Loredana Lipperini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/loredana-lipperini/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 May 2021 08:53:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Loredana Lipperini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/loredana-lipperini/ 32 32 Contro la mentalità armonica. Satana, Camus e le mitologie di destra e sinistra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/contro-la-mentalita-armonica-satana-camus-e-le-mitologie-di-destra-e-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/contro-la-mentalita-armonica-satana-camus-e-le-mitologie-di-destra-e-sinistra/#respond Fri, 07 May 2021 12:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48614 Conservare nella violenza il suo carattere di rottura, di delitto-cioè non ammetterla se non legata a una responsabilità personale. Altrimenti è per ordine, è nell’ordine-o la legge o la metafisica. Non è più rottura. Elude la contraddizione. Costituisce paradossalmente un salto nella comodità. Hanno resa comoda la violenza. Camus, Taccuini I. In Cielo Mentre sta […]

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Conservare nella violenza il suo carattere di rottura, di delitto-cioè non ammetterla se non legata a una responsabilità personale. Altrimenti è per ordine, è nell’ordine-o la legge o la metafisica. Non è più rottura. Elude la contraddizione. Costituisce paradossalmente un salto nella comodità. Hanno resa comoda la violenza.
Camus, Taccuini

I. In Cielo

Mentre sta volando a corrompere Adamo ed Eva nell’Eden, il Satana di Milton viene colto da un momento di fatica e incertezza. Tutto il peso della ribellione e della condanna gli piomba nuovamente addosso, ed egli vacilla straziato dalla nostalgia per l’universo di luce da cui si è strappato con la sua rivolta.

Il dubbio e l’orrore sconvolgono
i suoi pensieri turbati, e dal profondo in lui
si agita l’inferno, che egli si porta l’inferno dentro di sé
e attorno…La coscienza risveglia la disperazione
fino allora assopita, risveglia l’amara memoria
di ciò che fu, che è, che dovrà essere
anche peggiore di questo, se azioni peggiori inducono
peggiori sofferenze.

Da questa incrinatura egli si riscuote abbracciando per l’ennesima volta il suo fato, accettando la strada sbarrata alle sue spalle e chiamando bene il male. È un momento persino canonico nella traiettoria di tutti gli eroi, la notte oscura, il monte degli Ulivi per Cristo o Giovanna d’Arco che ritratta, il momento di fragilità e solitudine in cui si dubita del proprio destino di straordinaria elezione per poi compiere l’ultimo atto decisivo. Sarebbe così facile, così riposante rientrare nell’abbraccio d’un cammino comune, invece che remare in direzione contraria e guastare l’armonia con la propria nota dissonnante. Ma è proprio questa la questione decisiva. Che Milton fosse o meno del partito del diavolo, come scrivevano Blake o i Romantici, l’intuizione poetica di innestare questa notazione psicologica nella traiettoria del reietto per eccellenza (il cui fascino perenne è presente non poco nella pars destruens di tutte le rivoluzioni, da Spartaco a Guevara, e può facilmente sclerotizzarsi nell’autonarrazione d’un prometeismo a buon mercato), mostra a caratteri cubitali una dinamica interiore: in questa prospettiva Dio e Satana sono due realtà esistenti in tutti e ciascuno, la gloria di un sistema perfettamente gerarchico di valori dove c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa è al suo posto, illuminato dalla luce rassicurante di un’autorità verticale, incontestabile, e la pulsione dolorosa, persino tragica ma necessaria a distaccarsi e contestare tutto questo in nome di una propria particolare visione.

Persino una prospettiva scientifica come quella dell’evoluzione, in questo senso, dà ragione al racconto biblico del peccato originale. Il progresso dall’innocente fusione col tutto è al tempo stesso una vittoria e una ferita, e a quel trauma originale si reagisce in vari modi, quasi sempre cercando di ricostruire un universo perduto, nuove ipotesi di senso in cui ordinare la vita e noi stessi. Una verità che, come scrive Dante alla fine del Paradiso con una meravigliosa immagine da legatoria medievale, consenta di cogliere i fogli staccati dell’universo come un volume unico.

Questo perché la mentalità armonica e la mentalità dissonante sono sempre dentro di noi, e la seconda resta faticosamente necessaria per sottrarci al perenne incanto della prima, tutte le volte che trasformiamo le case delle nostre identità parziali e condizionate in nuove chiese. La parola armonia in noi evoca quasi di per sé qualcosa di positivo, ma occorre ricordare che tutte le armonie autentiche sono sempre temporanee, da quelle di un’orchestra o un concerto a una scoperta scientifica o una vittoria politica.  Protrarle o estenderle implica sempre una violenza su altri aspetti della vita e la sua natura contradditoria. Non c’è bisogno di credere in Dio per vivere religiosamente, con riti, gloriose connessioni, libri sacri, verità rivelate, processi per stregoneria e condanne agli eretici.

II. Sulla Terra

È un’ovvietà. Il 2020-21è stato e tuttora resta il biennio de LaPeste di Camus (e di quella raccontata e analizzata da Manzoni in pagine di una forza e lucidità troppo poco rimarcate, ma questo è tutt’altro discorso). La commistione di caso naturale e ottusità umana, il tergiversare delle autorità e poi le chiusure forzate, la ricerca affannosa di un orizzonte di senso in cui iscrivere l’evento e le proprie reazioni, l’ottundimento progressivo per cui tutti pensano alle stesse cose nelle stesse ore, e la vigliaccheria e l’eroismo faticoso e il desiderio di provare comunque a tenersi stretti l’amore e l’amicizia e poi, a piaga forse conclusa, la corsa immediata delle masse a dimenticarsi tutto, a rimuovere il turbamento e gli interrogativi suscitati dalla morte. Tutto questo lo conosciamo bene. Eppure, nella comunità globale resa possibile dai social media e nel polarizzarsi in essa di dibattiti sempre più vetriolici sono stati gli interventi pubblici di Camus dal ‘37 al ‘58 (Conferenze e discorsi, Bompiani) che per quanto mi riguarda hanno costituito un appiglio cui continuo costantemente a tornare quando si tratta di questioni come cancel culture, patriarcato, libertà di espressione, differenze tra destra e sinistra, in questi giorni rilanciate dal dibattito intorno al nuovo libro di Walter Siti, Contro l’impegno, un testo di cui non mi occupo direttamente in questo articolo ma che per la questione che pone giudico importante e necessario.

È francamente impressionante come le riflessioni di Camus non siano meno attuali del suo romanzo rispetto alla crisi che stiamo affrontando, alle sue radici e implicazioni, e al pari di esso facciano risuonare una nota che costituisce un antidoto salutare contro le rispettive mitologie autorappresentative di destra e sinistra. Sono la testimonianza appassionata di un intellettuale profondamente impegnato e schierato ma che ha sempre cercato di “vederci chiaro”, e di non smettere di farlo anche quando ciò sfida le sue stesse convinzioni, e per questo è stato ai suoi tempi accusato di estetismo disimpegnato o di favorire oggettivamente la reazione. Il tutto da parte di chi allora si credeva l’avvocato difensore dell’ultima onda del progressismo rivoluzionario e in nome di questo arrivava a giustificare la Russia di Stalin.

III. L’Occidente brucia e La macchia umana

La cultura di destra è costantemente percorsa da un complottismo passivo-aggressivo. Nel solo mondo Occidentale i governi di destra estrema o centro-destra superano di gran lunga quelli di sinistra, eppure politici, intellettuali e simpatizzanti conservatori – di ideologia religiosa o no – dichiarano continuamente di essere una minoranza nelle catacombe, cui la tirannia ideologica della sinistra non consentirebbe più di esprimersi in alcun modo. A ondate e con nomi diversi, facilmente sovrapponibili, un nuovo colonialismo post-umano minaccerebbe la famiglia, la differenza sessuale, la cultura, il feticcio della tradizione. Femminismo aggressivo, multiculturalismo, ecologismo, gender, cancel culture, sarebbero facce diverso di un unico prisma e un unico disegno delle élite del nuovo ordine globalista, magari segretamente seguaci del Demonio) per cui l’Occidente brucia. È il grido lanciato da Denethor, il Sovrintendente di Gondor che vorrebbe solo che “tutto fosse com’era prima” prima di darsi fuoco come “un re barbaro del passato”. Un suicidio rituale che in qualche modo abbraccia l’ultima scelta di tanti intellettuali conservatori, grandi e piccoli per levatura, da Mishima a Drieu de la Rochelle a Dominique Venner, che si è sparato – significativamente –nella cattedrale di Notre-Dame nel 2013. Le ragioni per questa cornice persecutoria sono molteplici e ben indagate da La Q di Qomplotto di Wu Ming 1: qui mi limito a rimarcare l’ovvio, ossia che pressoché a nessuno piace ammettere di essere l’Impero di Star Wars, tutti desiderano sentirsi la Resistenza, i Carbonari, il resto d’Israele, i fedeli dell’Apocalisse perseguitati dalla Bestia. Ciò conferisce dignità e peso ulteriore alle proprie convinzioni, le rende una causa con l’aura del martirio, mitologizza al contempo sé stessi e l’avversario. Nonostante domini de facto gran parte dello scacchiere, la destra accusa la sinistra di tenere un potere de iure che le consente di braccare e imbavagliare qualunque visione alternativa su società, economia, cultura. Episodi disparati vengono connessi ad altri e distorti, le statue degli schiavisti appaiate a chi si può insegnare all’università o alla questione dei bagni per le persone trans.

Tuttavia, il semplice ventaglio dei suicidi sopracitati dovrebbe essere sufficiente a non derubricare tale accusa semplicemente all’ultimo disperato rifugio d’una visione ideologica che si inventa un avversario titanico per ammantare di gloria le proprie sconfitte e la propria incapacità.  Molti intellettuali di destra hanno additato nella società tecnologica rischi che la sinistra ha acriticamente cavalcato. Ma c’è di più. Difatti se la mentalità di destra tende a difendere sistemi armonici già esistenti, quella di sinistra, per il manicheismo divorante che si annida nella psicologia umana, facilmente ne erige di nuovi e trasforma le case delle battaglie sociali e identitarie in altrettante nuove chiese. Si erge a impartire lezioni da un podio precettistico poggiato sull’assunto non di essere nel giusto, ma di essere giusti. Certamente si elogiano pensatori di matrice ideologica opposta che però quasi sempre sono stati ormai digeriti da un pezzo nell’ammirazione collettiva: Céline, Mishima appunto, Tate, Bernanos. E quando a reagire sulla libertà di espressione non sono banali provocatori come Milos Yiannopoulos o celebri misantropi come Ellis e Houellebecq (di tutt’altra grandezza) ma scrittori civilmente impegnati come Salman Rushdie, Tom Stoppard, Margaret Atwood, J. K. Rowling, svilirne moniti e distinguo facendone dei privilegiati di mezz’età diventati conservatori nei loro superattici non è affatto diverso dalle campagne di svilimento cui furono sottoposti in passato Orwell, Pasternak, Pasolini. Come scrisse AzarNafisi, che da una teocrazia è fuggita davvero, gli scrittori sono il canarino nelle miniere dell’umanità, i primi ad additare quando manca l’ossigeno per tutti.

Soprattutto, come già notava lo stesso Pasolini, la nuova civiltà consumistica, che non tollera che ci siano l’esistenza di fette di acquirenti che non possa raggiungere con delle proposte specifiche, sposa e spesso contribuisce al trionfo delle battaglie civili, trasformandole in logo, e al tempo stesso le dissangua con una cascata di prodotti facili ed edificanti, che a loro volta però condizionano la domanda stessa.

Si richiede sempre e solo ciò che già si sottoscrive e apprezza, si reagisce con stizza feroce a tutto ciò che lo contraddice. Come ha scritto Irene Graziosi, ricordata recentemente da Loredana Lipperini: “È bizzarro come il termine attivismo abbia perso la componente di attività insita nella parola stessa. Basta postare un quadrato nero o delle elaborate infografiche su uno sfondo arcobaleno e immediatamente si diventa attivisti di una causa. Anzi, di varie cause, perché l’intersezionalità – cornice accademica utile per analizzare le intersezioni di diverse dimensioni sociali e identitarie applicandole ai grandi numeri – sui social trova terreno fertile per abbracciare con le infografiche qualunque causa esistente. Per il clima, contro il catcalling, contro l’omotransfobia, contro l’utilizzo di parole offensive, contro il razzismo, contro la feticizzazione dei corpi, per il body positive, contro la plastica. Grazie all’intersezionalità applicata agli individui è sia possibile calcolare la percentuale di handicap che ognuno di noi si porta dietro, 60% acqua, 40% categoria discriminata, sia essere attivisti per una causa qualunque che viene dissezionata fino all’ultimo atomo di modo da produrre più post, nutrire l’algoritmo e, incidentalmente, guadagnare follower. L’attivismo, un tempo collettivo, è diventato appannaggio dei singoli svuotando di significato gli -ista che lo descrivono. Ogni lotta è declinata sul sé, ognuno la intende a proprio modo, e nessuno è in grado di non personalizzare l’ideale a cui sostiene di credere”. Il testimonial diventa martire.

Come la destra mitologizza la sinistra, così a loro volta fascisti, neocon e persino riformisti dalle vedute diverse diventano Orchi irredimibili, come nell’Alexander Nevskij di Ejzenstejn dove i Cavalieri Teutonici medievali (ossia i tedeschi invasori del ’39) sono tutti nascosti sotto elmi con la visiera a croce sottile, mentre di ogni russo si intravede l’umanissima faccia. Una contrapposizione che sarà ripresa dal Lucas di Star Wars per i suoi Stormtrooper. E nell’attivismo da social dove postare un hashtag è già una medaglia al valore civile, un lurido tweet antisemita, la battuta di cattivo gusto e un pamphlet complesso diventano a loro volta la stessa identica cosa.

Che le due mitologie si sostengano e alimentino a vicenda è raccontato da par suo già negli anni ’90 ne La macchia umana di Philip Roth, dove uno stimato insegnate viene cacciato per aver usato una parola dal possibile significato razzista a proposito di due studenti assenteisti (che non aveva mai visto) per poi scoprire che non si trattava di un ebreo bianco ma di un afroamericano che si era fatto operare per celare la sua identità e assumerne un’altra. Il razzismo introiettato e quello falsamente braccato dal neo-puritanesimo riformista, la cancel culture interna ed esterna costituiscono qui un unico groviglio serrato sulle luci e ombre della natura umana. Ed è proprio per fissare meglio questa spirale che possiamo rivolgerci alle conferenze di Camus.

IV. Occhi aperti sulla destra

Si tratta di interviste, contributi a tavole rotonde, inaugurazioni di case della cultura, saluti in sostegno alla lotta spagnola contro il franchismo, ringraziamenti per premi come il Nobel stesso. E a dispetto di tanti mutamenti del contesto colpisce come vi siano contenuti ed enucleati tutti i poli del dibattito politico di questi nostri anni. A partire dal dominio della tecnologia e dalla sua capacità di alterare completamente i nostri rapporti: L’universo della tecnica non è di per sé negativo, e sono assolutamente contrario a tutte le forme di pensiero che auspicano un ritorno all’arcolaio o all’aratro a mano. Ma la ragione tecnica posta al centro dell’universo, considerata il motore più importante di una civiltà, finisce con il provocare una specie di degenerazione, tanto nelle intelligenze quanto nella condotta delle persone, la quale rischia di portare alla sconfitta di cui abbiamo parlato. Sarebbe interessante scoprire come. Noi lo stiamo facendo, in modo dolorosamente empirico.

Tanto per sgombrare il campo da possibili equivoci, Camus è profondamente consapevole dei riti sanguinosi e monotoni della religione totalitaria che trova sempre nel populismo di destra il suo braccio armato, ieri come oggi, e che vediamo trionfare nei partiti xenofobi, capitalistici e machisti alimentati da un clima di aggressività qualunquista. Tutto ciò va combattuto, e basta, nelle strade e col fucile, se necessario. Questa parola, sovranità, ha da tempo messo i bastoni tra le ruote a tutta la storia internazionale, scrive, e le parole che egli dedica ai governi di destra dell’immediato dopoguerra sono perfettamente calzanti per amministrazioni devastanti come quelle di Trump, Johnson, Salvini, Orban o Bolsonaro: È l’aristocrazia di una gang, la sovranità del crimine, la crudele signoria della mediocrità. Per quel che mi riguarda, conosco soltanto due generi di aristocrazia, quella dell’intelligenza e quella del lavoro…Mai nel mondo hanno regnato dèi tanto meschini. Vedendoli sulle prime pagine dei giornali o sugli schermi dei cinema, non c’è da stupirsi se le loro chiese sono innanzitutto delle polizie.

A questo si aggiungano le ipocrisie dei governi liberali o blandamente riformisti che al pari di quelli smaccatamente reazionari sono capaci di sbandierare come proprie le grandi battaglie umanitarie e citare Don Milani e Gramsci, svuotandole di ogni efficacia e valore effettivo: Finché arriva il giorno in cui un pugno di militari e di industriali può dire “noi” parlando di Molière e di Voltaire o stampare, snaturandole, le opere del poeta previamente fucilato. Quel giorno, che è quello in cui siamo, dovrebbe ispirarci almeno un pensiero di compassione per il povero Hitler. Anziché uccidersi per eccesso di romanticismo, gli sarebbe bastato imitare il suo amico Franco e avere un po’ di pazienza. Oggi sarebbe delegato dell’Unescoper l’istruzione dell’Alto Niger, mentre Mussolini contribuirebbe a innalzare il livello culturale dei bambini etiopi di cui non molto tempo fa massacrò un po’ i padri. Allora, in un’Europa finalmente riconciliata, assisteremmo al trionfo definitivo della cultura, in occasione di un immenso banchetto di generali e di marescialli serviti da una truppa di ministri democratici, ma risolutamente realisti.

Quando le categorie oppresse manifestano le loro sofferenze e protestano anche duramente, ecco gli editorialisti disgustati dalle rozzezze della destra aprire un fuoco di fila di “se, ma, però”: Ma queste calunnie, in fondo, come le cautele verbali che vediamo dispiegare anche in Francia dai nostri uomini del progresso, ci dicono qualcosa che sapevamo già. Ci dicono che i reazionari, oggi, sono anche a sinistra. Convintamente internazionalista, già agli albori della Comunità Europea Camus non si faceva illusioni sulla sua riduzione a fantoccio riverito all’ombra del quale portare avanti un burocraticismo oppressivo: L’Europa è sempre stata grande solo nella tensione che ha saputo introdurre fra i suoi popoli, i suoi valori e le sue dottrine. Non è altro, l’Europa, che questo equilibrio e questa tensione. Ogni volta che vi ha rinunciato, e ha voluto imporre attraverso la violenza l’unità astratta di una dottrina, si è fatta esangue, è diventata questa madre stremata che mette al mondo solo creature avare e malevole. E forse è giusto che simili creature finiscano con l’avventarsi una sull’altra per trovare infine una pace impossibile in una morte disperata.

In questa sazietà stanca, nella quale si è abbandonato il vecchio rapporto col mondo delle società contadine (con i loro limiti violenti ma anche le loro saggezze) in favore di un mondo di pura efficienza tecnologica e produttiva senza più le forze della natura e dell’amicizia si annuncia già il principale malanno delle società occidentali, cui non è affatto esente la sinistra, che tra i tanti suoi sintomi comprende anche la ferocia processuale riservata a tutto ciò che contrasta con la propria visione del mondo, costantemente proiettata a verità universale, una sorta di parzialità astratta in netto contrasto con l’autentica capacità di dedizione per qualcosa o qualcuno:

Giunti così al colmo dell’insensatezza, possiamo almeno denunciare l’inganno di questo secolo, che finge di perseguire il dominio della ragione quando ciò che cerca sono soltanto le ragioni di amare che ha perduto. E lo sanno bene i nostri scrittori, che finiscono tutti per invocare quel povero, derelitto surrogato dell’amore che è la morale.

