipi, concentrando lo sguardo sui dettagli, senza visioni precostituite».

La destinazione del viaggio per entrambi i protagonisti si vivifica nella scrittura?
«Sì, rappresenta la stazione finale di tutti i miei viaggi. Soltanto scrivendo si dà senso all’esperienza. E questa penso sia anche la ragione profonda per cui Khaliq ha voluto che andassi in Africa: per rendere vera la sua vita. Ai suoi occhi dovevo essere colui che ripristina la fede nella realtà nell’unico modo possibile: raccontando ad altri ciò che gli era capitato. Scrivere è certificare la verità. Apporre il timbro di conferma. I giovani, non è la prima volta che lo scopro, sono molto più tradizionalisti dei loro padri. Vogliono certezze. Hanno bisogno di punti saldi. Altrimenti non potrebbero andare avanti».

La bestemmia di Santino ricorda quelle di Peppino nella Città dei ragazzi. La potente drammaturgia della bocciatura manifesta un fallimento, che chiama in causa tutti a raccogliere i cocci con una visione più lungimirante.
«Quella bestemmia finale richiama il senso del prologo. Mia nonna Rosina diceva che bisogna vivere a fondo perduto. Così anche l’insegnante, ma riguarda tutti noi, deve riuscire a poter fare a meno del riscontro, perlomeno immediato, della sua azione. Lo so che è difficile, ma chi ce la fa alla fine vive meglio. Agire senza pensare al beneficio che potremmo ottenere. E soprattutto bisogna restare con le tasche vuote. Senza conservare neppure uno spicciolo».

Nelle scorse settimane le cronache giornalistiche, riguardanti l’ennesima riforma della scuola, hanno abusato spesso della parola rivoluzione, di carta almeno per il momento. Lei sostanzia una rifondazione possibile del patto educativo. «Chi spezza er pane dell’istruzione», per dirla alla Kenan?
«È vero: se riuscissimo a rifondare il patto educativo, avremmo fatto la vera rivoluzione. Cosa significa in concreto? Ci sono una serie di passaggi che, nell’Italia di oggi, assomigliano a cerchi di fuoco: ridare entusiasmo ai docenti, fiducia ai genitori, nuovi stimoli agli studenti. Si dice spesso che mancano i soldi. Ma per spezzare il pane dell’istruzione bisogna prima accendere le passioni».

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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Cassius Clay, il ring invisibile https://minimaetmoralia.it/libri/cassius-clay/ https://minimaetmoralia.it/libri/cassius-clay/#respond Tue, 18 Mar 2014 10:04:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19382 Questo pezzo è uscito su Europa.

Ci sono tre Cassius Clay. Il primo nasce nel 1942 e sparisce all’età di tredici anni e mezzo, quando un ragazzo nero viene massacrato da alcuni bianchi razzisti in uno stato del Sud degli Stati Uniti. Il secondo Cassius Clay nasce pochi giorni dopo la notizia di quel massacro, ed è un pugile che combatterà sui ring di tutto il mondo, vincerà la medaglia d’oro delle Olimpiadi a Roma e cambierà la storia della boxe. Il terzo è un Cassius Clay che parla. Ma allora non sarà più Cassius Clay, perché avrà preso il nome di Mohammed Alì.

Lo scrittore francese Alban Lefranc ha raccontato la vita di questa icona che intreccia sport e politica e che con il carisma del pugile e la retorica della guida spirituale ha scritto la storia dei diritti dei neri americani. Il testo si intitola Il ring invisibile (edito da 66thand2nd, pp. 152 euro 15) e fa sì che una biografia romanzata faccia decantare gli eventi storici perché di quel tempio che è il corpo di Cassius Clay restino in piedi ferite, paure, abbandoni, un groviglio di riflessioni interiori.

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Ci sono tre Cassius Clay. Il primo nasce nel 1942 e sparisce all’età di tredici anni e mezzo, quando un ragazzo nero viene massacrato da alcuni bianchi razzisti in uno stato del Sud degli Stati Uniti. Il secondo Cassius Clay nasce pochi giorni dopo la notizia di quel massacro, ed è un pugile che combatterà sui ring di tutto il mondo, vincerà la medaglia d’oro delle Olimpiadi a Roma e cambierà la storia della boxe. Il terzo è un Cassius Clay che parla. Ma allora non sarà più Cassius Clay, perché avrà preso il nome di Mohammed Alì.