V. Arte e vita divorate dai followers

No, l’idolatria non è cultura[,] per Camus. Egli vedeva già che paradossalmente bigottismo, egoismo e razzismo da una parte e moralismo progressista dall’altra sono due modi convergenti per mutilare e ignorare la realtà: L’accademismo di destra ignora una miseria che l’accademismo di sinistra sfrutta. Ma, in entrambi i casi, la miseria è rafforzata mentre l’arte è negata. Anche tante prese di posizione rispetto al pamphlet di Siti lo riconfermano, per cui l’impegno civile pare doversi necessariamente fare semplificazione banale e il richiamo alla verità “immorale” dell’arte un mero elitarismo qualunquista: Avremo così una produzione di intrattenitori o di puristi della forma, che darà luogo in entrambi i casi a un’arte separata dalla realtà viva. E decenni prima che nascessero i social media, Camus palesa il salto quantico di un mondo dove il potere e il successo non coincidono nemmeno più con la ricchezza materiale ma con la loro traduzione in visibilità e influenza: Da circa un secolo viviamo in una società che non è neppure la società del denaro (il denaro o l’oro possono suscitare passioni viscerali), ma quella dei simboli astratti del denaro. La società mercantile può essere definita come una società in cui le cose spariscono a vantaggio dei segni.

Come scrisse il Collettivo Wu Ming, sempre ricordato da Loredana Lipperini, la questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose. È la sua dialettica, un aspetto è sempre insieme all’altro. Perché la rete è la forma che prende oggi il capitalismo, e il capitalismo è in ogni momento contraddizione in processo. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo tutto funziona così: il consumo emancipa e schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto”. Facebook, dunque, si basa sul pluslavoro degli utenti: “Zuckerberg ogni giorno si vende il tuo pluslavoro, cioè si vende la tua vita (i dati sensibili, i pattern della tua navigazione etc.) e le tue relazioni, e guadagna svariati milioni di dollari al giorno. Perché lui è il proprietario del mezzo di produzione, tu no. L’informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. È forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il padrone impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.

La rappresentazione e condivisione della propria vita, dalle riflessioni esistenziali ai dettagli materiali, diventa così per Camus la prima merce fondamentale, con la quale predichi, insegni, sei approvato. La condivisione della propria colazione, di quindici secondi di un brano musicale in lavorazione, un appello civile si fondono in un flusso inestricabile: Milioni di uomini avranno così la sensazione di conoscere questo o quel grande artista della nostra epoca perché hanno saputo dai giornali che alleva canarini o che i suoi matrimoni non durano più di sei mesi. Il massimo della celebrità consiste oggi nell’essere ammirato o detestato senza essere stato letto. Qualunque artista che nella nostra epoca si picca di essere famoso deve sapere che famoso non sarà lui, ma qualcun altro a nome suo che finirà per sfuggirgli di mano e forse, un giorno, per uccidere in lui il vero artista.

In questa cascata tutto acquista lo stesso (non)peso, dal saggio allo sfogo, e la natura così facilmente manichea della nostra immaginazione non fa che inasprirsi. Tutto ciò che la contrasta deve essere spazzato via e gli insulti luridi di un omofobo o un razzista o le contorsioni dialettiche di qualche pennivendolo filo-reazionario diventano identiche alla battuta di un film, a un personaggio di un libro o alle domande in un saggio. E che si parta da convinzioni reazionarie o riformiste, ogni testimonianza più complessa del mero schieramento previo viene a sua volta banalizzata per essere rigettata o digerita senza troppi problemi.

VI. Le dottrine implacabili e i giudici-penitenti della sinistra

Rispetto agli intellettuali conniventi e fautori delle violenze fasciste, Camus avrebbe definito la medesima tendenza violenta a sinistra: quella dei “giudici penitenti.” Nella sintesi di Michel Onfray Camus prevede quindi con una certa precisione la civiltà in cui abbiamo cominciato a vivere nel mezzo secolo che ci separa dalla sua morte: un’epoca di odio nei confronti di se stessi, di sensi di colpa e di mea culpa generalizzati, il tempo dei giudici-penitenti, i quali, pur essendo atei, moralizzano usando categorie cristiane. Il secolo della morte di Dio e della fine della religione cattolica è dovuto fin troppo spesso ricorrere ai dispositivi cristiani per pensarsi. E per impedirsi di agire: le confessioni, le ammissioni, le contrizioni, i sensi di colpa, i pentimenti, le penitenze, le espiazioni, i ravvedimenti, le riparazioni e le assoluzioni contaminano e incancreniscono questo mondo di pura immanenza… il giudice-penitente comincia rallegrandosi d’un mea culpa altisonante e pubblico; proclama in ginocchio le proprie colpe, estendendole all’intero Occidente; poi, dopo aver confessato i propri peccati di uomo bianco, cristiano, occidentale, colonizzatore e sfruttatore, si considera sufficientemente puro da costringere anche gli altri a confessare le loro, di colpe; se la confessione tarda, ecco che contro i recalcitranti ricorre immediatamente alla violenza.

Ed è qui che si pone la sfida per l’intellettuale e l’artista che crede nelle battaglie progressiste ma non vuole trasformarle in una nuova dottrina rivelata. L’adorazione del proprio schieramento (e oggi la sua brandizzazione) di chi crede solo nel progresso – come scrisse Camus in una celebre risposta al giornale di Sartre che lo accusava di estetismo e complicità con la destra – consente di tagliar corto e di disprezzare, mentre altri approcci, fra cui il suo, si fanno un dovere di comprendere e presuppongono uno sforzo costante su sé stessi. Da ciò il prestigio di cui godono le prime presso alcuni intellettuali, amici della legge del minimo sforzo. L’intelligenza priva di carattere è, alla fine, molto peggiore della serena imbecillità. In mancanza di una volontà salda, si attrezza di una dottrina implacabile, ed è così che abbiamo visto nascere quella specie così tipica dei nostri tempi: l’intellettuale inflessibile pronto a giustificare qualsiasi terrore in nome del solo realismo. È una ipocrisia che la destra, ieri e oggi, declina minimizzando la propria violenza (i problemi del paese sono sempre altri…) laddove la sinistra nega la mera esistenza di problemi per la cui risoluzione la destra ha risposte altrettanto pericolose, se non più.

VII Dio rientra dalla finestra

Come notava Nietzsche, che per Camus fu un modello fondamentale, il vero fondamentale discrimine è se siamo platonici o meno, ovvero se crediamo che l’essere preceda l’esistenza. Si può essere laici e progressisti quanto si vuole ma se in fondo si ritiene che ci sia un bene “in sé” a cui la nostra vita quotidiana deve conformarsi e accostarsi per tappe, e non che giusto e sbagliato siano categorie empiriche che chiedono un loro costruzione e ricostruzione costante e sempre parziale, allora in fondo saremo sempre dei precettori e dei censori che in nome di una categoria superiore e assoluta (che può essere la giustizia sociale, il femminismo, i diritti delle minoranze oppresse, l’ecologismo) giudicano la vita personale e collettiva con un ottimismo sociologico che costituisce solo l’ennesima contraffazione del vecchio messianesimo religioso. Invece, in una prospettiva atea ed evoluzionistica, le categorie di bene e di male sono come le leggi della fisica: non sono vere in assoluto, ma via via più calzanti man mano che ci si accosta a determinati oggetti o ambienti, come la gravità. E una delle colpe principali degli intellettuali di sinistra è proprio questo platonismo, che Camus fiutava anche nell’arte realista sovietica e nei suoi sostenitori occidentali: mostrare le cose non come sono, ma come dovrebbero essere.

In tutto questo, davanti al fuoco di sbarramento incrociato dell’ottusità reazionaria e del fanatismo di sinistra, dato per scontato che il fascismo si combatte armi in pugno, qual è la vocazione specifica della scrittura e del pensiero? Creare oggi significa creare a proprio rischio e pericolo. Ogni pubblicazione è un atto e quell’atto espone alle passioni di un secolo che non perdona nulla. Il problema non è quindi sapere quanto questo sia dannoso per l’arte. Il problema, per tutti coloro che non possono vivere senza l’arte e ciò che essa significa, è solo sapere come, fra i gendarmi di tante ideologie (quante chiese, quanta solitudine!), sia ancora possibile la strana libertà della creazione.

Il platonismo si traduce sempre in uno Stato Etico e Religioso, di matrice confessionale o no, che riscrive il passato e violenta il presente sul letto di Procuste delle proprie convinzioni, e questo infetta la vita, la scrittura e la riflessione critiche che si colorano d’una patina di attivismo: L’Europa non guarirà se non negheremo alle filosofie politiche il diritto di risolvere ogni cosa. Non si tratta infatti di dare a questo mondo un catechismo politico o morale. La grande iattura della nostra epoca è proprio che la politica pretende di fornirci insieme un catechismo, una filosofia completa e persino, a volte, un’arte d’amare. Ma il ruolo della politica è far funzionare le cose, non risolvere i nostri problemi interiori. Ignoro, per quel che mi riguarda, se esiste un assoluto. Ma so che non è di ordine politico. L’assoluto non è una questione che concerne tutti: concerne ciascuno di noi individualmente. E occorre impostare i rapporti reciproci affinché ciascuno abbia per sé l’agio interiore di interrogarsi sull’assoluto. La nostra vita può anche appartenere agli altri, ed è giusto donarla quando è necessario. Ma la nostra morte appartiene solo a noi. Ed è questa la mia definizione di libertà.

L’altro esiste

La cartina di tornasole d’uno sguardo autenticamente impegnato con la vita e i suoi urti sta proprio nella capacità dell’artista di non appiattire il mondo a quanto egli vorrebbe che fosse, a non cancellare le obiezioni e le domande suscitate da ciò che è diverso da lui. È qui che per Camus possiamo davvero scoprire se siamo degli autentici rivoluzionari, capaci di sfidare le tendenze tiranniche dentro e fuori di noi: Poiché quel che cerca il conquistatore di destra o di sinistra non è l’unità, che è innanzitutto l’armonia dei contrari, bensì la totalità, che è la soppressione delle differenze. L’artista distingue, là dove il conquistatore livella. L’artista che vive e crea nella carne e nella passione sa che nulla è semplice e che l’altro esiste. Il conquistatore vuole che l’altro non esista, il suo è un mondo di padroni e di schiavi, come quello in cui viviamo. Il mondo dell’artista è quello della contestazione vivente e della comprensione. Non conosco una sola grande opera che sia stata edificata esclusivamente sull’odio, mentre conosciamo bene gli imperi dell’odio. In un’epoca in cui il conquistatore, per la logica stessa del suo atteggiamento, diventa carnefice e gendarme, l’artista è costretto a essere un disertore.

Una delle obiezioni più frequenti è che questa sarebbe una comoda posizione estetica, da radical-chic che si rifugerebbero in una sorta di terzietà tanto raffinata e ricca di sfumature, ma che non costa davvero niente e tiene lontani dalle barricate. Per Camus questo invece fa della vita tutta una barricata, perché l’artista si sforza di non distogliere mai lo sguardo anche dalla sopraffazione in agguato nelle sue convinzioni più intense: Per questa ragione è inutile e ridicolo chiederci giustificazione e impegno. Impegnati lo siamo comunque, seppur involontariamente. E per finire, non è la lotta a fare di noi degli artisti, semmai è l’arte che ci costringe a essere in lotta. Per il suo stesso ruolo, l’artista è il testimone della libertà, ed è una giustificazione che paga talora a caro prezzo. Per il suo stesso ruolo, è calato nelle profondità più inestricabili della storia, dove soffoca la carne stessa dell’uomo. Siamo calati in questo mondo, che lo vogliamo o no, e siamo per natura nemici degli idoli astratti che oggi vi trionfano, siano essi nazionali o di partito.

Il dolore dell’altro

La grande arte è più vasta di tutte le nostre battaglie, pur giuste e necessarie, perché, pur sostenendoci a combattere per esse, a bruciare di furia, indignazione e persino odio talvolta, ci chiede anche di abbracciare l’evidenza che nel mondo non ci sono mostri e demoni, ma solo antagonisti, segretamente tormentati dai nostri sogni spezzati di amore e comprensione: I veri artisti non hanno mai un grande successo in politica, poiché non sono in grado di accettare alla leggera, io lo so bene, la morte dell’avversario! Stanno dalla parte della vita, non della morte. Sono i testimoni della carne, non della legge. Per vocazione sono condannati a comprendere anche ciò che gli è nemico. Questo non significa affatto che non siano in grado di giudicare il bene e il male. Ma, anche nel peggior criminale, la capacità che hanno di vivere la vita altrui permette loro di riconoscere la costante giustificazione degli uomini che è il dolore.

Anche nel peggior criminale. Chiediamocelo. Davvero? È così facile dirlo oggi dell’inquisitore spagnolo, del monarchico bonapartista, del principe borbonico, del raffinato ufficiale nazista, del gangster durante il proibizionismo. Riusciamo a ripetere quella frase quando si tratta del pedofilo, del trumpiano negazionista, del leghista omofobo, del fanatico religioso, del neofascista? Personalmente ci sono dottrine e atteggiamenti al cui solo pensiero vorrei che i loro rappresentanti vengano schiacciati, fatti a pezzi, umiliati. Come tenersi stretta questa rabbia e tradurla in azione, senza smettere che sullo sfondo ci sia anche quella scomoda verità, è una domanda che cerco di pormi tutti i giorni. Dove trovare un modello? Per Camus, ancora una volta, occorreva tornare in Grecia, a quella spiaggia dell’Asia Minore dove il massacratore di un figlio e il padre di chi aveva ucciso il grande amore di quello stesso assassino piangono insieme.

Se le mie conoscenze non mi ingannano, nella civiltà ellenica la misura è sempre stata la presa d’atto della contraddizione e la decisione di restarvi, nella contraddizione, qualunque cosa accada. Un approccio di questo genere non è solo un ammirevole approccio razionale e umanista. Presuppone in realtà un atto di eroismo.

  ***

Against the harmonic mentality

Satan, Camus and the mythologies of right and left

By Edoardo Rialti

 

 

To preserve in violence its character of rupture, of crime – that is, not to admit it if not linked to personal responsibility. Otherwise, it is by order, it is in order – either the law or metaphysics. It is no longer a rupture. It evades contradiction. It paradoxically constitutes a leap into comfort. They have made violence comfortable.

Camus, Notebooks

I. In Heaven

As he is flying to corrupt Adam and Eve in Eden, Milton’s Satan is caught in a moment of fatigue and uncertainty. The full weight of rebellion and condemnation falls upon him again, and he falters torn by longing for the universe of light from which he tore himself in his revolt.

 

…horrour and doubt distract
His troubled thoughts, and from the bottom stir
The Hell within him; for within him Hell
He brings, and round about him, nor from Hell
One step, no more than from himself, can fly
By change of place:  Now conscience wakes despair,
That slumbered; wakes the bitter memory
Of what he was, what is, and what must be
Worse; of worse deeds worse sufferings must ensue.

From this crack he recovers by embracing his fate for the umpteenth time, accepting the barred road behind him and calling evil good. It is even a canonical moment in the trajectory of all heroes, the dark night, the Mount of Olives for Christ or Joan of Arc’s retract , the moment of fragility and solitude in which one doubts the destiny of extraordinary election and then performs the last decisive act. It would be so easy, so restful to fall back into the embrace of a common path, instead of rowing in the opposite direction and spoiling the harmony with one’s own dissonant note. But this is the decisive question. Whether or not Milton belonged to the devil’s party, as Blake or the Romantics wrote, the poetic intuition of grafting this psychological notation onto the trajectory of the outcast par excellence (whose perennial fascination is present in the pars destruens of all revolutions, from Spartacus to Guevara, and can easily become sclerotized in the self-serving description of a cheap Prometheanism), shows an inner dynamic in bold letters: in this perspective God and Satan are two realities existing in each and every one, the glory of a perfectly hierarchical system of values where there is a place for everything and everything is in its place, illuminated by the reassuring light of a vertical, unchallengeable authority, and the painful, even tragic but necessary drive to detach and challenge all this in the name of one’s own particular vision. Even a scientific perspective such as that of evolution, in this sense, gives reason to the biblical account of original sin. Progress from the innocent fusion with everything is both a victory and a wound, and we react to that original trauma in various ways, almost always trying to reconstruct a lost universe, new hypotheses of meaning in which to order life and ourselves. A truth that, as Dante writes at the end of Paradise with a marvelous image of a medieval bookbinder, allows us to grasp the detached sheets of the universe as a single volume.

This is because the harmonic mentality and the dissonant mentality are always within us, and the latter remains painstakingly necessary to escape the perennial enchantment of the former, every time we transform the homes of our partial and conditioned identities into new churches. The word harmony in us almost in itself evokes something positive, but we must remember that all genuine harmonies are always temporary, from those of an orchestra or a concert to a scientific discovery or a political victory.  Protracting or extending them always implies violence on other aspects of life and its contradictory nature. One does not need to believe in God to live religiously, with rituals, glorious connections, sacred books, revealed truths, witchcraft trials and condemnations of heretics.

II. On Earth

It is an obvious fact. The year 2020-21 has been and still is the two-year period of Camus’ The Plague (and of the one narrated and analyzed by Manzoni in pages of a strength and lucidity too little remarked, but this is a different matter). The mixture of natural circumstances and human obtuseness, the prevarication of the authorities and then the forced closures, the frantic search for a horizon of meaning in which to inscribe the event and one’s reactions, the progressive dulling whereby everyone thinks about the same things at the same time, and the cowardice and the exhausted heroism and the desire to try to hold on to love and friendship and then, when the plague is perhaps over, the immediate rush of the masses to forget everything, to remove the disturbance and the questions raised by death. All this we know too well. Yet, in the global community made possible by social media and the polarization in it of increasingly vertiolic debates were the public speeches of Camus from ’37 to ’58 (Conferences and speeches, Bompiani) that as far as I am concerned have been a foothold to which I keep coming back when it comes to issues such as cancel culture, patriarchy, freedom of expression, differences between right and left, which have been revived in these days by the debate around Walter Siti’s new book, Contro l’impegno (Against commitment), a text that I will not deal with directly in this article but which I consider important and necessary for the issue it raises. It is frankly impressive how Camus’ reflections are not less topical than his more famous novel concerning the crisis we are facing, its roots and implications, and like it they sound a note that constitutes a healthy antidote against the respective self-representative mythologies of right and left. They are the passionate testimony of a deeply committed and sided intellectual who has always tried to see things clearly, and not to stop doing so even when this challenges his own convictions, and for this reason he has been accused in his time of disengaged aestheticism or of objectively favoring reaction. All this on the part of those who at the time believed themselves to be the advocate of the last wave of revolutionary progressivism and in the name of this came to justify Stalin’s Russia.