Lo scrittore francese Alban Lefranc ha raccontato la vita di questa icona che intreccia sport e politica e che con il carisma del pugile e la retorica della guida spirituale ha scritto la storia dei diritti dei neri americani. Il testo si intitola Il ring invisibile (edito da 66thand2nd, pp. 152 euro 15) e fa sì che una biografia romanzata faccia decantare gli eventi storici perché di quel tempio che è il corpo di Cassius Clay restino in piedi ferite, paure, abbandoni, un groviglio di riflessioni interiori.

Dei tre diversi Cassius Clay a Lefranc interessa in particolare il momento di passaggio da uno all’altro. Nel primo caso Clay si carica dell’energia che lo farà diventare un pugile. Tutto, forse, si scatena con l’episodio della morte di Emmett Till. Emmet è un giovane nero di Chicago in vacanza sul delta del Mississippi che osa guardare una donna bianca in un negozio. La violenza della storia si incarna in un gruppo di bianchi, «colpi sulla porta, notte, il vento intorno». Ci sono solo torce e le voci degli assassini e il ragazzo viene sfigurato finché «non aveva più bocca né occhi da posare su una donna bianca».

La notizia arriva al padre di Cassius Clay e al figlio e all’America intera, è l’estate del 1955. Cassius e Emmett sono giovani e quasi coetanei. Che cosa succede? C’è un’identificazione? C’è il desiderio di vendetta? C’è la spinta che può portare ad un riscatto collettivo? All’epoca Cassius pesa 75 chili ed è alto un metro e ottanta, ma presto il corpo cambia e iniziano gli allenamenti. La madre sparisce, il padre beve più del solito. L’unico profeta resta l’allenatore.

Il pugilato ha sedotto moltissimi scrittori. Hemingway diceva di non avere altra ambizione se non quella di diventare campione del mondo di pugilato. Così come Jack London affermò che avrebbe preferito diventare campione di pesi massimi piuttosto che essere presidente degli Stati Uniti.

Uno tra i più celebri saggi sulla boxe è di Joyce Carol Oates, Sulla boxe, dove scrisse: «Non ho difficoltà a giustificare la boxe in quanto sport, per il semplice motivo che non l’ho mai considerata uno sport. Niente che la riguardi è simile al gioco, niente sembra appartenere alla luce, al piacere. Nei momenti di maggiore intensità, la boxe pare contenere un’immagine della vita così completa e potente – la bellezza della vita, la vulnerabilità, la disperazione, il coraggio inestimabile e spesso autodistruttivo – che è davvero vita, e nient’affatto gioco».

Anche Lefranc approfitta della boxe per mettere in scena la società americana, la psicologia, i processi con cui si forma l’identità di un individuo. Ogni libro di sport pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd – che si tratti del capolavoro sul baseball Shoeless Joe (di Kinsella William Patrick), della mirabolante ricostruzione di un’epica partita di tennis del 1937 come in Terribile splendore (di Marshall Jon Fisher), o di un’impossibile impresa legata al basket come in Gli All-Star di Mosè (di Charley Rosen) – è un tassello che è parte di un gigantesco affresco che mostra come lo sport sia capace di attirare su di sé i conflitti della società e di renderli visibili, simbolici, letterari.

Il terzo Cassius Clay individuato da Lefranc impara a parlare: «Resta un fatto incontestabile che un giorno Cassius impara a parlare e prende coraggio oltremisura, diventa maestro della chiacchiera, il più grande istrione che la storia ricordi». Da quel momento in poi è difficile distinguere le frasi dai pugni. Ed è difficile dire con precisione se Cassius Clay sia il suo corpo muscoloso, la sua anima ribelle o le sue parole pesantissime. Di certo, anche a giudicare dalla nuova biografia di Mike Tyson appena pubblicata in Italia da Piemme, True. La mia storia, non si può che concordare con Joyce Carol Oates quando dice: «La storia della boxe in America è anche la storia dei neri».

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Le due morti di Jack London https://minimaetmoralia.it/libri/jack-london/ https://minimaetmoralia.it/libri/jack-london/#comments Fri, 07 Mar 2014 10:23:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19173 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nacque a San Francisco nel 1876 e morì poco lontano, a Glen Ellen, nel 1916. In quei quarant’anni fu quasi tutto. Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia. Ma soprattutto Jack London fu scrittore.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nacque a San Francisco nel 1876 e morì poco lontano, a Glen Ellen, nel 1916. In quei quarant’anni fu quasi tutto. Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia. Ma soprattutto Jack London fu scrittore.

Ogni mattino per oltre vent’anni, che si trovasse a bordo della sua barca in balia degli oceani o che fosse in una delle stanze disadorne della giovinezza o in una delle case che progettò e fece costruire, scrisse almeno mille parole (l’equivalente di tre cartelle), toccando a volte le millecinquecento e per un breve periodo le duemila. Fu lo scrittore leggendario di inizio Novecento, il più pagato (e costantemente in bolletta), il più rivoluzionario e prolifico. Ancora oggi è difficile stabilire con esattezza tutto quello che scrisse. Cinquanta libri, centinaia di racconti, centinaia e centinaia di articoli. Disseminata in quell’infinito mare di scrittura sta la sua biografia. Concentrata in un romanzo celebre che prende il nome del suo alter ego, Martin Eden, sta la lotta senza confine per sostituire l’attività intellettuale all’attività fisica che rende l’uomo una bestia da soma. Evocata, romanzata, cantata o semplicemente riferita, sta la sua vita nelle numerose biografie che hanno tentato di confrontarsi con quel colosso tanto generoso quanto imprendibile. Biografie che nessuno a Hollywood ha mai avuto il coraggio di prendere in considerazione. Due estremi opposti di questo tentativo letterario (epico come la materia con cui si confronta) sono i lavori di Irving Stone, re del genere, e Daniel Dyer, tra i massimi esperti viventi di London.

Opposti da ogni punto di vista, i due libri, confrontandosi con la vita che macinò esperienze, idee e lavoro, ci appaiono oggi, mentre vengono tradotti contemporaneamente, come due perfetti paradigmi dell’arte della biografia. Dyer, in Jack London. Vita, opere e avventura (Mattioli 1885, pp. 173, euro 19,90), è asciutto e chirurgico: fa uso di tutto quello che nell’ultimo secolo gli studiosi dello scrittore hanno messo insieme, soppesato, codificato. Stone, in Jack London (Castelvecchi, pp. 377, euro 22), è evocativo e torrenziale: lavora infatti sugli uomini, sui resoconti di chi conobbe, amò oppure odiò London, dai familiari agli amici fino ai semplici conoscenti (il libro risale al 1938 quando molti coetanei di London erano ancora in vita). Ma non è tanto il materiale né lo stile a divaricare la forbice tra le due biografie. È piuttosto l’impianto ideologico dell’opera: può una biografia essere animata dalle idee forti che l’autore si è fatto sulla natura dell’uomo da raccontare? Quel che fa e ha sempre fatto Irving Stone. Quel che rifiuta con la sobrietà dello studioso Daniel Dyer.

Le idee circa la personalità apparentemente lineare di Jack London si snodano con naturalezza, seguendo gli eventi principali della sua breve esistenza. Nascita, dedizione al lavoro, amore, morte. Nulla di più semplice. Benché fin dalla nascita tutto sia avvolto nel mistero. Chi è infatti il padre del ragazzo registrato all’anagrafe John Griffith Chaney? Di sicuro c’è soltanto una madre: Flora Wellman, il cui marito W.H. Chaney aveva fatto parecchi mestieri prima di dedicarsi allo studio, alla scrittura e agli oroscopi. Ma fu davvero lui, Chaney, a mettere incinta Flora per poi negarlo senza mai recedere? Fu lui il padre del ragazzo che avrebbe preso il nome del nuovo marito di Flora, John London, dopo che Flora fu abbandonata (ma forse fu lei ad abbandonarlo?) da Chaney proprio perché incinta? Se Drye non si sbilancia e si limita a riferire le ipotesi, Irving Stone non ha dubbi: “Jack aveva ereditato dal padre la bella, volitiva faccia irlandese, i capelli chiari, la fronte alta, gli occhi profondi e mistici, le labbra sensuali, il mento pronunciato, il torso corto e massiccio”. Ma soprattutto, secondo Stone, l’eredità fu chiara da un punto di vista caratteriale: “Figlio di un intellettuale, con l’intelligenza viva e l’immaginazione fertile ereditata dal padre, trovava abbrutente la fatica e vi si ribellava”. Siamo già nel campo di quel che il lettore appassionato trova perfettamente articolato in Martin Eden, ossia la drastica sostituzione di utensili per esercitare forza lavoro. I nuovi utensili sono i libri che London scoprì in una biblioteca fin da ragazzino e su cui puntò ogni grammo della sua forza spirituale e fisica per incamminarsi verso la realizzazione interiore.