III.  The West is burning and The human stain

Right-wing culture is constantly traversed by a passive-aggressive conspiracy. In the Western world alone, governments of the extreme right or center-right far outnumber those of the left[,] yet conservative politicians, intellectuals and sympathizers – of religious ideology or not – continually declare that they are a minority in the catacombs, which the ideological tyranny of the left would no longer allow to express themselves in any way. In waves and with different, easily overlapping names, a new post-human colonialism would threaten the family, sexual difference, culture, the fetish of tradition. Aggressive feminism, multiculturalism, ecologism, gender, cancel culture, would be different faces of a single prism and a single design of the elites of the new globalist order (perhaps secretly followers of the Devil) for which the West burns. It is the cry launched by Denethor, the Steward of Gondor who would only like “everything to be as it was in the past” before setting himself on fire like “a barbarian king of the past”. A ritual suicide that in some ways embraces the latest choice of so many conservative intellectuals, large and small in stature, from Mishima to Drieu de la Rochelle to Dominique Venner, who shot himself – significantly – in Notre-Dame Cathedral in 2013. The reasons for this persecutory framework are many and well investigated by Wu Ming 1’s The Q of Qomplotto: here I will limit myself to pointing out the obvious, namely that almost no one likes to admit to being the Empire of Star Wars, everyone wants to feel like the Resistance, the Carbonari, the rest of Israel, the faithful of the Apocalypse persecuted by the Beast. This lends dignity and additional weight to their beliefs, makes them a cause with the aura of martyrdom, simultaneously mythologizes themselves and the adversary. Despite dominating de facto much of the chessboard, the right accuses the left of holding a de jure power that allows it to hunt down and gag any alternative vision of society, economy, culture. Disparate episodes are connected to others and distorted, the statues of slavers paired with who can be taught at university or the issue of bathrooms for trans people. However, the simple range of suicides mentioned above should be enough not to dismiss this accusation simply as the last desperate refuge of an ideological vision that invents a titanic opponent to cloak its own defeats and incapacity in glory.

Many right-wing intellectuals have pointed to risks in the technological society that the left has uncritically ridden. But there is more. In fact, if the right-wing mentality tends to defend already existing harmonic systems, the left-wing one, due to the devouring Manichaeism that lurks in human psychology, easily erects new ones and transforms the houses of social and identity battles into as many new churches. It stands to impart lessons from a preceptual podium resting on the assumption not of being right, but of being righteous. Certainly they praise thinkers of an opposite ideological matrix who, however, have almost always been digested by now in the collective admiration: Céline, Mishima precisely, Tate, Bernanos. And when those reacting on freedom of expression are not banal provocateurs like Milos Yiannopoulos or famous misanthropes like Ellis and Houellebecq (of an entirely different magnitude) but civilly committed writers like Salman Rushdie, Tom Stoppard, Margaret Atwood, J. K. Rowling, debasing their warnings and distinctions by making them privileged middle-aged people who have become conservatives in their super-attics is not at all different from the debasement campaigns to which Orwell, Pasternak, Pasolini were subjected in the past. As Azar Nafisi, who really escaped from a theocracy, wrote, writers are the canary in the mines of humanity, the first to point out when there is a lack of oxygen for everyone.

Above all, as Pasolini himself noted, the new consumerist civilization, which does not tolerate the existence of slices of purchasers that it cannot reach with specific proposals, espouses and often contributes to the triumph of civil battles, transforming them into logos, and at the same time bleeds them dry with a cascade of easy and edifying products, which in turn, however, condition the demand itself.

One always demands only what one already subscribes to and appreciates, one reacts with ferocious fury to everything that contradicts it. As Irene Graziosi, recently remembered by Loredana Lipperini, wrote: It is bizarre how the term activism has lost the component of activity inherent in the word itself. Just post a black square or some elaborate infographics on a rainbow background and you immediately become an activist for a cause. Or rather, of various causes, because intersectionality – an academic framework useful for analyzing the intersections of different social and identity dimensions by applying them to large numbers – finds fertile ground on social media for embracing any existing cause with infographics. For the climate, against catcalling, against homotransphobia, against the use of offensive words, against racism, against the fetishization of bodies, for body positivity, against plastic. Thanks to the intersectionality applied to individuals, it is possible to calculate the percentage of disability that each of us carries with us, 60% water, 40% discriminated category, and to be activists for any cause that is dissected down to the last atom in order to produce more posts, feed the algorithm and, incidentally, gain followers. Activism, once collective, has become the prerogative of individuals, emptying of meaning the -ist that describes it. Every struggle is declined on the self, everyone understands it in their own way, and no one is able not to personalize the ideal to which he claims to believe. The testimonial becomes a martyr.

As the right wing mythologizes the left wing, so in turn fascists, neocons and even reformists with different views become irredeemable Orcs, as in Ejzenstejn’s Alexander Nevskij where the medieval Teutonic Knights (i.e. the German invaders of 1939) are all hidden under helmets with a thin cross visor, while the very human face of every Russian can be glimpsed. A contrast that will be taken up by Lucas of Star Wars for his Stormtroopers. And in the social activism where posting a hashtag is already a medal for civic value, a filthy anti-Semitic tweet, a joke in bad taste and a complex pamphlet become in turn the very same thing.

The fact that the two mythologies support and nourish each other is already recounted in the 1990s in Philip Roth’s The Human Stain, where an esteemed teacher is kicked out for using a word with a possible racist meaning about two absentee students (whom he had never seen) only to discover that he was not a white Jew but an African-American who had had an operation to conceal his identity and assume another one. The introjected racism and the racism falsely hunted by the reformist neo-puritanism, the internal and external cancel culture constitute here a single tight tangle on the lights and shadows of human nature. And it is precisely to better fix this spiral that we can turn to Camus’ lectures.

IV. Eyes on the Right

These are interviews, contributions to round tables, inaugurations of houses of culture, greetings in support of the Spanish struggle against Franco, thanks for awards such as the Nobel Prize itself. And in spite of so many changes in the context, it is striking how all the poles of the political debate of these years are contained and enucleated. Starting with the dominance of technology and its ability to completely alter our relationships: The universe of technology is not in itself negative, and I am absolutely opposed to all forms of thought that call for a return to the spinning wheel or the hand plow. But the technical reason placed at the center of the universe, considered the most important engine of a civilization, ends up causing a kind of degeneration, both in the minds and in the conduct of people, which risks leading to the defeat we have talked about. It would be interesting to find out how. We are doing so, in a painfully empirical way.

Just to clear the field from possible misunderstandings, Camus is deeply aware of the bloody and monotonous rituals of totalitarian religion that always finds in right-wing populism its armed arm, yesterday as today, and that we see triumphing in xenophobic, capitalist and machist parties fed by a climate of qualunquist aggressiveness. All this must be fought, and that’s it, in the streets and with the rifle, if necessary. This word, sovereignty, has long put a rod in the wheels of all international history, he writes, and the words he devotes to the right-wing governments of the immediate postwar period are perfectly fitting for devastating administrations like those of Trump, Johnson, Salvini, Orban or Bolsonaro: It is the aristocracy of a gang, the sovereignty of crime, the cruel lordship of mediocrity. As far as I am concerned, I only know two kinds of aristocracy, that of intelligence and that of work… Never in the world have such petty gods reigned. Seeing them on the front pages of newspapers or on cinema screens, it is not surprising that their churches are primarily police. Add to this the hypocrisies of liberal or mildly reformist governments that, like the blatantly reactionary ones, are capable of flaunting as their own the great humanitarian battles and citing Don Milani and Gramsci, emptying them of all effectiveness and effective value: until the day comes when a handful of military and industrialists can say “we” when talking about Molière and Voltaire or print, distorting them, the works of the poet previously shot. That day, which is the one in which we are, should inspire us at least a thought of compassion for poor Hitler. Instead of killing himself for excess of romanticism, it would have been enough for him to imitate his friend Franco and have a little patience. Today he would be Unesco’s delegate for education in Upper Niger, while Mussolini would help raise the cultural level of the Ethiopian children whose fathers he slaughtered not long ago. Then, in a finally reconciled Europe, we would witness the ultimate triumph of culture, at an immense banquet of generals and marshals served by a troop of democratic but resolutely realistic ministers.

When the oppressed categories manifest their sufferings and even protest harshly, here are the columnists disgusted by the crudeness of the right to open a barrage of “if, but, however”: But these slanders, after all, like the verbal cautions that we see deployed even in France by our men of progress, tell us something that we already knew. They tell us that the reactionaries, today, are also on the left. Convincingly internationalist, even at the dawn of the European Community Camus had no illusions about its reduction to a revered puppet in the shadow of which to carry out an oppressive bureaucraticism: Europe has always been great only in the tension it has been able to introduce between its peoples, its values and its doctrines. Europe is nothing but this balance and this tension. Every time it has renounced it, and has wanted to impose through violence the abstract unity of a doctrine, it has become bloodless, it has become this exhausted mother that gives birth only to miserly and malevolent creatures. And perhaps it is right that such creatures end up pouncing on each other to finally find an impossible peace in a desperate death.

In this tired satiety, in which the old relationship with the world of peasant societies (with their violent limits but also their wisdom) has been abandoned in favor of a world of pure technological and productive efficiency without the forces of nature and friendship, the main disease of Western societies is already announced. The left is not exempt from this illness, and among its many symptoms it also includes the ferocity of the trial reserved for anything that contrasts with its own vision of the world, constantly projected as universal truth, a sort of abstract partiality in stark contrast to the authentic capacity for dedication to something or someone:

Having thus reached the height of meaninglessness, we can at least denounce the deception of this century, which pretends to pursue the domain of reason when what it seeks are only the reasons to love that it has lost. And our writers know it well, who all end up invoking that poor, derelict substitute for love which is morality.

V. Art and life devoured by followers

No, idolatry is not culture, for Camus. He already saw that paradoxically bigotry, egoism and racism on the one hand and progressive moralism on the other are two converging ways of mutilating and ignoring reality: Right-wing academicism ignores a misery that left-wing academicism exploits. But, in both cases, misery is reinforced while art is denied. Many of the positions taken with respect to Siti’s pamphlet also reconfirm this, so that civil commitment necessarily seems to have to become a banal simplification and the call to the “immoral” truth of art a mere qualunquist elitism: We will thus have a production of entertainers or purists of form, which in both cases will give rise to an art separated from living reality. And decades before the birth of social media, Camus reveals the quantum leap of a world where power and success no longer even coincide with material wealth but with their translation into visibility and influence: For about a century we have been living in a society that is not even the society of money (money or gold can arouse visceral passions), but that of abstract symbols of money. The mercantile society can be defined as one in which things disappear in favor of signs.

As the Wu Ming Collective wrote, recalled by Loredana Lipperini as well, the question is not whether the network produces liberation or subjugation: it always produces, and from the beginning, both. It is its dialectic, one aspect is always together with the other. Because the network is the form that capitalism takes today, and capitalism is always contradiction in process. Capitalism asserted itself by freeing subjectivities (from feudal bonds, from ancient servitudes) and at the same time imposing new subjugations (to the disciplined time of the factory, to the production of surplus value). In capitalism everything works like this: consumption emancipates and enslaves, it generates liberation that is also new subjection, and the cycle starts again at a higher level”. Facebook, therefore, is based on the users’ surplus labor: “Every day Zuckerberg sells your surplus labor, i.e. he sells your life (sensitive data, patterns of your surfing, etc.) and your relationships, and earns several million dollars a day. Because he owns the means of production, you don’t. Information is a commodity. Knowledge is a commodity. Indeed, in post-Fordism or whatever the hell we want to call it, it is the commodity of commodities. It is productive force and commodity at the same time, just like labor-power. The community that uses Facebook produces information (about tastes, consumption patterns, market trends) that the owner packages in the form of statistics and sells to third parties and/or uses to customize advertising, offers and transactions of various kinds.

The representation and sharing of one’s life, from existential reflections to material details, thus becomes for Camus the first fundamental commodity, with which you preach, teach, are approved. The sharing of one’s breakfast, of fifteen seconds of a piece of music in progress, a civil appeal merge into an inextricable flow: Millions of men will thus have the feeling of knowing this or that great artist of our time because they have learned from the newspapers that he raises canaries or that his marriages do not last more than six months. The height of celebrity today consists in being admired or detested without being read. Any artist who, in our time, claims to be famous must know that it is not he who will be famous, but someone else in his name who will end up getting out of hand and perhaps, one day, killing the true artist in him.

In this cascade everything gains the same (un)weight, from the essay to the rant, and the so easily Manichean nature of our imagination only exacerbates. Anything that counters it must be swept away, and the lurid insults of a homophobe or a racist or the dialectical contortions of some pro-reactionary pen-pusher become identical to the line in a movie, a character in a book, or the questions in an essay. And whether one starts from reactionary or reformist convictions, any testimony more complex than mere prior deployment is in turn trivialized to be rejected or digested without too much trouble.

VI The implacable doctrines and judge-penitents of the Left

With respect to the conniving intellectuals and advocates of fascist violence, Camus would have called the same violent tendency on the left: that of the “penitent judges.” In Michel Onfray’s synthesis, Camus thus foresees with some accuracy the civilization in which we have begun to live in the half-century since his death: an age of self-hatred, guilt, and generalized mea culpa, the time of penitent judges, who, though atheists, moralize using Christian categories. The century of the death of God and the end of the Catholic religion has all too often had to resort to Christian devices to think for itself. And to prevent itself from acting: confessions, admissions, contrition, guilt, repentances, penances, expiations, repentances, reparations and absolutions contaminate and fester in this world of pure immanence… the judge-penitent begins by rejoicing in a loud and public mea culpa; he proclaims on his knees his own faults, extending them to the whole West; then, after confessing his sins as a white man, a Christian, a Westerner, a colonizer and an exploiter, he considers himself sufficiently pure to force the others to confess their sins as well; if confession is delayed, he immediately resorts to violence against the recalcitrants.

And it is here that the challenge arises for the intellectual and the artist who believes in progressive battles but does not want to turn them into a new revealed doctrine. The adoration of one’s own side (and today its branding) of those who believe only in progress – as Camus wrote in a famous reply to Sartre’s paper accusing him of aestheticism and complicity with the right – allows one to cut short and despise, while other approaches, including his own, make it a duty to understand and presuppose a constant effort on oneself. Hence the prestige enjoyed by the former among some intellectuals, friends of the law of minimum effort. Intelligence devoid of character is, in the end, much worse than serene imbecility. Lacking a firm will, it equips itself with an implacable doctrine, and that is how we have seen the birth of that species so typical of our times: the inflexible intellectual ready to justify any terror in the name of realism alone. It is a hypocrisy that the right, yesterday and today, declines by minimizing its own violence (the country’s problems are always others…) while the left denies the mere existence of problems for the resolution of which the right has equally dangerous answers, if not more so.

VII.  God comes back through the window

As Nietzsche, who was a fundamental model for Camus, noted, the real fundamental discriminator is whether we are Platonic or not, that is, whether we believe that being precedes existence. We can be secular and progressive as much as we want, but if at the end of the day we believe that there is a good “in itself” to which our daily life must conform and approach in stages, and not that right and wrong are empirical categories that require their constant and always partial construction and reconstruction, then, at the end of the day, we will always be preceptors and censors who, in the name of a superior and absolute category (which may be social justice, feminism, the rights of oppressed minorities, ecologism) judge personal and collective life with a sociological optimism that constitutes only the umpteenth counterfeit of the old religious messianism. On the contrary, in an atheistic and evolutionary perspective, the categories of good and evil are like the laws of physics: they are not true in absolute, but they become more and more fitting as we approach certain objects or environments, such as gravity. And one of the main faults of leftist intellectuals is precisely this Platonism, which Camus also smelled in Soviet realist art and its Western supporters: showing things not as they are, but as they should be.

In all of this, in the face of the crossfire of reactionary obtuseness and left-wing fanaticism-  taken for granted that fascism is fought with weapons in fist- what is the specific vocation of writing and thinking? Creating today means creating at one’s own risk. Every publication is an act and that act exposes one to the passions of a century that forgives nothing. The problem, therefore, is not knowing how damaging this is to art. The problem, for all those who cannot live without art and what it means, is only knowing how, among the gendarmes of so many ideologies (so many churches, so much solitude!), the strange freedom of creation is still possible.

Platonism always translates into an Ethical and Religious State, confessional or not, that rewrites the past and rapes the present on the Procrustean bed of its own convictions, and this infects life, writing and critical reflection that are colored by a patina of activism: Europe will not heal if we do not deny political philosophies the right to solve everything. For it is not a matter of giving this world a political or moral catechism. The great evil of our age is precisely that politics claims to provide us with a catechism, a complete philosophy and even, at times, an art of loving. But the role of politics is to make things work, not to solve our inner problems. I ignore, for the life of me, whether there is an absolute. But I do know that it is not political. The absolute is not an issue that concerns everyone: it concerns each of us individually. And it is necessary to set up reciprocal relations so that each of us has the inner ease of questioning the absolute for himself. Our life can also belong to others, and it is right to give it when necessary. But our death belongs only to us. And this is my definition of freedom.

The other exists

The litmus test of a gaze authentically engaged with life and its impacts lies precisely in the artist’s ability not to flatten the world to what he would like it to be, not to erase the objections and questions raised by what is different from him. It is here that for Camus we can really discover if we are authentic revolutionaries, capable of challenging the tyrannical tendencies inside and outside of us: For what the conqueror of the right or left seeks is not unity, which is above all the harmony of opposites, but totality, which is the suppression of differences. The artist distinguishes where the conqueror levels. The artist who lives and creates in the flesh and in passion knows that nothing is simple and that the other exists. The conqueror wants the other not to exist, his is a world of masters and slaves, like the one we live in. The world of the artist is one of living contestation and understanding. I do not know of a single great work that has been built exclusively on hate, while we know well the empires of hate. In an age in which the conqueror, by the very logic of his attitude, becomes executioner and gendarme, the artist is forced to be a deserter.

One of the most frequent objections is that this would be a comfortable aesthetic position, by radical-chic, who would take refuge in a kind of thirdness so refined and rich in nuances, but that it really costs nothing and keeps away from the barricades. For Camus this instead makes life all about barricades, because the artist strives never to look away even from the overpowering lurking in his most intense convictions: For this reason it is useless and ridiculous to ask for justification and commitment. We are committed anyway, albeit unintentionally. And finally, it is not the struggle that makes us artists; if anything, it is art that forces us to be in struggle. By his very role, the artist is the witness of freedom, and it is a justification that he sometimes pays dearly for. By his very role, he is lowered into the most inextricable depths of history, where he suffocates the very flesh of man. We are immersed in this world, whether we want to be or not, and we are by nature enemies of the abstract idols that triumph in it today, be they national or party-based.

The pain of the other

Great art is larger than all our battles, however just and necessary, because, while it sustains us to fight for them, to burn with fury, indignation and even hatred at times, it also asks us to embrace the evidence that there are no monsters or demons in the world, only antagonists, secretly tormented by our broken dreams of love and understanding: True artists never have great success in politics, for they are not able to accept lightly, I know well, the death of the opponent! They stand on the side of life, not death. They are the witnesses of the flesh, not of the law. By vocation they are condemned to understand even that which is their enemy. This in no way means that they are unable to judge good and evil. But, even in the worst criminal, the ability they have to live the lives of others allows them to recognize the constant justification of men that is pain.

Even in the worst criminal. Let’s ask ourselves. Really? It’s so easy to say that today of the Spanish inquisitor, the Bonapartist monarchist, the Bourbon prince, the refined Nazi officer, the gangster during Prohibition. Can we repeat that phrase when it comes to the pedophile, the Trumpian denier, the homophobic leghist, the religious fanatic, the neo-fascist? Personally, there are doctrines and attitudes at the mere thought of which I would like their representatives to be crushed, torn to pieces, humiliated. How to hold on to this anger and translate it into action, without ceasing that in the background there is also that uncomfortable truth, is a question I try to ask myself every day. Where to find a model? For Camus, once again, it was necessary to go back to Greece, to that beach in Asia Minor where the murderer of a son and the father of the one who had killed the great love of that same murderer weep together.

 

If my knowledge does not deceive me, in the Hellenic civilization the measure has always been the acknowledgement of the contradiction and the decision to remain there, in the contradiction, whatever happens. Such an approach is not only an admirable rational and humanist approach. It actually presupposes an act of heroism.