La storia è nota: l’impegno furibondo del ragazzetto pieno di esperienze di mare e di terra per conquistarsi una cultura tutta sua. Le diciannove ore quotidiane di studi folli. Gli esami passati in scuole e università dove è visto come un marziano. E la scoperta, tutta personale, indipendente da qualsiasi addottrinamento, di Darwin, Spencer, Nietzsche e Marx. Le linee che guidano London, secondo Stone, sono tutte lì, in una contraddizione apparentemente insanabile: “Per tutta la vita fu individualista e socialista; voleva l’individualismo per sé, poiché era un superuomo, un animale superiore capace di vincere, e voleva il socialismo per le masse, che erano deboli e avevano bisogno di protezione. Per molti anni cavalcò con successo tutti e due i cavalli, ciascuno dei quali tirava dalla parte opposta”.

Se questo era il fondo del suo pensiero, per affinare lo stile invece London attinse al “triumvirato dei geni”: Shakespeare, Goethe e Balzac, mostri sacri che diedero forma a quanto aveva appreso dai suoi “padri letterari”: Kipling e Stevenson. Ed è sullo stile roccioso, vitale, capace di superare d’un balzo la paura di apparire brutale e sgradevole, che secondo Irving Stone noi possiamo valutare oggettiamente l’influenza del suo grande amore: la seconda moglie, quella per cui diede scandalo, affrontò pettegolezzi, maldicenze, condanne: Charmian Kittredge: “Ipnotizzato dallo stile letterario dell’amata, cadde nella stessa profusione ridondante e ottocentesca, un manierismo contro il quale si era sempre scagliato”.

Il giudizio netto sull’ombra nefasta della moglie è ancora poco rispetto alla più grande questione aperta dalla parabola di vita che percorse Jack London, ovvero il suo epilogo: la morte. Decesso causato da uremia, avvelenamento del sangue dovuto a disfunzione renale – così stabilirono i referti. Ma fu la morfina a scatenare l’ultima sequenza in cui la natura fece il suo corso? Fu suicidio, come preannunciano le ultime pagine di Martin Eden fin nei particolari più duri dell’innaturale lotta contro l’istinto di sopravvivenza? In questo caso Dyer non si limita affatto a un atteggiamento dubbioso: “Nel 1930 si diffuse la storia che si fosse suicidato. Non è vero. La salute di Jack era molto precaria alla fine. Anche se è possibile che si sia iniettato una dose di morfina, non c’è prova che si sia trattato di un’overdose”. Ma non servono prove scientifiche, a sentire Stone.

Al suicidio London aveva dedicato anche troppa attenzione, fin dall’adolescenza, da quella notte in cui ubriaco si era lasciato portare dalla corrente del golfo di San Francisco. Passando per le depressioni, i ricorrenti pensieri suicidi nei momenti in cui la delusione portava via ogni cosa o quando si trovava oppresso dalla solitudine che induceva in lui New York. “Il richiamo della morte è più potente del richiamo sessuale” – così aveva stabilito nei suoi libri. “L’uomo ha diritto al suicidio” – così aveva ribadito durante le crisi depressive. Irving Stone non si nasconde neppure alla fine: “sul comodino c’era un blocco con cifre che indicavano il calcolo ldella dose letale di droga”. Troppe erano state per London le delusioni rispetto alla generosità con cui aveva distribuito la sua fortuna, economica e spirituale. “Aveva sempre affermato di volere una vita breve e felice. (…) Aveva voluto ardere in fretta e risplendere e bruciarsi per paura che la morte potesse coglierlo impreparato con un ultimo dollaro da spendere e un pensiero da comunicare”. Diventare se stesso, innanzitutto, come aveva insegnato il suo maestro Friedrich Nietzsche.