 

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La notte si avvicina: le creature peggiori don’t go bump in the night https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-si-avvicina-le-creature-peggiori-dont-go-bump-in-the-night/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-si-avvicina-le-creature-peggiori-dont-go-bump-in-the-night/#respond Mon, 14 Dec 2020 13:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47357 di Domitilla Pirro

Tornano in mente a ondate. C’è Ellie che suona male la chitarra, la voce spezzata almeno quanto le dita. C’è Joel, l’eroe dell’archetipo, pater di tutti i pater, destinato a lasciare nei cuori un solco secondo solo a quello scavato dal Bobby di Supernatural (o dalla mamma di Bambi, diciamocelo). Poi c’è Abby, che va appresso a una quest che è sua solo in parte mentre segue in cima al mondo — letteralmente: in cima al mondo — il povero Lev, deadnamed and all. Oppure: oppure c’è Becky, cuore grande e Diels syndrome grandissima; c’è Ian, leone codardo e innamorato; c’è Wilson il capo-complotto, re fanboy, pirata-suo-malgrado; c’è Sam, la cheerleader sacrificabile che non salva il mondo (semicit.). E c’è Jessica Hyde, naturalmente: lei, i conigli, le siringhe, le torture. Certe illustrazioni da incubo.

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di Domitilla Pirro

Tornano in mente a ondate. C’è Ellie che suona male la chitarra, la voce spezzata almeno quanto le dita. C’è Joel, l’eroe dell’archetipo, pater di tutti i pater, destinato a lasciare nei cuori un solco secondo solo a quello scavato dal Bobby di Supernatural (o dalla mamma di Bambi, diciamocelo). Poi c’è Abby, che va appresso a una quest che è sua solo in parte mentre segue in cima al mondo — letteralmente: in cima al mondo — il povero Lev, deadnamed and all. Oppure: oppure c’è Becky, cuore grande e Diels syndrome grandissima; c’è Ian, leone codardo e innamorato; c’è Wilson il capo-complotto, re fanboy, pirata-suo-malgrado; c’è Sam, la cheerleader sacrificabile che non salva il mondo (semicit.). E c’è Jessica Hyde, naturalmente: lei, i conigli, le siringhe, le torture. Certe illustrazioni da incubo.

No, non avete sbagliato articolo: è che è impossibile, per chi scrive, non vagare fuori e dentro i frame più intensi di The Last of Us part II — il videogioco che ha ucciso, divorato e vomitato il videogioco; ne ha ampiamente ragionato Montanaro proprio qui — oppure veder scorrere davanti agli occhi l’eritema-a-T da Stearns Flu, uno dei ganci di Utopia (UK 2013, US 2020), durante la lettura de La notte si avvicina di Loredana Lipperini. Dove Saretta custode, Maria forestiera, Chiara «fuori margine» — che vede l’invisibile come i sognatori e i migliori contaballe narratori — si muovono non come archetipi ma come sacchi di carne dotati di respiro; non personaggi, ma persone a tutti gli effetti, vive e vegete e feroci; e questo sotto lo stesso cielo in cui risuonerà lo schiocco di frusta della peste.

È capitato qualcosa di simile a parecchie persone, negli ultimi otto mesi: a tutte quelle che hanno vissuto il lusso di un lockdown da privilegiati, smart working compreso, perlomeno. È il rifugio nelle storie inventate come nido d’elezione rispetto alla Storia vera. Qualcuno s’è tumulato in Animal Crossing e ha consentito a Tom Nook di indebitarlo fino al collo; altri hanno approfittato per recuperare tutte le stagioni di The Office a distanza di anni, o dedicare al binge monografico d’un certo filone o regista le lunghe giornate identiche post Coronacoso. Poi — scollinate le fasi 123 e un’estate scordarella, e approdati finalmente ai colori: zone giallorossearancio, in tricromia scamuffa — è arrivata Halloween. E con lei, qui, Vallescura, il paese-cimitero che Lipperini incrosta tra i monti marchigiani, vittima di se stesso.

«La corruzione del respiro è una conseguenza della corruzione dell’anima? E se è così, quanta tristezza, quanta rabbia, quanto stordimento devono aver schiacciato il paese prima che l’aria stessa diventasse malefica?

Le funzioni cerebrali di una formica che cade vittima delle spore di Cordyceps, il nazifungozombie parassita eternato da un certo documentario della BBC, sono irrimediabilmente compromesse. La formica cammina all’indietro, s’incastra lungo i rami, incespica. Le compagne s’accorgono in fretta. Per contenere il contagio, le colleghe operaie mappano le infette, le acchiappano e le scaraventano altrove, zona discarica. Suona familiare? Il Cordyceps mutato che infesta il mondo di TLOU flagella gli stessi scenari narrativi del ceppo che passa dai ratti ai bimbi peruviani di Utopia e al batterio Yersinia pestis molto-più-che-manzoniano: gli scenari distopici di respiratori automatici, defribillatori e terapie intensive per fuggire i quali grideremmo volentieri al complotto. Gli scenari del genere, che esorcizziamo insieme alla paura di morire soli: «Nelle epidemie la realtà viene sbriciolata e si disperde in pulviscoli», scrive Lipperini, che lavora al romanzo a partire dall’estate lampedusana 2016, quando qualsiasi Sarbecovirus da SARS-CoV-2 è decisamente di là da immaginare ma la disumanità si rivela in piazza, al bar. Preconizza, come certe fattucchiere. E per raccontare l’ennesima eppure inedita storia di morbo sceglie una pressoché onnisciente prima persona singolare, non identificata fino a un passo dal fotofinish — no spoiler: ma è… più di là che di qua, per così dire. La voce narrante confessa:

Mi piacevano le catastrofi. Guardavo tutti i film sugli incidenti aerei, sugli incendi che divorano i grattacieli, sugli asteroidi che cadono sulla terra. Era, credo, la soddisfazione di sapere che non sarei morta da sola, ma che la morte è un destino comune, e che a volte quel destino coglie parecchie vite alla volta, come quando si va per funghi e la giornata è buona e si riempie il cestino»

Funghi e stramorti, dunque, anche qui. Ma, più di tutto, destini e colpe: da intravvedere e condividere o infliggere, nell’inesausta ricerca di segni più che di presagi. Di capri espiatori più che di sacrifici. Vallescura è paese ed è il Paese, nostro perché di tutti, muto e ostile — al cambiamento e all’altro da sé. Come le società targetizzate, cannibalizzate e purificate (?) dal morbo narrato altrove, anche qui la cornice d’ambientazione è obiettivo e pretesto: per parlare di nuclei sociali ristretti e asfittici, in questo caso narrativo come nei migliori, e di famiglia decostruita e ricostruita, e delle due facce di talismano mortifero: genitorialità, figlitudine. La Storia maiuscola che fa gorghi e mulinelli in una storia altra, che minuscola non è.

Non eravamo mostri. Non esistono i mostri. Ma forse era il paese a essere, a suo modo, mostruoso. Così come le epidemie non vengono a caso, non necessariamente almeno, forse ci sono luoghi che attirano il male: o per meglio dire ci aiutano a riconoscere il male che è dentro di noi.

Se a TLOU part II s’è rimproverato qualcosa –– se di rimprovero possiamo parlare — è stato l’aver utilizzato strumentalmente il genere come piede di porco per svellere dall’interno alcuni cardini della contemporaneità (e del genere stesso, per inciso) fino a turbare gli hardcore gamer meno progressisti a suon di inclusione di genere e giustizia sociale; aver nascosto una moraletta avvelenata, dicono alcuni, dentro a uno sparatutto di zombie, perché odiare costa e non porta merito né frutto, è l’estremo tasto di autodistruzione collettiva, è il motivo per cui #moriremotutti e la caccia al colpevole conduce non molto più in là dello specchio. Utopia 2020 paga invece due colpe, per restare in tema: l’essere il remake di un piccolo grande cult britannico, e il rilascio tempestivo in un’annata tristemente tematica, per usare un eufemismo. Quando l’opportunità si fa disclaimer, insomma.

A La notte si avvicina trovo genuinamente complicato rimproverare alcunché: Lipperini ci guida divertita, un dito puntato a King uno a Jackson, tra le medesime spire, sì — una biominaccia mortifera vecchissima e nota, una disaffezione che è quella citata in apertura, un infiacchimento dello spirito destinato a roderlo da dentro, la presunzione della scienza. Ma si concentra, anche, sulla «letale euforia del giocatore» che non distingue tra il gioco di ruolo e il gioco a fare Dio. Che, nelle storie poderose — quelle che parlano del Mostro Unico: più che della paura dell’altro, la paura di sé —, sono la stessa cosa.

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Di generi, di genere e di altre magie (nere): un dialogo con Loredana Lipperini https://minimaetmoralia.it/letteratura/generi-genere-magie-nere-un-dialogo-loredana-lipperini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/generi-genere-magie-nere-un-dialogo-loredana-lipperini/#comments Wed, 10 Apr 2019 05:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40002 L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni.

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L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni. Simona Vinci lo ha detto molto meglio di me in Mai più sola nel bosco, ma camminare con la mente sul bordo di laghi che in realtà sono bambini trasformati e sentire il fruscio di alberi dove abita lo spirito di un fanciullo decapitato apre a una parte oscura che nell’infanzia non viene vista, e invece corre sempre sottotraccia. Se vuoi, quell’innamoramento, misto a terrore, è cominciato persino prima di imparare a leggere. Immaginati un pomeriggio d’inverno, e una bambina con i piedi piccoli e la testa piena delle favole della nonna dove un cane di nome Rosmarino muore bollito in pentola perché il suo sciocco proprietario ha obbedito all’invito della mamma, mettere appunto rosmarino nell’arrosto. Quella bambina riceve un invito molto ambito, specie dalla nonna: entrare nella casa di una vicina, detta la Signora, che fa il presepe più bello di tutto il palazzo, anzi, dicono, di tutta Roma. La bambina va, col suo vestito bello. La Signora è vestita di nero, ha due giri di perle sulla scollatura e capelli nerissimi cotonati e rossetto color sangue: le precede senza sorridere fino a una stanza che in origine era uno sgabuzzino, con una sporgenza che corre sui tre lati. Lo sgabuzzino della bambina serviva per riporre le valigie e l’aspirapolvere. Qui i tre lati sono occupati dal Presepe e prima di arrivare al suo centro, la Capanna col bambino, ci sono scene bibliche. A sinistra la cavalcata dei re Magi, a destra la strage degli Innocenti. È la prima cosa che vede la bambina.

Pensa. Duccio di Boninsegna dipinge la strage degli innocenti probabilmente a fine 1200. La dipinge con soldati senza espressione che infilano spade nel costato o nella gola di neonati grassocci e già lividi, che si ammonticchiano ai piedi dei soldati stessi o vengono cullati dalle madri mentre un filo di sangue rosso cola dai loro corpi. Nel Codex Egberti vengono trafitti o decapitati. Nell’affresco del Ghirlandaio sono fatti a pezzi.

Teste e soprattutto colli, colli fioriti di rosso, braccia strappate e di rosso sempre orlate. Gambe. Pezzi di corpi. Il lato destro del Presepe della Signora è così: un ammasso di sangue, organi, nasi, occhi sbarrati. La bambina non ha mai visto niente del genere. I santi innocenti, bisbiglia la signora. Che la spinge verso l’orrore, finché la bambina non chiede di tornare a casa.

Se devo trovare un inizio, è certamente questo.

Non molto dopo sarebbero venuti i Grimm, e Andersen, poi la saga di Pamela Travers su Mary Poppins, e alle medie Edgar Allan Poe, e poi ancora la giusta successione di Lovecraft, Machen, Matheson, e infine Stephen King. Man mano, capivo che quella fascinazione mista a repulsione era qualcosa che faceva parte di me ed era la matrice di tutte le storie che si sono raccontate. Perché di cosa parlano, infine, le storie? Della nostra condizione di mortali. E quella mortalità è qualcosa che proprio nell’infanzia si intuisce in profondità. C’è un passaggio di It che lo spiega bene, ed è un risveglio di Bill adulto, dopo un sogno in cui era tornato indietro, nel se stesso che non era più:

“Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.

D: Ecco: l’infanzia, tema che è particolarmente caro a entrambe e ci avvicina moltissimo — solo qualche giorno fa premiavi i vincitori dello Strega Ragazzi nella splendida cornice della Children Book Fair di Bologna. Io passo l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo immersa nei laboratori di avvicinamento alla narrazione per under 18 e troverei auspicabile piantarla di dare indicazioni censorie o limitanti a chi sogna di cominciare a raccontare storie: è tuttora inusuale pubblicare antologie, dicono alcuni. Non solo: ancor più inusuale è pubblicare antologie di genere fantastico. Se questo è quel che dicono, sarebbe bello che smettessero, credo; specificamente nel contesto del passaggio di testimone ad aspiranti Giovani Penne — tant’è che la tua Magia nera sbarca proprio oggi felicemente tra noi. Cos’è che secondo te vale la pena dire ai ragazzi, invece, a proposito di temi e forme d’elezione nella scrittura?

L: Che non esistono generi, appunto. Mi colpisce, nella narrativa per ragazzi più recente, la progressiva somiglianza con le tematiche della narrativa adulta. Romanzi storici. Romanzi con al centro la famiglia, che raccontano crisi esistenziali, e così via. Romanzi molto spesso realisti. È ovvio che non ho nulla contro il realismo, e che la narrativa per under 18 è di ottimo livello comunque: però è strano che il canone dominante predomini anche in un territorio che da sempre ha lasciato spazio al fantastico, addirittura finendo per farlo coincidere con le storie per giovanissimi (grave errore). Ora, come diceva Ursula LeGuin, dominante non significa sempre e comunque qualitativamente superiore: anzi. Quindi, ai ragazzi direi di non farsi ingannare da schemi e caselle, di essere liberi come lettori, così come liberi dovrebbero essere gli scrittori, auspicabilmente.

D: Liberi di leggere o scrivere (anche) ciò che più terrorizza, ed è vicino. Ché nulla è più spaventoso che guardare alla quotidianità cogliendone l’intimo, potenziale orrore nascosto appena sotto la superficie. Tu, per esempio, in questa raccolta pratichi solo occasionalmente incursioni nell’esotico, tra spie e illusionisti un po’ veri un po’ verosimili: i personaggi che affollano (e praticano!) Magia nera in quantità si chiamano Cecilia, Michele, Alice, Sara e si muovono entro ambientazioni ordinarie in garbato scivolamento verso lo straordinario. Sono corrieri, casalinghe, badanti, medici, e lo sono letteralmente dietro casa nostra — per questo atterriscono. Da anni conduci seminari sul fantastico: perché secondo te gli aspiranti esordienti hanno difficoltà ad ambientare storie fantastiche nei luoghi di casa propria? Cosa suggeriresti a chi non riuscisse proprio a non rendere l’eroe della sua prima distopia un Jake del Wisconsin anziché, che so, un Marco di Venaria, un Simone di Torre Maura?

L: Questo per me è un punto chiave. Ho sempre pensato che il fantastico, o quanto meno il fantastico che mi piace, debba essere straordinariamente verosimile. Se ho amato e amo i mondi creati da Tolkien (e anche da Martin, ammettiamolo), quello che prediligo è il fantastico che ti cammina accanto, come il compagno invisibile di Eliot. Quello che smargina, come nei racconti di Dino Buzzati. Quello che ti sorprende perché ti somiglia, e addirittura finisce col farti credere che quello che stai leggendo è accaduto davvero, come accadde nel 1948 quando La lotteria di Shirley Jackson venne pubblicato sul New Yorker. Il fantastico (e soprattutto il gotico e l’horror, che sono le strade che costeggio in Magia nera) raccontano di te, di quello che conosci e che fai tutti i giorni. Le mie storie nascono così: i cristalli di Soltanto due euro sono sulla mia scrivania, e davvero li ho comprati in un mercatino, e il pizzaiolo fracassone è quello che mi distrugge realmente le notti. Ma al di là dei dettagli, che sono semplicemente punti d’ingresso nelle storie, le emozioni, i grovigli sentimentali, le paure sono quelle nostre, quelle che conosciamo. Proiettarle in un altro universo come avviene nel buon fantasy richiede, almeno per me, un talento sovrumano, ed è curioso che spesso sia il primo tentativo che gli scrittori di fantastico fanno, e molto spesso si concentrano sulla creazione di quei mondi tralasciando quello che nel fantastico, come in ogni narrazione, è fondamentale: le emozioni. È molto più immediato lavorare su di noi, su quello che siamo e su quello che temiamo. E cosa fa più paura agli esseri umani? Il caos. Quello che non prevediamo e incaselliamo, l’imprevisto. Abbiamo paura, dice ancora Stephen King, del cambiamento. E questo è quel che gli interessa, infatti: osservare cosa accade quando una vita ordinata (o ordinaria, o tutte e due) inciampa nel cambiamento.

King cita, in proposito, un episodio del racconto “The Mist”. Ed è quando una delle persone che rimangono intrappolate nel supermercato a causa della nebbia assassina venuta dal lago impazzisce di terrore. Ma non rotea gli occhi, non vede apparizioni divine, non spara sui compagni di sventura. Semplicemente, dice al direttore del supermercato di ridarle indietro la sua confezione di funghi. Ridammi i funghi, urla. Siamo terrorizzati, dice King, dall’idea che qualcuno o qualcosa ci tolga la nostra confezione di funghi mentre siamo in coda alla cassa come sempre e come è giusto che sia.

“The Mist” è stato uno dei primi racconti di King che ho letto, e che ho amato molto. Ed è vero che secondo me sintetizza non solo la sua poetica, ma il manifesto della narrativa fantastica e horror in particolare. Quella, almeno, che sento vicina: mostrare questo mondo, quello che ben conosciamo e che è fatto di confezioni di funghi e di stick di rossetto che si sciolgono nelle borse, e raccontare l’altrove che vi si cela.

È questo che direi, dunque: guardate nelle vostre tasche, nelle vostre borse, nelle vostre vite. Partite da qui.

D: Partite da qui. Mi viene in mente il periodo in cui hai vissuto (almeno) due qui diversi. «I racconti “Tu stessa, per inseguirlo”, “Soltanto due euro”, “Stride la vampa”, “Baby blues” sono stati ideati e pubblicati per la rivista Confidenze. “Lyophyllum gambosum” è stato inserito nella raccolta Facce di bronzo (Mondadori, 2008) e “Lady Lazar” in Nessuna più (Elliot, 2013)» recita una notula in apertura di Magia nera. Le storie di Lara, le tue: era già capitato che coabitassero pressate sotto la stessa copertina? E cos’hai provato stavolta, oggi, nel vederle assieme?

L: Ci sono, nella raccolta, sei racconti che sono apparsi su una rivista o in un’antologia, e sei inediti. Fra i dodici, diversi sono recenti o addirittura recentissimi (quello su Bess Houdini, per esempio) e alcuni sono apparsi con il nome del mio eteronimo, Lara Manni. Quando penso a Lara continuo a provare un po’ di malinconia: grazie a un’identità non mia ho trovato il coraggio di sperimentare la parte narrativa della scrittura, verso la quale mi sentivo sempre inadeguata, e probabilmente questo senso di inadeguatezza, questo “zitta tu che non sei una vera letterata”, continuerò a ripetermelo sempre. Invidio gli scrittori e le scrittrici che esibiscono in pubblico, nelle interviste e sui social, la certezza di essere grandissimi, e semmai incompresi proprio perché superiori. Io mi considero un’artigiana, e mi piace: Magia nera mi ha fatto sentire meravigliosamente libera di scrivere quello che volevo, e questo è già molto. Moltissimo, anzi.