A prescindere da opinioni, impianto narrativo e ideologico, i due biografi su questo non possono che trovarsi concordi. Quel che importava a London, ciò che lo occupò fino a divorarlo, fu il desiderio di ritrovarsi. “Ciò che più cerco è la realizzazione di me stesso, non la realizzazione per l’applauso del mondo, ma la realizzazione per la mia soddisfazione personale”. È questo sforzo così potente, semplice, inattuale, forse, più che il socialismo, ciò che ha sempre messo paura a Hollywood.

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Il Palazzo delle larghe intese https://minimaetmoralia.it/arte/palazzo-enciclopedico-massimiliano-gioni/ https://minimaetmoralia.it/arte/palazzo-enciclopedico-massimiliano-gioni/#respond Fri, 22 Nov 2013 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16537 Questo articolo sulla mostra centrale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Massimiliano Gioni, che chiuderà al pubblico il 24 novembre, è uscito sul n. n. 31 di “alfabeta2” luglio-agosto 2013. (Foto: il Palazzo Encicopedico di Marino Auriti.) 

Il Palazzo Enciclopedico proposto da Massimiliano Gioni in questa Biennale entrerà certamente nella storia – quanto meno, nella storia dell’arte contemporanea. La mostra si presenta infatti come la più compiuta realizzazione, almeno finora, di una tendenza fortissima nell’arte e nella cultura degli ultimi anni.

L’enciclopedismo alla base delle due sezioni (Giardini e Arsenale) è di specie relativamente recente. Non si tratta, infatti, dell’enciclopedismo rinascimentale, né tantomeno di quello illuminista, ma piuttosto di quel tipo particolare, strettamente connesso all’industrializzazione e alla massificazione della cultura e del sapere, che Flaubert per primo faceva a fettine in Bouvard e Pécuchet. È un enciclopedismo che viene esplicitato e esibito fin dalle prime mosse – il progetto utopico e irrealizzabile di Marino Auriti, pendant immaginario del Sam Rodia autore delle molto realizzate e concrete torri di Watts a Los Angeles - come disfunzionale, fallimentare. Per questo contemporaneo.

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Il Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti

Questo articolo sulla mostra centrale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Massimiliano Gioni, che chiuderà al pubblico il 24 novembre, è uscito sul n. n. 31 di “alfabeta2” luglio-agosto 2013. (Foto: il Palazzo Encicopedico, Marino Auriti.) 

Negli intervalli di gran chiasso, ciascuno cianciava

per conto proprio, strepitava, faceva capriole, danzava,

bastando a se stesso, pieno delle proprie idee e della

propria volontà, con esclusione di quelle degli altri,

vero centro dell’universo, estraneo per il momento

ad ogni armonia degli altri centri che saltavano

e gridavano attorno a lui.

Jack London, Prima di Adamo (1906)

Il Palazzo Enciclopedico proposto da Massimiliano Gioni in questa Biennale entrerà certamente nella storia – quanto meno, nella storia dell’arte contemporanea. La mostra si presenta infatti come la più compiuta realizzazione, almeno finora, di una tendenza fortissima nell’arte e nella cultura degli ultimi anni.

L’enciclopedismo alla base delle due sezioni (Giardini e Arsenale) è di specie relativamente recente. Non si tratta, infatti, dell’enciclopedismo rinascimentale, né tantomeno di quello illuminista, ma piuttosto di quel tipo particolare, strettamente connesso all’industrializzazione e alla massificazione della cultura e del sapere, che Flaubert per primo faceva a fettine in Bouvard e Pécuchet. È un enciclopedismo che viene esplicitato e esibito fin dalle prime mosse – il progetto utopico e irrealizzabile di Marino Auriti, pendant immaginario del Sam Rodia autore delle molto realizzate e concrete torri di Watts a Los Angeles – come disfunzionale, fallimentare. Per questo contemporaneo.

E qui si installa il primo grande problema posto dal Palazzo Enciclopedico: durante i giorni dell’inaugurazione, la maggior parte degli spettatori “qualificati” si concentrava spesso e volentieri, nei capannelli dentro e fuori la mostra, sul “discorso culturale”. E questo è sicuramente per certi versi un bene, dato che il discorso principale ha generato fin da subito una serie di microdiscorsi e discussioni. Ma, innanzitutto, le opere tendono a essere letteralmente sommerse da questo discorso che ci parla di artisti mattoidi, o che fanno (facevano) i matti, di artisti che non sapevano di essere tali e/o di artisti che lo sanno molto bene; il che non vuol dire affatto che non ci siano opere e autori godibilissimi (personalmente, ho trovato straordinari il Movie Mural di Stan Vanderbeek e, per motivi assolutamente opposti, il Libro rosso di Carl Gustav Jung…): però le relazioni che si instaurano tra di essi tendono a evaporare.

In secondo luogo, questo discorso – indubbiamente sottile, raffinato, informatissimo – che tende a travolgere lo spettatore con le opere e le stesse opere con il loro accumulo (il che, di per sé, potrebbe non essere affatto una cattiva cosa) fa anche qualcos’altro, di molto più serio per le sue implicazioni: rimuove completamente questo presente. La realtà circostante, quella del 2013: gli eventi tumultuosi del mondo e della storia, le condizioni di splendida e terrificante inabitabilità che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo, il conflitto che è prima di tutto un conflitto interiore, un conflitto che si sta svolgendo dentro di noi. Tutto questo, a quanto pare, nel Palazzo Enciclopedico non c’è.

Non c’è perché il sistema dell’arte sembra scegliere qui una strana forma di “democratizzazione”, che consiste più o meno in: ti accetto se sei scomparso da almeno una settantina d’anni, se sei un autore che per lungo tempo è stato considerato minore, o – meglio ancora – se tu stesso difficilmente ti sei considerato un autore. E allora, la mostra individua come rifugio perfetto i mesmerismi di Aleister Crowley o forme piacevolmente tortuose di primitivismo: tutto, per favore, ogni cosa pur di non affrontare quello che sta accadendo là fuori.

Possiamo dunque immaginare l’intero Palazzo Enciclopedico come un’immensa strategia di depistaggio. Nei confronti della propria epoca. In fondo, è la mostra che un ventenne dei primi anni Novanta (diciamo, il 1993) avrebbe sognato di fare – e infatti è curata da un ventenne del 1993. Lo è nell’impostazione ideale, lo è nell’atteggiamento di fondo, e lo è persino nei colori dominanti – il marrone, il beige, il verde acqua. Solo che non è il 1993, e in questi ultimi venti anni è accaduto di tutto.

Un “tutto” che è precisamente l’oggetto di questo dispositivo di rimozione particolarmente raffinato. Il cui funzionamento, se ci pensiamo bene, non è poi così diverso da quello in azione nella politica nazionale degli ultimi mesi. Entrambi i meccanismi si basano infatti sull’ipotesi che sia realmente possibile mettere in stand-by la storia, interrompere un’evoluzione, ampliare indefinitamente i confini di un presente che si propone da decenni come “perpetuo”. Evitare i cambiamenti – soprattutto quelli che riguardano se stessi: la propria trasformazione – evadendo nei territori della simulazione, della ripetizione, dell’infinito gioco di specchi (o del “bipolarismo sincronico”, come lo ha definito Ugo Mattei).

Tutto può accadere, ma è poco probabile che una dimensione culturale del genere abbia un grande futuro davanti a sé: per il semplice fatto che si fonda proprio sull’annullamento dell’idea stessa di futuro.

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La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura/#comments Wed, 29 Aug 2012 08:43:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8587 Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un'osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l'abbandono dell'euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

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Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

Qualcosa capiterà, vedrai, di Christos Ikonomou (Editori Internazionali Riuniti, traduzione di Alberto Gabrieli, 224 pp., 15 euro) è una delle più toccanti cronache sulla recessione che sia dato di leggere da quando la Grecia è diventato il piano inclinato verso cui rischiamo di scivolare. Organizzato come un arcipelago di racconti comunicanti tra di loro (spesso il protagonista di una storia fa capolino nella successiva), il libro dà voce alle vittime del debito sovrano: disoccupati, famiglie senza casa o decimate dalle morti bianche, ex attivisti politici alle prese con un mondo divenuto incomprensibile. Si potrebbe pensare che un filo leghi tematicamente queste storie alle grandi narrazioni della Depressione, da Faulkner e Steinbeck in giù. Ma le cose stanno in maniera diversa. Lì era un mondo rurale e non di rado aristocratico a fare i conti con le proprie macerie. Qui va in scena il dramma della classe media cui crolla sotto i piedi la piattaforma di garanzie, diritti e giustizia sociale che si era data per scontata.