D: A proposito di (splendido!) artigianato della parola. Zio Steve-O, che è impossibile non citare quando si ha il privilegio di confrontarsi con te, nell’introduzione alla raccolta Tutto è fatidico rivela: «Quello che ho fatto è prendere tutte le picche da un mazzo di carte più il jolly. Dall’asso al re valgono da 1 a 13, il jolly è il 14. Ho mischiato le carte e le ho distribuite. L’ordine con cui sono uscite dal mazzo è diventato l’ordine delle storie. Ne è uscito un bilanciamento perfetto tra storie letterali e orrore puro. Ho anche aggiunto una nota descrittiva prima o dopo ogni storia, a seconda di quello che credevo essere la miglior posizione. La prossima raccolta verrà ordinata con i tarocchi». In Magia nera invece il lettore trova Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni: quattro sezioni da tre racconti l’una, quattro macrotemi forti, la numerologia a favore. Cosa ti ha guidato nel progettare la struttura dell’antologia e l’ordine dei racconti?

L: L’ho fatto a posteriori. Scrivendo o editando i racconti vecchi e nuovi, mi sono resa conto che inconsapevolmente avevo affrontato esattamente questi temi. Che poi sono quelli che attraversano anche la mia parte saggistica, a pensarci bene. Immagino che non si possa non parlare di famiglia e di maternità nei romanzi, ma dipende da come affronti la strada: il baby blues di Lilli è quello comune a milioni di donne, e semmai quello che non è comune è quello che si inserisce nella sua depressione. I tradimenti subiti da Elena potrebbero dar vita a un romanzo borghese, e invece accade altro. La malattia di Chiara poteva essere raccontata come il diario della sua sofferenza, e diventa qualcosa che fa parte di un mondo impensabile. La nostra esistenza, in fondo, attraversa quasi sempre questi quattro punti: nulla di anormale. Tranne il momento in cui in quella normalità cola qualcos’altro, come acqua dal fondo di un sacchetto di carta.

D: Eccole, sì: Lilli, Elena, Chiara… Da consapevole penna pluri-consacrata, da intellettuale attiva e attivista nel racconto del genere — sì — ma anche dei generi, e delle loro eventuali differenze, cosa significa per te nel 2019 scegliere di pubblicare una collezione di dodici personaggi femminili (o più, se contiamo comprimari o contraltari come la… ritornante, eterea Giulia o la diabolica non-tanto-vecchia Viola)? Piccola provocazione: cosa risponderesti a chi ti chiedesse se, da narratore, non trovi castrante fotografare qui come protagonista solo una metà del cielo?

L: Ci ho pensato, veramente. C’è, in Rosa Virgo, un protagonista maschile, ma la sua vita trascorre nell’inseguimento di un fantasma femminile, quindi probabilmente non conta. È che non sono così frequenti le donne protagoniste: se si escludono, nel genere, le Shirley Jackson, le Margaret Atwood, le Angela Carter, la mai abbastanza rimpianta Chiara Palazzolo e soprattutto le strepitose nuove leve, quelle raccontate nell’antologia Le visionarie, curata per l’Italia da Claudia Durastanti e Veronica Raimo. Oggi i racconti delle donne e sulle donne conoscono una nuova fioritura: diciamo che è un piccolo contributo per riequilibrare un dislivello. Se ci pensi, però, nella parte fantastica dell’Arrivo di Saturno ho scritto dal punto di vista di un uomo, il “mio” Han Van Meegeren. Dipende dalle storie: nel romanzo a cui sto lavorando le protagoniste sono tutte donne, perché è la vicenda stessa che lo chiede.

D: Ecco: piegarsi a ciò che chiede la storia, e al suo costo. In un’intervista pubblicata a ridosso dell’uscita di L’arrivo di Saturno hai limpidamente riflettuto: «Anche in tempi di autofiction, tempi in cui il lettore chiede la verità allo scrittore (e lo scrittore è convinto di dirla, quella verità, perché mettendosi in gioco ogni finzione sembra più convincente), nessun romanzo può essere sincero. […] La letteratura mente, così come si mente nel mondo reale: ma può almeno tentare di trasformare quella bugia, condividendola». Ti domando ancora, ringraziandoti infinitamente, e chiudo: secondo te che ruolo può ritagliarsi oggi questa concezione della letteratura, in un mondo in cui le fake news, moltiplicatesi nell’arco degli ultimi due anni, rischiano di plasmare parte dell’informazione globale?   

L: Credo che la letteratura debba rivendicare il suo ruolo di ingannatrice. È attraverso l’illusione che è possibile raccontare il mondo reale, semmai. Ma se la letteratura si inclina verso la narrazione di sé per avvicinarsi ai social, e dunque rendere partecipe chi legge di quella gigantesca autobiografia pubblica che i social rendono possibile, corre lo stesso rischio dei giornali. Non si inseguono, almeno per me, mezzi che non si possono sconfiggere su questo terreno. Bisogna trovarne uno nuovo, e chiedere al lettore non il semplice rispecchiamento (ti racconto la mia vita, soffri con me, ridi con me), ma la ricerca delle leve delle proprie emozioni attraverso una storia che non gli somigli. In apparenza.

D: E cosa sarà adatto a somigliarci-ma-non-troppo più di uno specchio deformante da casa stregata? Entriamo nel luna-park a passo svelto, allora: pronti a godercela strillando forte.

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Brave con la lingua — Qual è il contrario di sausage fest? https://minimaetmoralia.it/societa/violenza-donne/ https://minimaetmoralia.it/societa/violenza-donne/#comments Fri, 24 Nov 2017 14:29:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35597 È l’otto novembre. Ci sono quattro autrici: due che nascono come scrittrici, una come sceneggiatrice e una come influencer. No. Scratch that. Si nasce qualcosa? Perché specificare? È l’io, qui, che vive un conflitto: falsa partenza, questa. Un problema di etichette. Riprovo.

Ci sono un sacco di persone nella sala più grande del Circolo dei Lettori torinese, c’è una dignitosa percentuale maschile tra il pubblico e ci sono alcune donne, sul palco quadrato, che affrontano il microfono una a una con piglio diverso e stesso fine. Sono pronte a leggere testimonianze private o condividerle a braccio con l’occhio un po’ lucido. Lo sono tutte. Con loro c’è il ronzio musicale dei contributi che portano: alcuni sembrano più efficaci, altri suonano impromptu, tutti risultano intensi e meritori perché — con la voce che tiene, con quella che trema — stanno pur sempre raccontando di sé. E, nonostante l’anno che corre, lo stanno facendo off screen. That’s a big plus, in my book.

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no violenza donne

È l’otto novembre. Ci sono quattro autrici: due che nascono come scrittrici, una come sceneggiatrice e una come influencer. No. Scratch that. Si nasce qualcosa? Perché specificare? È l’io, qui, che vive un conflitto: falsa partenza, questa. Un problema di etichette. Riprovo.

Ci sono un sacco di persone nella sala più grande del Circolo dei Lettori torinese, c’è una dignitosa percentuale maschile tra il pubblico e ci sono alcune donne, sul palco quadrato, che affrontano il microfono una a una con piglio diverso e stesso fine. Sono pronte a leggere testimonianze private o condividerle a braccio con l’occhio un po’ lucido. Lo sono tutte. Con loro c’è il ronzio musicale dei contributi che portano: alcuni sembrano più efficaci, altri suonano impromptu, tutti risultano intensi e meritori perché — con la voce che tiene, con quella che trema — stanno pur sempre raccontando di sé. E, nonostante l’anno che corre, lo stanno facendo off screen. That’s a big plus, in my book.

Certo: fosse presente in sala, per dire, un’attivista extra-europea, una di quelle che non vedono famiglia e amici da anni a causa delle battaglie civili che l’hanno spinta all’estradizione, l’iniziativa intera potrebbe esser tacciata di levità. Potrebbe accadere. Alle partecipanti, quelle col microfono e quelle (quelli?) senza, si potrebbe rimproverare di non conoscere il regime vero, la prigione per reati d’opinione, la rape culture di Stato, la censura. L’Iran, che so. Ma a serate come questa, nel clima sociopolitico da privilegio bianco di cui tutti parlano e nessuno sa, nel Paese in cui a Trevisan e Argento si risponde collettivamente “Ma che t’aspettavi, zoccola?” e persino Loredana Lipperini (blessed be) aspetta settimane prima di inserirsi nel dibattito sul maccartismo sessuale, non ce la sentiamo di rifiutare una benedizione. Questo perché non siamo nessuno per farlo. E io, in particolar modo: io. Non. Sono. Nessuno.

Per questo, quando sono stata invitata a sedermi tra il pubblico di Stai Zitta — questo il titolo dell’evento —, non ho esitato. È qui che alcune voci hanno deciso di raccogliersi per rendicontare le frasi ossessive che ne condizionano la routine quotidiana: qui, intorno alla curatrice dell’antologia Brave con la lingua e a quelle del podcast Senza Rossetto, intorno cioè alle tre Giulie: Muscatelli, Cuter, Perona. Una collaborazione identitaria, è il caso di dirlo. Sul palco, come anticipavo in apertura, Giusi Marchetta ha illustrato la sua personale frase-ossessione, Scrivi come un uomo; Sara Benedetti ha denunciato il Come sei magra, sei dimagrita ancora?; Petunia Ollister ha parlato Da donna a donna; Elena Varvello si è chiesta e ci ha chiesto Che fai, piangi?.

A condire il tutto, due cover memorabili: con Valerio Casanova, Valeria Lacarra ha straordinariamente interpretato Ragazze acidelle e Bocciofili (L’ortolano). Una garanzia, questa, del taglio: sdrammatizziamo. Per questo ho chiesto a Giulia Muscatelli di incontrarci e parlarne: per questo, insomma, ho tirato un sospiro di sollievo. Se si tratta da problemi da primo mondo, se un certo sentire resta spia di un’intera esistenza protetta — sheltered — al riparo da vessazioni reali (reali in base a che? Reali secondo chi? Da vicino nessuno è… legittimato, so to speak: e Sarah Silverman non abita qui), che almeno l’approccio resti onesto: sopra le righe, ironico, mai stizzito. Da cool girl, per dirla con Gillian Flynn.

Che poi Muscatelli abbia chiesto a me — come a ben altre: come a Elena Varvello, Francesca Manfredi, Simonetta Sciandivasci, Vittoria Baruffaldi, Simonetta Spissu, Silvia Pelizzari, Giulia Perona, Irene Roncoroni, Noemi Cuffia, Chiara Pietta, Silvia Greco, Flavia Fratello, Romina Falconi — un racconto da inserire nell’antologia in questione, that’s a hell of a bonus. Il conflitto d’interessi è ora manifesto: il mio senso d’inadeguatezza e la sindrome da impostore, pure.

L’antologia uscirà in primavera per Autori Riuniti. L’idea è che, nel tragitto, possano frazionare il percorso alcune tappe-pretesto: pretesto per parlarne, per parlare. Per non star zitte (zitti?) più. Il 25 novembre, per esempio, è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: non una trovata recente, ma una ricorrenza istituita alla fine degli anni ’90 dalle Nazioni Unite. Sì, c’è una commemorazione tragica alle origini della scelta della data: l’assassinio delle sorelle Mirabàl, dissidenti sotto il regime dominicano di Trujillo, nel ’60. No, non è un concetto mainstream: siamo saltati sul carro da meno di dieci anni e no, con l’8 marzo non ha nulla a che vedere. Bene: tra le tante iniziative indette per l’occasione, l’Experience Room che Muscatelli allestirà al Circolo in quella data si propone di accogliere i fruitori in un tossico buco primordiale: una stanza buia e una voce sola, quella di Elena Varvello, che snoccioli la solfa di tutte le espressioni che giornalmente ci tiriamo addosso. Solfa sì: lagna no. Lagna basta. L’identificazione di donna con vittima, ora trending topic — con buona pace di Spacey, quota blu — può andar stretta. Lo è già.

L’antologia, dicevo, uscirà in primavera. I racconti sono in consegna entro Natale, grossomodo. E questo amplifica il senso d’inadeguatezza di cui sopra: perché non scrivo abbastanza bene (not good enough!), non ne so a sufficienza, non rappresento alcunché. Faccio cose, vedo gente come tutte (tutti?). Ma al mio Buco Nel Cervello darò meno corda possibile, prendendomi sul serio neanche un po’. Lo giuro sui meloni dell’ortolano. E su Joan Didion, naturalmente. One can dream.

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Antigone e gli scrittori dégagé https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/#comments Wed, 04 May 2016 12:32:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30826 Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull'Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l'autrice (nell'immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Ho compreso che dicesse che, in un’epoca in cui i governanti mostrano irresponsabilità, l’intellettuale e lo scrittore debbano ingaggiarsi. È povera la stagione della nazione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade nel mondo. Mi è parso un articolo preciso per ciò che affermava, ma fuorviante per ciò che ometteva. Procedendo per induzione, da lì venivano fuori dei macrotipi: c’è lo scrittore di primo tipo, quello che ha assunto una voce forte grazie al proprio talento e la utilizza per supportare questioni del mondo esterno, senza includerle nella propria produzione: scrive un appello per, scende in piazza con, va in tv contro (Erri De Luca si diceva, allora io dico Tiziano Scarpa assieme a una dozzina di scrittori del Nordest in Piazza dei Signori a Treviso contro le ordinanze razziste dei sindaci veneti).

C’è lo scrittore di secondo tipo: quello che, a volte, poiché una cosa del presente lo indigna particolarmente, lo muove o ne sa di più, ne scrive a parte: fa un reportage su un giornale, scrive un volume in una collana dedicata (Lagioia sul delitto Varani si diceva, allora io dico Zingari di merda di Antonio Moresco – Effigie). Poi c’è lo scrittore di terzo tipo: quello che lascia precipitare il presente nella propria opera (Zerocalcare si diceva, allora io dico Giuseppe Genna).

Infine uno scrittore di quarto tipo: quello che scrive così bene che, abbia o meno legami immediati con il presente: un giorno qualunque un lettore qualunque prenderà la sua parola e ne trarrà motivo di lotta per sé e per gli altri (tra i citati da Di Paolo ci si poteva riconoscere Pasolini, i miei esempi sono all’inizio di questo articolo). Però l’esperienza umana è una soltanto, non siamo compartimenti stagni ma persone, e perfino io non sono così sciroccata da pensare che gli intellettuali possano essere categorizzati come periodi ipotetici: e quindi  le idee circolano, i flussi di pensiero e i campi semantici che li abitano o forse li regolano, gli interessi e gli amori: si mescolano, o meglio si dice in napoletano “ si imbrogliano”.

Massimiliano Virgilio è più ingaggiato quando scrive “Porno ogni giorno” (Laterza), per parlare del degrado umano che si consuma alle periferie delle nostre città, o quando va nel penitenziario minorile di Nisida a fare laboratori ? Quando scrive un reportage da Scampia su il Venerdì di Repubblica, o quando organizza da volontario l’unica festa del libro di Napoli o quando in “Arredo casa e poi mi impicco” (Rizzoli) racconta il baratro esistenziale di un trentenne che è tutti i trentenni?

Voglio dire che non credo che il mondo delle lettere si possa spartire tra uno scrittore che se ne frega di quello che accade fuori e si ripara sicuro tra le sue carte, e un altro che si stende sui binari assieme ai disoccupati. Soprattutto perché dietro le proprie carte non si è mai al sicuro. Uno scrittore mentre scrive frigge, e quando esce fuori con un articolo o un libro: rischia. Dal disinteresse al linciaggio. Se non scrive libri pensando alle fette di mercato, alle tasche degli adolescenti, se non ammicca al lettore, se non pensa che da quel libro ci si potrà cavare un film, cioè se è onesto intellettualmente, lo scrittore rischia, e dico: rischia ogni cosa perché dopo, dopo quel libro, dopo tre giorni da quell’articolo non ha più nulla. Diventa quella parola scritta che se ne è andata.

Paolo Di Paolo lo sa, che c’è più amore di quello che dichiarava lui nell’articolo (è proprio questa la bellezza di quell’articolo: che egli stesso affermando che serve l’ingaggio si ingaggia; annichilendosi nella prima plurale dei “cantastorie”, si chiama all’azione).

Erri de Luca e Michela Murgia, portati a giusto esempio come impegnati, hanno una voce calda ed esatta, e hanno anche una voce forte. Avere una voce forte significa potersi far sentire. Ma questo ultimo aspetto non dipende solo da loro: il megafono è un concertato tra tre agenti: il sé, il pubblico (utilizzo il termine nell’accezione latina, “che appartiene a tutto il popolo”) e il tramite tra i due: i media. Se i media fanno da cassa di risonanza per le battutine liquidatorie del ministro Boschi ci vuole una voce enorme, come quella di Saviano, per rispondere confidando in eguale risonanza.

Gli esempi che qui riprendo da Paolo Di Paolo sono quelli di tre scrittori che l’attenzione se la sono conquistata scrivendo, e va a loro onore, ma non può andare a disdoro degli altri il non riuscire a ottenere la stessa visibilità. Quando Loredana Lipperini, Ermanno Rea e Franco Arminio si candidarono nelle liste di L’altra Europa con Tsipras (non male come impegno anti-renziano), dai palchi dei comizi dicevano della questione meridionale, dei paesaggi offesi e vilipesi, del corpo delle donne. Bisognava ascoltarli. Ma chi ha potuto? Sono bastati gli accorati e pensati richiami di Aldo Masullo e di Maurizio Braucci ad arginare il craxiano appello di Renzi al disingaggio referendario? No. Serviva qualcuno che desse loro uguale spazio. Qualche giorno fa Valerio Magrelli sulle pagine romane de La Repubblica ha scritto un pezzo sull’inclusione scolastica. Parlava del presente e non lo faceva in versi, ma in quanti l’hanno letto?

I Wu Ming fanno caso a sé proprio per questo e per questo anche vanno ricordati: hanno scelto di non utilizzare parte dei media, di non apparire in tv, e manco in occasioni pubbliche ufficiali, di “apparato”. Fa parte del loro essere impegnati, è proprio dal loro impegno civile che nasce questa forma di protesta: che io credo racconti quanto raramente ci si possa fidare di ciò che è eclatante. Cosa è un gesto forte? Quale quello a cui dare udienza? Vogliono, le televisioni, parlare per tre giorni de “I piccoli maestri” e di tutti gli intellettuali che vi prendono parte? La stampa vuole fare a gara a chi lancia prima l’itinerario 2016 di Repubblica nomade? Piuttosto mi pare che ai media interessi l’episodio eccellente, e diano pochissimo credito, seguito e spazio a chi costruisce con pazienza nel tempo.

Se non hai una voce amplificata te ne resta una melismatica: quella della letteratura, che è una voce necessariamente lenta. La letteratura non crea instant book, abbisogna di tempo, e quel tempo può durare pure vent’anni, pure cento. Magari ne duri cento, cinquecento, mille: che qualcuno torni a essere “cantastorie” come Sofocle, che si possa venir citati come Harry Percy di Northumberland nell’Enrico IV.

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I nomi che diamo alle cose https://minimaetmoralia.it/estratti/i-nomi-che-diamo-alle-cose-beatrice-masini/ Fri, 18 Mar 2016 09:35:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30307 Pubblichiamo un estratto dal romanzo I nomi che diamo alle cose di Beatrice Masini (Bompiani) e vi segnaliamo che domenica 20 marzo alle 12 l'autrice sarà ospite di Libri come (Auditorium Parco della Musica di Roma - Spazio Garage, Officina 1) con Loredana Lipperini. (Fonte immagine)

di Beatrice Masini

Al tempo della sua unica visita, otto anni prima, era febbraio e gran parte della dimora era chiusa, tranne, appunto, l’ala invernale: la cucina cavernosa, con le piastrelle bianche bordate da un cordolo sangue di bue, l’enorme focolare, le credenze gemelle; due salotti confinanti, uno foderato di pannelli a soggetti pastorali, l’altro, col tavolo da pranzo, dominato da un camino elegante di marmo; e alcune stanze da letto, due o tre, ciascuna con bagno – il suo era rosa ortensia, gelido e vecchiotto.

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo I nomi che diamo alle cose di Beatrice Masini (Bompiani) e vi segnaliamo che domenica 20 marzo alle 12 l’autrice sarà ospite di Libri come (Auditorium Parco della Musica di Roma – Spazio Garage, Officina 1) con Loredana Lipperini. (Fonte immagine)

di Beatrice Masini

Al tempo della sua unica visita, otto anni prima, era febbraio e gran parte della dimora era chiusa, tranne, appunto, l’ala invernale: la cucina cavernosa, con le piastrelle bianche bordate da un cordolo sangue di bue, l’enorme focolare, le credenze gemelle; due salotti confinanti, uno foderato di pannelli a soggetti pastorali, l’altro, col tavolo da pranzo, dominato da un camino elegante di marmo; e alcune stanze da letto, due o tre, ciascuna con bagno – il suo era rosa ortensia, gelido e vecchiotto.

Era rimasta ospite quasi una settimana per gli ultimi passaggi del lavoro, che in verità aveva avuto bisogno solo di un editing leggero – quando uno scrittore mette mano alla propria autobiografia il peggio che può capitare è che la trasformi in un romanzo, ma almeno il mestiere si prende cura dei dettagli. Anna aveva accettato l’incarico, uno dei primi importanti, con apprensione.

Iride Bandini aveva esordito così: “Parlarmi addosso non è il mio mestiere. Preferisco che lo facciano gli altri,” e le aveva rivolto uno sguardo acuto. Era nota per essere ostile, tagliente; le sue interviste finivano in beffe per il giornalista che non conosceva abbastanza della sua opera ed era tanto ingenuo o stupido da lasciarlo trapelare; solo i più navigati ne uscivano con la dignità intatta e con  qualcosa di pubblicabile; gli altri finivano per produrre quel genere di pezzi in cui le domande sono più lunghe delle risposte.

Nell’incontrarla per la prima volta di persona, Anna si era trovata davanti una donna ancora bella, che non avrebbe gradito nemmeno il pensiero di quell’ancora; attentissima a ogni genere di forma; ossessionata dall’effetto di sé e delle cose che scriveva.

Perdere tempo per contrasto era un libro che non si prendeva troppo sul serio: faceva sembrare ovvie le tappe del successo, che era venuto improvviso e rapido, com’è sua abitudine, per restare costante senza che la scrittrice dovesse mai tradire la sua semplice fede nell’intrattenimento. “Un libro per bambini non può mai essere troppo serio né troppo faceto,” spiegava nel capitolo “Le forme della sostanza”. “Spesso gli scrittori per ragazzi sottostimano il loro pubblico: pensare che un bambino debba o possa ridere di cliché e banalità è una delle forme più offensive di paternalismo. Il bambino lettore merita molto più rispetto di un lettore adulto: perché quest’ultimo può scegliere, ma al bambino lettore toccano libri suggeriti, comprati, a volte imposti da adulti che agiscono a caso, per abissale ignoranza o imperdonabile buona fede.”

Non era sempre così bruciante: deviava in buffi aneddoti di incontri con i bambini veri, collezionati in una carriera di commessa viaggiatrice delle storie, come per vezzo amava definirsi. “Il bambino vero è sempre in agguato, grazie al cielo; con le sue domande ovvie, l’espressione vacua, l’ottusità ti riporta al primo dovere dello scrittore per giovanissimi: rendersi comprensibile.”

Avevano discusso via mail, nel modo blando attenuato dal mezzo, su quell’ottusità: Anna aveva suggerito opacità, le sembrava meno offensivo, e aveva perso. Da allora si era limitata a segnalare le ripetizioni e qualche passaggio oscuro. Ma a compensare tanta studiata malizia c’erano pagine di implacabile dolcezza. Il biondino in una scuola di paese folgorato dal Giro del mondo in ottanta giorni che aveva voluto raccontare tutta la storia, tutta, ai compagni che lo fissavano senza troppo capire, e aveva concluso dicendo: “Io comunque da grande voglio fare il gentiluomo”; il piccoletto rotondo che aveva alzato la mano per chiedere la parola e invece di presentarsi col suo nome aveva detto: “Io sono  un bambino di nebbia, perché non so chi è il mio papà.” Cose così.

L’effetto bambino vero, Anna doveva ammetterlo, era irresistibile. “Al giovane scrittore io dico: vai a incontrarli, questi bambini, o non saprai per chi scrivi, e finirai per smettere di chiederti perché lo fai, e sarai finito.” Perdere tempo era il passo d’addio, la vanità finale di chi ha deciso di non avere più niente da dire, e lo dice.

Anna si era convinta di aver imparato a conoscere Iride Bandini a distanza attraverso quella prima persona tanto assertiva: si era aspettata di incontrare una donna presuntuosa e altera, e non era rimasta delusa; non aveva cercato di entrare nelle sue grazie perché aveva capito che non sarebbe servito a nulla, anzi; e si era limitata a fare bene ciò che doveva, com’era del resto sua abitudine, senza giudicare né blandire.

L’ospite era sempre elegantissima negli abiti eccessivi per l’occasione, verdi, viola, neri, vestiti e sopra piccole giacche, scarpe con il tacco breve, gambe sottili in quelle incantevoli calze color gesso che solo le ex ballerine e poche altre donne si possono permettere, braccia nervose, rari gioielli stupefacenti, un anello con un piccolo teschio bianco che la scarsa confidenza aveva impedito ad Anna di guardare meglio, una spilla di brillanti disposti a stella che mandava lampi a ogni gesto, un bracciale di piccole perle fermate da un cammeo enorme che sarebbe piaciuto a Isabel Archer. Tutto a dire una cura della bellezza che si spandeva in ogni cosa intorno, i tappeti moderni, gli insoliti velluti stampati dei divani, le stoviglie, e i bicchieri e le tovaglie su cui posavano.

La sera avevano parlato di libri, ovvio, restando sedute a tavola, come a rimarcare che il loro era un rapporto a schiena diritta, dopo che la domestica antica aveva sparecchiato e la dama di compagnia sempre presente e invisibile aveva servito loro un amaro di liquirizia; e Anna non s’era stupita di scoprire nella sua interlocutrice una larghezza e profondità di letture che dava per scontati i classici, arrivava ai contemporanei meno conosciuti e spaziava con curiosa avidità dalla narrativa di consumo ai giovani autori, oltre a una capacità di giudizio lieve e affilata che aveva desiderato di poter emulare, non subito (troppo presto), ma a tempo debito sì.

Da allora quando doveva fare un regalo a un bambino sceglieva spesso tra i libri di Iride Bandini, dalla serie del Tempo Perso ai romanzi un po’ rétro di Caio e Melissa al Grande Libro del Grande Vecchio; ma lei, l’autrice, non l’aveva mai saputo, non avevano più avuto scambi tranne qualche messaggio di cortesia dopo l’uscita del libro. Che quello e soltanto quello, i sei giorni passati insieme, i sei pranzi veloci, le sei conversazioni a cena, un buon lavoro condiviso in modo serio fosse il motivo per cui le era stato donato “l’edificio portineria di Villa Biglia sito in contrada Santi Angeli in segno di gratitudine per il lavoro svolto”, secondo l’atto legale, non finiva di stupirla. Era come se la gratitudine dispensata con tanta abbondanza esigesse qualcosa in cambio: difficile chiudere il debito, se non si sa a chi pagarlo, e con cosa.

 

Alla fine è il suo mestiere che l’ha portata lì. Adesso s’infila nelle altre occupazioni senza difficoltà, come un animale domestico adattabile. È un sollievo, dopo tanti anni, poter contare su certi automatismi che rendono superfluo il ronzio dei contatti. La biografia della grande attrice che si è finalmente decisa a invecchiare, poi le memorie del cuoco italiano in America: saranno sei, sette mesi di riscritture e andirivieni elettronici, ma il grosso, la parte dell’ascolto che può essere divertente come tediosa, è fatto, per un po’ non deve più viaggiare, sorridere, precisare, pazientare; le resta solo da mettere ordine nelle memorie smaltate e sfuocate di chi vuole credere o far credere di aver vissuto una vita ricordabile.

Del resto lì il tempo sembra capace di moltiplicazione, più largo e lungo, e fatto quello che deve ancora gliene rimane per andare a camminare sulla riva del lago spogliato della cartapesta estiva, le insegne buie, il vuoto che si riprende i suoi spazi, o in collina, dove raggiunto il crinale si stendono a perdita d’occhio gli azzurri giapponesi dei colli e dei monti appoggiati nella lontananza.

 

Le piacerebbe saperne di più su chi ci ha abitato prima di lei. Contadini, suppone. Contadini che la sera stanchi morti guardavano lo schermo granigliato della tivù e poi si issavano su per la scala a pioli. Saranno stati contenti di una casa così diversa dalle altre? O li avrà messi in imbarazzo? Quelli della torre, li chiamavano stringendo le doppie nel dialetto. “Gli ultimi sono stati Pino e la sua famiglia, ma sono andati via trent’anni fa. In appartamento,” dice Tiziano. La prigione cercata di due stanze in una palazzina dopo tutta quella libertà.

“E prima?”
“Prima c’era la guerra.”

Molto prima, vorrebbe dire Anna. Che cosa possa aver significato, in un posto tanto lontano dalle grandi vie di scambio, lei proprio non lo sa, che razza di guerra possa aver ferito e distrutto tanto da costare ancora fastidio a parlarne: e lui comunque non c’era, è nato dopo. Lui che cambia discorso, al solito. “Vuoi proprio tenerla, questa roba? È un ferrovecchio, devi stare attenta a non graffiarti.”

Il pollaio è una vecchia gabbia appoggiata a un lato della casa: le galline non la interessano, ma spostarla sembra una violenza. Mai stata un’amante del rustico o del pittoresco, però quello era il suo posto e lì rimane. Tiziano la guarda perplesso: nemmeno lui del resto ama le anticaglie, nella sua casa non ci sono avanzi di vita rurale, gioghi, forconi, tutto è nitido e preciso, legno lucido, marmo rosa delle cave vicine. Ha avuto da ridire anche sul secchiaio di pietra che prima stava fuori, sul retro, e lei ha voluto far montare dentro, nella stanza adibita a cucina più salotto: le piace l’odore di ferro che emana quando è bagnato, la superficie lisciata dal tempo e da tanta acqua. Le sembra che tenga memoria del lavoro di tutti i giorni, mani screpolate di donna su spessi piatti bianchi.

Il più è stato gettare i solai dei due piani, stenderci sopra le grandi assi di legno sbiancato, incastrare nel muro i semplici gradini sospesi che hanno sostituito le scale a pioli. Il tetto è stato rifatto ma coperto con tegole vecchie, piacevolmente muschiate e sbiadite, e in cima, al centro delle quattro falde identiche, hanno ripiantato il pinnacolo di pietra; lì accanto, ma che dalla strada non si veda, il disco del satellite. Via l’antenna vecchia. Anna ha protestato e si è sentita sciocca – “Ma dai, con quella roba lì non prendi più nemmeno Telearena.”

Ci stava bene, là sopra, il suo disegno misterioso contro il cielo. L’intonaco è rimasto intatto, non le andava di manometterne la grazia spenta, sempre che si potesse; solo un lato, quello che appare al passaggio, è dipinto a righe orizzontali – la facciata, il decoro, il decoro di facciata; gli altri tre lati sono nudi, di un grigio invecchiato in cui si aprono finestre minuscole; porta e imposte sono state soltanto ripulite e rinforzate, respingendo le insistenze del falegname che voleva dare una bella mano di tinta. In apparenza, e fuori, alla fine è cambiato poco, a parte la striscia d’erba rivoltata e riseminata, che adesso è verde forte, e un po’ di cespugli che sono stati divelti per lasciare spazio a ortensie e caprifogli. Più qualche arbusto veloce a chiudere il tratto di fianco al cancello. L’ingresso così snudato è severo; non c’è niente a trasformare la furia del vento in rumore, però nelle notti di temporale l’aria prende gli angoli ululando.

Anna ha sempre pensato che il lago avesse nella sua natura un che di blando, di medio, e si sbagliava. Lì tutto è sempre estremo. La finestrina della soffitta è diventata il suo osservatorio, e chiude nella forma a quadrifoglio l’acqua che al crepuscolo emana una luce d’acciaio, l’azzurro pungente di certe mattine limpide in cui si distinguono gli alberi uno a uno fin sull’altra riva. Eppure. Il mondo è pieno di posti incantevoli di cui non si ha alcun bisogno. Davanti a tutta quella bellezza le sembra di non provare niente. Sarà l’effetto dell’esagerazione: ti svuota, ti lascia lì, un guscio, una buccia. O il suo contrario: un frutto spellato, nudo, inerme. Forse il cuore ci resta, forse il cuore.

Forse è solo che non vuole lasciarsi ferire da quel lago, da quel luogo. Basta. Poi pensa che lì dov’è adesso c’è tutto: l’acqua, il bosco, il cielo. La schiena di prato del colle: la terra. E dentro il fuoco. Tutto ridotto all’essenziale, gli elementi, lo spazio. La sera Anna chiude il suo cancello sul niente, la mattina lo riapre verso il mondo. È pronta a ricominciare, e aspetta il giorno in cui non si sentirà più di passaggio o dentro la vita finta di una specie di vacanza, spera di riuscire a riconoscerlo, e che non ci voglia troppo tempo. Tornare indietro è fuori questione.

 

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La femminilità tra metafora, imposizione e scelta https://minimaetmoralia.it/societa/la-femminilita-tra-metafora-imposizione-e-scelta/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-femminilita-tra-metafora-imposizione-e-scelta/#comments Sat, 08 Mar 2014 14:49:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19194 Questo intervento è stato preparato nel 2010 per il Festival dell’eccellenza al femminile di Genova. (Immagine: Roy Lichtenstein)

Parto da una confstatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

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Questo intervento è stato preparato nel 2010 per il Festival dell’eccellenza al femminile di Genova. (Immagine: Roy Lichtenstein)

Parto da una confstatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

È questa la lucida intuizione di Virginia Woolf, all’inizio del ‘900, e la consapevolezza su cui nasce il femminismo degli anni ’70. Se siamo qui, ancora oggi, a interrogarci sul rapporto tra il “femminile” e le donne reali è perché le donne hanno subito una doppia espropriazione: identificate col corpo – e quindi non riconosciute come “persone” -, un corpo a cui l’uomo ha dato forma e nomi secondo le sue paure e i suoi desideri.

Si può passare la vita senza percepire altro che questo tessuto di immagini ricevute, stratificate e intrecciate a percezioni dirette ma oscure” (Rossana Rossanda, in “Lapis”, n.8,giugno 1990)

Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita e con cui dovessero confrontare io loro stesso ruolo” (Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus editore, Napoli 2007)

Il femminile come metofora e simbolo

Nell’uso metaforico e simbolico che ne è stato fatto, il femminile oscilla tra poli opposti, identificato ora con la natura – la materia, l’animalità -, ora con il sogno di una dimensione di purezza transumana, come se nella donna l’uomo avesse visto la sua dannazione e insieme la sua salvezza. Mi limito ad alcuni esempi.

Il femminile è stato associato al sacro e alla guerra, vista come “lo stato naturale del maschi”: la guerra darebbe all’uomo l’altruismo e la bellezza morale della maternità, la libertà dai pesi sociali e il ritorno alle leggi semplici e brutali della natura; la voluttà del sangue richiama la voluttà dell’amore; come il parto essa sarebbe dolorosa e feconda, rigeneratrice. (Roger Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro, Roma 1990)

Su un altro versante, invece, è considerato la fonte dell’ispirazione poetica: “un rigo immaginario” – per usare una immagine di Antonio Prete – a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco spazio che accerchia le parole e ne misura il tempo”.

Il femminile è anche simbolo della nazione, della patria, dell’appartenenza etnica, anche se la patria è in realtà una “matria”, un volto d’uomo su un corpo femminile, chiamato a dare l’unità organica e la sicurezza della riproduzione. Il genocidio di un popolo è spesso femminilizzato: nella donna viene colpita la sua continuità. Lo stesso si può dire per lo stupro etnico: le donne sono depositarie dell’onore e del disonore famigliare e nazionale.

Se le immagini del femminile sono molteplici, come si può vedere dai libri d’arte e dalla letteratura, tuttavia si può dire che gravitano essenzialmente su due stereotipi: quella che rimanda alla radice materiale dell’umano e alle pulsioni naturali, viste come colpa, peccato, o come forza rigeneratrice, e quella che dovrebbe sostenere l’uomo nel suo bisogno di spiritualizzarsi. La metafora del parto e dell’amore è presente sia quando si parla di pulsioni viscerali violente, come nel caso della guerra, sia quando si tratta della creatività del pensiero (la fecondità dell’anima, il filosofo come amante del pensiero).

In questa oscillazione immaginaria tra terra e cielo, ritorno agli istinti primordiali ed elevazione morale, che viene proiettata sulla donna, si può leggere il dilemma del dualismo che ha tenuto finora l’uomo diviso in se stesso – tra corpo e pensiero -, e che è frutto a sua volta della differenziazione violenta che ha lasciato la donna a rappresentare l’origine materiale dell’umano e l’uomo la storia.

Il femminile, come fantasma dei desideri e delle paure dell’uomo, divenuto costruzione storica e culturale dell’identità e del ruolo della donna, se ha potuto impedire alle donne una percezione più reale del loro essere, è perché non è stato solo un’imposizione dall’esterno, ma una rappresentazione del mondo che le donne hanno interiorizzato, incorporato – “aprioristicamente ammessa”, come dice Sibilla Aleramo -,  e che ha bisogno perciò di essere “portata alla coscienza”. Si è donne, ma è come se si dovesse sempre scoprirlo. Ciò significa che siamo di fronte a una costruzione storica di “genere” che si è naturalizzata. Il femminismo degli anni ’70 comincia, non a caso, con la messa in discussione della “femminilità”: presa di coscienza di che cosa è stato il corpo femminile nello sguardo dell’uomo, dell’espropriazione di esistenza propria chele donne hanno subìto nel momento in cui sono state confinate nel ruolo di mogli e di madri.

“L’uomo greco – ha scritto Genevève Fraisse – esclude le donne reali mentre si appropria del femminile” (La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri 1996).

Il femminile si costruisce dunque nello sguardo dell’uomo, in relazione e in funzione dell’uomo: in relazione, in quanto è l’uomo che pone se stesso come “misura”, “norma”, come umano in senso pieno (corpo e pensiero) e dice in che cosa l’altro sesso “differisce”, di che cosa “manca”; in funzione, perché il femminile prende senso ed esistenza solo nella dedizione all’altro, nel garantire il bene dell’altro. Come scrive Otto Weininger in Sesso e carattere, un testo del primo ‘900 che riprende posizioni sessiste e razziste presenti nella cultura occidentale, greca e cristiana, “la donna è un mezzo per uno scopo”. Il dualismo – corpo e pensiero, biologia e storia, sentimenti e ragione – è una lacerazione che l’uomo trova in se stesso e che è tentato di spostare sulla donna, ma che cercherà  di riportare nuovamente su di sé, optando per l’uno o l’altro aspetto del femminile (animalità o spiritualità) o per la ricomposizione dei poli opposti. L’uomo creatore di se stesso (Zarathustra) di Nietzsche è portatore di una “saggezza gravida”, e il sole che si è appena nutrito del respiro caldo del mare, la madre che va a ricongiungersi al figlio.

“Nel differenziarsi dal sesso-natura, o nel riportare a sé la potenza naturale del femminile  – commenta G. Fraisse -, la filosofia lascia poco spazio alle donne (…) La metafora del femminile viene a spostare la ‘virilità’ del Logos occidentale”.