I bassifondi della crisi si aprono in questo modo su un mondo completamente nuovo, dove la minaccia è scandita dagli avvisi delle banche mentre un crepuscolare quadro urbano è rischiarato da bancomat che all’improvviso rifiutano le nostre tessere magnetiche. Le storie d’amore finiscono il giorno in cui si decide di derubare il partner di una somma ridicola fino a pochi mesi prima (“800 euro, quasi 900”) e la morte di un genitore diventa una gara a tempo per pagarne i funerali. Il tutto, senza il sostegno del dio ucciso nel secolo passato e con in bocca il balbettio di una lingua (quella del sindacato, del partito, dell’assistenza sanitaria o pensionistica) che non apre più alcuna serratura.

A voler fare il gioco delle differenze tra noi e gli eroi di Ikonomou, ci accorgiamo che la prima vittima della crisi nel suo massimo epicentro è il narcisismo. Il misero lusso con cui ancora travestiamo la vergogna – cattiva eredità – del perdere continuamente posizioni, è assente nei racconti dello scrittore greco. Tutto è ridotto all’osso della lotta per la sopravvivenza. Sembra di muoversi in un Ottocento tecnologico che non senta più alle spalle la spinta del 1789 e non veda all’orizzonte una “primavera dei popoli”. Eppure, nel nuovo contesto in cui si svolge la lotta tra civiltà e barbarie, non ci sono solo ombre. Se il pericolo maggiore è che, vaporizzata la coscienza di classe, le difficoltà scatenino una definitiva guerra fra poveri, chi non si fa distruggere dallo sconforto conserva intatto il proprio nucleo irriducibile. Ad esempio tornando a raccontare storie. Ecco la prima vittoria etica di Ikonomou. L’indistruttibilità dell’uomo (questa sì davvero faulkneriana) viene testimoniata in un racconto dove cinque anziani, stanchi e malati, si ritrovano di notte fuori da un poliambulatorio nella speranza di ricevere i farmaci di cui hanno bisogno prima che vadano esauriti. Per non soccombere al freddo accendono un fuoco come in un racconto di Jack London. E intorno al fuoco, per ricevere conferma della propria dignità di specie, raccontano storie. In un altro racconto, una donna che ha rimproverato a suo marito di non avere più niente, neanche i soldi per la gita in barca che le aveva promesso, si pente e ci ripensa: “Non intendevo questo. Che non hai niente. Hai una bella parlantina. E fantasia. Avanti, allora, ti ascolto. Che barca sarebbe questa?”

Il secondo merito di Ikonomou (che usa una lingua sghemba e povera di mezzi proprio come i suoi protagonisti) è considerare il potere osceno in senso etimologico. I potenti nella sua raccolta non sono rappresentati. E questo non per consumare una vendetta o per ricompensare ingenuamente gli sconfitti. Proprio come nella Storia della Morante (o nel vertiginoso paradosso di Primo Levi che riteneva i testimoni più attendibili quelli che dal disastro non erano tornati, o che erano tornati muti), Ikonomou assegna ai perdenti il massimo valore conoscitivo. In certi casi, addirittura, le difficoltà trasformano i personaggi dei suoi racconti in una strana razza di veggenti. Come l’uomo che, morta l’amata moglie, invita suo figlio a bruciare le vecchie lettere di lei per conservarne il ricordo, poiché in un futuro dove “tutto sarà archiviato dai computer” il tempo stesso rischierà di collassare: “pensaci. La memoria senza vuoti non è memoria. È morte. Esci fuori e bruciale. Bada solo a non sporcarmi i panni”.

Se il centro del potere è come l’occhio di un ciclone (fermo e inabitato) chi porta addosso le stimmate del proprio tempo è colui che meglio può farcelo indagare. Ascoltare i vinti servirebbe a chi sta ancora a galla per capire che non si salverà da solo.

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