La tendenza a femminilizzarsi (“divenire donna”) interessa oggi la maggior parte degli orientamenti filosofici, ma anche la politica (nel suo “personalizzarsi” e “privatizzarsi”), l’economia, le tecnologie della comunicazione, l’industria dello spettacolo, le leggi del mercato. È proprio il protagonismo che è andato assumendo il femminile, e tutto ciò che con esso è stato identificato, a rivelare sia la sua appartenenza all’immaginario dell’uomo, sia l’effetto di messa in ombra  che produce rispetto alle donne reali. Pur essendo oggi molto più presenti nella vita pubblica di quanto non fossero al tempo di Virginia Woolf, le donne restano ancora marginali, insignificanti dal punto di vista del governo della società, assenti dai luoghi decisionali.

Il venir meno dei confini tra privato e pubblico ha portato a una contaminazione, o a un amalgama tra due poli tradizionalmente opposti: natura e cultura, sentimenti e ragione, e quindi anche femminile e maschile. La “femminilità” – emozioni, affetti, seduzione, doti materne, capacità di ascolto e di mediazione, ecc. – diventa una “risorsa” per un sistema patriarcale e capitalistico in crisi. Il potere politico stesso, nel momento in cui si personalizza e porta allo scoperto vizi e virtù private, come nel caso del Presidente del Consiglio, diventa “femmineo”.

Femminile e donne reali: imposizione o scelta?

A questo punto si pongono spontanee alcune domande: che femminile è quello che vediamo oggi in scena?  I corpi femminili che invadono i media sono corpi liberati o corpi prostituiti? Ma, soprattutto, che rapporto c’è tra questa “femminilità” esaltata come risorsa, “valore aggiunto”, e le donne reali?

Da quello che emerge da un osservatorio sempre più attento alla rappresentazione mediatica del femminile – ricerche, pubblicazioni, articoli di giornale -, ma anche semplicemente da ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, non c’è dubbio che c’è un ritorno in forza degli stereotipi di genere, in particolare della rappresentazione della donna come corpo erotico e corpo che genera, cioè la seduzione e la maternità. La madre e la prostituta sono i due volti di quella che la cultura occidentale, classica e cristiana, ha considerato la “natura” della donna, è cioè la sessualità.

È nell’essenza e nella psicologia della donna il desiderio – dice Weininger – di “accoppiarsi”, sia a fini procreativi che erotici. Nel momento in cui è la società stessa a fare propria la “cultura del coito”, l’esaltazione e la mercificazione della sessualità, prevale anche nella donna “la volontà di passare dalla maternità alla prostituzione”.

Dal documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, e dalla ampia, meticolosa descrittiva che fa Loredana Lipperini (nel suo libro Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli 2007) di quello che passa nei blog, nei videogiochi, nei forum, nei libri di testo, nelle riviste femminili, nella pubblicità, oltre che in televisione, emerge con chiarezza che il messaggio dominante è quello che spinge le femmine fin da bambine, preadolescenti, a volgere la loro attenzione all’aspetto fisico, alla bellezza, e cioè in ultima analisi al corpo. La cultura popolare è impregnata da un immaginario che riporta in auge i due stereotipi di “genere” più duraturi: la seduttrice e la madre.

“Stiamo allevando una generazione di baby-prostitute che vestono come lolite?”, si chiede Lipperini.

Le donne sono spinte a ottenere potere col potere del loro corpo, dal momento che finora non hanno posseduto altro. La carta vincente per il successo, per una carriera o per un matrimonio diventa la bellezza fisica, il corpo come scorciatoia per un riconoscimento sociale (quello che per l’emancipazionismo è stata invece la maternità sociale). Weininger parla della modernità come della “emancipazione delle prostitute”. Uno sguardo alla televisione e alla pubblicità indurrebbero a pensare che avesse ragione.

Ma se è il corpo erotico, esibito, mercificato, che ci colpisce e ci indigna di più, non possiamo dimenticare che non meno celebrato, sia pure in modi e contesti diversi, è oggi anche il corpo materno.

In un libro che ha fatto molto discutere in Francia, Le conflit. La femme e la mère (Flammarion 2009), Elisabeth Badinter affronta in modo critico il ritorno al mito della “madre perfetta”, dell’allattamento al seno, della donna schiacciata sul ruolo materno. La spinta reazionaria verrebbe da ecologisti, psicologi, pediatri, e dalle femministe del “pensiero della differenza”, che non solo riconfermano la centralità del materno nell’esperienza delle donne (biologica o storica che sia) ma pensano di poterla estendere anche alla loro presenza nella vita pubblica. Una lettura analoga si può fare della richiesta che viene oggi dalla nuova economia, di tipo comunicativo, cognitivo, di “doti femminili”, il ValoreD di cui parlano quasi ogni giorno i giornali della Confindustria, e cioè la valorizzazione a fini produttivi e consumistici delle doti femminili materne.

In definitiva, i ruoli femminili più rappresentati restano la cura e la seduzione. Le donne sono strette tra la volgarità pubblicitaria, che le riduce a pezzi anatomici, e il richiamo alla vocazione materna o al sentimentalismo. Sulla permanenza o sul ritorno di stereotipi che si pensavano decantati, un peso notevole ha sicuramente il trionfo della logiche di mercato, della cultura di massa e del consumismo, oltre che la spettacolarizzazione della società in tutti i suoi aspetti.  La società dello sguardo e dell’immagine non poteva ignorare l’ “oggetto” primo dei sogni e degli incubi degli uomini: il corpo della donna.

È interessante notare come queste ricerche sulla rappresentazione del femminile, fatte dalla generazione che ha visto affievolirsi e quasi sparire dai circuiti informativi la spinta propulsiva del movimento delle donne, arrivino a conclusioni analoghe a quelle da cui il femminismo è partito: l’espropriazione di esistenza che le donne hanno subìto per effetto di un immaginario maschile divenuto forzatamente anche il loro; la conseguente connivenza o complicità tra dominate e dominatori, la confusione tra amore e violenza.

Ma c’è un elemento nuovo, di cui non si può non tenere conto: oggi sono le donne stesse a calarsi nei panni che altri hanno loro cucito addosso, a impugnare a proprio vantaggio – soldi, carriere, successo, ecc.- quelle potenti attrattive, come la seduzione  e la maternità, che l’uomo ha loro attribuito. Se l’emancipazione tradizionalmente intesa è stata l’omologazione al maschile, la fuga da un femminile screditato, oggi è il femminile che si emancipa in quanto tale. La donna, il corpo, la sessualità si prendono la loro rivalsa sulla storia che li ha esclusi e cancellati, ma nel momento in cui compaiono nello spazio pubblico, si fanno più evidenti anche i segni che questa storia vi ha lasciato sopra. Ci si rende conto che le figure di “genere” sono molto più di un copione imposto. Sono l’unico modo  che le donne hanno avuto per essere riconosciute, amate o odiate.

Ma il passaggio da una condizione che si è subìta, perché imposta con la forza del potere, della legge, della sopravvivenza, alla possibilità di assumerla attivamente, non è senza significato. Per quanto discutibile e perversa, dobbiamo ammettere che si tratta di una forma di emancipazione. Parlare di “scelta” non significa tuttavia “essere libere di scegliere”.

Per questo, riflettendo sulle donne che offrono i loro corpi in cambio di carriere e denaro, che si fanno “oggetto” per lo sguardo maschile, che entrano come moneta di scambio nel rapporto tra uomini, che mettono al lavoro affetti, sentimenti, la loro vita intera, non parlerei più di “vittime”.

E neppure, all’opposto, di “eccellenza al femminile”, per cui anche le escort, le veline sarebbero ‘figure nuove’ capaci di mettere a nudo il re.

Se vogliamo tornare alle donne reali, dobbiamo avere il coraggio di analizzare i tanti modi in cui le donne hanno cercato di sopravvivere, di far fronte ai ruoli, ai modelli imposti, di garantirsi comunque qualche piacere e potere: adattamenti, resistenze, risarcimenti, poteri sostitutivi. Il primo e il più duraturo è sicuramente quello di rendersi indispensabili agli altri. È la contropartita alla mole di lavoro gratuito che le donne continuano a fare nelle case, lavoro di cura e lavoro domestico. Sono poteri sostitutivi che restano ancora in gran parte innominabili, così come l’amore, il sogno di appartenenza intima a un altro essere. Questo spiega anche la tentazione che hanno le donne di considerare la “cura” – una dedizione materna che si estende anche ad adulti perfettamente autosufficienti – un tratto identitario, la loro “differenza”, la loro missione nel mondo, anziché una responsabilità collettiva di uomini e donne.

Per indurre le donne a togliere centralità al corpo e all’amore, al potere materno e seduttivo – a non essere più, come scriveva Virginia Woolf, “schiave che tentano di rendere schiavi altri”-  non basta la presa di coscienza.  Occorre anche un cambiamento delle istituzioni della vita pubblica, dei poteri, saperi e linguaggi che si sono strutturati sulle differenze di genere tradizionali.

Occorre, soprattutto,  che gli uomini, anziché occuparsi delle donne, per usarle o proteggerle, comincino a deporre la maschera di neutralità e a interrogare se stessi, le loro paure i loro desideri, la cultura prodotta da secoli di dominio maschile, riconoscendo quanta poca libertà e scelta sia stata lasciata anche a loro, nel dover indossare la corazza virile.

È

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Questo articolo è uscito oggi su Europa.

di Christian Raimo

Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli omicidi di donne avvenuti nei sette giorni precedenti che negli altri giornali erano stati rubricati a cronaca nera, delitti passionali, regolamenti di conti, assassini etnici. Messi uno in fila all’altro, facevano impressione, quelli che allora non si chiamavano ancora placidamente femminicidi. Già: se del resto anche solo l’anno scorso parlare di femminicidio era un discorso per pochi, oggi – per fortuna – il termine è diventato di uso consueto (anche se mentre scrivo mi rendo conto che Word non lo riconosce), e la questione ha finito per l’indossare molte pelli: culturale, sociale, politica. Prima ancora della discussione del decreto legge ad hoc, era un item che aveva conquistato lo spazio mediatico come, per dire, l’argomento più discusso della saggistica di quest’anno dopo Papa Francesco: da Loredana Lipperini & Michela Murgia a Cinzia Tani, da Riccardo Iacona a Serena Dandini fino al blog della 27ora del Corriere, finalmente si è affermato nel senso comune che la violenza domestica è una delle prime cause di omicidio in Italia, e che – ovviamente – oltre le donne ammazzate, ce ne sono migliaia di altre che vengono ogni giorni picchiate e violentate, fisicamente e psicologicamente.
E c’è da essere soddisfatti se questa vittoria culturale non è un fenomeno di moda ma è stata resa possibile specialmente dalle tanti militanti di associazioni di donne che in questi anni hanno lavorato sulla violenza di genere nella più totale marginalità, proprio fino a riuscire a rendere legittimo l’utilizzo della parola femminicidio – il suo valore concettuale, storico più che giuridico tracciabile attraverso il blog di Barbara Spinelli , per esempio; una rivendicazione di questa legittimità sul blog di Giovanna Cosenza, per esempio, dove per me si bypassano anche le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca.
Quest’onda rinfrancante di dibattito la si è voluta poi appunto colare nella forma di una legge: il decreto anti-femminicidio. In mezzo all’abulia governativa, al metamorfismo deprimente dell’attuale alleanza Pd-Pdl, questa legge bipartisan ha avuto quantomeno il pregio di tracciare una linea per un intervento politico. Anche se. Anche se, come era successo per le leggi sullo stalking, si è finito per ridurre il problema a emergenza sociale, facendo leva sui dispositivi più pavloviani della politica italiana: normazione e criminalizzazione. Le critiche, proprio da chi aveva aspettato questa legge prevedibilmente non c’hanno messo molto ad arrivare.
L’idea che molte femministe si sono fatte è che il decreto non servirà a molto se non si finanziano i centri anti-violenza sul territorio, o più in generale se non capisce come poter realizzare un programma nazionale di educazione sulle questioni di genere. Questo – tra le righe – vuol dire qualcosa di al tempo stesso molto semplice e molto complesso. Molto semplice: serve qualche soldo di più. (Questa conclusione è lapalissiana tanto da essere recepita anche dal New York Times). Molto complesso: questo governo dovrebbe far propria una prospettiva femminista che prevede ovviamente una trasformazione di sé che non si può improvvisare. Arrivato a questo punto dell’articolo, esprimo quella che è la mia opinione: fare propria questa prospettiva, lavorare sul lungo periodo, è comunque l’unica strada.

Ora, come dicevo all’inizio, sono un maschio, un maschio assolutamente convinto della bontà della pratica femminista di partire dal sé. E per questo arrivato a questo punto del dibattito, mi sono sentito esplicitamente chiamato in causa qualche giorno fa da un lettissimo articolo di Beppe Severgnini, in cui in ottima fede, ma un po’ come un tizio cascato da un alto pero, si scriveva:

Noi maschi dovremmo occuparci di più del femminicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.

Capita anche a me spesso di scrivere questa specie di articoli che dicono: dovremmo fare questo e quello, nella cultura italiana c’è un gran deficit di questo, perché in Italia nessuno si occupa di. È un primo passo, ma spesso è inutile. Perché resta l’unico: ho individuato una mancanza, la stigmatizzo, passo alla prossima.
Ma non è soltanto l’autoindulgenza sul proprio deficit di problematizzazione (perché soltanto ora Severgnini richiede quest’interrogarsi?), è soprattutto invece troppo morbido, diciamo pastello, il ritratto che Severgnini fa degli uomini violenti: creature Jekyll-Hyde di cui non possiamo che continuare a stupirci della morale schizoide. L’errore implicito di Severgnini è però lo stesso che fanno i fanno maschi che si occupano di questioni di genere: non partire da sé.
Anche nel pezzo di Severgnini, che cerca di aver un occhio laico e attento, la violenza è sempre descritta come altrui, misteriosa, nascosta, lontana.

La sociologia dell’orrore è rovesciata: i mostri non sono semplificazioni lombrosiane, personaggi abbruttiti e abitualmente violenti. Molti studiano, lavorano, guadagnano, si vestono bene. Tra di noi ci sono uomini tragici e pericolosi mascherati da persone prevedibili; e li riconosciamo quando è tardi.

È chiaro che questo “tra di noi” dovrebbe essere preso un po’ più sul serio. Che questi altri che si aggirano mascherati dalla loro buona facies affidabile e borghese somigliano a chi vediamo nello specchio. Occorrerebbe sfumare un po’ i confini tra una comunità di persone razionali e perbene (uomini avvertiti, compagni che affiancano le proprie donne nelle loro battaglie, che decidono di accompagnare le loro partner alle manifestazioni sulla violenza domestica) e un’altra massa di uomini potenzialmente violenti, che covano sotto le camicie inamidate e uno sguardo innocuo un impulso alla brutalità pronto a emergere al primo raptus. Io preferirei che se un discorso maschile deve partire sul femminicidio si cominciasse a riconoscere l’esistenza di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse. Sul New Yorker di qualche settimana fa – e in un articolo del Post che ne riprendeva gli highlights – si raccontava la vicenda legata alla legislazione sulla violenza domestica negli Stati Uniti a partire dal caso seminale, quello di Dorothy Giunta-Cotter, una donna finita ammazzata dal marito nonostante l’avesse denunciato più volte e fosse seguita da un centro anti-violenza. Da quella tragedia esemplare il centro Jeanne Geiger elaborò una sorta di questionario in grado di prevedere a partire da una serie di indizi qual è la percentuale di rapporti finiranno con un omicidio. Si inaugurò insomma un modello predittivo: molto discusso, come è ovvio per tutti i modelli predittivi. Ma non voglio entrare nel merito della problematica giuridica, quanto mettermi di fronte alle domande che il questionario propone.

1. Le violenze fisiche sono aumentate – nel numero o nella gravità – nell’ultimo anno?
2. Lui possiede un’arma da fuoco?
3. Lo hai mai lasciato nell’ultimo anno vissuto insieme?
4. È disoccupato?
5. Ha mai usato un’arma contro di te o ti ha mai minacciata con un’arma letale? In questo caso, era un’arma da fuoco?
6. Ha minacciato di ucciderti?
7. Ha evitato in passato un arresto per violenza domestica?
8. Hai un figlio non suo?
9. Ti hai mai forzata a fare sesso con lui?
10. Ha mai tentato di strangolarti?
11. Fa uso di sostanze stupefacenti illegali (anfetamine, metanfetamine, speed, fenciclidina, cocaina, crack)?
12. È un alcolista o ha problemi con l’alcool?
13. Controlla la maggior parte delle tue attività quotidiane? Per esempio, ti dice chi può esserti amico e chi no, quando puoi vedere la tua famiglia, quanto denaro puoi spendere o quando puoi prendere la macchina?
14. È costantemente e violentemente geloso di te? Per esempio, ti dice cose come «se non posso averti io, non può averti nessuno»?
15. Sei mai stata picchiata da lui quando eri incinta?
16. Ha mai tentato di suicidarsi o minacciato di farlo?
17. Ha mai minacciato di fare del male ai tuoi figli?
18. Lo ritieni capace di ucciderti?
19. Ti segue o ti spia, ti lascia messaggi di minacce, distrugge le tue cose o ti chiama quando tu non vuoi che ti chiami?
20. Hai mai tentato di suicidarti o minacciato di farlo?

Ecco, nonostante come molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, non sono una persona violenta, mi rendo conto ogni volta che leggo un caso di violenza di genere che molti degli comportamenti aggressivi che esistono in una relazione, devo ammettere che li ho praticati o subiti, o avrei potuto praticarli o subirli, e moltissimi sicuramente li ho pensati, e moltissimi ancora – riti ossessivi di varia fatta – li ho amati quando li ho visti rappresentati nella letteratura o al cinema (cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?). Ecco: ricatti, atti distruttivi e autodistruttivi, violenze sulla persona e sulle sue cose, forme più o meno velate di stalking eccetera sono tutte azioni che non sono così distanti, impensabili per me e per la maggior parte delle persone educate, razionali, colte, nonviolente che conosco. Cose come controllare la mail del proprio partner, telefonargli nel cuore della notte, alzare le mani: conoscete molte persone che non hanno mai fatto qualcosa del genere? Per fortuna, per quanto riguarda i maschi, questi uomini razionali non hanno un’arma (ci sarebbe da sottolineare quanti dei casi di femminicidio coinvolgono militari, poliziotti, guardie giurate, etc…); ma, ma per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire. Se non si ammette questa debolezza generale, ma specialmente maschile, nelle relazioni, non si va da nessuna parte nel dibattito. Se non si ammette che c’è una parte di mostro, di irrazionale incapacità di gestire l’abbandono o altre fragilità dei sentimenti, la questione verrà confinata in qualche suo inutile surrogato: sia quello normativo, sia quello che vede schierati uomini e donne perbene da un alto e maschilisti carogne e donne complici dall’altro, sia quello spettacolare con tanti reading affollati di attrici e scrittrici che leggono una qualche Spoon River terribile e tragicamente monotona di donne stalkizzate e poi massacrate dai loro ex-partner che tanto dicevano di amarle.
Dunque, se qualcosa si è capito nelle questioni sociali di questo rilievo è che l’approccio testimoniale o quello normativo sono delle armi spuntate che riconoscono il problema, ma esauriscono la sua soluzione al massimo in una sua esposizione mediatica, con grandi riti di shame on you. Che se ne parli non vuol dire che se ne parli con cognizione di causa, ma soprattutto che qualcosa cambi.
Quindi? Quindi proviamo, come si fa nella pratica femminista, a partire da sé. Dicevo che sono un maschio, che sono un maschio educato e non violento, che ha avuto la fortuna di aver avuto una famiglia che gli ha trasmesso il valore della parità dei sessi e della non-violenza e che ha frequentato un’ottimo liceo classico pubblico e un’ottima università pubblica. Ora, pur in tutta questa fortuna, mi è chiaro come un cielo estivo che ho avuto un’educazione decisamente filomaschilista. Il primo libro scritto da una donna che ho letto sarà stato il centesimo della mia giovane vita: a quindici anni, Cime tempestose di Emily Bronte o Flush di Virginia Woolf, proposte da una prof di inglese con la fama di scocciante femminista. Ho scelto il mio primo romanzo scritto da una donna a vent’anni, La campana di vetro di Sylvia Plath. Per tutto il liceo e l’università (un’ottima facoltà di filosofia) praticamente nessuno mi ha mai parlato di pensiero femminista, sono incappato in un paio di testi di Hannah Arendt e Simone Weil in un esame di Filosofia teoretica che in maniera molto vaga accennavano alle questioni di genere. Per dire: Simone De Beauvoir, Toni Morrison, Judith Butler, Julia Kristeva, Luce Iragaray… è tutta gente che ho incontrato perché forse a un certo punto le ho cercate o perché ho avuto la fortuna di conoscere delle donne capaci di farmici arrivare. A pochissimi dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – questo è accaduto. Credo che quasi nessuno dei miei amici scrittori abbia letto in vita sua una Carla Lonzi, per citare forse il nome italiano più emblematico; io stesso l’ho fatto per la prima volta un paio di anni fa. Credo che la maggior parte dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – abbia avuto e ancora abbia una domestica, rigorosamente donna. Certo tutto questo non è solo colpa dei maschi, certo è vero che la cultura femminista in Italia, ostracizzata, non metabolizzata, vittima di un separatismo interpretato malissimo, si è progressivamente arroccata, ritagliando per se stessa il ruolo di un fortino, e questa cosa è tanto più vera nel paradiso dei fortini che è l’ambito universitario, con cattedre che diventavano luoghi di culto di una pratica femminista impossibile da agire altrove, ma – viene da dire – sono responsabilità decisamente minori o consequenziali.
Per questo, insomma, quando uno dice che cosa si può fare contro il femminicidio oggi in Italia, la mia risposta è lateralissima: leggere più libri scritti da donne alle elementari e alle superiori, studiare di più il pensiero femminista alle superiori e all’università. Far sì che per esempio La campana di vetro non sia una chicca introvabile ma un best-seller estivo per studenti come Il giovane Holden; inserire nei programmi di filosofia, letteratura, storia delle superiori una parte significativa dedicata al femminismo storico; desacralizzare autrici come Amelia Rosselli o Cristina Campo dalla loro pseudosantificazione nelle cattedre di studi femminili e pensarle come centrali in un canone della letteratura italiana. Insomma muoversi pensando una politica di lungo periodo, tutto qui. Ecco mi piacerebbe che queste cose che dico accadessero talmente in fretta che se qualcuno si andasse a rileggere tra un anno quest’articolo sarei contento che mi liquidasse dicendo che ho fatto il pieno delle banalità.

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Il monopolio del libro: la figura dell’editore-distibutore come anomalia italiana del mercato https://minimaetmoralia.it/editoria/il-monopolio-del-libro-la-figura-delleditore-distibutore-come-anomalia-italiana-del-mercato/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-monopolio-del-libro-la-figura-delleditore-distibutore-come-anomalia-italiana-del-mercato/#comments Thu, 08 Mar 2012 13:04:19 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6919 Questa intervista a Marco Cassini, uscita oggi su La Repubblica, fa parte di un ciclo che il giornale dedica ai protagonisti dell'editoria italiana per indagarne lo stato attuale e le previsioni future. Dopo Roberto Calasso e Luca Formenton, tocca dell'editore di minimum fax, che ci espone il punto di vista di un marchio indipendente.

di Loredana Lipperini

Correva l’anno 1993 e i possessori di fax si videro recapitare una rivista che era stata concepita unicamente per quello strumento. Era fatta di brevissime recensioni e di letteratura comica, di attualità e di laboratorio narrativo. Minimum fax nasce così, dall’idea di due amici, Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme a Francesco Piccolo e Antonio Pascale conosciuti in un corso di scrittura: i contenuti per la rivista c’erano, i soldi per stamparla no. Allora, meglio il fax.

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Questa intervista a Marco Cassini, uscita oggi su La Repubblica, fa parte di un ciclo che il giornale dedica ai protagonisti dell’editoria italiana per indagarne lo stato attuale e le previsioni future. Dopo Roberto Calasso e Luca Formenton, tocca dell’editore di minimum fax, che ci espone il punto di vista di un marchio indipendente.

di Loredana Lipperini

Correva l’anno 1993 e i possessori di fax si videro recapitare una rivista che era stata concepita unicamente per quello strumento. Era fatta di brevissime recensioni e di letteratura comica, di attualità e di laboratorio narrativo. Minimum fax nasce così, dall’idea di due amici, Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme a Francesco Piccolo e Antonio Pascale conosciuti in un corso di scrittura: i contenuti per la rivista c’erano, i soldi per stamparla no. Allora, meglio il fax.
La parola è rimasta nel nome della casa editrice, che vede la luce l’anno successivo (con Scrivere è un tic di Francesco Piccolo) e che oggi vanta quattrocento titoli in catalogo, una decina di collane e un marchio indipendente, SUR, dedicato alla letteratura latinoamericana: “E nonostante tutto pubblichiamo meno libri – racconta Marco Cassini, che della discussione sulla necessità di una “decrescita felice” in editoria è stato protagonista qualche mese fa –: lo scorso anno sono usciti quaranta titoli, di cui tre in SUR. Quest’anno manderemo in libreria venticinque novità minimum fax e sette SUR”.

Partiamo da SUR: perché non è una collana ma una casa editrice indipendente?
Perché vogliamo provare a sperimentare: non solo nei contenuti, ma soprattutto nella distribuzione. Quella di SUR è una filiera corta. Andiamo direttamente alle librerie senza passare per il distributore. Volevamo che editore e libraio, che sono principalmente due intellettuali, tornassero a parlare di libri, perché negli ultimi anni la discussione sembrava essersi spostata solo su sconti, campagne, prezzi di copertina. A SUR hanno aderito, finora 96 librerie indipendenti (per il 2012 puntiamo all’obiettivo di 200) che potranno ricavare così, fino al 51% del prezzo di copertina, circa il doppio dei loro normali ricavi. Per noi significa poter avere i nostri libri più a lungo sugli scaffali: i primi tre titoli sono usciti a ottobre, i prossimi saranno pubblicati ad aprile. Il libraio ha sei mesi di tempo per lavorarci: può leggere le bozze prima di ordinarli, sentirsi parte del progetto. E, pur non essendo best seller, si continuano a vendere.

Il nodo, dunque, è nella distribuzione: pensa che rischi di soffocare i medi e piccoli editori?
L’Italia è un paese meraviglioso e pieno di unicità. Fra queste, un mercato editoriale in cui pochi soggetti posseggono tutta la filiera del libro. I principali distributori sono anche i principali gruppi editoriali e le principali catene librarie. Un qualunque editore non sa mai se il soggetto che sta lavorando per lui è, in quel momento, il suo distributore, l’editore concorrente o il libraio. Insomma, c’è il legittimo sospetto che a volte le cose possano non andare nel modo più trasparente possibile. Pensi anche al modo in cui i libri vengono esposti. Soprattutto nelle grandi superfici delle librerie di catena o dei supermercati: il lettore meno avveduto non sa se quei libri sono in vetrina o in posizione strategica perché il libraio ci crede, e quel modo di proporli fa parte di un progetto culturale o perché qualcuno ha comprato lo spazio. In questi casi si dovrebbe fare come nelle televendite: far apparire la scritta “questo spazio è stato acquistato dall’editore”.

La strategia di vendita attuale, però, si fonda sul prezzo del libro. Anzi, sul basso prezzo. minimum fax è stata fra i sostenitori dell’attuale legge che limita gli sconti. Provvedimento che non sembra essere stato molto amato dai lettori, che premiano comunque i libri che costano meno di dieci euro.
Il recente fenomeno Newton Compton ha l’indubbio merito di aver innescato una discussione, e di aver messo in crisi soprattutto i grandi editori. Quelli di noi che hanno lottato per la legge Levi sugli sconti potrebbero anzi farsene un vanto. Avevamo sottolineato come i prezzi fossero “drogati”: erano troppo alti, e si fingeva fosse un grande vantaggio per i lettori poterli acquistare con lo sconto. D’altra parte, è rischioso abbassare troppo a discapito soprattutto dei librai, che restano l’anello debole della catena. E dei lettori: esiste la possibilità che per vendere a prezzi bassi si tagli sui costi, a discapito, in questo caso, della qualità. Una politica simile può essere sostenibile solo a determinate condizioni.

Qual è il vostro prezzo di copertina, mediamente?
Fra i 13 e i 14 euro, con punte di 18, come per Il tempo è un bastardo, del premio Pulitzer Jennifer Egan. Non vogliamo cadere nel tranello di abbassare i prezzi per timore che i nostri libri non vendano. Anche perché la nostra porzione di lettori afferisce alla parte alta della piramide: quella dei lettori forti, che sanno attribuire il giusto valore a un libro di qualità.

Torniamo alla questione che continua a essere centrale: vince, o resiste, la casa editrice con un’identità forte, dunque?
Sì. E l’identità è data dal catalogo, non certo dal prezzo di copertina. Come editori forse non saremmo in grado di inseguire una moda editoriale, anche perché lavoriamo in modo meticoloso, e probabilmente rischieremmo di arrivare a moda già finita. Ci interessa invece rivolgerci a un pubblico attento, che finisca col fidarsi del marchio.

Come si arriva a ottenere fiducia?
Col tempo. Noi abbiamo avuto un unico best-seller in senso stretto, Acqua in bocca di Camilleri e Lucarelli: abbiamo raggiunto numeri mai toccati, siamo rimasti tre mesi in classifica e abbiamo, per una volta, misurato le forze con altre grandezze. Però abbiamo alle spalle libri che hanno totalizzato decine di migliaia di copie vendute, portando a questo risultato tanto autori esordienti come Giorgio Vasta o Valeria Parrella, quanto grandi scrittori internazionali. Siamo stati i primi editori al mondo a tradurre David Foster Wallace quando era poco conosciuto anche negli Stati Uniti. Cinquecentomila lire di anticipo per Una cosa divertente che non farò mai più. Abbiamo riesumato Carver dalla morte editoriale, visto che in Italia era stato abbandonato. Abbiamo riscoperto Richard Yates e Revolutionary Road ben prima del film. Insomma, oggi i lettori capiscono da dove arriva Jennifer Egan e perché è nel nostro catalogo.

La fiducia vi aiuterà a resistere al tempo di crisi? Crede, insomma, che il ruolo dell’editore diminuirà d’importanza con gli eBook?
Abbiamo il vantaggio di poter trarre esperienza da quanto è avvenuto all’industria discografica e a quella dell’audiovisivo. Anche per questo abbiamo immaginato il progetto SUR come qualcosa di molto fisico: un po’ come fosse il nostro vinile. D’altro canto, minimum fax ha già oltre cento titoli in eBook e le novità vengono proposte anche in formato digitale. Non sono spaventato, ma entusiasmato: è una fortuna fare l’editore mentre c’è un cambiamento di questa portata in atto.

E degli editori che si accostano al self-publishing, come Penguin e, da noi, Mondadori, cosa pensa?
Che la definizione stessa è ambigua. Se è self non può essere publishing. Mettere a disposizione una piattaforma per pubblicare gratuitamente dei testi è come dire: accomodatevi alla mia scrivania e leggete qualunque manoscritto mi inviino. Sono comunque io, editore, a invitarvi e a dare il mio nome a qualcosa che si pretende sia self, e che di certo non può avere una finalità filantropica: i supporti editoriali in senso stretto (editing, ufficio stampa, promozione) l’autore deve pagarli. E allora, che differenza c’è con l’editoria a pagamento?

Infine: cosa deve essere un editore. Un filtro, una scuola, oppure?
Per me editoria dev’essere discussione. Con il lettore e, ancor prima, nella casa editrice. Quanto più è forte e approfondita all’interno, tanto migliore sarà la discussione che ne seguirà all’esterno.

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I libri da leggere a vent’anni https://minimaetmoralia.it/libri/i-libri-da-leggere-a-vent%e2%80%99anni/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-libri-da-leggere-a-vent%e2%80%99anni/#respond Mon, 11 Jan 2010 09:09:55 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1486 Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di […]

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Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questa bibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto.
Qualche dubbio però, perché l’adolescenza nelle società intensamente consumistiche e de-responsabilizzanti come quella in cui viviamo è diventata una stagione interminabile, una dimensione culturale ormai indipendente dalla biologia e dalle tappe che una volta scandivano le diverse fasi della vita. Una debordante, incontenibile ondata di insicurezza e manipolabilità governa l’esistenza di persone sempre più numerose e sempre più avanti negli anni, costrette a mantenersi potenziali (cioè prive di identità) a tempo indeterminato e disponibili a sempre nuove e sempre più effimere esperienze, o meglio pseudo-esperienze.
Se l’invenzione della donna o quella dei figli è stata raccontata e spiegata da storici e studiosi scrupolosi e perspicaci, quella dei giovani è cosa più recente e visibile ma allo stesso tempo più ambigua, controversa e capillare. Credo che bisognerebbe ormai isolare chiaramente il significato della parola giovane da specifiche connotazioni anagrafiche (fenomeno che d’altronde è già in corso nella lingua parlata, dove per distinguere i due concetti spesso si aggiunge ironicamente un seconda “g”) per riferirla ad una dimensione sostanzialmente e generalmente antropologica, qualcosa che forse sfugge persino alle definizione degli istituti di ricerca di mercato e alle griglie dei sondaggisti tanto è diffusa e incontrollata: ggiovane è il concorrente 20enne o 40enne del reality del momento (e tutti quelli di ugualmente varia età che li guardano e che si riconoscono), ggiovane è il mondo televisivo e pubblicitario in generale, ggiovane è chi si iscrive al corso di capoeira e poi a quello di tango e poi a quelli di panificazione, ggiovane è l’ottimismo del premier in bandana, ggiovani sono i gadgets tecnologici che riempiono il presente delle persone, ggiovani sono le alleanze, i legami, gli impegni umani incapaci di serietà e di solidità, e forse ggiovani sono anche i bambini che come gli adulti si muovono mimetizzati nell’anarchia del web, delle nuove tecnologie della comunicazione e del divertimento, precocemente consumatori, esposti e massificati. Tutto insomma tende ad essere oscenamente, incontrollabilmente e sinistramente ggiovane.

Ma giustamente il libro di Villa e Vannucci non si rivolge a questo tipo di gioventù. Anche se la responsabilità della pubblicazione è di due autori ventenni, si tratta di un libro creato in nome di una vocazione seriamente e genuinamente pedagogica, di una vocazione chiaramente adulta. Un vocazione che i due autori hanno in qualche modo preso in delega, e che visto lo stato attuale di diffuso ed egemonico giovanilismo è forse più necessaria di qualsiasi altro intervento di tipo sociale e culturale. Al di là e in conseguenza dell’invasione dei modelli consumistico/giovanilistici, in Italia si è diffuso ormai da tempo uno straordinario peculiare e impenetrabile menefreghismo nei confronti della pedagogia, dell’educazione, della formazione (surrogate dalla formazione permanente, dagli stages e da altri succedanei tecnico-aziendali), insomma del futuro dei giovani (anagrafici). Ugualmente immersa nella montante paccottiglia mediatica e nel bulimico banchetto consumistico come l’Italia, la Francia, dove ho vissuto abbastanza a lungo, mi pare che conservi ancora un residuo di preoccupazione per il destino delle persone più giovani, un principio che da noi è così assente che neanche ci rendiamo conto della sua mancanza, almeno fino a quando non ci spostiamo in un paese più civile. Il fatto banale e indiscutibile che le persone più titolate e potenti abbiano, tra le loro priorità, quella di occuparsi del futuro delle persone che ancora non dispongono degli strumenti necessari ad imporsi e riuscire nel loro campo, è qualcosa che sfugge quasi completamente agli orizzonti professionali ed esistenziali dei nostri universitari, politici, datori di lavoro, ecc. La maturazione, l’apprendistato, la crescita in Italia sono un miracolo artificiale: come la frutta viene gonfiata con il gas nelle stive delle navi, così la gente avanza nella società in maniera viziosa e discontinua, adulando e intrallazzando, o casualmente.
La mancanza di cura nei confronti dei giovani è una malattia endemica almeno quanto (e probabilmente tra le due cose c’è un rapporto ben preciso) la adolescenzializzazione dell’essere umano. Una società che «mira a rimpicciolire gli adulti e a mutarli di nuovo in bambini» (rubo questa frase alla sinossi di Ferdydurke, il capolavoro di Gombrowicz inserito giustamente nella bibliografia del libro dedicata ai testi letterari) logicamente non ha poi nessun interesse a occuparsi della sorte e della crescita dei suoi eterni e compiacenti ragazzi.
Villa e Vannucci sono dei ventenni, e credo che nessun ventenne potrebbe oggi vantare un conoscenza così vasta e comprensiva quale quella suggerita dal libro. Uno dei principi di questo testo, credo, è il seguente: siccome gli adulti non sono più in grado o disposti a occuparsi dei giovani, allora i giovani devono darsi da fare da soli, autogestirsi, trovare da sé gli strumenti necessari. Ma dietro i nomi dei due giovani autori si indovina facilmente il profilo di Goffredo Fofi e della rivista Lo Straniero. Forse questa presenza non è stata abbastanza chiaramente denunciata (la lista conclusiva dei partecipanti mi pare tuttavia eloquente), se Villa e Vannucci sono stati trattati con una certa freddezza a Fahrenheit da Loredana Lipperini, la quale pretendeva da parte loro una maggiore padronanza del materiale trattato nel libro, una maggiore autorialità e assunzione di responsabilità rispetto alla presentazione introduttiva di una «guida alla lettura pensata da giovani per giovani». Insieme ai duetitolari hanno realizzato questo libro numerosi meno-giovani o non-più-giovani, alcuni dei quali, come Alessandro Leogrande e Nicola Lagioia, anche redattori di questo blog.
Una simile dimensione collettiva, lungi dallo sminuire il valore del libro, mi pare al contrario aumentarlo e prolungare il principio dell’autogestione dei giovani in quello, complementare e necessario, della ricerca di un gruppo solido di riferimento, di figure autorevoli e soprattutto di una continuità intergenerazionale non basata sull’omologante comunanza dei consumi ma su un confronto creativo tra diverse stagioni della vita: insomma tutto ciò che manca dolorosamente alla nostra società frammentata, parcellizzata e dissipante.
L’idea e la realizzazione del libro è in questo senso del tutto fofiana e la mappatura dello scibile che questa raccolta di bibliografie propone è ugualmente attribuibile all’influenza del direttore dello Straniero: l’immagine di un sapere umanisticamente enciclopedico e interdisciplinare, attento alle minoranze, ai problemi sociali, a questioni, come dicono gli autori nell’introduzione, «prima ancora etiche e culturali che politiche», tutto questo fa certamente parte di un modo di fare e pensare che Fofi è impegnato a diffondere ormai da qualche decennio attraverso numerose iniziative e con un’attenzione costante rivolta ai giovani e all’attività pedagogica. Indipendentemente dalle singole scelte e dalle numerose inevitabili esclusioni, credo insomma che questo libro, soprattutto la sua impostazione generale e ancor più l’idea che una simile operazione culturale rappresenta, possa tornare utile a tutti: ai giovani, ai non-più-giovani e ai milioni di ggiovani impotenti e smarriti davanti al miscuglio di illusioni a buon mercato e delusioni sostanziali nel quale sono (siamo) costretti a riconoscersi. E magari, nel suo piccolo, a favorire un risveglio pedagogico a livello di coscienza collettiva senza il quale il giovanilismo consumistico e televisivo che abbiamo sotto gli occhi non potrà che peggiorare ulteriormente.

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